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| foto: www.eige.europa.eu |
Due giorni fa, il dibattito organizzato al Parlamento Europeo in occasione della Giornata Internazionale della donna “Women’s Responses to the Crisis” ha riacceso il dibattito: sono davvero le quote di genere (o “quote rosa”, come sono da sempre definite in Italia) lo strumento migliore per arrivare ad una reale eguaglianza di genere?
Secondo i dati forniti dalla Strategia Europea per la parità tra uomini e donne (2010-2015) , il gender pay gap – la differenza retributiva tra uomini e donne (qui un articolo esplicativo da ingenere.it) – negli Stati Membri è in media del 16%, con picchi minimi (intorno al 10%) in paesi come l'Italia, la Polonia o la Romania e massimi (intorno al 20%) in paesi come la Grecia, la Germania o la Finlandia. Ciò si traduce sia in una minor retribuzione durante l'età lavorativa che in una pensione più bassa, esponendo le donne ad un rischio di povertà maggiore (nel 2011, il 23% delle donne sopra i 65 anni contro il 17% degli uomini).
Divario che viene però ribaltato quando si parla di genere ed istruzione, dove a raggiungere risultati migliori sono le donne, con l'82% che riesce a terminare la scuola secondaria superiore (contro il 77% degli uomini) così come l'istruzione universitaria, dove il 60% dei laureati è donna.
Divario che viene però ribaltato quando si parla di genere ed istruzione, dove a raggiungere risultati migliori sono le donne, con l'82% che riesce a terminare la scuola secondaria superiore (contro il 77% degli uomini) così come l'istruzione universitaria, dove il 60% dei laureati è donna.

