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I cattivi maestri del Messico


(foto: Reporte Indigo)

Ciudad de México (D.F., Messico) - Ni un paso atrás. Nonostante Ingrid e Manuel, le due tempeste che hanno devastato un'ampia parte della República messicana, non arretra di un millimetro la protesta dei maestri della Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación (CNTE) contro la Ley General del Servicio Profesional Docente.
Da circa due mesi insegnanti, studenti, genitori con figli in età scolare occupano piazze e strade per protestare contro la riforma neoliberista dell'istruzione pubblica e del lavoro dei docenti travestita da riforma educativa, alla quale si aggiunge la protesta contro la privatizzazione di uno dei pochi asset strategici rimasti al paese: l'industria petrolifera Pemex.

La “malariforma”
Mentre i giovani dei tre partiti principali – il Partido Revolucionario Institucional oggi al governo, il Partido de la Revolución Democrática ed il Partido de Acción Nacional – chiedono il rinnovamento della classe dirigente, i loro leader si uniscono nel “Patto per il Messico”, voluto per una nuova “transizione democratica” del paese. Parte fondamentale di questa alleanza transpartitica, la riforma dell'istruzione è stata imbastita fin dal contestato arrivo di Enrique Peña Nieto al governo a dicembre, con la modifica degli articoli costituzionali riguardanti l'educazione (il 3 ed il 73) già conclusa prima di Natale.
Nel concreto, la riforma vede i docenti diventare “soggetti amministrativi” sottoposti ad una valutazione che, qualora risultasse negativa per tre volte, vedrebbe la riassegnazione ad altra funzione non docente. In questo processo, però, non sono stati previsti spazi per la partecipazione di sindacati e associazioni dei docenti né per il contraddittorio in caso di riassegnazione. In più scompare il diritto di inamovibilità per chi decide di svolgere un'attività che gli impedisca di insegnare, tra le quali l'attività sindacale. Per la valutazione è stata poi pensata una apposita istituzione, l'Istituto Nazionale per la Valutazione dell'Educazione (INEE, nella sua sigla in spagnolo) con il quale le decisioni in merito a promozioni, permanenza nel posto di lavoro e questioni legate al reddito dei docenti passano al Ministero della Pubblica istruzione federale, scavalcando de facto l'autonomia degli Stati federali.

Insieme ai maestri, ad occupare scuole e strade ci sono anche i genitori degli studenti, soggetti anche loro alla riforma, che li obbligherà a «pagare parte delle spese e tutti i costi dei servizi» delle scuole, tra le quali luce, acqua, tasse di proprietà, materiale didattico. Ciò costituisce un pesante aggravio per le tasche delle famiglie, come per i genitori degli alunni della Secundaria número 31 “Independencia”, che si sono visti recapitare, tra le altre, una bolletta bimestrale di circa 500 euro per la luce, una di 2.200 euro per l'acqua per un totale di circa 6.700 euro.

Ad ottobre molti docenti hanno abbandonato i piantonamenti per tornare nelle regioni di appartenenza, portando a 26 (su 32) gli Stati dove si registrano le proteste e facendo scendere in piazza anche quei maestri che all'inizio erano rimasti in disparte. Molti di loro preferirebbero stare in classe «piuttosto che accampati sotto il Monumento a la Revolución» di Ciudad de México, ha raccontato una maestra dello stato di Veracruz – uno degli stati più poveri dove più forti sono le proteste - intervistata da Desinformémonos.org «ma questa lotta è a beneficio di tutti e vinceremo». Una lotta che non è solo contro le riforme previste dal governo, ma contro un sistema che lo scrittore Paco Ignacio Taibo II (nelle scorse settimane allo Zócalo, la piazza principale di Ciudad de México, a regalare libri ai poliziotti) ha definito come un «avanzamento di un capitalismo selvaggio, neoliberale, al quale non importa un accidente della nazione e dei cittadini. È solo la ricerca del bottino».

In morte (presunta) di “El Lazca” nascono “I figli del Diavolo”

Il presunto cadavere di Heriberto "El Lazca" Lazcano Lazcano
fonte: reporteindigo.com

Monterrey (Stato di Nuevo León, Messico) – Dicono che stavolta sia morto davvero. Non come le altre due, in cui le autorità ne davano l'annuncio e lui tornava a rompere le uova nel paniere a chi diceva di aver inferto un duro colpo ai cartelli della droga. Anche questa volta, però, la morte di Heriberto Lazcano Lazcano, detto “El Lazca”, “Z-3” o “Il Boia” e fino allo scorso 7 ottobre leader del cartello dei Los Zetas è avvolta nel mistero. Soprattutto perché, a quasi un mese dallo scontro a fuoco che ne ha decretato la morte, il cadavere non c'è.
Ma procediamo dall'inizio.

Un morto senza cadavere. Secondo la ricostruzione fatta dalla Marina lo scontro che ha portato alla morte di Lazcano è avvenuto intorno alle 13.30 di domenica 7 ottobre, durante una normale operazione di pattugliamento nel municipio di Progreso, nello stato di Coahuila de Zaragoza, in seguito ad una serie di denunce provenienti dalla cittadinanza locale che evidenziavano la presenza di uomini armati riconducibili al crimine organizzato.
Il convoglio su cui viaggiavano gli agenti sarebbe stato fatto oggetto del lancio di alcune granate da un altro veicolo in movimento, «ragione per la quale si procedeva a respingere l'aggressione, anche a seguito del ferimento da arma da fuoco di un elemento di questa istituzione, con ferite che non pongono a rischio la sua vita».
Persino una dinamica dei fatti apparentemente così limpida e lineare non è esente da dubbi e questioni aperte. Come scriveva Hugo Gutiérrez su Reporte Indigo dello scorso 15 ottobre[1], infatti, i “falchi” - le vedette che tutto vedono e tutto sentono sul territorio e che dunque dovrebbero avvis(t)are visite indesiderate – hanno fallito. Sono in molti, però, a sostenere come questo episodio non sia frutto del caso quanto di una vera e propria strategia che negli ultimi mesi vedrebbe la Marina spianare la strada per la leadership degli Zetas a Miguel Ángel Treviño Morales, detto “Z-40”, accusato di aver venduto alle autorità parte dei suoi compagni nella scissione che da qualche mese sta interessando il cartello[2].

«La dinamica dell'eliminazione» - scrivevano Jorge Carrasco Araizaga e Juan Alberto Cedillo sul settimanale Proceso dello scorso 14 ottobre - «è sintesi perfetta del sexenio di Felipe Calderón: molti proiettili, poca intelligenza. Quello che le autorità federali tentano di presentare come il più importante colpo inferto ai narcos in Messico in più di un decennio – a due mesi e mezzo dalla conclusione effettiva del governo panista – è terminato nella vergognosa sparizione del supposto cadavere del capo».

Memorie di un'infamia. Storia di una giornalista più forte dei Demoni

«Le mafie mi vogliono morta non per quello che so,
ma per quello che voi e le vostre figlie saprete leggendo i miei libri».

[Lydia Cacho, Memorie di un'infamia]


foto: anobii.com

Che Lydia Cacho sia una donna forte te ne accorgi dagli occhi. Come nell'immagine scelta per la copertina dell'edizione italiana di Memorias de una infamia (Memorie di un'infamia, in italiano), uscito in versione originale per Random House Mondadori nel 2008 e tre anni dopo, per la Fandango, nella sua versione italiana.

Per parlare di questo libro, però, è necessario fare un passo indietro. Memorie è infatti una sorta di “making of”, il racconto biografico di quanto accaduto tra il 2003 ed il 2007 alla giornalista messicana che, svestiti i panni della “cacciatrice di notizie” veste quelli di attivista e presidente del Ciam, il Centro Integral de Atención a la Mujer di Cancún, nello Stato di Quintana Roo, organizzazione della società civile messicana che si occupa di «eradicare tutte le forme di violenza di genere».

Los Demonios del Edén1, il libro da cui bisogna partire per raccontare questa storia, nasce proprio per questo scopo. Da presidente del Ciam, infatti, Lydia Cacho entra in contatto con Emma [nome di fantasia] una bambina che nel 2000 ha denunciato gli abusi di cui è stata fatta oggetto da parte di Jean Thouma Hanna Succar Kuri, imprenditore alberghiero libanese – in Messico fin dagli inizi degli anni '80 – entrato più volte in inchieste giornalistiche e giudiziarie per pornografia infantile e lavaggio di denaro. È grazie ad Emma e alle tante bambine e bambini invischiati nel più infame dei traffici internazionali – quello dello sfruttamento di minori a scopi sessuali – che Lydia Cacho affronterà i demoni di una rete internazionale tra le più impenetrabili e che in Messico ha visto (vede ancora?) la copertura e la connivenza di un sistema fatto di imprenditori – nel caso specifico José Kamel Nacif Borge, potentissimo “Re dei jeans” che gestisce maquiladoras sparse tra Messico, America Latina e sud-est asiatico – con in agenda il numero di politici come Mario Plutarco Marín Torres, all'epoca dei fatti governatore priista di Puebla, al quale Nacif chiese il favore di utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso – legali o meno che fossero – per arrestare Lydia Cacho, rea di essere stata la prima in Messico a denunciare la rete pederasta facendo nomi e cognomi. Marín, prontamente, esegue.

Guatemala-Stati Uniti: del corpo migrante si fa lotteria

Tremila chilometri. È la lunghezza del tragitto che compiono quotidianamente le migranti centro e sudamericane per arrivare negli Stati Uniti. In mezzo il Messico, dove tra sequestri, treni merci e sfruttamento sessuale l'”american dream” che tanto sognano si trasforma in un “american nightmare”

Una volta l'uomo aveva un'anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano. [Stefan Zweig]


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Nei pressi di Contepec (Stato di Michoacán, Messico) - «Così finiscono gli stupratori» diceva il cartello che gli hanno trovato appeso al collo. Lui era Eladio Martinez Cruz[1], 24 anni, accusato di violenza sessuale. Il suo corpo è stato trovato, privo di vita e con i genitali tagliati, nei pressi di Contepec, nello stato messicano di Michoacán. Il suo nome sarà presto dimenticato, molto più difficile sarà dimenticare il modo in cui è stato ritrovato. Dallo scoppio della guerra tra e contro i cartelli della droga, iniziata nel 2006 dall'ex presidente Felipe Calderón Hinojosa, il Messico si è in qualche modo abituato a tutta una serie di rituali di comunicazione come i narcomantas, gli “striscioni” posti sui ponti stradali con i quali i cartelli si parlano, spesso accompagnati da qualche (presunto) traditore impiccato a monito generale. Non si sa se questo omicidio ricada nella fattispecie. Quello che è sicuro è che Eladio Martinez Cruz sarà ricordato come il primo uomo crocifisso per stupro.

Crocifisso per stupro. Eladio Martinez Cruz, accusato di stupro, viene rinvenuto crocifisso
ad un cartello stradale nei pressi di Contepec, nello stato di Michoacán, Messico.
fonte: forum.egcommunity.it

Un'immagine questa che ha fatto molto scalpore, quanto meno sui media italiani.

Un cimitero di contraccettivi. Scalpore inferiore, se non addirittura indifferenza, suscitano altre croci. Come le 19 che – emulando le Madres argentine - lo scorso febbraio tenevano in mano 26 donne salvadoregne[2], madri di persone scomparse lungo il tragitto che dal loro paese avrebbe dovuto portarli negli Stati Uniti, come gli altri 200.000 centroamericani che, recitano i dati dell'Instituto Nacional de Migración, attraversano il Messico per entrare illegalmente nel paese dell'opportunità per tutte e tutti, per prendersi il loro pezzo di “american dream” che per molti si trasforma in un incubo.
Preservativi e Depo-Provera, lungo i 5.000 chilometri che intercorrono tra la frontiera sud e quella nord del Messico, sono per le migranti gli unici compagni di viaggio su cui fare reale affidamento. Tra una frontiera e l'altra può succedere davvero di tutto, in special modo incappare nelle aggressioni che per migranti donne e transessuali significa subire abuso sessuale e per chi queste aggressioni le fa – autoctoni o lavoratori di quelle zone - un guadagno che varia da qualche spicciolo a qualche migliaio di pesos, con la polizia che spesso guarda ma non vede.
Aggressioni che in molti casi sfociano in veri e propri sequestri. «Il protocollo abituale» - dice Edu Pones, fotografo di Ruido Photo che ha partecipato al progetto En el Camino - «è dividere i migranti quando vengono sequestrati: quelli che hanno famiglia negli Stati Uniti e possono contattarli per chiedere il riscatto sono inviati nella sala uno, quelli che hanno famiglia ma non possono contattarli nella sala due. Non si sa cosa capiti a chi non ha famiglia negli Stati Uniti e non può pagare».

I panni sporchi di Peña Nieto

foto: solo-opiniones.com
Città del Messico (Messico) – Pri vince, Pan e Prd perdono. Enrique Peña Nieto vince, Andrés Manuel Lopez Obrador perde, di nuovo. Come nel 2006, quando il sistema consolidato dei brogli elettorali portò all'epoca calderonista, alla “guerra al narcotraffico” che ha fatto più di 60.000 morti in sei anni lasciando mano libera al Cártel de Sinaloa di Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera, diventato in questi sei anni “l'imprendibile” perché a nessuno è mai interessato catturarlo realmente. Tanto è vero che la mattina del 20 gennaio 2001 – epoca in cui Guzmán Loera non è ancora il narcotrafficante più importante del Messico ed è detenuto presso il carcere di Puente Grande, nello Stato di Jalisco – Guzman Loera non scappa in modo rocambolesco come racconta la versione ufficiale del governo ma, semplicemente, esce dalla porta principale, con la complicità di circa 70 persone all'interno del carcere, come documenta la giornalista d'inchiesta messicana Anabel Hernández ne “Los Señores del Narco”[1] (libro non reperibile in italiano). Tra coloro che all'epoca chiusero ambedue gli occhi sulla vicenda c'era Vicente Fox, da poco eletto presidente il quale, come è sempre la Hernández a raccontare[2] ha per questo ricevuto ben 20 milioni di dollari.

Proprio Fox era stato l'uomo che aveva chiuso la lunghissima epoca del Partido Revolucionario Institucional (che di rivoluzionario, comunque, ha solo il nome) durata qualcosa come 70 anni e che oggi torna a scrivere un nuovo capitolo della storia messicana attraverso la “telecracia peñista”, come la definisce Jenaro Villamil, giornalista per la rivista Proceso. Ma andiamo con ordine.

Peña Nieto, il vecchio che avanza. In questi giorni in Italia su Enrique Peña Nieto si è scritto poco, e quel poco è stato spesso scritto anche male, arrivando ad etichettarlo come “rivoluzionario” solo in base al nome del suo partito.
Nato nel 1966 ad Atlacomulco, nel nord dello Stato del Messico, avvocato, gaffeur[3], noto playboy con cinque figli – due dei quali avuti fuori dal matrimonio – e svariate relazioni (tutte da confermare le voci che ne vorrebbero alcune omosessuali), due matrimoni entrambi chiacchierati: la sua prima moglie è infatti morta in circostanze più che misteriose mentre la seconda è la nota attrice di telenovelas Angélica Rivera. Nota la sua vicinanza all'Opus Dei.

A lui i poteri che governano il Messico – tra cui anche quello dei cartelli della droga, che hanno optato per una vera e propria tregua elettorale durante il voto – hanno affidato le chiavi per riportare il Partido Revolucionario al potere, chiudendo almeno per il momento l'epoca del PAN (Partido Acción Nacional, il partito di centro-destra di cui fanno parte sia Vicente Fox che Felipe Calderón Hinojosa, ultimi due presidenti in carica).

Maco "el Coyote", storia di un trasportatore di migranti


"Coyote", nell'America centrale e meridionale, è l'appellativo con cui si identificano quelli che "aiutano" i migranti a passare illegalmente la frontiera tra Messico e Stati Uniti.

Maco è uno di loro. Accompagna Clauda, Yolanda e Cara de Güisa in quello che, lui dice, sarà il suo ultimo viaggio. Un viaggio che ai tre, partiti dal Guatemala, è costato 6.000 dollari. Tre settimane - tanto, in media, dura il viaggio - vissute tra possibilità di essere arrestati durante i controlli transfrontalieri in Messico, derubati in quella che diventa una vera e propria guerra tra poveri o, come spesso succede, violentate se si è donne.

"Coyote", diretto dal regista andaluso Chema Rodríguez, è andato in onda su "La 2" (televisione spagnola) lo scorso 19 maggio.
«Abbiamo conosciuto Maco in un bar di Ciudad de Guatemala» – raccontava il regista durante la presentazione del documentario al Festival di Berlino - «Ci ha presentato 25 persone che volevano emigrare negli Stati Uniti e che aspettavano solo l'opportunità di farlo. Noi abbiamo scelto i tre migranti che reagivano meglio alle telecamere. E a partire da questi si è organizzato il viaggio». Chema Rodríguez, durante quella stessa presentazione, ha sottolineato come i poliziotti si sforzassero di far mostrare la "faccia buona" alle telecamere, ma la realtà della loro corruzione - nota in tutto il mondo - è decisamente diversa.


"Ho sempre voluto scrivere un libro per raccontare la mia vita e le mie storie. Ma dato che la gente non legge, ho preferito una pellicola".
[Maco]

Messico, né silenzio né indifferenza

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-ne-silenzio-ne-indifferenza/27640/


Città Del Messico (Messico), 13 maggio 2012 - «Aiutami. Mi trovo in Messico e qui stanno succedendo cose orribili. Sabato scorso a Veracruz hanno ucciso una mia collega giornalista della rivista Proceso, per la quale scrivo anch'io. Si chiama Regina Martínez. È stata strangolata a casa sua e oggi, nello stesso Stato di Veracruz, hanno trovato i corpi di altri tre giornalisti. Qui in questo articolo[1] si dice ancora che sono due, ma proprio adesso abbiamo saputo che sono tre, e c'è anche il corpo di un'altra persona, ma ancora non sappiamo se sia un giornalista. In questo articolo[2] dicono che prima di essere uccisi questi giornalisti sono stati torturati e mutilati. In questo Stato, governato dal dicembre del 2010 da Javier Duarte, sono stati uccisi almeno 11 giornalisti. Undici nell'arco di un anno e mezzo. Le vittime sono Miguel Ángel López Velasco, suo figlio, fotoreporter Miguel López Solana; Yolanda Ordaz, Noel López Olguin, Regina Martínez Pérez. Oltre i tre di oggi. Aiutami a farlo sapere. Spero che tu possa diffondere la notizia sul sito di Ossigeno. Appena tornerò in Italia ne riparleremo».

Questo è l'appello arrivato ad Alberto Spampinato, direttore e fondatore di Ossigeno per l'informazione, l'osservatorio sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate con la violenza. Ad inviarlo Cynthia Rodriguez, giornalista messicana dal 2006 in Italia come corrispondente della rivista Proceso.

Ad ottobre[3] avevamo cercato di accendere i riflettori sul Messico – in molti casi proprio attraverso gli articoli di Proceso – ritenendo che molte siano le similitudini con il nostro paese (a partire dal potere dei cartelli della droga e delle famiglie di mafia passando per la corruzione della classe politica e, naturalmente, la pericolosità del fare il giornalista). Diventa ancora più importante, oggi, parlare di quel che avviene in quel paese. Innanzitutto perché, come ricorda Spampinato, «ciò che accade in Messico non è un problema solo del Messico[4]». E poi perché la guerra al giornalismo libero scatenata in Messico – dove dal 2000 ad oggi sono già più di settanta i giornalisti uccisi, con 172 aggressioni avvenute nel solo 2011, come segnala l'associazione “Articulo 19” - non può essere ignorata da chi ha per anni convissuto con un giornalismo spesso tacciato di essere schierato più con il potere che non con la verità.

In Messico, nelle scorse settimane, giornaliste e giornalisti come Carmen Aristegui, José Gil, Anabel Hernández, sono scesi in strada per protestare contro questa situazione, sostenendo comunque che «quello che i mezzi di informazione devono fare è continuare ad informare».

Messico, todos somos Regina

foto: thestar.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-todos-somos-regina/27265/

XALAPA (Stato di Veracruz, Messico), 1 maggio 2012 – Il corpo di Regina l'hanno trovata in bagno, sabato, piena di lividi e contusioni. A dare l'allarme un vicino di casa, accortosi della porta di casa aperta, senza che nessuno ne entrasse o ne uscisse.
Regina faceva la giornalista, come Héctor Javier Salinas Aguirre o Javier Moya Muñoz, uccisi pochi giorni fa nello Stato di Chihuahua. Giornalisti nel paese più pericoloso dove fare questo mestiere. Ottantotto in undici anni, secondo Juan Ramón Negrete Jiménez, segretario regionale per la zona occidentale della Federazione delle associazioni dei giornalisti messicani (Fapermex, la sigla in spagnolo). Senza contare le sparizioni e le minacce.

Regina Martínez Pérez, negli ultimi tempi, si stava occupando di politica. Che in quel paese – un po' come in Italia – è come dire che si stava occupando della parte non violenta del narcotraffico, tanto è il livello di penetrazione dei narcos (o delle famiglie mafiose, per tornare da quest'altra parte dell'oceano) nella politica. Nelle ultime settimane, dalle pagine della rivista Proceso, Regina aveva raccontato dell'ex procuratore Reynaldo Escobar e di Alejandro Montagno, entrambi candidati alla Camera dei Deputati per il Partido Revolucionario Istitucional. «Alla vigilia della morte, la giornalista pubblicò un articolo in merito alla detenzione di nove poliziotti sospettati di essere collusi con il narcotraffico. Per questo, la pista professionale deve essere considerata prioritariamente. La tendenza delle autorità a volerla escludere danneggia gravemente questo tipo di indagine», scrive in una nota l'organizzazione internazionale “Reporter Senza Frontiere”.

«L'omicidio di Regina Martínez è da leggersi all'interno della situazione in cui versa il paese» - scriveva la redazione del settimanale nei giorni scorsi - «dove la violenza quotidiana e gli atti estremi non sono l'eccezione ma la regola quotidiana e dove al crimine va accreditato il clima di ostilità nel quale la stampa indipendente è obbligata a lavorare». «Nel nostro caso» - continua l'articolo uscito domenica[1] - «sono reiterati i sequestri e l'acquisto di numerose copie del giornale da parte di chi si sente danneggiato da quello che pubblichiamo».

Javier Duarte de Ochoa, governatore priista dello Stato di Veracruz, ha ordinato l'apertura di un'indagine, disponendo la creazione di un gruppo speciale che si occupi sull'omicidio. Rispetto a questa indagine, che sarà portata avanti dal governo di Veracruz insieme al ministero della Giustizia «Proceso è scettico», essendo questa una promessa che – alla luce anche degli altri omicidi – risulta essere solo retorica.

Ieri mattina, intanto, decine di giornalisti, studenti e accademici hanno marciato per il centro di Colima, capitale dello Stato omonimo, per protestare contro l'omicidio e chiedere la fine delle violenze contro i lavoratori dei mezzi di comunicazione. Conclusasi di fronte al palazzo del governo dello Stato, la marcia è stata scandita da frasi come “Siamo tutti Regina” o “Non si uccide la verità uccidendo giornalisti”, per poi firmare e condividere la dichiarazione contro la violenza verso i giornalisti redatta nei giorni scorsi ed inviata al presidente Calderón Hinojosa.

Note
[1] Proceso ante el crimen de Regina Martínez, Proceso, 28 aprile 2012

Messico, “Metros” contro “Rojos”. Linea di confine Golfo

foto: elnuevoheraldo.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-metros-contro-rojos-linea-di-confine-golfo/27004/

Città del Messico (Messico), 23 aprile 2012 – La scorsa settimana[1] abbiamo visto come i cartelli della droga si stiano preparando al tramonto del sexenio governativo di Felipe Calderón Hinojosa, riequilibrandosi per dare il benvenuto a chi, a luglio, prenderà il posto dell'attuale presidente. Oggi andremo ad approfondire uno degli aspetti che caratterizzano la vita dei cartelli: le scissioni interne. Per farlo, ancora una volta supportati dagli articoli del settimanale “Proceso” ci addentreremo in quello che è il cartello più vecchio tra quelli attualmente operativi: il Cártel del Golfo, formatosi già negli anni Quaranta ed oggi comandato da José Eduardo Costilla Sánchez, detto “El Coss” o, per gli ex amici, “El Judas”.

Facciamo, innanzitutto, un po' di storia: nel 2003 viene arrestato Osiel Cárdenas Guillén, detto – tra i tanti alias con i quali è conosciuto – “el Mata-amigos” (l'”ammazza amici”) per aver ucciso Salvador Gómez, suo amico personale con il quale comandava il cartello dal 1996, anno dell'arresto del vecchio leader Juan García Abrego. A Cárdenas Guillén, che nel 2007 è stato estradato negli Stati Uniti, dove dovrà scontare una pena di venticinque anni di carcere[2], si deve la creazione del braccio armato formato da ex componenti dell'esercito che, staccatisi dal Cártel del Golfo, diventerà noto come “Los Zetas”.
A quel punto il cartello passa nelle mani di Antonio Ezequiel Cárdenas Guillén, meglio noto come “Tony Tormenta” e Samuel Flores Borrego, detto “Metro 3”, al quale rimaneva il controllo sulla piazza di Reynosa.
Proprio questa piazza diventa il motivo dello scontro. Nel 2010, infatti, Costilla Sánchez – stando alla ricostruzione fatta da un testimone al giornalista Jorge Carrasco Araizaga - cerca un accordo con Nazario González, detto “El Chayo” o “El mas loco”, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia il 9 dicembre 2010 ad Apatzingán, nello Stato di Michoacán e fino a quel momento leader de La Familia Michoacana. Il patto prevedeva che “El Chayo” inviasse propri sicari a Reynosa, per combattere contro i Los Zetas, dando così origine al “blocco” oggi capeggiato dal Cártel de Sinaloa. In cambio, agli uomini di González veniva dato il via libera per lo sfruttamento della Ribereña (la “costiera”), strada fondamentale per il traffico di droga nella zona nord-est del Messico, mettendo in connessione il sud del paese con la frontiera texana. Accordo, questo, che non vede il favore né di Tony Tormenta né di Metro 3.

Messico, la fine del sexenio calderonista ed i nuovi equilibri tra i cartelli

foto: cubiform.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-la-fine-del-sexenio-calderonista-ed-i-nuovi-equilibri-tra-i-cartelli/26677/

Città del Messico (Messico), 15 aprile 2012 – Comunque vada a finire, per i messicani tra pochi mesi si chiuderà un'epoca. A luglio, infatti, qualunque sarà il risultato delle elezioni per il rinnovamento di presidente e Congresso, si chiuderà il sexenio di Felipe Calderón Hinojosa e, con esso, la sua più che fallimentare “guerra al narcotraffico”, che verrà forse ricordata solo per i suoi oltre sessantamila morti. Per intenderci, circa il doppio delle persone che la dittatura militare argentina riuscì a far sparire tra il 1976 ed il 1983, tanto per rimanere nello stesso continente.
Quello che invece non cambierà, né per i messicani né per il loro futuro governo è il rapporto con i cartelli della droga, che non solo sono passati praticamente indenni attraverso questo sexenio ma – come scriveva a febbraio la rivista Proceso – escono dal periodo calderonista spesso rafforzati.

Attualmente, come ricordava il giornalista Ricardo Ravelo, la nuova mappa del narcopotere (che va in qualche modo ad aggiornare quanto scrivo, lo scorso ottobre su InfoOggi.it nell'articolo “Narcotraffico in Messico, da El Chapo ai Los Zetas”[1]) vede più della metà del paese – anche se nessuna zona può dirsi immune – in mano ai cinque cartelli principali, cioè i due cartelli più potenti, ovvero Los Zetas, presenti in ventuno stati su trentadue e Cártel de Sinaloa, integrato da cartelli “minori” come La Resistencia, il Cártel Guadalajara Nueva Generación e i cosiddetti Matazetas, presente in diciannove stati, seguiti dal Cártel de Juárez, il più antico tra i cartelli attualmente attivi in Messico (fu fondato da Pablo Acosta Villareal già negli anni Settanta) presente anch'esso in diciannove dei trentadue stati sotto il comando del “Viceré” Vicente Carrillo Fuentes, il Cártel del Golfo, che con i suoi ventiquattro stati controllati è quello con la copertura territoriale maggiore nonostante la sua reale forza sia minata da forti divisioni interne che negli ultimi mesi lo hanno praticamente scisso in due gruppi differenti e La Familia Michoacana – o, più semplicemente, La Familia – dichiarata sciolta già due volte dalle autorità governative nonostante sia il cartello cresciuto di più durante il sexenio, che attraverso un'ampia rete di collaboratori e prestanome controlla dieci stati.
Esistono poi una serie di cartelli considerati minori perché hanno perso il loro ruolo nella gerarchia del narcopotere, come il Cártel de Tijuana, o perché di recente formazione, come il Cártel del Pacifico Sur o l'Indipendente di Acapulco, formatisi entrambi da scissioni interne al cartello dei fratelli Beltrán Leyva – oggi rappresentati dal primo dei due – che si stanno combattendo per il controllo di Acapulco e della zona turistica di Zihuatanejo, o il gruppo noto come los Caballeros Templarios (“cavalieri templari”, in italiano), nati all'interno de La Familia nel marzo 2011 e diventato il più sanguinario tra i cartelli a pari merito con i Los Zetas.

Messico, il denaro dei cartelli inquinerà le elezioni?

Morelia, Stato di Michoacán (Messico) - L'allarme, più di un allarme in realtà, era già stato lanciato alla fine di novembre[1], quando Milenio Television era riuscita ad entrare in possesso di una registrazione audio – un'intercettazione, praticamente – nella quale un appartenente al cartello de “La Familia” minacciava alcuni elettori del Partido de la Revoluciòn Democràtica affinché dirottassero il loro voto a favore di Julián Rodríguez Rosales del PRI (il Partido Revolucionario Institucional), candidato evidentemente più gradito al cartello.
La registrazione era poi stata utilizzata dalla procura generale per un'inchiesta sulle eventualità che nello stato di Michoacán il voto fosse stato pesantemente condizionato dalle minacce dei narcos, portando poi all'annullamento delle elezioni.

Ma quest'anno il Messico – così come altri sei paesi dell'America Latina[2] – sarà chiamato nel mese di luglio ad esprimersi per decidere chi succederà al disastroso ed insanguinato sexenio Calderón e per formare il nuovo Congresso. La possibilità che queste si trasformino in vere e proprie narco-elezioni è qualcosa di più di una semplice paura, così come evidenzia – dalle pagine della rivista Proceso dello scorso 1 gennaio – Oswaldo Chacón Rojas, dottore in teoria politica ed ex presidente della Commissione di vigilanza elettorale del Chiapas (Cofel). Il fulcro su cui ruota la sua analisi è che le campagne elettorali diventano sempre più costose, così che la criminalità organizzata ha una sempre più ampia possibilità di “inquinarle”. O, letta dall'altro lato, di assicurarsi – comprandoli attraverso l'influenza sul voto - interi pezzi di istituzioni.
Attualmente, ci tiene comunque a sottolineare Chacón Rojas, non ci sono prove chiare ed inoppugnabili, ma “gli indizi” ci sono già tutti, «perché i pilastri del mercato del finanziamento illecito sono già presenti».

Il problema non è tanto legato al potere dei cartelli, quanto ad un semplice vuoto normativo che permette di controllare in maniera più approfondita il trasferimento della parte pubblica dei finanziamenti che arrivano a partiti e candidati ma non la parte privata per la quale, di fatto, sono attualmente previste misure ben più blande.
La riforma elettorale del 2007, resasi necessaria nel tentativo di ridurre le spese elettorali, ha diminuito le difficoltà dell'Istituto Federale Elettorale (Ife) – l'organo autonomo incaricato di organizzare le elezioni federali – e della Commissione nazionale bancaria e della Borsa (Comisión Nacional Bancaria y de Valores, CNBV, a cui è affidato il compito di tenere in equilibrio il sistema economico del paese), ma non è ancora abbastanza.
Una delle novità introdotte dalla riforma, ad esempio, impone a partiti e candidati l'apertura di un conto corrente bancario nel quale incanalare i flussi di denaro, sia pubblico che privato, ma la campagna elettorale perenne nella quale si trova il paese impone a partiti e candidati delle spese ben maggiori rispetto a quelle previste per questi conti correnti.
«Ci sono prove» - dice Chacón Rojas a Isaín Mandujano - «che esiste un vero e proprio mercato nero per l'acquisto di pubblicità elettorale», che si attiva – in particolare in radio e televisioni – anche quando i partiti non possono ancora acquistare spazi pubblicitari in questi media. Un sistema – questo – che ha portato la politica persino su un ring di boxe, laddove in uno dei suoi ultimi incontri Juan Manuel Marquez (attuale campione dei pesi leggeri) ha combattuto con impresso sui pantaloncini – in maniera più che visibile - il logo del Partido Revolucionario Institucional[3], cosa che ha portato all'annullamento delle elezioni di Morelia (capoluogo dello stato di Michoacán), dove il candidato del PRI, Wilfrido Lázaro Medina ha battuto Marko Antonio Mendoza – l'esponente del Partido de Acción Nacional suo diretto concorrente – per meno dell'un per cento dei voti.

Una gran parte dei fondi privati, sottolinea ancora Chacón Rojas, non viene sottoposta a controllo in quanto maneggiata fuori dai registri contabili, così da non comparire nella relazione di spesa che i partiti sono obbligati a presentare all'Ife, venendo utilizzati per lo più per l'acquisto vero e proprio di voti e votanti. È proprio su questo aspetto che si concentrano gli sforzi economico-finanziari maggiori, «poiché è su questo aspetto che i politici scommettono per trionfare», dice Chacón.
Basti pensare, ad esempio, che per quanto riguarda le elezioni del 2006 – quelle che portarono alla Presidenza Calderón attualmente in corso - il Pan «notificò zero pesos di finanziamenti privati». «Sarebbe assurdo», continua il giurista, «pensare che i finanziamenti pubblici siano sufficienti per finanziare le attuali campagne elettorali. L'unica cosa che questo esempio rivela è che non abbiamo un meccanismo per vigilare sui finanziamenti privati così come possiamo fare con i finanziamenti pubblici».

Ma come evitare, dunque, che le prossime elezioni si trasformino nelle prime narco-elezioni della storia messicana?

«Normalmente si affida alle unità di controllo degli organi elettorali il compito di “blindare” le campagne elettorali dal denaro dei narcos, ma queste non sono né agenzie ministeriali di indagine né poliziotti; sono le aree di intelligence e di sicurezza dello Stato le responsabili di tali indagini».

Per questo, secondo Chacón, è necessario ripensare l'intero sistema di monitoraggio, il cui primo passo potrebbe essere l'obbligo di pubblicazione delle relazioni di spesa, altrimenti c'è il serio rischio – come già avvenuto in precedenti elezioni – che i partiti possano modificare i conti rendendoli più consoni alla legge.
Per fare questo, però, bisogna che ci siano almeno due elementi: innanzitutto che l'Ife trasformi i propri revisori dei conti in “segugi”, al fine di raccogliere le prove di quanto speso, rendendo obbligatorio, per partiti e candidati, comunicare alla commissione elettorale date e luoghi delle loro attività politiche. In tal senso, però, è di fondamentale importanza che venga coinvolta la popolazione, in quanto le autorità non riescono – anche per una semplice questione numerica – a coprire tutti gli eventi elettorali svolti dai partiti.

Ultimo aspetto che è necessario modificare, conclude alla fine Chacón, è che ci sia la volontà politica di modificare questa situazione. «Se non procederemo con queste azioni, rimarrà il sospetto che il nostro processo elettorale possa essere “iniettato” (“inyectado” è il termine usato, ndr) con fondi illeciti».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/11/messico-lespansione-continentale-dei.html;
[2] 2012, cambio della guardia in Messico e Venezuela? di Maurizio Stefanini, Limes, 19 gennaio 2012;
[3] Mexico: Election results cancelled over party logo on boxer’s shorts di Manuel Rueda, Univision News Tumblr, 29 dicembre 2011

Messico, la Dea americana ricicla il denaro dei narcos. Dal 1984



Città del Messico - «No, il governo messicano non ne era a conoscenza, e comunque è bene evidenziare come la Procura Generale della Repubblica ha già iniziato un'indagine per fare luce sulle responsabilità». Con queste parole Alejandra Sota, portavoce del governo messicano, ha risposto – all'interno del programma “Al Punto” della Univisión – alla domanda sul riciclaggio di denaro che gli uomini della Dea (“Drug Enforcement Administration”), l'agenzia federale antidroga degli Stati Uniti farebbero per i cartelli del narcotraffico fin dal 1984. A denunciarlo per primo è stato il New York Times, che nelle scorse settimane ha raccontato come agenti sotto copertura prendano in consegna il denaro in territorio messicano due o tre volte a settimana, per poi depositarlo su conti correnti aperti, negli Stati Uniti, dagli stessi agenti o dai cartelli. Con il denaro “lavato”, poi, vengono acquistati beni o servizi utilizzati direttamente dai cartelli. Secondo la fonte anonima intervistata dal quotidiano, in alcuni casi i riciclatori si farebbero pagare delle vere e proprie commissioni per i servizi forniti o, in altri casi, arrestando i narcotrafficanti al momento dello scambio (che è poi l'unica cosa che dovrebbero realmente fare).
Tali operazioni erano state rese illegali nel 1998, quando alcuni agenti americani avevano condotto un'operazione senza il permesso del ministro della Giustizia. Con il maggior coinvolgimento degli Stati Uniti nella narco-guerra, però, sarebbero nuovamente riprese.

La versione ufficiale, naturalmente, “discolpa” i funzionari statunitensi, sostenendo che solo così si possa arrivare a capire come i cartelli trasferiscono negli Stati Uniti il denaro, data anche l'impenetrabilità delle reti finanziarie da loro create. Al di là della fondatezza di questa tesi, comunque, i risultati del lavoro della Dea sono assolutamente negativi. Come se non bastasse, poi, lo scandalo “Fast and Furious”[1] è tutt'altro che concluso, così da alimentare ancor di più le voci sull'ambiguità dell'amministrazione americana nei confronti dei cartelli.

I record dell'Amministrazione Calderón Hinojosa. 28.025 morti classificati dal Sistema nazionale di sicurezza pubblica come “senza dati” o “altro”. Ciò significa che per il 46,38 per cento dei morti della “narcoguerra” degli ultimi cinque anni non sono state definite generalità e risultano, quindi, anonimi. È quanto risulta da una indagine tenuta dal settimanale Zeta, che ha incrociato i dati delle schede informative della segreteria di Sicurezza Pubblica, sia municipale che statale e le statistiche in possesso delle procure e del ministero della Giustizia con le informazioni del Sistema Nazionale di Informazioni. Dai dati, dunque, risulterebbe qualcosa come 60.420 morti per la lotta al narcotraffico voluta da Felipe Calderón Hinojosa (il cui mandato è iniziato nel 2006 e si concluderà il prossimo anno) che nel giro di pochi anni è passato dai quasi tremila del 2007 ai quasi ventimila di quest'anno (dati compresi tra gennaio ed il 31 ottobre), che rappresentano – stando sempre a quanto sostengono dal settimanale – a circa il 75,5 per cento di tutti gli omicidi commessi durante il periodo “calderonista”[2].

Alla “lista” dei record negativi – è Historiasdelnarco.com a parlarne[3] - va aggiunto anche l'aumento degli attentati contro funzionari dello stato, passati dai 274 del 2007 ai 625 del 2010. Gli stati più colpiti Michoacán, Chihuahua, Nuevo León, Guerrero, Tamaulipas, Coahuila e Hidalgo. Per il secondo anno di fila inoltre, il Messico si conferma come il paese dove è più pericoloso fare il giornalista. Secondo un report della Press Emblem Campaign, una organizzazione non governativa svizzera che ha fissato in 106 – uno in più dello scorso anno – i giornalisti uccisi in tutto il mondo nel 2011. di questi dodici sono messicani, «ma la cifra sarebbe molto più alta se si includono anche i giornalisti spariti», sottolineano dalla ong.SB

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/11/messico-arrivano-i-panuelos-blancos.html;
[2] Quinto año de gobierno: 60 mil 420 ejecuciones, Settimanale Zeta, 12 dicembre 2011;
[3] Se duplican en tres años ataques a funcionarios y sedes policiacas, Historiasdelnarco.com, 19 dicembre 2011;

Quella "narcovia" che somiglia tanto alla Salerno-Reggio Calabria



Durango (Messico) – Parlare di quel che oggi avviene nel Messico dei narcos significa, in qualche modo, parlare anche dell'Italia. Perché la criminalità, in Messico come in Italia, influenza gran parte della quotidianità dei cittadini. Che si ritrovano a fare i conti con essa anche quando, semplicemente, percorrono l'autostrada.

Il progetto. Parte del corridoio economico interoceanico tra i mercati asiatici e quelli del NAFTA (l'Accordo nordamericano per il libero scambio), sarà la rotta più corta e più efficiente per il transito delle merci tra l'Oceano Pacifico e l'Atlantico, andando così ad interessare un mercato potenziale di 20 milioni di persone, concentrando più del 60 per cento del flusso commerciale dell'America del nord e darà origine a poco più di un quarto (il 22 per cento) del Prodotto interno lordo messicano.
È stata presentata così l'autostrada Durango-Mazatlán, i cui lavori sono iniziati durante la presidenza di Vicente Fox Quesada (2000-2006) e, ad oggi, ne è stato realizzato circa l'80 per cento. Negli intenti del governo, all'opera – di cui fa parte anche “El baluarte” (“Il baluardo”), il ponte sospeso più alto dell'America Latina (terzo al mondo) con 152 cavi d'acciaio – è affidato il compito di far esplodere lo sviluppo degli stati su cui passerà il tracciato, cioè Sinaloa, Chihuahua, Durango, Zacatecas, Coahuila, Nuevo León e Tamaulipas e permetterà di attraversare con meno difficoltà la zona conosciuta come “El espinazo del diablo” (“La spina dorsale del diavolo”), anche se le condizioni del manto stradale vanno a peggiorare quando ci si allontana dal chilometro zero, tanto che – come scrive Patricia Dávila sul settimanale “Proceso” - «è impossibile godere del panorama pubblicizzato dagli spot del governo federale che invitano ad addentrarsi nella Sierra Made Occidentale usando i ponti panoramici di “La Noria”, “El Indio” o “El Otinapa”».
“El baluarte” è, poi, il simbolo di quella “malapratica” che dal Messico ci riporta al Belpaese. Alto 1124 metri e strutturato con quattro corsie sospese ad un'altezza di 390 metri, il costo iniziale era stato preventivato in circa 280 milioni di pesos. Consegna entro il 2010. Ad oggi, quando i lavori non sono ancora stati completati, sono già stati spesi più di due miliardi di pesos.

Ricordarsi degli amici. I lavori del ponte sono affidati alla Tradeco, vincitrice dell'appalto nel 2006. La società appartiene a Federico Martinez, ex funzionario di Pemex (l'azienda pubblica messicana per il petrolio) che acquistò Tradeco quando ministro dell'Energia era Felipe de Jesús Calderón Hinojosa, che da quando è diventato Presidente ha affidato proprio a Martinez molte delle opere per la creazione delle infrastrutture messicane.

Nel frattempo, lo abbiamo detto, i cartelli non stanno certo a guardare. «Non possiamo negare» - dice Pablo Rivas, rappresentante a Durango per la Camera dell'Industria e della Costruzione messicana - «che l'autostrada sarà a beneficio della criminalità organizzata» che, comunque, ha già trovato il modo per guadagnarci già sopra.
Sinaloa, Beltrán Leyva, Golfo e Los Zetas sono i cartelli che si stanno interessando ai lavori. Non sono entrati direttamente nei lavori – come invece avvenuto per la costruzione della Salerno-Reggio Calabria, dove ogni 'ndrina ha avuto la sua “quota lavori”. A loro basta sequestrare, rubare gli autoveicoli a trazione integrale – gli unici che possono essere utilizzati nella parte più impervia della strada – e, soprattutto, tenere lontani gli “estranie” dalle piantagioni di marijuana e papavero che circondano l'opera (tra gli stati di Durango, Sinaloa e Chihuahua c'è infatti il considdetto “Triangolo dorato”).

«Quotidianamente ci scontriamo con uomini dei cartelli», dicono alcuni operai. «In una occasione abbiamo scoperto vari uomini che viaggiavano armati sulle camionette. Ci hanno chiesto documenti e credenziali di lavoro per lasciarci passare. Ora che ci conoscono ci lasciano lavorare».
L'anno passato alcuni esponenti dei Los Zetas – chiamati “Los amigos” (“Gli amici”) - hanno assaltato il campo di Chavarría Viejo (dove alloggiano alcuni operai, che spesso lavorano in nero), fermando i lavori ed esigendo di sostituire le ditte che si occupano della sicurezza sui cantieri. Da qualche tempo hanno cambiato approccio. Chiedono una mazzetta tra i 5 ed i 10 mila pesos “una tantum”, più combustibile, birra e il “prestito” dei veicoli, che restituiscono dopo tre o quattro giorni. «Forse li usano per i traslochi» dice, ironico, un ingegnere.

«Calderón» - dice il ministro delle finanze Carlos Emilio Contreras Galindo - «dovrà creare un programma di sicurezza speciale per evitare che questi gruppi prendano il controllo dell'autostrada». Riuscirci davvero, però, sarà un'impresa molto difficile, alla luce dell'esplosione dei cartelli avvenuta proprio sotto il mandato dell'attuale presidente.SB

Messico, l'espansione continentale dei narcos


Morelia, Stato di Michoacán (Messico) - Milenio Television è riuscita ad entrare in possesso di una registrazione audio (un estretto del quale è riportato nel video in allegato) nel quale si sente un uomo, identificato come Horacio Morales Baca, detto “El Perro” (“Il cane”), appartenente al cartello de “La Familia” a Tuzantla (nella zona est dello stato di Michoacán) che minaccia alcuni elettori del Prd (il Partido de la Revoluciòn Democràtica) affinché dirottino il loro voto a favore di Julián Rodríguez Rosales del PRI (il Partido Revolucionario Institucional), così da spostare il risultato elettorale verso il centro.

«Nessuno sa per chi andate a votare, però si può vedere. Alla fine delle elezioni» - continua Morales - «mi danno una copia dell'elenco di chi ha votato e per chi, questa lista è confidenziale, e se qualcuno qui ha votato per Javier saranno problemi». Rodríguez Rosales ha battuto il contendente del Prd per 33.000 voti, ottenendone in totale 329.000. Quanti di quei voti siano arrivati tramite pressioni di questo tipo rimarrà probabilmente un mistero.
Se non ci fossero gli americani. Ne avevamo già parlato agli inizi del mese quando raccontavamo[1] delle operazioni “Fast and Furious” e “Receptor Abierto” con le quali i cartelli – sfruttando una rete di controlli alla frontiere evidentemente fallace – comprano le armi negli Stati Uniti, dove è molto più semplice acquistarle grazie al II emendamento, per poi utilizzarle per insanguinare le strade messicane. Grazie ad una indagine congiunta tra i governi dei due paesi, nei giorni scorsi è stato possibile identificare attraverso il sistema E-Trace, che permette di comparare le armi in assicurate ai cartelli con i database statunitensi, venticinque trafficanti di armi – alcuni dei quali cittadini americani – che assicurano rifornimento costante ai cartelli. Secondo l'indagine circa l'80 per cento delle armi utilizzate dai cartelli proviene dagli Stati Uniti, principalmente da Texas, Arizona, California, Connecticut, Florida, Ohio e Luisiana.
Secondo un report della Secretería de Defensa Nacional (Sedena), dal 1 gennaio al 24 novembre scorsi le forze dell'ordine messicane hanno sequestrato 29.239 armi, il maggior quantitativo mai sequestrato sotto l'amministrazione Calderón Hinojosa, “battendo il record” - stabilito lo scorso anno – di 28.128.

Messico che peraltro – come denuncia Antônio Rangel Bandeira dalle pagine di Notirex.com[2] – ha negli ultimi anni soppiantato il Brasile, diventando uno dei principali fornitori di munizioni in America Latina e nel Caribe, in quanto «le munizioni messicane sono più economiche delle altre».

Messico, Alejandro Poiré è il nuovo ministro dell'Interno

Città del Messico, 21 novembre 2011 - Alla fine dello scorso mese parlavamo di come, in Messico, ogni tanto il giornalismo dia qualche bella notizia (nella fattispecie, la vittoria del premio “Courage in Journalism” alla direttrice del settimanale Zeta, Adela Navarro Bello[1]). Questa settimana invece dobbiamo tornare a parlarne per l'attentato – fortunatamente senza vittime – che lunedì scorso è stato portato al giornale “El Siglo de Torreón”, nello stato di Coahuila, nel nord-est del paese.

Alle 2.40 del mattino di lunedì scorso, infatti, due veicoli non identificati con a bordo tre uomini hanno esploso alcuni colpi di AK-47 sulla facciata della sede del giornale, concludendo il raid con una granata a frammentazione detonata nell'impatto con l'ingresso del giornale (come è visibile dalla foto).
Intervistato telefonicamente, Javier Garza Ramos, vicedirettore del giornale, ha evidenziato come né il giornale né i suoi collaboratori abbiano ricevuto alcuna minaccia che potesse far prevedere l'attacco, motivo per il quale non è chiaro quale sia stata la motivazione che ha spinto gli attentatori. È bene ricordare, però, che già nell'agosto del 2009 il giornale aveva subito un attacco simile.

Come ricorda il quotidiano Milenio[2], l'attacco al cuore dell'informazione messicana, nell'ultimo decennio ha comportato l'omicidio di 70 giornalisti, di cui 13 nel 2011.

La conta. Sempre Milenio, in un articolo pubblicato lo scorso venerdì[3], definisce il “conto dei morti” al di là ed al di qua della frontiera con gli Stati Uniti, dove nel 2011 sono stati uccisi circa 54 esponenti delle forze dell'ordine (includendo anche forze speciali ed FBI), cioè poco più del doppio degli omicidi che, in Messico, sono stati registrati nella sola Torreón.
Come sottolinea Eduardo Olmos Castro, sindaco della cittadina messicana, «è necessario dare incentivi a chi decide di esercitare questa professione, attraverso stimoli economici, equipaggiamenti migliori così come è necessario dar loro condizioni di vita ed educazione migliori per loro e le loro famiglie», data anche la sempre più alta percentuale di poliziotti che sempre più spesso, tenendo conto in primis proprio del fattore economico, decidono di passare dall'altra parte.

Messico, arrivano i pañuelos blancos contro il narcotraffico


Washington, 6 novembre 2011 - Se ne era parlato già in aprile, quando alcuni media iniziarono a raccontare i dettagli dell'operazione “Fast and furious”, con la quale gli Stati Uniti hanno introdotto nel territorio messicano alcune migliaia di armi – anche ventimila a carico – per i militari che sorvegliano il confine tra i due paesi ma che sono state poi ritrovate nelle mani dei cartelli. Proprio da uno di quei carichi arriva l'arma che uccise, nel dicembre 2010, l'agente della polizia di frontiera Brian Terry[1]. Da un articolo pubblicato l'1 novembre dal quotidiano Milenio[2] si scopre che una cosa simile, seppur con quantitativi ben diversi – il Los Angeles Times che per primo ha dato la notizia parla di 500 armi di grosso calibro – sia avvenuta anche durante l'operazione “Receptor Abierto”, tra il 2006 ed il 2007.

Da Anonymous ai Los Zetas. La questione dei cartelli, dunque, sta assumendo sempre più carattere internazionale, e non solo per gli accordi bilaterali con la 'ndrangheta sul traffico della droga. In questi giorni, infatti, sono scesi in campo anche quelli che qualcuno definisce i “nuovi paladini del mondo libero”, cioè il gruppo di hacker degli Anonymous che, con l'operazione denominata “#OpCartel” avevano minacciato di pubblicare entro il 5 novembre i nomi di politici, poliziotti e giornalisti appartenenti o collusi con i narcos. Il motivo di questa minaccia, però, non sono i tanti giornalisti che in Messico lavorano quotidianamente rischiando la vita, ma il fatto che nelle scorse settimane uno degli appartenenti al gruppo messicano degli Anonymous sarebbe stato sequestrato proprio dal cartello dei Los Zetas. La minaccia è poi rientrata sia perché il sequestrato è stato liberato, sia perché i narcos avevano a loro volta minacciato di uccidere degli innocenti.
Per quanto ufficialmente chiusa, la questione “Anonymous vs Zetas” lascia però aperte almeno tre domande. La prima, ovviamente, è capire se dietro al video di minaccia verso il cartello[3] ci sia effettivamente il gruppo di hacker o se questa non sia da iscriversi nella lotta interna tra i cartelli. Legata a questa c'è poi la seconda domanda, e cioè capire se gli Anonymous, qualora non fossero stati attaccati direttamente con il sequestro, sarebbero intervenuti.
Last but not least, poi, c'è da chiedersi se in un paese come il Messico – o l'Italia – ci sia davvero bisogno di personaggi senza nome e senza volto per sapere chi sono i collusi con la criminalità.

Messico, di giudici collusi e "muschilli"


Città del Messico, 30 ottobre 2011 – Quando si parla di giornalisti messicani, lo si fa per lo più per raccontarne le minacce o, peggio, l'omicidio. Oggi, invece, parliamo di giornalismo messicano per una buona notizia. La Fundación Internacional de Mujeres en los Medios de Comunicación (IWMF, Fondazione Internazionale delle donne nei mezzi di comunicazione), lunedì scorso ha infatti consegnato il premio “Courage in Journalism” alla direttrice del settimanale Zeta, Adela Navarro Bello (nella foto), per continuare a raccontare i cartelli nonostante due giornalisti del settimanale siano stati uccisi e lei stessa sia stata minacciata. «È meglio non pensare di avere paura, perché con la paura non si fa giornalismo, si pensa solo ad amministrare l'informazione e a cosa conviene pubblicare in base a questo timore», dice la giornalista, da sei anni alla guida del settimanale e che l'anno scorso ha ricevuto, a Ferrara, il premio Anna Politkovskaja[1].
«Abbiamo un impegno preso 31 anni fa con la fondazione del settimanale Zeta. Un impegno con chi ci ha preceduto, con chi ha dato la vita e con la nostra società» ha dichiarato, ricordando Héctor Félix, co-fondatore del settimanale assassinato nel 1988, ed il co-editore Francisco Ortiz, assassinato nel 2004 ed accettando il premio a nome di tutta la redazione del settimanale.

Narcocavilli. Proprio il settimanale Zeta, nelle scorse settimane[2], ha raccontato la storia di Hugo Carlos Mendoza Núñez, promosso per aver fatto male il suo lavoro. Ma partiamo dall'inizio. Il 26 luglio 2007 René Pinal, imprenditore, denuncia l'espropriazione di 244 ettari di un terreno, recuperato al mare, in una zona conosciuta come “San Cristóbal”, a Cabo San Lucas (all'estremo sud dello stato della Bassa California del Sud) facenti parte di un terreno – 857 ettari – acquistato nel maggio 1983 da María Cristina Orduño Durán per 450mila dollari. All'interno dell'appezzamento, Punal creò un campo per tartarughe, creando un associazione per la tutela di questa specie. Per rientrare degli investimenti, decise di mettere in vendita 100 ettari della sua proprietà. Il primo interessato fu il suo vicino, Dagoberto Gil Tlatelpa, che di mestiere comprava e rivendeva terreni rustici della zona a clienti per lo più stranieri e che da subito presentò a Pinal alcuni acquirenti, tra i quali Carlos Antonio Sosa Valencia, interessati al terreno. Qualche mese dopo – e torniamo al momento della denuncia – René Pinal riceve una telefonata, dall'altro capo tal Mike Houston, che aveva saputo da Dagoberto Gil Tlatelpa dell'avvenuta vendita del terreno.

Messico, insabbiare il narcotraffico nonostante i morti


Hermosillo (stato di Sonora, Messico), 18 ottobre 2011 – «10 mil por policía municipal muerto». «10 mila (pesos, ndr) per un poliziotto morto». Tanto vale la vita di un poliziotto a Hermosillo, dove qualcuno – nella Colonia del Razo, nel pieno centro della città – ha scritto questo messaggio ritrovato all'alba di martedì scorso[1]. E mentre ad Hermosillo si fa il conto di quanti pesos si possono guadagnare uccidendo poliziotti, a Veracruz, nella baia di Campeche (Golfo del Messico) si continua a fare il conto dei morti ritrovati per strada. Dieci corpi con evidenti segni di tortura, sono stati ritrovati martedì scorso nei pressi della colonia Sentimientos de la Nación[2].

Cento morti in cento giorni. È quello a cui stanno assistendo i cittadini di Veracruz, diventata uno dei principali centri della guerra per il controllo del territorio dei cartelli messicani, in particolare da quando – lo scorso settembre, con un comunicato visibile anche su YouTube[3] si è presentato un nuovo gruppo criminale, denominato “Mata-Zetas” (“Uccidi-Zeta”), il cui compito, stando alle parole del portavoce anonimo, è esclusivamente quello di sterminare il cartello dei “Los Zetas”, attualmente il gruppo più potente tra i narcos. «L'intenzione è far sapere ai cittadini veracruzani che questo flagello della società (Los Zetas) non è invincibile», continua il portavoce del gruppo, in realtà nient'altro che l'ennesimo “sottogruppo” del Cartello di Sinaloa, il più importante tra i cartelli in lotta contro gli uomini della zeta.
«L'abbandono di 35 corpi nel cuore della zona alberghiera (zona hotelera) di Boca del Rio, a Veracruz, il 19 settembre scorso rappresenta un “prima e un dopo”, un episodio chiave per il controllo di gran parte del movimento della droga in Messico», dice Arturo Matiello, presidente del Consiglio di partecipazione cittadina della Procura generale della Repubblica (Consejo de Participacion Ciudadana de la Procuradoria General de la Republica, PGR) dello stato. Questo perché le strade di Veracruz, situata a sud-est, mettono in contatto praticamente tutto il paese e, continua Matiello, «chi controlla Veracruz controlla il 50% del traffico di tutto il Messico».

Messico, combattere il narcotraffico a colpi di...fumetto



Città del Messico, 11 ottobre 2011 - Se i narcotrafficanti utilizzano le “narcocorridos” - la versione messicana dei neomelodici che inneggiano alla camorra – o i “narcomessaggi” che sempre più spesso accompagnano i morti ammazzati dai cartelli, il governo di Felipe Calderon risponde con i fumetti.

Sono dieci, per ora, i video-fumetti realizzati dal governo federale – tutti disponibili sul canale youtube – con i quali si sta tentando di combattere il fenomeno del narcotraffico su un piano diverso da quello militare (dove la situazione – fatta spesso di militari corrotti – è pressoché fallimentare).

Il lavoro intrapreso, spiega Alejandro Poire, portavoce del settore sicurezza del governo federale, «fa parte di una strategia globale che prevede in parte anche l'uso della forza pubblica. Inoltre stiamo lavorando anche con altri stati per cercare di fare formazione e tentare di prevenire azioni criminali. A tutto questo si deve aggiungere il lavoro di partnership fra i diversi stati del Messico». Il messaggio che si vuole far passare attraverso questi video-fumetti, è che «solo attraverso le istituzioni del Paese si potrà creare una società che viva in sicurezza e che questa sia duratura», continua Poire. «Nessuno, ad iniziare dallo Stato, dovrà scendere a patti o addirittura trattare con i criminali».

Presentati da un video dello stesso portavoce, i “10 miti della lotta per la sicurezza” hanno il compito di destrutturare quelli che secondo il governo sono stereotipi (o “miti”, come definiti nei video) con i quali l'operato del governo viene presentato, tra i quali il fatto che le strategie utilizzate facciano uso della sola forza militare (mito numero 1), che l'unico soluzione possibile sia quella di negoziare con i cartelli (mito numero 4) o che il Messico sia il paese più violento del mondo (mito numero 10)

Quanti di questi video-fumetti saranno poi tradotti con reali politiche di contrasto al fenomeno e quanti rimarranno invece mera propaganda sarà il tempo a dirlo.

di seguito i "10 miti"

Messico, arrestata "La flaca", prima leader femminile del cartello dei Los Zetas



Monterrey (Messico), 13 settembre 2011 –È finita con un arresto la carriera criminale di Verónica Mireya Moreno Correón, meglio conosciuta come “La Vero” o “La Flaca” (“La magra”), prima donna a diventare leader del cartello di narcotrafficanti Los Zetas e fino a due anni fa poliziotta nel municipio di San Nicolás de los Garza (nello stato del Nuevo León a circa 5 chilometri da Monterrey). Diventata la responsabile della piazza di spaccio del municipio, è stata arrestata mentre viaggiava sulla sua auto – nella quale sono state rinvenute una pistola, alcune dosi di droga e sei telefonini – insieme a Josè de Jesus Molina (conosciuto come “Mister Chip”).

Il cartello dei Los Zetas è uno tra gli ultimi gruppi creatisi all'interno della guerra tra cartelli che ormai da tempo insanguina le strade del Messico, tanto che è stato lanciato ormai da tempo l'allarme sulla trasformazione dello stato centro-americano in un vero e proprio narco-stato, dove né il Presidente Felipe Calderon né gli accordi con gli Stati Uniti per arginare il fenomeno (colpiti qualche mese fa dal “Mexicogate”, nel quale si attestava un coinvolgimento in un contrabbando di armi con i cartelli del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosive o Atf) sembra essere di aiuto.
Una delle caratteristiche di questo cartello – tra i principali partner internazionali della 'ndrangheta calabrese – è che molti dei suoi esponenti sono stati prelevati da corpi di speciali della polizia creati appositamente per fronteggiare il narcotraffico. Per cui che “La Flaca” sia passata dall'altra parte della barricata non dovrebbe poi stupire più di tanto.

Così come non deve stupire, nonostante la concezione machista che ancora pervade i narcos, l'uso delle donne in posizioni di rilievo. È questo, infatti, uno degli ultimi “trend” della criminalità organizzata a livello globale (basti considerare il ruolo delle donne degli arrestati nelle 'ndrine o nei clan camorristici). Barbie, Bonbon, Comandante Stella sono solo alcune tra le più agguerrite killer di cui possono disporre i Los Zetas, il Cartello del Golfo o quello di Sinaloa. Per non parlare di Sandra Ávila Beltrán, conosciuta come la “la Reina del Pacífico”, prima leader assoluta di un cartello e dal 2007 ospite delle patrie galere.