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The Insider Traders

Andato in onda ad inizio gennaio, To catch a Trader racconta i sette anni di indagine che sono stati necessari all'FBI per l'"Operazione Perfect Hedge", il più grosso scandalo di insider trading a Wall Street che la storia americana ricordi, portando alla condanna di 78 persone. Nell'inchiesta sono stati per la prima volta utilizzati intercettazioni e agenti infiltrati, solitamente impiegati per indagini anti-mafia.

Nell'operazione sono entrati nomi di peso tra le stanze di Wall Street come quello di "King" Steve Cohen, fondatore dell'hedge fund SAC Capital Advisors o Raj Rajaratnam del Galleon Group, la cui ricchezza personale si è basata sulla capacità delle loro società di ottenere informazioni riservate, poi rivendute - non prima di averle utilizzate a proprio favore - a media company come Bloomberg o Reuters, utilizzate dagli investitori per delineare le proprie strategie di investimento. 

Qui l'intera inchiesta giornalistica (52') per Frontline, storica trasmissione della statunitense Pbs.

La politica del land grabbing crea una crisi umanitaria globale (BlogLive.it)

Questo articolo è uscito su Bloglive.it il 4 novembre 2013

Uscire da una crisi generandone altre, anche più gravi. È questo, in sintesi, quanto avviene con il land grabbing, la politica di accaparramento delle terre portata avanti – soprattutto in Africa – dai Paesi sviluppati o in via di sviluppo per far fronte alla crisi economica. Una risposta che porta con sé la distruzione di interi ecosistemi sociali ed ambientali, migrazioni e violenza, in quella che in molti definiscono una nuova forma di colonialismo.

In questo sistema, evidenzia un dossier dell’associazione Re:Common – figlia della Campagna per la riforma della Banca Mondiale – a giocare un ruolo di primo piano c’è l’Italia, superata solo dalla Gran Bretagna tra quelli che il rapporto realizzato lo scorso anno da Giulia Franchi e Luca Manes definisce senza mezzi termini gli arraffaterre.

Jatropha: il nuovo corso del Made in Italy
Al centro degli affari italiani, soprattutto in Africa, la Jatropha Curcas, un arbusto velenoso considerato per anni “la nuova frontiera della sostenibilità”. I fautori del suo utilizzo, infatti, sostengono che la sua coltivazione non crei alcun tipo di ostacolo o pericolo per la sicurezza alimentare. I semi di questa pianta producono un olio che, pur non commestibile, può essere utilizzato come combustibile o trasformato in biodiesel. È questo il business che fa gola ai governi, Italia inclusa.

Negli anni varie ricerche hanno però ridimensionato il potere “sostenibile” della Jatropha, le cui aspettative di rendimento sono fortemente disattese per il forte uso di acqua, pesticidi e fertilizzanti per la coltivazione industriale. Un mercato dal segno spesso negativo influenzato anche dalla speculazione.

Inoltre, la coltivazione di questa pianta porta all’emissione di alti livelli di anidride carbonica – rendendo di fatto nulli risparmi economici e vantaggi ambientali – nonché alla violazione di diritti umani dei quali, però, ben poche tracce si trovano nei media, nonostante il land grabbing porti ad economie locali distrutte; comunità indigene sfollate nei campi di reinsediamento, arresti arbitrari, torture e governi che stringono accordi migliori con gli investitori stranieri che con le proprie popolazioni.

The Coltan Corporation of War


foto:coltanproblemas.wix.com

La lotta contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza.
[Milan Kundera - Il libro del riso e dell'oblio]

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Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) - Obbiettivo Damasco. È questo, oggi, il primo punto dell'agenda di media, governi e settore militare. Ma se quell'obbiettivo lo spostiamo - lungo la linea di quei "dieci centimetri di distanza dallo schermo televisivo" di cui parlava Bernardo Valli - ci rendiamo conto che, ad oggi, esiste una guerra tanto importante quanto volutamente ignorata, fatta di gruppi terroristici (pudicamente chiamati "ribelli") finanziati e guidati da governi e imprese nazionali straniere nel disinteresse quasi completo della sempre più inutile "comunità internazionale". Una guerra che tocca tutti: pacifisti, guerrafondai e disinteressati talmente importante da essere la base della società moderna: la guerra per il coltan.

Rubini dalla Birmania (300.000.000 di dollari guadagnati dalla giunta militare nel solo 2006 nonostante l'embargo); coltan dalla Repubblica Democratica del Congo (con un fiorente mercato illegale che si sta sviluppando tra Colombia, Brasile e Venezuela); bauxite - elemento base dell'alluminio - dalla Guinea; smeraldi dalla Colombia e litio - il "petrolio del futuro" - dall'Afghanistan. Sono questi i nuovi "diamanti insanguinati", minerali il cui mercato si basa sullo sfruttamento, su rapporti economici più o meno legali con regimi non-democratici o sul diretto finanziamento di conflitti ormai più che decennali. Tra tutti, ruolo paradigmatico spetta alla Repubblica Democratica del Congo, uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali al mondo saccheggiato fin dai tempi di Leopoldo II (1885, dallo "Stato libero del Congo" il re belga preleva avorio, caucciù, olio di palma, cotone). Ad essere colpita principalmente è la regione orientale del Kivu, passata dall'essere il deposito del paese con i suoi rifornimenti di carne e verdure per Kinshasa (distante 1500 chilometri) a granaio degli sfruttatori, che hanno trovato in Goma – capoluogo della regione del Nord Kivu - un perfetto centro di raccolta ed esportazione. Dei cinquanta conflitti attivi in Africa nel 2001, circa il 25% può essere inserito tra le "guerre per le risorse" che, come evidenziato dalla giornalista ed attivista britannica Katharine Ainger «portano beneficio solo a piccole oligarchie, locali o internazionali, a uomini d'affari ed élite internazionali».

«In questo momento ci sono più dipendenti da telefono cellulare o internet che da eroina, cocaina, alcol o tabacco. Ed è successo in meno di venti anni. Prova solo ad immaginare un mondo senza cellulari né computer». A dirlo è Peter Corckenham, fittizio presidente della altrettanto fittizia multinazionale statunitense Dall&Houston (dietro ai cui nomi in molti vedono l'ombra reale della Halliburton e dell'ex vicepresidente statunitense Dick Cheney) inventato dal giornalista e scrittore spagnolo Alberto Vázquez-Figueroa in "Por mil millones de dolares" e ripreso poi nel successivo "Coltan" che pone al centro, attraverso la finzione di un thriller narrativo, proprio il minerale su cui ruota quasi interamente il mondo moderno.

In un quarto dei circa 50 conflitti attivi nel 2001, le materie prime hanno giocato un ruolo chiave.
(Katherine Ainger)

Cellulari, computer portatili, elettronica per auto ma anche - per il suo contenuto radioattivo e di uranio - protesi per anca, ferri chirurgici, strumentazione per laboratori chimici, reattori nucleari e parti di missili sono solo alcune delle tecnologie che non esisterebbero senza il tantalio, un metallo resistente al calore, ottimo conduttore di corrente e resistente a quasi tutti gli acidi la cui polvere è il vero oggetto dei desideri delle società che utilizzano il coltan (il cui nome deriva dal composto tra la tantalite nella quale il tantalio è contenuto e la columbite) per realizzare condensatori ad elevato tasso di risparmio energetico. Un piccolo passo contro la crisi energetica che corrisponde ad un grande passo verso lo sfruttamento e la distruzione dell'ambiente.

Il suo valore dipende dalla percentuale in tantalite (di solito tra il 20 ed il 40%) e dal suo tenore in ossido di tantalio (solitamente tra il 10 ed il 60%). Nel 1999 il prezzo di questo minerale variava tra i 7 ed i 9 dollari al chilo. A gennaio 2000 era già salito ad un importo che variava tra i 65 ed i 90 dollari. A fine 2000, in concomitanza con lo sviluppo delle nuove tecnologie di massa (cellulari e Playstation 2) il coltan veniva venduto a 835 dollari al chilogrammo, tornando ad aggirarsi sui 90 dollari ad ottobre 2001.

L'occhio cieco della "Pubblica Opinione Organizzata".
La firma dei contratti delle grandi multinazionali però è possibile solo grazie alle migliaia di contadini che abbandonano le proprie terre, ai prigionieri a cui viene promesso uno sconto di pena ed ai tantissimi bambini - tra i 5.000 ed i 6.000 secondo il programma di aiuto dell'ong Save the Children - che formano il primo gradino della piramide dello sfruttamento commerciale.
Sono proprio questi ultimi a subire maggiormente gli effetti di questo sistema essendo nei fatti i veri "minatori". I loro corpi permettono di potersi muovere meglio degli adulti nei fori scavati nelle colline - vere e proprie miniere a cielo aperto - abbattendo i già bassissimi costi di estrazione per le società, che li pagano circa 2 euro a settimana rivendendo il coltan estratto a poco più di 450 dollari al chilo. Questo però non sembra bastare all'opinione pubblica occidentale concentrata sui bambini vittime delle armi chimiche del regime di Bashar al-Assad (le cui immagini sono state in alcuni casi prelevate direttamente dalla guerra in Iraq) ma che non rivolge la stessa indignazione e condivisione verso le piccole vittime del turismo sessuale occidentale o di sfruttamento minorile, nel lavoro come nella guerra. Anche l'indignazione è diventata un fenomeno mediatico.

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#Celochiedeleuropa. Evasione fiscale transnazionale: L'Ue adotta il sistema "Facta"

foto: repubblica.it/micromega-online

L'Europa corre ai ripari. La scoperta dello “schema-Apple”, che ha permesso alla società di Cupertino di evadere 74 miliardi di dollari, ha reso evidente l'incapacità delle normative nazionali di poter contrastare da sole un fenomeno, quello dell'evasione fiscale transnazionale, che fa perdere all'Unione circa 1.000 miliardi di euro all'anno.

Da un lato l'Irlanda, secondo la quale le società con sede nel paese ma controllate direttamente dall'estero non sono tenute al pagamento delle tasse; dall'altra gli Stati Uniti, che giudicano il reddito generato all'estero esente da tassazione. È attraverso questa “indecisione fiscale” che la Apple è riuscita negli ultimi tre anni a pagare solo il 2 per cento di tasse su un reddito generato all'estero pari a 74 miliardi di dollari. Allo stesso modo grandi multinazionali come Google, Starbucks o Amazon sfruttano le filiali in Lussemburgo o in Olanda per pagare meno imposte alle casse della Gran Bretagna. Durante l'interrogatorio al chief executive della società di Cupertino, Tim Cook, il senatore democratico Carl Levin – presidente della Commissione che sta indagando sul caso – ha lanciato l'allarme: negli ultimi tre anni trenta tra le maggiori corporations americane sono riuscite a non pagare tasse su profitti di oltre 160 miliardi di dollari.

Secondo lo studio realizzato per l'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) del Parlamento Europeo da Richard Murphy, direttore di “Tax Research LLP” (organizzazione che fa parte del Tax Justice Network, coalizione di ricercatori ed attivisti che si battono per la riforma in senso democratico e progressivo dei regimi di tassazione a livello nazionale e globale), sulla base dei dati relativi al Prodotto Interno Lordo del 2009 al Fisco europeo mancano più di 1.000 miliardi di euro tra evasione (860 miliardi) ed elusione fiscale (150 miliardi). A subire maggiormente i danni di questa sottrazione è l'Italia, dove quasi un terzo del denaro destinato al pagamento delle imposte (il 27%, pari a 180 miliardi) prende la strada dei paradisi fiscali.

«Mille miliardi corrispondono al Pil della Spagna, la quinta economia europea, all'intero bilancio settennale dell'Ue, e sono 100 volte il piano di aiuti per Cipro», ha detto il presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy durante la riunione informale dell'Ecofin di aprile. Numeri che hanno portato, durante il vertice dei capi di Stato e di governo dello scorso 22 maggio, alla decisione di rimettere mano alla direttiva risparmio.

Apple celebra il primato tra i brand, poi viene accusata di eludere 74 miliardi di dollari

foto: it.euronews.com

New York (Stati Uniti) – Dal trono al banco degli imputati nel giro di poche ore. È quanto accaduto alla Apple negli scorsi giorni, passata dal celebrare il primo posto per valore del brand al doversi difendere dall'accusa di elusione di 74 miliardi di dollari.

Con i suoi 185,07 miliardi di dollari di valore, l'azienda fondata nel 1976 da Steve Jobs, è un brand amato «a prescindere dal valore del suo titolo in Borsa» come ha evidenziato Nick Cooper, managing director di Millward Brown Optimor che ha redatto la classifica.

Mentre il BrandZ Top 100 Most Valuable Global Brands incorona la Apple come miglior brand al mondo, però, dopo l'apertura di un'indagine dell'Unione Europea per violazione delle norme antitrust a marzo, il Congresso degli Stati Uniti ha stilato un rapporto di 40 pagine sulla società, la cui conclusione lascia poco spazio ai dubbi: elusione per 74 miliardi di dollari tra il 2009 ed il 2012.
L'indagine è riuscita a ricostruire una vera e propria ragnatela di filiali estere - alcune delle quali semplici scatole vuote - che ha permesso alla società di pagare, ad esempio, lo 0,5 per cento di imposte su 22 miliardi di profitti, come accaduto alla Apple Sales International in Irlanda nel 2011 o lo zero per cento su 30 miliardi due anni prima.

«Apple», ha evidenziato il senatore democratico Carl Levin – sostenuto anche dai repubblicani - durante la requisitoria, «non si accontenta di spostare i suoi profitti nei paradisi fiscali offshore, cerca l'esenzione totale, pretende di non avere residenza fiscale da nessuna parte».

La mela apolide. Il motivo di una così alta elusione è che le società apolidi non hanno sede fiscale e – dunque – non pagano tasse. È questo il pensiero fatto intendere martedì da Tim Cook (nella foto), chief executive della multinazionale, nell'interrogatorio davanti alla commissione del Senato che sta indagando sul caso.

A ricoprire un ruolo di primo piano nella ragnatela Cork, in Irlanda, sede della Apple Operations International, nella quale, secondo le indagini, confluirebbero altre 14 società del gruppo battenti bandiera irlandese, tranne la Apple South Asia Pte Ltd con sede a Singapore, la “Svizzera del 2020”.
È dalla cittadina irlandese che si diramano le divisioni internazionali (Europa, Medio Oriente, India, Africa ed Asia) del gruppo, nonostante gli investigatori non siano riusciti a trovarne la sede fisica né, soprattutto, la residenza fiscale. Eppure proprio da qui, stando alla ricostruzione, sono passati i 74 miliardi di dollari elusi, che hanno permesso alla società di risparmiare tasse per 44 miliardi.

Mafia&banche: rinviato a giudizio fondatore Arner Bank

foto: sconfini.eu
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/mafiabanche-rinviato-a-giudizio-fondatore-arner-bank/29519

Milano – Il giudice per le indagini preliminari di Milano, Luigi Gargiulo, in accoglimento della richiesta fatta dal pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia milanese, Marcello Tatangelo, ha rinviato a giudizio Nicola Bravetti, tra i fondatori ed ex presidente della banca d'affari privata Arner, fondata nel 1994 con sede legale a Lugano e filiali a Nassau (Bahamas), Dubai (Emirati Arabi Uniti), Lussemburgo, San Paolo (Brasile) e a Milano.
Insieme a lui sono state rinviate a giudizio altre cinque persone – i costruttori siciliani Ignazio e Francesco Zummo, la moglie Teresa Macaluso, Laura Panno (parente degli Zummo) e l'avvocato Paolo Sciumé - accusate di intestazione fittizia di beni con l'aggravante del favoreggiamento a cosa nostra.

Secondo quanto sostiene l'accusa, gli Zummo (padre e figlio, indagati per mafia a Palermo con assoluzione in appello) avrebbero tentato di occultare 13 milioni di euro tramite la filiale di Nassau (Bahamas) della Arner Bank and Trust Limited attraverso conti intestati a Teresa Macaluso, denominati “Bynum”, “Bloomsville” e “Trailer”, “Coleron” e “Pluto”. Denaro di proprietà di Francesco Zummo, ritenuto prestanome di Vito Ciancimino proveniente «da delitti per associazione a delinquere di stampo mafioso», come li definì all'epoca la procura comasca e transitati «in vari valichi imprecisati del circondario di Como» tra il 2003 ed il 2007
Le indagini sui rapporti tra gli imprenditori, Bravetti e Sciumé partirono nel 2005 da Palermo dopo un'intercettazione telefonica nell'ambito di un'inchiesta portata avanti dalla Procura di Como in merito ai reati di riciclaggio e contrabbando di preziosi e nella quale è stata registrata la voce di Bravetti a telefono con un soggetto dall'accento palermitano, tale “signor Moro”, che poi si scoprirà essere Francesco Zummo. Due anni fa il trasferimento degli atti alla Procura milanese, allorché il giudice per le udienze preliminari di Palermo, Vittorio Anania, spostava il processo in base alla richiesta della difesa, la quale evidenziava come lo studio legale di Sciumé fosse nel capoluogo lombardo e, dunque, Milano aveva la competenza territoriale per proseguire il procedimento.

L'istituto bancario, peraltro, era già entrato in alcune inchieste della magistratura tra il 2008 – quando Bravetti venne messo ai domiciliari - ed il 2010, allorquando vennero riscontrate «gravi irregolarità nel governo societario, negli assetti organizzativi, nel sistema dei controlli e nei processi gestionali a causa delle carenze e delle violazioni riscontrate in materia di contrasto del riciclaggio», come denunciavano gli ispettori della Banca d'Italia chiamati ad indagare. Tale denuncia arriva in seguito alla constatazione della impossibilità di arrivare ai nominativi dei beneficiari economici di alcune società che hanno aperto un conto nella banca, nota per interessarsi solo a capitali di un certo rilievo, tra i quali – come evidenziava Paolo Mondani in un'inchiesta di Report del 2009 – Ennio Doris e la famiglia Berlusconi quasi al completo, con l'ex presidente del Consiglio dei Ministri titolare del conto numero 1 e che proprio attraverso la filiale milanese versò i 22 milioni di euro alla “Flat Point Development Ltd” per comprare le ville di Antigua[1].

Il processo inizierà il 14 dicembre prossimo.

Note
[1] Antigua, Berlusconi vende le sue ville. Già nel 2010 chiese aiuto a Ennio Doris di Franz Baraggino e Davide Vecchi, Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2012

HSBC, la banca che lava il denaro di cartelli della droga e terroristi

foto: mexicalia.wordpress.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/hsbc-la-banca-che-lava-il-denaro-di-cartelli-della-droga-e-terroristi/29572/

Città del Messico (Messico) – HSBC Holdings, Hongkong & Shanghai Banking Corporation. È la più grande banca europea per valore di mercato. Sede a Londra e 7.200 filiali sparse in 80 paesi, «l'unica banca locale presente in tutto il mondo» - come recita la sua pubblicità – ed un utile netto che lo scorso anno si è attestato a 16,8 miliardi di dollari.

Peccato che in quei 16,8 miliardi siano compresi i 600.000 travelers cheques quotidiani giapponesi, firmati in maniera illegibile e poi girati a commercianti russi del settore dell'auto o il denaro frutto degli affari con la Al Rajhi Bank, istituto che la Cia ha più volte accusato di finanziare il terrorismo islamico tra Indonesia, Afghanistan e Pakistan.
Ma, soprattutto, ci sono gli oltre 7 miliardi di dollari che tra il 2007 ed il 2008 sono stati “lavati” dai cartelli della droga messicani nei conti della HBMX, filiale locale del gruppo o attraverso Bital[1], istituto bancario acquistato nel 2002 dal gruppo londinese ed interessato da un'operazione - denominata “Casablanca” - che ha coinvolto la Drug Enforcement Administration, l'Fbi ed il Tesoro americano.

«Quello della HSBC» - evidenzia Tom Coburn, membro della Commissione d'inchiesta permanente del Senato americano in un articolo pubblicato da Claudio Gatti sul Sole24Ore[2] - «non è una, seppur grave, anomalia. Perché Citybank, Bank of America (dove un conto era riferibile al cartello dei Los Zetas, che riciclava il denaro attraverso la compravendita di cavalli, utilizzando l'istituto come banca d'appoggio, ndr[3]), Wachovia, Western Union ed altri istituti finanziari sono stati recentemente oggetto delle autorità federali per possibili attività di riciclaggio di denaro».

«Ci rendiamo conto che in passato abbiamo talvolta mancato di rispettare gli standard che i regolatori e i clienti si aspettano da noi. Ci scusiamo, ci rendiamo conto di questi sbagli, siamo pronti a rispondere delle nostre azioni e ci impegniamo a raddrizzare ciò che è andato storto» - scrive in una nota la banca che attraverso David Bagley – direttore dal 2002 dell'organo di controllo interno – ha di fatto dato l'ufficialità al necessario cambio ai vertici dal quale però le autorità di vigilanza americane non sono così convinte, considerando che segnalazioni che la banca fosse attiva nel campo del riciclaggio sono arrivate da alcune agenzie di vigilanza e dalla Federal Reserve nel 2003 e nel 2010.

Se è certa la responsabilità delle filiali nel riciclaggio – sottolineata nelle 345 pagine del suo rapporto finale - la Commissione d'inchiesta ha di fatto parlato di una responsabilità diretta anche dei vertici londinesi, che per anni hanno concesso l'apertura presso la filiale delle isole Cayman (dove ci sarebbero 51 mila clienti, zero uffici e zero dipendenti) di oltre duemila conti a società anonime e con azioni al portatore, «un classico strumento utilizzato da evasori fiscali e riciclatori di denaro», ricorda Gatti.

«In un'era di terrorismo internazionale, di violenza per droga per le strade e al confine e di crimine organizzato» - ha detto il senatore Carl Levin, responsabile della Commissione d'inchiesta - «è imperativo fermare i flussi di quel denaro che fomenta queste atrocità».

Note
[1] Bital incurrió en operaciones de lavado antes de ser vendido di Israel Rodríguez J., La Jornada, 20 luglio 2012;
[2] La ragnatela di Hsbc tra narcos e terroristi di Claudio Gatti, Il Sole24Ore, 21 luglio 2012;
[3] Usaron Los Zetas a Bank of America para lavar dinero: The Wall Street Journal, historiasdelnarco.com, 9 luglio 2012