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La politica del land grabbing crea una crisi umanitaria globale (BlogLive.it)

Questo articolo è uscito su Bloglive.it il 4 novembre 2013

Uscire da una crisi generandone altre, anche più gravi. È questo, in sintesi, quanto avviene con il land grabbing, la politica di accaparramento delle terre portata avanti – soprattutto in Africa – dai Paesi sviluppati o in via di sviluppo per far fronte alla crisi economica. Una risposta che porta con sé la distruzione di interi ecosistemi sociali ed ambientali, migrazioni e violenza, in quella che in molti definiscono una nuova forma di colonialismo.

In questo sistema, evidenzia un dossier dell’associazione Re:Common – figlia della Campagna per la riforma della Banca Mondiale – a giocare un ruolo di primo piano c’è l’Italia, superata solo dalla Gran Bretagna tra quelli che il rapporto realizzato lo scorso anno da Giulia Franchi e Luca Manes definisce senza mezzi termini gli arraffaterre.

Jatropha: il nuovo corso del Made in Italy
Al centro degli affari italiani, soprattutto in Africa, la Jatropha Curcas, un arbusto velenoso considerato per anni “la nuova frontiera della sostenibilità”. I fautori del suo utilizzo, infatti, sostengono che la sua coltivazione non crei alcun tipo di ostacolo o pericolo per la sicurezza alimentare. I semi di questa pianta producono un olio che, pur non commestibile, può essere utilizzato come combustibile o trasformato in biodiesel. È questo il business che fa gola ai governi, Italia inclusa.

Negli anni varie ricerche hanno però ridimensionato il potere “sostenibile” della Jatropha, le cui aspettative di rendimento sono fortemente disattese per il forte uso di acqua, pesticidi e fertilizzanti per la coltivazione industriale. Un mercato dal segno spesso negativo influenzato anche dalla speculazione.

Inoltre, la coltivazione di questa pianta porta all’emissione di alti livelli di anidride carbonica – rendendo di fatto nulli risparmi economici e vantaggi ambientali – nonché alla violazione di diritti umani dei quali, però, ben poche tracce si trovano nei media, nonostante il land grabbing porti ad economie locali distrutte; comunità indigene sfollate nei campi di reinsediamento, arresti arbitrari, torture e governi che stringono accordi migliori con gli investitori stranieri che con le proprie popolazioni.

Plan Condor II. Come il nord del mondo sta ricreando il debito del Sud.


Undici anni fa, in occasione del Giubileo, una campagna d'opinione chiese ai paesi del Nord del mondo di cancellare il debito che verso di loro avevano contratto i paesi del Sud. Ad oggi, però, non solo quel debito non è stato cancellato, ma si assiste ad una sempre maggiore opera di ri-colonizzazione, in particolare attraverso l'acquisizione delle terre o l'uso dei titoli "tossici". Un procedimento che, oggi, viene usato anche nella "cara e vecchia" Europa

«Io adesso mi rivolgo all'onorevole D'Alema/approfitto del microfono per parlarle di un problema/Chissà quanti già le avranno sottoposto la questione/ma io vorrei usare il microfono e la televisione/per chiederle da qui di dare un segno profondo/alla questione del debito estero/di molti paesi del Sud del mondo(...)»[1]

Queste erano le parole – qualcuno ricorderà – con cui Jovanotti si presentò, ormai undici anni fa, al Festival di Sanremo e con le quali chiedeva, a nome dei tanti che in quel “movimento di opinione” si riconoscevano, di cancellare il debito che i paesi del Sud del mondo avevano contratto nei confronti del ricco Nord. A distanza di una decade e qualche briciola, però, quell'”appello” a D'Alema – allora presidente del consiglio italiano – è evidentemente rimasto inascoltato (forse perché l'epistola aveva completamente sbagliato il destinatario, ma questo è un altro discorso...) ed oggi quel debito è vivo più che mai. Non solo, peraltro, i paesi del cosiddetto Primo mondo non lo hanno cancellato, ma stanno sempre più tentando di metterci le mani sopra. Perché senza il Sud del mondo, inteso nella sua accezione economica e geopolitica che in quella geografica, non esisterebbe alcun Nord.

Negli anni Settanta-Ottanta, il Nord si assicurava questa posizione anche – e soprattutto – attraverso l'uso della forza militare. La storia di paesi come Argentina, Cile, Brasile e molti altri paesi dell'America Latina è lì a testimoniarlo. Lo chiamarono “Plan Condor[2]. Servì agli Stati Uniti per combattere il comunismo – e l'opposizione in genere – nel “cortile di casa” dell'America Latina.
Oggi che i regimi amici si instaurano attraverso le rivolte pacifiche (o “colorate”, fate voi), l'immagine dei cattivi è affidata ad agenzie pubblicitarie (leggasi alla voce Rendon Group o Bell Pottinger Public Relations) e dove gli equilibri geopolitici stanno dando origine ad un mondo tendenzialmente multipolare – non ultima la creazione della Celac in America Latina[3] – bisognava trovare uno strumento che modernizzasse il plan Condor. E cosa c'è di meglio – lo vediamo tutti i giorni anche nella cara vecchia Europa – della “moda” dei fondi speculativi (in inglese “vulture funds”, “fondi avvoltoio”, guarda caso...)?
Fondi speculativi e land grabbing. Sono questi gli strumenti del colonialismo del ventunesimo secolo.

Un cane che si morde la coda. 227 milioni di ettari. A tanto ammonta, stando al rapporto di settembre dell'organizzazione Oxfam[4], la quantità di terra che attraverso contratti di vendita o locazione ha subito un vero e proprio passaggio di proprietà negli ultimi dieci anni.

Perché tutti abbiamo lo stesso sangue e sotto il sole la stessa ombra.

Da qualche parte nel deserto vicino a Tindouf (Algeria, Sahara Occidentale) – Secondo gli storici sahara greci la storia è ciclica. Non succede mai niente di nuovo, assistiamo sempre alla riproposizione di qualcosa che è già avvenuto. Magari secoli addietro piuttosto che decenni, ma niente di nuovo. Se in questo momento mi trovassi davanti uno di questi storici greci gli chiederei se è vero che la storia è ciclica, come si definisce quella storia che si ripete nello stesso identico momento, con l’unica differenza nella dislocazione geografica? Prendiamo per esempio la storia del popolo palestinese, che più o meno conosciamo tutti: da oltre un secolo le loro terre vengono quotidianamente stuprate dagli anfibi dei militari e dei cittadini degli insediamenti israeliani senza che nessuna di quelle “istituzioni democratiche” – tantomeno gli stati che ne fanno parte -muova un dito per porre fine allo stupro.

Ma questo non succede solo in Palestina. La stessa cosa accade al confine tra il Cile e l’Argentina, dove da ormai quattro secoli il popolo Mapuche lotta – ignorato dalla maggior parte della comunità internazionale e dai suoi media – per riottenere quelle terre che i Conquistadores, quei criminali in Europa descritti come “eroi” in quel sovvertimento semantico delle parole che tanto ci piace per cui chiamiamo “terrorista” un popolo che lotta per la sua terra o “esportazione della pace” una guerra, gli hanno ingiustamente sottratto. E come i Mapuche si comportano i Sahrawi, l’unico popolo ad avere ricreato uno “stato in esilio” nella storia umana. Ma procediamo per gradi.

  • Un po’ di storia…

Con la conferenza di Berlino del 1884/85 gli europei si spartirono – con l’ausilio di righello e squadra – il continente africano. Questa non fu solo una spartizione di terre, ma fu anche e soprattutto la distruzione di società secolari, di tessuti sociali perfettamente equilibrati e, spesso, distruzione di intere famiglie, con fratelli che si trovavano dall’una e dall’altra parte di quelle strane e non certo naturali (ancor più se decise a tavolino…) invenzioni denominate “confini” che, fin dai tempi dell’Impero romano, altro non sono che il tentativo di definire su cosa – e soprattutto su chi – un’entità statale ha proprietà. Se poi consideriamo che, in particolare nella zona desertica, il continente africano era attraversato spesso da comunità nomadi (come i Kel Tamahaq – che in Occidente sono insultati col nome di “tuareg”- o gli stessi Sahrawi) possiamo immaginare che razza di shock sociale possa essere stato quello di ritrovarsi, ad un certo punto del cammino, dinanzi a barriere doganali, muri e protezioni varie presidiate giorno e notte da persone in divisa.

Neo-colonialismi crescono


Si scrive Global Land Grab, si legge colonialismo.
È questo, oggi, il nuovo modo con cui i paesi del c.d. Primo mondo si assicurano la definizione di paesi ricchi. Rubando milioni di ettari di terre coltivabili a paesi come Etiopia, Sudan, Cambogia, Filippine per continuare a far parte dell'esclusivo club dei “grandi”. In realtà non si può parlare di un vero e proprio ladrocinio, in quanto le terre vengono spostate da un paese all'altro con atto di vendita. Esattamente come si usava fare per gli schiavi nell''800.

Funziona così: