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The Brussels Business. Un'occasione (persa?) per conoscere l'Europa dei gruppi di pressione

Bruxelles (Belgio) - «La gente non capisce cosa l'Unione Europea è, non capisce come è governata, non conosce le persone che la mandano avanti». A dirlo è Keith Richardson, segretario generale dell'European Round Table of Industrialists tra il 1988 ed il 1998 durante le prime fasi di The Brussels Business, docu-thriller - per usare la definizione degli stessi autori - di Friederich Moser e Matthieu Lietaert del 2012.

È definito come il primo documentario che parla esplicitamente di lobby, di istituzioni europee e del potere delle prime sulle seconde. Un'idea importante - alla luce del fatto che tra il 75% e l'80% delle legislazioni nazionali viene deciso all'interno delle istituzioni europee - ma non così shockante come da più parti è stato definito. Perché per quanto l'idea sia meritevole (la corruzione esiste anche tra le istituzioni europee, come il caso Dalligate insegna) il documentario ha un peccato originale, dichiarato esplicitamente all'inizio, che poggia sulla necessità di dover tenere per 85 minuti buoni lo spettatore attento su una tematica che, per la "lentezza" della sua rappresentazione - di fatto, una riunione di persone in giacca e cravatta di per sé statica e dunque lenta per i tempi del video - sarebbe stata noiosa. Da qui il "peccato originale": aver deciso di narrare il tutto attraverso la chiave del legal-thriller - evidente in alcune scene simil-cospirative - che potrebbero far piacere a John Grisham ma che poco aiutano a fare chiarezza. Anzi, l'idea che se ne ha alla fine è quella populistico-modaiola che ha portato il 25% dei voti dell'elettorato italiano al Movimento5Stelle. Un'idea tanto dilagante quanto frutto di una scarsa conoscenza delle dinamiche di gestione di queste istituzioni e del modo in cui si muovono i gruppi di pressione, come è stato su queste pagine ampiamente spiegato dalla dottoressa Maria Cristina Antonucci (link a fondo pagina) ricercatrice in Scienze sociali presso il CNR.

A ben guardare, però, The Brussels Business diventa più un atto d'accusa verso media e cittadini, i primi spesso incapaci di raccontare l'Europa delle istituzioni senza "tirarla per la giacchetta" di questo o quell'interesse nazionale; i secondi ancora trincerati dietro alla scarsa conoscenza delle dinamiche che portano - tornando a quanto detto prima - la maggior parte delle nostre politiche nazionali e forse dimentichi che, con una cittadinanza transeuropea meglio informata e più partecipativa, anche questo "Impero delle lobby" avrebbe un po' meno potere. Ma questa è un'altra storia..

Approfondimenti
Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4) 
Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci (2/4)
Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci (3/4)
Lobby, Regione, dibattito. Intervista a Maria Cristina Antonucci (4/4)  

Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/the-brussels-business-unoccasione-persa-per-conoscere-leuropa-dei-gruppi-di-pressione/41137/

#Celochiedeleuropa. Processi lunghi e sovraffollamento carceri: l'Ue riprende l'Italia

foto: ritabernardini.it
Strasburgo (Francia) – Un anno di tempo. Tanto è stato concesso dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo (CEDU) per porre fine al sovraffollamento delle carceri ed alle condizioni di detenzione inumane che questo comporta, definendo misure alternative e di compensazione per le vittime di una situazione definita strutturale e sistemica.
Condanna che va ad aumentare il non certo invidiabile primato che ci mette al primo posto per numero di condanne subite per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, aumentate con l'introduzione del principio della “ragionevole durata” del processo (comma 2 articolo 111 della Costituzione italiana)

Un problema ben noto sia nelle istituzioni europee che in Italia. Già due anni fa l'allora Commissario europeo per i diritti umani, lo svedese Tomas Hammarberg (da un anno sostituito dallo spagnolo Álvaro Gil-Robles, tornato commissario dopo aver ceduto la carica proprio ad Hammarberg nel 2006) aveva evidenziato come «il sovraffollamento delle carceri è un problema europeo da prendere molto sul serio e che si potrebbe alleviare riducendo la detenzione preventiva. Per esempio, in Italia il 42% dei detenuti sono ancora in attesa di giudizio o della sentenza d'appello. Quindi, non essendo ancora provata la loro colpevolezza, dovrebbero essere considerati innocenti. Se le carceri sono sovraffollate è perché troppe persone vi vengono rinchiuse in detenzione provvisoria».

Ogni 100 posti letto ci sono 140 detenuti (la media europea è di 99,6%). Siamo ultimi per condizione degli istituti penitenziari con casi in cui la percentuale arriva addirittura al 255% di Brescia o al 266% di Mistretta, nel messinese. Un sistema nel quale 65.000 detenuti “vivono” in posti dove il massimo consentito sarebbe 47.000. Questo, dice la Corte europea, viola l'articolo 3 della Convenzione europea sui diritti dell'Uomo, che proibisce la tortura e il trattamento inumano o degradante.
L'inefficienza della giustizia italiana, stando ai dati presentati dal ministero della Giustizia nel 2011, costano ogni anno un punto percentuale di Pil con – al 30 giugno 2011 – 9 milioni di processi da smaltire tra civile (5,5) e penale (3,4).

«L'attrattiva di un paese per essere un luogo dove investire e fare business è senza dubbio rafforzata dall'avere un sistema giudiziario indipendente ed efficiente. Per questo sono importanti decisioni legali prevedibili, puntuali e applicabili. E per questo le riforme in tema di giustizia sono diventate un'importante componente strutturale della strategia economica europea»

Violazione delle norme antitrust. L'Unione europea apre un'indagine (informale) su Apple

foto: techcentral.my/
Bruxelles – Secondo l'Unione Europea, Apple avrebbe definito vincoli particolarmente stringenti con gli operatori telefonici per la vendita di iPhone e iPad. Per questo nei giorni scorsi ha iniziato ad esaminare i contratti, con il rischio – per la società californiana – di violazione delle norme antitrust.
Secondo quanto riportato dal New York Times il mercato su cui l'Unione sta indagando è quello francese, ma non si esclude la possibilità che tali violazioni – qualora confermate – possano interessare anche altri Paesi.
Apple, sostiene l'Unione Europea, pur senza alcun obbligo formalmente definito, avrebbe fatto pressione attraverso vincoli contrattuali per avere una vera e propria corsia preferenziale nella distribuzione dei due prodotti, penalizzando gli altri produttori, che trovano così forti difficoltà ad accordarsi con gli operatori telefonici, data la ridotta quota di mercato per loro disponibile.

Se da un lato tali accordi permettono ai rivenditori di vendere gli iPhone a prezzi ridotti, allargando dunque la possibilità di domanda, tra le clausole dei contratti tra Apple e le società di telecomunicazioni sono previsti volumi minimi di vendita da parte di queste ultime che, se non rispettati, portano al pagamento di penali. Queste clausole impongono, de facto, ai rivenditori di dover destinare un'attenzione speciale ai prodotti marchiati dalla mela, anche in termini di marketing, per evitare di incorrere nelle penali.
Inoltre, Apple è accusata di tenere comportamenti diversi a seconda dell'importanza dell'operatore a cui si rivolge, rendendo più rigorose le clausole verso i più piccoli e rimanendo più lasco verso i maggiori. Un'operazione che falsa sostanzialmente le modalità concorrenziali del mercato, che viene in questo modo sostanzialmente chiuso ai fornitori più piccoli.
Il rapporto con gli operatori telefonici è, per la società della mela, fondamentale. Dei 55 miliardi di euro guadagnati nello scorso trimestre, infatti, il 56% derivava proprio da questo tipo di vendita.
Dal canto suo, l'Unione non ha per ora dato il via ad alcuna indagine formale, assicurando però – attraverso Antoine Colombani, portavoce del commissario per la concorrenza nell'UE, Joaquin Almunia – di star monitorando gli sviluppi della situazione. Per procedere, infatti, c'è bisogno di una protesta formale la cui assenza permette alla Commissione il non obbligo di agire.
Da Cupertino, in attesa di capire se l'indagine partirà realmente, dicono di stendere i contratti rispondendo «appieno alle leggi locali ovunque ci sia il nostro business, Unione Europea inclusa».


Lobby, Regione, dibattito. Intervista a Maria Cristina Antonucci (4/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)]
[parte 2: Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4)]
[Parte 3: Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (3/4)]

foto: http://euact.eu/
Roma - Quarta ed ultima parte dell'intervista alla dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) grazie alla quale abbiamo cercato di capire chi siano davvero i lobbisti al di là degli stereotipi e come questi si muovano nelle istituzioni europee e verso il decisore pubblico italiano. Non resta che andare a guardare l'ultimo dei tre livelli nei quali questi si muovono, quello più vicino alla quotidianità della gente: il piano regionale.

Toscana, Molise, Abruzzo, Veneto, Emilia-Romagna sono alcune delle regioni che hanno – o stanno tentando – un regolamento del settore lobbistico. Può essere quello regionale un piano con il quale, sostanzialmente, bypassare l'incapacità di normare il piano nazionale?

Purtroppo, in carenza di una legge nazionale le discipline regionali emerse, pur se apprezzabili, non risultano sufficienti per trainare il modello di regolazione italiano del lobbying. La difficoltà principale si pone con riferimento ai tentativi di legislazione regionale non ancora andati a buon fine, come nel caso del Veneto. La proposta di legge regionale veneta presentata di recente prevedeva un obbligo di iscrizione dei lobbisti al Registro della trasparenza della Regione, venendo così a fornire una disciplina di dettaglio regionale per una professione non regolamentata a livello nazionale. Il potenziale conflitto di competenze legislative tra livello nazionale e livello regionale, con la conseguenza di un possibile annullamento ex post della legge regionale, si pone in maniera seria.
Nei tre casi di leggi regionali approvate (L. R. 5/2002 della Regione Toscana, della Regione Molise, e L. R. 61/2010 della Regione Abruzzo) , si è invece prevista la facoltatività dell’iscrizione ai registri regionali – in cambio di incentivi selettivi - per i lobbisti che intendevano esercitare la propria attività nei confronti di Consiglio (Toscana e Molise) e Giunta (Abruzzo). Il modello di riferimento evidente è la regolazione della Commissione europea, ben nota per trascorse vicende politiche dei proponenti delle leggi regionali toscana e abruzzese, Nencini e Chiavaroli.
E tuttavia vorrei sottolineare come se anche le leggi e i progetti di legge regionali non possono da soli supplire ad una organica disciplina legislativa nazionale in materia, essi dimostrano come la questione del rapporto tra gruppi di pressione e istituzioni politiche sia stata correttamente intesa, nella sua importanza e nelle sue conseguenze, dai sistemi politici regionali, il cui personale politico abbia avuto esperienze all’interno delle istituzioni europee.

Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (3/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)]
[Parte 2: Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4) ]

foto: toolfools.wordpress.com
Roma - Europa, Italia, Regioni. Sono questi i tre piani – come abbiamo fin qui visto, grazie all'aiuto della dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatore in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) – nei quali si muovono i lobbisti. Dopo aver cercato di approfondirne i rapporti con le istituzioni europee, in questa terza parte dell'intervista cercheremo di “smontare” uno stereotipo tanto utilizzato quanto errato: che i lobbisti siano nient'altro che faccendieri ed intrallazzatori.

Partiti, elezioni e gruppi di pressione. Può l'attività di questi ultimi essere considerata come una forma di democrazia (più) diretta? Forme di organizzazione come i comitati per l'acqua pubblica possono essere considerati già come gruppi di pressione e, in tal senso, lo spostamento degli elettori a forme partecipative di questo tipo può portare – in aggiunta al forte astensionismo elettorale – ad una sorta di “democrazia dei gruppi di pressione”?  

Uno dei paradossi delle democrazie mature contemporanee sembra risiedere proprio nella distonia  tra aumentata richiesta di ulteriori strumenti e percorsi di partecipazione politica (le elezioni primarie  anche in sistemi politici in cui non siano espressamente previste, la partecipazione politica sul web, le consultazioni on-line su temi oggetto di prossime politiche pubbliche) e la crescente defezione rispetto ai tradizionali canali della partecipazione (astensionismo alle elezioni politiche, mancanza di quorum ai referendum, distacco e condanna rispetto all’esperienza dei partiti, quando non delle istituzioni politiche). In questo contesto ogni altra forma di partecipazione associata, come i movimenti collettivi per i beni pubblici (alla cui categoria, piuttosto che a quella delle lobby, ricondurrei i soggetti organizzati per l’acqua pubblica e altri public goods) e come i gruppi di pressione raccolti attorno ad uno specifico interesse, possono rappresentare canali alternativi della partecipazione politica associata, in grado di riattivare la scarsa e poco vivace fiducia collettiva nel sistema politico. Tuttavia, più che riferirmi ad una democrazia dei gruppi di pressione, penso sia preferibile parlare di una democrazia che si apre a nuovi soggetti: nuovi modelli di partiti, come il MoVimento cinque stelle (che si definisce movimento, ma agisce secondo la razionalità propria del partito politico), nuovi movimenti collettivi - differenti rispetto ai movimenti degli anni ‘60-‘80, grazie all’uso professionale delle tecnologie di comunicazione di massa – e molteplici  gruppi di pressione.

Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)

foto: paginatre.it
Roma - Seconda parte dell'intervista realizzata con la dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatore in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), sul fenomeno – tanto chiacchierato quanto sconosciuto – delle lobby. Dopo aver fatto un quadro genderale, cerchiamo di capire come si muovano i gruppi di pressione, analizzando in questa parte dell'intervista il piano europeo.

Parlando di lobbying” abbiamo detto che i lobbisti si muovono sui tre piani: sovranazionale, nazionale e regionale. Partendo dal primo, nello specifico il piano europeo, quali sono state le tappe più importanti del rapporto tra lobbisti e decisori europei?

L’Unione Europea è un sistema politico derivato di secondo livello, che, nel corso degli anni, è arrivato ad assumere un livello di decisioni politiche in grado di generare il contenuto, come è stato stimato, di circa il 70% delle legislazioni nazionali. Tra gli anni 80 e gli anni 90, dentro al sistema europeo è esplosa la Comitatologia, ovvero la possibilità che la Commissione assumesse le proprie decisioni sulla base di una assistenza fornita da Comitati composti da rappresentanti degli Stati membri espressione delle amministrazioni nazionali in grado di rappresentare le posizioni, per distinte materie di competenza, dei governi nazionali in materia di implementazione delle politiche europee. L’assenza di una regolamentazione di ruolo e funzione dei Comitati, almeno fino alla formulazione della decisione Comitatologia 468/1999 (che ha posto dei requisiti di trasparenza e che ha individuato margini di verifica per il Parlamento europeo), ha aperto ampi spazi di manovra per i rappresentanti degli interessi presso la Commissione.

Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)

foto: festivaldellegenerazioni.it
Roma - Questa intervista nasce quasi per caso, quando la dottoressa Maria Cristina Antonucci (nella foto) - ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e docente di Sociologia dei fenomeni politici all'Università di Roma Tre - mi ha fatto notare un errore nell'articolo "#Celochiedeleuropa/1. Lobby e Commissione Europea: chi controlla i controllori?". Ne ho dunque approfittato per chiederle di rispondere ad alcune delle mie curiosità, aumentate con la lettura del suo libro “Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbying nelle istituzioni europee e italiane” edito da Carocci Editore nel 2012 su che cosa siano le lobby. Una parola che, come vedremo in questa intervista, viene usata nei media in un modo spesso inesatto.

Perché un libro sul lobbying?

Rappresentanza degli interessi oggi, uscito nel 2012 è frutto di un lavoro di ricerca iniziato nel corso del mio dottorato, alcuni anni prima, e risponde ad alcune esigenze di identificazione e contestualizzazione di un fenomeno sempre meno marginale nel sistema politico italiano. In quest’ultimo contesto, vale la pena ricordare che la scienza politica italiana ha appuntato maggiormente la propria attenzione sul ruolo delle istituzioni politiche e dei partiti politici, marginalizzando - con le eccezioni di autori quali Gianfranco Pasquino, Domenico Fisichella, Luigi Graziano e Liborio Mattina - l’analisi dei gruppi di pressione in Italia e delle relative tecniche di pressione, comunicazione e influenza che costituiscono il lobbying. Inoltre, il fenomeno dei gruppi di pressione e della rappresentanza presso il sistema politico ha assunto una maggiore rilevanza in un contesto in cui i partiti politici, nelle forme assunte nella seconda repubblica declinavano, mentre le istituzioni politiche molto spesso avevano una bassa resa in quanto ad effettività dei processi decisionali.

Perché è importante parlare di lobby?

Molto più mirato ed efficace appare il metodo del lobbying adottato dai gruppi di pressione per favorire esiti decisionali specifici e rapidi, anche quando lo scopo finale è quello di esercitare poteri di veto e bloccare un processo decisionale. La crescente importanza dei gruppi di pressione nei sistemi politici non è un tratto solo italiano. Il lobbying veniva ad essere designato dall’OCSE in un Rapporto del 2007, come una delle modalità emergenti per i gruppi di pressione di intersecare il sistema politico nel contesto dei processi di globalizzazione.

Gran Bretagna e Francia contro l'Unione Europea per armare i ribelli siriani

foto: it.euronews.com

Parigi – «Non possiamo accettare che ci sia questo squilibrio con da un lato l'Iran e la Russia che forniscono delle armi a Bashar al-Assad e dall'altro lato dei ribelli che non possono difendersi. Levare l'embargo è uno dei soli mezzi che restano per far avanzare politicamente la situazione». A parlare così, alla radio France Info, è Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese. Se durante la riunione della prossima settimana con i suoi omologhi dei 27 Stati Membri, necessaria a definire una strategia comune sull'embargo in scadenza a fine mese, l'Unione Europea dovesse decidere all'unanimità di confermarlo, Francia e Gran Bretagna hanno annunciato che armeranno da sole i ribelli. Fino a quella data, come ha evidenziato anche il premier britannico David Cameron, entrambe faranno pressione sugli altri paesi per eliminare le sanzioni ed usare i canali legali per l'invio delle armi.
«È nostro dovere aiutare la Coalizione, il Free Syria Army e i loro leader con tutti i mezzi necessari», ha ribadito Fabius al quotidiano Libération.
A mettersi di traverso al fronte anglo-francese è però arrivata Angela Merkel, che ha motivato la sua opposizione sostenendo come l'invio degli armamenti europei sarebbe utilizzato da Iran e Russia come giustificazione per aumentare il flusso di armi verso il governo di Damasco. La Cancelliera tedesca ha inoltre chiesto una posizione comune dell'Europa sull'embargo, la cui conclusione farebbe seguito alla decisione del mese scorso, presa in sede europea, di allentare le condizioni per la fornitura di equipaggiamento “non letale” - come i giubbotti antiproiettile - e l'assistenza tecnica all'opposizione. Londra starebbe inoltre pensando ad un programma di 13 milioni di sterline (circa 15 miliardi di euro) composto da aiuti umanitari e logistici a cui starebbe pensando Londra.

Tra le “cause” che portano la Francia a chiedere di poter vendere direttamente le armi ai ribelli, le rassicurazioni date dal Consiglio Nazionale Siriano (l'opposizione in esilio) di essere in grado di controllarne il flusso. François Hollande ha inoltre evidenziato come la prosecuzione degli scontri potrebbero radicalizzare il conflitto allargandolo a paesi limitrofi quali Libano e Turchia (attraverso quello stesso processo di infiltrazione nei campi profughi che abbiamo conosciuto con la guerra in Rwanda?).
Dall'altro lato della Manica, Cameron ha sostenuto come una soluzione politica sarà possibile solo quando il CNS verrà considerato dalla gente come una “forza credibile”.

Genere e potere. Le "quote rosa" sono una soluzione reale?

foto: www.eige.europa.eu
Bruxelles (Belgio) - Il 40% di donne nei board delle aziende statali entro il 2018 e delle società quotate in borsa entro il 2020. Era questo l'obiettivo di una direttiva adottata dalla Commissione europea a novembre, quando Viviane Reding – Commissario alla giustizia – ed Olli Rehn – Commissario europeo per gli Affari economici e monetari – lo avevano annunciato in una conferenza stampa piena di enfasi. Forse anche troppo.
Due giorni fa, il dibattito organizzato al Parlamento Europeo in occasione della Giornata Internazionale della donna “Women’s Responses to the Crisis” ha riacceso il dibattito: sono davvero le quote di genere (o “quote rosa”, come sono da sempre definite in Italia) lo strumento migliore per arrivare ad una reale eguaglianza di genere?
Secondo i dati forniti dalla Strategia Europea per la parità tra uomini e donne (2010-2015) , il gender pay gap – la differenza retributiva tra uomini e donne (qui un articolo esplicativo da ingenere.it) – negli Stati Membri è in media del 16%, con picchi minimi (intorno al 10%) in paesi come l'Italia, la Polonia o la Romania e massimi (intorno al 20%) in paesi come la Grecia, la Germania o la Finlandia. Ciò si traduce sia in una minor retribuzione durante l'età lavorativa che in una pensione più bassa, esponendo le donne ad un rischio di povertà maggiore (nel 2011, il 23% delle donne sopra i 65 anni contro il 17% degli uomini).
Divario che viene però ribaltato quando si parla di genere ed istruzione, dove a raggiungere risultati migliori sono le donne, con l'82% che riesce a terminare la scuola secondaria superiore (contro il 77% degli uomini) così come l'istruzione universitaria, dove il 60% dei laureati è donna.

#Celochiedeleuropa. Il dilemma di Pericle, Grillo e la cittadinanza europea


foto: http://europa.eu/ 
Bruxelles (Belgio) - Da Pericle alle prossime elezioni europee del 2014 passando per l'euroscetticismo di Beppe Grillo, il punto rimane definire il rapporto tra democrazia e mercato, tra voce dei cittadini e voce delle monete (o dei banchieri, come dicono gli euroscettici). «Qualora non si obbedisse ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali (o non si soddisfacessero le loro aspettative) si potrebbe arrivare alla crisi economica e politica, e ciò sarebbe incostituzionale» - scriveva il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek sul Guardian a gennaio, commentando una decisione della corte costituzionale slovena (qui l'articolo tradotto da Anna Bissanti per Presseurop.eu) - «in termini più semplici, dato che soddisfare i diktat e le aspettative è il requisito di base per mantenere l'ordine costituzionale, questi hanno la priorità sulla costituzione (eo ipso sulla sovranità dello stato)».

Cameron vs Einaudi
Riadattando uno dei più noti momenti della storia recente italiana – il lancio delle monetine contro l'allora leader del Partito Socialista Bettino Craxi davanti all'hotel Raphael il 30 aprile 1993, emblema del passaggio storico tra la Prima e la Seconda Repubblica italiana – l'euroscetticismo che arriva dalle elezioni italiane può rappresentare un evento molto simile sul piano sovra-nazionale: la chiusura della “Prima Repubblica” Europea per entrare nella “Seconda”, nella quale la prima questione da porsi è chi comanda davvero.
Una questione di “centri del potere”, in buona sostanza, che pone l'attenzione sul tipo di distribuzione del potere decisionale nel continente, nell'impossibilità di poter continuare in una cornice in cui ad un potere formale delle istituzioni europee si aggiunge, spesso sostituendolo, quello delle capitali europee, Berlino in testa.
In tal senso, le elezioni italiane possono rappresentare un modo perfetto per aprire il dibattito europeo anche a chi fino ad oggi ha potuto solo subire gli effetti di decisioni alle quali non aveva accesso: quella cittadinanza messa da Commissione e Parlamento Europeo al centro dell'European Year of Citizens (e dei due milioni del programma ”anti-euroscetticismo”, come riporta Carmine Gazzanni su Infiltrato.it).
«A quasi sessant'anni da quando il Trattato di Roma diede ufficialmente vita alla Comunità economica europea», scriveva a gennaio Andre Wilkens su Project Syndicate (qui l'articolo in italiano) «i dibattiti che si svolgono in tutta l'Ue continuano a essere in buona parte condotti da attori nazionali in forum nazionali e con lo sguardo rivolto ai soli interessi nazionali», a riprova di quello che Umberto Eco ha definito “provincialismo ipoeuropeo”.

#Celochiedeleuropa. Il voto italiano: una minaccia o una promessa per l'Unione Europea?

foto: The Economist
Bruxelles (Belgio) – Beppe Grillo e Silvio Berlusconi vincono, l'unità europea perde. È questo, in soldoni, il commento tipico che media e forze politiche continentali ha hanno fatto dopo le elezioni italiane, con il settimanale britannico The Economist che evidenziava la notizia con un più che eloquente “Send in the clowns” (“Entrano i clown”)
Ma è davvero così? Davvero i due “pagliacci” sono il peggiore incubo per le istituzioni europee? A ben guardare, la storia è esattamente opposta. Ma procediamo per gradi.

Rome wasn't built in a (electoral) day
Ad uscire dalle urne, lo scorso 26 febbraio, è un'Italia che ha dimostrato forte antipatia per Berlino, simpateticità con Londra ed avviatasi lungo la strada che da Atene porta a Lisbona, dove il battibecco Monti-Merkel sull'endorsment di quest'ultima ha rappresentato l'ultimo passaggio di una campagna elettorale all'insegna della scarsa capacità comunicativa, dove il Partito Democratico è riuscito a non-vincere elezioni che aveva in mano non smacchiando completamente il giaguaro (impostando una campagna elettorale su una cosa per la quale persino i propri elettori hanno provato vergogna), consegnando l'Italia alla fase di incertezza nella quale ci troviamo.
Alcune domande, però, possono già avere risposta. Innanzitutto – grazie allo studio dei flussi elettorali fatto dall'Istituto Cattaneo (qui il report) – dai dati sulle nove città prese in esame sappiamo di un elettorato a 5 stelle formato per lo più da elettori insoddisfatti dal partito guidato da Pierluigi Bersani. Emblematico il caso di Firenze, che ha visto ben il 58% dei voti regalati dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, ed in molti si chiedono cosa sarebbe accaduto se al posto dell'attuale segretario ci fosse stato proprio l'attuale sindaco di Firenze. Democratici che avrebbero forse fatto meglio ad interrogarsi a fondo sul perché in quasi cinque anni abbiano perso circa 3,5 milioni di voti (3.452.606 secondo l'analisi fatta da Giancarlo Bosetti per Reset.it) piuttosto che adagiarsi su uno spirito primario ingenuamente traslato in vittoria alle elezioni nazionali.
Secondo pacchetto di voti, dicono i dati dell'Istituto, arrivato all'M5S dalla Lega Nord, che ha ceduto il 46% dei voti del padovano al movimento di Beppe Grillo, oltre ad avergli ceduto parte dell'identità partitica, in particolare in merito a questioni come l'immigrazione o il forte euroscetticismo. Quest'ultimo, insieme al populismo ed alla moderazione a sinistra – l'ennesima esclusione della fu estrema sinistra dovrebbe insegnare qualcosa ai dirigenti politici dell'area – rappresenta il volto dell'Italia post-elettorale, andata alle urne credendosi invece europeista e progressista.

#Celochiedeleuropa/3. Quale verità sul "Dalligate"?

Continua da qui:
[Parte 2:#Celochiedeleuropa/2. Orphacol, il business delle malattie rare]
[Parte 1:#Celochiedeleuropa/1. Lobby e Commissione Europea: chi controlla i controllori?]

Bruxelles (Belgio) – I gruppi di interesse governano l'attività legislativa europea. A dirlo è Daniel Gueguén, uno dei nomi più importanti del lobbismo nelle istituzioni del Vecchio Continente. Attività, quella del lobbying, che è definibile semplicemente come il tentativo di tutelare un interesse specifico attraverso attività di convincimento del decisore pubblico. Non ha, dunque, una chiave esclusivamente negativa come la “mitologia urbana” vorrebbe.
Le cose cambiano, però, quando è l'interesse stesso ad essere negativo, come quando l'attività di pressione legislativa viene esercitata dalle multinazionali farmaceutiche o da quelle delle sigarette nel caso noto come “Dalligate”.

Dalli, un Commissario inopportuno? John Dalli, maltese, appartenente al Partito Nazionalista. Fino alle dimissioni del 16 ottobre è stato il Commissario europeo per i Diritti del Consumatore e la Tutela della Salute. L'Ufficio Europeo per la Lotta Anti-frode (Office Européen Lutte Anti-Fraude, OLAF), diretto dal magistrato e politico del Partito Democratico Giovanni Kessler, lo accusa di «violazione del codice di comportamento» e traffico di influenze. Stando alla ricostruzione dell'accusa l'imprenditore Silvio Zammit, anch'egli maltese ed appartenente al Partito Nazionalista, si sarebbe accreditato come facilitatore di un rapporto privilegiato con l'ex Commissario per le multinazionali del tabacco, in particolare con la Swedish Match, società in joint venture europea della Philip Morris, interessata ad introdurre nel vecchio continente lo snus, il tabacco da masticare che tanto sta andando di moda negli Stati Uniti. È proprio la società svedese che denuncia l'accaduto all'Olaf. Sarebbe stato Zommit a proporre l'eventualità di un alleggerimento della legge sul tabacco in discussione all'epoca in cambio di 60 milioni di euro. Una tangente, insomma.

Le indagini hanno dimostrato che, pur non essendoci stata partecipazione diretta di Dalli all'atto, questi era comunque informato sulle manovre del produttore maltese.  
Nella storia delle istituzioni europee lo “Snusgate” - o “Dalligate”, che dir si voglia – è il secondo scandalo dal 1999, quando l'intera Commissione presieduta quell'anno da Jacques Santer fu costretta a dimettersi con l'accusa di frode, cattiva gestione e nepotismo.

#Celochiedeleuropa/2. Orphacol, il business delle malattie rare

Continua da qui
#Celochiedeleuropa/1. Lobby e Commissione Europea: chi controlla i controllori?

foto: corporateeurope.org

Bruxelles (Belgio) – Secondo quanto definito dal «decano dei lobbisti di Bruxelles» Daniel Gueguén, l'Europa influenza il 75% delle decisioni nazionali. Il sistema decisionale europeo, però, è fortemente influenzato da gruppi di pressione che fanno gli interessi di grandi produttori o multinazionali [LINK] e non dei cittadini europei, che in molti casi – come in Italia – vengono tenuti all'oscuro di quanto avviene negli uffici d'Europa. Come nel caso dell'Orphacol, un medicinale di comprovata efficacia bloccato per una questione di mercato: la concorrenza statunitense.

Cos'è l'Orphacol? L'European Medicines Agency (l'agenzia europea responsabile di valutare le domande per l'immissione in commercio dei medicinali ha classificato il medicinale come life saving drug, medicinale salvavita. Se fosse in commercio, verrebbe utilizzato per una patologia nota come “difetti congeniti della sintesi degli acidi biliari primari”, una malattia rara che, scrive Jean Quatremer sul quotidiano francese Libération nel continente europeo interessa 90 bambini – di cui 16 in Francia – nati con una anomalia genetica che impedisce loro di produrre bile, un liquido necessario ai processi della digestione. Aspettativa di vita che non va oltre i 10 anni, a meno di non subire un trapianto di fegato.

Prodotto in Francia fin dagli anni '90, a partire dal 2007 i diritti di proprietà passano all'Istituto francese per la ricerca e le terapie cellulari (Cell Therapies Research&Services Laboratoires, da ora CTRS). L'Orphacol, infatti, interessa pazienti con deficit di due particolari enzimi epatici la cui mancanza non permette di produrre una quantità sufficiente delle principali componenti della bile, gli acidi biliari primari tra cui l'acido colico, prodotto dal fegato. Tale carenza può portare alla produzione di acidi epatotossici e successivamente all'insufficienza epatica, mettendo in pericolo la vita stessa dei pazienti. Dato l'esiguo numero di casi accertati, il medicinale è detto “orfano”, cioè utilizzato per patologie rare.
«La letteratura» - si legge nel rifiuto all'autorizzazione dell'EMA  - «ha dimostrato che il trattamento con l'acido colico riduce la quantità di acidi biliari anormali nei pazienti, ripristina le funzioni epatiche normali e contribuisce a ritardare o prevenire la necessità del trapianto di fegato».
Il Comitato per i prodotti medici ad uso umano (Committee for Medicinal Products for Human Use, da ora CHMP), continua il documento «sulla base delle informazioni ottenute dalla letteratura scientifica, ha ritenuto che i benefici di Orphacol siano superiori ai suoi rischi e ha pertanto raccomandato il rilascio dell'autorizzazione all'immissione in commercio in “circostanze eccezionali”».

#Celochiedeleuropa/1. Lobby e Commissione Europea: chi controlla i controllori?

Bruxelles (Belgio) - Il 75% delle legislazioni nazionali arriva dall'Europa. A dirlo è Daniel Gueguén, «decano dei lobbisti di Bruxelles» nonché fondatore dell'European Training Institute, «una sorta di accademia del lobbying». Se le istituzioni europee indirizzano così tanto la nostra agenda politico-economica, è d'obbligo porsi una domanda: tutto quell'insieme di leggi, provvedimenti e disposizioni che arrivano sulle cronache dei nostri giornali da chi è influenzato? Insomma: chi spinge l'Europa a emanare queste disposizioni?

Rimanendo nell'ambito continentale, secondo quanto scritto nel rapporto redatto dall'allora parlamentare europeo Alexander Stubb, nel 2008 nelle istituzioni europee c'erano 15.000 lobbisti – o “rappresentanti di interessi” - e 2.500 organizzazioni. Sommando a questi – come evidenzia Gueguén – anche i lobbisti part-time e i semplici raccoglitori di informazioni, l'esercito dei decision shapers (che potremmo definire come “modellatori di decisione”) arriva a contare ben 115.000 unità per un settore che vale, secondo le stime, tra i 60 ed i 90 milioni di euro l'anno. Bruxelles è seconda solo all'antica e famosa scuola lobbistica di Washington.

Molto più bassi i numeri italiani, dove oltre ad alcuni richiami costituzionali, l'attività è regolata dal Ddl Santagata del 2007. Le stime parlano di circa 1.200 lobbisti in movimento nelle istituzioni italiane, ai quali organizzazioni ed aziende mettono in mano circa 150 milioni di euro l'anno. 45,8 milioni di fatturato, con leggi per regolamentarne l'attività presentate in Parlamento fin dal 1979.
I due livelli – europeo e nazionale – secondo Daniel Gueguén non hanno però niente in comune.

Lo stereotipo. Numeri di questo tipo portano a definire come la figura del losco traffichino disegnata nell'immaginario collettivo sia più uno stereotipo che una realtà. L'attività di lobbying a Bruxelles viene fatta alla luce del sole. Anche perché quella che la Commissione Europea definisce come «attività con finalità di influenzare il processo legislativo e decisionale delle istituzioni europee» vede attive non solo le multinazionali o le organizzazioni di produttori (come la BigTobacco messa al centro di Thank you for smoking, primo film di Jason Reitman – regista, nel 2007, di Juno - che vede come protagonista Nick Naylor, lobbista statunitense per i produttori di sigarette).

"L'Ue poteva fare di più". Delegazione Ue shockata dal Cara di Trapani



Trapani – L'Europa torna ad ammonire l'Italia. Al centro delle polemiche, per l'ennesima volta, la politica tenuta dal nostro paese nei confronti dei migranti. Nei giorni scorsi, infatti, una delegazione europea – capeggiata dall'europarlamentare svedese Cecilia Wikstrom – ha visitato alcuni centri di accoglienza, tra cui il Cara trapanese. Uscendone schockata.

«Manca l'acqua nei bagni, l'acqua nelle docce è fredda, non ci sono le porte nei bagni, i dormitori sono affollatissimi. In queste condizioni è davvero difficile tutelare la dignità umana», sostiene l'eurodeputata Cecilia Wikstrom, a capo della delegazione. «Al Cara di Salinagrande ci sono persone senza speranze, famiglie intere con bambini piccolissimi. È importante prendere sul serio le loro esigenze. Insieme dobbiamo creare un regime comune per l'immigrazione che sia decoroso» ha infine concluso.

Il Cara (acronimo che sta per Centri di accoglienza richiedenti asilo) di Salinagrande è stato aperto nel 2005, ed è uno dei più grandi centri d'accoglienza del Sud Italia, con 260 posti “ufficiali” - 233 i richiedenti asilo attualmente presenti nella struttura – gestito dalla cooperativa trapanese Badia Grande, considerata vicino alla Caritas, è stato più volte descritto come elemento di eccellenza nella politica di accoglimento dei migranti, ai quali, si diceva, era persino insegnato l'italiano.

La realtà che si è trovata davanti la delegazione, però, parla di una realtà completamente diversa. «Appena siamo entrati nei dormitori abbiamo visto l'inferno» - ha ribadito Rosario Crocetta, europarlamentare del Partito Democratico ed ex sindaco “antimafia” di Gela - «In una stanza c'erano alcuni ospiti sofferenti. Al centro una specie di grande secchio per raccogliere le infiltrazioni d'acqua. Un ragazzo pachistano aveva una mano fratturata: ha detto di essersela rotta ad ottobre. Non gli avevano ancora messo il gesso perché avrebbe potuto fare la radiografia solo il 29 novemre. Nel frattempo la frattura si è calcificata per sempre. Un trattamento che credo gli addetti del centro non riservino neanche ai loro animali domestici. Qui stiamo parlando di persone umane».

«Bisogna affrontare il nodo burocratico», dice Rita Borsellino, «uomini, donne e tanti bambini , interi nuclei familiari rimangono per mesi in attesa di conoscere il loro destino, con le vite appese».

A questo punto la domanda è lecita: dopo lo shock – l'ennesimo – l'Europa passerà dalle “raccomandazioni” a fatti più concreti?

Parlamento Europeo, approvata la relazione sulla criminalità organizzata in Europa


Palermo, 30 ottobre 2011 – La criminalità organizzata arriva al Parlamento Europeo. No, nessun parlamentare indagato o arrestato, ma nei giorni scorsi è stato approvato, in quella sede, il rapporto sulla criminalità organizzata presentato da Sonia Alfano[1], che costituisce il primo riferimento ufficiale delle istituzioni europee al problema. Sonia Alfano, relatrice sull'argomento, ha dedicato il suo lavoro alle vittime innocenti della mafia.

584 favorevoli, 48 astenuti e 6 contrari. Questo è stato il risultato della votazione con cui Strasburgo consegna alla Commissione Europea, al Consiglio ed agli Stati membri un quadro transnazionale di misure preventive e di contrasto del fenomeno mafioso che però non rappresenta altro che il primo passo di una presa di coscienza – e della relativa normazione politica – che ormai non può più attendere, data la comprovata globalizzazione del fenomeno.

Tra gli strumenti di cui si doterà l'Europa, è prevista entro gennaio la creazione della Commissione parlamentare antimafia europea, che entro i primi sei mesi di attività dovrà fornire i risultati relativi alle indagini sulle organizzazioni criminali operanti sul continente.
A ciò dovrebbe aggiungersi anche la creazione di una “super procura” europea, correlata con la Corte di giustizia, ed il potenziamento dell'Ufficio europeo antifrode e dell'Ufficio di Polizia europeo (Europol).
Nei prossimi mesi, poi, il Parlamento Europeo è chiamato a creare un corpus normativo che uniformi ogni stato membro, così da non rischiare di dover mandare all'aria operazioni fondamentali per le leggi diverse presenti in due paesi europei (e di cui si lamentava il procuratore Nicola Gratteri nell'intervista a Gianluigi Nuzzi allo scorso Festival del giornalismo di Perugia[2]). È bene sottolineare, comunque, che la trasformazione delle direttive comunitarie in leggi nazionali spetta ai singoli Stati, senza che vi sia alcun limite temporale (si pensi alla ratifica della convenzione sul “traffico d'influenza”, che punisce anche l'atto di mediazione tra corrotto e corruttore, firmata dal nostro paese nel 1999 e non ancora ratificata).

Nella relazione sono state anche definite – guardando evidentemente allo specifico del caso italiano – le norme sulla incandidabilità delle persone condannate per reati correlati alla criminalità organizzata, compresi favoreggiamento e corruzione. Previsti anche l'estensione del reato di associazione mafiosa, ed una norma unitaria in merito alla confisca dei beni.

«Al momento con il mandato europeo non si possono nominare periti, non si possono fare interrogatori, non si possono neanche utilizzare le impronte digitali: in pratica non è possibile indagare», ha dichiarato il procuratore Generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato durante il dibattito organizzato sul tema a Strasburgo.


Note
[1] Relazione sulla criminalità organizzata nell'Unione Europea
[2] http://webtv.festivaldelgiornalismo.com/doc/1057/viaggio-nella-ndrangheta-del-nord.htm