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Dal Sahara a Lampedusa, quel traffico di migranti tra criminalità e violenze (Bloglive.it)

Questo articolo è uscito su Bloglive.it il 12 novembre 2013

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo è riuscita ad arrestare Elmi Mohamud Muhidin, cittadino somalo di 34 anni riconosciuto dai superstiti eritrei del naufragio dello scorso 3 ottobre come l’organizzatore del loro viaggio, terminato con 366 vittime. L’uomo è accusato di sequestro di persona, tratta di esseri umani, associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violenza sessuale. Insieme a lui è stato fermato anche uno scafista di nazionalità palestinese, tale Attour Abdalmenem, 47 anni, non legato allo sbarco del 3 ottobre.
Grazie all’identificazione di Muhidin, gli investigatori sono riusciti a fare un passo avanti nelle indagini, venendo a conoscenza dell’identità di uno dei capi dell’organizzazione transnazionale che gestisce il traffico di migranti tra Corno d’Africa, Sahara, Libia e coste italiane.

L’amico degli italiani “che contano”. Le vittime del naufragio erano tutte di nazionalità eritrea, in fuga dal regime di Isaias Afewerki, in carica dal 1993 e una lunga lista di amici “che contano” in Italia (come Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi, che nel 2004 accompagnarono Afewerki a conoscere gli alpini a Trieste, mentre nel suo Paese faceva massacrare gli studenti) sono state intercettate nel deserto al confine tra Sudan e Libia da un gruppo di somali. Qui sono stati caricati a bordo di pick up armati di mitragliatrici e portati in un campo di prigionia – un vero e proprio “campo di concentramentosecondo il procuratore aggiunto di Palermo Maurizio Scalia – dove sono stati torturati con manganelli e scariche elettriche. Alcuni di loro, raccontano i migranti sopravvissuti, sono stati legati dai trafficanti con delle corde collegate tra piedi e collo, “in modo che anche il minimo movimento creava un principio di soffocamento”. Si tratta di campi illegali come quello di Agedabia, a sud di Bengasi o di Agadez (Niger) dove i migrati vengono letteralmente parcheggiati in attesa delle migliori condizioni – atmosferiche ed economiche – per continuare il viaggio.

I campi di concentramento del terzo millennio. In questi centri, le donne vengono violentate, quando non vengono date “in dono a gruppi paramilitari, armati di mitragliatori Ak-47”. “Una sera”, ha raccontato una giovane vittima delle violenze agli inquirenti italiani, “dopo essere stata allontanata dal mio gruppo sono stata costretta con la forza, dal somalo [Muhidin, ndr] e da due suoi uomini, ad andare fuori.

Scoperto il primo “carcere” della mafia, la tonnara di Santa Panagia (BlogLive.it)

Questo articolo è uscito su Bloglive.it il 9 novembre 2013

23 settembre 2011: 80 migranti di nazionalità egiziana sbarcano a Rutta e Ciauli, nel siracusano. Ventidue di loro verranno ritrovati dalla Polizia di Stato otto giorni dopo nella tonnara di Santa Panagia, territorio controllato dall’omonimo gruppo mafioso e dagli Attanasio, “non inseriti organicamente in cosa nostra” come si legge nella relazione del primo semestre 2012 della Direzione Distrettuale Antimafia. È la prima volta che la Polizia scopre un “carcere della mafia”.

Quei 22 migranti sono infatti sequestrati da un sodalizio italo-egiziano in attesa di saldare il loro debito di viaggio (“debt-bondage”, in gergo). Funziona così: una prima parte del viaggio si paga prima di partire, il resto una volta giunti a destinazione, saldando il tutto attraverso il sistema delle rimesse, sfruttando per esempio società apposite come la Western Union. Se i migranti non possono pagare vengono utilizzati come manovalanza nei settori dell’agricoltura o dell’edilizia o sfruttati in quello della prostituzione, mentre il debito rimanente viene traslato alla famiglia.

Se neanche i familiari riescono a coprire la somma, scatta la detenzione sotto la custodia di carcerieri fidati, come la coppia vicina ai clan di Cassibile e Avola scoperta lo scorso febbraio a fare la guardia ad un garage dove erano sequestrate 25 persone, tutte di nazionalità egiziana.

Alla tonnara la Polizia ci arriva per circostanze casuali: l’arresto di uno dei carcerieri a seguito di uno scippo e la fuga di due migranti carcerati, trovati a frugare nei cassonetti in cerca di cibo.

Il ritrovamento del “carcere” ha permesso inoltre la conferma di quanto gli investigatori avevano scoperto tra il 19 ed il 20 marzo 2011, quando la Guardia di Finanza aveva intercettato al largo della costa di Fondachello il trasbordo di 132 migranti egiziani da una nave-madre – modalità nota fin dagli anni Novanta, quando veniva utilizzata dagli scafisti provenienti dalla ex-Jugoslavia – alla “Fenice”, di proprietà di Massimo e Giuseppe Greco, affiliati alla cosca Brunetto di Fiumefreddo di Sicilia, alleati storici del clan catanese dei Santapaola.

Questo episodio permette di aprire una pista nuova nei rapporti tra mafie italiane e straniere: l’esistenza di un sodalizio italo-egiziano interno al traffico di esseri umani, in cui agli italiani spetta il compito di sostegno logistico ed assistenza a terra.

Sull’altra sponda del Mediterraneo, emissari delle organizzazioni criminali – secondo gli investigatori non è possibile definire quella egiziana una vera e propria “mafia” strutturata – si recano nei villaggi egiziani prospettando la possibilità di arrivare in Italia e, da lì, nel resto d’Europa, sulla falsariga di quanto avviene con il sistema delle madame” nigeriane. Definiti i dettagli del viaggio, i migranti vengono privati di soldi e documenti ed inviati – nei modi che spesso le immagini televisive hanno mostrato – in Europa. Una volta sbarcati vengono poi portati nelle regioni del Nord Italia e, dopo una telefonata di conferma, la seconda parte del debito passa dalle famiglie dei migranti ai trafficanti.

Stoccolma, le rivolte nelle periferie chiudono (definitivamente?) il "modello svedese"

foto: huffingtonpost.com

Stoccolma (Svezia) - Sembra la Parigi del 2005, è la Stoccolma del 2013. Lunedì un uomo di 69 anni armato di coltello è stato ucciso dalla polizia. Da quel momento le strade della capitale svedese si sono trasformate nel teatro di rivolte che, arrivate ieri al quarto giorno, non sembrano volersi fermare.  

A riversarsi per primi in strada gli abitanti del quartiere popolare di Husby, a nord della capitale svedese, 11.000 abitanti provenienti per l'80 per cento da Turchia, Libano, Siria, Iraq e Somalia dove alti sono i livelli di povertà e disoccupazione (il 16 per cento contro il 6 per cento del tasso di disoccupazione della popolazione svedese). Ad oggi, riporta Il Post, sono almeno altri 15 i quartieri nei quali si registrano scontri

Fino ad oggi sono state arrestate otto persone - tutte di età compresa tra i 15 ed i 19 anni - e danneggiate circa un centinaio di autovetture, svariati negozi, due scuole, una stazione di polizia ed un centro culturale.

«La gente ha iniziato a reagire alla crescente marginalizzazione e segregazione di classe e di razza degli ultimi 20 anni», ha detto Rami al Khamisi, studente di legge e fondatore del movimento giovanile Megafonen che, al quotidiano The Local, evidenziando come «Queste reazioni avvengono quando non c'è uguaglianza tra le persone, ed è quello che sta succedendo in Svezia». Il "modello svedese" tante volte portato come esempio da seguire si è rotto, incapace di tenere fede a quell'etichetta che, secondo l'Ocse, ha nascosto per molto tempo la più ampia forbice della disuguaglianza sociale tra i Paesi avanzati, portando a trasformare le periferie in veri e propri ghetti. L'esplosione delle "banlieue svedesi" era duque solo questione di tempo.

Il movimento Megafonen, che si occupa di difendere le minoranze nei quartieri periferici di Stoccolma ha più volte denunciato l'eccessivo uso della forza da parte della polizia, tanto da chiedere l'apertura di una indagine indipendente. La polizia ha invece aperto un'indagine interna sulla sparatoria per chiarirne le dinamiche. Il gruppo ha inoltre accusato di «razzismo strutturale» a polizia nei confronti degli abitanti di Husby.

Il primo ministro Fredrik Reinfeldt ha invitato alla calma, chiedendo agli abitanti di Husby di riprendere il controllo del quartiere, mentre la popolazione chiede soluzioni a lungo termine che vadano oltre il semplice aumento della presenza della polizia.

La vicenda ha rilanciato il dibattito sull'integrazione dei migranti e sul modello sociale svedese. Che a questo punto sembra aver adottato definitivamente quello di Parigi e delle sue banlieue.

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http://www.infooggi.it/articolo/scontri-a-stoccolma/42906/

Campagna "FrontExit": se l'Europa combatte un nemico inventato

The Enemy from Frontexit on Vimeo.

Lampedusa (Agrigento) – L'Europa è in guerra, contro un nemico immaginario”. A dirlo sono organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani come Migreurop, che un mese fa, con questo slogan, hanno lanciato la campagna FrontExit  ( Qui il testo dell'appello, in inglese.) per denunciare l'opaco operato di Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne dell'Unione nata nel 2004 con sede a Varsavia. Uno dei perni principali su cui si basa la politica della Fortezza Europa, fatta di Centri di Identificazione ed Espulsione ed accordi bilaterali sulla esternalizzazione delle frontiere.

Rifugiati, richiedenti asilo, rifugiati. Sono questi i “nemici immaginari” - o inventati, secondo una certa politica – contro cui l'Europa ha scatenato il suo esercito, come si vede nel video di lancio della campagna, la quale presentata anche al recente Social Forum di Tunisi, dove è stato chiesto all'agenzia, agli Stati membri ed ai Paesi terzi partner e co-firmatari di accordi bilaterali di assumersi la responsabilità delle loro azioni – rappresenta il primo passo per la creazione di un movimento internazionale volto a migliorare la trasparenza, il rispetto dei diritti umani ed a mettere fine al sistema di impunità che tutela l'agenzia.

42.000 chilometri di costa, 9.000 di frontiere terrestri e 300 aeroporti internazionali. È questo ciò di cui si occupa Frontex, una istituzione «quasi militare, coinvolta nell'intercettazione dei migranti alle frontiere e nel loro rimpatrio forzato» e – come evidenziano le organizzazioni che hanno firmato la campagna – dalla libertà di manovra «sproporzionata, poco chiara e pericolosa» negli anni è infatti diventata un'agenzia indipendente dagli altri attori dell'area, forte dei milioni investiti dall'Unione Europea e della possibilità di stringere accordi con terzi, scavalcando così governi nazionali ed istituzioni europee predisposte.

Dai 19 miliardi di euro per il 2006, si è passati ai 118 del 2011, quando il Parlamento Europeo – che annualmente ne approva il budget – è stato costretto a rivedere in parte il mandato dell'agenzia, il cui approccio ai diritti umani rimane però «largamente criticabile e limitato» secondo Migreurop. Denaro che, naturalmente, viene utilizzato anche all'interno del sempre più ampio indotto delle industrie che sviluppano gli equipaggiamenti, tra i quali anche radar e droni.

Oltre alla questione umanitaria e quella economica, le organizzazioni che ruotano intorno alla campagna sollevano anche una questione legale: chi è responsabile dei diritti violati dei migranti? Per dirla meglio: quali nomi dare ai i genitori dei tanti migranti respinti nelle carceri o nei centri di detenzione temporanea libici o morti durante la traversata in mare? Chi denunciare per la violazione del diritto universale alla migrazione – e dei diritti a questo connessi, come il diritto d'asilo o ad un trattamento dignitoso - che è invece una libera circolazione del ricco verso il povero (e la chiamano “esportazione di democrazia”) ma non del povero verso il ricco, che diventa “emergenza immigrazione”?

Action de lancement Frontexit from Frontexit on Vimeo.

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Trovato su un gommone il tariffario dei trafficanti di uomini: 800 euro per passare il Mediterraneo

foto: amnesty.it
Lampedusa - Rotta Leixoes (Portogallo)-Tasucu (Turchia), lunedì 15 aprile. La nave cargo olandese Abis Bremen avvista un gommone. Uno di quella che verrà contabilizzato nella nuova, ennesima, “emergenza”. Il porto più vicino è quello di Pachino, nel siracusano, ma non ci sono migranti da salvare, perché tutti i 24 occupanti – come scoprirà poi il capitano della nave – sono stati portati in salvo la notte prima.
Sul gommone sono rimasti – come scrive Raphael Zanotti per La Stampa di ieri – solo documenti, fotografie, abiti, i contatti europei che i migranti avrebbero utilizzato una volta sbarcati e, soprattutto, il “tariffario”. Un semplice foglio di carta, a righe, con i nomi dei migranti trasportati ed accanto una cifra: 800 dollari per gli uomini, cento in meno per le donne. Tanto costa l'ultima parte del viaggio verso la Fortezza Europa, dopo l'imbarco a Tripoli ed il viaggio tra deserto, banditi e polizia di frontiera.

Sono 24 i nomi dei “paganti”, che vanno ad aggiungersi ai più di 600 migranti sbarcati nelle ultime settimane. Per loro il Mare Nostrum – dati i tanti migranti morti prima di arrivare sulle coste italiane o greche sarebbe forse il caso di chiamarlo “Mare Mostrum” - ha deciso di essere clemente, anche se l'ingresso nella fortezza europea non dà certo un biglietto di benvenuto. Con i documenti rimasti sul gommone, infatti, i migranti verranno prima inviati nei Centri di Identificazione ed Espulsione per essere identificati, ma il riconoscimento della loro identità, il ritorno allo status di persone, imporrà loro la fine del viaggio (a differenza di quel che si crede, infatti, in molti puntano ad arrivare nei paesi del Nord Europa) perché proprio quella “riconciliazione” li bloccherà nell'Europa meridionale dei loro diritti negati, costretti dal Dublino II a fermarsi alle soglie della Fortezza in attesa di essere rimpatriati, Respingendo le loro aspettative al punto di partenza.

Bologna: dall'11 al 13 aprile cie, economia e diritti migranti al centro del #ProMiGrÈ 2013

foto: www.comune.bologna.it

Bologna – Si terrà tra giovedì 11 e sabato 13 aprile ProMiGrÈ, il festival delle migrazioni e delle genti organizzato da Arci Bologna e dall'associazione universitaria ProGré con il contributo della CGIL e dell'Università di Bologna.

«Se l'anno scorso l'intento del festival è stato quello di riunire cittadini, associazioni, esperti, accademici, politici ed operatori che si interessano dei temi dell'immigrazione per sfatare insieme i luoghi comuni che troppo spesso inquinano il discorso politico e mediatico a riguardo, quest'anno il ProMiGrÈ vuole andare oltre e diventare luogo di proposta concreta su come cambiare quel che non funziona e dotare finalmente il nostro paese di una politica migratoria nuova, efficace, lungimirante. E soprattutto, rispettosa dei diritti umani», si legge sulla presentazione dell'evento.

Il festival, che si svolgerà tra l'Auditorium Enzo Biagi di Sala Borsa, Piazza del Nettuno e il Cinema Lumière, tratterà tra gli altri dei Centri di Identificazione ed Espulsione, il peso delle e dei migranti sull'economia – legale ed illegale - e sulla popolazione carceraria.
Interverranno, tra gli altri, Amelia Frascaroli, assessore alle Politiche sociali ed al Welfare del Comune di Bologna; Driss Jalal, presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della Provincia di Bologna; Desi Bruno, Garante regionale dei detenuti ed il giurista Fulvio Vassallo Paleologo.
Previsti, inoltre, il reading di Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori e le mostre fotografiche di Giulio Piscitelli, Alessandro Penso e Simona Hassan sui migranti rinchiusi nei Cie ed ai Prati di Carrara, sul dramma dei migranti in Grecia e sulle “seconde generazioni” nonché la proiezione del film “Anija (la nave)” di Roland Sejko, (qui il trailer) sull'esodo dei cittadini albanesi verso l'Italia negli anni '90.

Qui il programma completo: http://www.progre.eu/wp-content/uploads/2012/12/promigre20131.pdf
Qui l'evento facebook: https://www.facebook.com/events/354040594701840/
Su twitter, l'hashtag è #ProMiGrÈ 2013


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Denied Access. Viaggio nel purgatorio delle città-satellite (4/4)

foto: peaceculture.org

Atene (Grecia) - 1881 agenti a difesa del confine sul rio Evros, in aggiunta alle pattuglie già presenti e, dal luglio 2011, un muro di 12,5 chilometri alto tre metri concepito sul modello della rete che separa le enclavi di Ceuta e Melilla (territorio marocchino[1]) dal territorio spagnolo e che ha portato ad una diminuzione degli ingressi di circa l'84%[2]. È quello che si sono trovati davanti i migranti che lo scorso 2 agosto hanno tentato di oltrepassare il confine naturale che separa la Grecia dalla Turchia o, se la si vuole leggere in altri termini, la Fortezza Europa dall'esterno. Eccola la “porta d'Europa”. È da qui e non da Lampedusa – come erroneamente fanno credere gli organi di informazione italiani – che, dal 2005, passa più dell'80 per cento dei migranti senza documenti che attraverso l'Europa meridionale tentano di arrivare nei paesi del nord, in un viaggio che per l'eccessiva distanza e per le stringenti leggi del cosiddetto “Dublino II” significa per i migranti rimanere segregati in un purgatorio con Atene come capitale.

La Commissione Europea non esclude l'eventualità di finanziare progetti per rinforzare ancor di più le politiche anti-migranti delegate alla Grecia, in aggiunta ai 676 milioni di euro stanziati da Parlamento e Consiglio attraverso un programma annuale co-finanziato per 10 milioni di euro da Grecia e Fondo europeo per i rimpatri che dovrebbe portare al rimpatrio di 7.000 migranti.

Turchia: sala d'attesa per l'Europa. La Turchia rappresenta una vera e propria “anticamera”. Sia perché è da qui che i migranti passano per arrivare in Grecia sia perché la Turchia si trova – geograficamente e politicamente – a metà strada tra l'Europa e l'esterno. L'esterno, a queste latitudini, si chiama Iran. Tra i due paesi, una barriera naturale lunga 454 chilometri la cui altezza varia tra i 2.500 ai 3.000 metri e la temperatura tra i 4° ed i 6° e le cui cime sono continuamente attraversate da merci e persone in quanto, nonostante la strada accidentata ed il clima spesso improponibile, questo rimane il passaggio più corto, più sicuro e soprattutto meno controllato tra l'Asia e l'Europa.

Urmia, Shahpur e Maku – nella regione iraniana dell'Azarbaijan occidentale (da non confondere con la repubblica dell'Azerbaigian che si trova nella regione caucasica) – sono le tre città dove i vengono raggruppati i migranti e da cui, a bordo di automobili o camion, ci si avvicina ai villaggi transfrontalieri dai quali si tenterà il salto in Turchia.

Denied Access. Il business del migrante (3/4)

foto: owni.eu

Roma - Dall'inizio del nuovo millennio, quando i paesi confinanti con la Fortezza Europa hanno accettato – attraverso accordi come il famoso “trattato italo-libico”[1] - di farsi guardiani delle frontiere europee, non solo perseguendo quel diritto all'emigrare sancito tra gli altri dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 ed al Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, ma anche rendendosi corree delle violazioni dei diritti umani necessarie ai paesi difesi dalla Fortezza per mantenere il proprio status di appartenenza al “mondo dei ricchi”,  in una situazione di vero e proprio subappalto delle frontiere.

Il business del migrante. Dal 1999 – anno in cui in Italia i Centri di Permanenza Temporanea voluti dalla legge Turco-Napolitano diventano Centri di Identificazione ed Espulsione – al 2011 il costo dei 13 centri italiani è stato di 985,4 milioni di euro, di cui solo 287 tra il 2008 ed il 2011, ai quali vanno già aggiunti – in quanto previsti negli allegati alla legge finanziaria 2011 – i 169 milioni per quest'anno ed altri 211 per il prossimo.

Secondo l'Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, il 60% della popolazione dei centri proviene direttamente dal carcere, luogo dove l'identificazione dovrebbe già essere avvenuta. Ciò però non si verifica mai, a seguito di una serie di intoppi e lentezze burocratiche grazie alle quali si crea un vero e proprio corto circuito di legalità – costituito dal sistema carcere-cie che può, come abbiamo visto, reiterarsi praticamente all'infinito – nel quale le ed i migranti si trovano a scontare una pena suppletiva pur non avendo commesso alcun reato ed oltretutto incostituzionale, in quanto il nostro ordinamento prevede sì il cosiddetto “fermo per identificazione”, ma solo per la durata di poche ore, non certo di interi mesi come è invece la permanenza media nei centri. Da qui la ovvia quanto logica domanda: chi ha trasformato i migranti in un vero e proprio business?

Ogni migrante rinchiuso costa in media 45 euro al giorno, con spese che variano dai 24 euro del Centro per Richiedenti Asilo (o Cara) di Foggia ed i 34 del Cie di Bari ai 75 di Modena. Quest'anno, però, tutte le gare d'appalto sono state fatte al ribasso e, ad esempio, al Cie di Bologna la prefettura ha definito un tetto massimo di 28 euro giornalieri anche se – come denunciava Anna Maria Lombardo, direttrice della Confraternita della Misericordia che ha gestito il centro fino a fine luglio – solo per un medico di euro se ne spendono 23. All'ora[2].

Denied Access. L'Internazionale dell'espulsione (2/4)

Continua da qui:
Fortezza Europa, viaggio sull'invalicabile confine sud (1/4)

foto: carmillaonline.com

Madrid (Spagna) - Nel modo in cui tratta i migranti l'Italia può dirsi in buona compagnia perché quello che l'Europa ha istituito lungo la sua frontiera meridionale, passando per posti come Melilla[1], Lampedusa o il rio Evros, è diventato un vero e proprio sbarramento anti-migrante, sulla falsariga dei circa 3000 chilometri del muro che separa Messico e Stati Uniti.[2]

Malaga, Fuerteventura, Gran Canaria, Murcia, Valencia, Madrid, Barcellona, Algeciras, Tenerife. Sono in tutto nove i Centri di identificazione ed Espulsione (Centros de Internamientos de Extranjeros in spagnolo) realizzati nel Paese fin dal 1999 anche se esperienze similari si registrano sul territorio spagnolo fin dal 1985. Secondo l'Asociación pro derechos humanos de Andalucía - ci sarebbero altri centri “fantasma”, tra i quali uno nella zona di Almería ed uno nelle Canarie, la cui esistenza è stata ormai accertata. Fame, freddo e mancanza delle più elementari norme a tutela delle e dei migranti – da quella medica a quella giuridica, come riporta in un suo report l'organizzazione internazionale Women's Link Worldwide, organizzazione che promuove l'integrazione di genere in materia di giustizia e dal 2008 presta assistenza giuridica specializzata verso le donne vittime o presunte vittime di tratta rinchiuse nei centri – rappresentano le denunce fisse di chi entra nel circuito spagnolo della detenzione amministrativa per migranti. E questo è solo quello che succede nei cie ufficialmente riconosciuti. Il report è il frutto di due anni di lavoro che ha portato ad intervistare 45 donne di cui sette incinte e 21 presunte vittime di tratta in sei dei nove centri della Spagna, con le organizzazioni che hanno accesso o che lavorano con reclusi e magistrati incaricati di controllarli.

Il report realizzato dall'associazione evidenzia inoltre come siano gli stessi magistrati che dovrebbero occuparsi delle migranti a non conoscere approfonditamente la legislazione in materia di immigrazione, rendendo ancora più insopportabile una situazione dove la denunzia di violazione dei diritti umani è pressoché costante e costantemente inascoltata. L'ignoranza giuridica dei magistrati, in aggiunta alle difficoltà riscontrate dalle organizzazioni della società civile per entrare nei centri, fa in modo che molte recluse - «in una situazione decisamente peggiore rispetto a quella carceraria», come evidenziato da alcuni addetti ai lavori – non abbiano la minima idea di quali siano i propri diritti, come la possibilità di fare richiesta di asilo già all'interno del centro o di poter sporgere denunce e reclami.

Fortezza Europa, viaggio sull'invalicabile confine sud (1/4)

Nel corso degli ultimi tempi, il continente europeo si è trasformato sempre più in una vera e proprio "Fortezza", chiusa verso chi tenta - emulando proprio gli europei di una manciata di decenni fa - di attraversare quel confine tra la povertà e la ricchezza, tra il cosiddetto terzo mondo e quel primo mondo che di questi è origine. E intanto - tra centri di identificazione, camere ad infrarossi e barconi - c'è chi ha trasformato i corpi migranti in un vero e proprio business.

Borders are the gallows of our collective national egos
I confini sono il patibolo del nostro collettivo egocentrismo nazionale
[ “Borders are” - Serj Tankian]


Roma - La chiamano – non a torto - “Fortezza Europa”. Perché è esattamente questo che, dall'esterno, il continente europeo è diventato. Un'enorme, immensa fortezza – nella quale forte sta diventando il divario tra classe al potere e cittadini - che ha da tempo chiuso le proprie frontiere, le quali grazie agli accordi bilaterali vengono spostate sempre più a sud (tanto che in molti parlano ormai di una vera e propria “delocalizzazione” delle frontiere) instaurando delle zone intermedie, dei luoghi – come le città-satellite turche – che non appartengono di fatto né alla “fortezza” né all'esterno. Purgatori geopolitici dove vengono stoppati i migranti, il cui sogno di una vita migliore rappresenta il più grande pericolo per gli stati difesi dalla Fortezza: rompere quel modello di sostentamento basato sullo sfruttamento dei paesi limitrofi.
Ad essere sotto i riflettori gli stati meridionali, ormai da anni gestori di una frontiera più socio-economica che geografica che dalle coste spagnole – enclavi marocchine incluse – e passando per i barconi di Lampedusa, simbolo di un nuovo “assalto alla Fortezza”, arriva fino alla Grecia ed alla Turchia, il cui “visto d'ingresso” per l'Europa politica verrà emanato anche in base al comportamento tenuto su aspetti come questo.
Gli stessi governi – in molti casi vere e proprie dittature – da cui i migranti scappano nella maggior parte dei casi, sono stati messi al potere dall'Occidente, dalle due “Fortezze” del primo mondo, cioè quella statunitense (che esporta guerre senza mai averne subita una sul proprio territorio, se non quella per la formazione o l'attacco dell'11 settembre) e quella europea, dove respingere i migranti alla frontiera significa respingere le cause – anch'esse perpetrate dall'Occidente – del divario tra Nord e Sud del mondo (povertà, guerre, sfruttamento, etc).

Guatemala-Stati Uniti: del corpo migrante si fa lotteria

Tremila chilometri. È la lunghezza del tragitto che compiono quotidianamente le migranti centro e sudamericane per arrivare negli Stati Uniti. In mezzo il Messico, dove tra sequestri, treni merci e sfruttamento sessuale l'”american dream” che tanto sognano si trasforma in un “american nightmare”

Una volta l'uomo aveva un'anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano. [Stefan Zweig]


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Nei pressi di Contepec (Stato di Michoacán, Messico) - «Così finiscono gli stupratori» diceva il cartello che gli hanno trovato appeso al collo. Lui era Eladio Martinez Cruz[1], 24 anni, accusato di violenza sessuale. Il suo corpo è stato trovato, privo di vita e con i genitali tagliati, nei pressi di Contepec, nello stato messicano di Michoacán. Il suo nome sarà presto dimenticato, molto più difficile sarà dimenticare il modo in cui è stato ritrovato. Dallo scoppio della guerra tra e contro i cartelli della droga, iniziata nel 2006 dall'ex presidente Felipe Calderón Hinojosa, il Messico si è in qualche modo abituato a tutta una serie di rituali di comunicazione come i narcomantas, gli “striscioni” posti sui ponti stradali con i quali i cartelli si parlano, spesso accompagnati da qualche (presunto) traditore impiccato a monito generale. Non si sa se questo omicidio ricada nella fattispecie. Quello che è sicuro è che Eladio Martinez Cruz sarà ricordato come il primo uomo crocifisso per stupro.

Crocifisso per stupro. Eladio Martinez Cruz, accusato di stupro, viene rinvenuto crocifisso
ad un cartello stradale nei pressi di Contepec, nello stato di Michoacán, Messico.
fonte: forum.egcommunity.it

Un'immagine questa che ha fatto molto scalpore, quanto meno sui media italiani.

Un cimitero di contraccettivi. Scalpore inferiore, se non addirittura indifferenza, suscitano altre croci. Come le 19 che – emulando le Madres argentine - lo scorso febbraio tenevano in mano 26 donne salvadoregne[2], madri di persone scomparse lungo il tragitto che dal loro paese avrebbe dovuto portarli negli Stati Uniti, come gli altri 200.000 centroamericani che, recitano i dati dell'Instituto Nacional de Migración, attraversano il Messico per entrare illegalmente nel paese dell'opportunità per tutte e tutti, per prendersi il loro pezzo di “american dream” che per molti si trasforma in un incubo.
Preservativi e Depo-Provera, lungo i 5.000 chilometri che intercorrono tra la frontiera sud e quella nord del Messico, sono per le migranti gli unici compagni di viaggio su cui fare reale affidamento. Tra una frontiera e l'altra può succedere davvero di tutto, in special modo incappare nelle aggressioni che per migranti donne e transessuali significa subire abuso sessuale e per chi queste aggressioni le fa – autoctoni o lavoratori di quelle zone - un guadagno che varia da qualche spicciolo a qualche migliaio di pesos, con la polizia che spesso guarda ma non vede.
Aggressioni che in molti casi sfociano in veri e propri sequestri. «Il protocollo abituale» - dice Edu Pones, fotografo di Ruido Photo che ha partecipato al progetto En el Camino - «è dividere i migranti quando vengono sequestrati: quelli che hanno famiglia negli Stati Uniti e possono contattarli per chiedere il riscatto sono inviati nella sala uno, quelli che hanno famiglia ma non possono contattarli nella sala due. Non si sa cosa capiti a chi non ha famiglia negli Stati Uniti e non può pagare».

Scoperto a Mazara traffico di persone ed armi tra Francia, Sicilia e Libia

foto: marsala.it
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Capo Feto (Trapani) – Dalla Francia alla Libia passando per la Sicilia. È questo il tragitto seguito dal Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata di Genova e Palermo in una operazione – coordinata dai sostituti procuratori Dino Petralia, Francesca Rago e Sabrina Carmazzi della Procura di Marsala – che ha permesso di smantellare una organizzazione criminale transnazionale attiva sia nel trasporto di migranti dalle coste nordafricane che nel traffico di armi.

I dettagli dell'operazione - che Petralia ha definito “strepitosa” - saranno presentati in una conferenza stampa fissata per domani. Quello che si sa al momento è che questa è partita in seguito ad uno sbarco di migranti avvenuto sulla costa di Capo Feto, a Mazara del Vallo. Indagando sugli scafisti gli inquirenti sono venuti a conoscenza anche del filone legato al traffico di armi, con il fermo da parte della Guardia di Finanza di un furgone partito qualche giorno fa da Marsiglia ed intercettato alla frontiera ligure. A bordo, oltre ad un cittadino tunisino e ad un marsalese, per il quale la Procura sta in queste ore accertando eventuali rapporti con le famiglie mafiose della zona, sono state trovate 110 armi tra lunghe e corte, gas tossici, munizioni, esplosivi ed un bazooka di piccole dimensioni. Una volta arrivate sulle coste siciliane, le armi avrebbero poi preso la via della Libia attraverso gli stessi uomini e gli stessi mezzi che nelle ore precedenti avevano trasportato i migranti.
Fondamentali per il buon esito dell'operazione, anche questa volta, si sono dimostrate le intercettazioni telefoniche, in aggiunta alla spavalderia del gruppo criminale che – senza naturalmente esserne a conoscenza – ha svelato i propri piani agli agenti in ascolto.

Ancora non è chiaro a chi fosse destinato il carico: se ai ribelli libici, agli uomini rimasti fedeli al regime di Gheddafi o se queste sarebbero poi passate attraverso altre frontiere come quella tunisina, dove due giorni fa – come scriveva l'agenzia AnsaMed[1] – un aereo dell'Aviazione tunisina ha distrutto tre automezzi carichi di armi provenienti dalla Libia e diretti in Algeria.

Da chiarire, infine, se il traffico internazionale interessi solo le mafie o se l'operazione che si sta concludendo in queste ore sia da inserire nella più ampia azione di contrasto al mercato nero delle armi, dove oltre alle organizzazioni criminali lavorano grandi industrie del settore[2] e governi. La storia recente che collega Trapani, i traffici internazionali e la mafia – con gli omicidi dei giornalisti Mauro Rostagno ed Ilaria Alpi[3] ed ancor prima del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto[4] – potrebbe da ieri avere un nuovo capitolo.

Note
[1] Tunisia: aereo esercito distrugge convoglio armi da Libia, AnsaMed, 21 giugno 2012;
[2] Libia: armi made in Germany. Kontraste: in mano ai ribelli fucili della tedesca Heckler & Koch di Pierluigi Mennitti, lettera43.it, 2 settembre 2011;
[3] Nuove piste sul caso Alpi - Somalia e morte di Riccardo Castagneri, La Voce delle Voci, 18 marzo 2010;
[4] Giangiacomo Ciaccio Montalto da "Blu notte - Misteri italiani"

Maco "el Coyote", storia di un trasportatore di migranti


"Coyote", nell'America centrale e meridionale, è l'appellativo con cui si identificano quelli che "aiutano" i migranti a passare illegalmente la frontiera tra Messico e Stati Uniti.

Maco è uno di loro. Accompagna Clauda, Yolanda e Cara de Güisa in quello che, lui dice, sarà il suo ultimo viaggio. Un viaggio che ai tre, partiti dal Guatemala, è costato 6.000 dollari. Tre settimane - tanto, in media, dura il viaggio - vissute tra possibilità di essere arrestati durante i controlli transfrontalieri in Messico, derubati in quella che diventa una vera e propria guerra tra poveri o, come spesso succede, violentate se si è donne.

"Coyote", diretto dal regista andaluso Chema Rodríguez, è andato in onda su "La 2" (televisione spagnola) lo scorso 19 maggio.
«Abbiamo conosciuto Maco in un bar di Ciudad de Guatemala» – raccontava il regista durante la presentazione del documentario al Festival di Berlino - «Ci ha presentato 25 persone che volevano emigrare negli Stati Uniti e che aspettavano solo l'opportunità di farlo. Noi abbiamo scelto i tre migranti che reagivano meglio alle telecamere. E a partire da questi si è organizzato il viaggio». Chema Rodríguez, durante quella stessa presentazione, ha sottolineato come i poliziotti si sforzassero di far mostrare la "faccia buona" alle telecamere, ma la realtà della loro corruzione - nota in tutto il mondo - è decisamente diversa.


"Ho sempre voluto scrivere un libro per raccontare la mia vita e le mie storie. Ma dato che la gente non legge, ho preferito una pellicola".
[Maco]

Risarcite 17 vittime di tratta per sfruttamento sessuale. Le associazioni: necessaria una legge

foto: sardegnasolidale.it
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L'Aquila, 9 giugno 2012 – La sentenza è di quelle storiche, seppur passata sottotraccia per effetto di quella che i giornalisti chiamano “notiziabilità”: nei giorni scorsi, la Corte d'assise d'appello dell'Aquila ha riconosciuto una provvisionale immediata – una specie di anticipo su risarcimento danni – di cinquantamila euro a diciassette donne nigeriane vittime di tratta a fine di sfruttamento sessuale.
La decisione arriva a conclusione dell'operazione denominata Sahel, iniziata dai carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale nel 2007 anche grazie alla denuncia di Lilian Salomon (la cui storia ho raccontato a novembre[1], in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne ed alla quale è stato intestato anche un fondo[2]) e che ha portato nel 2010 all'arresto di ventisei persone, su richiesta della locale Procura distrettuale antimafia, che aveva contestato loro i reati di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio ed interruzione abusiva di gravidanza. Il gruppo si occupava di tutte le fasi della tratta, dalla scelta delle ragazze in Nigeria - quasi sempre da Benin City, come ricorda Isoke Aikpitanyi (nella foto) ne “Le ragazze di Benin City”, libro che invito a leggere quanti volessero approfondire il tema - fino allo sfruttamento vero e proprio, passando per il viaggio tra Nigeria, Londra, Parigi per poi giungere in Italia.

La sentenza che costituisce «un risultato che apre un nuovo scenario: il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno per le vittime della tratta di esseri umani», come annuncia l'associazione On the Road – che dal 1990 opera per togliere le ragazze dal marciapiede e dalle mani dei nuovi schiavisti – costituisce uno spartiacque anche per la giurisprudenza.
Questa, infatti, prevede non solo la confisca dei beni dei trafficanti, ma anche che questi vengano riassegnati alle ragazze ed alle associazioni che operano contro il fenomeno della tratta a scopo di sfruttamento sessuale. «Il nostro ufficio legale» - spiega il presidente dell'associazione On the Road Vincenzo Castelli all'agenzia Redattore Sociale - «lavora sul tema del risarcimento del danno con determinazione, perché siamo convinti che la direttiva europea numero 36 del 2001 [concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime[3], ndr] possa e debba trovare piena applicazione.

Terremoto, il Coordinamento Migranti Bologna chiede una moratoria sui permessi di soggiorno

foto: infoaut.org
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Bologna, 3 giugno 2012 – «Il terremoto che in questi giorni ha colpito molti comuni emiliani non ha apparentemente fatto differenze. In realtà come dimostrano le morti sul lavoro di tanti operai, sono stati colpiti soprattutto i lavoratori, senza distinzione. Per colpa della precarietà, che spinge a rischiare la vita pur di non essere licenziati, operai italiani e migranti erano al lavoro», inizia così l'appello – lanciato anche attraverso un “evento” sul social network facebook[1] - lanciato dal Coordinamento migranti di Bologna che evidenzia un problema in questi giorni ignorato durante le cronache dai paesi colpiti dal sisma: «in questa situazione», continua il testo dell'appello, «i migranti pagano un prezzo ancora più alto a causa delle leggi che regolano la loro permanenza in Italia. Nelle misure d'urgenza prese dal Governo non c'è nessuna attenzione per la particolare condizione che i migranti vivono in Italia a causa delle norme della legge Bossi-Fini».

Alla luce di questa situazione, il Coordinamento chiede che vengano comunque garantiti permesso e carta di soggiorno, cancellando al contempo la tassa di rinnovo del permesso e garantendo eguale trattamento dei soccorsi, indipendentemente dal possesso o meno dei meri “requisiti burocratici” per un tempo previsto di due anni, anche se i migranti «non saranno in grado di soddisfare i criteri di lavoro, reddito, abitazione previsti dal testo unico sull'immigrazione».
«Solo una moratoria urgente sui permessi di soggiorno» – conclude il testo - «permetterà ai lavoratori e alle lavoratrici migranti di ricostruire la loro vita dopo il terremoto»

Note
[1] https://www.facebook.com/events/153767191414828/

Operazione anti-caporalato “Sabr”, sedici arresti per schiavitù e traffico di esseri umani

foto: fondazioneleonemoressa.org 
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Lecce, 23 maggio 2012 – È scattata alle tre di questa mattina l'operazione anti-caporalato “Sabr”, dopo l'emissione di ventidue ordinanze di custodia cautelare, di cui sedici già eseguite, da parte del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia. Condotta dal Raggruppamento Operativo Speciale di Lecce tra gennaio del 2009 e ottobre 2011, l'operazione ha portato all'emersione dei reati di riduzione e mantenimento in schiavitù e servitù nonché di «un vero e proprio “sistema” criminale, efficientemente organizzato» dedito alla tratta di persone a fini di sfruttamento, composto da cittadini italiani, algerini, tunisini e sudanesi attiva tra la Puglia, la Sicilia, la Calabria e la Tunisia – da cui provenivano, insieme al Ghana, la maggior parte dei migranti - che costituiva la base di partenza dei viaggi.
Il modus operandi dell'organizzazione non si discosta da altri casi di sfruttamento e traffico di esseri umani (come l'operazione “Raìs”, di cui scrivevamo ieri): i migranti venivano allettati dalla prospettiva di un lavoro ben remunerato e in condizioni accettabili. Arrivati in Italia, però, i migranti si ritrovavano invece a lavorare al limite della sopportazione psico-fisica per dieci o dodici ore al giorno ricevendo una paga – compresa tra i venti ed i venticinque euro giornalieri – da consegnare quasi interamente al caporale per la permanenza in alloggi nei quali mancavano l'acqua corrente, i servizi igienici e la corrente elettrica.

Il gruppo dei datori di lavoro, al quale viene contestato il rilascio di false certificazioni di assunzione, era costituito dai netini Giuseppe Cavarra, 34enne di Noto e Rosaria Mallia, 35enne, entrambi residenti a Pachino e coinvolti direttamente anche nel reclutamento ; dai neretini Marcello Corvo, 52enne; Bruno Filieri, 49enne; Pantaleo Latino detto “Pantaluccio” 58enne; Livio Mandolfo, 46enne; Salvatore Pano, 56enne; Corrado Manfredi, 59enne e Giuseppe Mariano, detto “Pippi”, 74enne di Scorrano (Lecce); Giovanni Petrelli, 50enne di Carmiano (Lecce).
Del gruppo che materialmente si occupava dell'ingresso dei migranti facevano parte Saed Abdellah, detto “Said”, 26enne sudanese residente a Palermo; Meki Adem, 52enne sudanese residente a Racalmuto (Agrigento); Abdelmalek Aibeche, detto “Alì”, 34enne algerino residente a Vittoria (Ragusa), capo squadra; Belgacem Ben Bechir Aifa, 42enne algerino residente a Nardò, capo squadra;

Operazione "Raìs", smantellata rete di "mercanti di uomini" tra Italia ed Egitto

foto: indiatalkies.com
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Messina, 22 maggio 2012 – Un tir è appena stato fermato sull'autostrada A18 dalla Polstrada di Giardini Naxos. A bordo, oltre al conducente ed un passeggero, nel rimorchio vengono trovati ottantaquattro migranti provenienti dall'Africa. È il 24 luglio 2010.
Tre mesi dopo, il 25 ottobre, la Guardia di Finanza ferma un barcone carico di migranti e diretto a Riposto, nel catanese.
Inizia così l'operazione, denominata “Raìs”, coordinata dalla Procura messinese e portata avanti dalla Squadra Mobile di Messina in collaborazione con le mobili di Ancona, Catania, Siracusa, Milano e Roma ed il Servizio Centrale Operativo e che ha portato, per il traffico di migranti di luglio, all'arresto di Pierpaolo Corsini, 55enne conducente del tir e dipendente della ditta “Michalis”, interessata all'ambito dei trasporti internazionali tra Italia e Grecia.

A capo dell'operazione, secondo le ricostruzioni dei migranti e di alcuni scafisti che hanno poi iniziato a collaborare con le forze dell'ordine, c'era Mohamed Mohamed Abd Rabbo, alias Mohamed El Shiek o “Batraman”, 27enne egiziano ritenuto dagli inquirenti a capo dell'organizzazione, rimasta sconosciuta per almeno un decennio.
Gli altri arrestati nei giorni scorsi sono gli egiziani Mohamed El Sobhy, 26enne conosciuto anche con il nome di Mhamad Nabil; Zakaria El Sayed Attia El Sobhy, 42enne; Mohamed Mohamed Rabie Abdel Aal, 27 anni; Monir Morsi Mohamed Morsi, 31 anni; Mohamed Shalpy Gaurpa Fathi Abdelkader, 47 anni; Reda Gharib, 25 anni nonché gli italiani Massimo Greco, 26 anni, nato a Giarre; Salvatore Greco, 57 anni di Acireale e Fabio Fanizza, anch'egli di Giarre. Tutti e tre risiedevano a Mascali, nel catanese. A luglio, oltre al conducente del tir, vennero arrestati anche gli egiziani Maher Ali Ouda, 32enne residente a Milano; Adel Riad Said Gouhar, 51 anni e Shokry Adovelnaser Mohamedhagag, 28 anni entrambi residenti a Roma. Quest'ultimo – che gli inquirenti hanno descritto dall'aspetto curato, con abiti di buon taglio e capace di parlare un fluente italiano di cui è stato accertato il ruolo di spicco nell'organizzazione – a luglio, in fuga, chiese un passaggio ad una civetta dei carabinieri a Taormina in cambio di cinquanta euro, praticamente spiccioli se paragonati ai guadagni derivanti da tale traffico. È lui, dicono gli inquirenti, ad aver organizzato e gestito il trasporto dei migranti – partito dalla città di Wadyalnatron, nella zona desertica a nord dell'Egitto – ed il loro ingresso sul territorio italiano.

Cartoline da Melilla. Benvenuti nella Fortezza Europa

foto: canalsolidario.org
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Ciudad Autónoma de Melilla (Spagna), 20 maggio 2012 – «In questo momento» - scriveva mercoledì scorso Patricia Simón su Periodismo Humano[1] - «almeno una ventina di persone si sono nascoste in alcuni nascondigli di Melilla, probabilmente in alcuni terreni che proteggono la città e fanno da anticamera alle valli che la isolano dal continente africano».

Due mesi fa, il 10 marzo, cinquantadue congolesi sono stati espulsi da Madrid e riportati nella Repubblica Democratica del Congo, da dove erano partiti addirittura sei anni prima in fuga dal più povero territorio dell'Africa e dalle sue guerre.
Il timore, in tutti, è quello di essere rinchiusi nel Centro di Identificazione ed Espulsione (in spagnolo Centros de Internamientos de Extranjeros) di Melilla, enclave spagnola situata in territorio marocchino – dove il tempo massimo di detenzione è di sessanta giorni – e soprattutto essere rimpatriati nella Repubblica Democratica per essere incarcerati, come oppositori politici del regime di Joseph Kabila Kabange, nel Centro Penitenziario di Rieducazione Makala di Kinshasa, considerato il carcere più pericoloso del mondo. Fino a pochi anni fa morivano di fame almeno dieci persone al giorno. Per questo era nota come la “prigione della morte”.
Il Marocco – così come la Libia di Gheddafi e la Tunisia di Ben Ali – ha acconsentito alla politica di subappalto del controllo transfrontaliero voluto dall'Unione Europea in cambio dei fondi MEDA, istituiti nell'ambito del Processo di Barcellona (o Partenariato Euro-Mediterraneo) nel 1995[2].

Istituiti già nel 1985 e definiti dalla legge «privi di carattere penitenziario», sul territorio spagnolo sono stati costruiti nove centri per migranti[3] (quello di Melilla è del 1998), anche se la Asociación pro derechos humanos de Andalucía ha documentato l'esistenza di almeno altri due centri fantasma – nella zona di Almería e nelle Canarie – senza essere in grado di definire quanti altri centri “fantasma” esistano sul territorio, data la scontata difficoltà nel reperire informazioni. Come per la situazione italiana, gli attivisti denunciano non solo il regime di carcerazione illegale, ma anche la mancanza di interpreti che possano informare i migranti sui loro diritti (in particolare quello di asilo) nonché l'improvvisazione e l'inefficienza sanitaria. Nel 2008, infine, la Spagna ha inserito nel proprio ordinamento la cosiddetta “Direttiva della Vergogna”, che ha portato a 18 mesi il periodo massimo di detenzione dei migranti sans papier in attesa di rimpatrio.

"Diaz" quotidiane. Viaggio nelle "carceri per sans papiers"

foto: tuttosquat.net
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LAMPEDUSA, 6 maggio 2012 – «Non aver elencato, almeno nei titoli di coda del film Diaz, i nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati, mi ha fatto ricordare il rapporto finale sui desaparecidos in Argentina, presentato all'opinione pubblica senza l'allegato con i nomi dei responsabili dei crimini, e un proverbio: la vipera morde chi è scalzo», scriveva su Il Manifesto, due giorni fa Luis Mario Borri, in merito al film di Daniele Vicari che – da quel che si legge in giro – è ben altra cosa da quella denuncia sociale che il sottotitolo - “don't clean up this blood”, “non pulire questo sangue” - preannunciava. Ma da Genova 2001 di tempo ne è passato. Perché, allora, “addomesticare” un film che avrebbe potuto invece essere ben altra cosa?

Da Genova 2001, comunque, le “Diaz” si sono moltiplicate. Oggi si chiamano Centri di Identificazione ed Espulsione, luoghi nei quali i migranti entrano solo perché scappati da paesi in guerra o da paesi “instabili”, dove non c'è il tempo di fare domanda scritta per avere i documenti in regola. Anche perché spesso il posto in cui farla neanche c'è.
Arrivano in Italia e vengono reclusi in questi centri, dove dalla scorsa estate si può rimanere rinchiusi anche un anno e mezzo senza aver commesso alcun reato penale (al massimo si tratta di un illecito amministrativo). E mentre si aspetta ci si ritrova in mezzo a pestaggi non denunciati per paura – quando non vengono direttamente investiti dai mezzi delle forze dell'ordine come avvenuto al Centro di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano[1] - psicofarmaci, sedativi dietro sbarre alte sette metri e filo spinato. È stato registrato più di un caso in cui a finire in questi centri siano ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, in quanto l'Italia dà la cittadinanza a ragazzi nati da genitori italiani all'estero, che magari con il nostro paese non hanno il minimo contatto (ma che molto aiutano i governi con il voto delle “circoscrizioni estere”) trattando i cosiddetti “G2”, i figli di genitori non italiani nati però nel nostro territorio, come veri e propri “stranieri nella loro nazione”, come cantava nel 2006 Amir, rapper di padre egiziano ma romano di nascita e accento.
Una situazione denunciata sia dalla commissione Diritti Umani del Senato, che lamenta anche l'assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento, e dall'Organizzazione delle Nazioni Unite. Non proprio quelle che si definirebbero “organizzazioni estremistiche”.
Tutto, peraltro, viene fatto senza che ai giornalisti venga permesso di entrare.

"L'Ue poteva fare di più". Delegazione Ue shockata dal Cara di Trapani



Trapani – L'Europa torna ad ammonire l'Italia. Al centro delle polemiche, per l'ennesima volta, la politica tenuta dal nostro paese nei confronti dei migranti. Nei giorni scorsi, infatti, una delegazione europea – capeggiata dall'europarlamentare svedese Cecilia Wikstrom – ha visitato alcuni centri di accoglienza, tra cui il Cara trapanese. Uscendone schockata.

«Manca l'acqua nei bagni, l'acqua nelle docce è fredda, non ci sono le porte nei bagni, i dormitori sono affollatissimi. In queste condizioni è davvero difficile tutelare la dignità umana», sostiene l'eurodeputata Cecilia Wikstrom, a capo della delegazione. «Al Cara di Salinagrande ci sono persone senza speranze, famiglie intere con bambini piccolissimi. È importante prendere sul serio le loro esigenze. Insieme dobbiamo creare un regime comune per l'immigrazione che sia decoroso» ha infine concluso.

Il Cara (acronimo che sta per Centri di accoglienza richiedenti asilo) di Salinagrande è stato aperto nel 2005, ed è uno dei più grandi centri d'accoglienza del Sud Italia, con 260 posti “ufficiali” - 233 i richiedenti asilo attualmente presenti nella struttura – gestito dalla cooperativa trapanese Badia Grande, considerata vicino alla Caritas, è stato più volte descritto come elemento di eccellenza nella politica di accoglimento dei migranti, ai quali, si diceva, era persino insegnato l'italiano.

La realtà che si è trovata davanti la delegazione, però, parla di una realtà completamente diversa. «Appena siamo entrati nei dormitori abbiamo visto l'inferno» - ha ribadito Rosario Crocetta, europarlamentare del Partito Democratico ed ex sindaco “antimafia” di Gela - «In una stanza c'erano alcuni ospiti sofferenti. Al centro una specie di grande secchio per raccogliere le infiltrazioni d'acqua. Un ragazzo pachistano aveva una mano fratturata: ha detto di essersela rotta ad ottobre. Non gli avevano ancora messo il gesso perché avrebbe potuto fare la radiografia solo il 29 novemre. Nel frattempo la frattura si è calcificata per sempre. Un trattamento che credo gli addetti del centro non riservino neanche ai loro animali domestici. Qui stiamo parlando di persone umane».

«Bisogna affrontare il nodo burocratico», dice Rita Borsellino, «uomini, donne e tanti bambini , interi nuclei familiari rimangono per mesi in attesa di conoscere il loro destino, con le vite appese».

A questo punto la domanda è lecita: dopo lo shock – l'ennesimo – l'Europa passerà dalle “raccomandazioni” a fatti più concreti?