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La legge 194 è salva. Almeno nella forma

foto: Val
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Spoleto, 21 giugno 2012 – La buona notizia è che la legge 194 è formalmente salva. Come scrivevamo nei giorni scorsi, infatti, ieri la Corte costituzionale si è espressa in merito alla costituzionalità della legge – presente nel nostro ordinamento dal 1978 – dopo essere stata interpellata da un giudice spoletino chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di interruzione volontaria di gravidanza da parte di una minorenne.
Il tentativo di creare un pericoloso precedente a cui i movimenti anti-abortisti avrebbero potuto appellarsi per via giuridica, dunque, è andato male. La corte ha infatti dichiarato “manifestatamente inammissibile” il ricorso.

La cattiva notizia è che il sistema socio-politico fatto di anti-abortist* ed obiettori di coscienza non è stato ancora smantellato.
C'è chi dice che quelle sul salvataggio e sulla applicazione della legge 194 siano una battaglie ideologiche. Ha perfettamente ragione. «Obiettivo di una società liberal-democratica» - si legge nel manifesto contro l'obiezione di coscienza (sanitaria, naturalmente[1]) della campagna “il buon medico non obietta”[2] - «è quello di fare in modo che ogni persona possa vivere il più possibile coerentemente con i propri valori e le proprie convinzioni. Questo significa che le persone non soltanto possono pretendere di non essere sottoposte a quei trattamenti che considerano gravemente lesivi della loro dignità, ma possono anche rivendicare il diritto di avere accesso a quegli interventi senza i quali verrebbe sicuramente minacciata sia la loro salute/benessere che la loro libertà». È per questo, dunque, che la battaglia affinché ognun@ possa disporre del proprio corpo come meglio crede (e qui, dunque, non mi riferisco solo al contesto della 194) diventa una battaglia ideologica nei confronti di chi vorrebbe un futuro declinato al passato, con mammane e corpi gestiti direttamente da un “ente superiore” - religioso o statale che sia - di turno.

Note
[1] Manifesto contro l'obiezione di coscienza, Consulta di bioetica;
[2] campagna: "il buon medico non obietta"

#Save194, l'Italia rischia un'altra recessione: quella etica

foto: femminileplurale.wordpress.com
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Spoleto, 17 giugno 2012 – Il nostro paese è in crisi. Non solo – e non tanto – con la ben nota crisi economica dalla quale il governo dei professori sembra voglia farci uscire applicando i dettami della Scuola di Chicago (vedasi alla voce: Argentina 2001) ma anche e soprattutto da un punto di vista sociale, etico.

Una delle battaglie più importanti, in Italia come nel resto dell'Europa, si combatte da tempo sulla possibilità che le donne hanno di poter scegliere di abortire, un diritto – sacrosanto – che in Italia venne conquistato con una forte battaglia referendaria nel 1978 mediante il quale è stata introdotta nel nostro ordinamento la legge 194, quella stessa legge che tra tre giorni potrebbe essere definitivamente espulsa dal nostro ordinamento giuridico.
Il prossimo 20 giugno, infatti, la Corte Costituzionale è chiamata ad esaminare la costituzionalità di questa legge (dopo trentaquattro anni dovrebbe essere questione già chiusa da un pezzo, comunque) dopo essere stata interpellata da un giudice di Spoleto che doveva dirimere il delicatissimo caso della richiesta di interruzione di gravidanza da parte di una minorenne. Il giudice ha infatti confrontato la legge 194/78 con alcune indicazioni provenienti dalla Corte Europea, in quanto la prima potrebbe ledere il diritto alla vita dell'embrione, «in quanto uomo in fieri», violando gli articoli 2 e 32 – che rispettivamente riguardano i diritti inviolabili dell'uomo e la tutela della salute – della nostra carta costituzionale. Tale problema deriva da una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione Europea, che il 18 ottobre dello scorso anno ha riconosciuto l'embrione umano «quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto», provocando così un ampio sorriso sulle bocche di alti esponenti del Vaticano e degli appartenenti ai movimenti pro-life europei.

Qualora la Corte decidesse per la incostituzionalità della 194 – che ci ha portato peraltro ad essere uno degli ultimi paesi europei per numero di aborti - quello che avverrà è già noto, dato che torneremmo esattamente all'epoca in cui questa legge non esisteva e nella quale chi aveva i soldi necessari andava ad abortire in lussuose cliniche estere, per le altre rimanevano solo i ferri da calza delle mammane o i maldestri tentativi di auto-aborto.

Questo ennesimo attacco alla legge 194/78 è comunque da leggersi nel più ampio attacco all'autodeterminazione delle donne, già fortemente minata dalla legge 40 sulla procreazione assistita, «che legalizza una serie di ingerenze sui corpi delle donne e sulle loro scelte genitoriali con effetti devastanti tra l'altro sulle coppie che desiderano figli»

Italia, il paese dove chi vuole partorire non può e chi non vuole è costretta

Lipari (Messina) – Se ne era già parlato agli inizi di ottobre[1], quando ancora non c'era niente di ufficiale e la “rivolta dei pancioni” era nel suo pieno svolgimento. Ma non è servita a nulla. Nel frattempo, però, molta cura viene data ai feti, che da oggi avranno anche un luogo in cui essere seppelliti.

L'Assemblea Regionale Siciliana, ad ottobre, aveva deciso – attraverso un decreto proposto dall'assessore alla Sanità Massimo Russo – di sopprimere ben 23 “punti nascita” nelle isole Eolie, accorpandoli tutti in una “guardia ostetrica” operativa, operativa 24 ore su 24 – seppur composta da sole due ostetriche – per attenersi al dettame dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che aveva fissato in 500 nascite all'anno la “soglia minima” per tenere aperto un punto nascita. E nelle Eolie a mala pena si arriva al centinaio.
Da qui la rivolta delle partorienti – la “rivolta dei pancioni”, appunto – che, a seguito di questa politica di redistribuzione di ostetriche sul territorio saranno obbligate a dover andare in un ospedale della terraferma, in quanto quello che l'assemblea regionale sta per chiudere è l'unico reparto di ostetricia presente nelle isole, in quanto a quello di Lipari fanno capo anche le altre isole.

La situazione che si sta per delineare – l'atto è diventato effettivo e la chiusura è prevista al massimo entro qualche giorno – è che per partorire dalle isole bisognerà spostarsi verso i presidi di ostetricia più vicini (Milazzo, Patti o Messina), via aliscafo, in circa 45 minuti, o via elicottero. Condizioni del mare e del meteo permettendo, naturalmente. Senza contare, oltre ai rischi per la salute del nascituro e della partoriente, l'eventualità di un trasferimento “programmato” che potrebbe avere, per le famiglie, dei costi non sempre accessibili.
Da qui la cittadinanza si è rivolta direttamente al presidente della Repubblica.

A questo punto potrei anche firmare questo articolo e chiuderla qui. Permettetemi, però, di legare a questa una notizia che è, in qualche modo, il “rovescio della medaglia” delle difficoltà che incontreranno le future mamme liparesi nel partorire.
Da Lipari ci spostiamo a Roma, dove ieri è stato inaugurato il “giardino degli angeli”, un'area di 600 metri quadri all'interno del cimitero del Laurentino, destinato alla sepoltura dei feti abortiti. «Questo progetto» - dichiara Sveva Belviso, vicesindaco della capitale con delega alle Politiche sociali - «risponde alle richieste di chi vuole assicurare al proprio bambino non nato un luogo di sepoltura e non essere più trattato come un rifiuto ospedaliero. L'iniziativa», ha sottolineato la Belviso, «non vuole intaccare i principi sanciti dalla legge 194 ma vuole dare una risposta alle richieste di coloro che intendono il loro figlio mai nato».

Stefania Noce, vittima di femminicidio

foto di Riotclitshave
«LICODEA EUBEA (CATANIA), 27 DIC - Duplice omicidio per motivi passionali a Licodia Eubea, in provincia di Catania, dove un giovane di 24 anni, Loris Gagliano, che non si rassegnava alla fine della relazione sentimentale, avrebbe ucciso a coltellate l'ex fidanzata, Stefania Noce, di 24 anni, il nonno della ragazza, Paolo Miano, di 71, e ferito al torace la moglie della vittima, una donna di 60 anni, ricoverata con ferite da taglio al torace ma non in pericolo di vita». Questo riportava l'agenzia Ansa alle 14:38 di due giorni fa[1] per raccontare l'ennesimo femminicidio. Dietro a quelle poche righe, però, c'è – ci sarebbe – molto altro da dire.

C'è, ci sarebbe, come prima cosa, da chiedersi quanto durerà il cordoglio per Stefania, vittima di chi con troppa faciloneria viene definito “pazzo” ma che pazzo non lo è, così come non lo era Gianluca Casseri, il militante di Casapound che due settimane fa, a Firenze, ha ucciso Samb Modou e Diop Mor, la cui unica colpa è stata quella di essere migrati in uno dei paesi più ignoranti e retrogradi dell'intero globo.
Ma lo sappiamo, “pazzia” - espressione-contenitore che può voler dire tutto come può voler dire assolutamente niente – è un ottimo appellativo da affibbiare quando non si vuole, o non si può, addentrarsi in approfondimenti che richiedono un livello minimo di studio e comprensione. Non esattamente quello che richiede chi ti vende “Il Grande Fratello” ed altre dabbenaggini simili.

137(in aumento), il numero della bestia. Un'altra delle parole più utilizzate in questi casi è “bestia”, che forse è anche più pericolosa del classico “pazzo” o del “raptus”. Perché la “bestia” rimanda ad una cosa giocoforza diversa da chi quella parola l'ha usata, qualcosa di “diversamente umano”, “disumano”. È per compensare le “bestie” – perché in ogni storia che si rispetti, se c'è il “cattivo” deve esserci anche il “buono” che lo sconfigge – che si è allora creata la figura dell'”eroe”, quel soggetto grazie al quale ci “sgraviamo” le coscienze, «nel momento in cui ci abbandoniamo all'idea che ci sia l'eroe che con la sua parola cambierà il mondo abbiamo creato un fatto di specie ma commesso un errore enorme», come disse il magistrato Raffaele Cantone in un'intervista di un paio di anni fa.

Mentre a Catania “la passione” uccideva Stefania, a Chieti quella stessa cosa che qualcuno ha definito in questi termini (ma “passione” e “amore” sono cose ben diverse) uccideva Silvia Elena, 20 anni, rumena. Il suo assassino, Luca D'Alessandro, di anni ne ha 18. L'ha uccisa per un bacio negato, forte del fatto che Silvia Elena si prostituisse per professione (o forse per costrizione professionale, che è un'altra cosa anch'essa) e che quindi, nell'ottica del “maschio”, certe cose non c'era nemmeno bisogno di chiederle.

Biologia del dominio: sullo stupro correttivo e la violenza istituzionale


La donna che vedete nella foto si chiama Millicent Gaika. La sua storia l'abbiamo conosciuta in quest'ultimo periodo in rete: qualche settimana fa, infatti, Millicent è stata vittima di uno stupro cosiddetto “correttivo”, una pratica con la quale gli uomini tentano di “correggere” la “devianza” delle ragazze e delle donne lesbiche. Il suo “correttore”, Andile Ngoza, durante la violenza le ripeteva frasi come «so che sei lesbica. Non sei un uomo, pensi di esserlo, ma ora ti faccio vedere che sei una donna». Arrestato, è stato rilasciato su cauzione – l'equivalente di 10 dollari – e adesso è a piede libero. Niente di stupefacente, comunque, se si considera che il Sud Africa ha deciso di affidare le chiavi del potere nazionale a Jacob Gedleylhlekisa Zuma, uno dei principali esponenti del movimento anti-apartheid sul quale pendeva fino a non molto tempo fa l'accusa di aver “corretto” la figlia lesbica di un suo amico. Il processo che l'ha scagionato – c'è da scommetterlo – farebbe dubitare della propria posizione anche il più fervente difensore dei giudici che tanto di moda sembrano andare in questa fase storica del nostro paese. Ma questa è un'altra storia...

Nonostante la “rainbow nation” sia stata inneggiata per la lotta contro le discriminazioni (tanto da essere stato il primo paese al mondo ad inserire nella propria carta costituzionale – art. 1, paragrafo b) - il reato di discriminazione su base sessuale la realtà oggi è ben diversa, tanto che quella degli stupri correttivi sta diventando una vera e propria piaga sociale. Dal luglio 2007, data del primo caso noto - sono trentuno gli stupri correttivi denunciati, ventiquattro dei quali conclusi con l'uccisione della vittima. Il caso più conosciuto a livello internazionale è sicuramente stato quello di Eudy Simelane, la “stella” della nazionale femminile di calcio, trovata seminuda ed uccisa con venticinque coltellate all'alba del 28 aprile 2008.
Nonostante il lavoro delle organizzazioni locali, però, le grandi ong che si ergono all'”universale” difesa dei diritti umani, né i media mainstream né i governi “democraticamente umani” dell'Occidente sembrano interessarsi al problema o, quanto meno, sembrano identificarlo come meno rilevante rispetto a diritti umani più “spendibili” in termini di regime change (il caso Sakineh-Iran di qualche mese fa – peraltro completamente rimosso dai media occidentali – riecheggia ancora nelle orecchie di molti...). Tale mancanza potrebbe avere due chiavi di lettura: o l'incuria derivante dalla mancanza di interessi “strategici” - economici e/o neo-coloniali (l'affaire Libia insegna) - dell'Occidente in Sud Africa oppure, semplicemente, il fatto che né la cara vecchia Europa né gli Stati Uniti d'America – culla di civiltà e democrazia – possano ergersi a “moralizzatrici” dato che anche da noi il fenomeno omofobico sta diventando sempre più preoccupante.

La giustizia è ottusa. La storia di Faith Aiworo

Bologna (Italia) - Nel precedente post sostenevo che l’Italia è un paese mafioso. No, niente riferimenti a Dell’Utri, Berlusconi e simili, ma un riferimento che a me sta molto più a cuore delle “male pratiche” del governo. L’Italia è un paese mafioso perché gli omicidi su commissione sono prerogativa della criminalità organizzata, come tante volte abbiamo visto nei film. Ma questo non è un film. Questa è la storia di una ragazza di 23 anni, che il nostro “civile e democratico” paese ha mandato a morte – non si sa se già eseguita, visto che non si riesce ad averne notizia – in Nigeria, il suo paese natale. Questa ragazza si chiama Faith Aiworo, è arrivata in Italia due anni fa, dopo che nel suo paese ha scontato due anni di prigione – uscendone dietro cauzione – per aver ucciso quattro anni fa il suo datore di lavoro che l’aveva violentata. Due anni fa arriva a Bologna, dove però non riesce a trovare né un modo per ottenere il permesso di soggiorno né fa domanda di asilo politico, visto che nessuno le ha mai spiegato che esisteva questa possibilità, cosa che mai viene fatta con gli stranieri (e poi ci lamentiamo se non rispettano le regole: se qualcuno si prendesse la briga di spiegargliele forse staremmo tutti meglio!) Qualche giorno fa alla porta dell’appartamento bolognese di Faith suonano le forze dell’ordine, chiamate dai vicini allarmati dagli strani rumori che provenivano dal suo appartamento, dove due suoi connazionali stavano tentando di violentarla di nuovo.
Essendo in Italia, secondo voi chi ha pagato? Visto che in questo paese la giustizia è ottusa, e gli uomini che la rappresentano non hanno l’ordine di far funzionare il cervello, Faith viene prima spedita nel Centro di Identificazione ed Espulsione in via Mattei, e poi, martedì 20, viene rispedita in Nigeria, dove il processo a suo carico si è concluso con una sentenza di impiccagione, visto che nel paese africano non esiste il concetto di “legittima difesa”.
Lo Stato, lo sappiamo, è assassino per definizione. E il nostro – nonostante qualche anno fa si fece promotore della moratoria contro la pena di morte – è forse uno dei peggiori, visto che si uccidono (pardon, si lasciano morire) persone il cui unico desiderio è quel futuro che a noi è dato per fortuna geografica in mezzo al Mediterraneo e, nel caso in cui riescano a salvarsi, vengono lasciati morire nei C.I.E.
Secondo “le carte” il nostro paese ha violato non solo gli articoli 2, 10 e 27 della propria carta costituzionale (ma vabbè, con quella non solo i leghisti ci si puliscono il culo)

Posso abdicare alla "razza" maschile?

D'accordo che una delle mie massime preferite è la famosa «Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo» che, peraltro nulla ha a che fare con Voltaire se non quella di comparire in una sua biografia scritta da Stephen G. Tallentyre, pseudonimo di Evelyn Beatrice Hall (sarà un caso che cotanta frase sia stata concepita dalla mente di una donna?), e che secondo l'art.21 della Costituzione del nostro sgangherato paese tutti hanno diritto di esprimere la propria opinione, ma ogni tanto mi chiedo se più della quantità non sia meglio favorire la qualità dei pensieri espressi.

Mi riferisco al “meraviglioso” articolo di Massimo Fini sullAntefatto che già dal titolo lascia – o dovrebbe lasciare – alquanto sgomenti: “Donne, guaio senza soluzione”.
Credevo fosse difficile - se non impossibile - riuscire a scrivere qualcosa che potesse scandalizzarmi, vista la miserrima qualità dell'informazione nostrana, ma questo profluvio di maschilismo, misoginia, luoghi comuni e stupidità è riuscito a farmi indignare. Anche se mi indigna di più sapere che molte di quelle donne che lanciano i loro strali contro le misoginie di Berlusconi in questo caso non diranno niente. Perché? Perché Fini scrive sul giornale di Travaglio, quindi scrive “dal lato buono della forza”; che poi dicano che sia un giornale “il cui unico padrone è il lettore”, oltre ad essere una gran bella barzelletta mi fa dubitare, ma su questo ci torno in seguito.

Mi chiedo se Fini conosca Ciudad Juarez, una città messicana al confine con gli Stati Uniti ribattezzata “la città che uccide le donne”: potete leggerne qui [http://senorbabylon.blogspot.com/2009/03/bienvenidos-en-el-infierno.html nel primissimo articolo di questo blog] oppure guardare Bordertown, che racconta esattamente questa storia.
Io credo che di questa non proprio paradisiaca cittadina il nostro non ne abbia neanche mai sentito parlare così, per caso, altrimenti non so come spiegarmi una frase del tipo: «al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola». Mi irrita più di quanto si possa immaginare una frase del genere, perché siamo qui quotidianamente a leggere e denunciare di stupri, di femminicidi, di violenze di genere e poi permettiamo che si possa scrivere questa istigazione all'omicidio su un giornale a tiratura (quasi) nazionale? Mi chiedo come Travaglio possa lasciarsi scappare un'occasione del genere: visto che nei suoi articoli si erge al triplice ruolo di accusa, giuria e giudice – con tanto di sentenza

Il genere del machismo

Questo post parte da qui: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2596a88b-dade-4873-93d6-d9b635e70503.html?p=0 e da una sempre più pressante domanda che, fortunatamente non da solo, mi sto facendo nell'ultimo periodo e che gira intorno alla famosa teoria di comunicazione di Harold Lasswell: «Who says what to whom in what channel with what effect».
In particolare è l'ultima frase – quel “with what effect” - che mi stuzzica la curiosità. «Con quali effetti» si comunica, si chiedeva il politologo statunitense nel secolo scorso. “Con quali effetti”, “a che scopo” sono modi alternativi di formulare la questione in maniera probabilmente ancor più diretta. Per farlo basta un'unica parola: perché?
Ma procediamo per gradi.

Questa è la pubblicità incriminata che si può vedere per le strade di Napoli. A parte la poca fantasia, come da più parti evidenziato, per stessa ammissione del responsabile lo stesso pay-off era stato utilizzato in precedente campagna pubblicitaria che differiva da quella in oggetto per un diverso contesto, senza che la cosa abbia fatto indignare femminista alcuna. Ora: non sono riuscito a trovare la vecchia campagna pubblicitaria, ma quel che mi chiedo – e che quindi, non potendo dissipare la questione, rimane sul piano dei dubbi – è se il non suscitare scalpore non sia stato dettato, nella precedente pubblicità, proprio dalla non associazione tra una frase dall'aulicità degna di una caserma e la ragazza presente nel cartellone. Ed è a questo punto, che si instaura la domanda che ci viene da Lasswell e che quindi torno a ripetere: perché? Perché, per pubblicizzare una macchinetta per fare il caffè bisogna metterci una ragazza vicino?

Il problema è, però, ben più esteso. Perché per pubblicità di scarpe, di pavimenti o di qualunque altra diavoleria vi possa venire in mente, bisogna infilarci dentro una ragazza, la cui figura deve, naturalmente, rispondere a determinati canoni?
Prendiamo proprio l'immagine della pubblicità del caffè: perché si è deciso di utilizzare una figura di giovane donna con quelle determinate caratteristiche fisiche? Non è neanche una delle immagini peggiori per la dignità femminile (ve ne posterò alcune proseguendo nella lettura che sono decisamente peggio), ma se la ragazza non è rilevante ai fini della promozione, perché utilizzare lei e non qualcun altr*? Non so, magari una bella signora di età avanzata, dal viso simpatico e sorridente, che avrebbe potuto sottolineare ancora di più la facilità di utilizzo della macchinetta. Oppure perché non un bel signore con pochi capelli e una bella panza voluminosa? In ambedue i casi, io credo, il messaggio, cioè la gratuità dell'oggetto in promozione, non sarebbe stato di minore forza ed anzi, forse più nel caso della scelta di una figura maschile, si sarebbe potuto dare ancor più risalto al pay-off, che non avrebbe certo fatto inferire – come invece è stato – allusioni sessuali di una estrema povertà intellettuale.

Prendendo a pretesto questa pubblicità, peraltro, è partita anche una campagna dell'UDI (Unione Donne in Italia) con lo scopo di contrastare le immagini lesive e gli stereotipi femminili ovunque, non solo nella pubblicità. Io non posso aderirvi ufficialmente, in quanto la campagna è aperta alle sole donne, per cui l'unica cosa che posso fare – oltre a farmi megafono della stessa – è invitare le lettrici del blog, di ReportOnLine e di Facebook ad aderire a questa campagna. Perché il problema è ben più importante di quel che si vuole far credere, anche se i problemi di rilevanza nazionale sembrano essere ben altri.
Permettetemi quindi una piccola digressione: il “caso” politico per cui il Paese intero si è fermato in questi giorni è la non ammissione di alcune liste che appoggia(va)no le candidature del PdL in Lombardia e a Roma e la firma del Presidente della Repubblica sul relativo decreto legge. Questo in realtà è un falso problema che, come tale, diventa l'unico argomento di discussione di un Paese che fa sempre più ridere a livello internazionale per la qualità della sua classe dirigente e – soprattutto – culturale. È un falso problema semplicemente perché le elezioni sono falsate ed illegali. Ancor prima di essere avviate: perché non sono realmente “libere e democratiche” come si vorrebbe far credere – basti pensare all'ormai annoso problema delle preferenze e delle liste bloccate – e perché esiste un documento che rende inutile qualsivoglia discussione a carattere nazional-elettorale. Questo documento è conosciuto come Trattato di Lisbona che, essendo stato fortemente voluto dai poteri forti che fanno girare il mondo, ha una valenza maggiore di qualsivoglia Costituzione nazionale, in barba alla c.d. “gerarchia delle fonti”. Come se non bastasse, mentre negli altri Paesi è stato fatto un referendum per chiedere alla cittadinanza se fossero favorevoli o contrari (motivo per cui gli irlandesi sono balzati agli onori della cronaca qualche mese fa...), in Italia non solo si è ratificato il Trattato nel silenzio più totale, ma oggi ad ergersi a difensore di una Democrazia umiliata c'è Antonio Di Pietro, che ha la pecca di aver accettato la ratifica di quel documento che, de facto, diventa la Costituzione degli Stati Uniti d'Europa. Per cui per me prima di tacciare qualcuno di “golpismo”, di “attentato alla democrazia” il leader dell'IdV dovrebbe guardarsi un po' allo specchio. Magari si renderebbe conto che l'unico motivo per cui ha diritto di parola è che l'Italia è un paese democratico. Checché se ne dica e se ne pensi.

Un'altra persona che ha diritto di parola solo perché siamo in democrazia – ritornando al filone centrale del post – è una delle “signore” presenti alla trasmissione a cui vi rimando con il link all'inizio. Sto parlando di Alda D'Eusanio, che non si capisce bene per quale motivo sia stata invitata, se non quello di pareggiare il numero di maschilisti presenti in studio, visto che uno dei due pubblicitari – quello che ha avuto la “genialata” - sembrava non avere facoltà di parola.

«(...)non si pensi che tutte le donne fanno bene alle donne. Ce ne sono di devastanti e deleterie per se stesse e per tutte noi. Ci sono donne sessiste che sfruttano i corpi delle donne tanto quanto gli uomini».

E la D'Eusanio è una di queste, basti guardare al fatto che le battute più triviali in quei 24 minuti di trasmissione vengono proprio da lei. Nel precedente post, ho definito questo tipo di comportamento “machismo mestruato”, termine con il quale indico tutte quelle donne che si comportano in maniera machista nei confronti del loro genere.
Chi sono? Sono tutte quelle donne che di fronte a cartelloni pubblicitari, trasmissioni televisive, pubblicità sui giornali in cui la donna viene rappresentata in maniera eccessivamente erotizzata per il contesto – come le “fantastiche 4” dell'Alma Mater, sulle quali tornerò in seguito – non si indignano ma, anzi, ne provano quasi piacere. Sono tutte quelle donne che accettano incondizionatamente la subordinazione, e dunque la sottomissione, al maschio ed alla cultura machista che egli rappresenta. Le stesse donne, molte delle quali frequentano i salotti televisivi, che quando si trovano invischiate in discussioni sull'ennesimo stupro difendono lo stupratore, avallando – spesso facendosene dirette emissarie – frasi dal chiaro stampo maschilista quali “se l'è cercata”, “vestita così cosa pretende?” e non c'è bisogno di aggiungere altri esempi.

  • La pubblicità
La pubblicità, ma potremmo ampliare il discorso al campo dei media in generale, è senza ombra di dubbio, il canale dove maggiormente si evidenziano fenomeni di questo tipo:


Questa pubblicità, di cui non so – e non mi interessa – conoscere il committente (e ad essere sinceri neanche chi ha avuto l'idea) è solo una tra le migliaia di esempi che potrei portare per evidenziare il concetto di donna che si vuole per questa società. Perché i mezzi di comunicazione veicolano mode, stili e modelli sociali, e la pubblicità – in quanto mezzo di comunicazione – non è da meno. Anzi: è forse il miglior modo, perché la pubblicità è breve (qualora si parli di quella radio-televisiva) ed incisiva, quindi il messaggero – cioè la conformazione “estetica” della pubblicità (cioè come la pubblicità si presenta nel suo insieme visivo e/o uditivo) – deve “investire” il destinatario, più è d'impatto più avrà effetto nel breve periodo.

A differenza del resto del mondo occidentale, dove la donna è finalmente concepita in maniera non maschilista, nel nostro paese si possono evidenziare due figure di “donna da pubblicità”: quella della pubblicità comune, come quelle fin qui proposte, quindi una donna fortemente erotizzata, anche tramite l'utilizzo di un contesto con forti richiami sessuali, come nelle due immagini che seguono (la prima appartiene alla stessa campagna dell'immagine precedente):

[1] [2]

Questo tipo di rappresentazione della donna – che potremmo quasi innalzare a vera e propria corrente di pensiero – è quella ben nota della donna-oggetto, nella quale la sua identità sociale è svilita e relegata al mero ruolo di oggetto (appunto) dei desideri di un ipotetico pubblico maschile. La sua caratterizzazione dunque deve rispondere a caratteri accettati da questo tipo di pubblico o, più probabilmente, deve dettare i caratteri accettati dal pubblico a cui fa riferimento. Basta guardarsi intorno per capire questo: oggi le adolescenti, cioè il soggetto sociale su cui più fa presa il concetto di riconoscimento nel modello sociale di riferimento – anche se non è raro che vi si conformino anche gli adolescenti – si rifanno al modello della “velina” per creare la propria identità sociale, cioè all'immagine della “donna da pubblicità“, perfetta – in modo naturale o grazie ad aiutini di varia natura - nelle sue fattezze fisiche, cioè alla “donna da pubblicità ”resa in carne ed ossa. La caratterizzazione di questo personaggio dunque, avrà forti richiami sessuali – pose, espressioni facciali – pur non avendo alcun legame con il contesto nel quale vengono ascritte.
Tale “corrente”, però, non riflette solo l'universo giovanile, basti guardare a come la pubblicità si pone nei confronti di due categorie anagrafiche diverse da quelle sinora prese in esame: donne anziane, a cui è sempre più legato il concetto di “immortalità”, e quindi tutto quell'insieme di rappresentazioni giovanili delle pubblicità a loro dedicate, e bambine, sulle quali è forse il caso soffermarsi un attimo.

Secondo il sociologo – e teorico della comunicazione – Neil Postman, la società odierna, che fa del consumismo uno dei suoi mantra, tende ad opacizzare le differenze anagrafiche tra bambin* ed adulti, inglobando ambedue sotto la più generica classe di “consumatore” (o consumatrice), e questo è ben visibile nelle pubblicità in cui protagonisti sono bambine e bambini – maggiormente le prime – a cui viene richiesto un atteggiamento non certo naturale per la loro età e che scimmiotta quello di età anagrafiche più elevate.
In una ricerca del 2006, Emma Rush e Andrea La Nauze dell'Australian Institute definiscono questo aspetto “Corporate Paedophilia”, in quanto – come è evidente – questo modo di progettare una pubblicità abusa di figure infantili per strizzare l'occhio agli adulti al fine di trarne vantaggi economici (cioè la vendita del prodotto commercializzato).

Se si pensa ai danni che un tipo di comportamento simile ingenera in chi ne è veicolo senza averlo scelto (cioè i bambini, che spesso nei primi anni vivono in base ai desideri di realizzazione dei propri genitori), si può quantomeno iniziare a capire da dove provenga la lolitizzazione delle adolescenti ed i casi di cronaca in cui molt* di loro si concedono fisicamente per raggiungere un profitto nel breve periodo (come può essere quello della ricarica per il telefono cellulare).

In contrapposizione alla “donna da pubblicità”, l'altra corrente di pensiero è quella della “donna-Mulino Bianco”: cioè di una donna che, seppur erotizzata in maniera meno evidente, risponde agli stessi canoni fisici della “donna da pubblicità”, dalla quale si differisce per la caratterizzazione del contesto nella quale viene inserita. Se da una parte, infatti, abbiamo l'esplicitazione della donna-oggetto, rimarcando molto l'aspetto fisico (che deve avvicinarsi anche in questo caso alla perfezione) e dunque la sua carica di desiderabilità fisica da parte del macho italico, la “donna-Mulino Bianco” rappresenta invece l'altro modo che in Italia si ha di concepire la donna: cioè donna come madre di famiglia, dove la figura femminile sarà caratterizzata con ruoli sociali più “forti” (donna in carriera e consimili), ma sempre nell'ambito del candore familiare, così da rimarcare il ruolo di moglie e madre-procreatrice – e dunque anche in questo caso di posizione subordinata al maschio – in cui la cultura machista italica la relega.
Manca, a mio modo di vedere, un terzo modello di donna: quello che io definisco “alla Anna Magnani”, cioè di una donna che non è fisicamente perfetta (basti pensare alla strenua difesa delle sue rughe che ebbe a fare con un truccatore, come viene evidenziato anche ne “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo) ma che risulta, proprio per questo, decisamente più vera e dunque più vicina alla donna (o alla ragazza) della porta accanto, quella che si può incontrare tutti i giorni al supermercato, che tiene più alla sua emancipazione – anche, e forse soprattutto, grazie alla cura del suo Io intellettual-culturale – che non al suo “involucro” fisico.
Ma, evidentemente, alla pubblicità – ed alla comunicazione in genere – la persona che rientra nei canoni della normalità non interessa, altrimenti come si spiegherebbe l'uso di richiami alla sessualità anche nelle campagne elettorali?

  • La politica
E torniamo alle “Fantastiche 4” di cui dicevo prima.L'idea di questa pubblicità, era quella di pubblicizzare le sedi distaccate dell'Alma Mater – l'Università più antica d'Europa - cioè Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini. Per quale motivo la scelta pubblicitaria sia ricaduta sul modello “Power Rangers” e non sul modello di “normale studentessa universitaria” credo sia facilmente intuibile: il sesso – esplicitato o velato - ”vende” bene, come dice la sociologa Francine Descarries. Questo è chiaro per molti prodotti, compresi seggi in parlamento e in pubbliche istituzioni. In tal senso si pone anche la campagna elettorale del candidato della Lega Nord alla regione Emilia-Romagna (sarà colpa dell'aria...), dove campeggia la figura di tre ragazze sotto la scritta: “scrivi Mambo. Mambo sei tu” (tanto per innalzare il livello culturale in Italia...). Perché? Cosa c'entrano queste tre ragazze con il candidato, con la Lega e con la politica in generale? Il candidato – maschio – è un prestanome per queste tre fanciulle? Qual'è il messaggio che si vuole far passare con questa associazione? Davvero: io non capisco l'utilità di un procedimento simile. A meno che non si sia davanti alla cettolaqualunquizzazione (dal nome del personaggio inventato da Antonio Albanese) della campagna elettorale, ed allora lì si aprirebbe tutto un altro tipo di discorso.
Perché, almeno in politica, non si usa un modello di donna più veritiero? Perché, ad esempio, non vengono mai fatte campagne pubblicitarie con le effigi di una Nilde Iotti, o di Adele Faccio, o – per venire ad esempi più attuali – di una Margherita Hack?
L'unica risposta che mi viene in mente è che questo tipo di donna risponde non al modello di donna-oggetto, di subordinazione – e quindi di estrema necessità – che la donna dovrebbe avere nei confronti del macho-possessore (con tutto quel proliferare di “nostre” donne enunciato dalla retorica di destra, come se le donne fossero proprietà di qualcuno diverso da se stesse...) ma a quello che potremmo definire con le parole di Antonio Gramsci su “L'Ordine Nuovo”:
«Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.
Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.»
e questo il maschio “capo-branco” proprio non può permetterlo, altrimenti verrebbe meno la sua definizione all'interno della società: quella di padrone.
Per concludere, mi chiedo se davvero le donne vogliono essere rappresentate così. Davvero si preferisce che l'identità sociale passi attraverso il proprio corpo - cioè uno stato momentaneo ed artificioso del proprio essere - piuttosto che attraverso la propria interiorità, la propria cultura, la propria preparazione (e questo non solo per le donne)? Davvero, oggi, le donne e le ragazze si identificano più in una D'Addario o in Cinzia Gracchi (colei che ha fatto scoppiare il "Cinzia-gate" a Bologna) che non – appunto – in una Adele Faccio, o in quel variegato mondo del Femminismo – la maiuscola non è un refuso – degli anni '70 dal quale invece sembrano essere schifate?

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Una briciola può cambiare il mondo

Innanzitutto, prima di iniziare questo post, devo un enorme ringraziamento alla mia meravigliosa amica Laura Barone, il cui preziosissimo lavoro fotografico fatto durante la manifestazione a Bologna serve ad “illustrare” ciò che leggerete. Come vedrete pur parlando di violenza sulle donne, non ci saranno immagini di donne che si proteggono da violenze, di donne picchiate et similia, perché uno stereotipo del genere lo lascio volentieri ai media del circuito mainstream.
Detto questo, partiamo.

“Sbatti il mostro in prima pagina”. Purché sia straniero, dovremmo aggiungere.