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Nodding desease, la malattia misteriosa che sembra un effetto collaterale



Kampala (Uganda), 29 giugno 2012 –
Come se non bastassero il Lord's Resistance Army ed i suoi bambini soldato, in questi anni l'Uganda sta vivendo un altro dramma, che sembra però aver conquistato decisamente meno il cuore e le menti degli organi di informazione del Nord del mondo (anche se gli anglofoni conoscono probabilmente questa storia da molto più tempo di noi), forse perché su Joseph Kony - il signore della guerra che ha rapito l'infanzia a circa 60mila bambine e bambini, come raccontato in una recente intervista da Grace Akallo[1], ex bambina soldato proprio dell'Esercito di Resistenza del Signore, ad Inter Press Service – si è ormai creata una sorta di industria, fatta di video di denuncia sbagliati (il famoso “Kony2012”, che racconta una realtà un po' diversa dall'Uganda di oggi, come sostiene Rosebell Kagumire, giornalista e blogger ugandese[2]) magliette e gadget vari e che spesso dietro alla caritatevole umanità occidentale malcela interessi di altra natura.

Nancy la bambina-soldato non l'ha fatta. Si è sempre presa cura dei suoi fratelli. «Una brava ragazza, umile e lavoratrice», raccontava suo padre – Michael Odongkara – a Amy Fallon ed al quotidiano britannico The Independent ad aprile[3]. Tutto però cambia nel 2004, quando per Nancy Lamwaka, che oggi ha dodici anni, iniziano i problemi. Non riesce più a trattenere la saliva, le labbra si gonfiano, ogni volta che tocca cibo la sua testa inizia ad oscillare ed il suo corpo a tremare. Quattro anni dopo smette di parlare.

Questa misteriosa malattia è stata battezzata col nome di “nodding desease” (dall'inglese to nod, “ciondolare il capo”, caratteristica peculiare della malattia). Negli ultimi tempi – ormai si parla già di anni se non di decenni, con i primi casi registrati in Sudan e Tanzania già negli anni '60 – sta colpendo i bambini tra i cinque ed i 15 anni del Nord Uganda, dove stando alle stime del governo ugandese sono già 200 i morti e circa tremila i contagiati nel giro di due anni.
I medici non hanno ancora trovato una cura. Anche perché non sanno neanche da che parte iniziare a cercarla.
Non si sa da dove arrivi la malattia né come venga trasmessa. Fino ad ora le uniche informazioni accertate dai ricercatori sono le modalità in cui essa si manifesta – in particolare convulsioni, ritardo mentale derivante da atrofia cerebrale ed il ciondolamento del capo che l'aveva fatta inizialmente equiparare ad una forma epilettica, anche se sembra più corretto avvicinarla alla narcolessia[4] – nonché l'attivazione dei sintomi attraverso il contatto con alcuni cibi.

Un terzo dei medicinali antimalarici è contraffatto. Pagano i poveri del mondo, non Big Pharma

foto: lifemarketing.wordpress.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/un-terzo-dei-medicinali-antimalarici-e-contraffatto-pagano-i-poveri-del-mondo-non-big-pharma/28876/

Londra, 24 giugno 2012 – Secondo uno studio realizzato dai ricercatori del Fogarty International Center e del National Institute of Health ci sarebbero migliaia di campioni di medicinali antimalaria falsi. I ricercatori si sono basati sullo studio di 1.500 campioni relativi a sette antimalarici in sette stati del Sud Est asiatico e su 2.500 campioni prelevati in 21 stati dell'Africa sub-sahariana. Nessuno studio, invece arriva da Cina e India, paesi che sommano insieme circa un terzo della popolazione mondiale e dalla quale sembrano provenire molti dei medicinali contraffatti.
I ricercatori americani, inoltre, dichiarano come questi dati potrebbero dover essere ritoccati verso l'alto, in quanto potrebbero esserci casi non riportati per errore o non divulgati dalle compagnie farmaceutiche.

I dati, oggi, parlano di 3,3 miliardi di persone che rischiano di contrarre la malaria, una malattia considerata endemica in 106 paesi nonostante dal 2000 – stando a quanto dichiara l'Organizzazione mondiale della sanità – il rischio mortalità nel mondo si sia ridotto di un quarto (del 33% nei paesi africani che fanno parte dell'Organizzazione). Numeri che, come evidenziava a maggio Gaurvika Nayyar – a capo della ricerca – a Michelle Roberts della BBC[1], potrebbero essere ben diversi qualora «i medicinali messi a disposizione dei pazienti fossero efficaci, di alta qualità ed usati correttamente».

Lo studio evidenzia come sia più che carente la rete di strutture necessarie al monitoraggio della qualità dei medicinali somministrati, alla quale si aggiunge una scarsa consapevolezza del comparto medico riguardo le terapie nonché la facilità di aggiramento delle norme vigenti da parte delle organizzazioni criminali che hanno fiutato da tempo il business, come evidenzia un lungo articolo del Malaria Journal[2] pubblicato lo scorso anno.
I medicinali contraffatti, denuncia lo studio, contengono una quantità estremamente ridotta di artemisina (l'anti-malarico considerato attualmente più efficace), cosa che permette solamente di alleviare i primi sintomi della malattia e di passare alcuni test di base per l'autenticazione. La presenza di ingredienti sbagliati nei farmaci contraffatti, peraltro, può portare anche a gravi effetti collaterali qualora questi vengano assunti assieme ad altri medicinali quali quelli per il trattamento dell'Aids, ancora presente in molti dei paesi sottoposti allo studio.

Quello del mercato dei medicinali contraffatti è, però, un business consolidato delle reti criminali internazionali.

Le mani di cosa nostra sui diamanti insanguinati

foto: ondanomala.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/le-mani-di-cosa-nostra-sui-diamanti-insanguinati/28503/

Johannersburg (Sudafrica), 10 giugno 2012 – Diecimila carati al mese, per un investimento di sei milioni di euro e la prospettiva di triplicare nel giro di poco tempo la quantità di diamanti importata.

È questo il nuovo business di cosa nostra, come spiega Riccardo Lo Verso sull'ultimo numero del mensile “S”. Tutto parte il 19 febbraio dello scorso anno, quando in un albergo della città sudafricana, quando sette uomini di diversa nazionalità si sono seduti al tavolo di un albergo per investire il loro denaro, che almeno in un caso – non conoscendo l'identità degli altri businessman – devono essere riciclati.
Antonino Messicati Vitale, uno degli uomini seduti al tavolo, è infatti boss di Villabate, latitante dalla fine del 2010. 40 anni, figlio di Pietro, condannato durante il maxiprocesso e successivamente ucciso in un agguato, ha percorso le orme del padre, comprensive di un decennio trascorso in carcere. È considerato un leader carismatico, tanto da essere invitato al summit organizzato a Bagheria il 12 marzo 2011, a due mesi dal meeting sudafricano.
Sarebbe lui, dicono gli inquirenti, uno degli uomini chiave del accordo che avrebbe dovuto aprire un nuovo canale nella via del traffico internazionale di pietre preziose. A provarlo ci sarebbe un contratto – di cui il mensile è in possesso – siglato durante quell'incontro, firmato da alcuni partner europei e dal Zimbabwe Group, o Zimbgroup.

Secondo le indagini, il gruppo sudafricano si farebbe rappresentare in Italia da Salvatore Ferrante, titolare in Sudafrica anche di fattorie ed allevamenti di bestiame insieme alla sorella Pina, alto dirigente dell'African Dune, multinazionale specializzata nella commercializzazione su vasta scala di pietre preziose. I due, inoltre, sono anche gli zii della madre di Messicati Vitale. Sarebbero, secondo gli inquirenti, il vettore attraverso il quale i diamanti avrebbero viaggiato tra Italia e continente africano, ed è molto probabile – data la parentela – che siano stati proprio loro ad ospitare Messicati Vitale in una terra che sta ormai diventando meta ambita per mafiosi in fuga (Vito Roberto Palazzolo insegna[1]).

Non è dato sapere se nell'incontro di Bagheria venne tirato in ballo anche il discorso dei diamanti, in quanto gli inquirenti non riuscirono a piazzare microspie all'interno del locale, anche se è ipotizzabile che Messicati Vitale sia diventato una sorta di “ministro delle Finanze” dei clan palermitani, o quantomeno di una parte di essi (quelli dei mandamenti di Pagliarelli, Porta Nuova e Bagheria). Tracce di questo nuovo business potrebbero arrivare dall'esame dei libri mastri trovati in possesso di Vincenzo Coniglio, parrucchiere di Corso Calatafimi e contabile della famiglia mafiosa di Porta Nuova, così da poter dare un'identità agli altri sei uomini seduti a quel tavolo nel febbraio 2011.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/arrestato-in-thailandia-vito-palazzolo.html

Gli speculatori del cibo


Secondo Fao ed Ocse, i prezzi di alcune materie prime del comparto agricolo aumenteranno sensibilmente nel giro di un decennio, nonostante la produzione sia in aumento. Dalle campagne africane fin dentro ai nostri supermercati, chi - e come - specula sul cibo?


Daadab (Kenya) - 450.000 persone su un territorio di circa cinquanta chilometri quadrati, con un incremento di oltre mille persone al giorno che si stanziano su quel fazzoletto di terra che è circa la metà della città di Firenze. Sarebbe, per estensione, la terza città più popolosa del Kenya. Se solo fosse una città.

Siamo a Dadaab, un'ottantina di chilometri dal confine con la Somalia, nella zona nord-ovest della Repubblica kenyana, in quello che è considerato il campo profughi più grande del mondo. Aperto nel 1998, dati grandezza e popolazione è stato suddiviso in tre campi più piccoli – Hagadera, Ifo e Dagahaley – ai quali si stanno via via aggiungendo altri campi, come Ifo II, da quando è stato dichiarato inadeguato ad accogliere nuove persone. Cosa che succedeva tre anni fa.
Tre ospedali, quindici ambulatori e una ventina di scuole. Questo offre la “città dei rifugiati” a chi scappa da una guerra – quella somala – mai realmente placatasi dal 1991. Nonostante l'ampio dispiegamento di forze “umanitarie”, però, la crisi nel campo non è affatto risolta. Basti considerare che solo la metà dei bambini riesce ad accedere all'istruzione primaria e un terzo a quella secondaria, anche per i tentativi di esclusione verso i nuovi arrivati, ai quali viene imputato di abbassare il livello di istruzione di cui è possibile usufruire.
I rifugiati sono costretti a rimanere all'interno dei campi, nei quali sono identificati solo attraverso un braccialetto giallo e un pass di identificazione. Questo però comporta che coloro che risiedono da più tempo all'interno dei campi siano completamente dipendenti dagli aiuti umanitari distribuiti dalle tantissime organizzazioni non governative presenti a Dadaab. Capire se siano loro ad aver bisogno degli aiuti o, al contrario, le ong a “campare” sui rifugiati diventa impresa assai ardua.

L'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR), che gestisce il campo insieme ad alcune organizzazioni non governative come Oxfam e Medici senza frontiere, ha definito in 43,7 milioni le persone che scappano dai propri paesi per il clima – cambiamenti climatici e, nello specifico, la peggiore siccità registrata nel Corno d'Africa negli ultimi sessant'anni - le guerre o la fame. A questi vanno poi aggiunti altri 27,5 milioni di sfollati che rimangono però all'interno dei propri paesi d'origine.

A questo punto – data anche la vicinanza con il periodo festivo – potremmo mettere la questione in termini “umanitaristi” e sfruttare il senso di colpa che viene a noi occidentali (o quanto meno dovrebbe venire) quando vediamo le immagini dei bambini che subiscono l'essere nati nel continente povero del mondo dalle brochure o dagli spot da trenta secondi che passano in televisione ma che servono – parzialmente – solo per lenire in parte la colpa di essere nati nel “ricco e democratico” Occidente. Sono ormai decenni che queste campagne vengono fatte, che schiere di organizzazioni non governative ci invitano a donare, ad adottare a distanza e tutte queste belle cose che, però, non migliorano di un millimetro la situazione generale.

Plan Condor II. Come il nord del mondo sta ricreando il debito del Sud.


Undici anni fa, in occasione del Giubileo, una campagna d'opinione chiese ai paesi del Nord del mondo di cancellare il debito che verso di loro avevano contratto i paesi del Sud. Ad oggi, però, non solo quel debito non è stato cancellato, ma si assiste ad una sempre maggiore opera di ri-colonizzazione, in particolare attraverso l'acquisizione delle terre o l'uso dei titoli "tossici". Un procedimento che, oggi, viene usato anche nella "cara e vecchia" Europa

«Io adesso mi rivolgo all'onorevole D'Alema/approfitto del microfono per parlarle di un problema/Chissà quanti già le avranno sottoposto la questione/ma io vorrei usare il microfono e la televisione/per chiederle da qui di dare un segno profondo/alla questione del debito estero/di molti paesi del Sud del mondo(...)»[1]

Queste erano le parole – qualcuno ricorderà – con cui Jovanotti si presentò, ormai undici anni fa, al Festival di Sanremo e con le quali chiedeva, a nome dei tanti che in quel “movimento di opinione” si riconoscevano, di cancellare il debito che i paesi del Sud del mondo avevano contratto nei confronti del ricco Nord. A distanza di una decade e qualche briciola, però, quell'”appello” a D'Alema – allora presidente del consiglio italiano – è evidentemente rimasto inascoltato (forse perché l'epistola aveva completamente sbagliato il destinatario, ma questo è un altro discorso...) ed oggi quel debito è vivo più che mai. Non solo, peraltro, i paesi del cosiddetto Primo mondo non lo hanno cancellato, ma stanno sempre più tentando di metterci le mani sopra. Perché senza il Sud del mondo, inteso nella sua accezione economica e geopolitica che in quella geografica, non esisterebbe alcun Nord.

Negli anni Settanta-Ottanta, il Nord si assicurava questa posizione anche – e soprattutto – attraverso l'uso della forza militare. La storia di paesi come Argentina, Cile, Brasile e molti altri paesi dell'America Latina è lì a testimoniarlo. Lo chiamarono “Plan Condor”[2]. Servì agli Stati Uniti per combattere il comunismo – e l'opposizione in genere – nel “cortile di casa” dell'America Latina.
Oggi che i regimi amici si instaurano attraverso le rivolte pacifiche (o “colorate”, fate voi), l'immagine dei cattivi è affidata ad agenzie pubblicitarie (leggasi alla voce Rendon Group o Bell Pottinger Public Relations) e dove gli equilibri geopolitici stanno dando origine ad un mondo tendenzialmente multipolare – non ultima la creazione della Celac in America Latina[3] – bisognava trovare uno strumento che modernizzasse il plan Condor. E cosa c'è di meglio – lo vediamo tutti i giorni anche nella cara vecchia Europa – della “moda” dei fondi speculativi (in inglese “vulture funds”, “fondi avvoltoio”, guarda caso...)?
Fondi speculativi e land grabbing. Sono questi gli strumenti del colonialismo del ventunesimo secolo.

Un cane che si morde la coda. 227 milioni di ettari. A tanto ammonta, stando al rapporto di settembre dell'organizzazione Oxfam[4], la quantità di terra che attraverso contratti di vendita o locazione ha subito un vero e proprio passaggio di proprietà negli ultimi dieci anni.

Zimbabwe, finisce l'era Mugabe, tornano i diamanti di sangue?


Harare (Repubblica dello Zimbabwe)– Solo diciotto mesi, poi Robert Mugabe, il padre-padrone dell'ex Rhodesia Meridionale, dovrà cedere il posto. Si aprono così i giochi per la successione, anche se per la popolazione potrebbe cambiare davvero poco.

Più che una successione, una puntata di “Beautiful”. L'incertezza sul nuovo corso del paese – accentuata dalla serie di tradimenti che si stanno verificando in questi mesi – vede per ora due potenti fazioni in lotta sia per la “successione al trono” sia tra di loro, per la ridefinizione degli equilibri di potere che normalmente avvengono in questi casi.

Da una parte c'è il clan guidato da Joyce Mujuru, attuale vice-presidente e moglie del generale Solomon Mujuru, morto – in circostanze ben lontane dall'essere chiarite – in un incendio nella sua abitazione lo scorso 15 agosto, dall'altra Emmerson Mnangagwa, attuale ministro della Difesa.
Ambedue – come ricorda il sito PeaceReporter – possono contare su un sistema di potere molto simile, essendo appoggiati da settori importanti delle forze armate e potendo disporre di quote in società statali e parastatali, imprese, proprietà immobiliari e terriere accumulate attraverso gli espropri. E si sa come, nell'Africa delle dittature, siano più le fortune personali – e le amicizie con i salotti buoni dell'Occidente – a fare la differenza politica.

Tra i due litiganti il terzo gode? Mentre le due fazioni giocano a scacchi con l'equilibrio dei poteri, proprio dalle forze armate potrebbe arrivare, per entrambi, la minaccia più consistente. All'interno dei militari, infatti, si starebbe creando un terzo gruppo, «contro il Global Political Aggrement del 2008 e contro il governo di unità nazionale, così come anche contro la road map elettorale», come riporta un editoriale dello Zimbabwe Independent. Questo gruppo, che «sembra pensare che le due principali fazioni dello Zanu (il partito di Mugabe) abbiano fallito nel gestire la successione a Mugabe» potrebbe ritrovarsi alleato proprio il futuro ex-presidente, alla luce anche del patto che sarebbe stato stipulato tra Joyce Mujuru e Mnangagwa.
È stato sventato anche il possibile attacco che i due avrebbero portato al presidente nel congresso di partito che si terrà a Bulawayo tra il 6 ed il 10 dicembre prossimi, tramutato invece in conferenza (e dunque depauperato di qualsiasi potere decisionale).

Il mio regno per un carico di diamanti (insanguinati). Una decina di giorni fa – come ricorda Alberto Tundo sul già citato Peacereporter – in Zimbabwe sarebbe arrivato un carico di armi “made in China”, attraverso un non meglio identificato mediatore africano. È bene ricordare che da ormai un decennio lo Zimbabwe si fa ufficialmente rifornire nel settore da società come il ramo internazionale della Norinco (China North Industries Corporation), con la quale dal 2006 ha creato una joint-venture – 60 per cento all'industria cinese, 40 per cento alla Zimbabwe Defense Industries – che prevede la fornitura di armi in cambio dello sfruttamento delle risorse minerarie, in primis di diamanti.
In tal senso un segnale importante sembra essere arrivato lo scorso 31 ottobre, quando il Kimberley Process – l'accordo tra industria diamantifera, i governi dei paesi coinvolti in tale industria (tra cui l'Italia) ed alcune organizzazioni non governative per fermare la commercializzazione dei “blood diamond” - ha dato il via libera alla vendita dei diamanti raccolti in tre siti del complesso di Marange. Victoria Nuland, rappresentante americana alla riunione, ha definito “compromesso necessario” il voto favorevole (gli Stati Uniti si sono astenuti) per evitare che il Kp si sfasciasse. Con questo voto, comunque, il potere di persuasione sullo Zimbabwe è fortemente diminuita. E quei 340 milioni di dollari su cui si attesta – dati 2010 – la produzione dei diamanti fa gola a più d'uno.

Tra diciotto mesi, dunque, lo Zimbabwe potrebbe trovarsi ad un bivio: da una parte l'ennesima guerra civile, dall'altra un presidente che, come seconda lingua, potrebbe parlare cinese.

Professione: porcellino d'India


Kano (Nigeria), 1996 - Un'epidemia di meningite ha appena colpito la popolazione (in particolare i bambini): 120 i nuovi casi che si registrano giornalmente. Un'equipe dell'ong Medici Senza Frontiere si era aggiunta ai medici locali per far fronte all'emergenza, finché non arrivarono quelli della Pfizer Inc., la più grande società del mondo per quanto riguarda ricerca, produzione e commercializzazione dei farmaci con sede a New York, Stati Uniti. Tra i farmaci a cui stava lavorando in quel periodo c'è il Trovan, un antibiotico fino a quel momento testato su un solo bambino. Nonostante le sole sei settimane in cui il farmaco viene messo a punto (quando di solito ci vuole un anno), i medici della Pfizer sbarcano a Kano con l'intento di provare il loro antibiotico sulla popolazione locale. Tutti i medici tranne uno: Juan Walterspiel, esperto di malattie infantili per la multinazionale, che aveva esplicitato in una lettera la sua contrarietà alla sperimentazione sui bambini di Kano. Risultato: medico licenziato e duecento bambini assoldati come cavie. Di questi undici muoiono. Non si sa se per la malattia o perché il farmaco viene somministrato anche a quei bambini che non reagiscono positivamente. Secondo la Pfizer, comunque, il loro farmaco è sicuro.
La FDA (Food and Drug Administration, l'organizzazione governativa che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici ed alimentari) comunque permette che in territorio americano il farmaco possa essere utilizzato solo dalla popolazione adulta, mentre in Europa il Trovan viene tolto dal mercato. Sfuma così un affare che gli economisti di Wall Street avevano valutato in un miliardo di dollari all'anno. Praticamente niente per il giro d'affari di Big Pharma.

«Hai tra i 18 e gli 85 anni? Vuoi dare una mano alla ricerca scientifica e – allo stesso tempo – guadagnare un po' di soldi senza fare troppa fatica? Se non assumi droghe e godi ottima salute, stiamo cercando proprio te! Diventa volontario della ricerca. Prestaci il tuo corpo per sperimentare nuovi farmaci. Non te ne pentirai!»

Questo è – più o meno – l'annuncio-tipo che si può trovare in alcune bacheche universitarie (per lo più nelle facoltà di medicina) o in siti come gpgp.net, un sito creato appositamente per incontrare domanda e offerta di “porcellini d'India” (o “guinea pigs” in inglese). No, niente a che fare con il commercio dei roditori. I “porcellini d'India” sono persone sane che decidono (non sempre di propria sponte, ed è semplice capire il perché, come vedremo) di prestare il proprio corpo alle multinazionali del farmaco, che lo utilizzeranno per sperimentare nuovi farmaci o quelli con brevetto in fase di scadenza.

Biologia del dominio: sullo stupro correttivo e la violenza istituzionale


La donna che vedete nella foto si chiama Millicent Gaika. La sua storia l'abbiamo conosciuta in quest'ultimo periodo in rete: qualche settimana fa, infatti, Millicent è stata vittima di uno stupro cosiddetto “correttivo”, una pratica con la quale gli uomini tentano di “correggere” la “devianza” delle ragazze e delle donne lesbiche. Il suo “correttore”, Andile Ngoza, durante la violenza le ripeteva frasi come «so che sei lesbica. Non sei un uomo, pensi di esserlo, ma ora ti faccio vedere che sei una donna». Arrestato, è stato rilasciato su cauzione – l'equivalente di 10 dollari – e adesso è a piede libero. Niente di stupefacente, comunque, se si considera che il Sud Africa ha deciso di affidare le chiavi del potere nazionale a Jacob Gedleylhlekisa Zuma, uno dei principali esponenti del movimento anti-apartheid sul quale pendeva fino a non molto tempo fa l'accusa di aver “corretto” la figlia lesbica di un suo amico. Il processo che l'ha scagionato – c'è da scommetterlo – farebbe dubitare della propria posizione anche il più fervente difensore dei giudici che tanto di moda sembrano andare in questa fase storica del nostro paese. Ma questa è un'altra storia...

Nonostante la “rainbow nation” sia stata inneggiata per la lotta contro le discriminazioni (tanto da essere stato il primo paese al mondo ad inserire nella propria carta costituzionale – art. 1, paragrafo b) - il reato di discriminazione su base sessuale la realtà oggi è ben diversa, tanto che quella degli stupri correttivi sta diventando una vera e propria piaga sociale. Dal luglio 2007, data del primo caso noto - sono trentuno gli stupri correttivi denunciati, ventiquattro dei quali conclusi con l'uccisione della vittima. Il caso più conosciuto a livello internazionale è sicuramente stato quello di Eudy Simelane, la “stella” della nazionale femminile di calcio, trovata seminuda ed uccisa con venticinque coltellate all'alba del 28 aprile 2008.
Nonostante il lavoro delle organizzazioni locali, però, le grandi ong che si ergono all'”universale” difesa dei diritti umani, né i media mainstream né i governi “democraticamente umani” dell'Occidente sembrano interessarsi al problema o, quanto meno, sembrano identificarlo come meno rilevante rispetto a diritti umani più “spendibili” in termini di regime change (il caso Sakineh-Iran di qualche mese fa – peraltro completamente rimosso dai media occidentali – riecheggia ancora nelle orecchie di molti...). Tale mancanza potrebbe avere due chiavi di lettura: o l'incuria derivante dalla mancanza di interessi “strategici” - economici e/o neo-coloniali (l'affaire Libia insegna) - dell'Occidente in Sud Africa oppure, semplicemente, il fatto che né la cara vecchia Europa né gli Stati Uniti d'America – culla di civiltà e democrazia – possano ergersi a “moralizzatrici” dato che anche da noi il fenomeno omofobico sta diventando sempre più preoccupante.

Sporchi di cioccolato

Arrivano spesso dal Mali, dove vengono acquistati da intermediari che poi – una volta oltrepassato il confine con la Costa d'Avorio – li rivendono per l'equivalente di poche centinaia di euro ai proprietari delle piantagioni di cacao, dove i bambini vengono schiavizzati finché non ripagano un debito che non hanno chiesto di contrarre. Sono loro, bambini di età compresa tra i cinque ed i quindici anni, il gradino inferiore nella scala dello sfruttamento mondiale del mercato del cacao, un mercato dove neanche l'”equo-solidale” sembra essere davvero equo.

Nell'aprile dello scorso anno l'ong canadese Greenpeace fece partire una campagna-shock (denominata “Kit Kat Killer”) contro la multinazionale svizzera Nestlé – la più grande azienda alimentare del mondo – accusata di utilizzare olio di palma proveniente dalla distruzione delle foreste torbiere indonesiane da parte del gruppo Sinar Mas. Questo il video che accompagnava la campagna:

La stessa dinamica di questo video – così come lo stesso obiettivo, la Nestlé – potrebbe essere utilizzata per un'altra, fondamentale, campagna. Quella contro lo sfruttamento del lavoro minorile nelle piantagioni di cacao in Africa, in particolare in Costa d'Avorio, che ne è il principale produttore mondiale (insieme al Ghana copre circa il 60% della richiesta mondiale). «Non sono come i meninos de rua dell'America Latina, che non hanno legami» - dice Alfonso Gonzales, ex direttore di “Terre des Hommes” - «qui dietro un bambino c'è sempre un adulto che li manda per strada a mendicare o a vendere».

Snodo del traffico di esseri umani che interessa il continente africano è il Sahara, dove si incrociano strade e destini dei piccoli maliani venduti in Benin, in Costa d'Avorio o in Ghana e quelle di nigeriani e camerunensi che vanno a lavorare in Libia o in Tunisia prima di tentare il viaggio della speranza nel Mediterraneo.
Sono circa 1,2 milioni i minori che – stando ai dati dell'organizzazione “Save The Children” - ogni anno vengono comprati per essere sfruttati nel mercato della prostituzione (le ragazze) o destinati a lavori più fisici – in particolare nel settore agricolo – i maschi. 5,7 invece, sono i milioni di bambini costretti al lavoro forzato.
A paesi come India, Cina – che guidano la speciale classifica – o Stati Uniti, lo scorso dicembre il Dipartimento del Lavoro americano ne ha dovuti aggiungere ben dodici alla lunga lista dei settanta che ad oggi sfruttano il lavoro minorile: Angola, Repubblica Centroafricana, El Salvador, Etiopia, Lesotho, Madagascar, Mozambico, Namibia, Rwanda, Zambia e Zimbabwe, per un totale di 215 milioni di minori. In alcuni paesi, come la stessa India o il Pakistan, il compito di chi combatte lo sfruttamento minorile è ancora più arduo, dato che questi paesi – non disponendo di una legislazione che fissi l'età minima per andare a lavorare – di fatto non considerano il lavoro minorile come “sfruttamento”.

Particolarmente importante è il lavoro che il Dipartimento e molte organizzazioni umanitarie stanno facendo nell'ambito dello sfruttamento minorile nelle piantagioni di cacao.

Italia-Libia-Egitto: il triangolo dove spariscono gli “illegali”

El Hassnah (Deserto del Sinai) - «Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli la guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo. [...] L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità».

Se fosse ancora vivo, probabilmente oggi Ryszard Kapuściński dovrebbe rivedere questo passaggio del suo meraviglioso libro “L'Altro”, inserendo una quarta possibilità: l'indifferenza totale, come quella che da circa un mese nasconde uno dei più gravi casi di violazione dei diritti umani che sta avvenendo a pochi passi da casa nostra, al confine tra Egitto ed Israele, dove un gruppo di beduini tiene in ostaggio circa 250 persone tra sudanesi, somali, nigeriani, etiopi ed eritrei la cui unica caratteristica comune è quella di essere profughi. Chi - come i sudanesi - scappa da una guerra e chi, semplicemente, scappa da situazioni di povertà estrema, ma tutti accomunati dal sogno di arrivare in quella terra promessa che risponde a nomi come “Libertà”, “Pace” e “Democrazia”.
Un sogno che – come ci ha magistralmente raccontato Fabrizio Gatti in “Bilal” (libro che dovrebbe essere inserito in tutti i programmi d'istruzione del mondo) – spesso si trasforma in incubo, come quello che dagli inizi di novembre stanno vivendo 80 eritrei – tra cui bambini e donne incinte – incappati nella doppia tagliola del traffico di esseri umani e degli accordi internazionali che trasformano migranti, richiedenti asilo e profughi in “illegali”.

Duemila euro. È questo il prezzo della libertà. È questa, infatti, la somma richiesta dai beduini per traghettare i 250 migranti attraverso il golfo della Sirte, il Nilo e poi Suez, attraversando illegalmente il confine dell'Egitto dopo essere scampati alla giustizia libica. Libia, Egitto, Italia: è questo – oggi – il vero Triangolo delle Bermuda. È su queste rotte che spariscono i “clandestini per legge”, arrivati ai confini della Fortezza Italia voluta dal ministro Maroni e da Gianfranco Fini (a cui, però, va solo l'onere e l'onore di aver aggiornato una legge “di sinistra” come la Turco-Napolitano) e spediti immediatamente verso la Libia e l'Egitto, terre dalle quali difficilmente ne tornano indietro notizie.

Come si diventa terroristi? La storia di Omar Hammami



Come si diventa terroristi? Quali sono i processi - psicologici e sociali in particolare - che portano un giovane americano come tanti a diventare uno dei leader di Harakat al Shabaab al-Mujahideen (o, più semplicemente, Al Shabaab), cioè una delle più accreditate sigle della "galassia" quaedista?
Christof Putzel di CurrentTv ci conduce in un viaggio tra Daphne, in Alabama e Mogadiscio, Somalia, per scoprire la storia di Omar Hammani, meglio noto come Abu Mansur Al-Amriki. Ma siamo davvero di fronte a "terrorismo"? O forse quella di Omar, alla base, è solo la volontà di un giovane di non accettare i valori della comunità nella quale è nato?

Perché tutti abbiamo lo stesso sangue e sotto il sole la stessa ombra.

Da qualche parte nel deserto vicino a Tindouf (Algeria, Sahara Occidentale) – Secondo gli storici sahara greci la storia è ciclica. Non succede mai niente di nuovo, assistiamo sempre alla riproposizione di qualcosa che è già avvenuto. Magari secoli addietro piuttosto che decenni, ma niente di nuovo. Se in questo momento mi trovassi davanti uno di questi storici greci gli chiederei se è vero che la storia è ciclica, come si definisce quella storia che si ripete nello stesso identico momento, con l’unica differenza nella dislocazione geografica? Prendiamo per esempio la storia del popolo palestinese, che più o meno conosciamo tutti: da oltre un secolo le loro terre vengono quotidianamente stuprate dagli anfibi dei militari e dei cittadini degli insediamenti israeliani senza che nessuna di quelle “istituzioni democratiche” – tantomeno gli stati che ne fanno parte -muova un dito per porre fine allo stupro.

Ma questo non succede solo in Palestina. La stessa cosa accade al confine tra il Cile e l’Argentina, dove da ormai quattro secoli il popolo Mapuche lotta – ignorato dalla maggior parte della comunità internazionale e dai suoi media – per riottenere quelle terre che i Conquistadores, quei criminali in Europa descritti come “eroi” in quel sovvertimento semantico delle parole che tanto ci piace per cui chiamiamo “terrorista” un popolo che lotta per la sua terra o “esportazione della pace” una guerra, gli hanno ingiustamente sottratto. E come i Mapuche si comportano i Sahrawi, l’unico popolo ad avere ricreato uno “stato in esilio” nella storia umana. Ma procediamo per gradi.

  • Un po’ di storia…

Con la conferenza di Berlino del 1884/85 gli europei si spartirono – con l’ausilio di righello e squadra – il continente africano. Questa non fu solo una spartizione di terre, ma fu anche e soprattutto la distruzione di società secolari, di tessuti sociali perfettamente equilibrati e, spesso, distruzione di intere famiglie, con fratelli che si trovavano dall’una e dall’altra parte di quelle strane e non certo naturali (ancor più se decise a tavolino…) invenzioni denominate “confini” che, fin dai tempi dell’Impero romano, altro non sono che il tentativo di definire su cosa – e soprattutto su chi – un’entità statale ha proprietà. Se poi consideriamo che, in particolare nella zona desertica, il continente africano era attraversato spesso da comunità nomadi (come i Kel Tamahaq – che in Occidente sono insultati col nome di “tuareg”- o gli stessi Sahrawi) possiamo immaginare che razza di shock sociale possa essere stato quello di ritrovarsi, ad un certo punto del cammino, dinanzi a barriere doganali, muri e protezioni varie presidiate giorno e notte da persone in divisa.

Raccogliendo briciole...



SE AVESSIMO DEI BENI, DOVREMMO DISPORRE ANCHE DI ARMI PER DIFENDERLI [San Francesco]




Circa 23 miliardi e 352 milioni di euro è la cifra che la finanziaria 2008 dello stato italiano ha inscritto alla voce “spese militari”.
A Gleneagles (g8 2005) l'Italia si era impegnata a dare lo 0,51% del PIL entro il 2010 e lo 0,7 entro il 2015. Abbiamo mantenuto il 3% di quella promessa, e – dando la colpa alla crisi – probabilmente daremo un taglio anche a quel 3%, azzerandolo o quasi.
L'immagine che viene fuori nei giorni dei vari G8 è sempre la stessa: come novizi apostoli seduti intorno al tavolo dell'ultima cena (non certo la loro...) questi signori ammirano i miracoli del dio di turno: non un dio “divino” come quello rappresentato dal quadro di Leonardo. Ma un dio “terreno”, “materiale”. Si chiama dio Denaro ed è quel dio talmente ingiusto da rendere possibile una situazione – come ci dice padre Alex Zanotelli - in cui 3 famiglie (le tre famiglie americane più ricche) possiedono in ricchezza il corrispettivo del Prodotto Nazionale Lordo annuo di 48 stati africani che rappresentano 600.000.000 di persone.

“Un miliardo di persone nel pianeta vivono con meno di un dollaro al giorno. Non stanno tentando di battere nessun record e non hanno fatto voto di povertà, la loro realtà non è una scelta ma la loro unica possibilità. ”

cantava Jovanotti alcuni anni fa. Viviamo in un mondo in cui da una parte si uccide un moscerino perché fastidioso e dall'altra sono i bambini che muoiono per una puntura di un moscerino.
A scuola ci hanno insegnato che esistono un “primo” ed un “terzo” mondo. Peccato che il mondo, almeno fino a nuovo ordine, sia unico per tutti quanti. Sia quelli che dovrebbero abitare in quello “a 5 stelle” sia quelli che abitano nell'ultimo mondo.
Con l'aiuto – quel poco che è stato dato finora – dei paesi ricchi è stato possibile salvare molte vite (si stima sui 3.000.000 di persone) dal virus dell'Hiv e mandare ben 34 milioni di bambini a scuola. Questo vuol dire che abbiamo creato – potenzialmente – 34 milioni di artisti, di politici, di economisti, di premi Nobel.
Con questa crisi, però, rischiamo che di questi 34 milioni di bambini pochi possano permettersi di continuare gli studi, e quindi magari di poter insegnare ad altri bambini a salvarsi dalla povertà, perché tutti i governi, tutte le istituzioni che chiamiamo sovranazionali e che dovrebbero salvaguardare l'andamento del mondo (come il FMI, quello stesso organismo che permette la situazione di povertà e disoccupazione in Argentina...) dicono che non ci sono i soldi. Eppure tutti o quasi trovano i soldi per gli armamenti ( a quest'anno sono 1464 miliardi di dollari, cioè il 2,4% del Prodotto Interno Lordo mondiale).

"Quando tagliate gli aiuti levate il cibo dalla bocca dei bambini affamati; togliete letteralmente gli aghi dalle vene dei malati. Le economie di tutti i paesi sono un disastro, eppure tutti - eccetto l'Italia - mantengono le loro promesse ai più poveri. Signor Berlusconi, come può guidare il G8? Dov'è la sua credibilità?" [Bob Geldof intervista Berlusconi - La Stampa 05/07/2009]

Quando parliamo di Africa, quando parliamo di quello che convenzionalmente chiamiamo “Terzo Mondo”, spesso lo facciamo con animo giustamente ma posticciamente caritatevole.
Perché? Perché molti di noi si limitano a fare la solita donazione a questo o quell'ente (niente di sbagliato, intendiamoci...) e poi continuare a vivere la propria vita borghesemente ovattata.
A me viene in mente un vecchio aforisma della saggezza orientale:

“Se un uomo ha fame non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare.”

E' questo secondo me il miglior modo per aiutare davvero le popolazioni povere. Se riusciamo ad insegnare ad un ragazzo povero a leggere, a scrivere ed a potersi difendere (e in tal senso non intendo niente di violento), gli insegniamo allo stesso tempo a poter essere egli stesso insegnante per altri (la propria famiglia, la propria tribù, etc etc...). Immaginate voi con 34 milioni di maestri cosa sarebbero in grado di fare.

Se possiamo mettere fine alla miseria e alle privazioni con interventi relativamente economici e facilmente attuabili, quali ad esempio le zanzariere, i farmaci contro l'Aids, o una manciata di semi e fertilizzanti, allora non abbiamo scelta. Dato che possiamo, allora dobbiamo. (Bono)