La Basilicata, piccola regione del Sud Italia, presenta tutte le caratteristiche di una vera e propria bomba ecologica a cielo aperto, dove si nascondono pesanti eredita' ed interessi legati allo smaltimento dei rifiuti.
Rifiuti Connection di Pietro Dammarco, giornalista fondatore e coordinatore di Ola (Organizzazione Lucana Ambientalista www.olambientalista.it), 40 minuti per capire cosa succede sotto il sole della regione più dimenticata d'Italia.
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Rifiuti connection
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Andrea Intonti
Pubblicato
9/01/2011 06:41:00 PM
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Andrea Intonti
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5/04/2011 05:06:00 PM
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Continua il viaggio di Señor Babylon all'interno del narcotraffico internazionale e della guerra che si sta combattendo in Messico tra i cartelli della droga (quali sono i principali lo abbiamo visto nel post "Messico-Italia. Sulla rotta dei narcos tra canzoni e cocaina") e l'esercito. Con una serie di documentari - per lo più in spagnolo ed inglese - partendo dalla cittadina di Reynosa andremo a vedere come si stanno organizzando i cittadini - alle prese con fenomeni di sparizioni simili a quelle dell'Argentina di Videla - passando per il lavoro delle polizie nel vecchio continente, là dove la tratta sudamericana e quella africana si incontrano.
Aggiungetegli il prefisso "narco", chiamatela "lotta tra cartelli" o come vi pare: quello che succede per le strade di Reynosa - cittadina messicana dello stato di Tamaulipas, al confine con gli Stati Uniti - è una vera e proprio guerra. Da un lato l'esercito "regolare", fatto di gente in divisa che, al di là dell'alta percentuale di corruzione, tenta di evitare che il Messico si trasformi nell'ennesimo "narco-stato"; dall'altro c'è l'esercito dei cartelli della droga. Come in tutte le guerre anche in questa ci sono i morti, i feriti e gli scomparsi. Esattamente come succede in Iraq o in Afghanistan. Ma se ogni tanto i media europei si occupano di questi due paesi, è quasi impossibile trovare notizie riguardanti il Messico, nonostante il paese stia diventando la principale fonte da cui la criminalità organizzata europea ('ndrangheta in particolare) compra la droga che poi mette in circolazione per le strade del Vecchio Continente.
È una guerra che, evidentemente, non interessa neanche agli Stati Uniti, che trovano nei cartelli messicani - come vedremo - un interlocutore importante per quanto riguarda non solo il traffico di droga, ma anche per quanto riguarda il traffico di armi.
«Il mondo è oggi più sicuro» ha detto il Presidente Barack Obama in riferimento all'omicidio di Osama Bin Laden, che con la sua morte sembra aver conseguito un'altra vittoria fondamentale contro il c.d."Occidente democratico": far capire ai popoli che quelli che tanto decantiamo come "universali" diritti umani altro non sono che uno dei tanti strumenti di cui le grandi potenze mondiali dispongono per tutelare la loro grandezza. Perché come sempre più sta venendo fuori nel dibattito internazionale - un dibattito che non scalfisce minimamente l'Italia, che ancora una volta dimostra di non avere la caratura necessaria per appartenere ad alcuna "comunità internazionale" - quella nei confronti dello sceicco del terrore è una vera e propria vendetta, nonostante il "nostro" mondo utilizzi quotidianamente termini come "giustizia" e, appunto, "diritti umani universali". La domanda che ci si sta ponendo è se si possa in qualche modo "abdicare" alle "leggi di giustizia" di fronte ad un terrorista. Persino a Norimberga si è fatto un processo. Ma questa è un'altra storia...
In realtà - io credo - il mondo non è né più né meno sicuro di quanto non lo fosse una settimana fa, semplicemente perché i "grandi terroristi" come le industrie di armi ed i suoi trafficanti, i cartelli della droga o la grande industria farmaceutica (la c.d. "Big Pharma") rimangono tranquillamente al proprio posto, senza che nessuno osi scalfirne il potere dichiarandogli guerra.
Anzi, molto spesso sono proprio queste a rendere "grande" un paese. Basti pensare - tornando un po' indietro con la memoria storica - allo scandalo "Iran-Contras" del 1985.
Come si diventa terroristi? La storia di Omar Hammami
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Andrea Intonti
Pubblicato
11/21/2010 07:06:00 PM
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Come si diventa terroristi? Quali sono i processi - psicologici e sociali in particolare - che portano un giovane americano come tanti a diventare uno dei leader di Harakat al Shabaab al-Mujahideen (o, più semplicemente, Al Shabaab), cioè una delle più accreditate sigle della "galassia" quaedista?
Christof Putzel di CurrentTv ci conduce in un viaggio tra Daphne, in Alabama e Mogadiscio, Somalia, per scoprire la storia di Omar Hammani, meglio noto come Abu Mansur Al-Amriki. Ma siamo davvero di fronte a "terrorismo"? O forse quella di Omar, alla base, è solo la volontà di un giovane di non accettare i valori della comunità nella quale è nato?
Sconfiggere il terrorismo. (da Current Tv)
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Andrea Intonti
Pubblicato
10/13/2010 12:19:00 PM
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Tra il 1983 ed il 2009 nello Sri Lanka si è combattuta una tra le guerre più ignorate dall'intero circuito mediatico mondiale tra la maggioranza etnica cingalese (di religione buddhista) e quella tamil (di religione induista) il cui Fronte di Liberazione - le c.d. Tigri Tamil - è considerato il gruppo terroristico che ha dato origine al terrorismo moderno e fonte di ispirazione per i gruppi terroristici moderni. Allo stesso tempo, però, migliaia di morti e desaparecidos (tra combattenti, popolazione civile e giornalisti) si sono registrati tra le fila tamil. Sono stati davvero loro i terroristi?
Shopocalisse e società McDonaldizzata
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
1/06/2010 04:09:00 PM
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«Credi di avere tanti giocattoli?» chiede un padre alla propria bambina. «Sì», risponde lei, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo. «E perché hai tanti giocattoli?» continua il padre. «Perché tu e la mamma me li comprate...e perché è Natale!»
Questa è una delle scene in qualche modo più emblematiche di “What would Jesus buy?” (“Cosa comprerebbe Gesù?”), il docu-film proposto da CurrentTv per la sua programmazione natalizia.
Sicuramente un documento che non passa certo inosservato, ma da Morgan Spurlock – che oltre ad esserne il produttore, è anche l'uomo che ha attentato alla propria vita con una dieta a base di McDonald's in “Super size me” - c'era da aspettarselo.
Il documentario (o docu-film, come appunto lo etichettano quelli della rete di Al Gore) segue per un mese il tentativo di redenzione delle masse del Reverendo Billy, al secolo Bill Talen, 58enne attore teatrale che da anni combatte contro le grandi corporation Usa ed il consumismo, vero fattore di identità sociale per l'umanità odierna.
Il Reverendo, come ogni buon reverendo americano che si rispetti, ha anche una Chiesa: la Church of Stop Shopping grazie alla quale, con l'aiuto di sua moglie, alcuni attori ed alcuni religiosi veri (che compongono il coro gospel con il quale si accompagna) combatte dal pulpito – spesso centri commerciali, negozi delle grandi catene americane (Starbucks, Disney, Wal-Mart) – la sua dissacrante guerra per esorcizzare il mito dello shopping sfrenato. Al grido di «Topolino è l'Anti-Cristo» - tanto da averlo anche crocefisso – non è difficile incontrare la sua platinata chioma, o il suo “$aving Bus” lungo la retta via. Quando non è in viaggio, lo si può trovare nella chiesa newyorkese di Saint Marks in the Bowery nell'Est Village, dove le sue prediche – basate principalmente su comandamenti come “il prodotto ha più bisogno di te di quanto tu non abbia bisogno di lui” o “comprare non è poi così interessante come non farlo” - diventano dei veri e propri show (con tanto di esorcismi ai poveri fedeli-spettatori). Il modo di porsi è quello dei veri predicatori americani – o di Beppe Grillo in Italia – pericoloso e al contempo stupefacente cancro americano.
Non è un reverendo vero, naturalmente, ma la maschera di Rev. Billy è utile a combattere le nuove cattedrali del consumo (centri commerciali, ipermercati, catene di negozi etc...), come le ha definite George Ritzer – uno dei massimi esperti di teoria sociale e critico della cultura contemporanea – le quali ci “costringono” a consumare beni e servizi.
Quella religiosa, se ci pensiamo, è un ottima metafora per definire la società moderna, tribal
izzata in gruppi dove la differenza etnica non è più definita dal colore della pelle o dal luogo di nascita, ma dal centro commerciale dove si fa la spesa quotidianamente o dalla banca con la quale si ha la carta di credito.Luci, colori, personaggi sorridenti creano quel mondo – quello da “principessa delle favole Disney” - in cui le grandi corporation ci spingono ogni giorno. E proprio la tanto decantata Disney, gioia delle madri (che possono tenere i propri figli occupati tra Bambi, Alladin e Pocahontas mentre fanno le faccende di casa) e disperazione dei padri (o per meglio dire dei loro portafogli) rappresenta il principale nemico da abbattere in questa crociata del XXI secolo portata avanti – con l'ironia – da personaggi come Rev.Bill e con serietà – sia nei contenuti che nei modi – da persone come Naomi Klein e tutto il movimento anti-globalizzazione.
Perché se la facciata della Disney è quella che tutti conosciamo, quel che c'è dietro è un po' diverso: se a Disneyland non mancano sorridenti riproduzioni plastificate di Topolino, Paperino, il Re Leone, dall'altra parte del globo, in zone come il Vietnam, la Birmania, Haiti, vengono prodotti abiti e gadget vari – questi ultimi spesso associati non per caso ai “gustosi” panini McDonald's – da giovani lavoratrici poco più che 15enni, per qualcosa come 20 centesimi l'ora. Per loro, quello stesso paese incantato nel quale si portano i pargoli rassomiglia più al castello della strega cattiva.
«Sono aziende che sfruttano la manodopera. Non ha senso comprare un regalo di Natale che ha dietro la sofferenza di chi lo ha fabbricato. Quello che è un male per le persone laggiù diventa un male anche per noi. Là è il lavoro schiavistico, qui è il modo in cui decadiamo nel più stupido consumismo, nel rimbambimento da pubblicità e nella depoliticizzazione. Vaghiamo come turisti nella nostra stessa vita», dice Rev. Billy.
«Questo è un posto abusivo. È atterrato nel quartiere come un alieno venuto dallo spazio con la sua falsa aria bohemien e il latte fresco geneticamente modificato. Ma la buona novella è che non abbiamo bisogno di tutto ciò», osò dire una volta nel tentativo di esorcizzare la cassa di uno Starbucks, il gigante del caffellatte e derivati made in Usa che, per far fronte alle sue incursioni, ha creato – insieme alle altre sue vittime – un memorandum ufficiale, da distribuire ai suoi dipendenti, dal titolo “Che cosa fare se Reverendo Billy compare alle casse”, che Talen ha reputato così autopromozionale da appropriarsene per un suo libro (questa è forse la “pecca” principale del rev: quella di produrre libri e dvd delle sue imprese, ma è pur sempre un attore, non gli si può certo chiedere di campare con le offerte dei fedeli. D'altronde è la stessa tecnica del “nuovo santone dell'Antisistema” italiano, cioè Beppe Grillo...)
Se i modi sono pittor
eschi – d'altronde stiamo sempre parlando di un attore – il suo messaggio è decisamente serio, ed è ormai sostenuto da un gran numero di persone. Una volta, nel periodo immediatamente successivo alla battaglia di Seattle del 1999 – data in cui ricade “ufficialmente” la nascita dei primi movimenti anti-globalizzazione – chi si prodigava in queste opere di redenzione veniva etichettato come un no-global (che, grazie al circuito mediatico mainstream – al cui vertice ci sono quegli stessi uomini e quelle stesse imprese multinazionali – sono entrati ormai nell'immaginario comune come meri terroristi spacca-vetrine). Oggi, invece, si può tranquillamente parlare di cittadinanza informata.Come viene esplicitamente detto nel docu-film, nessuno vuole la morte del consumo, d'altronde non stiamo certo parlando di dinosauri, ma un consumo diverso, critico e ponderato, con un ritorno ad un consumo dal volto umano, per così dire. Cosa significa questo? Innanzitutto tentare di far girare l'economia intorno al luogo in cui si vive, ad esempio facendo sì che i profitti americani rimangano in America, che quegli italiani rimangano nel nostro paese e così via, permettendo così al paese di avere tutto ciò di cui ha bisogno, eliminando al contempo il concetto stesso di “azienda multinazionale".
Una sorta di autarchia, insomma. Quella stessa autarchia che permetterebbe così a me – consumatore italiano – sia di sapere, magari anche tramite la conoscenza diretta, chi produce ciò che mangio, di cui mi vesto o che adopero, e sia di evitare di far entrare nel mio paese produzioni pericolose (il caso del latte avvelenato prodotto in Cina, con tutto ciò che avrebbe potuto comportare una sua commercializzazione su scala mondiale credo sia ancora nell'immaginario dei più).
Disobbedienza commerciale. Potremmo definirla così l'opera messianica di Rev.Billy e dei tanti che – come il sottoscritto – credono che un altro consumo sia possibile, parafrasando lo slogan più famoso del movimento no-global.
Disobbedienza che, nel caso di Bill Talen, è resa possibile anche grazie a nuovi modi di
comunicare, come il cultural jamming, il guerrilla marketing ed i flash mob, fenomeni spesso creati da quegli stessi Padroni della Società dell'Opulenza contro i quali tali metodi si abbattono.Un flash mob è una aggregazione spontanea di persone, organizzata in rete, che si incontrano da qualche parte per inscenare qualcosa prima di dileguarsi rapidamente (come fanno Rev.Billy e i suoi aiutanti). Organizzandosi tramite i nuovi mezzi di comunicazione – sms, e-mail, social network – queste persone decidono un punto in cui ritrovarsi per fare qualcosa di cui, solitamente, conoscono i dettagli poco tempo prima di iniziare. Tra i più famosi flash mobs ci sono il pillow fight (la battaglia di cuscini) e lo zombie walk (dove le persone si comportano – anche usando abbigliamento e trucco – da zombie), ma chiunque abbia un'idea su cosa fare con un'imprecisata massa di persone può dare il via ad un flash mob. È stato inizialmente utilizzato come forma di promozione virale dalle grandi aziende (come il flash mob targato Nokia alla salaborsa di Bologna), ma si è presto sottratto al giogo del suo creatore per diventare – anche – fenomeno politico. Nel film “Battle to Seattle” - sulla nascita del movimento no-global – il flash mob viene contestualizzato in chiave politica, tramite il blocco del traffico creando dei cerchi di persone agli incroci delle strade per arrivare al luogo dove si riuniva il WTO.
Con il termine guerrilla marketing – introdotto da Jay Conrad Levinson nel 1982 - si intende quella tattica di comunicazione che punta tutto sull'impatto, giocando quindi sulle corde emotivo-cognitive dell'utenza finale. Lo scopo di un'operazione di guerriglia marketing è quella di inoculare nel sistema virus in grado di moltiplicarsi nella mente dei consumatori. Proprio per questo – appunto – ha bisogno di un forte impatto (e quindi di un modo di comunicare originale), perché la sorpresa e lo spiazzamento ingenerati nel consumatore generano passaparola, ed il passaparola è il mezzo di trasmissione del virus. Proprio per questo la guerriglia viene fatta in luoghi e posti dove l'advertising consciousness (cioè la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un fenomeno pubblicitario) è più bassa. Essendo una tecnica di guerriglia – cioè di un tipo di lotta armata tra un esercito regolare e piccole formazioni irregolari – è a basso budget, proprio perché i guerriglieri, come d'altronde insegnano i libri di storia, dispongono di risorse (sia economiche che militari) inferiori rispetto all'esercito che fronteggiano. Per questo – così come la guerriglia militare – il guerrilla marketing si sviluppa con attacchi brevi ed improvvisi (i sabotaggi e le imboscate della guerriglia propriamente detta). In termini di contro-guerriglia, e quindi in funzione “anti-multinazionale” o comunque anti-consumistica, si basa sulla distruzione semantica dei brand values, cioè di quei valori (anche “etico-morali”) di cui il brand – la marca - si fa portatore sano.
Avendo come obiettivo specifico la sfera psicologica, la buona riuscita di un'operazione di guerrilla marketing dipenderà dall'efficacia della narrazione, cioè della “sceneggiatura” (con tanto di definizione dei personaggi e delle ambientazioni) dell'azione di guerriglia. Più essa sarà efficace, infatti, più riuscirà a coinvolgere l'utente finale (che si chiami poi consumatore, spettatore o altro è irrilevante), al quale rimarrà più facilmente in memoria ciò a cui ha assistito, che è lo scopo di questo tipo di marketing virale (perché se ti rimane in memoria vuol dire che sei in grado di raccontarlo ad altri, producendo così quel fenomeno di passaparola sul quale si basa questa azione).
Se il guerrilla marketing pone l'accento sulla forza della sua sceneggiatura, di contro il culture jamming – o cultural jamming (“sabotaggio culturale” in italiano) – si prefigge lo scopo di porre il consumatore di fronte alla pervasività dei messaggi pubblicitari veicola
L'idea alla base del sabotaggio culturale è quella di far prendere coscienza al consumatore, svegliandolo – come fa Rev. Billy con i suoi sermoni ed i suoi esorcismi – dalla situazione di consumatore passivo, trasformandolo in un consumatore attento e critico, che si tratti di consumi commerciali (quelli combattuti dal reverendo) o mediatici (quelli a cui si rivolge più propriamente questo tipo di azione comunicativa).
Non è necessario possedere uno spirito guerrigliero per evitare un mondo a misura di McDonald's, basta capire che il consumo può essere inteso come un'azione di natura politica, e – come tale – deve essere fatto in maniera critica (così come, in maniera critica, ci si avvia alle urne). Altrimenti la Shopocalisse si abbatterà su di noi!
Welcome back!
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
8/05/2009 03:17:00 PM
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"Vogliamo ringraziare l'amministrazione Obama per i suoi determinati sforzi di ottenere la liberazione e l'ex presidente Bill Clinton per la sua disponibilità a intraprendere questa missione".
Con queste parole Al Gore e Joel Hyatt, fondatori di Current Tv, hanno ufficializzato la liberazione – dopo 140 giorni – delle giornaliste (o, per usare la dicitura della rete televisiva, la Vanguard-journalist) Laura Ling ed Euna Lee. Il 10 luglio, quando ero venuto a conoscenza di questa notizia scrivevo:
Come ho sempre detto, se passi le giornate a guardare Current Tv – e se immagini che il tuo modo di fare giornalismo debba essere esattamente quello dei giornalisti di Current – diventano un po' come membri di famiglia, ed è per questo che devo fortemente ringraziare l'ex presidente statunitense Bill Clinton per aver riportato a casa Laura ed Euna.
Liberate Laura ed Euna!!
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
7/10/2009 09:35:00 AM
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“Intenti ostili”.
Nessuno sa in realtà cosa voglia dire, ma sta di fatto che da ormai 115 giorni è l'accusa con cui Laura Ling e Euna Lee, giornaliste di Current tv, sono detenute nelle carceri della Corea del Nord. L'articolo 63 del Codice penale nordcoreano prevede dai cinque ai dieci anni di prigione per gli stranieri che raccolgono illegalmente notizie nel paese. E se stai indagando – come le due giornaliste, rispettivamente di origine coreana e cinese ma di passaporto statunitense - sul traffico di giovani donne nordcoreane oltre il confine con la Cina, probabilmente, a qualcuno sta
Qualora l'accusa di essere entrate illegalmente su suolo nordcoreano venisse considerata valida, e secondo la legge nordcoreana non c'è la possibilità di ricorrere in appello, le due giornaliste sarebbero costrette a 10 anni di lavori forzati.
Non so se a voi è mai capitato di guardare il programma Vanguard su Current Tv (se non l'avete mai fatto o siete di quelli che ogni volta che prendono il telecomando in mano gli cade riaccendete quella scatoletta infernale ed andate sul canale 130 di Sky, vi assicuro che ne vale davvero la pena...), i Vanguard-journalist - di cui Laura Ling è vicepresidente - svolgono il loro lavoro “con sole inchieste sul campo” - che è poi anche lo slogan che hanno scelto per il programma – e quindi potete immaginare che tipo di difficoltà ne possano derivare. Appena sono venuto a conoscenza di questa notizia mi è venuta in mente subito la mai – da m
Noi siamo sempre i primi a mobilitarci, siamo sempre i primi ad andare in soccorso di chi ha bisogno, checché se ne dica e se ne pensi. Per questo vi chiedo di fare il possibile affinché si possa fare pressione su governi ed opinione pubblica mondiale affinché Laura ed Euna possano tornare libere ed a svolgere il loro meraviglioso lavoro. Vediamo di non smentirci.
Qui trovate il sito aperto per raccontare cosa sta accadendo a Laura ed Euna: http://www.lauraandeuna.com/
Qui un piccolissimo excursus sul loro lavoro a Current Tv: http://www.lauraandeuna.com/bios/
Qui alcuni dei loro reportage: http://www.lauraandeuna.com/videos/
E qui come poterle aiutare: http://www.lauraandeuna.com/how-to-help/
La Nigeria dell'oro nero.
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
3/08/2009 10:56:00 AM
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di Mariana Van Zeller per Current Tv
I video originali di questo articolo non sono più disponibili in rete. Qualcosa dello stesso genere lo trovate a questo indirizzo http://current.com/items/76468982_nigerias-fuel-crisis.htm
La Nigeria, nello specifico la regione del Delta a sud del paese, viene spesso identificata con povertà ed instabilità politica. Un quadro che rappresenta poco la reale ricchezza della regione che oggi esporta circa 2 milioni di barili di petrolio al giorno e garantisce il 40% del gas naturale del continente. Un business che però lascia ben poco spazio alla partecipazione dei nigeriani. Sono infatti le grandi compagnie petrolifere multinazionali a gestire il mercato del cosiddetto oro nero e del gas.
La Nigeria è paese membro dell’OPEC dal 1971, tuttavia i governi locali di turno non hanno mai messo a punto una strategia economica per lo sviluppo del paese. Hanno invece dato il loro benestare alle attività di estrazione delle compagnie straniere attraverso un’apertura al
capitale straniero senza valutazione di impatti ambientali e, quindi, senza alcuna tutela dei diversificati e già esistenti settori produttivi locali.
La regione del Delta del Niger, a trent’anni dall’inizio delle esplorazioni del greggio, si presenta come una grande distesa di campi irrigati da fuoriuscite di greggio e fiumi ricoperti dal suo strato nero. Una coltre nera in costante espansione sulla scorta della crescente domanda di gas e petrolio a livello mondiale, che ha portato alla strutturazione di grandi progetti nell’area come il Bonny Island e il West African Gas Pipeline.
La città di Port Harcourt è definita la roccaforte delle grandi compagnie, un paesaggio marcato dai grandi impianti di estrazione del petrolio. Tecnici e militari sono i personaggi che popolano questa parte del paese. Si tratta dei tecnici della Shell, della Chevron o dell’Agip. I militari sono invece “gli occhi e le orecchie del re” dei governi conniventi.
Le attività relative all’estrazione degli idrocarburi richiedono infatti una grande presenza di militari nella regione per garantire alle compagnie di procedere in sicurezza rispetto alle minacce dei gruppi di ribelli. Il fenomeno degli attacchi ai dipendenti delle grandi compagnie petrolifere risale agli inizi degli anni ’90. Il primo gruppo che ebbe una certa eco fu il MODOP, il gruppo costituito dalla comunità degli Ogoni. Il MOSOP avviò una campagna contro la Shell affinché la compagnia si prendesse maggiori responsabilità in merito al forte inquinamento causato e provvedesse ad una più equa redistribuzione dei profitti.
Tra il 2002 ed il 2004 si è assistito ad una recrudescenza della lotta armata dei ribelli contro le attività di estrazione dell’oro nero tanto che la regione ha registrato una diminuzione del 15 percento dei propri proventi dal settore. L’antagonista principale della presenza straniera
nell’area a sud del paese è oggi il Movement for the Emancipation of the Niger Delta (MEND). Minacce di morte e rapimenti sono oramai molto frequenti.
Il clima di grave instabilità del paese rappresenta oggi la fase avanzata di una crisi interna mai sanata. Tra le fila del MEND ci sono tante donne ed anche molti bambini. L’immagine è quella di una guerra intestina in cui il popolo del Delta della Nigeria, affamato e esasperato, combatte la classe dirigente locale - che da anni svende la propria terra e la propria popolazione. La violenza ai danni dei dipendenti delle grandi compagnie rimane un tentativo di sabotaggio delle scelte degli stessi governi locali.
I video originali di questo articolo non sono più disponibili in rete. Qualcosa dello stesso genere lo trovate a questo indirizzo http://current.com/items/76468982_nigerias-fuel-crisis.htm
La Nigeria, nello specifico la regione del Delta a sud del paese, viene spesso identificata con povertà ed instabilità politica. Un quadro che rappresenta poco la reale ricchezza della regione che oggi esporta circa 2 milioni di barili di petrolio al giorno e garantisce il 40% del gas naturale del continente. Un business che però lascia ben poco spazio alla partecipazione dei nigeriani. Sono infatti le grandi compagnie petrolifere multinazionali a gestire il mercato del cosiddetto oro nero e del gas.
La Nigeria è paese membro dell’OPEC dal 1971, tuttavia i governi locali di turno non hanno mai messo a punto una strategia economica per lo sviluppo del paese. Hanno invece dato il loro benestare alle attività di estrazione delle compagnie straniere attraverso un’apertura al
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La regione del Delta del Niger, a trent’anni dall’inizio delle esplorazioni del greggio, si presenta come una grande distesa di campi irrigati da fuoriuscite di greggio e fiumi ricoperti dal suo strato nero. Una coltre nera in costante espansione sulla scorta della crescente domanda di gas e petrolio a livello mondiale, che ha portato alla strutturazione di grandi progetti nell’area come il Bonny Island e il West African Gas Pipeline.
La città di Port Harcourt è definita la roccaforte delle grandi compagnie, un paesaggio marcato dai grandi impianti di estrazione del petrolio. Tecnici e militari sono i personaggi che popolano questa parte del paese. Si tratta dei tecnici della Shell, della Chevron o dell’Agip. I militari sono invece “gli occhi e le orecchie del re” dei governi conniventi.
Le attività relative all’estrazione degli idrocarburi richiedono infatti una grande presenza di militari nella regione per garantire alle compagnie di procedere in sicurezza rispetto alle minacce dei gruppi di ribelli. Il fenomeno degli attacchi ai dipendenti delle grandi compagnie petrolifere risale agli inizi degli anni ’90. Il primo gruppo che ebbe una certa eco fu il MODOP, il gruppo costituito dalla comunità degli Ogoni. Il MOSOP avviò una campagna contro la Shell affinché la compagnia si prendesse maggiori responsabilità in merito al forte inquinamento causato e provvedesse ad una più equa redistribuzione dei profitti.
Tra il 2002 ed il 2004 si è assistito ad una recrudescenza della lotta armata dei ribelli contro le attività di estrazione dell’oro nero tanto che la regione ha registrato una diminuzione del 15 percento dei propri proventi dal settore. L’antagonista principale della presenza straniera
nell’area a sud del paese è oggi il Movement for the Emancipation of the Niger Delta (MEND). Minacce di morte e rapimenti sono oramai molto frequenti.
Il clima di grave instabilità del paese rappresenta oggi la fase avanzata di una crisi interna mai sanata. Tra le fila del MEND ci sono tante donne ed anche molti bambini. L’immagine è quella di una guerra intestina in cui il popolo del Delta della Nigeria, affamato e esasperato, combatte la classe dirigente locale - che da anni svende la propria terra e la propria popolazione. La violenza ai danni dei dipendenti delle grandi compagnie rimane un tentativo di sabotaggio delle scelte degli stessi governi locali.
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