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"Diaz" quotidiane. Viaggio nelle "carceri per sans papiers"

foto: tuttosquat.net
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/diaz-quotidiane-viaggio-nelle-carceri-per-sans-papiers/27407/

LAMPEDUSA, 6 maggio 2012 – «Non aver elencato, almeno nei titoli di coda del film Diaz, i nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati, mi ha fatto ricordare il rapporto finale sui desaparecidos in Argentina, presentato all'opinione pubblica senza l'allegato con i nomi dei responsabili dei crimini, e un proverbio: la vipera morde chi è scalzo», scriveva su Il Manifesto, due giorni fa Luis Mario Borri, in merito al film di Daniele Vicari che – da quel che si legge in giro – è ben altra cosa da quella denuncia sociale che il sottotitolo - “don't clean up this blood”, “non pulire questo sangue” - preannunciava. Ma da Genova 2001 di tempo ne è passato. Perché, allora, “addomesticare” un film che avrebbe potuto invece essere ben altra cosa?

Da Genova 2001, comunque, le “Diaz” si sono moltiplicate. Oggi si chiamano Centri di Identificazione ed Espulsione, luoghi nei quali i migranti entrano solo perché scappati da paesi in guerra o da paesi “instabili”, dove non c'è il tempo di fare domanda scritta per avere i documenti in regola. Anche perché spesso il posto in cui farla neanche c'è.
Arrivano in Italia e vengono reclusi in questi centri, dove dalla scorsa estate si può rimanere rinchiusi anche un anno e mezzo senza aver commesso alcun reato penale (al massimo si tratta di un illecito amministrativo). E mentre si aspetta ci si ritrova in mezzo a pestaggi non denunciati per paura – quando non vengono direttamente investiti dai mezzi delle forze dell'ordine come avvenuto al Centro di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano[1] - psicofarmaci, sedativi dietro sbarre alte sette metri e filo spinato. È stato registrato più di un caso in cui a finire in questi centri siano ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, in quanto l'Italia dà la cittadinanza a ragazzi nati da genitori italiani all'estero, che magari con il nostro paese non hanno il minimo contatto (ma che molto aiutano i governi con il voto delle “circoscrizioni estere”) trattando i cosiddetti “G2”, i figli di genitori non italiani nati però nel nostro territorio, come veri e propri “stranieri nella loro nazione”, come cantava nel 2006 Amir, rapper di padre egiziano ma romano di nascita e accento.
Una situazione denunciata sia dalla commissione Diritti Umani del Senato, che lamenta anche l'assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento, e dall'Organizzazione delle Nazioni Unite. Non proprio quelle che si definirebbero “organizzazioni estremistiche”.
Tutto, peraltro, viene fatto senza che ai giornalisti venga permesso di entrare.

Lo stupro non è un reato. Se porti una divisa...

Sottotitolo: la giustizia non fa parte di un sistema di potere

«Una sera di agosto, prima delle proteste del 13 - ha detto la ragazza - l'ispettore Addesso venne in camera mia mentre stavo dormendo, s'infilò nel letto e iniziò a toccarmi».
A dirlo, anzi a denunciarlo durante un processo qualche mese fa fu Joy, una ragazza nigeriana che, arrivata in Italia - come tante, come troppe - con l'illusione di un lavoro e poi finita nel giro dello sfruttamento e della prostituzione era per questo passata attraverso l'inferno dei Centri di Identificazione ed Espulsione, mentre i suoi aguzzini continuano a rimanere impuniti. D'altronde siamo pur sempre il paese in cui le vittime sono dipinte come carnefici ed i carnefici come eroi nazionali...

Quell'ispettore Addesso - Vittorio Addesso per essere precisi - in servizio presso il C.I.E. di via Corelli a Milano questa mattina ha "subito" il processo (con la formula del rito abbreviato) per quella violenza sessuale.
La sentenza non ha fatto altro che confermare due cose: a) che in questo paese i reati in divisa rimangono impuniti (e la lista diventa sempre più lunga, dalle finte molotov introdotte alla Diaz ai tantissimi pestaggi in carcere che in alcuni casi - comunque troppi - si trasformano in omicidi); b) che l'unica legge vigente in Italia è la legge del più forte. Cioè di chi indossa una divisa.
Perché Vittorio Addesso ha ottenuto un'assoluzione "con formula piena", per cui potrà riprovarci di nuovo, magari dietro la promessa di una riduzione del soggiorno al centro, la stessa promessa che aveva fatto a Joy.

La storia di Joy la potete leggere qui: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/03/per-la-liberta-dinformazione-si-ma-di.html, per cui non sto a ripetervela.

Si fa un gran parlare della dignità delle donne italiane per il caso Ruby. Si fanno appelli, si promuovono - o quantomeno si cerca di promuovere - azioni collettive per fronteggiare l'idea di donna-oggetto che l'Italia sembra avere adottato come modello culturale, si va in televisione a chiedersi "se non ora quando?".

La repressione colpisce ancora: comunicato di Radio Onda Rossa

A SOSTEGNO DELLA NOSTRA COMPAGNA E DI TUTTO IL MOVIMENTO CONTRO I CIE CONTRO OGNI REPRESSIONE 



In questi giorni la repressione sta colpendo chi lotta per la chiusura dei Cie.
Infatti, all'alba del 13 gennaio scorso, a Roma, sono scattate le perquisizioni ad opera della digos in casa di quattro persone, accusate per delle scritte contro i Cie e la Croce rossa.
Nello stesso tempo, a una delle redattrici di questa radio è stata comminata una sanzione pecuniaria (di ben 5.000 euro). La sanzione si riferisce alla giornata del 13 marzo 2010 quando, durante un presidio solidale fuori dalle mura del Cie di Ponte Galeria, nelle gabbie è scoppiata la rivolta e i reclusi sono saliti sul tetto per gridare la loro rabbia. Le forze dell'ordine hanno risposto con una serie di cariche violentissime, davanti alle quali i solidali e le solidali hanno reagito col blocco dei binari del treno che, costeggiando il Cie, collega il centro di Roma all'aeroporto di Fiumicino. A quest'azione è seguito un corteo spontaneo per comunicare alla città quanto era avvenuto. In quella giornata la nostra redattrice era presente così come sempre è presente Radiondarossa, dando voce alle lotte che si muovono in questa città e che difficilmente trovano spazio su altri mezzi di informazione.

Le iniziative contro il Cie di Ponte Galeria hanno visto la partecipazione di gran parte della cittadinanza attiva, anche di persone che prima erano ignare dell'esistenza di un luogo in cui vengono recluse delle persone solo perché prive di un permesso di soggiorno, un documento  legato al contratto di lavoro e dunque allo sfruttamento. Questo grazie proprio a quel lavoro di comunicazione e informazione che evidentemente in questo momento da fastidio e si vuole  reprimere.

RadiOndaRossa esprime tutta la sua solidarietà a chi si attiva ed è solidale con le lotte antirazziste e delle persone migranti, dentro e fuori dai Cie, lotte che continueremo a raccontare tramite i nostri microfoni direttamente dai e nei luoghi di conflitto.

Solidarietà per tutte e tutti!

Le compagne e i compagni della redazione di RadiOndaRossa

Gli italiani riuscirebbero a diventare italiani?

La data di scadenza è il 9 dicembre 2010. Da quel momento gli stranieri (etichettati come “soggiornanti di lungo periodo”) che vorranno diventare italiani potrebbero non avere vita così semplice.
Da quella data, infatti, anche in ambito permesso di soggiorno entrerà in vigore quell'aberrazione dell'intelletto umano volgarmente denominato “pacchetto sicurezza”.
Come al solito in questo paese nulla si crea né si distrugge se non passando nelle forche caudine della burocrazia italiana. Spesso una via senza uscita...

A mio modo di vedere lo straniero che intende diventare cittadino del nostro paese, ancor prima di fare la conoscenza della nostra farraginosa macchina burocratica dovrebbe porsi una domanda fondamentale: ne vale davvero la pena? Cioè: visto il momento storico nel quale ci troviamo – un clima nel quale la xenofobia sembra essere diventata il primo punto del programma di governo – è davvero l'Italia il posto su cui investire ed in cui crearsi un futuro per un/a cittadin@ stranier@?

Non potendo rispondere a questo quesito, non tanto perché nato e cresciuto italiano quanto perché, da anarchico, non concepisco l'utilità di concetti come “patria” o “confini”, dunque mi sembra completamente inutile che un individuo possa chiedere la protezione di questo o quell'altro paese attraverso la richiesta di cittadinanza (“Nostra patria è il mondo intero” recita d'altronde uno dei più noti stornelli anarchici...) è interessante però guardare all'iter a cui si va incontro se si vuole diventare italian*.
Di tutto il procedimento introdotto nell'ultimo periodo c'è una cosa che mi fa ridere: l'esame di lingua per stranieri. Mi fa ridere perché lo trovo totalmente inutile, considerando che l'italiano – come lingua nazionale – esiste solo nelle grammatiche che ci fanno studiare a scuola o nelle carte di quella famosa burocrazia di cui in precedenza.
Sono passati 150 anni dal sacco del Meridione, grazie al quale – oggi – il nord può arrogarsi il titolo di “zona trainante” per l'economia di questo paese, dunque sono 150 anni che – almeno in teoria – abbiamo adottato come lingua ufficiale l'italiano. Ma esiste davvero questa lingua? Pensiamoci un attimo: noi italiani, la nostra lingua, la conosciamo? Non mi riferisco al burrascoso problema che abbiamo con la coniugazione del congiuntivo, quanto ad una cosa ben più importante come i dialetti (in alcuni casi vere e proprie lingue alternative all'italiano e come tali riconosciute).

Che la tua vita faccia frizione e arresti la macchina...

Di solito non mi piace ricopiare interventi altrui su questo blog (come invece sembra andar molto di moda in parecchi siti di “controinformazione”), per due motivi in particolare: a) è molto più facile riempire uno spazio facendosi megafono di idee e proposte altrui piuttosto che spremere le meningi per partorirne di proprie e b) per dare spazio ad altri sul proprio blog hanno inventato i link. Ma stavolta è diverso. Il sito dal quale riprendo il testo è Macerie,un ottimo sito sul quale i compagni torinesi fanno Controinformazione diretta sui Centri di Identificazione ed Espulsione che, spesso, vengono snobbati dai media principali – anche da quelli che si dicono organici alla Sinistra e sui quali al massimo se ne legge solo qualche notizia di “breve” – ed anche perché, questa volta, il testo non è un’opinione o la cronaca di qualche “bella” (cioè qualche fuga). Stavolta si tratta di indicazioni operative, contenute in un manuale che circola sul territorio francese, terra in cui evidentemente – nonostante Sarkozy – il concetto di solidarietà è sempre stato ben più alto del nostro, sul come attivarsi in prima persona per impedire le espulsioni di persone che solo per sentirci “migliori” abbiamo imparato a chiamare “clandestini”. Da anarchico ho sempre ritenuto che la miglior pratica politica non sia quella rappresentativa, tipica della nostra democrazia in cui si crede di cambiare lo stato  artificiale delle cose semplicemente apponendo una “X” su questo o quell’altro simbolo politico che ci vengono proposti più o meno con scadenza triennale e che altro non sono che lo scontro tra questo o quel sistema di potere (principalmente economico e finanziario) bensì l’azione diretta, in particolare quando questa si pone in contrasto ad un’ingiustizia, ancor più se imposta per legge. Come diceva Henry David Thoreau: «Se la legge è di tal natura da richiederti di essere un agente dell'ingiustizia verso gli altri, allora, dico, infrangila. Che la tua vita faccia frizione e arresti la macchina...»

Intervenire contro le deportazioni in aeroporto
In Francia questa pratica d’intervento negli aeroporti esiste in maniera più o meno sistematica sin dal 1998 e si è diffusa maggiormente in questi ultimi tre anni. La maggior parte delle deportazioni avviene per via aerea. Le deportazioni effettuate con il treno, con i cellulari della polizia o via nave, utilizzate per rimpatriare algerini e marocchini, sono più difficili da ostacolare, sia per i reclusi che per i loro amici che stanno fuori.

La giustizia è ottusa. La storia di Faith Aiworo

Bologna (Italia) - Nel precedente post sostenevo che l’Italia è un paese mafioso. No, niente riferimenti a Dell’Utri, Berlusconi e simili, ma un riferimento che a me sta molto più a cuore delle “male pratiche” del governo. L’Italia è un paese mafioso perché gli omicidi su commissione sono prerogativa della criminalità organizzata, come tante volte abbiamo visto nei film. Ma questo non è un film. Questa è la storia di una ragazza di 23 anni, che il nostro “civile e democratico” paese ha mandato a morte – non si sa se già eseguita, visto che non si riesce ad averne notizia – in Nigeria, il suo paese natale. Questa ragazza si chiama Faith Aiworo, è arrivata in Italia due anni fa, dopo che nel suo paese ha scontato due anni di prigione – uscendone dietro cauzione – per aver ucciso quattro anni fa il suo datore di lavoro che l’aveva violentata. Due anni fa arriva a Bologna, dove però non riesce a trovare né un modo per ottenere il permesso di soggiorno né fa domanda di asilo politico, visto che nessuno le ha mai spiegato che esisteva questa possibilità, cosa che mai viene fatta con gli stranieri (e poi ci lamentiamo se non rispettano le regole: se qualcuno si prendesse la briga di spiegargliele forse staremmo tutti meglio!) Qualche giorno fa alla porta dell’appartamento bolognese di Faith suonano le forze dell’ordine, chiamate dai vicini allarmati dagli strani rumori che provenivano dal suo appartamento, dove due suoi connazionali stavano tentando di violentarla di nuovo.
Essendo in Italia, secondo voi chi ha pagato? Visto che in questo paese la giustizia è ottusa, e gli uomini che la rappresentano non hanno l’ordine di far funzionare il cervello, Faith viene prima spedita nel Centro di Identificazione ed Espulsione in via Mattei, e poi, martedì 20, viene rispedita in Nigeria, dove il processo a suo carico si è concluso con una sentenza di impiccagione, visto che nel paese africano non esiste il concetto di “legittima difesa”.
Lo Stato, lo sappiamo, è assassino per definizione. E il nostro – nonostante qualche anno fa si fece promotore della moratoria contro la pena di morte – è forse uno dei peggiori, visto che si uccidono (pardon, si lasciano morire) persone il cui unico desiderio è quel futuro che a noi è dato per fortuna geografica in mezzo al Mediterraneo e, nel caso in cui riescano a salvarsi, vengono lasciati morire nei C.I.E.
Secondo “le carte” il nostro paese ha violato non solo gli articoli 2, 10 e 27 della propria carta costituzionale (ma vabbè, con quella non solo i leghisti ci si puliscono il culo)

Joy è libera. Più o meno...

Lo avevo annunciato già qualche giorno fa. E da quel giorno aspettavo solo di leggerne l'ufficialità.
Joy è finalmente uscita dal circuito disumano dei C.I.E., anche se non si può parlare di libertà "vera". Ha ottenuto il permesso di soggiorno come vittima di tratta, ma il lavoro burocratico necessario alla sua incolumità è ancora lungo. Qui: http://www.autistici.org/ondarossa/archivio/mfla/i%20saluti%20di%20joy.mp3 i suoi saluti per tutte le compagne e i compani (registrati dalla trasmissione Macerie di Radio Black Out).

La buona notizia per Joy, però, non può farci abbassare la guardia. Perché se Joy è finalmente uscita da quest'incubo, mentre scrivo ci sono ancora tantissime donne e tantissimi uomini che continuano a vivere l'inferno di questi lager del XXI secolo.


I Centri di Identificazione ed Espulsione sono la conferma evidente di quanto sia disumano il Potere. La lotta per la loro distruzione non si arresta.  

Documenti:

Comunicato dei detenuti del Cie di Ponte Galeria alla cosiddetta "società civile"

Stando ai "rumors", anche se per ora non ho ancora riscontri ufficiali (e mentre scrivo sto ascoltando "Silenzio Assordante", il programma sui C.I.E. di Radio Onda Rossa) Joy, la ragazza nigeriana che ha conosciuto in pratica quasi tutti i lager di questo paese e dove, in quello di via Corelli a Milano ha subito un tentativo di violenza da parte dell'ispettore Vittorio Addesso, è stata liberata. Per ora ve la lascio così, come "rumors" in attesa di avere qualcosa di più consistente in mano per scriverne. La libertà di Joy però non deve farci abbassare la guardia. I C.I.E. sono ancora aperti ed al loro interno si applicano regole talmente disumane da far impallidire persino il peggiore dei gerarchi nazisti. Riprendo (con preghiera di diffusione agli eventuali blogger e a tutti coloro che possono) il comunicato dei reclusi nel lager romano di Ponte Galeria

qui: http://www.zshare.net/audio/771245927a1dcc3b/ il servizio di Radio Onda d'Urto con Massimo D'Alessio, l'avvocato che difende Joy.

A tutte le persone che vivono in questo paese
A tutti coloro che credono ai giornali e alla televisione
  
Qui dentro ci danno da mangiare il cibo scaduto, le celle dove dormiamo hanno materassi vecchi e quindi scegliamo di dormire per terra, tanti tra di noi hanno la scabbia e la doccia e i bagni non funzionano.

La carta igenica viene distribuita solo due giorni a settimana, chi fa le pulizie non fa nulla e lascia sporchi i posti dove ci costrigono a vivere.

Il fiume vicino il parcheggio qui fuori è pieno di rane e zanzare che danno molto fastidio tutto il giorno, ci promettono di risolvere questo problema ma continua ogni giorno.

Ci sono detenuti che vengono dai CIE e anche dal carcere che sono stati abituati a prendere la loro terapia ma qui ci danno sonniferi e tranquillanti per farci dormire tutto il giorno.
 
Quando chiediamo di andare in infermeria perché stiamo male, la Auxilium ci costringe ad aspettare e se insistiamo una banda di otto/nove poliziotti ci chiude in una stanza con le manette, s’infilano i guanti per non lasciare traccia e ci picchiano forte.

Per fare la barba devi fare una domandina e devi aspettare, un giorno a settimana la barba e uno i capelli.

Non possiamo avere la lametta.

Ci chiamano ospiti ma siamo detenuti.

Quello che ci domandiamo è perché dopo il carcere dobbiamo andare in questi centri e dopo che abbiamo scontato una pena dobbiamo stare sei mesi in questi posti senza capire il perché.

Non ci hanno identificato in carcere? Perchè un’altra condanna di sei mesi?

Tutti noi non siamo d'accordo per questa legge, sei mesi sono tanti e non siamo mica animali per questo hanno fatto lo sciopero della fame tutti quelli che stanno dentro il centro e allora, la sera del 3 giugno, è cominciata così.

Chi vuole la morte di Joy?


“Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l’estate scorsa, ha tentato il suicidio all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi”.

È questo lo scarno comunicato con cui Massimiliano D'Alessio ed Eugenio Losco, gli avvocati di Joy, la ragazza nigeriana che da circa un anno – come più volte scritto anche su questo blog – passa la propria vita trasferita da un Cie all'altro.
Arrivata in Italia nel 2002 per fare la parrucchiera (lavoro che svolgeva già in Nigeria) ma costretta fin da subito a prostituirsi, il 12 aprile avrebbe dovuto finalmente lasciare questi lager del XXI secolo per tornare a godere di quella condizione che il governo italiano vuole togliere a tutti coloro che non hanno la (s)fortuna di avere il marchio “di pura razza italiana”, cioè la libertà.
«Se l'è cavata» - dice – l'avvocato Losco ad Apcom «ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano». A cosa si riferisce l'avvocato?

Innanzitutto si riferisce al fatto che sabato 17 aprile Joy ha tentato di togliersi la vita ingerendo un intero flacone di sapone (è stata trasportata in ospedale per una lavanda gastrica) ed alla morte – avvenuta lo scorso gennaio nel carcere di San Vittore – di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna di primo grado nel processo per direttissima a seguito della “rivolta” nel lager di Ponte Galeria nella quale è stata coinvolta anche Joy.
Quello di Joy non è un tentato suicidio. È il tentativo, da parte (diretta od indiretta) degli apparati repressivi dello Stato di tapparle la bocca. Così, come una certa parte deviata della nostra società fa con le persone "scomode", e Joy - che è diventata il simbolo di tutt* i rinchiusi nei Cie - lo è senza ombra di dubbio.

In merito agli “altri fatti”, quelli che riguardano il tentato stupro da parte dell'ispettore capo Vittorio Addesso, il Gip Guido Salvini ha fissato per l'8 giugno l'incidente probatorio per l'audizione di Joy.



Comunque andranno a finire queste due storie rimane un'unica, costante, questione: i Cie devono chiudere, senza se e senza ma.

p.s. Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome [chi volesse saperne di più su Joy può cliccare qui: http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/post/2010/04/23/chi-vuole-la-morte-di-joy].

Da che parte sta Dio?

Quando mi si sente parlare di tematiche religiose, io che mi professo convintamente ateo ed ancor più convintamente anticlericale, molta gente si stupisce. Si stupisce del fatto che io, che credo solo negli uomini e non in eventuali “entità terze ed immateriali” sia curioso ugualmente di sapere, di conoscere. Ed è forse proprio seguendo questa curiosità che mi affascina molto quella “corrente” - parola molto di moda in questi giorni – della professione della Fede che prende il nome di Teologia della Liberazione [ne ho parlato qui: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/04/portando-la-crocee-che-guevara.html]

Piccolo riassunto delle puntate precedenti: la c.d. Teologia della Liberazione è un diverso modo di vivere la vita ecclesiastica che alcuni appartenenti alla Chiesa – in particolare in America Latina – hanno scelto di osservare. È un tipo di operato che si discosta moltissimo dall'operato “classico” della Chiesa, quello cioè fatto di chiese ed abiti pieni d'oro e tutto ciò che è ostentazione di un Potere che di “sacro” non ha assolutamente niente.

La caratteristica principale della TdL, infatti, è quella di essere in qualche modo una concezione “sociale” della religione, in cui il ministro della Fede non è – come capita molto spesso in Europa – una persona avulsa dalla comunità nella quale è chiamato ad operare ma, anzi, coloro che osservano questo tipo di “corrente” religiosa (so che il termine non è esatto, ma non sono un grande esperto di linguaggio ecclesiale...) sono fortemente radicati alla comunità in cui lavorano. La stessa TdL trova il suo principale fondamento nel radicamento storico-sociale nelle comunità (vi rimando comunque all'altro articolo, dove ho analizzato in maniera più approfondita la questione).

È quindi in base a questa attrazione – termine che in questo periodo non è esattamente il migliore da accostare a questioni ecclesiastiche, lo so – che mi ha colpito molto la storia di padre Carlo, il “prete clandestino” di cui si occupa l'ultimo numero del settimanale Carta a firma Sarah Di Nella.
Perché ciò che fa padre Carlo è esattamente quello che la Teologia della Liberazione professa. Ma procediamo per gradi.

Siamo a Siracusa, quartiere di Bosco Minniti, uno dei tanti quartieri “difficili” del nostro paese, dove da oltre 20 anni padre Carlo si occupa della parrocchia di Santa Maria Madre Chiesa, che più che una chiesa sembra un porto di mare. Dal 1988, infatti, dalle 15.000 alle 18.000 persone sono transitate da quelle parti.

Super Santos clandestini

Com'era bello giocare a pallone quando si era bambini. Quelle partite che iniziavano la mattina e terminavano – quando terminavano, visto che c'erano sempre contestazioni degne de “Il processo di Biscardi” - la sera, quando ormai nemmeno le luci della piazzetta riuscivano più a stare dietro a quelle ombre che, in un quadrato d'asfalto, in un giardinetto con quattro fili d'erba giocavano a fare i calciatori importanti, dove uno spazio tra quattro motorini, un paio di macchine e qualche finestra (che il più delle volte finiva in frantumi, per la gioia di chi doveva ripararla) diventava San Siro, il Maracanà, il Camp Nou o il Bernabeu, abitati da un imprecisato numero di Roberto Carlos – che quando ero piccolo io andava per la maggiore – Raul, Rivaldo, Kluivert, Christian Vieri o Del Piero (chissà se il n°10 juventino è ancora di moda o è stato sostituito da Messi e Cristiano Ronaldo...).
C'erano due regole, quando ci giocavo io, diciamo dieci, quindici anni fa: i brocchi in porta e chi faceva andare il pallone fuori campo (che fosse su un balcone, in mezzo alla strada o in qualunque altro posto era indifferente) se lo andava a riprendere. Già, il pallone.
All'inizio era il “famigerato” Super Santos, quel pallone con cui era inutile escogitare traiettorie di tiro: tu pensavi di tirare a destra e quello, puntualmente, come per una strana forma di antipatia nei tuoi confronti, se ne andava a sinistra. Credo sia stato l'incubo per una generazione intera di giovani palloni d'oro in erba, quel pallone. Fortunatamente poi capirono che era l'ideale per giocarci a pallavolo e a noi maschietti veniva comprato il pallone di cuoio, quello che automaticamente ti dava la “promozione” tra i grandi. Una sorta di passaggio in serie A in pratica. C'erano due cose che contavano, quando si giocava a pallone da piccoli: se – come me – venivi da una scuola calcio, cosa che automaticamente ti faceva diventare uno dei giocatori più forti, anche se non eri capace di fare tre palleggi in fila, e inventarsi le prodezze (le “mosse alla brasiliana” le chiamavamo noi) per impressionare la ragazzina che ti piaceva, perché nonostante non ci fossero spalti e ogni spettatore rischiava la vita a guardare una partita di strada, c'era sempre qualcuno che veniva a fare il tifo, e quando non c'era solitamente si costringevano le ragazze del gruppo a fare le clacque.
Credo funzioni ancora così, in quel gioco universale che è il calcio. Da Eusebio a Cristiano Ronaldo passando per Stefan Schwoch (giocatore che fece felici i tifosi del Napoli alcuni anni fa e che per molto tempo divenne il mio alter-ego su quei campi d'asfalto e pietre che frequentavo d'estate.

Lasciatela, quest'Italia, agli italiani


«Andatevene». «Queste bestie non devono più stare a Rosarno».
È l'ora di smetterla con questa storia buonista dell'accoglienza “sempre e comunque” di nigeriani, marocchini, maghrebini, ghanesi. E ci aggiungerei anche di polacchi, moldavi, albanesi. Tutti. Ve ne dovete andare da questo paese. Lasciatela agli italiani, l'Italia. Lasciatelo marcire in mano nostra questo paese, così come i vostri padroni faranno marcire le arance che non racoglieranno.
Lasciatela marcire in mano a chi difende la criminalità organizzata non sapendo – o non volendo sapere – che le vittime della 'ndrangheta, della camorra, della mafia non siete solo voi, sfruttati nei campi o nei cantieri, ma tutti, cittadini italiani inclusi. C'è una parola, in italiano, che indica quel coraggio che gli italiani non hanno. Questa parola è omertà, ed indica una delle più grandi infamie che un popolo di poveri possa fare verso altri poveri. Omertà indica anche quel coraggio che noi non abbiamo più. Quello stesso coraggio che vi spinge ad attraversare il deserto con quell'unico bagaglio di sogni e speranze che noi avevamo quando, molti anni fa, facevamo le “bestie” per gli americani o per qualche altro paese che aveva fatto il salto prima di noi.
Quello stesso coraggio che vi permette, se riuscite ad uscire vivi dal deserto, di attraversare il Mediterraneo su quei gommoni che molto spesso non si sa come facciano a fare un metro, figuriamoci ad attraversare il Mediterraneo! Quello stesso coraggio che, una volta passato questo inferno, vi fa diventare schiavi per un materasso in un silos. Noi questo coraggio l'abbiamo perso, da molto tempo. Perché? Perché noi siamo solo dei pezzenti arricchiti. Dei poveri che, per fortuna geografica, per l'assenza di guerre sul territorio o per qualche altra cosa che può passare sotto il termine fortuna hanno fatto il salto. Da servi a padroni. O padroncini, come nel nostro caso.

Per come va il mondo i poveri siete considerati voi. Ma non lo siete. Anzi, siete ricchissimi. Perché voi rischiate tutti i giorni la vostra vita mentre noi ci siamo dimenticati com'è l'odore della terra lavorata per 12-15 ore al giorno per un tozzo di pane ed una goccia d'olio. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire lasciare il proprio paese, il posto in cui si sono costruiti nel tempo gli affetti, le gioie, i dolori, ed andare in un posto diverso, solo per provare a prendersi un po' di quella fortuna che a qualcuno viene data solo perché nato con un destino diverso dal vostro, la cosiddetta buona stella.
No, non siete voi i “poveri”, voi che spesso venite a raccogliere le nostre arance pur sapendo parlare più lingue di quante noi riusciamo ad elencarne, pur avendo più lauree di chi, in questo angolo di mondo, si definisce “intellettuale”.
I veri poveri siamo noi, noi che abbiamo dimenticato che molto tempo fa quelli che

«Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Fanno molti figli che faticano a mantenere e che vengono utilizzati per chiedere l'elemosina, insieme a donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani che, davanti alle chiese, invocano pietà con toni lamentosi e petulanti. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolitati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.»
come dicevano all'Ispettorato per l'immigrazione americano nel 1912, quasi 100 anni fa eravamo proprio noi.
No,i poveri non siete voi, costretti a vivere con un pezzo di carta in mano che vi dice se potete ancora essere vivi o se dovete essere morti. Perché “i flussi” sono così. Secondo la legge il vostro status di anime in pena, in bilico tra la vita (il rinnovo del permesso di soggiorno) e la morte (l'espulsione) deve durare 20 giorni. In questo paese in cui tutto va al contrario la media, nelle questure, è di 101 giorni. Vivere in questo limbo per tutto questo tempo dev'essere disumano. 101 giorni. Tre mesi e poco più senza sapere se si può continuare ad essere sfruttati in Italia o se si verrà rimpatriati, e non interessa se qua in Italia ci vivete da anni, avete un lavoro, una famiglia, dei figli. È la legge. E la legge, con i deboli, non conosce deroghe.
Se vivi o muori lo decide un pezzo di carta. Anche la roulette russa si evolve.

Ma noi non siamo cattivi, noi siamo gente per bene, e non importa se a Rosarno per anni ci si è arricchiti con le arance di carta, la truffa dei “latifondisti” calabresi per prendere gli aiuti dell'Unione Europea. E non importa se le arance raccolte sono cento, duecento quintali, magicamente ne dichiariamo un migliaio, un migliaio e mezzo e anche quest'anno abbiamo trovato come svernare. Noi siamo gente onesta, quella stessa gente che vi prende a lavorare, “in prova” naturalmente, vi fa fare il lavoro e poi: «No, guarda. Non ti posso prendere, ti sembra questo il modo di lavorare?» e non vi paga. È questa l'onestà no?

E non importa se questo modo di fare è pienamente – e volutamente – illegale. La colpa, come dicono dal governo, è che una certa politica ha fatto entrare tutti, ma proprio tutti. È la troppa tolleranza nei confronti dell'immigrazione clandestina. La colpa non è di chi vi prende a lavorare a 2 euro all'ora e che ora vi denuncia perché i rumeni prendono 50 centesimi e convengono di più, anche se la legge dice che se prendesse un italiano dovrebbe dargli 6,20 euro. Ecco perché non c'è più un italiano a raccogliere i pomodori o le arance...
E non importa se è illegale che chi vi dà il lavoro non vi metta in regola, e se gli chiedete di farlo vi picchia e vi denuncia. Secondo la legge in vigore, la Bossi-Fini, se vi denuncia a voi toccano quattro anni di carcere, a lui che vi sfrutta al massimo tre. Sempre se riescono ad accertare che lui vi fa lavorare in nero, perché non esiste, in Italia, il “Contratto Collettivo Nazionale per il Lavoro Nero”. Il caporale poi, quello a cui dovete dare 5 euro della paga giornaliera per quel fetentissimo posto in cui vi fa dormire, a lui va ancora meglio: in Italia non esiste il reato di caporalato.

Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando il nostro premier si inginocchia davanti al leader libico, regalandogli un'autostrada e un sacco di soldi per farvi uccidere nel deserto. Il deserto non è territorio italiano, quindi non ci interessa.
Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando lasciamo che le istituzioni siano piene di gente della criminalità organizzata, o che ha rapporti stretti con essa. Quelli ammazzano, mica possiamo rischiare la pelle. Di Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ne nascono solo una manciata a secolo, e i nostri li abbiamo già tutti esauriti in quello scorso.
Siamo gente onesta, noi. Noi che quotidianamente ci rendiamo correi di omicidi di massa, perché permettiamo che vi ammazzino in mare o, appunto, nel deserto. E se qualcuno lancia qualche slogan idiota, come «spariamo sulle carrette del mare!» la classifichiamo come bravata, anche se a dirlo è l'allora Presidente della Camera dei Deputati.

Per questo vi dico andate via, lasciate questo paese. Andate in Francia, ad esempio, dove un giocatore di colore nella nazionale di calcio non è un abominio di cui riempire le prime pagine dei quotidiani per settimane. Andate dove vi pare, perché per voi ogni paese è meglio dell'Italia. Lasciatela, quest'Italia, agli italiani.


***
Questo è un video, arrivato a L'Espresso, registrato nel deserto del Sahara che testimonia la sorte dei migranti respinti dalla Libia verso il deserto in base agli accordi tra Berlusconi e Gheddafi: ragazzi abbandonati nella sabbia fino a morire, come da molto tempo testimonia Fabrizio Gatti.


Lega la tolleranza!


«Fuori i baluba dall'Italia», «l'Italia agli italiani», «non siamo razzisti, ma negher e meridionali puzzano, sporcano e non lavorano».
Per chi non l'avesse capito, è partita la campagna elettorale della Lega Nord. Naturalmente non poteva che partire da lì, da quella Rosarno che, ancora oggi, è in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali. Ieri un'interessante intervista de La Stampa al Ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli mi ha dato alcuni punti su cui riflettere. Vediamone i passi interessanti: [cliccate qui per la versione integrale: http://www.difesa.it/Sala+Stampa/Rassegna+stampa+On-Line/PdfNavigator.htm?DateFrom=10-01-2010&pdfIndex=22]

1) Ma il nemico dello Stato a Rosarno non è piuttosto la 'ndrangheta?
«Questo è un aspetto peculiare della vicenda. Ma porsi la questione è come chiedersi se è nato prima l'uovo o la gallina: è evidente che la criminalità organizzata può sfruttare la condizione dei clandestini. Anche per questo noi stiamo facendo di tutto per cancellare la condizione di clandestinità nel nostro Paese».

2) E allora perché voi della Lega non permettete, come si è fatto per colf e badanti, che vengano regolarizzati i lavoratori stagionali? Le imprese ne hanno bisogno, perché lasciarli alla mercè della 'ndrangheta oltre che dello sfruttamento?
«Contesto che vi siano imprese che debbano vivere sul lavoro clandestino. Lo contesto assolutamente: chi vive sul lavoro nero e sullo sfruttamento non può neanche chiamare impresa la propria attività. Regolarizzare? Ma stiamo scherzando? Con la situazione che c'è, bisogna essere rigorosi, altro che regolarizzazioni. Nel Sud d'Italia la disoccupazione è al 18 per cento, il lavoro deve andare agli italiani che vogliono e possono farlo, non agli immigrati clandestini».

3) Si tratta di lavori che gli italiani non vogliono più svolgere da decenni, ministro. Così è come se lei dicesse: andassero a lavorare i meridionali, al posto dei clandestini...
«Non è assolutamente quello che sto dicendo. Anzitutto, quello del lavoro stagionale è un trucco: gli immigrati vengono per la raccolta dei pomodori o delle arance e poi, invece di andarsene, restano. La stagionalità è un aggiramento delle leggi. La verità è che si ricorre ai clandestini perché quel lavoro, se fosse regolare, costerebbe troppo. E invece il lavoro o è regolare, o non è. Non deve essere sottopagato: li pagassero di più, quei lavoratori, e così lavoreranno anche gli italiani. Se è questo il problema, lo affronteremo: con paghe più eque noi daremo una mano riducendo il costo fiscale e contributivo del lavoro».

4) Ma se lei riconosce la necessità dell'integrazione, perché si oppone al disegno di legge propugnato da Fini sui diritti di cittadinanza agli immigrati?
«Perché non ce n'è bisogno. Gli immigrati regolari i diritti li hanno già garantiti dalla Costituzione, il diritto al voto a che serve? Così, si rischierebbero ancora più reazioni da parte dei clandestini. Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale».

E ora passiamo all'analisi del pensiero calderoliano:

La 'Ndrangheta – così come la criminalità organizzata – non è un “fenomeno peculiare della vicenda”. Credo sia evidente a tutti, anche all'ultimo degli elettori leghisti, che non esistono più le basi per relegare il fenomeno criminale solo al Sud, basterebbe indagare sul giro di denaro intorno all'Expo 2015 che, se memoria non mi inganna, non è stato designato a Palermo, Napoli o a Reggio Calabria ma nella padanissima Milano. Le sole 'ndrine, con il loro fatturato annuo di 45 miliardi di euro (cifra denunciata da Maroni...) rappresentano quasi 3 punti del Prodotto Interno Lordo. Se non siamo al livello dei fatturati delle più grandi aziende nazionali poco ci manca. È evidente – ci dice il ministro – che la criminalità organizzata ha le mani sul mercato del lavoro irregolare, e per questo loro stanno provvedendo a cancellare la condizione di clandestinità in Italia. Qui serve un ragionamento un po' più ampio: prescindendo dal fatto che per loro cancellare la condizione equivale evidentemente alla soppressione fisica dei clandestini, mi chiedo per quale motivo – trattandosi di mercato del lavoro – non si vada a colpire il lato della domanda. Se in un mercato si va a colpire questo lato (in cui si trovano le imprese) l'offerta (in questo caso di lavoro clandestino) non trova sbocchi, per cui quel mercato in qualche modo è portato al fallimento. Si può ottenere lo stesso risultato, il “blocco” del mercato, anche chiudendo i rubinetti dell'offerta, ma questo – in particolare in un mercato come quello del lavoro – è molto più difficile, perché per una forza lavoro – e quindi un'offerta - viene eliminata (come sta avvenendo a Rosarno con i lavoratori africani) ce ne sarà sempre una pronta a sostituirla, tant'è vero che si parla già del fatto che a prendere il posto dei raccoglitori di arance africani saranno bulgari, ucraini, albanesi e gli altri cittadini dell'est. Ciò ha due vantaggi per il padrone: molti dei paesi dell'est Europa sono diventati comunitari, quindi in un controllo delle forze dell'ordine un padrone può essere accusato di sfruttamento di lavoro illegale, ma non di sfruttamento di immigrazione clandestina. Secondo vantaggio è quello che questi cittadini hanno la pelle del colore accettato, per cui non si corre il rischio di ritrovarsi con un buon numero di lavoratori non in grado di lavorare.
Mi chiedo perché non si vada a colpire quel mercato di cui brillantemente ci ha spesso parlato Fabrizio Gatti sulle pagine de L'Espresso o in un libro meraviglioso come Bilal, e cioè quel mercato tenuto in piedi dal caporalato, uno dei principali problemi di questo paese. Ma essendo un problema che non colpisce imprenditori, banche, industriali o gruppi di potere viene prontamente evitato dalla classe politica. C'hanno famiglia pure loro d'altronde, e poi i caporali possono essere sempre utili come “procacciatori” di voti in campagna elettorale no?

2) Alla lettura di questa risposta, probabilmente, al Ministro Brunetta è preso un colpo, visto che fu lui, non molto tempo fa, nella sua teoria economica tutta particolare, a definire il lavoro nero come un ammortizzatore sociale. Ma qui quel che mi fa riflettere è la fine della risposta. Così come successivamente chiede la giornalista, siamo sicuri che gli italiani questi lavori “degradanti” li vogliano fare? In una società in cui ogni giorno ci viene ricordato che l'identità sociale si basa sul grado di visibilità che riesci a ritagliarti – indipendentemente che tu riesca a farlo perché esperto di questo o quello o perché fai il burattino in una casa-zoo seguito dalle telecamere 24 ore su 24 – siamo sicuri che la pura razza italiana riuscirebbe a trovare nuovamente quell'umiltà che aveva in tempi passati e rinunciare al famoso quarto d'ora di celebrità teorizzato da Andy Warhol? A noi, oggi, piace troppo far parte della classe sociale dei colletti bianchi, per questo lasciamo volentieri lavori di questo tipo, lavori in cui ci si sporca e si fatica, a questi che vengono in Italia a rubarci il lavoro. Non sono loro che ce lo rubano, siamo noi che glielo regaliamo! Perché noi siamo la pura razza italiana, e certe cose non ci possiamo abbassare a farle.

3) Qui sarebbe facile ribadire al Ministro della Semplificazione che se esiste un mercato del lavoro irregolare, probabilmente, è proprio perché i padroni hanno calcolato che lavorare in un mercato regolare gli costerebbe troppo, e per questo si sono buttati sul mercato nero. Ma giustamente, essendo il nostro il Paese delle cose che girano al contrario, non si va a colpire il padrone che sfrutta gli operai – e qui allargo il discorso a tutto il territorio nazionale – o che, per i tagli alla sicurezza sul cantiere, fa sì che 5 persone al giorno non tornino più a casa dal loro posto di lavoro. Non si va a fare una legge, o comunque a disincentivare quella moda che vuole che gli operai muoiano quasi tutti il primo giorno di lavoro. Inesperienza? In alcuni casi può essere, ma il motivo per cui si registra questo dato è che molti di questi operai vengono regolarizzati post-mortem, perché se li si regolarizza subito poi si guadagna di meno, e non si può più andare a fare la settimana bianca, o fare il viaggio ai tropici. Perché è questo il vero mercato del lavoro: chi vola alle Bahamas e chi va all'obitorio. Ma chi vola alle Bahamas, solitamente, ha anche il diritto al voto.
4) È strano sentir parlare di tutela degli immigrati nella Costituzione da chi, fino a non molto tempo fa, con quella carta ci si puliva il parlamentarissimo deretano. Ma, incuriosito, sono andato a rileggermela la carta costituzionale, per cui vediamo quali potrebbero essere gli articoli di cui parla il prode ministro: forse l'art. 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo», ma guardando a quel che ha fatto questo governo in merito al tale garanzia – creazione del reato di immigrazione clandestina in primis – non vorrei che qualcuno credesse che quel “La Repubblica” si riferisca non al Paese ma al giornale fondato da Eugenio Scalfari. Se così non fosse, però, questo articolo non dovremmo considerarlo. Magari il primo comma dell'art.8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge». No, direi che neanche questo va bene, perché altrimenti non mi spiego come si sia potuta avere quella mezza guerra civile quando – sempre nella padanissima Milano – i musulmani hanno chiesto, in base proprio a questo articolo, la creazione di una moschea. Per gettare un po' di pepe nella faccenda – come direbbe Santoro – mi viene quasi da chiedere perché, in mancanza di un luogo di culto appropriato, ai non cattolici non viene prestata una Chiesa della “civilissima” religione cattolica. Eppure da quel che so io (ateo) secondo i cristiani siamo tutti fratelli. A meno che non si voglia applicare la regola cara a George Orwell ne “La fattoria degli animali”: tutti siamo fratelli, ma alcuni sono più fratelli degli altri. Ma procediamo, che la Costituzione è ancora lunga...

Che sia l'art.13 quello che tutela gli immigrati? «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge». Considerando che vengono creati reati ad hoc pur di rinchiudere gli immigrati nei lager del XXI secolo (leggasi: Centri di Identificazione ed Espulsione) neanche questo si può elencare tra i “pro-immigrati”. Escludendo dal titolo I tutti quelli in cui è espressamente citato il termine “cittadini” - visto che gli immigrati ancora non lo sono – e scartando il n°19 per gli stessi motivi dell'art. 8, direi che gli articoli a cui si riferisce Calderoli non si trovano tra i “rapporti civili”, ma la Costituzione è ancora lunga, per cui procediamo.
Un articolo interessante potrebbe essere il 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Individuo, non cittadino. Considerando però che il partito di cui fa parte Calderoli è lo stesso che qualche mese fa voleva che i medici facessero le spie e denunciassero i clandestini – in barba per altro al giuramento di Ippocrate – e che per questo, da quel momento, molti clandestini hanno paura di presentarsi in ospedale ho la sensazione che anche questo articolo sia da scartare.
Ecco, forse ci siamo: ar. 34: «La scuola è aperta a tutti». Il Ministro Gelmini è uscita appena l'altro giorno con quell'idea del blocco del 30% di alunni stranieri per classe, che prevederà una sorta di nomadismo dei bambini in eccesso, il cui trattamento, dal momento dell'entrata in vigore della norma, sarà equiparato a quello dei pacchi postali. Considerando poi che i governi – e in questo non solo quello vigente – da anni hanno abrogato la scuola, per lo meno nell'accezione di Don Milani, cioè in quell'accezione che voleva la scuola come fucina del pensiero critico e non come fabbrica di polli d'allevamento per i quali esercitare il proprio diritto al dissenso diventa un qualcosa che nuoce gravemente alla salute direi che no, ancora non ci siamo.
Nella prima parte della Costituzione, però, io altri articoli che potrebbero perorare l'asserzione del ministro non ne trovo, perché o sono generali – intesi cioè per tutta la comunità – oppure parlano espressamente di cittadini. Evito direttamente di guardare alla seconda parte. Aspetto che agli immigrati vengano concessi i diritti minimi, prima di chiedermi se siano soggetti a quelli politico-istituzionali. Veniamo così all'ultima frase: «Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale.».
Tutti sappiamo che un buon comico, alla fine del proprio sketch, deve chiudere con una battuta “ad effetto”, altrimenti rischia di non avere quell'effetto dirompente che ogni buon comico si auspica di avere. Perché questo discorso della lingua e del rispetto dei codici è una battuta giusto?
Voglio dire: a più di 150 dalla sua fondazione molti italiani non parlano la propria lingua, o per lo meno non la conoscono come dovrebbero: abolizione dell congiuntivo; forte uso di espressioni idiomatiche o dialettali che se da un lato “folklorizzano” e rendono più popolana la lingua, abbassano il livello di conoscenza della stessa portando al fenomeno dell'analfabetismo di ritorno e il ministro viene a chiedere l'esame di italiano per gli altri? Io proporrei di farlo prima agli italiani, in particolare a quelli che vogliono aspirare a cariche istituzionali. Per quanto riguarda l'ottemperanza degli immigrati al codice civile ed a quello penale, credo non ci sia necessità di ricordare che chi ha messo al ministero Calderoli è il massimo esperto di legislazione ad personam – non credo presente nei tomi dei codici tirati in ballo – degli ultimi 150 anni no? Ed anche in questo caso, nel paese dell'evasione fiscale, della corruzione, delle bustarelle, che a rispettare le leggi siano solo gli immigrati, a me, francamente, sembra un dettaglio irrilevante.

Morire di (IN)sicurezza


"Si e’ uccisa perche’ era clandestina e non riusciva a regolarizzarsi, e per questo era caduta in depressione. Il corpo senza vita di Fatima Aitcardi, 27 anni, marocchina, ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro, e’ stato identificato dal fratello Mohamed che stamattina si e’ presentato ai carabinieri per denunciare la scomparsa della sorella, uscita di casa ieri alle 14. L’uomo, che invece e’ regolare e vive proprio a Ponte San Pietro, ha raccontato che Fatima era disperata: era irregolare in Italia, aveva tentato in tutti i modi di regolarizzare la sua posizione ed era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinita’ diventa reato. E questo l’avrebbe portata a uccidersi."

Con un'agenzia di poche righe fa il suo - anticipato - esordio il pacchetto sicurezza, una sorta di genocidio diluito nel tempo ed approvato per legge. Alcuni mesi fa - quanti ricorderanno? - quando si parlava dei medici-spioni Joy Johnson, una giovane di 24 anni sans papiers morì a Bari di tbc perché aveva paura di essere denunciata se si fosse presentata ad un presidio medico. Alcuni giorni fa, nel lager di Ponte Galeria a Roma un ragazzo algerino gravemente malato di cuore - di cui ancora non si conoscono le generalità - è stato ucciso dallo Stato Italiano. E' stato ucciso da uomini in divisa che secondo logica dovrebbero evitare le morti, non favorirle.

E' questa la "sicurezza" che volete? E' questo, sig.Maroni, il suo modo di servire il Paese? Riesce ancora a guardarsi allo specchio senza avere la voglia di sputarsi addosso?

La mappa dei popoli

di Linda Chiaramonte per PeaceReporter
Raccontare i rifugiati, i migranti, i richiedenti asilo attraverso le mappe geografiche, è quello che fa Philippe Rekacewicz, cartografo d'inchiesta, geografo e giornalista fra gli ideatori e realizzatori del nuovo Atlante Un mondo capovolto di Le Monde Diplomatique/Manifesto uscito da poche settimane in Italia. "La carta trasmette un messaggio politico", dice Rekacewicz, "è un mezzo di propaganda non un oggetto fedele alla realtà, ma soggettivo, che dipende dalle scelte del cartografo". Le carte dell'Atlante, oltre trecento, sembrano schizzi fatti a mano. "Una dimensione umana che semplifica, ma non semplicista, che cattura l'attenzione per diffondere ad un pubblico più ampio un oggetto scientifico che fornisce dati e trasmette emozioni, imprecisioni. Non è la precisione che importa quanto la rappresentazione simbolica per capire meglio il reale. L'uso dell'immaginazione e dell'arte serve per fare arrivare meglio il messaggio. La manipolazione dell'uso delle carte serve come propaganda, ad esempio attraverso la misura, la scala utilizzata. Ingrandire le proiezioni aumentando le dimensioni mostra quanto un paese sia importante, grande e minaccioso. Anche la cartografia che appare più neutra nasconde alcuni elementi. La carta è un affare di stato, non un oggetto neutro". Abbiamo incontrato Philippe Rekacewicz a Bologna, ospite dei seminari di Le Monde Diplomatique organizzati nelle scorse settimane dal Dipartimento di discipline storiche dell'Università e dal mensile francese. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Quali sono limiti e meriti dei confini geografici?
La frontiera è un elemento della geografia molto ambivalente, rappresenta un ostacolo, un oggetto per respingere e al tempo stesso raggruppa e protegge la gente. Per rifugiati, migranti, viaggiatori, è un ostacolo, a volte facile da superare, a volte meno, che provoca morti e feriti. È una frammentazione tangibile artificiale del pianeta, strettamente legata a decisioni politiche di regolazione del territorio. Sul pianeta ci sono già paesi ricchi dominanti dove tutto è più facile, e poveri dominati, in cui la popolazione ha difficoltà a vivere, curarsi, istruirsi, accedere ai diritti fondamentali e alla democrazia. Nelle democrazie, dove questi diritti sono assicurati e nei cui spazi ci si può muovere facilmente, le frontiere esistono, sono barriere doganali, segnano il limite di sovranità di uno stato, ma gli uomini le possono attraversare quasi senza vederle. Come nell'area Schengen. Elementi tangibili che diventano virtuali, esistono, ma di cui quasi non ci si accorge. Quando si proviene da un paese ricco è tutto più facile, ma la frontiera è un elemento discriminante e pericoloso per i quattro quinti del pianeta. Gente che ha bisogno del visto per attraversarla, che non si può muovere liberamente, a cui è vietato l'accesso a intere regioni e continenti. È un diritto fondamentale negato per una grande fetta del pianeta che spesso lascia paesi autoritari dove i diritti sono violati. È una discriminazione scandalosa perchè lascia vivere nella povertà estrema e impedisce alle persone di muoversi per accedere ai diritti fondamentali. È un oggetto paradossale e molto perverso che permette al tempo stesso di definire i limiti di una sovranità, di raggruppare i popoli in seno alla loro nazione sulla base di un senso di appartenenza legata ad un territorio definito da una frontiera che fa sentire protetti come in un guscio, ma pericolosa per tutti quelli che sono all'esterno che avrebbero legittimamente il diritto di entrare nel guscio e a cui è impedito farlo. Un elemento che respinge, rigetta, discrimina, e impedisce di circolare liberamente nel pianeta. Talvolta divide, separa, popoli uguali o che si assomigliano, popoli amici. È stato straziante nella guerra nell'ex Jugoslavia federale, fatta da una mescolanza di serbi, croati e bosniaci. Dove far passare la frontiera nel caso di famiglie con padre croato e madre serba, al centro del letto? La frontiera che separa è inconcepibile, anche se serve per dividere popoli differenti, ma su quale criterio si decide che un popolo è diverso dall'altro e che bisogna separarli? Dove tracciarla? Su quale criterio si ammette la rivendicazione territoriale di un popolo su un determinato territorio? Storico, archeologico, sociale, nazionale? La maggior parte di questi criteri sono inammissibili, illegittimi. Sono per un mondo aperto con unità territoriali gestibili a misura d'uomo. Non so quale sia l'unità più adatta, la regione, il dipartimento, la città. La frontiera è strumento di pace formidabile per definire i limiti in cui vivere, ma mi ha molto emozionato il giorno in cui con Schengen sono state abbattute le frontiere e cancellati i controlli.
Quali sono gli elementi positivi delle frontiere?
La regolamentazione delle tariffe doganali, utile per proteggere da speculazioni, conquiste territoriali e commerciali. Alla fine degli anni '80, quando l'URSS e il comunismo si sciolsero, sarebbe stato necessario proteggere questi paesi proiettati verso un capitalismo selvaggio, quello della Russia di Eltsin, che oggi pagano un prezzo molto elevato per la crisi finanziaria e per essere stati precipitati in un sistema di mercato brutale che ha provocato povertà e discriminazione. Rinforzare la frontiera, regolare i flussi finanziari ed economici, li avrebbe senza dubbio preservati dal ciclone economico, dalla bolla speculativa enorme e dannosa che li ha investiti. La frontiera è positiva quando serve a regolare e proteggere un'economia. È necessario avere territori, frontiere, stati di diritto, che legiferino per ristabilire una forma di uguaglianza fra le persone. Purtroppo accade raramente, inoltre oggi c'è la grande frontiera di Schengen, la più mortale e pericolosa al mondo, che uccide migliaia di persone, molto più di altre frontiere di paesi in conflitto definite pericolose. Una delle più sanguinanti di questa Europa che si sente a rischio e si protegge contro la terribile minaccia degli stranieri. Il ruolo della frontiera, aperta verso l'esterno e in cui c'è libera circolazione di persone e beni, da dentro sembra positivo, ma siamo ciechi davanti alla macelleria che provoca fuori per tutte le popolazioni che cercano disperatamente di entrare in Europa.
C'è una grande contraddizione: un mondo sempre più globalizzato, ma che costruisce sempre nuovi muri e barriere. Come si spiega?
È vero, c'è una grande contraddizione. È difficile cartografare un mondo che si globalizza, in cui i flussi finanziari sono sempre più rapidi, miliardi di dollari fanno il giro del pianeta in meno di un minuto, le frontiere non esistono. Un mondo virtuale, in cui si ha accesso a quasi tutti i media in tempo reale, l'accesso all'informazione è talmente enorme da produrre l'effetto contrario, come se non ci fosse. Avere milioni d'informazioni equivale a non averne, cosa che i sovietici avevano capito benissimo nel disegnare le carte, producendole talmente grandi e ricche di dati da non vedere più nulla e risultare inutili. C'è un paradosso, le merci circolano quasi in maniera libera intorno al globo, passano dalle dogane, i prodotti coltivati in Senegal arrivano tutte le mattine sui banchi dei mercati di Parigi, il commercio internazionale è ben organizzato, ma alcuni accordi che servirebbero a proteggere i paesi più vulnerabili restano fermi. La finanza funziona, ma le frontiere sono chiuse per poveri e malati fatto che crea spesso rigurgiti di nazionalismo, sentimenti di appartenenza, come dalla caduta dell'URSS, la frammentazione di territori e l'insorgere di velleità di indipendenza. La divisione della Jugoslavia in molte unità territoriali sempre più piccole ha sviluppato sentimenti ultranazionalisti di difficile gestione. La costruzione di nuove frontiere provoca separazioni di famiglie e popolazioni, è fonte potenziale di conflitti fra i paesi per l'acqua o l'approvvigionamento del gas, gli esempi sono numerosi. Dietro l'idea che la frontiera protegga esiste la minaccia di una migrazione che vuole invadere il territorio, come accade in Italia. Un'impressione virtuale che non corrisponde assolutamente alla realtà delle cifre sulla quantità delle persone che arrivano. Ci sarebbe una reale capacità dell'Europa di assorbire questa popolazione, basterebbe smettere di piegare i paesi poveri e organizzare un vero aiuto per sviluppare attività nei loro paesi. La gente parte perché le condizioni di vita sono impossibili. Oggi ovunque si costruiscono muri che separano le frontiere e le rendono ancora più pericolose. Prima dei muri si poteva passare in modo più o meno sicuro, ora dove c'è un muro ci sono pattuglie armate, morti. Le frontiere nazionali sono intese come qualcosa che protegge, ma c'è un'altra frontiera del tutto eccezionale: il muro palestinese, una frattura odiosa e orribile che dilania il paesaggio, con la particolarità di seguire la linea verde che non è veramente una frontiera, ma un limite internazionale, il solo riconosciuto. La linea del '49, fa da ufficio di frontiera, è una linea invisibile che si può attraversare senza rendersene conto come a Gerusalemme, al punto che, poiché gli israeliani occupano la Cisgiordania e i territori palestinesi, hanno giudaizzato, israelizzato gli edifici pubblici, l'arredo urbano, creando una tale confusione da non capire che si è passati altrove e questa frontiera, legalmente riconosciuta da un'istituzione internazionale, l'ONU, sparisce, non esiste nel paesaggio. È pura virtualità. Al contrario il muro strazia il paesaggio si allontana di parecchi chilometri dalla linea verde e solca il territorio palestinese, è il caso in cui non esiste una frontiera, ma un muro di sicurezza per proteggersi dai barbari, i selvaggi. Il muro ha di fatto la funzione di ufficio di frontiera ed è totalmente illegale, riconosciuto come tale dalla corte internazionale di giustizia, dalle Nazioni Unite, dalla comunità internazionale, ma è tangibile. C'è una frontiera legalmente riconosciuta, invisibile, che si può attraversare in ogni direzione e un'altra rappresentata da un muro orrendo che separa la popolazione palestinese che frammenta e sta uccidendo la società. Il muro è totalmente illegale, non ha alcuno status, è unilaterale. Ci sono altri muri interiori costruiti per proteggersi dall'altro. In molte città in Messico, Brasile, Argentina, il muro serve per non vedere le bidonville che stanno dietro, per negare e nascondere ciò che crea problemi. Lo stesso nell'Irlanda del nord per separare cattolici e protestanti. Da una parte c'è una moltiplicazione di scambi che permette di andare dappertutto velocemente circolando intorno al pianeta in aereo, dall'altra popoli che si irrigidiscono sulle loro identità nazionali, costruendo muri che dividono ulteriormente i territori. È la logica delle gated communities in cui si rinchiude una popolazione in uno spazio perché c'è una grave minaccia esterna. Il muro, il limite, impedisce alla gente di andare in alcuni luoghi, è la strategia adottata anche nei supermercati o nei negozi degli aeroporti dove ci sono barriere artificiali a guidare il flusso della gente e invogliarla a spendere, il percorso non è libero, ma guidato. È una scienza.
Ci sono molti clichè sulle rotte percorse dai migranti, sono credibili?
È difficile dire da dove passano i flussi migratori. Niente di meno conosciuto, molti movimenti ci sfuggono. Forse si sanno le direzioni, ma non le rotte. Ci sono flussi che dall'Africa vanno in Europa con direzioni molto generali. Questo vale solo per una piccola parte di migranti, su un centinaio di migliaia di persone solo qualche decina utilizza le frontiere terrestri, molti prendono l'aereo. Molta migrazione "clandestina" è entrata in modo legale attraverso gli aeroporti. Non tutti sono sorvegliati come quelli americani, si può eludere la vigilanza uscendo senza troppi problemi. Alcuni aeroporti sono molto grandi e sono luoghi di passaggio per chi ha un passaporto falso. La polizia non ha la capacità di verificare i documenti di ogni viaggiatore, diverse migliaia al giorno. Oggi ci sono quantificazioni molto approssimative, non si conosce nel dettaglio la portata dei flussi, si lavora con dati anacronistici, dello scorso anno o più vecchi, non si fa monitoraggio sulla sorveglianza delle frontiere, le conoscenze sulle migrazioni sono frammentate. Non solo i flussi non sono conosciuti, ma data la tendenza dei governi a chiudere i centri di accoglienza, c'è molto meno controllo. Esistono milioni di senza patria, gente senza identità, una popolazione sconosciuta, non identificata. Il Nepal ha capito che era meglio regolarizzarla dando a milioni di senza patria un'identità e una nazionalità, un certificato di nascita, cosa mai successa nella storia. È rimarchevole che il governo di un paese povero si sia lanciato in un'operazione simile, anche Thailandia e Cambogia stanno seguendo questa linea. I governi capiscono che per la sicurezza nazionale è più importante dare referenze alle persone, potendo esercitare più controllo su di esse. Non lo fanno per filantropia, ma per averne un'idea più precisa, quantificarli, dar loro uno stato civile, cosa che ne rende più facile la gestione.
Cosa pensa dei recenti casi di navi di migranti mandate indietro dall'Italia?
È scandaloso, ma è una pratica diffusa. Quando le guardie costiere recuperano barche di migranti nel mediterraneo, se possono li riaccompagnano indietro. Sanno che se li portano sulla terra ferma per curarli, per legge sarebbero obbligati ad accettare le richieste di asilo dei più vulnerabili e in pericolo. È più pratico mandarli indietro grazie agli accordi fra paesi, la cosiddetta esternalizzazione, delegando la gestione dei flussi alla polizia e allo stato libico, che lo fanno secondo le proprie leggi e i propri sistemi. Uno scivolamento a sud delle frontiere dell'Europa. C'è l'Europa con le frontiere di Schengen, ma quelle vere vanno più lontano. I migranti che provengono dai paesi poveri rappresentano reddito, c'è bisogno di loro per sopravvivere. È una situazione di legalità immorale, un comportamento avallato dalla legge, visti gli accordi bilaterali, ma immorale. Si specula sulla pelle dei poveri, si è nella legalità della UE, ma anche nell'immoralità di valori umani calpestati come il diritto alla libera circolazione dei popoli che vivono in situazioni di conflitto, spesso provocate dalla nostra eredità coloniale. Oggi invece di affrontare queste responsabilità si spendono miliardi per mettere in sicurezza le frontiere, trascurando i più elementari diritti umani. L'Australia, ad esempio, ha deterritorializzato un'isola per evitare che i richiedenti asilo esercitassero questo diritto nel paese. Li sistema fuori dal territorio nazionale per impedire loro di rivendicare lo status di rifugiato.
Lei ha sottolineato come ormai un uomo sia considerato tale solo in virtù di un passaporto. È davvero così?
Un essere umano è tale con o senza passaporto. Chi proviene dal cosiddetto mondo referenziato, con passaporto UE, è avvantaggiato, ma quanto vale un passaporto nord coreano, turkmeno o senegalese? Il valore umano si attribuisce in rapporto all'identità e alla nazionalità scritte sul passaporto. Dietro a queste statistiche ci sono esseri umani che portano drammi terribili, ma anche una ricchezza per la comunità. Chi non ha passaporto né identità non è protetto da nessuno stato e ha legittimamente il diritto di ritrovarne una per diventare qualcuno. È necessario guardare ai migranti con occhi nuovi, non come una minaccia. Oltre al concetto di frontiera in senso occidentale, come frammentazione dello spazio lineare, esiste un'accezione più orientale di spazio di transizione, territorio di passaggio come per i nomadi delle steppe dell'Asia centrale, dove la frontiera è il territorio stesso. C'è una totale fusione e confusione fra la frontiera e il territorio, in questo spazio transitorio c'è vita, come attorno al lago di Tiberiade dove non ci sono frontiere, ma accordi per l'uso dell'acqua e della terra. Lì drusi, ebrei, arabi, utilizzavano le sorgenti d'acqua sullo stesso territorio e s'incrociavano. Esistono molti territori interstiziali dove ci sono integrazioni, incroci di genti, senza conflitti per rivendicare un territorio. Oltre alle frontiere intese come limiti geografici, che separano la gente, la raggruppano attorno ad un'idea nazionale, la frontiera corrisponde anche alla speranza di spazi comunitari che appartengano e siano gestiti da tutti, e non per questo siano il caos.

Finché c'è guerra, c'è speranza!

Stamattina ero partito con l'idea di scrivere un articolo su quella aberrazione dell'intelletto che risponde al decreto sicurezza. Ok, viste le cretinate che ci sono scritte sopra sarebbe meglio definirlo della INsicurezza. Ma nel paese in cui si definisce eroe un mafioso è evidente che il senso delle parole è una libera interpretazione di chi le usa. Non voglio analizzarla tutta questa legge – anche perché con tutto quel che ho da dire ci potrei scrivere un trattato più che un articolo. Mi interessa analizzare solamente quella che considero la parte più controversa: la questione migranti.
Vediamo nel dettaglio cosa dice il c.d. “decreto Alfano”:

  • permesso di soggiorno a chi HA GIA' un lavoro in Italia. E già qui c'è la prima cretinata: se io vengo in Italia per cercare lavoro mi sa che in Italia un lavoro non ce l'ho, altrimenti che ci vengo a fare in Italia a cercare lavoro se ho già un lavoro in Italia? (p.s..le ripetizioni sono volute...)
  • Nel caso di perdita del lavoro l'immigrato – con documenti in regola presumo – può essere iscritto nelle liste di collocamento per un periodo di 6 mesi, dopodiché di considera clandestino. Io lavoratore immigrato devo presentare la domanda per il rinnovo al massimo entro 60 giorni (a norma di legge sarebbero 90) prima della scadenza del vecchio pds. Mettiamo che io non conosca bene la lingua italiana. Figuriamoci del conoscere la burocrazia che quella non la conosciamo nemmeno noi che ci siamo nati in questo paese. Io so di persone che in 6 mesi non sono riusciti a rinnovarlo quel documento, non per volere loro ma per la bradipica lentezza della nostra burocrazia. In questo caso a chi si attribuisce l'etichetta di “clandestino”?
  • Ciascuna famiglia potrà regolarizzare una sola colf; numero illimitato per le badanti. Perché appena l'ho letto mi è venuto in mente che la Carfagna disse di avere una badante per la madre (e non so con quale inquadramento contrattuale...)?
Diciamo che questi sono alcuni dei punti su cui da sempre ho avuto qualcosa da dire. In realtà c'è sempre stata una domanda che mi sono posto ogniqualvolta si parlasse di immigrazione, clandestinità ed affini. Queste persone, questi uomini e queste donne che vengono in Italia – mi sembra scontato dirlo – scappano da qualcosa.
Ma da cosa?

In molti casi, penso per esempio ai migranti dai paesi africani, scappano dalla povertà. Scappano da condizioni di vita che noi neanche riusciamo ad immaginare. Scappano dalla guerra.
E qui avviene il “black out mentale”: chi c'è dietro quelle guerre?

Incuriosito, accendo il mio bel portatile e vado su google. Mi imbatto ad un certo punto in questo piccolo documento, che riporto fedelmente:

“Fonte: Corriere della Sera – 28 maggio 2006. NAIROBI-Le accuse dell'Onu sono durissime:«L'Italia lo scorso autunno ha fornito materiale militare al Governo Federale di Transizione somalo (Tfg), violando l'embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza». Assieme all'Italia...” etc etc...

Cosa? Non ci potevo credere! Come può il mio paese, quello stesso paese che ha all'art.11 della sua carta costituzionale la dicitura: “L'Italia rifiuta la guerra come strumento d'offesa” e che si vanta di essere tra i maggiori esperti dell'esportazione della pace nel mondo, finanziare la guerra somala? A quel punto mi sembra normale saperne di più.
“...al terzo posto c'è l'Italia” - trovo scritto su PeaceReporter - “con 34,1 milioni di dollari. Il nostro paese, secondo quanto Microfinanza ha trovato nei dati Onu, ha rifornito la Siria per oltre 20 milioni di dollari e il Libano per 13,8 milioni. Una piccola fornitura da 42 mila dollari di 7 tonnellate di «armi non militari» è arrivata anche in Iran nel 2004. Con quest'ultimo paese abbiamo anche scambi – per un valore di 303 mila dollari – di forniture nucleari, insieme ai “cari amici” libici, con i quali abbiamo addirittura una joint venture tra Finmeccanica e Libyan Company for Aviation Industy (la Libyan Italian Advanced Tecnology Compani, Liatec).”
Abbiamo consegnato armi all'Eritrea, a India e Pakistan che si facevano vicendevolmente la guerra (quando si parla di soldi e pallottole non si guarda in faccia nessuno, no?), ad Algeria, Turchia e Colombia – con quest'ultima non oso immaginare quale sia la moneta di scambio – i cui eserciti non brillano certo per il rispetto dei diritti umani.
Non parliamo poi dell'”affaire” F35, gli aerei invisibili che ci costeranno la “modica” cifra di 14 miliardi di euro. Soldi che potevano benissimo essere utilizzati per una seria ricostruzione de L'Aquila. Ma questa sarebbe stata un'operazione “per il popolo”, e si sa che il governo va sempre in controtendenza a chi dovrebbe governare.
«I cacciabombardieri Joint Strike Fighter” - spiega, sempre a PeaceReporter, Walter Bovolenta dell'Assemblea Permanente NOF35- “rappresentano il primo sistema d'arma concepito per rispondere alle esigenze della nuova “gendarmeria mondiale” rappresentata dalla Nato. L'Italia produrrà e si doterà di un aereo militare ideato non per difendere il nostro spazio aereo nazionale, ma per partecipare a future missioni di guerra all'estero, per andare a bombardare in giro per il mondo, seminando morte, distruzione e sofferenza». E tanto per continuare a pulirsi il culo con la Costituzione.
Leggo addirittura – datato 22/07/2009, cioè ieri – dell'approvazione di alcuni emendamenti alla legge n°185/90 sulla trasparenza ed il controllo del commercio di armi per favorire i “venditori di morte”. Ciò vuol dire che da oggi se vendo 1 al mercato regolare delle armi, venderò 100-200 al mercato nero. E nel mercato nero lo sappiamo tutti chi c'è.
Banco Ambrosiano Veneto; Cassa di Risparmio di Firenze; Cassa di Risparmio di Imola, Bnl, Credito Italiano-Unicredito; Comit-Banca Intesa e San Paolo-Imi. Queste, insieme ad istituti bancari esteri come Banco Santander, Barclays, BBVA, BNP Paribas, Deutsche Banck, ING sono tra i finanziatori dei venditori di morte. I 13 istituti bancari principali hanno investito 39,6 miliardi di euro in pratiche e compagnie a dir poco discutibili. Come la Textron, che produce letali munizioni a grappolo, o come la Petrochina e la Vedanta Resources, che detengono dei record nella distruzione dell'ambiente. Le scuse addotte dalle banche (o Banche Armate, come la campagna di sensibilizzazione è stata chiamata) sono veramente ridicole: si passa dal “siamo solo finanziatori passivi” (per la serie “entrasse anche Bin Laden o Bush i soldi glieli diamo lo stesso”) come il Banco Ambrosiano Veneto al “sono armi non offensive” della Cassa di Risparmio di Imola. Scusa degna delle peggiori barzellette del premier.
Visti e considerati gli interessi in gioco – ed i giocatori – io credo sia doveroso che la società civile si svegli, informandosi e facendo pressione su governi ed istituzioni (bancarie e non) affinché i soldi dei nostri conti corrente non vadano a finanziare questo o quel signore della guerra afghano o somalo o di dove volete voi.

Ma come si dice: “Finché c'è guerra, c'è speranza”.

Ecco da cosa scappano quegli uomini e quelle donne che sbarcano sulle nostre coste, che tentano di attraversare i confini. Scappano da quel mondo che noi "popoli ricchi ed esportatori di pace" siamo correi a formare.

Approfondimenti:

Chiamata alla civiltà (disobbediente)...


di Padre Alex Zanotelli

"Mi vergogno di essere italiano e di essere cristiano. Non avrei mai pensato che un paese come l'Italia avrebbe potuto varare una legge così razzista e xenofoba. Noi che siamo vissuti per secoli emigrando per cercare un tozzo di pane (sono 60 milioni gli italiani che vivono all'estero!), ora infliggiamo agli immigrati, peggiorandolo, lo stesso trattamento, che noi italiani abbiamo subito un po' ovunque nel mondo. Questa legge è stata votata sull'onda lunga di un razzismo e di una xenofobia crescenti di cui la Lega è la migliore espressione. Il cuore della legge è che il clandestino è ora un criminale. Vorrei ricordare che criminali non sono gli immigrati clandestini ma quelle strutture economico-finanziarie che obbligano le persone a emigrare. Papa Giovanni XXIII° nella Pacem in Terris ci ricorda che emigrare è un diritto. Fra le altre cose la legge prevede la tassa sul permesso di soggiorno (gli immigrati non sono già tartassati abbastanza?), le ronde, il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e matrimoni misti, il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l'ordine di espulsione ed infine la proibizione per una donna clandestina che partorisce in ospedale di riconoscere il proprio figlio o di iscriverlo all'anagrafe. Questa è una legislazione da apartheid, che viene da lontano: passando per la legge Turco-Napolitano fino alla non costituzionale Bossi-Fini. Tutto questo è il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, rom e mendicanti. Questa è una cultura razzista che ci sta portando nel baratro dell'esclusione e dell'emarginazione. «Questo rischia di svuotare dall'interno le garanzie costituzionali erette 60 anni fa - così hanno scritto nel loro appello gli antropologi italiani - contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali». Vorrei far notare che la nostra Costituzione è stata scritta in buona parte da esuli politici, rientrati in patria dopo l'esilio a causa del fascismo. Per ben due volte la Costituzione italiana parla di diritto d'asilo, che il parlamento non ha mai trasformato in legge. E non solo mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno anche di essere cristiano: questa legge è la negazione di verità fondamentali della Buona Novella di Gesù di Nazareth. Chiedo alla Chiesa italiana il coraggio di denunciare senza mezzi termini una legge che fa a pugni con i fondamenti della fede cristiana. Penso che come cristiani dobbiamo avere il coraggio della disobbedienza civile. È l'invito che aveva fatto il cardinale R. Mahoney di Los Angeles (California), quando nel 2006 si dibatteva, negli Stati Uniti, una legge analoga che definiva il clandestino come criminale. Nell'omelia del Mercoledì delle Ceneri nella sua cattedrale, il cardinale di Los Angeles disse che, se quella legge fosse stata approvata, avrebbe chiesto ai suoi preti e a tutto il personale diocesano la disobbedienza civile. Penso che i vescovi italiani dovrebbero fare oggi altrettanto. Davanti a questa legge mi vergogno anche come missionario: sono stato ospite dei popoli d'Africa per oltre 20 anni, popoli che oggi noi respingiamo, indifferenti alle loro situazioni d'ingiustizia e d'impoverimento. Noi italiani tutti dovremmo ricordare quella Parola che Dio rivolse a Israele:

"Non molesterai il forestiero né l'opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d'Egitto"
(Esodo 22,20)

I nostri padri, nonni e bisnonni del 2009



«Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto.» [Levitico 19:34]


Queste parole non provengono da qualche libro "comunista". Provengono dalla Bibbia, da quel testo che in questo paese dovrebbe essere conosciuto a memoria praticamente da tutti, perché praticamente tutti si dichiarano ferventemente cattolici e - nella maggior parte dei casi - anche praticanti. Non capisco il perché di tutto questo odio verso i clandestini. E non venitemi a dire perché ci rubano il lavoro perché questa è un'emerita stronzata. Perché se fosse vero allora dovreste incazzarvi e voler cacciare (uso la seconda persona plurale perché io adoro mischiarmi a ciò che da me differisce, che sia esso mera cultura astratta o persona fisica...) dal suolo che vi ha dato i natali anche i dirigenti delle multinazionali, spesso stranieri, i lavoratori yankee, brasiliani, argentini eccetera eccetera. Perché anche loro sono extracomunitari. Non capisco il perché di tutto questo odio, anche se posso - passatemi il termine - "giustificarlo". Lo giustifico - per così dire - adducendo ad un popolo che non ha memoria. Perché quelli che per la bibbia sono nostri fratelli - ed in questo caso, al contrario di quanto fatto precedentemente, mi aggiungo anche io - e che noi insultiamo chiamando clandestini altro non sono che i nostri padri, nonni e bisnonni di inizio '900..