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Lobby, Regione, dibattito. Intervista a Maria Cristina Antonucci (4/4)

Continua da qui:
[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)]
[parte 2: Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4)]
[Parte 3: Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (3/4)]

foto: http://euact.eu/
Roma - Quarta ed ultima parte dell'intervista alla dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) grazie alla quale abbiamo cercato di capire chi siano davvero i lobbisti al di là degli stereotipi e come questi si muovano nelle istituzioni europee e verso il decisore pubblico italiano. Non resta che andare a guardare l'ultimo dei tre livelli nei quali questi si muovono, quello più vicino alla quotidianità della gente: il piano regionale.

Toscana, Molise, Abruzzo, Veneto, Emilia-Romagna sono alcune delle regioni che hanno – o stanno tentando – un regolamento del settore lobbistico. Può essere quello regionale un piano con il quale, sostanzialmente, bypassare l'incapacità di normare il piano nazionale?

Purtroppo, in carenza di una legge nazionale le discipline regionali emerse, pur se apprezzabili, non risultano sufficienti per trainare il modello di regolazione italiano del lobbying. La difficoltà principale si pone con riferimento ai tentativi di legislazione regionale non ancora andati a buon fine, come nel caso del Veneto. La proposta di legge regionale veneta presentata di recente prevedeva un obbligo di iscrizione dei lobbisti al Registro della trasparenza della Regione, venendo così a fornire una disciplina di dettaglio regionale per una professione non regolamentata a livello nazionale. Il potenziale conflitto di competenze legislative tra livello nazionale e livello regionale, con la conseguenza di un possibile annullamento ex post della legge regionale, si pone in maniera seria.
Nei tre casi di leggi regionali approvate (L. R. 5/2002 della Regione Toscana, della Regione Molise, e L. R. 61/2010 della Regione Abruzzo) , si è invece prevista la facoltatività dell’iscrizione ai registri regionali – in cambio di incentivi selettivi - per i lobbisti che intendevano esercitare la propria attività nei confronti di Consiglio (Toscana e Molise) e Giunta (Abruzzo). Il modello di riferimento evidente è la regolazione della Commissione europea, ben nota per trascorse vicende politiche dei proponenti delle leggi regionali toscana e abruzzese, Nencini e Chiavaroli.
E tuttavia vorrei sottolineare come se anche le leggi e i progetti di legge regionali non possono da soli supplire ad una organica disciplina legislativa nazionale in materia, essi dimostrano come la questione del rapporto tra gruppi di pressione e istituzioni politiche sia stata correttamente intesa, nella sua importanza e nelle sue conseguenze, dai sistemi politici regionali, il cui personale politico abbia avuto esperienze all’interno delle istituzioni europee.

Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (3/4)

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[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)]
[Parte 2: Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4) ]

foto: toolfools.wordpress.com
Roma - Europa, Italia, Regioni. Sono questi i tre piani – come abbiamo fin qui visto, grazie all'aiuto della dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatore in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) – nei quali si muovono i lobbisti. Dopo aver cercato di approfondirne i rapporti con le istituzioni europee, in questa terza parte dell'intervista cercheremo di “smontare” uno stereotipo tanto utilizzato quanto errato: che i lobbisti siano nient'altro che faccendieri ed intrallazzatori.

Partiti, elezioni e gruppi di pressione. Può l'attività di questi ultimi essere considerata come una forma di democrazia (più) diretta? Forme di organizzazione come i comitati per l'acqua pubblica possono essere considerati già come gruppi di pressione e, in tal senso, lo spostamento degli elettori a forme partecipative di questo tipo può portare – in aggiunta al forte astensionismo elettorale – ad una sorta di “democrazia dei gruppi di pressione”?  

Uno dei paradossi delle democrazie mature contemporanee sembra risiedere proprio nella distonia  tra aumentata richiesta di ulteriori strumenti e percorsi di partecipazione politica (le elezioni primarie  anche in sistemi politici in cui non siano espressamente previste, la partecipazione politica sul web, le consultazioni on-line su temi oggetto di prossime politiche pubbliche) e la crescente defezione rispetto ai tradizionali canali della partecipazione (astensionismo alle elezioni politiche, mancanza di quorum ai referendum, distacco e condanna rispetto all’esperienza dei partiti, quando non delle istituzioni politiche). In questo contesto ogni altra forma di partecipazione associata, come i movimenti collettivi per i beni pubblici (alla cui categoria, piuttosto che a quella delle lobby, ricondurrei i soggetti organizzati per l’acqua pubblica e altri public goods) e come i gruppi di pressione raccolti attorno ad uno specifico interesse, possono rappresentare canali alternativi della partecipazione politica associata, in grado di riattivare la scarsa e poco vivace fiducia collettiva nel sistema politico. Tuttavia, più che riferirmi ad una democrazia dei gruppi di pressione, penso sia preferibile parlare di una democrazia che si apre a nuovi soggetti: nuovi modelli di partiti, come il MoVimento cinque stelle (che si definisce movimento, ma agisce secondo la razionalità propria del partito politico), nuovi movimenti collettivi - differenti rispetto ai movimenti degli anni ‘60-‘80, grazie all’uso professionale delle tecnologie di comunicazione di massa – e molteplici  gruppi di pressione.

Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci. (2/4)

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[Parte 1: Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)

foto: paginatre.it
Roma - Seconda parte dell'intervista realizzata con la dottoressa Maria Cristina Antonucci  - ricercatore in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), sul fenomeno – tanto chiacchierato quanto sconosciuto – delle lobby. Dopo aver fatto un quadro genderale, cerchiamo di capire come si muovano i gruppi di pressione, analizzando in questa parte dell'intervista il piano europeo.

Parlando di lobbying” abbiamo detto che i lobbisti si muovono sui tre piani: sovranazionale, nazionale e regionale. Partendo dal primo, nello specifico il piano europeo, quali sono state le tappe più importanti del rapporto tra lobbisti e decisori europei?

L’Unione Europea è un sistema politico derivato di secondo livello, che, nel corso degli anni, è arrivato ad assumere un livello di decisioni politiche in grado di generare il contenuto, come è stato stimato, di circa il 70% delle legislazioni nazionali. Tra gli anni 80 e gli anni 90, dentro al sistema europeo è esplosa la Comitatologia, ovvero la possibilità che la Commissione assumesse le proprie decisioni sulla base di una assistenza fornita da Comitati composti da rappresentanti degli Stati membri espressione delle amministrazioni nazionali in grado di rappresentare le posizioni, per distinte materie di competenza, dei governi nazionali in materia di implementazione delle politiche europee. L’assenza di una regolamentazione di ruolo e funzione dei Comitati, almeno fino alla formulazione della decisione Comitatologia 468/1999 (che ha posto dei requisiti di trasparenza e che ha individuato margini di verifica per il Parlamento europeo), ha aperto ampi spazi di manovra per i rappresentanti degli interessi presso la Commissione.

Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)

foto: festivaldellegenerazioni.it
Roma - Questa intervista nasce quasi per caso, quando la dottoressa Maria Cristina Antonucci (nella foto) - ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e docente di Sociologia dei fenomeni politici all'Università di Roma Tre - mi ha fatto notare un errore nell'articolo "#Celochiedeleuropa/1. Lobby e Commissione Europea: chi controlla i controllori?". Ne ho dunque approfittato per chiederle di rispondere ad alcune delle mie curiosità, aumentate con la lettura del suo libro “Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbying nelle istituzioni europee e italiane” edito da Carocci Editore nel 2012 su che cosa siano le lobby. Una parola che, come vedremo in questa intervista, viene usata nei media in un modo spesso inesatto.

Perché un libro sul lobbying?

Rappresentanza degli interessi oggi, uscito nel 2012 è frutto di un lavoro di ricerca iniziato nel corso del mio dottorato, alcuni anni prima, e risponde ad alcune esigenze di identificazione e contestualizzazione di un fenomeno sempre meno marginale nel sistema politico italiano. In quest’ultimo contesto, vale la pena ricordare che la scienza politica italiana ha appuntato maggiormente la propria attenzione sul ruolo delle istituzioni politiche e dei partiti politici, marginalizzando - con le eccezioni di autori quali Gianfranco Pasquino, Domenico Fisichella, Luigi Graziano e Liborio Mattina - l’analisi dei gruppi di pressione in Italia e delle relative tecniche di pressione, comunicazione e influenza che costituiscono il lobbying. Inoltre, il fenomeno dei gruppi di pressione e della rappresentanza presso il sistema politico ha assunto una maggiore rilevanza in un contesto in cui i partiti politici, nelle forme assunte nella seconda repubblica declinavano, mentre le istituzioni politiche molto spesso avevano una bassa resa in quanto ad effettività dei processi decisionali.

Perché è importante parlare di lobby?

Molto più mirato ed efficace appare il metodo del lobbying adottato dai gruppi di pressione per favorire esiti decisionali specifici e rapidi, anche quando lo scopo finale è quello di esercitare poteri di veto e bloccare un processo decisionale. La crescente importanza dei gruppi di pressione nei sistemi politici non è un tratto solo italiano. Il lobbying veniva ad essere designato dall’OCSE in un Rapporto del 2007, come una delle modalità emergenti per i gruppi di pressione di intersecare il sistema politico nel contesto dei processi di globalizzazione.

Inter Press Service, decolonizzare il mondo ribaltando l'informazione

La IPS è la prova che i miracoli esistono, purché siano umani: questo miracolo è il frutto dell'umana ostinazione dei naviganti che attraversano mari nemici, giorno dopo giorno, aprendo la strada all'informazione onesta e alla libertà di opinione.
Eduardo Galeano]
foto: antonella.beccaria.org

Roma – Quando si parla di sigle e giornalismo gli acronimi che per primi arrivano alla memoria sono quelli della Cable News Network (CNN) o della British Broadcasting Corporation, meglio nota come BBC. Meno quello della nostra Rai, che per chi non lo sapesse nasce come Radio Audizioni Italiane. Ancor meno vengono citate le iniziali della Inter Press Service (IPS) (qui il link all'edizione italiana), nonostante questa, da quando è stata fondata – l'anno è il 1964 – ricopra un ruolo fondamentale nel panorama giornalistico mondiale: ribaltare la direzione delle notizie tra Nord e Sud del Mondo.

«Sin dall'invenzione del telegrafo le agenzie di stampa internazionali hanno orientato la visione del mondo di ognuno di noi, contribuendo invariabilmente a condizionarla in base agli interessi geopolitici dei poteri forti» - si legge nella bandella del libro di Roberto SavioI giornalisti che ribaltarono il mondo. Le voci di un'altra informazione” edito da Nuovi Mondi nel 2011 - «Dopo la Seconda guerra mondiale, il 94% delle notizie dei giornali di tutto il mondo in materia di affari esteri proveniva da 4 agenzie, la AP, la UPI, la AFP e la Reuters. Una copertura che non lasciava spazio alla nuova realtà che stava nascendo dalla decolonizzazione e che accentuava gli schemi manichei della Guerra Fredda».

È da questo evidente disequilibrio che un gruppo di giornalisti guidati dall'italo-argentino Savio decide di creare la prima agenzia di stampa che ribalti il mondo. L'autore - che dell'agenzia è stato direttore fino al 2000 ed oggi è cofondatore e segretario generale di Media Watch Global – ha raccolto ben cento testimonianze di cosa sia stata la IPS nel tempo. Varie sono quelle che evidenziano i problemi legati al lavorare “contro il sistema precostituito”, introducendo tematiche oggi comprese nell'agenda setting ma che negli anni Sessanta erano assolute novità, come il racconto dei paesi del Terzo Mondo fuori dall'ottica dei soli interessi occidentali, i diritti umani (in un'epoca nella quale le dittature venivano usate dal Primo Mondo quasi come strumento di politica estera), le tematiche ambientali o quelle di genere. La peculiarità del modo di raccontare i fatti della IPS è sempre stato quello di non limitarsi a raccontare il semplice avvenimento

Gita "no Tav" con polemica

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/gita-no-tav-con-polemica/22589/

foto: Stefano Trucco
Chiomonte (Torino) – Portare in gita due scolaresche e ritrovarsi denunciati. È quanto accaduto lo scorso 23 dicembre a due insegnanti di religione del liceo “Lorenzo Federici” di Trescore Balneario, nel bergamasco, che hanno scelto un luogo decisamente insolito per la gita: quella Val di Susa dove da tempo la cittadinanza resiste ad un progetto, quello della Tav, da più parti definito come inutile, eccessivamente costoso e, soprattutto, nocivo per la salute.

Ma il PD non ci sta. O, per meglio dire, è di un esponente del Partito Democratico – Stefano Esposito, convinto sostenitore della Tav così come gran parte del suo partito – la polemica più feroce. In una lettera al ministro dell'Istruzione, infatti, l'esponente democratico si è detto “sconcertato” dal fatto che sia stata autorizzata una gita didattica «in un luogo dove da mesi si commettono reati». Ad “aggravare” la situazione, probabilmente, anche il fatto che la guida scelta non fosse esattamente un esponente di quel “partito della par condicio” ormai da anni diventata riferimento di una parte della politica nazionale (e dunque locale) come Guido Fissore, attivista no-Tav e consigliere comunale a Villar Focchiardo. «Portare degli studenti, peraltro minorenni, a violare un'ordinanza prefettizia e ad ascoltare “sermoni” contro lo Stato non ha nulla a che vedere con l'approfondimento del fenomeno sociale e politico dell'opposizione alla Tav» - è il fulcro della tesi di Esposito, che ha anche accusato i due docenti di aver “strumentalizzato” le scolaresche.

Dall'istituto, invece, difendono l'operato dei due docenti. «È giusto far capire ai ragazzi quello che succede. La scuola non può essere slegata dalle notizie». I due insegnanti hanno, semplicemente, fatto quello che l'insegnamento imporrebbe: non solo tenere i ragazzi sui libri riempiendogli la testa con nozioni teoriche, ma anche – e soprattutto – insegnare ai ragazzi ad essere cittadini. E dunque portarli in uno dei luoghi che da mesi, e per mesi, ha trovato spazio nelle cronache deve essere stata una conseguenza logica. Interessante, peraltro, sarebbe capire se la meta sia effettivamente stata decisa dagli insegnanti o se – come spesso capita – i ragazzi abbiano chiesto una “deviazione” dal percorso originario.

Un'altra cosa interessante – che si trova facilmente navigando in rete – è che nei giorni scorsi proprio Esposito (di cui Dario Ferri su “Giornalettismo.com” tratteggia una brevissima biografia politica[1]) abbia partecipato ad un dibattito con gli studenti di Pinerolo per spiegare e confrontarsi sulle ragioni di chi è a favore o contrario alla Tav, non facendoci esattamente una gran figura.

La domanda, a questo punto, è spontanea: se invece che portati in gita nella parte “no Tav” della Valle di Susa la scolaresca fosse stata portata ad ascoltare un “sermone” di qualche amministratore delegato o di qualche dirigente delle aziende “sì Tav”, la reazione politica sarebbe stata la stessa?SB


Note
[1] Quel bulletto del deputato Pd, Dario Ferri, Giornalettismo.com, dicembre

Sulla tortura. Processo alla civiltà democratica


«Venganza». «Vendetta». È questa la definizione - più o meno - condivisa nel dibattito spagnolo in merito all'"affaire Bin Laden". È stata la mossa migliore eliminarlo dopo averlo a lungo cercato (operazioni "Search&Destroy" si chiamano in gergo) o forse sarebbe stato meglio - nell'ottica europea, patria dei "diritti umani universali" - prenderlo vivo e processarlo dinanzi alla Corte di Giustizia de L'Aja?
Nel dibattito mondiale le domande sull'operazione che ha portato al supposto (dato che non sono ancora state divulgate prove effettivamente valide) omicidio dello sceicco del terrore è in pieno svolgimento. A rinfocolare un dibattito ancora nel vivo ci hanno pensato le ultime rivelazioni dei media, che ormai danno per certo che tutto sia partito dalle confessioni - estorte con la tortura - di un detenuto "di lusso" di Guantánamo Bay: Khaled Sheik Mohammed, considerato la mente degli attacchi aerei dell'11 settembre.

Prima di addentrarci nello specifico, però, è opportuno ricordare che il Khaled Sheik Mohammed è la stessa persona arrestata in Pakistan nel 2003 e soggiornante presso il "carcere" di Guantánamo dal 2006, peraltro in stato di assoluto isolamento. Come è possibile, dunque, che una persona esclusa dalle dinamiche quaediste da cinque anni in territorio cubano-statunitense conosca quel che avviene in Pakistan, non esattamente dietro l'angolo? Qui esistono - a mio modo di vedere - tre ipotesi fattibili: a) Osama Bin Laden è da anni in Pakistan (ed a questo punto si potrebbe discutere se i governi di Pervez Musharraf e di Yousaf Raza Gillani succedutisi in questo decennio ne fossero al corrente o meno); b) l'isolamento di Guantánamo non è poi così "isolato" e dunque le notizie nel network quaedista circolano tranquillamente anche tra i detenuti; c) quella della confessione è una notizia farlocca venduta ai giornalisti per chiudere la faccenda.

Quel che comunque fa discutere in America ed in Gran Bretagna - dove ormai da anni ci si interroga sui risvolti etici e morali dei conflitti - è se sia stato giusto o meno utilizzare metodi di tortura per estorcere le informazioni che hanno portato all'eliminazione del nemico pubblico numero uno. Insomma, la questione è delle più classiche: il fine giustifica i mezzi?

Code di Lucertola:Documentario-inchiesta sui metodi e gli abusi della psichiatria di oggi. (di Valentina Giovanardi)

Qui il video della prima parte del documentario


Il 13 maggio 1978, venne approvata la legge 180, chiamata anche legge Basaglia, che mise fine all’esistenza dei manicomi in Italia.
E’ veramente scomparso il manicomio? L’istituzione che l’ha sostituito è qualcos’altro o è solo il maquillage della vecchia galera per matti?
Ancora oggi è possibile che un individuo venga strappato dalla propria quiete domestica e gettato a marcire, imbottito di farmaci, in qualche cantuccio materiato di disperazione e avulso dalla realtà? Quand’è che una vita non è più vita?
"Code di Lucertola" è un viaggio. Un viaggio al termine di una notte maledettamente attuale, un viaggio che prende le mosse da questi interrogativi e si dispiega attraverso storie, volti, corpi martoriati e ingabbiati, luoghi, versi scaturiti da quel che grida e dissente in noi, visioni di un abisso radicato nel nostro essere ancora uomini.

Ho sentito parlare dei manicomi per la prima volta da ragazzina, quando mi raccontarono dell’internamento di mia nonna nel manicomio di Imola. Una dottoressa ebbe il coraggio di dire a mia madre e alla sua famiglia che era meglio portarla via il prima possibile. Sono grata a quella dottoressa. Mia nonna non ha mai raccontato nulla e si è sempre tenuta stretta al suo dolore, nessuno ha mai parlato con lei, nessuno gli ha mai chiesto perché era infelice. Nel 2005, casualmente o inconsciamente calamitata, sono entrata anch’io nel manicomio di Imola ormai completamente abbandonato. Dentro il reparto 14, il reparto femminile più spaventoso e pericoloso, è cominciato il viaggio che mi ha portato, dopo tre anni, a Code di lucertola. Questo documentario è un po’ l’essenza di ciò che in questo viaggio ho trovato”. (Valentina Giovanardi)


Il manicomio non è un edificio, il manicomio è un criterio. Il criterio è questo: che il medico possa, sulla base di un giudizio sul pensiero di una persona, prenderla con la forza, portarla da qualche parte e imporle dei trattamenti. Non ci sarà più il manicomio quando ognuno potrà andare dal medico quando vuole, se vuole, e fare su consiglio del medico quello che gli pare
(Giorgio Antonucci)

Antipsichiatria e controllo sociale: Saverio Tommasi intervista Giorgio Antonucci

Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costingono. [Bertolt Brecht]

Che dal voto di fiducia del 14 saremmo entrati in una nuova fase era facilmente prevedibile. Altrettanto prevedibile era la risposta antidemocratica (ma esiste davvero la democrazia?) del governo che avendo ancor meno argomenti del solito – non che ne abbia poi così tanti in generale – applica la regola aurea di qualsivoglia forma di autorità: la repressione.
È in quest'ottica che il Ministro dell'Interno Maroni, imboccato dal sottosegretario Alfredo Mantovano, si è detto possibilista verso l'estensione del D.A.SPO. (acronimo che sta per Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) anche alle manifestazioni di protesta come quelle a cui stiamo assistendo (e partecipando) in questi giorni.
Misura di prevenzione atipica e caratterizzata dall'applicabilità a categorie di persone che versino in situazioni sintomatiche della loro pericolosità per l'ordine e la sicurezza pubblica con riferimento ai luoghi in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive, ovvero a quelli, specificatamente indicati, interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle competizioni stesse.(...)Il D.A.SPO. può essere comminato anche nei confronti di soggetti minori di anni 18, che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età (in tal caso, il divieto è notificato a coloro che esercitano la patria potestà)” dice l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive del Ministero dell'Interno.

La repressione non mi stupisce di certo, e questo non perché – per usare uno slogan tanto caro ad una certa parte politica – saremmo sotto “dittatura”, ma semplicemente perché la repressione non è altro che una delle tante forme espressive con cui si manifesta lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, conditio sine qua non di una struttura sociale composta da non-eguali come la nostra. Per cui finché non si deciderà un cambio drastico dell'intero sistema (quale miglior momento di questo?) la repressione, così come lo sfruttamento e qualsivoglia forma di inegualità continueranno ad esistere.
Quel che mi stupisce, in positivo, è che finalmente ci si sta iniziando a rendere conto che il nostro paese ha il vizio di erigere statue (di cartapesta) ad eroi (di carta, per usare il titolo di un libro di Alessandro Dal Lago) solo perché salgono agli onori della cronaca personaggi che dicono esattamente quelle parole che il c.d. popolo vuol sentirsi dire.

Contro le gabbie

Immagine troppo bella per lasciarla nelle mani del Tg5 di ieri (adattata dal video...)
«Ho sempre dato molto poco peso alla virtù e non ho mai capito bene perché si debba trovare tanta colpa nell’errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire, dopo cinquanta anni di vita, cosa sia esattamente la virtù e a cosa corrisponda l'errore».

[Fabrizio Cristiano De André]

Siamo circondati da gabbie. In ogni singolo momento la nostra esistenza ne è racchiusa.

Da piccoli ci insegnano quali siano le cose “buone” e le cose “cattive”, cosa è “giusto” e cosa è “sbagliato”. Ci insegnano cioè qual è la gabbia nella quale rinchiudersi e quale quella da evitare. Cresciamo in una società che si basa sugli stereotipi, cioè sulle gabbie mentali più pericolose – e difficili da abbattere – che la modernità abbia potuto ideare e, nello stesso tempo, la nostra identità sociale esiste solo se si basa su di essi (che, in alcuni ambiti, vengono declinati sotto forma di –ismi).

Uno degli stereotipi più assurdi che la società borghese nella quale viviamo ci ha inculcato nella testa per decenni è quello per cui chi sbaglia e finisce in un istituto carcerario viene automaticamente etichettato come “relitto sociale” per tutta la vita, anche se nel frattempo ha capito il proprio errore e, come si suol dire, pagato il proprio conto con la giustizia borghese.

Già, il carcere: uno dei più grandi stereotipi materiali che l’anima repressiva delle nostre società abbia potuto ideare e realizzare. Io ho iniziato ad interessarmene per puro caso – o forse per la mia insanabile curiosità – quando da quello splendido blog che è “Polvere da Sparo” (che è per me il miglior blog attualmente esistente sulla rete…) ho letto che negli anni del regime di Videla in Argentina (1974 - 1983) le donne e le ragazze incinte rimanevano all’interno dei lager ideati per la “pulizia anti-comunista” (come l’ESMA o il “Pozo” di Banfield) insieme ai loro figli appena nati. Ma, d’altronde, per definizione una dittatura non si comporta tenendo conto del galateo. Ma siamo così sicuri che quel che accadde in quella dittatura è rimasta una mera, seppur tristissima, pagina di storia?

Cosa succede, oggi, in questi grandi regimi oligarchici e classisti che qualcuno si ostina ancora a chiamare “democrazie”? Nelle nostre belle società “civili”, “giuste” e “democratiche” succede questo: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/06/cadra-linverno-anche-sopra-il-suo-viso.html. Succede, almeno nel nostro paese – che qualche anno fa si vantò della moratoria contro la pena di morte in sede O.N.U. – che i bambini da 0 a 3 anni siano costretti a crescere nelle carceri insieme alle loro madri.

Perché tutti abbiamo lo stesso sangue e sotto il sole la stessa ombra.

Da qualche parte nel deserto vicino a Tindouf (Algeria, Sahara Occidentale) – Secondo gli storici sahara greci la storia è ciclica. Non succede mai niente di nuovo, assistiamo sempre alla riproposizione di qualcosa che è già avvenuto. Magari secoli addietro piuttosto che decenni, ma niente di nuovo. Se in questo momento mi trovassi davanti uno di questi storici greci gli chiederei se è vero che la storia è ciclica, come si definisce quella storia che si ripete nello stesso identico momento, con l’unica differenza nella dislocazione geografica? Prendiamo per esempio la storia del popolo palestinese, che più o meno conosciamo tutti: da oltre un secolo le loro terre vengono quotidianamente stuprate dagli anfibi dei militari e dei cittadini degli insediamenti israeliani senza che nessuna di quelle “istituzioni democratiche” – tantomeno gli stati che ne fanno parte -muova un dito per porre fine allo stupro.

Ma questo non succede solo in Palestina. La stessa cosa accade al confine tra il Cile e l’Argentina, dove da ormai quattro secoli il popolo Mapuche lotta – ignorato dalla maggior parte della comunità internazionale e dai suoi media – per riottenere quelle terre che i Conquistadores, quei criminali in Europa descritti come “eroi” in quel sovvertimento semantico delle parole che tanto ci piace per cui chiamiamo “terrorista” un popolo che lotta per la sua terra o “esportazione della pace” una guerra, gli hanno ingiustamente sottratto. E come i Mapuche si comportano i Sahrawi, l’unico popolo ad avere ricreato uno “stato in esilio” nella storia umana. Ma procediamo per gradi.

  • Un po’ di storia…

Con la conferenza di Berlino del 1884/85 gli europei si spartirono – con l’ausilio di righello e squadra – il continente africano. Questa non fu solo una spartizione di terre, ma fu anche e soprattutto la distruzione di società secolari, di tessuti sociali perfettamente equilibrati e, spesso, distruzione di intere famiglie, con fratelli che si trovavano dall’una e dall’altra parte di quelle strane e non certo naturali (ancor più se decise a tavolino…) invenzioni denominate “confini” che, fin dai tempi dell’Impero romano, altro non sono che il tentativo di definire su cosa – e soprattutto su chi – un’entità statale ha proprietà. Se poi consideriamo che, in particolare nella zona desertica, il continente africano era attraversato spesso da comunità nomadi (come i Kel Tamahaq – che in Occidente sono insultati col nome di “tuareg”- o gli stessi Sahrawi) possiamo immaginare che razza di shock sociale possa essere stato quello di ritrovarsi, ad un certo punto del cammino, dinanzi a barriere doganali, muri e protezioni varie presidiate giorno e notte da persone in divisa.

Non è mai tutto bianco o nero. Il mondo è a colori!

Alla luce del sole - Napolipride2010
qui per i lettori di Facebook e ReportonLine
Napoli (Italia) -  Sabato a Napoli pioveva. E c’era il sole. Dunque su Napoli campeggiava un bell'arcobaleno. Io me lo sono visto passare davanti, nei volti sorridenti, nelle bandiere e nei mille colori di un gruppetto di ragazzi appena maggiorenni alla stazione centrale, tappa di un personale giro d’Italia di meno di 24 ore. Per vedere l’arcobaleno sabato a Napoli non c’era bisogno di puntare il naso al cielo, bastava transitare per piazza Garibaldi, Porta Capuana o via Carbonara. Perché sabato a Napoli, dopo 16 anni, è tornato il pride, quella manifestazione d’orgoglio del popolo lgbtqi che per la mentalità vetero-democristiana è solo una manifestazione che andrebbe resa illegale per “oltraggio al pubblico pudore”.  Io non ci sono mai stato (e qui ci sarebbe da sottolineare il “purtroppo” non so quante volte…) ma quello che è successo sabato nel capoluogo partenopeo è qualcosa di portentoso, qualcosa che potrebbe – o forse sarebbe meglio scrivere dovrebbe – essere il punto di svolta per una situazione (quella dei diritti delle e degli lgbtqi) preda dell’immobilismo che pervade questo geriatrico paese fin nelle più recondite viscere.
napolipride Io non ci sono mai stato, come dicevo, quindi non posso che basarmi su informazioni “di seconda mano” in attesa di averne da chi ha attraversato le strade napoletano su uno dei 15 carri di cui si componeva la manifestazione. Quel che sembra aver colpito maggiormente l’immaginario collettivo è stata la partecipazione dei napoletani, come se il pride fosse stato una manifestazione in qualche modo “di nicchia”, di quelle che interessano solo “gli addetti ai lavori” di questo o quel campo. Pur non essendo – ovviamente – la festa di tutti, sicuramente è una festa aperta a tutti, perché i diritti – quelli lgbtqi come tutti gli altri – non sono ad uso e consumo solo di chi ne subisce in prima persona gli effetti. Perché se si scendesse in piazza solo durante i gay pride si potrebbe anche dire che il nostro è un paese civile e normale. Invece non solo tocca fare il gay pride per tentare di porre l’accento su questi diritti, ma quotidianamente (non) leggiamo dei diritti negati a chi entra nel nostro paese in cerca di un futuro migliore, non leggiamo dei diritti negati a chi ha sbagliato e che non viene aiutato, nonostante una carta costituzionale che – per chi ancora ci crede – chieda l’esatto opposto; (non) leggiamo dei diritti dei lavoratori, immolati sull’altare del capitalismo più sfrenato e della dottrina dello shock in scala ridotta che oggi si è fatta Verbo padronale. Non ne leggiamo perché – semplicemente – tali diritti ancora non esistono.

Qualcuno era terrorista

Teheran (Repubblica Islamica dell'Iran) - In questi giorni, tra le (tante) altre cose, ho ripreso in mano un po' di materiale di e su Tiziano Terzani, la cui rilettura non fa mai male. C'è un passaggio di “Lettera da Firenze”, l'articolo che scrisse l'8 ottobre del 2001 per il Corriere della Sera come lettera ad Oriana Fallaci al fine di rispondere alla di lei invettiva anti-islamica post-11/09:

«I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale i Tokyo prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?»

«Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide, aspettiamo che ce lo estradiate» [per chi non ricorda cos'è la U.C. ne ho parlato qui: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/01/terroristi-sulla-rotta-bhopal-porto.html].

Quest'ultima frase è della giornalista ed attivista anti-globalizzazione Arundhati Roy. Ma la questione non cambia di molto. Anzi.

Come più o meno dovreste sapere tutti – per lo meno tutti quelli che non si sono appassionati ai funerali di Vianello o all'ennesima lite Berlusconi-Fini – nei giorni scorsi sono stati firmati gli accordi Start2, nei quali Usa e Russia promettono di ridurre le testate nucleari. Per adesso però, visto che gli accordi sembrano essere stati firmati a decorrere dal 2018, anche gli Start2 vanno ad aggiungersi alle cartacce presenti nell'ormai affollatissimo cassetto delle “promesse propagandistiche”. Quel che però mi ha colpito di più in questa faccenda sono state le dichiarazioni del Presidente Usa Barack Obama, che ci ha tenuto a ribadire per l'ennesima volta che «gruppi terroristici come Al Qaeda hanno tentato di acquistare materiali nucleari per adoperarli in maniera devastante, questa minaccia è una delle più gravi per la nostra sicurezza collettiva».
La prima domanda che mi è venuta in mente riguarda proprio il c.d. “network terroristico” di Osama Bin Laden, il cui fantasma – vero o presunto – è buono per tutte le stagioni, in particolare quelle nelle quali bisogna trovare un “nemico pubblico numero uno” per coprire le proprie nefandezze: perché bisognerebbe aver paura delle eventuali testate atomiche in mano a Bin Laden e soci? Voglio dire: le testate nucleari ci sono a tutt'oggi in giro, perché quelle (eventuali) di Al Qaeda dovrebbero fare più paura di quelle

Perché ho deciso di trasmettere "Raiperunanotte".

Chi mi conosce e chi ha il coraggio di leggermi in maniera più o meno assidua sa che non sono un grande estimatore del "trio della denuncia" Travaglio-Santoro-Grillo e che più di una volta ho scritto cose che non certo farebbero piacere ai loro fans.
Nonostante questo, naturalmente, non mi piace l'idea che debbano essere zittite delle voci in un paese che si definisce democratico - ma che ogni giorno di più nella realtà diventa ben altra cosa - e che ha adottato un'articolo - il "famoso" art. 21 - che recita:

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»

e per "tutti" io intendo proprio tutti.

Per cui, sperando che non ci siano problemi con lo streaming questa sera, a partire dalle ore 21, potrete seguire la diretta streaming di "Raiperunanotte" anche dalle pagine di Señor Babylon.

Stay tuned.
E buona democrazia a tutti.

Le bombe saranno pure intelligenti...

Marjah (provincia centrale di Uruzgan, Afghanistan)27 civili uccisi, tra cui quattro donne e un bambino, e 12 feriti è il bilancio di uno degli ultimi attacchi aerei “democratici” del contingenge Nato in Afghanistan.
L'obiettivo ufficiale era «un gruppo di sospetti insorti che si riteneva fossero in marcia per attaccare una certa unità congiunta di militari afghani e dell'Isaf». “sospetti” insorti...si riteneva...una certa unità: queste tre affermazioni mi danno da pensare. Mi fanno pensare al pressappochismo delle operazioni del contingente “per la liberazione dal terrorismo” in suolo afghano – e a questo punto anche in suolo iracheno ed in ogni altra zona in cui l'Alleanza Atlantica ha inviato contingenti – perché io credo, stando ai film di guerra che mi capita ogni tanto di guardare, operazioni simili devono essere precise in ogni minimo dettaglio, o forse mi sbaglio?

Ma andiamo avanti: i famosi “ribelli” a cui le forze di pseudo-pace della Nato davano la caccia (con gli aerei poi mi dovranno spiegare come fanno...) si è poi rivelato essere un convoglio composto da tre civilissimi minibus. E questo dovrebbe farci capire ancora una cosa in più sull'idiozia della guerra: neanche la tecnologia più intelligente che possa essere progettata è in grado di capire la differenza tra un terrorista ed un civile, altrimenti – se un missile fosse davvero intelligente quanto dicono – una volta sganciato compirebbe una rotazione di 180 gradi e non andrebbe a colpire un asilo nido con 3.000 bambini o un villaggio di case di fango e paglia, ma andrebbe a colpire chi ha premuto il pulsante per la fuoriuscita del missile – in realtà mero burattino nel gioco della geopolitica mondiale – oppure andrebbe a colpire direttamente chi quella guerra l'ha voluta, come le banche (le principali sono ai primi posti per il finanziamento delle aziende che producono armi) o i petrolieri, perché sono loro i veri “terroristi”. Tutte le bombe, le testate nucleari, i missili intelligenti dovrebbero essere un po' come Carmela, la bomba intelligente cantata dal gruppo della 99 Posse e dai Bisca fino a qualche anno fa.

«Un bombardamento aereo» - si legge ancora nel comunicato - «ha causato un certo numero di morti e feriti». Eh già: ai burattinai, a quelli che fanno le guerre perché altrimenti ci sono migliaia e migliaia di armi prodotte ed inutilizzate, a quelli che fanno le guerre perché il petrolio, l'uranio o qualunque altra risorsa naturale costa troppo non interessa se quei civili avevano una famiglia, dei figli, magari erano anche contenti dell'intervento della “forza democratica” che avrebbe sicuramente migliorato il loro modo di vivere, a loro non interessa se con le bombe uccidono non solo migliaia di bambini, ma anche i loro sogni, le speranze loro e quelle dei loro familiari di potere un giorno vivere in un futuro roseo. No, per i burattinai questi sono solo “gli effetti collaterali”, sono le cifre sulle quali poter rifinanziare gli interventi nelle zone di guerra. Numeri, sono solo numeri. E dunque va bene il comunicato di cordoglio: «Ci dispiace, non volevamo. Ma state tranquilli perché apriremo un'inchiesta», dicono. E intanto, mentre l'inchiesta viene aperta i militari possono continuare a fare rastrellamenti casa per casa, rapendo ed arrestando a piacimento gli uomini e violentando donne e bambine, mentre i burattinai continuano a stuprarne i villaggi, le città ed i paesi con l'unico scopo di arraffare il più possibile ed aggiungere biglietti verdi ai loro conti in banca, in attesa di scatenare la prossima crisi, la prossima bolla speculativa o la prossima guerra con il beneplacito dei governi dei paesi invasi. Perché «noi esportiamo la pace, cazzo», come direbbe Gaber.


«Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione» dice Stanley McChrystal, di professione generale. Ok, ma da chi devono essere difesi? Dallo spauracchio di Al Quaeda? Cioè da «la base» - questa la traduzione dall'arabo – di un terrorismo che si fa passare per islamico ma che in realtà, libro di storia alla mano, è invenzione degli americani in funzione anti-sovietica? O forse dal Premio Nobel per la Guerra Obama? No, neanche da lui, perché altrimenti i militari dovrebbero tornarsene ai loro paesi di origine e non occupare con la forza un paese straniero. E allora da cosa stiamo difendendo gli afghani, gli iracheni e tutti gli altri? O forse, con la scusante della “guerra per la pace”, stiamo semplicemente difendendo il nostro diritto di dominio sul resto del mondo?

Finisco questo articolo raccontandovi una storia. Una normale storia di guerra, di quelle che possono capitare – come abbiamo visto – ogni giorno. Per farlo ci spostiamo a Lashkargah, non molto lontano da Marjah.
Maryam ha 5 anni, è nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr e si è trasferita ad Helmand, dove la sua famiglia (padre, madre, un nonno, uno zio, quattro fratelli e due sorelle) cercava fortuna, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. 20 kg è il peso dello scatolone di volantini informativi delle forze di occupazione Nato che la schiacciano, alle tre del mattino del 27 giugno dello scorso anno. Solitamente questi scatoloni si aprono durante la caduta, lasciando cadere i volantini in una pioggia cartacea. Quello, evidentemente, era difettoso. Può succedere, d'altronde chi di noi non si è mai trovato di fronte a qualcosa di difettoso? Per molti giorni la piccola Maryam è stata operata nell'ospedale di Emergency, dove di fatto le è stata ricostruita tutta la parte inferiore del corpo. Ciò ha due risvolti importanti:



  1. Come potrà vivere una bambina, quindi una futura donna, senza organi genitali in un paese come l'Afghanistan?
  2. Cosa potrà rispondere, un giorno, a chi le dirà che quegli uomini che le hanno spaccato in due le ossa, erano lì per difenderla e per “portare la pace”?

Io, al suo posto, risponderei che una bomba può essere intelligente quanto vi pare, ma se a comandarla è una persona "non intelligente quanto la bomba", gli effetti saranno gli stessi di una bomba “ignorante”.

Il 28 e 29 Marzo vai al mare, vai in montagna ma soprattutto...non andare a votare (se sei democratico davvero)!



L'Italia è una democrazia? Bella domanda, di quelle da un milione di dollari sicuramente. C'è chi dice sì e chi dice no. Chi dice no, solitamente, adduce come fonte di a-democraticità Berlusconi. Perché dopo 15 anni di falsa opposizione da parte di quegli uomini che davanti ai microfoni ci dicono che combattono l'uomo di Arcore e sottobanco si alleano con loro come nell'affaire D'Alema-Copasir, abbiamo disimparato a ragionare, e vediamo solo quel che ci indicano (tant'è vero che ve la prendete con l'ex presidente del Milan senza accorgervi che se per 15 anni ha impestato questo Paese è solo colpa della totale inettitudine della c.d. Sinistra...). Anch'io dico che l'Italia non è più (ma lo è mai stata?) un paese democratico. Perché da anni viviamo nell'egemonia delle minoranze; perché per noi la democrazia è: «se una cosa la faccio io che sono dalla parte "bella, buona e giusta" della Storia va bene, se la fai tu che sei da poco uscito dalle fogne allora non va più bene»; perché per noi la democrazia è la democrazia della visibilità: "andiam andiam andiamo alla manifestazion!" ma guai a darsi da fare sul serio per cambiare questo paese. È faticoso e soprattutto non ci sono telecamere che possono riprendermi.
Per noi la democrazia si riduce al momento elettorale. Vado lì, in seggio, metto la mia bella "X" sul simbolo del partito e festa finita. Perché quello hanno detto di fare e quello facciamo. E chissenefrega se oggi il voto è l'operazione più antidemocratica che ci potessero dare, no?

Il nostro, più che voto "democratico" dovremmo definirlo voto "per cooptazione": perché se il voto è davvero libero io posso votare chi mi pare, giusto? E invece no, perché anche quando ci sono le famose "preferenze" alla fine posso solo scegliere tra chi mi viene detto di scegliere.

Cambiano le leggi elettorali a partita in corso, ma noi non lo sappiamo perché siamo troppo presi a denunciare l'ultimo scandalo per il quale nessuno farà nulla, a parte scrivere qualche libro-denuncia per far rimanere tutto esattamente come è sempre stato;
Cambiano le leggi elettorali a partita in corso, ma noi non lo sappiamo perché...il Grande Fratello, X-Factor, l'anticipo, il posticipo; e quando ho il tempo di informarmi?
Cambiano le leggi elettorali (e non solo quelle) ma noi non lo sappiamo. O meglio: o lo sappiamo dopo, oppure se lo sappiamo diciamo cose del tipo: «e io che ci posso fare?» E non ci interessa se - da "democratici" quali ci professiamo - non permettiamo la giusta informazione; non permettiamo ai cittadini, o ad alcuni di essi, di essere rappresentati alle elezioni come "Democrazia" vorrebbe. A cosa mi riferisco? Date un'occhiata qui e capirete:


Regionali 2010: le prove del sabotaggio del diritto di voto


Io dico NO! al voto non democratico italiano;
Io dico NO! al voto che non mi permette di scegliere in maniera realmente libera;
Io dico NO! al voto che si traduce solo in una scelta tra l'uno e l'altro gruppo di potere.

Perché per cambiare davvero le cose c'è bisogno di una riforma radicale del paese, e per farlo bisogna iniziare a cambiare davvero le fondamenta del Sistema, e non solo la carta da parati.
Il voto è uno dei più alti esercizi di democrazia. Ma quando manca la democrazia è ancora così?

NON VOTARE, LOTTA!
Quando ti chiedono di votare, ricordati della tua disoccupazione, del tuo lavoro precario e sottopagato, del tuo quotidiano tirare a campare.
Di come muoiono ogni giorno i lavoratori nelle fabbriche, di come i politici aiutano i padroni.
Dei tagli strutturali, dei soldi che mancano sempre per i salari, le pensioni, la sanità e la scuola ma che per finanziare le guerre non mancano mai.
Degli immigrati sfruttati, imprigionati nei centri di detenzione, mandati a morire in Libia.
Di come la giustizia dello stato è sempre fortissima con i deboli e debolissima con i forti.
Dicono che votare è importante perché questa è la democrazia.
Poi, dopo le elezioni, tutto torna esattamente come prima: politicanti e padroni comandano, e tu torni alla tua vita di sacrifici.
Non delegare agli altri la gestione della tua vita!
Possiamo e dobbiamo fare a meno dei politici di professione!
Autorganizziamoci, lottiamo in prima persona, difendiamo i nostri diritti, sbarazziamoci del potere e dei parassiti in doppio petto!
NON VOTARE, LOTTA!

the Iranian way of life

Il 2009 è stato, tra le tante cose, l'anno del decennale delle proteste di Seattle contro il WTO, momento nel quale il mondo ha iniziato a conoscere il movimento anti-globalizzazione (nelle varie sfaccettature e con i vari nomi che ad esso si sono via via dati).

«The whole world is watching». Il mondo vi sta guardando, urlavano i manifestanti in quei giorni. Oggi degli altri manifestanti, a migliaia e migliaia di chilometri dagli Stati Uniti, dal centro dell'Impero, stanno manifestando. Per le strade di Teheran e delle altre città della Repubblica Islamica dell'Iran si continua a scendere in piazza per chiedere cose come «libertà» e «democrazia», espressioni poetiche e suggestive, parafrasando Gaber. Già, ma quale «libertà» e quale «democrazia»? Questo dobbiamo ancora capirlo.
La storia degli scontri in Iran – stando ai media del circuito mainstream – si può banalmente riassumere in questi termini: c'è un signore brutto, sporco e cattivo, salito al potere con la menzogna, che vuole la bomba nucleare per distruggere il mondo. È quindi normale che “le forze del Bene Supremo” entrino in azione per impedire ciò e portare quelle libertà e – soprattutto – la democrazia che il popolo oppresso chiede. Semplice, no?

Telekabul in salsa berlusconiana



Ingredienti:

  • n° 1 popolo che ha perso la forza di arrabbiarsi;
  • n° 1 gran burattinaio che è sceso in politica per scampar la gattabuia;
  • n° 1 cucchiaio di loschi figuri spacciati per giornalisti;
  • n° 1 conduttrice di programmi sul mondo del canto, ballo e recitazione;
  • n° 3-4 direttori di rete e di tg scelti ed allevati con cura sui campi di Arcore;
  • una manciata di ragazze e ragazzi.


Preparazione:

Prendete una parte del popolo, dividetelo in due parti non uguali e mettete la parte più grande in un contenitore insieme al gran burattinaio.
Mettete il contenitore nel frigorifero, così da congelare un po' i cervelli dei giovani e lasciate riposare (più o meno per 15 anni).

Nel frattempo prendete la parte di popolo che ancora è capace di arrabbiarsi, mettete anch'essa in un contenitore e mescolatelo con un mezzo cucchiaio di loschi figuri.
Mettete il contenitore nel microonde e guardate cosa succede. Quando vedrete che l'amalgama si sta dividendo non preoccupatevi. Sono Fede, Feltri e Vespa che dicono che Santoro è comunista e che le inchieste di Report dicono il falso.

A questo punto prendete Santoro e Report e toglieteli dal contenitore. Metteteli in bilico tra la messa in onda, contratti non firmati e tutele legali non garantite, affidando il tutto ad un paio di direttori di rete di razza, tra i migliori allevati e lasciateli lì, senza tutele e tacciati di informazione capziosa.

Ora riprendete il contenitore che avevate precedentemente messo in frigorifero, apritelo e guardate cos'è successo. Se avrete una schiera di ragazzine dai facili costumi il cui massimo sogno è fare la velina ed altrettanti ragazzini senza ambizioni che vogliono solo cantare, ballare e recitare avrete ottenuto l'effetto voluto, altrimenti mettete nel contenitore la conduttrice, mescolate per alcuni minuti ed otterrete così una massa acefala di giovani. Esattamente quel che vi serve.

Prendete le due parti di popolo e mischiatele nel contenitore più grande. Fate ben attenzione a togliere al popolo tutto ciò che può dargli informazioni sulle vicende del gran burattinaio – che nel frattempo sarà diventato il capo indiscusso di tutto il contenitore – affidando l'informazione ai loschi figuri il cui compito è quello di scrivere l'esatto contrario sui giornali o di dare notizie inutili nei tg. Non preoccupatevi, se avete lasciato il contenitore in frigorifero per il tempo necessario nessuno avrà niente da obiettare, saranno tutti presi dallo shopping compulsivo o dall'ammirarsi pettorali tirati su a forza di pasticche davanti allo specchio.

Adesso prendete Report e Santoro ed inseriteli, con calma, nell'amalgama acefala che avete ottenuto. Abbiate cura però di assicurare alla massa acefala che tutto quel che non si può comprare è in mano agli “sporchi comunisti”, così vi sarà più facile far passare leggi ad personam e bavagli alla stampa libera. E' stato notato, in alcuni casi, che l'immissione di Report e Santoro a questo punto della preparazione può portare a montare un po' di rabbia nel popolo. Se questo dovesse accadere, denunciate tutti i sobillatori chiedendo risarcimenti di milioni di euro – tanto sono comunisti, non possono permetterselo – chiudete il contenitore e mescolate per alcuni minuti.

Ecco, appena l'amalgama ottenuta sarà tranquilla, versate tutto in un bicchiere.
Avete appena ottenuto anche voi la vostra “Telekabul in salsa berlusconiana”.

Adesso potete brindare alla (precaria) salute della democrazia italiana.

Carta per la Democrazia Insorgente

1. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sgretolamento della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, che ci eravamo abituati a considerare come uno spazio pubblico forse insufficente, ma comunque inalienabile. Tale consunzione lascia in piedi le forme sempre più vuote delle istituzioni democratiche; non le cancella d’un colpo e rapidamente come fecero i totalitarismi del 900, ma le priva -fino alla paralisi completa- di ogni potere concreto e decisionale; le riduce, per sottrazione continua, a inerti simulacri. Questo lento colpo di stato si è realizzato in Italia secondo un programma affine a quello redatto, anni fa, dalla loggia segreta P2; i cui esponenti sono oggi assurti alle più alte cariche dello Stato e a posizioni direttive nei giornali e nelle televisioni. Controllo completo dell’informazione; presidenzialismo sempre più accentuato; derisione delle leggi penali e intimidazione della magistratura; eliminazione delle lotte sindacali e dello spazio pubblico; a questi punti del vecchio programma autoritario si è aggiunto il razzismo e il letterale neofascismo della Lega.

2. Parlamento, istituzioni tradizionali della rappresentanza, partiti, sopravvivono come forme di puro spettacolo, tanto più ossessivamente presenti nei talk shaw e nei cerimoniali, quanto più sono sostanzialmente privi del potere più elementare di decisione. Il regime democratico viene integrato da centri decisionali ufficiosi, servizi e associazioni parallele, che si diffondono in una molteplicità frammentata. Questa attività in ombra affianca la celebrazione pubblica dello spettacolo. Essa si dispone accanto alle istituzioni, alle leggi e agli ordini professionali visibili. L’apparato giuridico e istituzionale resta apparentemente intatto: ma le decisioni spettano effettivamente ai poteri paralleli.
Non si tratta solo di interventi clamorosi e violenti, ma anche di misure che riguardano l’ordinaria quotidianità. I concorsi pubblici sono sostituiti da riunioni preliminari ufficiose; le decisioni amministrative sono prese entro consorterie private, sottratte a qualsiasi controllo delle amministrazioni elette; la libertà di stampa viene controllata prima di ogni censura da comitati editoriali che scelgono i giornalisti affidabili; molti reati finanziari sono di fatto depenalizzati, anche se le leggi che dovrebbero punirli restano ufficialmente in vigore. Questo processo determina la divergenza sistematica tra la regola pubblicamente ammessa e il centro decisionale occulto: cinismo, ipocrisia oggettiva, menzogna, divengono comportamenti sociali indispensabili per orientarsi in questa sorta di doppio comando sociale permanente. Chi resta legato ingenuamente all’apparenza pubblica dello spettacolo (e per es. si oppone a una decisione di fatto in nome di una norma del diritto) viene minacciato o emarginato.

3. Mafia e camorra divengono un modello attuale di funzionamento associativo segreto: non dunque una sopravvivenza arcaica, ma un organismo a pieno titolo esistente entro la società dello spettacolo. Mafia e camorra scorrono –per così dire- accanto al simulacro del potere pubblico, lasciandolo il più possibile intatto, colpendo le persone che volessero farlo funzionare oltre un livello semplicemente formale. Il loro modello è seguito dagli organismi decisionali paralleli, che ormai sostituiscono i poteri formali dello Stato. Tutto deve sembrare immutato, mentre in realtà ogni cosa sta cambiando; così la messa in scena della democrazia inverte e sostituisce la sua pratica reale. Per l’occhio di uno spettatore distratto, le sue apparenze appaiono più che mai funzionanti. La nuova Società Autoritaria si espande lentamente, come un vapore e un miasma, in un’atmosfera che non oppone più resistenza. E’ un contagio sottile e penetrante, che attacca la sostanza stessa della democrazia: finchè basta il colpo di un dito per farne cadere l’involucro.

4. Comunque si voglia chiamare la nuova Società Autoritaria (“spettacolare integrato”, come voleva Debord; “democrazia dispotica”, come ha proposto Marco Revelli), certo è che essa coniuga alla diffusione delle merci e dei mercati alcuni elementi caratteristici dei regimi totalitari del 900, creando un sistema di potere inedito, non interamente assimilabile né alla democrazia né al fascismo storico. Al potere spettacolare diffuso si affiancano ormai organi di decisione concentrata, capaci di gestire procedure di emergenza o l’uso aperto della violenza, come è avvenuto in modo clamoroso al G8 di Genova.
Nel sistema giuridico classico lo stato d’emergenza permetteva il ricorso alla dittatura e la sospensione del diritto abituale; nella Società Autoritaria procedure d’emergenza simulate e ingigantite con tutti i mezzi mediatici divengono una pratica alternativa e ricorrente della democrazia. Il fascismo storico fu caratterizzato dall’intromissione dello Stato nell’economia. La Società Autoritaria è una risposta alla liberazione possibile dal lavoro e all'uso comunitario delle tecniche e delle risorse. Il suo ambito proprio non è lo Stato, né la fabbrica, ma il controllo della vita che fuoriesce ed esorbita dalle vecchie strutture di dominio. In tal senso, come si è visto nella recente crisi economica, lo Stato non funziona come gestore pubblico dell’economia, tanto meno si pone come totalità organica; esso è ormai ridotto a pura funzione di sostegno del mercato (di ciò è un piccolo ma interessante segno il fatto che le tangentopoli attuali siano dirette da imprenditori e non da politici).

5. La democrazia ha oggi due nemici, apparentemente opposti e in realtà complementari: da un lato lo Stato “consensuale”, ridotto a un complesso di funzioni, ordinate in funzione del mercato e ad esso del tutto subordinate. A differenza di quello classico, criticato dal marxismo per il suo carattere ideologico, qui lo Stato si pone esplicitamente al servizio del mercato e trova anzi la sua gloria e la sua residua legittimazione nello svolgere questa funzione nel modo più efficiente possibile. D’altro lato, si diffonde invece una ideologia “umanitaria”, con cui si pretende di giustificare l’intervento violento in altre aree del mondo, in nome di una presunta difesa dei diritti umani delle vittime (come si è affermato per il Kosovo, per l’Afghanistan, per l’Iraq); questo democraticismo umanitario, in compenso, non riconosce alcun conflitto reale all’interno della propria identità statuale, coesa e consensuale. Il conflitto è rigettato interamente all’esterno e sull’”altro”. Questo universalismo umanitario è astratto, mentre quello concreto dovrebbe riconoscere il legame tra la disuguaglianza nelle metropoli occidentali e quella che domina in altri luoghi del mondo. Al contrario, si accredita l’idea di un’identità occidentale tutta coesa intorno al suo roccioso nucleo identitario e alle sue funzioni di governance del mercato: mentre al di fuori si estende il mondo feroce ed estraneo, che si tratterebbe di ricondurre sotto l’ordine della nostra polizia.

6. Questo ibrido di consensualismo e di universalismo astratto culmina in una società gerarchica e razzista, entro cui riaffiorano tratti tipici dei governi totalitari del 900. Rifiutando la nozione stessa di un conflitto reale, di una parte dei senza parte entro la nostra realtà sociale, cancellando la sua visibilità, il peso del negativo (peraltro sempre più difficilmente contestabile) ricade per intero sulle spalle dell’altro e dell’estraneo; è il nemico, il criminale, che introduce un alieno disordine in ciò che di per sé funzionerebbe come il migliore dei mondi possibili. Uno stupido buonismo ottimista si salda così a misure ferocemente gerarchiche, neanche esprimibili come tali: un conflitto non più dicibile e simbolizzabile si riversa come nuda violenza tra chi ha parte e chi non ne ha, più simile a una rivolta di schiavi che a un’insurrezione di cittadini. Di volta in volta, un gruppo etnico o gli immigrati in generale, vengono esclusi di fatto dalla cittadinanza, oggettivati come capri espiatori e mostrati come i responsabili della nostra insicurezza.

7. Il dominio astratto dell’economia e del diritto subisce una correzione, con l’affermarsi della Società Autoritaria, che ripropone rapporti di potere personali, forme di dipendenza servile, figure mitiche di soggettività. In primo piano, nella scena pubblica, restano le relazioni formali del diritto e del mercato; ma, contemporaneamente, si sovrappone ad esse la personalizzazione dei rapporti di potere. Una “decisione politica” viene a sovrapporsi al funzionamento “puro” del diritto e del mercato, per gestire procedure di emergenza continuamente riprodotte o inventate; esse esigono l’intervento di un potere diretto e personale (il carismatico Premier non si è forse precipitato a Napoli per vuotarla della monnezza? L’assai meno carismatico leader del PD non ha imposto forse un decreto d’urgenza per la questione sicurezza, che conteneva una riedizione in sordina delle leggi razziali?). Una mistura di astrazione giuridico-economica e personalità autoritaria caratterizza il regime spettacolare attuale: destinato al governo di una normalità che ormai non è più tale, ma un succedersi di mediocri eccezioni.
Il controllo sempre più soffocante sulla vita, si associa però a una festa spettacolare in cui non ne rimane traccia: il mondo rappresentato nei media è più che mai e sempre di più quello della libertà universale e senza limiti, promessa dall’ideologia della merce. Ciò che è rappresentato è l’inversione di ciò che è reale.

8. La Società Autoritaria procede intensificando, allo stesso tempo, l’atomizzazione e la separazione degli individui e la loro riunificazione immaginaria o fittizia, nelle immagini carismatiche dei leader o in quelle mediatiche della televisione. Una tendenza all’individualismo narcisistico e illimitato si salda così a una tendenza complementare al dispotismo. Quanto più si urla in tutte le piazze “Consumate e arricchitevi”, tanto più il successo e la gestione delle ricchezze sono affidati a una elite preselezionata e precotta, indegnamente legata da fili familistici e clientelari; l’uguaglianza immaginaria di fronte al denaro e al consumo nasconde la sempre più feroce disuguglianza reale. Raramente un regime politico ha intrattenuto una così sistematica dissociazione tra la psiche e la soggettività dei suoi membri e le gerarchie reali del potere. In tale scissione permanente tra il desiderare e il potere, è del tutto ovvio che la corruzione pubblica e privata si propaghi come unica forma di mobilità sociale, che il vendere se stessi appaia come uso tollerato; che a spettacolari ascese si accompagnino terrificanti cadute, esse stesse destinate a mantenere vivo il meccanismo (e le vendite) dei media spettacolari. Atomizzazione e dispotismo sembrano messaggi contraddittori; ma congiungendoli insieme la Società Autoritaria riesce meglio a spezzare la forza di resistenza del singolo e la sua capacità di unirsi a coloro che sono offesi ed oppressi quanto lui.

9. I partiti della Sinistra non hanno compreso la natura spettacolare della Società Autoritaria; sono entrati, come i poveri cristi a un banchetto di signori, nelle giunte, nel parlamento, nel governo. Si sono cioè identificati anima e corpo con gli istituti di rappresentanza formale dello Stato, nel momento in cui in verità questi non contano e non decidono più nulla. Hanno creduto allo spettacolo della politica, come se fosse la più rocciosa e indiscutibile delle realtà: hanno accettato cariche presidenze, ministeri, assessorati, come se in tali luoghi fosse ancora possibile esercitare il potere: più che una volontà, vediamo qui una nostalgia di potenza, che la cerca dove non ne rimane un’ombra. Afflitti dalla scomparsa del passato, i gruppi dirigenti della Sinistra sono rimasti legati alla forma del Partito, riflesso e premessa delle rappresentanze statali; mentre queste svanivano di fronte ai poteri paralleli e allo “spettacolo” della Società Autoritaria. Mentre i concorrenti del Pd almeno miravano dritto all’oro di una banca, la sinistra si accontentava della carta stagnola delle cariche parlamentari: così mostrando di credere più al fantasma spettacolare dell’unità nazionale, che al conflitto di classe sempre meno rappresentato, e sempre meno visibile, in atto nella realtà.

10. Il rifiuto della violenza come strumento della lotta politica deriva dal suo elemento ripetitivo e mimetico. La risposta alla violenza tende a perpetuarla, assimilando i modi stessi dell’aggressore. La militarizzazione della lotta politica tende a sospendere quei diritti e quel rispetto della vita, che si volevano, all’inizio, salvaguardare. Essi restano –al massimo- il fine remoto dell’azione; ma nel frattempo viene usata, come mezzo, la violenza stessa dell’aggressore, si deve sospendere, per un tempo indeterminato, il rispetto dei diritti umani. In tale tempo, la risposta diviene speculare e simmetrica all’atto aggressivo. Siamo talmente assorbiti dai mezzi, da dimenticare completamente i fini.
D’altra parte, la risposta non violenta all’oppressione non ha nulla del conformismo legalista: essa comporta la sospensione continua delle leggi e degli ordini, che permettono il dispiegarsi dell’azione violenta. La disobbedienza civile, la non collaborazione, il boicottaggio, lo sciopero selvaggio, generale o generalizzato, sono i principali strumenti di lotta non violenta, proposti da Gandhi: in effetti, la non violenza va intesa come il rispetto senza riserve dell’integrità fisica e psichica di qualunque essere umano. Se tuttavia uno sciopero produce danni al denaro o alle macchine dell’oppressore, ciò è assolutamente legittimo: forse che il denaro ha carne e sangue, che soffrono? O le macchine hanno un’anima tenera, che non si può offendere? Gandhi ha così riassunto il concetto di non violenza: “Un vero seguace della resistenza civile si limita a ignorare l’autorità dello Stato. Egli si pone al di fuori della legge rifiutandosi di obbedire a tutte le leggi immorali dello Stato…Quando un insieme di uomini cessa di riconoscere lo Stato sotto il quale fino ad allora ha vissuto, ha quasi creato un suo nuovo Stato”.
A differenza da Gandhi, tuttavia, pacifisti radicali (come Simone Weil e Dietrich Bonhoffer) ritennero legittima la violenza di resistenza contro un regime di genocidio sistematico o contro la pratica generalizzata dei campi di sterminio. Si può ritenere che di fronte alla pianificazione della stessa scomparsa dell’umano, e solo in tal caso, la violenza di resistenza divenga un male inevitabile.

11. Alla Società Autoritaria si contrappone la Democrazia Insorgente. Essa porta alla luce il conflitto latente nella realtà sociale, sottratto alla visibilità da rappresentazioni smortamente conciliative e ipocritamente “buoniste”; dà voce e articolazione alla lotta dei “senza parte”, e cioè di coloro che sono di fatto esclusi dalla cittadinanza e ancor più dall’elite dominante; impedisce che il conflitto sia risolto dalla polizia di stato o rimesso al puro arbitrio dei rapporti di forza. E’ lecito immaginare istituzioni democratiche diverse da quelle dello Stato, in cui sia possibile prendere decisioni che riguardano l’essere-in-comune, rispettando la differenza dell’altro, e la specificità dell’ambiente sociale in cui deve essere assunta la decisione. Al decentramento –ovunque possibile- delle decisioni politiche, meglio corrispondono istituzioni partecipative, invece che parlamentari; esse hanno fatto la loro comparsa nelle insorgenze rivoluzionarie del 900 e affiorano in movimenti di lotta vivi oggi in diversi luoghi del mondo. E’ un’utopia? E forse lo “Stato sociale” non è la più tramontata delle utopie? E lo “Stato democratico” non sta seguendo la stessa sorte? Almeno l’istituzione partecipata mira a trasformare in modo nuovo l’esistente e il futuro, a definire una nuova condizione di cittadinanza. Il realismo politico è tale solo in apparenza e non fa che aggrapparsi a forme di fatto già liquidate dalla storia, come lo Stato Nazione, subordinato alla logica economica mondiale e globale. Non si è visto forse il ministro nazional-popolare Padoa-Schioppa eseguire come uno zelante funzionario gli ordini suicidi della Banca Centrale Europea?

12. Esiste in Italia una rete possibile di presidi, movimenti locali e di base -come in val di Susa e a Vicenza-, Centri sociali, Cantieri autonomi, che potrebbero scegliere la forma della democrazia insorgente, abbandonando rappresentanze formali vuote. L’azione politica dev’essere, ovunque possibile, radicata nel “sito”, nella specificità del luogo e dell’ambito vitale, in cui sono coinvolti i suoi attori. L’azione politica è sempre “situata” e rigorosamente tempestiva in una situazione data. Il “sito” è l’essere-in-comune dove gli umani possono convenire insieme, rovesciando i rapporti asimmetrici di potere; l’azione politica si radica indissolubilmente alla specificità del “sito” in cui interviene. In Italia questi luoghi specifici di resistenza e di azione politica sono sparsi e diffusi a livello molecolare. Come collegarli in una forma comune, senza ricadere nell’ottica ingannevole dei Partiti e delle istituzioni dello Stato? Occorre, in primo luogo, definire il principio regolatore di un’attività politica possibile: l’unità di misura di questo agire sarebbe una comunicazione orientata a persuadere l’altro, piuttosto che a determinarne la sottomissione in un rapporto di servitù; ma d’altra parte, questa persuasione per comunicazione non ha nulla di idilliaco, non è garantita da nessuna “expertise” e si scontra duramente con i poteri gerarchici effettivamente esistenti. Se il dialogo è al principio della democrazia, esso apre il suo spazio all’interno del conflitto col potere, e la democrazia è costitutivamente e inevitabilmente “insorgente”.

13. L’”insorgenza” definisce quei momenti di cesura della storia, in cui –nell’intervallo tra la crisi di un vecchio regime e il costituirsi di nuove istituzioni- si è tentata la via di una comunità politica determinata dalla persuasione comune, e non dai rapporti di dominanza. C’è sempre l’eventualità che la deliberazione comune si irrigidisca in struttura astratta, che l’altro ricada nel medesimo, che i molti vengano ricondotti all’Uno. La democrazia insorgente non è una forma data una volta per tutte, ma l’opera continua di trasformazione del potere in libertà, della disuguaglianza in eguaglianza. E’ un processo, non uno Stato, e non ha mai termine definitivo. E’ in questo eccesso e in questo scarto, che Marx vedeva il significato irripetibile della Comune di Parigi. La “Costituzione comunale” si proponeva infatti esplicitamente di sfuggire all’autonomizzazione e all’irrigidirsi delle forme politiche, rispetto ai “molti” da cui esse erano state originariamente promosse. Le democrazie insorgenti non distruggono solo un regime autoritario, ma combattono la tendenza a solidificare la rivolta in nuove forme di astrazione, di dominio dell’Uno sui molti.

14. Quando oggi la democrazia spettacolare viene presentata come uguaglianza realizzata, questa è menzogna ed illusione; perché alla sua base sussiste un torto e una disuguaglianza sostanziale. Tuttavia, l’esistenza di questo torto non rende inutile il parlare di democrazia, ma ne costituisce l’essenza politica profonda: la democrazia non è uno Stato realizzato, ma il processo rivoluzionario grazie al quale i senza parte acquistano consapevolezza di sé e pretendono di rovesciare il rapporto di disuguaglianza in cui si trovano. Se l’uguaglianza è riconosciuta come principio, ma in effetti lo Stato esclude una parte dei senza parte dalla cittadinanza, allora chiederne un’applicazione più completa ed estesa significa riattivare il conflitto tra chi è privo di diritti e chi li possiede. Come ha mostrato Jacques Rancière nel caso del proletariato e del movimento delle donne, il riconoscimento formale del principio d’eguaglianza inaugura lo spazio in cui il torto può essere riconosciuto come tale, in cui si apre il disaccordo e il conflitto perché l’eguaglianza venga effettivamente realizzata. Battendosi per la cittadinanza e l’eguaglianza i “senza parte” si riconoscono come soggetto insorgente, in una consapevole lotta di classe e pongono le condizioni comunicative e simboliche della loro liberazione.
La democrazia è per sua essenza la rivendicazione di un torto e l’attivazione di un conflitto. La democrazia iscrive nel centro stesso dell’azione politica il disaccordo, il riconoscimento e il rifiuto del torto, la negazione della disuguaglianza. Nell’insorgenza democratica –che non può essere ridotta alla sola emancipazione economica- il popolo diviene ciò che prima non era, grazie all’articolazione linguistica e politica del suo diritto all’eguaglianza: soggetto riconosciuto come tale, uscito dalla sua condizione di minorità. Iscrivendo nel diritto scritto la rivendicazione di eguaglianza, i senza-parte escono dal loro mutismo dominato, divenendo consapevoli della propria potenza costituente. Il popolo, il demos, tende a essere sempre o più di se stesso –senza parte che divengono soggetto politico-, o meno di se stesso –plebe e massa amorfa, passiva materia di dominio.

15. Nel 1832, durante un processo, il rivoluzionario Auguste Blanqui –richiesto della sua professione- rese la risposta simbolica: “proletario” e costrinse la corte a riconoscere l’esistenza di un soggetto, che –in quanto tale- non ne possedeva alcuna. Proletario significava infatti semplicemente colui che non ha nulla e non significa nulla; nella risposta di Blanqui, diventa un soggetto di diritti, che richiede il riconoscimento della propria eguaglianza. In una insorgenza rivoluzionaria, affermarsi come soggetto di diritti è altrettanto importante che impadronirsi dei mezzi di produzione. Aver trascurato questa verità, affidandosi all’automatico intensificarsi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, costituisce una delle debolezze maggiori del marxismo; mentre Marx stesso nei suoi scritti sulla Comune poneva la questione dei diritti politici e dell’uguaglianza al centro della sua riflessione. La fiducia cieca nel progresso tecnico, nello sviluppo ad ogni costo, nella crescita continua dei mezzi di produzione e nel suo sbocco rivoluzionario, costituisce l’utopia delusa del marxismo; mentre invece la lotta di classe conserva la sua bruciante attualità come nucleo profondo dell’azione politica. Cosa dovrebbe rispondere oggi un “senza parte” posto nelle stesse condizioni di Aguste Blanqui? Forse dovrebbe rivendicare con orgoglio simbolico di essere “Clandestino”, fuori delle leggi attuali dello Stato e disposto a lottare per un essere sociale in cui venir riconosciuto a pieno titolo “Cittadino”. Il passaggio dalla clandestinità alla cittadinanza è oggi un passaggio politico rivoluzionario, e riguarda in primo luogo i migranti e gli esclusi, ma anche tutti coloro che una condizione crescente di precarietà priva di luogo, di radice, di legame a un ambiente riconosciuto e riconoscibile di vita; vite e lavori precari, cui è impedito ogni progetto, che non sia la chiacchiera spettacolare; uomini cui è stato sottratto, in senso letterale, il tempo futuro e –con esso- il respiro della speranza.

16. Alle politiche della Società Autoritaria –realizzate da feroci politici clown- occorre rispondere con una ripresa espansiva del diritto di cittadinanza. Il lavoro politico democratico mira a costruire l’identità di una parte dei senza parte e includere in essa sia gli immigrati privi di diritti, che gli Italiani colpiti e immiseriti dalla nuova struttura gerarchica del potere. La loro divisione è mantenuta e coltivata con tutti i mezzi della società spettacolare, oltre che con l’uso sempre più frequente dello stato d’emergenza e di “insicurezza”.
Dentro o fuori le istituzioni esistenti, l’importante è che l’azione politica produca “inclusioni d’eguaglianza”. Da questo punto di vista i diritti dell’uomo e del cittadino non possono certo divenire un feticcio, buono a nascondere la disuguaglianza economica; ma possono essere uno strumento di riconoscimento identitario e di soggettivazione egualitaria dei senza parte. L’emancipazione sociale non può essere disgiunta dall’emancipazione politica, dalla lotta contro la caricatura del diritto imposto dalla Società Autoritaria.

17. In una nuova definizione del diritto di cittadinanza non si può prescindere da una “coscienza di luogo”. La parola “cittadino” allude oggi non solo al riconoscimento astratto e giuridico dell’eguaglianza e delle pari opportunità di lavoro e di vita (benché anche queste siano sempre più disattese dalla politica della Società Autoritaria), ma anche alla condizione concreta di “abitante della città”, una condizione materiale non vincolata al ciclo del capitale e alla produzione di valore. Ogni uomo ha diritto in primo luogo alla conservazione e alla salvaguardia dell’aria, della terra, dell’acqua e del fuoco (energia) del luogo in cui vive. Questo diritto elementare, base di ogni altro, gli è oggi negato da una sfruttamento illimitato delle risorse, retto dalla logica dello sviluppo e del profitto, che entra in contraddizione con la possibilità stessa della vita. La cittadinanza presuppone la salvaguardia del luogo e la cura per la sua qualità di vita. Essa non può essere limitata dall’etnia, dalla religione, dalla cultura di origine. Chi lavora e abita in un luogo ha diritto di partecipare alle assemblee, ai presidi, all’elettorato attivo e passivo, alla gestione delle vie di comunicazione, della sanità e dell’informazione del luogo di cui condivide il futuro ed ha il dovere di preservarne la qualità di vita e le risorse naturali. Egli è responsabile, in quanto cittadino, dei diritti e dei doveri che la sua appartenenza al luogo comporta. Il compito più urgente della democrazia insorgente è la richiesta della cittadinanza piena per i migranti che svolgano un lavoro lecito e utile in tutto il territorio italiano (intendendo con ciò la concessione dei diritti civili, politici e sociali). La definizione di lavoro “utile e lecito” richiede d’altra parte l’eliminazione del lavoro “nero” e clandestino e il riconoscimento della pari dignità di ogni lavoratore, del suo reddito minimo garantito: e inoltre l’abolizione di ogni forma di sfruttamento e di licenziamento sottratta al controllo delle leggi.

18. La salvezza delle risorse naturali dal modello economico che oggi le consuma richiede a un tempo, senza contraddizione, la “coscienza del luogo” in cui si vive, e il riconoscimento del diritto universale alla sopravvivenza della vita. Tutelando l’acqua e l’aria del paese o della valle in cui abito, contribuisco anche, come cittadino, alla difesa dell’acqua e dell’aria come beni universali, come risorsa comune e condivisa. Sempre più si intensificherà lo scontro tra gli Stati-funzione del capitale, che mirano all’incremento illimitato dello sfruttamento economico, e gli interessi vitali dei cittadini, che non vogliono vivere in un territorio desertificato o cementificato o ridotto a cumulo di rifiuti. Tra breve si imporrà una scelta radicale tra una tecnica guidata dalla volontà di potenza sulla natura e orientata al suo sfruttamento illimitato, e una tecnica che si ponga al servizio della qualità dei beni piuttosto che della loro quantità. Ciò non comporta affatto il rifiuto della scienza e della tecnica, ma –al contrario- un salto di paradigma nella loro struttura e nella loro finalità, una svolta copernicana già altre volte avvenuta nella storia dell’umanità. L’apparato tecnico deve essere adeguato alle attuali necessità vitali degli esseri umani e non viceversa.

19. Presidi, cantieri, consigli, municipi partecipati, si radicano nella realtà e nella coscienza del luogo, e vi difendono beni universali condivisi. La coscienza del luogo richiede perciò momenti di riconoscimento e di articolazione in cui le diverse realtà prendano contatto l’una con l’altra, e sostengano una lotta e un’iniziativa comuni. E’ possibile pensare a una Assemblea Costituente, in cui ogni presidio o comune mandi i propri delegati a rappresentarlo; ma essi sarebbero soggetti a un mandato imperativo e la loro nomina sottoposta a revoca in ogni momento, su richiesta della maggioranza dei cittadini che li hanno delegati. Un patto federativo può essere la base di una democrazia insorgente, fondata sui luoghi dove le comunità e le persone si formano, vivono, agiscono: le città e i territori.

20. In uno dei momenti più cupi della storia del 900, Walter Benjamin scriveva che la rivoluzione non era paragonabile alla locomotiva del progresso lanciata a folle velocità verso l’avvenire, ma piuttosto a un freno d’emergenza, che occorreva azionare, per impedire la catastrofe prodotta dal capitalismo; solo opponendo il principio del limite e del rispetto della vita a quello dello sviluppo e del profitto illimitato sarebbe possibile sperare ancora nella salvezza della terra. Questo compito è urgente e non rinviabile: il senso del nostro agire politico, e forse della nostra intera esistenza, dipende dalla tempestività e dall’efficacia della nostra insorgenza.

Avvertenze. Il termine “democrazia insorgente” è stato proposto da Miguel Abensour. La riflessione sulla democrazia come disaccordo, come torto e “parte dei senza parte”, è stata sviluppata da Jacques Rancière. “Coscienza di luogo” è un concetto proposto da Pierluigi Sullo. La riflessione sulla società dello spettacolo ha come principale riferimento Guy Debord. La complementarità fra atomizzazione e dispotismo risale a un testo di Tocqueville studiato da Claude Lefort. In un punto del testo viene utilizzata una frase di Hegel sul crollo dell’Ancien Régime. Si sono tenute presenti le Tesi sul nuovo fascismo, pubblicate anni fa dalla rivista “Luogo Comune”.