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Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila

foto: www.genova24.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/genova-non-e-finita-dieci-nessuno-trecentomila/28704/

Genova, 17 giugno 2012 – Sono passati undici anni dal G8 di Genova e dalla “macelleria messicana”, come vennero definite le torture e le violenze perpetrate ai danni dei manifestanti da qualcuno che lo Stato italiano non ha ancora trovato, mentre chi gestiva l'ordine pubblico in quei giorni è stato promosso anche per i servigi resi in quell'occasione.
A undici anni di distanza, però, c'è ancora chi le conseguenze di quei fatti le paga sulla propria pelle, come i dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio” - un reato istituto in realtà per fini politici durante il regime fascista - e condannati in secondo grado a pene che vanno dagli otto ai tredici anni di carcere, per un totale complessivo di cento anni di carcere (neanche avessero rubato tramite banca).
«Lanciamo questo appello a tutte e tutti» - si legge in un comunicato di Radio OndaRossa[1] - «alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell'udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l'accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio». Dieci i possibili capri espiatori; nessuno, il numero dei condannati tra coloro che perpetrarono le torture; trecentomila, il numero di coloro che invasero le strade di Genova nel luglio di undici anni fa.
Proprio a loro, e a tutte e tutti coloro che non sono indifferenti al mondo che li circonda, è rivolto l'appello che pubblichiamo di seguito:

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell'ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l'omicidio di Carlo Giuliani, la "macelleria messicana" avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l'ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito "la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, "devastazione e saccheggio", che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una "compartecipazione psichica", anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E' inaccettabile che, a ottant'anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l'annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

Qui per aderire all'appello


Note
[1] Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila, Radio OndaRossa, 5 giugno 2012

Gita "no Tav" con polemica

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/gita-no-tav-con-polemica/22589/

foto: Stefano Trucco
Chiomonte (Torino) – Portare in gita due scolaresche e ritrovarsi denunciati. È quanto accaduto lo scorso 23 dicembre a due insegnanti di religione del liceo “Lorenzo Federici” di Trescore Balneario, nel bergamasco, che hanno scelto un luogo decisamente insolito per la gita: quella Val di Susa dove da tempo la cittadinanza resiste ad un progetto, quello della Tav, da più parti definito come inutile, eccessivamente costoso e, soprattutto, nocivo per la salute.

Ma il PD non ci sta. O, per meglio dire, è di un esponente del Partito Democratico – Stefano Esposito, convinto sostenitore della Tav così come gran parte del suo partito – la polemica più feroce. In una lettera al ministro dell'Istruzione, infatti, l'esponente democratico si è detto “sconcertato” dal fatto che sia stata autorizzata una gita didattica «in un luogo dove da mesi si commettono reati». Ad “aggravare” la situazione, probabilmente, anche il fatto che la guida scelta non fosse esattamente un esponente di quel “partito della par condicio” ormai da anni diventata riferimento di una parte della politica nazionale (e dunque locale) come Guido Fissore, attivista no-Tav e consigliere comunale a Villar Focchiardo. «Portare degli studenti, peraltro minorenni, a violare un'ordinanza prefettizia e ad ascoltare “sermoni” contro lo Stato non ha nulla a che vedere con l'approfondimento del fenomeno sociale e politico dell'opposizione alla Tav» - è il fulcro della tesi di Esposito, che ha anche accusato i due docenti di aver “strumentalizzato” le scolaresche.

Dall'istituto, invece, difendono l'operato dei due docenti. «È giusto far capire ai ragazzi quello che succede. La scuola non può essere slegata dalle notizie». I due insegnanti hanno, semplicemente, fatto quello che l'insegnamento imporrebbe: non solo tenere i ragazzi sui libri riempiendogli la testa con nozioni teoriche, ma anche – e soprattutto – insegnare ai ragazzi ad essere cittadini. E dunque portarli in uno dei luoghi che da mesi, e per mesi, ha trovato spazio nelle cronache deve essere stata una conseguenza logica. Interessante, peraltro, sarebbe capire se la meta sia effettivamente stata decisa dagli insegnanti o se – come spesso capita – i ragazzi abbiano chiesto una “deviazione” dal percorso originario.

Un'altra cosa interessante – che si trova facilmente navigando in rete – è che nei giorni scorsi proprio Esposito (di cui Dario Ferri su “Giornalettismo.com” tratteggia una brevissima biografia politica[1]) abbia partecipato ad un dibattito con gli studenti di Pinerolo per spiegare e confrontarsi sulle ragioni di chi è a favore o contrario alla Tav, non facendoci esattamente una gran figura.

La domanda, a questo punto, è spontanea: se invece che portati in gita nella parte “no Tav” della Valle di Susa la scolaresca fosse stata portata ad ascoltare un “sermone” di qualche amministratore delegato o di qualche dirigente delle aziende “sì Tav”, la reazione politica sarebbe stata la stessa?SB


Note
[1] Quel bulletto del deputato Pd, Dario Ferri, Giornalettismo.com, dicembre

Nocara: all'ombra dell'ultima...antenna

Nocara (Cosenza) -  Nocara è un paese che si estende su una superficie di circa 33 kmq nell'Alto Jonio cosentino a circa 865 metri sul livello del mare che - stando alle tradizioni - sembra aver dato i natali a Ponzio Pilato, nonostante tale paternità sia rivendicata anche da altri comuni calabresi. Quel che è certo, comunque, è che il piccolo paese di Nocara è uno di quegli “atolli” ancora liberi dalla cementificazione selvaggia come se ne trovano, sempre meno, nella provincia italiana.
Ma il piccolo paese di Nocara, oggi, assomiglia alla Val Susa. L'ombra dell'”albero di noci” (o di mandorle, dal latino...) da cui prende il nome nelle mire di qualcuno dovrà essere oscurata da un'ombra ben più alta e minacciosa: quella di un'antenna alta 36 metri che, nei disegni dei “piani alti” dovrebbe servire alle forze di polizia tutte in un'ottica di sicurezza nazionale. Ma è davvero così fondamentale – nella ragnatela di antenne utilizzate dalle nostre forze dell'ordine – il paese di Nocara? È davvero di importanza strategica che questa venga posizionata in un posto di poche centinaia di abitanti e che – stando ai dati – fa qualcosa come 13 (tredici) abitanti per chilometro quadrato?

Prima di rispondere a queste domande bisogna sottolineare come questo – per i nocaresi – sia un deja vu: nel 2005, infatti, chi nell'amministrazione oggi si scaglia contro l'antenna, niente ebbe a dire contro quella di Radio Italia – che invero trovò l'unanimità della cittadinanza – poi spostata dal centro abitato per quel “difetto” di attirare i fulmini durante i temporali provocando danni alle abitazioni vicine.
Come poi ci insegna il “caso” Radio vaticana, l'inquinamento elettromagnetico che ogni antenna porta con sé – di qualunque natura essa sia – aumenta in maniera esponenziale tutta una serie di malattie che ormai sono ben note anche all'opinione pubblica quali leucemie, disturbi cardiaci, riproduttivi, neurologici e via discorrendo. È per certi versi inquietante, tornando al caso di Nocara, notare come il vice-sindaco – Giambattista Settembrino – di professione faccia il medico (chirurgo).

Può la politica – in nome di un ipotetico progresso e di un forse più reale becero affarismo – svendere la salute della cittadinanza?

NOTAV - diretta twitter

Dato che il circuito mainstream ne parlerà secondo gli interessi del Capitale (e della politica ad esso asservita e ben distributa lungo tutto l'arco parlamentare...) Señor Babylon si unisce a siti, blog e quant'altro per diventare megafono della resistenza dei valsusini. Potete seguire anche la diretta in streaming dal sito di Radio Blackout: http://www.radioblackout.org/



Anche Prato ha la sua Val di Susa?

Sottotitolo: Elogio del treno lento ed affollato.

«Dall'unità Firenze-Prato tutti hanno da guadagnarne. È ormai una realtà a cui si oppone solo un treno lento e affollato invece che una navetta veloce e pulita» dice Edoardo Nesi, scrittore, regista, imprenditore caduto sotto i colpi della globalizzazione ed anche assessore alla Cultura e allo Sviluppo economico della Provincia di Prato, intervistato dal quotidiano Repubblica (cronaca di Firenze) dello scorso 11 giugno.
Ma teniamo fermo il treno “lento ed affollato” (ci torneremo) e mettiamo da parte la nave “veloce e pulita” perché questo articolo non parla né di treni né di navi ma di aerei. Anzi, più che di aerei parla di aeroporti e, per essere precisi, parla dell'aeroporto di Firenze-Peretola.

Questa storia, però, inizia da tutt'altra parte. Dall'aeroporto di Ciampino, Roma.
«Ogni giorno sulla pista di Ciampino, a 150 metri dai palazzi della città, vengono bruciate almeno 60 tonnellate di cherosene e l'inquinamento prodotto viene scaricato senza alcun filtro direttamente nell'aria della città, mentre l'enorme rumore che gli aerei producono (superiore ai limiti di legge, come dimostrato dalle misure fatte da Legambiente e dalle centraline successivamente installate dal Comune di Ciampino) ci impedisce di vivere una vita normale» ebbe a dire Roberto Barcaroli, esperto di problemi della mobilità e dell'ambiente, impegnato nel Comitato per la riduzione dell'impatto ambientale dell'aeroporto romano al Congresso di Legambiente a Roma il 18 novembre del 2007.

E poi c'è Milano (Malpensa). Quella stessa Malpensa definita “disastro ecologico” dal Ministero dell'Ambiente come riportava “Il Fatto Quotidiano” qualche giorno fa (Qui l'articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/16/business-decessi-schianto-malpensa/118423/) nel quale si evidenziava come intorno allo scalo l'incremento delle malattie respiratorie fosse aumentato del 400% ; letta in altri termini «250.000 cittadini sacrificati sull'altare della ragion politica». Come riporta l'articolo dal 1997 al 2009 l'aumento della mortalità legata a malattie respiratorie è aumentato del 54,1% ed i ricoveri ospedalieri sono balzati dal 14% e il 7,8% ad oltre il 23%. Dati inquietanti, senza ombra di dubbio. Ancor più inquietante quando sai che tutto questo potrebbe capitare tra non molto tempo nella città di Prato. Cioè casa mia, il mio “cortile” nel quale certe cose non ce le voglio.

L'idea di fondo è quella di aumentare l'importanza strategica dell'impianto fiorentino, facendone pagare i costi a Prato, Campi Bisenzio e Sesto Fiorentino allungando l'attuale pista o creandone una nuova parallelamente al percorso autostradale. Il caro vecchio “mors tua vita mea” che diventa pratica politica.

Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costingono. [Bertolt Brecht]

Che dal voto di fiducia del 14 saremmo entrati in una nuova fase era facilmente prevedibile. Altrettanto prevedibile era la risposta antidemocratica (ma esiste davvero la democrazia?) del governo che avendo ancor meno argomenti del solito – non che ne abbia poi così tanti in generale – applica la regola aurea di qualsivoglia forma di autorità: la repressione.
È in quest'ottica che il Ministro dell'Interno Maroni, imboccato dal sottosegretario Alfredo Mantovano, si è detto possibilista verso l'estensione del D.A.SPO. (acronimo che sta per Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) anche alle manifestazioni di protesta come quelle a cui stiamo assistendo (e partecipando) in questi giorni.
“Misura di prevenzione atipica e caratterizzata dall'applicabilità a categorie di persone che versino in situazioni sintomatiche della loro pericolosità per l'ordine e la sicurezza pubblica con riferimento ai luoghi in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive, ovvero a quelli, specificatamente indicati, interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle competizioni stesse.(...)Il D.A.SPO. può essere comminato anche nei confronti di soggetti minori di anni 18, che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età (in tal caso, il divieto è notificato a coloro che esercitano la patria potestà)” dice l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive del Ministero dell'Interno.

La repressione non mi stupisce di certo, e questo non perché – per usare uno slogan tanto caro ad una certa parte politica – saremmo sotto “dittatura”, ma semplicemente perché la repressione non è altro che una delle tante forme espressive con cui si manifesta lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, conditio sine qua non di una struttura sociale composta da non-eguali come la nostra. Per cui finché non si deciderà un cambio drastico dell'intero sistema (quale miglior momento di questo?) la repressione, così come lo sfruttamento e qualsivoglia forma di inegualità continueranno ad esistere.
Quel che mi stupisce, in positivo, è che finalmente ci si sta iniziando a rendere conto che il nostro paese ha il vizio di erigere statue (di cartapesta) ad eroi (di carta, per usare il titolo di un libro di Alessandro Dal Lago) solo perché salgono agli onori della cronaca personaggi che dicono esattamente quelle parole che il c.d. popolo vuol sentirsi dire.

One weapon per child


«La pratica del mondo sportivo militare, veicolata all'interno delle scuole, oltre ad innescare e ad instaurare negli studenti la “conoscenza e l'apprendimento” della legalità, della Costituzione, delle istituzioni e dei principi del diritto internazionale, permette di evidenziare, nel percorso educativo, l'importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al “bullismo” grazie al lavoro di squadra che determina l'aumento dell'autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo».


Quando un paio di mattine fa ho letto questa frase pensavo fosse uno scherzo. Sapevo che il premier ieri doveva presentarsi in Parlamento e dunque credevo che fosse un passaggio delle tante barzellette che avrebbe raccontato in quella sede.
Ho avuto qualche sentore che ci fosse poco da ridere quando ho letto che l'idea era del duo Gelmini-La Russa. In realtà parlare di “idea originale” del duo forse è eccessivo, visto che – come sostiene il dott. Giuseppe Colosio, direttore scolastico per la Lombardia in un'intervista a PeaceReporter – questa della militarizzazione delle scolaresche è un'attività diffusa nel nord Europa ed in particolare in Gran Bretagna (almeno la Ministra della (D)Istruzione questa volta non si è limitata a Wikipedia come nel caso dell'opuscolo per il 150° dell'Unità d'Italia [http://informarexresistere.fr/la-gelmini-copia-da-wikipedia-l%E2%80%99opuscolo-per-le-scuole]) e, udite udite, quello che sta(rebbe) per iniziare è il quarto anno di sperimentazione. Il progetto “Allenati per la vita” così come è stato presentato è infatti idea risalente al settembre 2007, anche se nel 2005 era già in fase di sperimentazione in quel di Brescia. Poi uno dice che pensa male...
Dopo l'introduzione della mini-naja, questo corso – per adesso attivato nella sola Lombardia – va ad inserirsi nelle politiche governative per i giovani, che prevedono alla fine della legislatura la trasformazione dei giovani in un branco di pecore ammaestrate. Però con la divisa addosso!

In cosa consiste questo corso è presto detto. Innanzitutto iniziamo dalle cifre: 120 volontari dell'Unione Ufficiali in Congedo avranno il compito di educare (o ri-educare?) gli studenti alla cultura militare con corsi sia teorici che pratici, tra i quali da segnalare sicuramente sono i corsi “sopravvivenza in ambienti ostili” (anticipazione del futuro da precari sottopagati nel quale tutti sembra dovremo passare...), “difesa nucleare, batteriologica e chimica” (perché tutti sappiamo che questo paese quotidianamente subisce attacchi di questo tipo) e “insegnamento all'arma” con archi, frecce e pistole ad aria compressa.

Munnezza in emergenza e profitti al sicuro.


[qui: http://vimeo.com/6000381 per chi avesse difficoltà nella visualizzazione]

Chiaiano (Napoli) - 'A munnezz è turnata. O forse sarebbe meglio dire che non se n'è mai andata. Chi se n'è andato, invece, è quel signore che un paio di giorni fa in quel di Cesena ha organizzato un mega-concerto “verde”, nel quale – stando a quanto sostenuto dal palco – persino i pensieri erano solo ed esclusivamente di natura ecologica. Date un'occhiata qui:

[qui per chi non riuscisse a visualizzare il video: http://www.youtube.com/watch?v=a20Ptc0KEqo].

Questo video – stando allo staff di Grillo – è datato febbraio 2009. Di acqua sotto i ponti ne è passata un po' dunque. Durante la due giorni cesenate i tumulti che arrivavano dalla Campania si iniziavano già a sentire, ma che io sappia – ho cercato di seguire il “Woodstock” quasi per intero – nonostante l'impronta ecologica non una parola è stata spesa su questa vicenda. Ora: d'accordo che l'imprimatur che il nostro vuol dare al suo partito (checché lo chiami movimento) è di tipo apolitico – da qui lo slogan “né destra, né sinistra ma sopra” - dunque non c'era da aspettarsi niente di veramente militante nell'una o nell'altra direzione, ma almeno un accenno – non so, magari qualche minuti dedicato all'intervento di chi in queste ore sta prendendo le manganellate – credo non sarebbe stata poi cosa sgradita, considerando anche l'intervento dei familiari di Federico Aldrovandi (e per il quale va un applauso a Grillo ed agli organizzatori...).

Perché nonostante il nostro si sia dimenticato di quella promessa fatta durante l'intervento ripreso nel video («tornerò e faremo ancora più casino»)la gente di Chiaiano, di Marano, di Terzigno non si è mai dimenticata di scendere in strada a protestare, nonostante la repressione di Stato stia diventando sempre più feroce, come è ben visibile in questo video: http://www.youtube.com/watch?v=bedvtRoqurw. Ma si sa che i c.d. leader – veri o presunti, acclamati dal popolo od auto-proclamatisi tali – conoscono il solo verbo della propaganda, per cui è meglio parlare di qualcosa di più serio. Innanzitutto il video che trovate in apertura di post, dal titolo “Una montagna di balle”. È il lavoro, anzi il lavoraccio – visti tempi e tema trattato – di un gruppo di videomakers (e la partecipazione speciale di Ascanio Celestini come voce narrante e di Marco Messina della 99 Posse alle musiche) che dal 2003 al 2009 ha documentato la lunga formazione di quella che poi ci è stata venduta – dalle forze politiche in combutta con l'apparato mediatico mainstream – come “emergenza”. Già, perché nel “caso munnezza napoletana” di tutto si può parlare tranne che di “emergenza”, a meno che non ci sia qualche imbroglio semantico in corso di cui non mi sono accorto. «Circostanza o eventualità imprevista» recita il mio buon Zingarelli nell'edizione 2007.

Per i fumogeni citofonare ore pasti




«Non faremo più perdere soldi ai lavoratori, da oggi solo scioperi di sabato o di sera»
[Raffaele Bonanni, "leader" Cisl].

Per i fumogeni, invece, citofonare ore pasti...

Lotta di classe e pubblicità: sicurezza sul lavoro e senso di democrazia in Italia.

La situazione è oggettivamente tragica ma a me, in tutta questa storia, vien da ridere.
Viene da ridere quando uno che si spaccia da sindacalista (solo noi abbiamo la categoria dei "sindacalisti-crumiri”?) che si affanna a farci sapere che è scampato alla morte per un fumogeno lanciatogli dalla platea la cui lanciatrice (una compagna dell'Askatasuna) altro non ha fatto che rispettare quella Costituzione di cui tutti i giorni parliamo. Non ci credete? Beh, leggetevi il primo comma dell'articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», ed un fumogeno rientra a pieno titolo sotto questa definizione. O no?
Il leader Cisl (e qui stendo un pietoso velo...) altro non ha fatto che ribadire ancora una volta quello di cui cantava Fabrizio De André qualche anno fa, cioè la paura del Potere quando si trova disarmato di fronte all'avversario. O meglio: quando l'avversario può utilizzare le stesse armi del Potere, cioè la violenza. Anche su questo aspetto però ho qualche dubbio. Siamo davvero sicuri che quello che frettolosamente è stato definito “atto di violenza” sia tale? Si può parlare di violenza quando quella forma espressiva è l'unica che può utilizzare chi per anni viene vessato, umiliato, soggiogato da una forza che gioca la sua partita in una posizione diseguale – e sempre migliore – dell'avversario? O forse, quello, è il modo in cui si chiede l'attenzione di chi è impegnato – in maniera consapevole o meno – a guardare da un'altra parte? Mi torna di nuovo in mente il famoso bombarolo di De André: il singolo che si fa braccio armato, e dunque diviene voce, di e per una moltitudine (non quella teorizzata da Toni Negri...), che è esattamente quello che è successo qualche giorno fa alla festa del PD. Sarebbe stato interessante sapere come i media borghesi avrebbero trattato il bombarolo faberiano nella realtà: come minimo lo avrebbero descritto come uno “degli antagonisti” appartenente “ai centri sociali” e che, a ben vedere, era anche un “anarchico”.
C'è poi un altro – ancor più importante – elemento su cui focalizzare l'attenzione. Potremmo definirlo “il senso di democrazia della classe politica italiana”. Torniamo sempre a quell'episodio ed al contesto nel quale si è creato: la festa del Partito Democratico. Ho ancora ben impresse davanti agli occhi le immagini di Enrico Letta colpito da “sgarbite acuta” (quella malattia che prende Sgarbi quando si “impalla” e, con indice accusatorio, inizia a ripetere sempre lo stesso insulto nei confronti di qualcun@) mentre ribadiva che il famoso fumogeno costituiva atto di “antidemocraticità”.

OKKupare non è reato: via Volonté, numero 9.

Clicca sull'immagine per visualizzare il documentario

In via Volonté, a Roma, esattamente al numero 9 ci sono operai, traslocatori, addetti alle pulizie, elettricisti, baristi e precari vari. Tutta quella serie di biografie che si può trovare in una periferia. D'altronde siamo nella periferia nord della capitale, zona Bufalotta. Ma a quel numero civico, stando "alle carte" non esiste nessuna palazzina. Si può dunque parlare di "reato" quando si occupa una casa che - ufficialmente - non esiste? Già, perché in via Gian Maria Volonté, al numero 9 tutte le case sono occupate. La mentalità borghese definisce gli occupanti "delinquenti", ma chi è più "delinquente" tra un lavoratore che tenta di campare con 1.200 euro al mese - di questi tempi uno stipendio di tutto rispetto - e che si trova così, da un giorno all'altro, in mezzo ad una strada perché il Signor Padrone ha deciso di delocalizzare o perché, per motivi indipendenti dalla sua volontà è costretto ad allontanarsi dal lavoro e, al ritorno, trova un altro che fa le stesse cose che faceva lui? "Via Volonté numero 9" racconta esattamente questo, uno spaccato di quelli che i media principali hanno iniziato a chiamare "nuovi poveri", gente costretta agli equilibrismi tra i 1000 euro di stipendio e "le sette piotte" d'affitto con una famiglia sulle spalle. È esattamente così che nasce l'idea di occupare uno stabile in cui non ci abita nessuno: per necessità. D'altronde l'ha stabilito anche la Cassazione nel 2007 (lo stesso anno in cui veniva occupata la palazzina di via Volonté): il diritto alla casa è un bene primario per le persone e quindi, laddove impossibilitati ad ottenere un'abitazione in altro modo, è lecito occupare, nonostante la mentalità borghese consideri la cosa in tutt'altro modo.


Questo documentario fa parte dei 30 lavori che possono essere visti gratuitamente e votati (al massimo tre voti...) all'interno della rassegna "Via Emili@DocFest - Festival del documentario online" , una manifestazione che - attraverso la rete - vuole dare spazio alla produzione documentaristica indipendente, oggi divenuta fonte indispensabile per comprendere quella parte di società che non sta sotto i riflettori.

Che la tua vita faccia frizione e arresti la macchina...

Di solito non mi piace ricopiare interventi altrui su questo blog (come invece sembra andar molto di moda in parecchi siti di “controinformazione”), per due motivi in particolare: a) è molto più facile riempire uno spazio facendosi megafono di idee e proposte altrui piuttosto che spremere le meningi per partorirne di proprie e b) per dare spazio ad altri sul proprio blog hanno inventato i link. Ma stavolta è diverso. Il sito dal quale riprendo il testo è Macerie,un ottimo sito sul quale i compagni torinesi fanno Controinformazione diretta sui Centri di Identificazione ed Espulsione che, spesso, vengono snobbati dai media principali – anche da quelli che si dicono organici alla Sinistra e sui quali al massimo se ne legge solo qualche notizia di “breve” – ed anche perché, questa volta, il testo non è un’opinione o la cronaca di qualche “bella” (cioè qualche fuga). Stavolta si tratta di indicazioni operative, contenute in un manuale che circola sul territorio francese, terra in cui evidentemente – nonostante Sarkozy – il concetto di solidarietà è sempre stato ben più alto del nostro, sul come attivarsi in prima persona per impedire le espulsioni di persone che solo per sentirci “migliori” abbiamo imparato a chiamare “clandestini”. Da anarchico ho sempre ritenuto che la miglior pratica politica non sia quella rappresentativa, tipica della nostra democrazia in cui si crede di cambiare lo stato  artificiale delle cose semplicemente apponendo una “X” su questo o quell’altro simbolo politico che ci vengono proposti più o meno con scadenza triennale e che altro non sono che lo scontro tra questo o quel sistema di potere (principalmente economico e finanziario) bensì l’azione diretta, in particolare quando questa si pone in contrasto ad un’ingiustizia, ancor più se imposta per legge. Come diceva Henry David Thoreau: «Se la legge è di tal natura da richiederti di essere un agente dell'ingiustizia verso gli altri, allora, dico, infrangila. Che la tua vita faccia frizione e arresti la macchina...»

Intervenire contro le deportazioni in aeroporto
In Francia questa pratica d’intervento negli aeroporti esiste in maniera più o meno sistematica sin dal 1998 e si è diffusa maggiormente in questi ultimi tre anni. La maggior parte delle deportazioni avviene per via aerea. Le deportazioni effettuate con il treno, con i cellulari della polizia o via nave, utilizzate per rimpatriare algerini e marocchini, sono più difficili da ostacolare, sia per i reclusi che per i loro amici che stanno fuori.

Saluteremo il Signor Padrone (che vuole andare in Serbia…)

37497_1446894186163_1647444681_31075044_3970152_n Ma quanto mi piace Marchionne. Quel suo stile “tu vuò fa l’americano”, quel look che lo distingue dagli altri “top-manager” italiani. Sì, Marchionne mi piace davvero. Peccato che sia arrivato tardi: un gran barzellettiere, noi, ce l’abbiamo già e a tempo perso fa anche il Presidente del Consiglio. Perché anche Sergio “l’americano” è un gran barzellettiere, e magari tra qualche anno – una volta scomparso dalle scene il Silvio nazionale – potrebbe anche aspirare a prenderne il testimone in politica, visto che nell’avanspettacolo sono quasi alla pari.

La più bella barzelletta che gli ho sentito raccontare, per adesso – ma aspetto miglioramenti in merito – è stata la famosa “lettera aperta agli operai”: «Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente». Inizia così il suo “appello” all’unità della ditta. Certo, considerando tutti i licenziamenti politici di questi giorni e le migliaia di operai messi in cassaintegrazione e che con la dipartita della FIAT in direzione Kragujevac (Serbia) quel “persone a cui si tiene veramente” mi suona un po’ strano. Ma Marchionne è americano, forse ha problemi con la lingua italiana. Dunque andiamo avanti…Tralasciando quel «vi scrivo da uomo» che mi ricorda tanto un certo calciatore che qualche anno fa si definì «più uomo di tutti voi messi insieme» di fronte ad un’incredula folla di giornalisti per poi fare una figura miserrima nei campionati successivi, mi viene da ridere quando – memore del concetto di “fabbrica come grande famiglia” che andava di moda in Italia qualche decennio fa – fa sapere agli operai che di lì a breve licenzierà che proprio quella lettera è il modo più «diretto ed umano che conosca per dire le cose come stanno». Si vede che io i Padroni non li ho mai capiti, visto che credevo che il metodo più diretto e umano che avessero per dire le cose come stavano fossero sì le lettere, ma quelle di licenziamento! Sul finire della lettera poi, come nelle migliori delle rappresentazioni, arrivano i fuochi d’artificio: «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Lo ammetto: questa è davvero buona, quasi quasi è meglio di «stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata» che ogni tanto ci sentiamo ripetere dalla Premiata Ditta di Governo…L’invito all’ “onor di bottega”, poi, è squisito: «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.

Non spegni il sole se gli spari addosso

giuliani

Genova, (Italia) - Era esattamente 9 anni fa. Il 20 luglio 2001. Nel capoluogo ligure si erano riuniti i criminali più pericolosi del mondo, mentre a terra scorreva il sangue di un 23enne, ucciso – materialmente - da un burattino in divisa il cui compito era quello di difendere quei criminali che avrebbero deciso anche della sua vita (senza chiedergli nulla…) in quell’area invalicabile che chiamavano Zona Rossa.

L’Italia, ed il mondo intero, lo conobbe così Carlo Giuliani. Il volto di Carlo nel ricordo di tutti non è tanto quello delle foto successive. Il volto di Carlo è il suo passamontagna insanguinato, usato per non farsi identificare da chi, per legge, non è identificabile. A me piace pensare che quel passamontagna sia un po’ come quello del Subcomandante Insurgente Marcos e dei tanti e tante che lottano per i loro sogni nella Selva Lacandona.

«Noi, senza volto, incarniamo tutti coloro che combattono per la GIUSTIZIA. Non solo: rappresentiamo anche quelli che non hanno il coraggio di guardarsi in faccia. Non abbiamo identità, per ora; non siamo nessuno, ma, proprio per questo, ogni uomo che cerca la LIBERTA' può identificarsi con noi. Noi siamo chiunque ...»

Spesso quest’anno mi è capitato di pensare a Carlo Giuliani. Perché Carlo è morto a 23 anni – era nato nel 1978 - l’età che ho io adesso. E spesso mi viene da pensare come sia morire a quest’età, quando la strada da fare per prenderti la tua parte nel mondo è ancora in salita, quest’età in cui hai i sogni nel cassetto e la rivolta tra le dita, come canta Guccini in Eskimo. Mi chiedo spesso come sia morire a 23 anni, quando mentre stai organizzando i tuoi piani c’è qualcosa, o qualcuno – come in questo caso – che te li ruba…

Io Carlo Giuliani non l’ho mai conosciuto. Perché in quei giorni Genova la guardavo dalla televisione, occupato com’ero a fare ancora il ragazzino a cui interessava solo il pallone e quello che girava intorno a quel mondo. Non l’ho mai incontrato e se credessi nell’aldilà mi piacerebbe incontrarlo, in un futuro, per ringraziarlo. Già, perché anche se a Genova non c’ero, anche se le botte alla Diaz le ho viste solo dopo un po’ di tempo, furono proprio la pallottola di Placanica e il sangue di Carlo Giuliani, gli anfibi delle forze dell’ordine e i “tonfa” battuti sugli scudi che accesero la scintilla che è diventata la mia stella polare in questi nove anni. È per questo, forse, che ho sempre delle sensazioni strane quando parlo o scrivo di quei fatti, perché in qualche modo Genova ha rappresentato una specie di “seconda nascita”,

Eseguire gli ordini non è mica un reato.

«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano». Scriveva nel giugno 1968 Pier Paolo Pasolini, in quella che è considerata la più controversa tra le sue poesie (e, probabilmente, una tra le più controverse opere nella sua vastissima produzione letteraria e cinematografica). Quelle parole, come è evidente, fanno riferimento a quell’episodio passato alla storia come “la battaglia” di Valle Giulia. Il 1° marzo 1968, venne organizzato a Roma un corteo, che vide la presenza di circa 4.000 persone. Arrivati in Piazza di Spagna i manifestanti si divisero: una minoranza andò verso la città universitaria, la maggioranza invece si diresse verso Valle Giulia (tra i quartieri Parioli e Flaminio), con l’intento di liberare la Facoltà di Architettura, sgombrata poco prima dalle forze dell’ordine che si erano poste a difesa dell’istituto. Quel giorno, in piazza, c’erano molti di quelli che diventeranno poi i leader dei movimenti – di sinistra e di destra – che hanno scritto le pagine di storia di quell’epoca, come Oreste Scalzone (leader di Potere Operaio ed Autonomia Operaia) e Stefano Delle Chiaie (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale). Quest’ultimo, insieme a tutta la compagine di destra, verrà espulso di lì a poco – 16 marzo, giorno dell’assalto alla Facoltà di Lettere della Sapienza – dal movimento studentesco. Il casus belli che fa scoppiare gli scontri è il pestaggio, da parte di un gruppo di poliziotti, di un ragazzo che si trovava lì a manifestare: la reazione degli studenti – che, a differenza di manifestazioni precedenti, riuscirono a tener testa alle ben più attrezzate ed addestrate forze dell’ordine – fu immediata. Alla fine si registrarono 148 feriti tra le forze dell’ordine e 478 tra gli studenti, con 4 arresti, 228 fermati, otto automezzi della polizia incendiati e cinque pistole sottratte agli agenti.

Guardando le immagini del pestaggio di un’intera comunità – quella aquilana - che (non) arrivavano su quegli organi di informazione che oggi vanno in giro imbavagliati (solo per rendere palese un modo di fare ormai entrato nel “Decalogo del perfetto giornalista italiano”) mi sono venute in mente quelle parole con cui Pasolini si schiera al fianco dei poliziotti.

L’editto polacco

Sergio Marchionne è deluso: se Cristo si fermò ad Eboli, l’”american dream” dell’ad Fiat si è fermato davanti ai cancelli di Pomigliano d’Arco. Perché l’Italia non è l’America. Quell’America dove, come dice il partigiano Alfredo Reichlin a Luca Telese che lo ha intervistato per “Il Fatto Quotidiano” (qui l’intervista completa): «Lì [in America] un contratto nazionale non esiste più da anni. E infatti gli accordi portano i nomi delle imprese dove vengono stipulati».

E già, non dev’essere stato certo un bel risveglio per Marchionne la colazione servita dalla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, che si è messa di traverso al tentativo, ormai reiterato, di trasformare gli operai italiani in operai polacchi o cinesi o vietnamiti. Insomma: dei robot. E già, questa non è l’America. Non è l’America dei grandi Padroni aiutati dal potere politico (non quello partitico, che è tutta un’altra cosa…); non è l’America del “lavora, produci, crepa”. Questa è l’Italia, baby! Questo è il paese dei Di Vittorio, dei Trentin e dei tanti sindacalisti che hanno speso una vita per arrivare a far considerare i lavoratori degli esseri umani, e non sarà certo il primo “americanista” d’accatto a distruggere questo sistema.
  • Straordinario obbligatorio da 40 a 120 ore annue con possibilità per l’azienda di comandarlo come 18° turno, nella mezz’ora di pausa mensa, nei giorni di riposo, per recuperi produttivi anche dovuti a non consegna delle forniture;
  • Pause sui montaggi ridotte da 40 a 30 minuti giornalieri;
  • Possibilità di derogare al riposo di almeno 11 ore previste dalla legge da un turno all’altro per il singolo lavoratore;
  • Pagamento del trattamento di malattia contrattualmente previsto a discrezione dell’azienda (per la parte a suo carico);
  • Possibilità di modificare le mansioni del lavoratore senza rispettare il principio dell’equipollenza delle mansioni;
  • Ricorso per due anni alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria per ristrutturazione senza rotazione, con obbligo per il lavoratore alla formazione senza integrazione al reddito;
  • Possibilità di licenziamento degli operai che faranno sciopero se il “tasso di assenteismo” dovesse superare la media.
È questa la base dell’ultimatum che l’apparato padronale della casa automobilistica vuole imporre agli operai di Pomigliano e, da lì, estendere a tutti gli operai che lavorano per il Lingotto. Se è vero che i “collaborazionisti” Angeletti e Bonanni hanno ormai preso le parti dei Padroni

Carta per la Democrazia Insorgente

1. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sgretolamento della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, che ci eravamo abituati a considerare come uno spazio pubblico forse insufficente, ma comunque inalienabile. Tale consunzione lascia in piedi le forme sempre più vuote delle istituzioni democratiche; non le cancella d’un colpo e rapidamente come fecero i totalitarismi del 900, ma le priva -fino alla paralisi completa- di ogni potere concreto e decisionale; le riduce, per sottrazione continua, a inerti simulacri. Questo lento colpo di stato si è realizzato in Italia secondo un programma affine a quello redatto, anni fa, dalla loggia segreta P2; i cui esponenti sono oggi assurti alle più alte cariche dello Stato e a posizioni direttive nei giornali e nelle televisioni. Controllo completo dell’informazione; presidenzialismo sempre più accentuato; derisione delle leggi penali e intimidazione della magistratura; eliminazione delle lotte sindacali e dello spazio pubblico; a questi punti del vecchio programma autoritario si è aggiunto il razzismo e il letterale neofascismo della Lega.

2. Parlamento, istituzioni tradizionali della rappresentanza, partiti, sopravvivono come forme di puro spettacolo, tanto più ossessivamente presenti nei talk shaw e nei cerimoniali, quanto più sono sostanzialmente privi del potere più elementare di decisione. Il regime democratico viene integrato da centri decisionali ufficiosi, servizi e associazioni parallele, che si diffondono in una molteplicità frammentata. Questa attività in ombra affianca la celebrazione pubblica dello spettacolo. Essa si dispone accanto alle istituzioni, alle leggi e agli ordini professionali visibili. L’apparato giuridico e istituzionale resta apparentemente intatto: ma le decisioni spettano effettivamente ai poteri paralleli.
Non si tratta solo di interventi clamorosi e violenti, ma anche di misure che riguardano l’ordinaria quotidianità. I concorsi pubblici sono sostituiti da riunioni preliminari ufficiose; le decisioni amministrative sono prese entro consorterie private, sottratte a qualsiasi controllo delle amministrazioni elette; la libertà di stampa viene controllata prima di ogni censura da comitati editoriali che scelgono i giornalisti affidabili; molti reati finanziari sono di fatto depenalizzati, anche se le leggi che dovrebbero punirli restano ufficialmente in vigore. Questo processo determina la divergenza sistematica tra la regola pubblicamente ammessa e il centro decisionale occulto: cinismo, ipocrisia oggettiva, menzogna, divengono comportamenti sociali indispensabili per orientarsi in questa sorta di doppio comando sociale permanente. Chi resta legato ingenuamente all’apparenza pubblica dello spettacolo (e per es. si oppone a una decisione di fatto in nome di una norma del diritto) viene minacciato o emarginato.

3. Mafia e camorra divengono un modello attuale di funzionamento associativo segreto: non dunque una sopravvivenza arcaica, ma un organismo a pieno titolo esistente entro la società dello spettacolo. Mafia e camorra scorrono –per così dire- accanto al simulacro del potere pubblico, lasciandolo il più possibile intatto, colpendo le persone che volessero farlo funzionare oltre un livello semplicemente formale. Il loro modello è seguito dagli organismi decisionali paralleli, che ormai sostituiscono i poteri formali dello Stato. Tutto deve sembrare immutato, mentre in realtà ogni cosa sta cambiando; così la messa in scena della democrazia inverte e sostituisce la sua pratica reale. Per l’occhio di uno spettatore distratto, le sue apparenze appaiono più che mai funzionanti. La nuova Società Autoritaria si espande lentamente, come un vapore e un miasma, in un’atmosfera che non oppone più resistenza. E’ un contagio sottile e penetrante, che attacca la sostanza stessa della democrazia: finchè basta il colpo di un dito per farne cadere l’involucro.

4. Comunque si voglia chiamare la nuova Società Autoritaria (“spettacolare integrato”, come voleva Debord; “democrazia dispotica”, come ha proposto Marco Revelli), certo è che essa coniuga alla diffusione delle merci e dei mercati alcuni elementi caratteristici dei regimi totalitari del 900, creando un sistema di potere inedito, non interamente assimilabile né alla democrazia né al fascismo storico. Al potere spettacolare diffuso si affiancano ormai organi di decisione concentrata, capaci di gestire procedure di emergenza o l’uso aperto della violenza, come è avvenuto in modo clamoroso al G8 di Genova.
Nel sistema giuridico classico lo stato d’emergenza permetteva il ricorso alla dittatura e la sospensione del diritto abituale; nella Società Autoritaria procedure d’emergenza simulate e ingigantite con tutti i mezzi mediatici divengono una pratica alternativa e ricorrente della democrazia. Il fascismo storico fu caratterizzato dall’intromissione dello Stato nell’economia. La Società Autoritaria è una risposta alla liberazione possibile dal lavoro e all'uso comunitario delle tecniche e delle risorse. Il suo ambito proprio non è lo Stato, né la fabbrica, ma il controllo della vita che fuoriesce ed esorbita dalle vecchie strutture di dominio. In tal senso, come si è visto nella recente crisi economica, lo Stato non funziona come gestore pubblico dell’economia, tanto meno si pone come totalità organica; esso è ormai ridotto a pura funzione di sostegno del mercato (di ciò è un piccolo ma interessante segno il fatto che le tangentopoli attuali siano dirette da imprenditori e non da politici).

5. La democrazia ha oggi due nemici, apparentemente opposti e in realtà complementari: da un lato lo Stato “consensuale”, ridotto a un complesso di funzioni, ordinate in funzione del mercato e ad esso del tutto subordinate. A differenza di quello classico, criticato dal marxismo per il suo carattere ideologico, qui lo Stato si pone esplicitamente al servizio del mercato e trova anzi la sua gloria e la sua residua legittimazione nello svolgere questa funzione nel modo più efficiente possibile. D’altro lato, si diffonde invece una ideologia “umanitaria”, con cui si pretende di giustificare l’intervento violento in altre aree del mondo, in nome di una presunta difesa dei diritti umani delle vittime (come si è affermato per il Kosovo, per l’Afghanistan, per l’Iraq); questo democraticismo umanitario, in compenso, non riconosce alcun conflitto reale all’interno della propria identità statuale, coesa e consensuale. Il conflitto è rigettato interamente all’esterno e sull’”altro”. Questo universalismo umanitario è astratto, mentre quello concreto dovrebbe riconoscere il legame tra la disuguaglianza nelle metropoli occidentali e quella che domina in altri luoghi del mondo. Al contrario, si accredita l’idea di un’identità occidentale tutta coesa intorno al suo roccioso nucleo identitario e alle sue funzioni di governance del mercato: mentre al di fuori si estende il mondo feroce ed estraneo, che si tratterebbe di ricondurre sotto l’ordine della nostra polizia.

6. Questo ibrido di consensualismo e di universalismo astratto culmina in una società gerarchica e razzista, entro cui riaffiorano tratti tipici dei governi totalitari del 900. Rifiutando la nozione stessa di un conflitto reale, di una parte dei senza parte entro la nostra realtà sociale, cancellando la sua visibilità, il peso del negativo (peraltro sempre più difficilmente contestabile) ricade per intero sulle spalle dell’altro e dell’estraneo; è il nemico, il criminale, che introduce un alieno disordine in ciò che di per sé funzionerebbe come il migliore dei mondi possibili. Uno stupido buonismo ottimista si salda così a misure ferocemente gerarchiche, neanche esprimibili come tali: un conflitto non più dicibile e simbolizzabile si riversa come nuda violenza tra chi ha parte e chi non ne ha, più simile a una rivolta di schiavi che a un’insurrezione di cittadini. Di volta in volta, un gruppo etnico o gli immigrati in generale, vengono esclusi di fatto dalla cittadinanza, oggettivati come capri espiatori e mostrati come i responsabili della nostra insicurezza.

7. Il dominio astratto dell’economia e del diritto subisce una correzione, con l’affermarsi della Società Autoritaria, che ripropone rapporti di potere personali, forme di dipendenza servile, figure mitiche di soggettività. In primo piano, nella scena pubblica, restano le relazioni formali del diritto e del mercato; ma, contemporaneamente, si sovrappone ad esse la personalizzazione dei rapporti di potere. Una “decisione politica” viene a sovrapporsi al funzionamento “puro” del diritto e del mercato, per gestire procedure di emergenza continuamente riprodotte o inventate; esse esigono l’intervento di un potere diretto e personale (il carismatico Premier non si è forse precipitato a Napoli per vuotarla della monnezza? L’assai meno carismatico leader del PD non ha imposto forse un decreto d’urgenza per la questione sicurezza, che conteneva una riedizione in sordina delle leggi razziali?). Una mistura di astrazione giuridico-economica e personalità autoritaria caratterizza il regime spettacolare attuale: destinato al governo di una normalità che ormai non è più tale, ma un succedersi di mediocri eccezioni.
Il controllo sempre più soffocante sulla vita, si associa però a una festa spettacolare in cui non ne rimane traccia: il mondo rappresentato nei media è più che mai e sempre di più quello della libertà universale e senza limiti, promessa dall’ideologia della merce. Ciò che è rappresentato è l’inversione di ciò che è reale.

8. La Società Autoritaria procede intensificando, allo stesso tempo, l’atomizzazione e la separazione degli individui e la loro riunificazione immaginaria o fittizia, nelle immagini carismatiche dei leader o in quelle mediatiche della televisione. Una tendenza all’individualismo narcisistico e illimitato si salda così a una tendenza complementare al dispotismo. Quanto più si urla in tutte le piazze “Consumate e arricchitevi”, tanto più il successo e la gestione delle ricchezze sono affidati a una elite preselezionata e precotta, indegnamente legata da fili familistici e clientelari; l’uguaglianza immaginaria di fronte al denaro e al consumo nasconde la sempre più feroce disuguglianza reale. Raramente un regime politico ha intrattenuto una così sistematica dissociazione tra la psiche e la soggettività dei suoi membri e le gerarchie reali del potere. In tale scissione permanente tra il desiderare e il potere, è del tutto ovvio che la corruzione pubblica e privata si propaghi come unica forma di mobilità sociale, che il vendere se stessi appaia come uso tollerato; che a spettacolari ascese si accompagnino terrificanti cadute, esse stesse destinate a mantenere vivo il meccanismo (e le vendite) dei media spettacolari. Atomizzazione e dispotismo sembrano messaggi contraddittori; ma congiungendoli insieme la Società Autoritaria riesce meglio a spezzare la forza di resistenza del singolo e la sua capacità di unirsi a coloro che sono offesi ed oppressi quanto lui.

9. I partiti della Sinistra non hanno compreso la natura spettacolare della Società Autoritaria; sono entrati, come i poveri cristi a un banchetto di signori, nelle giunte, nel parlamento, nel governo. Si sono cioè identificati anima e corpo con gli istituti di rappresentanza formale dello Stato, nel momento in cui in verità questi non contano e non decidono più nulla. Hanno creduto allo spettacolo della politica, come se fosse la più rocciosa e indiscutibile delle realtà: hanno accettato cariche presidenze, ministeri, assessorati, come se in tali luoghi fosse ancora possibile esercitare il potere: più che una volontà, vediamo qui una nostalgia di potenza, che la cerca dove non ne rimane un’ombra. Afflitti dalla scomparsa del passato, i gruppi dirigenti della Sinistra sono rimasti legati alla forma del Partito, riflesso e premessa delle rappresentanze statali; mentre queste svanivano di fronte ai poteri paralleli e allo “spettacolo” della Società Autoritaria. Mentre i concorrenti del Pd almeno miravano dritto all’oro di una banca, la sinistra si accontentava della carta stagnola delle cariche parlamentari: così mostrando di credere più al fantasma spettacolare dell’unità nazionale, che al conflitto di classe sempre meno rappresentato, e sempre meno visibile, in atto nella realtà.

10. Il rifiuto della violenza come strumento della lotta politica deriva dal suo elemento ripetitivo e mimetico. La risposta alla violenza tende a perpetuarla, assimilando i modi stessi dell’aggressore. La militarizzazione della lotta politica tende a sospendere quei diritti e quel rispetto della vita, che si volevano, all’inizio, salvaguardare. Essi restano –al massimo- il fine remoto dell’azione; ma nel frattempo viene usata, come mezzo, la violenza stessa dell’aggressore, si deve sospendere, per un tempo indeterminato, il rispetto dei diritti umani. In tale tempo, la risposta diviene speculare e simmetrica all’atto aggressivo. Siamo talmente assorbiti dai mezzi, da dimenticare completamente i fini.
D’altra parte, la risposta non violenta all’oppressione non ha nulla del conformismo legalista: essa comporta la sospensione continua delle leggi e degli ordini, che permettono il dispiegarsi dell’azione violenta. La disobbedienza civile, la non collaborazione, il boicottaggio, lo sciopero selvaggio, generale o generalizzato, sono i principali strumenti di lotta non violenta, proposti da Gandhi: in effetti, la non violenza va intesa come il rispetto senza riserve dell’integrità fisica e psichica di qualunque essere umano. Se tuttavia uno sciopero produce danni al denaro o alle macchine dell’oppressore, ciò è assolutamente legittimo: forse che il denaro ha carne e sangue, che soffrono? O le macchine hanno un’anima tenera, che non si può offendere? Gandhi ha così riassunto il concetto di non violenza: “Un vero seguace della resistenza civile si limita a ignorare l’autorità dello Stato. Egli si pone al di fuori della legge rifiutandosi di obbedire a tutte le leggi immorali dello Stato…Quando un insieme di uomini cessa di riconoscere lo Stato sotto il quale fino ad allora ha vissuto, ha quasi creato un suo nuovo Stato”.
A differenza da Gandhi, tuttavia, pacifisti radicali (come Simone Weil e Dietrich Bonhoffer) ritennero legittima la violenza di resistenza contro un regime di genocidio sistematico o contro la pratica generalizzata dei campi di sterminio. Si può ritenere che di fronte alla pianificazione della stessa scomparsa dell’umano, e solo in tal caso, la violenza di resistenza divenga un male inevitabile.

11. Alla Società Autoritaria si contrappone la Democrazia Insorgente. Essa porta alla luce il conflitto latente nella realtà sociale, sottratto alla visibilità da rappresentazioni smortamente conciliative e ipocritamente “buoniste”; dà voce e articolazione alla lotta dei “senza parte”, e cioè di coloro che sono di fatto esclusi dalla cittadinanza e ancor più dall’elite dominante; impedisce che il conflitto sia risolto dalla polizia di stato o rimesso al puro arbitrio dei rapporti di forza. E’ lecito immaginare istituzioni democratiche diverse da quelle dello Stato, in cui sia possibile prendere decisioni che riguardano l’essere-in-comune, rispettando la differenza dell’altro, e la specificità dell’ambiente sociale in cui deve essere assunta la decisione. Al decentramento –ovunque possibile- delle decisioni politiche, meglio corrispondono istituzioni partecipative, invece che parlamentari; esse hanno fatto la loro comparsa nelle insorgenze rivoluzionarie del 900 e affiorano in movimenti di lotta vivi oggi in diversi luoghi del mondo. E’ un’utopia? E forse lo “Stato sociale” non è la più tramontata delle utopie? E lo “Stato democratico” non sta seguendo la stessa sorte? Almeno l’istituzione partecipata mira a trasformare in modo nuovo l’esistente e il futuro, a definire una nuova condizione di cittadinanza. Il realismo politico è tale solo in apparenza e non fa che aggrapparsi a forme di fatto già liquidate dalla storia, come lo Stato Nazione, subordinato alla logica economica mondiale e globale. Non si è visto forse il ministro nazional-popolare Padoa-Schioppa eseguire come uno zelante funzionario gli ordini suicidi della Banca Centrale Europea?

12. Esiste in Italia una rete possibile di presidi, movimenti locali e di base -come in val di Susa e a Vicenza-, Centri sociali, Cantieri autonomi, che potrebbero scegliere la forma della democrazia insorgente, abbandonando rappresentanze formali vuote. L’azione politica dev’essere, ovunque possibile, radicata nel “sito”, nella specificità del luogo e dell’ambito vitale, in cui sono coinvolti i suoi attori. L’azione politica è sempre “situata” e rigorosamente tempestiva in una situazione data. Il “sito” è l’essere-in-comune dove gli umani possono convenire insieme, rovesciando i rapporti asimmetrici di potere; l’azione politica si radica indissolubilmente alla specificità del “sito” in cui interviene. In Italia questi luoghi specifici di resistenza e di azione politica sono sparsi e diffusi a livello molecolare. Come collegarli in una forma comune, senza ricadere nell’ottica ingannevole dei Partiti e delle istituzioni dello Stato? Occorre, in primo luogo, definire il principio regolatore di un’attività politica possibile: l’unità di misura di questo agire sarebbe una comunicazione orientata a persuadere l’altro, piuttosto che a determinarne la sottomissione in un rapporto di servitù; ma d’altra parte, questa persuasione per comunicazione non ha nulla di idilliaco, non è garantita da nessuna “expertise” e si scontra duramente con i poteri gerarchici effettivamente esistenti. Se il dialogo è al principio della democrazia, esso apre il suo spazio all’interno del conflitto col potere, e la democrazia è costitutivamente e inevitabilmente “insorgente”.

13. L’”insorgenza” definisce quei momenti di cesura della storia, in cui –nell’intervallo tra la crisi di un vecchio regime e il costituirsi di nuove istituzioni- si è tentata la via di una comunità politica determinata dalla persuasione comune, e non dai rapporti di dominanza. C’è sempre l’eventualità che la deliberazione comune si irrigidisca in struttura astratta, che l’altro ricada nel medesimo, che i molti vengano ricondotti all’Uno. La democrazia insorgente non è una forma data una volta per tutte, ma l’opera continua di trasformazione del potere in libertà, della disuguaglianza in eguaglianza. E’ un processo, non uno Stato, e non ha mai termine definitivo. E’ in questo eccesso e in questo scarto, che Marx vedeva il significato irripetibile della Comune di Parigi. La “Costituzione comunale” si proponeva infatti esplicitamente di sfuggire all’autonomizzazione e all’irrigidirsi delle forme politiche, rispetto ai “molti” da cui esse erano state originariamente promosse. Le democrazie insorgenti non distruggono solo un regime autoritario, ma combattono la tendenza a solidificare la rivolta in nuove forme di astrazione, di dominio dell’Uno sui molti.

14. Quando oggi la democrazia spettacolare viene presentata come uguaglianza realizzata, questa è menzogna ed illusione; perché alla sua base sussiste un torto e una disuguaglianza sostanziale. Tuttavia, l’esistenza di questo torto non rende inutile il parlare di democrazia, ma ne costituisce l’essenza politica profonda: la democrazia non è uno Stato realizzato, ma il processo rivoluzionario grazie al quale i senza parte acquistano consapevolezza di sé e pretendono di rovesciare il rapporto di disuguaglianza in cui si trovano. Se l’uguaglianza è riconosciuta come principio, ma in effetti lo Stato esclude una parte dei senza parte dalla cittadinanza, allora chiederne un’applicazione più completa ed estesa significa riattivare il conflitto tra chi è privo di diritti e chi li possiede. Come ha mostrato Jacques Rancière nel caso del proletariato e del movimento delle donne, il riconoscimento formale del principio d’eguaglianza inaugura lo spazio in cui il torto può essere riconosciuto come tale, in cui si apre il disaccordo e il conflitto perché l’eguaglianza venga effettivamente realizzata. Battendosi per la cittadinanza e l’eguaglianza i “senza parte” si riconoscono come soggetto insorgente, in una consapevole lotta di classe e pongono le condizioni comunicative e simboliche della loro liberazione.
La democrazia è per sua essenza la rivendicazione di un torto e l’attivazione di un conflitto. La democrazia iscrive nel centro stesso dell’azione politica il disaccordo, il riconoscimento e il rifiuto del torto, la negazione della disuguaglianza. Nell’insorgenza democratica –che non può essere ridotta alla sola emancipazione economica- il popolo diviene ciò che prima non era, grazie all’articolazione linguistica e politica del suo diritto all’eguaglianza: soggetto riconosciuto come tale, uscito dalla sua condizione di minorità. Iscrivendo nel diritto scritto la rivendicazione di eguaglianza, i senza-parte escono dal loro mutismo dominato, divenendo consapevoli della propria potenza costituente. Il popolo, il demos, tende a essere sempre o più di se stesso –senza parte che divengono soggetto politico-, o meno di se stesso –plebe e massa amorfa, passiva materia di dominio.

15. Nel 1832, durante un processo, il rivoluzionario Auguste Blanqui –richiesto della sua professione- rese la risposta simbolica: “proletario” e costrinse la corte a riconoscere l’esistenza di un soggetto, che –in quanto tale- non ne possedeva alcuna. Proletario significava infatti semplicemente colui che non ha nulla e non significa nulla; nella risposta di Blanqui, diventa un soggetto di diritti, che richiede il riconoscimento della propria eguaglianza. In una insorgenza rivoluzionaria, affermarsi come soggetto di diritti è altrettanto importante che impadronirsi dei mezzi di produzione. Aver trascurato questa verità, affidandosi all’automatico intensificarsi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, costituisce una delle debolezze maggiori del marxismo; mentre Marx stesso nei suoi scritti sulla Comune poneva la questione dei diritti politici e dell’uguaglianza al centro della sua riflessione. La fiducia cieca nel progresso tecnico, nello sviluppo ad ogni costo, nella crescita continua dei mezzi di produzione e nel suo sbocco rivoluzionario, costituisce l’utopia delusa del marxismo; mentre invece la lotta di classe conserva la sua bruciante attualità come nucleo profondo dell’azione politica. Cosa dovrebbe rispondere oggi un “senza parte” posto nelle stesse condizioni di Aguste Blanqui? Forse dovrebbe rivendicare con orgoglio simbolico di essere “Clandestino”, fuori delle leggi attuali dello Stato e disposto a lottare per un essere sociale in cui venir riconosciuto a pieno titolo “Cittadino”. Il passaggio dalla clandestinità alla cittadinanza è oggi un passaggio politico rivoluzionario, e riguarda in primo luogo i migranti e gli esclusi, ma anche tutti coloro che una condizione crescente di precarietà priva di luogo, di radice, di legame a un ambiente riconosciuto e riconoscibile di vita; vite e lavori precari, cui è impedito ogni progetto, che non sia la chiacchiera spettacolare; uomini cui è stato sottratto, in senso letterale, il tempo futuro e –con esso- il respiro della speranza.

16. Alle politiche della Società Autoritaria –realizzate da feroci politici clown- occorre rispondere con una ripresa espansiva del diritto di cittadinanza. Il lavoro politico democratico mira a costruire l’identità di una parte dei senza parte e includere in essa sia gli immigrati privi di diritti, che gli Italiani colpiti e immiseriti dalla nuova struttura gerarchica del potere. La loro divisione è mantenuta e coltivata con tutti i mezzi della società spettacolare, oltre che con l’uso sempre più frequente dello stato d’emergenza e di “insicurezza”.
Dentro o fuori le istituzioni esistenti, l’importante è che l’azione politica produca “inclusioni d’eguaglianza”. Da questo punto di vista i diritti dell’uomo e del cittadino non possono certo divenire un feticcio, buono a nascondere la disuguaglianza economica; ma possono essere uno strumento di riconoscimento identitario e di soggettivazione egualitaria dei senza parte. L’emancipazione sociale non può essere disgiunta dall’emancipazione politica, dalla lotta contro la caricatura del diritto imposto dalla Società Autoritaria.

17. In una nuova definizione del diritto di cittadinanza non si può prescindere da una “coscienza di luogo”. La parola “cittadino” allude oggi non solo al riconoscimento astratto e giuridico dell’eguaglianza e delle pari opportunità di lavoro e di vita (benché anche queste siano sempre più disattese dalla politica della Società Autoritaria), ma anche alla condizione concreta di “abitante della città”, una condizione materiale non vincolata al ciclo del capitale e alla produzione di valore. Ogni uomo ha diritto in primo luogo alla conservazione e alla salvaguardia dell’aria, della terra, dell’acqua e del fuoco (energia) del luogo in cui vive. Questo diritto elementare, base di ogni altro, gli è oggi negato da una sfruttamento illimitato delle risorse, retto dalla logica dello sviluppo e del profitto, che entra in contraddizione con la possibilità stessa della vita. La cittadinanza presuppone la salvaguardia del luogo e la cura per la sua qualità di vita. Essa non può essere limitata dall’etnia, dalla religione, dalla cultura di origine. Chi lavora e abita in un luogo ha diritto di partecipare alle assemblee, ai presidi, all’elettorato attivo e passivo, alla gestione delle vie di comunicazione, della sanità e dell’informazione del luogo di cui condivide il futuro ed ha il dovere di preservarne la qualità di vita e le risorse naturali. Egli è responsabile, in quanto cittadino, dei diritti e dei doveri che la sua appartenenza al luogo comporta. Il compito più urgente della democrazia insorgente è la richiesta della cittadinanza piena per i migranti che svolgano un lavoro lecito e utile in tutto il territorio italiano (intendendo con ciò la concessione dei diritti civili, politici e sociali). La definizione di lavoro “utile e lecito” richiede d’altra parte l’eliminazione del lavoro “nero” e clandestino e il riconoscimento della pari dignità di ogni lavoratore, del suo reddito minimo garantito: e inoltre l’abolizione di ogni forma di sfruttamento e di licenziamento sottratta al controllo delle leggi.

18. La salvezza delle risorse naturali dal modello economico che oggi le consuma richiede a un tempo, senza contraddizione, la “coscienza del luogo” in cui si vive, e il riconoscimento del diritto universale alla sopravvivenza della vita. Tutelando l’acqua e l’aria del paese o della valle in cui abito, contribuisco anche, come cittadino, alla difesa dell’acqua e dell’aria come beni universali, come risorsa comune e condivisa. Sempre più si intensificherà lo scontro tra gli Stati-funzione del capitale, che mirano all’incremento illimitato dello sfruttamento economico, e gli interessi vitali dei cittadini, che non vogliono vivere in un territorio desertificato o cementificato o ridotto a cumulo di rifiuti. Tra breve si imporrà una scelta radicale tra una tecnica guidata dalla volontà di potenza sulla natura e orientata al suo sfruttamento illimitato, e una tecnica che si ponga al servizio della qualità dei beni piuttosto che della loro quantità. Ciò non comporta affatto il rifiuto della scienza e della tecnica, ma –al contrario- un salto di paradigma nella loro struttura e nella loro finalità, una svolta copernicana già altre volte avvenuta nella storia dell’umanità. L’apparato tecnico deve essere adeguato alle attuali necessità vitali degli esseri umani e non viceversa.

19. Presidi, cantieri, consigli, municipi partecipati, si radicano nella realtà e nella coscienza del luogo, e vi difendono beni universali condivisi. La coscienza del luogo richiede perciò momenti di riconoscimento e di articolazione in cui le diverse realtà prendano contatto l’una con l’altra, e sostengano una lotta e un’iniziativa comuni. E’ possibile pensare a una Assemblea Costituente, in cui ogni presidio o comune mandi i propri delegati a rappresentarlo; ma essi sarebbero soggetti a un mandato imperativo e la loro nomina sottoposta a revoca in ogni momento, su richiesta della maggioranza dei cittadini che li hanno delegati. Un patto federativo può essere la base di una democrazia insorgente, fondata sui luoghi dove le comunità e le persone si formano, vivono, agiscono: le città e i territori.

20. In uno dei momenti più cupi della storia del 900, Walter Benjamin scriveva che la rivoluzione non era paragonabile alla locomotiva del progresso lanciata a folle velocità verso l’avvenire, ma piuttosto a un freno d’emergenza, che occorreva azionare, per impedire la catastrofe prodotta dal capitalismo; solo opponendo il principio del limite e del rispetto della vita a quello dello sviluppo e del profitto illimitato sarebbe possibile sperare ancora nella salvezza della terra. Questo compito è urgente e non rinviabile: il senso del nostro agire politico, e forse della nostra intera esistenza, dipende dalla tempestività e dall’efficacia della nostra insorgenza.

Avvertenze. Il termine “democrazia insorgente” è stato proposto da Miguel Abensour. La riflessione sulla democrazia come disaccordo, come torto e “parte dei senza parte”, è stata sviluppata da Jacques Rancière. “Coscienza di luogo” è un concetto proposto da Pierluigi Sullo. La riflessione sulla società dello spettacolo ha come principale riferimento Guy Debord. La complementarità fra atomizzazione e dispotismo risale a un testo di Tocqueville studiato da Claude Lefort. In un punto del testo viene utilizzata una frase di Hegel sul crollo dell’Ancien Régime. Si sono tenute presenti le Tesi sul nuovo fascismo, pubblicate anni fa dalla rivista “Luogo Comune”.