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In morte (presunta) di “El Lazca” nascono “I figli del Diavolo”

Il presunto cadavere di Heriberto "El Lazca" Lazcano Lazcano
fonte: reporteindigo.com

Monterrey (Stato di Nuevo León, Messico) – Dicono che stavolta sia morto davvero. Non come le altre due, in cui le autorità ne davano l'annuncio e lui tornava a rompere le uova nel paniere a chi diceva di aver inferto un duro colpo ai cartelli della droga. Anche questa volta, però, la morte di Heriberto Lazcano Lazcano, detto “El Lazca”, “Z-3” o “Il Boia” e fino allo scorso 7 ottobre leader del cartello dei Los Zetas è avvolta nel mistero. Soprattutto perché, a quasi un mese dallo scontro a fuoco che ne ha decretato la morte, il cadavere non c'è.
Ma procediamo dall'inizio.

Un morto senza cadavere. Secondo la ricostruzione fatta dalla Marina lo scontro che ha portato alla morte di Lazcano è avvenuto intorno alle 13.30 di domenica 7 ottobre, durante una normale operazione di pattugliamento nel municipio di Progreso, nello stato di Coahuila de Zaragoza, in seguito ad una serie di denunce provenienti dalla cittadinanza locale che evidenziavano la presenza di uomini armati riconducibili al crimine organizzato.
Il convoglio su cui viaggiavano gli agenti sarebbe stato fatto oggetto del lancio di alcune granate da un altro veicolo in movimento, «ragione per la quale si procedeva a respingere l'aggressione, anche a seguito del ferimento da arma da fuoco di un elemento di questa istituzione, con ferite che non pongono a rischio la sua vita».
Persino una dinamica dei fatti apparentemente così limpida e lineare non è esente da dubbi e questioni aperte. Come scriveva Hugo Gutiérrez su Reporte Indigo dello scorso 15 ottobre[1], infatti, i “falchi” - le vedette che tutto vedono e tutto sentono sul territorio e che dunque dovrebbero avvis(t)are visite indesiderate – hanno fallito. Sono in molti, però, a sostenere come questo episodio non sia frutto del caso quanto di una vera e propria strategia che negli ultimi mesi vedrebbe la Marina spianare la strada per la leadership degli Zetas a Miguel Ángel Treviño Morales, detto “Z-40”, accusato di aver venduto alle autorità parte dei suoi compagni nella scissione che da qualche mese sta interessando il cartello[2].

«La dinamica dell'eliminazione» - scrivevano Jorge Carrasco Araizaga e Juan Alberto Cedillo sul settimanale Proceso dello scorso 14 ottobre - «è sintesi perfetta del sexenio di Felipe Calderón: molti proiettili, poca intelligenza. Quello che le autorità federali tentano di presentare come il più importante colpo inferto ai narcos in Messico in più di un decennio – a due mesi e mezzo dalla conclusione effettiva del governo panista – è terminato nella vergognosa sparizione del supposto cadavere del capo».

L'innominabile scissione dei Los Zetas

foto: proceso.com.mx
Città del Messico - Tre attacchi in tre settimane. È quanto ha dovuto subire il giornale El Norte di Monterrey, facente parte del gruppo Reforma. L'ultimo episodio in ordine di tempo è avvenuto lo scorso 29 luglio, quando tre uomini armati con indosso maschere da sci hanno incendiato il palazzo che ospita la redazione del giornale. Gli altri due erano stati registrati entrambi il 10 luglio, quando a poche ore di distanza sono stati colpiti due differenti edifici del giornale con fucili d'assalto e granate. Con quello del 29 luglio sono in tutto sei gli attentati subiti dal giornale negli ultimi due anni.

Il giorno dopo è toccato alla compagnia Dipsa – che distribuisce tra le altre anche il settimanale Proceso - il cui palazzo è stato dato alle fiamme. Il gruppo, scriveva Patrick Corcoran su insightcrime.org lo scorso 6 agosto[1], ha una importanza vitale essendo l'unico distributore locale di giornali. Su un muro interno dell'edificio, evidenzia l'articolo, gli inquirenti hanno trovato le scritte “S” e “TER” delle quali rimane però ancora sconosciuto il significato.

Troppi galli nel pollaio. Che oggi il giornalismo in Messico sia, non certo per scelta propria, una delle parti in causa della guerra scatenata dai cartelli della droga lo dicono i numeri, come quelli della Commissione nazionale sui Diritti Umani che parla di 81 giornalisti uccisi e 14 scomparsi dal 2000[2] o degli innumerevoli attacchi alle sedi dei giornali che per questo decidono di dedicarsi ad altro, arrivando a forme di totale auto-censura verso le informazioni che riguardano la criminalità organizzata, come capitato con El Mañana[3].

Oltre agli attacchi alla stampa – che per quanto riguarda l'ex braccio militare del Cártel del Golfo rientrano in una più ampia politica di immagine (criminale) – un altro episodio eloquente in tal senso è accaduto il 13 maggio, quando Jesús Elizondo Ramírez, detto “El Loco”, leader Zetas a Cadereyta, nello stato di Nuevo León, ha disobbedito agli ordini di Miguel Ángel Treviño Morales detto “Z-40” e da qualche mese ribattezzato “il nuovo Giuda”. Elizondo Ramírez, arrestato pochi giorni dopo, ha raccontato ai militari di aver ricevuto ordini dai due leader dei Los Zetas (oltre a Treviño Morales, il gruppo è guidato dall'unico dei fondatori ancora in vita, Heriberto Lazcano Lazcano detto “El Lazca” o “Z-3”) per abbandonare i 49 corpi mutilati[4] – appartenenti a sei donne e 43 uomini – nella piazza principale di Cadereyta, ma di avervi disobbedito conscio delle conseguenze che questo atto avrebbe rappresentato per lui.

Messico, né silenzio né indifferenza

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-ne-silenzio-ne-indifferenza/27640/


Città Del Messico (Messico), 13 maggio 2012 - «Aiutami. Mi trovo in Messico e qui stanno succedendo cose orribili. Sabato scorso a Veracruz hanno ucciso una mia collega giornalista della rivista Proceso, per la quale scrivo anch'io. Si chiama Regina Martínez. È stata strangolata a casa sua e oggi, nello stesso Stato di Veracruz, hanno trovato i corpi di altri tre giornalisti. Qui in questo articolo[1] si dice ancora che sono due, ma proprio adesso abbiamo saputo che sono tre, e c'è anche il corpo di un'altra persona, ma ancora non sappiamo se sia un giornalista. In questo articolo[2] dicono che prima di essere uccisi questi giornalisti sono stati torturati e mutilati. In questo Stato, governato dal dicembre del 2010 da Javier Duarte, sono stati uccisi almeno 11 giornalisti. Undici nell'arco di un anno e mezzo. Le vittime sono Miguel Ángel López Velasco, suo figlio, fotoreporter Miguel López Solana; Yolanda Ordaz, Noel López Olguin, Regina Martínez Pérez. Oltre i tre di oggi. Aiutami a farlo sapere. Spero che tu possa diffondere la notizia sul sito di Ossigeno. Appena tornerò in Italia ne riparleremo».

Questo è l'appello arrivato ad Alberto Spampinato, direttore e fondatore di Ossigeno per l'informazione, l'osservatorio sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate con la violenza. Ad inviarlo Cynthia Rodriguez, giornalista messicana dal 2006 in Italia come corrispondente della rivista Proceso.

Ad ottobre[3] avevamo cercato di accendere i riflettori sul Messico – in molti casi proprio attraverso gli articoli di Proceso – ritenendo che molte siano le similitudini con il nostro paese (a partire dal potere dei cartelli della droga e delle famiglie di mafia passando per la corruzione della classe politica e, naturalmente, la pericolosità del fare il giornalista). Diventa ancora più importante, oggi, parlare di quel che avviene in quel paese. Innanzitutto perché, come ricorda Spampinato, «ciò che accade in Messico non è un problema solo del Messico[4]». E poi perché la guerra al giornalismo libero scatenata in Messico – dove dal 2000 ad oggi sono già più di settanta i giornalisti uccisi, con 172 aggressioni avvenute nel solo 2011, come segnala l'associazione “Articulo 19” - non può essere ignorata da chi ha per anni convissuto con un giornalismo spesso tacciato di essere schierato più con il potere che non con la verità.

In Messico, nelle scorse settimane, giornaliste e giornalisti come Carmen Aristegui, José Gil, Anabel Hernández, sono scesi in strada per protestare contro questa situazione, sostenendo comunque che «quello che i mezzi di informazione devono fare è continuare ad informare».

Messico, todos somos Regina

foto: thestar.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-todos-somos-regina/27265/

XALAPA (Stato di Veracruz, Messico), 1 maggio 2012 – Il corpo di Regina l'hanno trovata in bagno, sabato, piena di lividi e contusioni. A dare l'allarme un vicino di casa, accortosi della porta di casa aperta, senza che nessuno ne entrasse o ne uscisse.
Regina faceva la giornalista, come Héctor Javier Salinas Aguirre o Javier Moya Muñoz, uccisi pochi giorni fa nello Stato di Chihuahua. Giornalisti nel paese più pericoloso dove fare questo mestiere. Ottantotto in undici anni, secondo Juan Ramón Negrete Jiménez, segretario regionale per la zona occidentale della Federazione delle associazioni dei giornalisti messicani (Fapermex, la sigla in spagnolo). Senza contare le sparizioni e le minacce.

Regina Martínez Pérez, negli ultimi tempi, si stava occupando di politica. Che in quel paese – un po' come in Italia – è come dire che si stava occupando della parte non violenta del narcotraffico, tanto è il livello di penetrazione dei narcos (o delle famiglie mafiose, per tornare da quest'altra parte dell'oceano) nella politica. Nelle ultime settimane, dalle pagine della rivista Proceso, Regina aveva raccontato dell'ex procuratore Reynaldo Escobar e di Alejandro Montagno, entrambi candidati alla Camera dei Deputati per il Partido Revolucionario Istitucional. «Alla vigilia della morte, la giornalista pubblicò un articolo in merito alla detenzione di nove poliziotti sospettati di essere collusi con il narcotraffico. Per questo, la pista professionale deve essere considerata prioritariamente. La tendenza delle autorità a volerla escludere danneggia gravemente questo tipo di indagine», scrive in una nota l'organizzazione internazionale “Reporter Senza Frontiere”.

«L'omicidio di Regina Martínez è da leggersi all'interno della situazione in cui versa il paese» - scriveva la redazione del settimanale nei giorni scorsi - «dove la violenza quotidiana e gli atti estremi non sono l'eccezione ma la regola quotidiana e dove al crimine va accreditato il clima di ostilità nel quale la stampa indipendente è obbligata a lavorare». «Nel nostro caso» - continua l'articolo uscito domenica[1] - «sono reiterati i sequestri e l'acquisto di numerose copie del giornale da parte di chi si sente danneggiato da quello che pubblichiamo».

Javier Duarte de Ochoa, governatore priista dello Stato di Veracruz, ha ordinato l'apertura di un'indagine, disponendo la creazione di un gruppo speciale che si occupi sull'omicidio. Rispetto a questa indagine, che sarà portata avanti dal governo di Veracruz insieme al ministero della Giustizia «Proceso è scettico», essendo questa una promessa che – alla luce anche degli altri omicidi – risulta essere solo retorica.

Ieri mattina, intanto, decine di giornalisti, studenti e accademici hanno marciato per il centro di Colima, capitale dello Stato omonimo, per protestare contro l'omicidio e chiedere la fine delle violenze contro i lavoratori dei mezzi di comunicazione. Conclusasi di fronte al palazzo del governo dello Stato, la marcia è stata scandita da frasi come “Siamo tutti Regina” o “Non si uccide la verità uccidendo giornalisti”, per poi firmare e condividere la dichiarazione contro la violenza verso i giornalisti redatta nei giorni scorsi ed inviata al presidente Calderón Hinojosa.

Note
[1] Proceso ante el crimen de Regina Martínez, Proceso, 28 aprile 2012

Messico, “Metros” contro “Rojos”. Linea di confine Golfo

foto: elnuevoheraldo.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-metros-contro-rojos-linea-di-confine-golfo/27004/

Città del Messico (Messico), 23 aprile 2012 – La scorsa settimana[1] abbiamo visto come i cartelli della droga si stiano preparando al tramonto del sexenio governativo di Felipe Calderón Hinojosa, riequilibrandosi per dare il benvenuto a chi, a luglio, prenderà il posto dell'attuale presidente. Oggi andremo ad approfondire uno degli aspetti che caratterizzano la vita dei cartelli: le scissioni interne. Per farlo, ancora una volta supportati dagli articoli del settimanale “Proceso” ci addentreremo in quello che è il cartello più vecchio tra quelli attualmente operativi: il Cártel del Golfo, formatosi già negli anni Quaranta ed oggi comandato da José Eduardo Costilla Sánchez, detto “El Coss” o, per gli ex amici, “El Judas”.

Facciamo, innanzitutto, un po' di storia: nel 2003 viene arrestato Osiel Cárdenas Guillén, detto – tra i tanti alias con i quali è conosciuto – “el Mata-amigos” (l'”ammazza amici”) per aver ucciso Salvador Gómez, suo amico personale con il quale comandava il cartello dal 1996, anno dell'arresto del vecchio leader Juan García Abrego. A Cárdenas Guillén, che nel 2007 è stato estradato negli Stati Uniti, dove dovrà scontare una pena di venticinque anni di carcere[2], si deve la creazione del braccio armato formato da ex componenti dell'esercito che, staccatisi dal Cártel del Golfo, diventerà noto come “Los Zetas”.
A quel punto il cartello passa nelle mani di Antonio Ezequiel Cárdenas Guillén, meglio noto come “Tony Tormenta” e Samuel Flores Borrego, detto “Metro 3”, al quale rimaneva il controllo sulla piazza di Reynosa.
Proprio questa piazza diventa il motivo dello scontro. Nel 2010, infatti, Costilla Sánchez – stando alla ricostruzione fatta da un testimone al giornalista Jorge Carrasco Araizaga - cerca un accordo con Nazario González, detto “El Chayo” o “El mas loco”, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia il 9 dicembre 2010 ad Apatzingán, nello Stato di Michoacán e fino a quel momento leader de La Familia Michoacana. Il patto prevedeva che “El Chayo” inviasse propri sicari a Reynosa, per combattere contro i Los Zetas, dando così origine al “blocco” oggi capeggiato dal Cártel de Sinaloa. In cambio, agli uomini di González veniva dato il via libera per lo sfruttamento della Ribereña (la “costiera”), strada fondamentale per il traffico di droga nella zona nord-est del Messico, mettendo in connessione il sud del paese con la frontiera texana. Accordo, questo, che non vede il favore né di Tony Tormenta né di Metro 3.

Messico, la fine del sexenio calderonista ed i nuovi equilibri tra i cartelli

foto: cubiform.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/messico-la-fine-del-sexenio-calderonista-ed-i-nuovi-equilibri-tra-i-cartelli/26677/

Città del Messico (Messico), 15 aprile 2012 – Comunque vada a finire, per i messicani tra pochi mesi si chiuderà un'epoca. A luglio, infatti, qualunque sarà il risultato delle elezioni per il rinnovamento di presidente e Congresso, si chiuderà il sexenio di Felipe Calderón Hinojosa e, con esso, la sua più che fallimentare “guerra al narcotraffico”, che verrà forse ricordata solo per i suoi oltre sessantamila morti. Per intenderci, circa il doppio delle persone che la dittatura militare argentina riuscì a far sparire tra il 1976 ed il 1983, tanto per rimanere nello stesso continente.
Quello che invece non cambierà, né per i messicani né per il loro futuro governo è il rapporto con i cartelli della droga, che non solo sono passati praticamente indenni attraverso questo sexenio ma – come scriveva a febbraio la rivista Proceso – escono dal periodo calderonista spesso rafforzati.

Attualmente, come ricordava il giornalista Ricardo Ravelo, la nuova mappa del narcopotere (che va in qualche modo ad aggiornare quanto scrivo, lo scorso ottobre su InfoOggi.it nell'articolo “Narcotraffico in Messico, da El Chapo ai Los Zetas”[1]) vede più della metà del paese – anche se nessuna zona può dirsi immune – in mano ai cinque cartelli principali, cioè i due cartelli più potenti, ovvero Los Zetas, presenti in ventuno stati su trentadue e Cártel de Sinaloa, integrato da cartelli “minori” come La Resistencia, il Cártel Guadalajara Nueva Generación e i cosiddetti Matazetas, presente in diciannove stati, seguiti dal Cártel de Juárez, il più antico tra i cartelli attualmente attivi in Messico (fu fondato da Pablo Acosta Villareal già negli anni Settanta) presente anch'esso in diciannove dei trentadue stati sotto il comando del “Viceré” Vicente Carrillo Fuentes, il Cártel del Golfo, che con i suoi ventiquattro stati controllati è quello con la copertura territoriale maggiore nonostante la sua reale forza sia minata da forti divisioni interne che negli ultimi mesi lo hanno praticamente scisso in due gruppi differenti e La Familia Michoacana – o, più semplicemente, La Familia – dichiarata sciolta già due volte dalle autorità governative nonostante sia il cartello cresciuto di più durante il sexenio, che attraverso un'ampia rete di collaboratori e prestanome controlla dieci stati.
Esistono poi una serie di cartelli considerati minori perché hanno perso il loro ruolo nella gerarchia del narcopotere, come il Cártel de Tijuana, o perché di recente formazione, come il Cártel del Pacifico Sur o l'Indipendente di Acapulco, formatisi entrambi da scissioni interne al cartello dei fratelli Beltrán Leyva – oggi rappresentati dal primo dei due – che si stanno combattendo per il controllo di Acapulco e della zona turistica di Zihuatanejo, o il gruppo noto come los Caballeros Templarios (“cavalieri templari”, in italiano), nati all'interno de La Familia nel marzo 2011 e diventato il più sanguinario tra i cartelli a pari merito con i Los Zetas.

Marllory Dadiana Chacón Rossell, la "signora del narco"

Città del Guatemala (GUATEMALA) – Lo scorso 11 ottobre l'International Crisis Group[1] lanciava l'allarme sostenendo come il Guatemala stesse diventando uno dei punti nevralgici nel traffico di droga sulla rotta tra Colombia e Stati Uniti. È di ieri la notizia che proprio dal Guatemala arriva uno dei personaggi chiave di tutto il traffico: Marllory Dadiana Chacón Rossell, la signora del narco.

Se da un lato, infatti, il Guatemala ha un elevato tasso di crescita – anche paragonato a molti dei paesi europei – dall'altro lato la sua storia è piena di episodi di violenza e scontri armati, e la sua società è definita in base ad un'alta disuguaglianza sociale. Uno scenario perfetto per i narcotrafficanti, con il cartello messicano dei Los Zetas che da mesi sta tentando di inserire il paese nella sua sfera di influenza (la regione settentrionale di Alta Verapaz si dice sia già sotto il suo controllo).
Per evitare che i cartelli possano infiltrarsi ulteriormente nel paese, tra i primi atti del neo-eletto presidente della Repubblica, l'ex generale Otto Perez Molina c'è stato proprio il conferimento alle forze armate di poteri speciali per debellare crimine organizzato e violenza, sulla falsariga delle decisioni prese nella più che fallimentare “guerra al narcotraffico” portata avanti dal suo parigrado messicano Felipe Calderón Hinojosa, che nel sexenio che sta per terminare ha portato a circa 40 mila morti e a una sempre maggiore infiltrazione dei cartelli in vari settori della società (in primis nella politica, dove – raccontava qualche giorno fa alla rivista Proceso Oswaldo Chacón Rojas[2] – i cartelli potrebbero utilizzare le prossime elezioni di luglio per scegliere candidati a loro vicini e per lavare i proventi illeciti).

Più che alla situazione messicana, però, il neo-presidente dovrà porre un'attenzione maggiore al fronte interno, dove risiede la 39enne Marllory Dadiana Chacón Rossell (nella foto) che il Dipartimento del Tesoro statunitense ha da poco inserito nella lista dei più importanti narcotrafficanti del Centroamerica e del Guatemala, da dove rifornirebbe di migliaia di chilogrammi di cocaina al mese i cartelli messicani – e dunque anche la 'ndrangheta calabrese e l'Europa - e da dove sarebbe responsabile – attraverso le imprese immobiliari di cui è titolare - della più importante “lavanderia” di dollari guatemalteca.
«Le attività di Marllory Dadiana ed i suoi collegamenti con i cartelli messicani l'hanno resa una figura chiave nel traffico di droga», sostiene Adam Szubin, direttore dell'Ufficio di controllo dei beni stranieri (Ofac, in inglese).

Con l'inserimento in questa lista, alla “signora del narco” saranno congelati tutti i beni – sia quelli interamente di sua proprietà, sia quelli in proprietà partecipata – e che sono soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti, così come sarà proibito agli istituti finanziari statunitensi qualsiasi tipo di operazione con lei e con il marito, l'honduregno Jorge Andrés Fernández Carbajal in base alla cosiddetta “legge Kingpin”[3].

Note
[1] http://www.crisisgroup.org/
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/messico-il-denaro-dei-cartelli.html;
[3] U.S. Kingpin Act Lowers Global Threat of Drug Traffickers di Eric Green, archivio del governo statunitense, 26 giugno 2088

Messico, il denaro dei cartelli inquinerà le elezioni?

Morelia, Stato di Michoacán (Messico) - L'allarme, più di un allarme in realtà, era già stato lanciato alla fine di novembre[1], quando Milenio Television era riuscita ad entrare in possesso di una registrazione audio – un'intercettazione, praticamente – nella quale un appartenente al cartello de “La Familia” minacciava alcuni elettori del Partido de la Revoluciòn Democràtica affinché dirottassero il loro voto a favore di Julián Rodríguez Rosales del PRI (il Partido Revolucionario Institucional), candidato evidentemente più gradito al cartello.
La registrazione era poi stata utilizzata dalla procura generale per un'inchiesta sulle eventualità che nello stato di Michoacán il voto fosse stato pesantemente condizionato dalle minacce dei narcos, portando poi all'annullamento delle elezioni.

Ma quest'anno il Messico – così come altri sei paesi dell'America Latina[2] – sarà chiamato nel mese di luglio ad esprimersi per decidere chi succederà al disastroso ed insanguinato sexenio Calderón e per formare il nuovo Congresso. La possibilità che queste si trasformino in vere e proprie narco-elezioni è qualcosa di più di una semplice paura, così come evidenzia – dalle pagine della rivista Proceso dello scorso 1 gennaio – Oswaldo Chacón Rojas, dottore in teoria politica ed ex presidente della Commissione di vigilanza elettorale del Chiapas (Cofel). Il fulcro su cui ruota la sua analisi è che le campagne elettorali diventano sempre più costose, così che la criminalità organizzata ha una sempre più ampia possibilità di “inquinarle”. O, letta dall'altro lato, di assicurarsi – comprandoli attraverso l'influenza sul voto - interi pezzi di istituzioni.
Attualmente, ci tiene comunque a sottolineare Chacón Rojas, non ci sono prove chiare ed inoppugnabili, ma “gli indizi” ci sono già tutti, «perché i pilastri del mercato del finanziamento illecito sono già presenti».

Il problema non è tanto legato al potere dei cartelli, quanto ad un semplice vuoto normativo che permette di controllare in maniera più approfondita il trasferimento della parte pubblica dei finanziamenti che arrivano a partiti e candidati ma non la parte privata per la quale, di fatto, sono attualmente previste misure ben più blande.
La riforma elettorale del 2007, resasi necessaria nel tentativo di ridurre le spese elettorali, ha diminuito le difficoltà dell'Istituto Federale Elettorale (Ife) – l'organo autonomo incaricato di organizzare le elezioni federali – e della Commissione nazionale bancaria e della Borsa (Comisión Nacional Bancaria y de Valores, CNBV, a cui è affidato il compito di tenere in equilibrio il sistema economico del paese), ma non è ancora abbastanza.
Una delle novità introdotte dalla riforma, ad esempio, impone a partiti e candidati l'apertura di un conto corrente bancario nel quale incanalare i flussi di denaro, sia pubblico che privato, ma la campagna elettorale perenne nella quale si trova il paese impone a partiti e candidati delle spese ben maggiori rispetto a quelle previste per questi conti correnti.
«Ci sono prove» - dice Chacón Rojas a Isaín Mandujano - «che esiste un vero e proprio mercato nero per l'acquisto di pubblicità elettorale», che si attiva – in particolare in radio e televisioni – anche quando i partiti non possono ancora acquistare spazi pubblicitari in questi media. Un sistema – questo – che ha portato la politica persino su un ring di boxe, laddove in uno dei suoi ultimi incontri Juan Manuel Marquez (attuale campione dei pesi leggeri) ha combattuto con impresso sui pantaloncini – in maniera più che visibile - il logo del Partido Revolucionario Institucional[3], cosa che ha portato all'annullamento delle elezioni di Morelia (capoluogo dello stato di Michoacán), dove il candidato del PRI, Wilfrido Lázaro Medina ha battuto Marko Antonio Mendoza – l'esponente del Partido de Acción Nacional suo diretto concorrente – per meno dell'un per cento dei voti.

Una gran parte dei fondi privati, sottolinea ancora Chacón Rojas, non viene sottoposta a controllo in quanto maneggiata fuori dai registri contabili, così da non comparire nella relazione di spesa che i partiti sono obbligati a presentare all'Ife, venendo utilizzati per lo più per l'acquisto vero e proprio di voti e votanti. È proprio su questo aspetto che si concentrano gli sforzi economico-finanziari maggiori, «poiché è su questo aspetto che i politici scommettono per trionfare», dice Chacón.
Basti pensare, ad esempio, che per quanto riguarda le elezioni del 2006 – quelle che portarono alla Presidenza Calderón attualmente in corso - il Pan «notificò zero pesos di finanziamenti privati». «Sarebbe assurdo», continua il giurista, «pensare che i finanziamenti pubblici siano sufficienti per finanziare le attuali campagne elettorali. L'unica cosa che questo esempio rivela è che non abbiamo un meccanismo per vigilare sui finanziamenti privati così come possiamo fare con i finanziamenti pubblici».

Ma come evitare, dunque, che le prossime elezioni si trasformino nelle prime narco-elezioni della storia messicana?

«Normalmente si affida alle unità di controllo degli organi elettorali il compito di “blindare” le campagne elettorali dal denaro dei narcos, ma queste non sono né agenzie ministeriali di indagine né poliziotti; sono le aree di intelligence e di sicurezza dello Stato le responsabili di tali indagini».

Per questo, secondo Chacón, è necessario ripensare l'intero sistema di monitoraggio, il cui primo passo potrebbe essere l'obbligo di pubblicazione delle relazioni di spesa, altrimenti c'è il serio rischio – come già avvenuto in precedenti elezioni – che i partiti possano modificare i conti rendendoli più consoni alla legge.
Per fare questo, però, bisogna che ci siano almeno due elementi: innanzitutto che l'Ife trasformi i propri revisori dei conti in “segugi”, al fine di raccogliere le prove di quanto speso, rendendo obbligatorio, per partiti e candidati, comunicare alla commissione elettorale date e luoghi delle loro attività politiche. In tal senso, però, è di fondamentale importanza che venga coinvolta la popolazione, in quanto le autorità non riescono – anche per una semplice questione numerica – a coprire tutti gli eventi elettorali svolti dai partiti.

Ultimo aspetto che è necessario modificare, conclude alla fine Chacón, è che ci sia la volontà politica di modificare questa situazione. «Se non procederemo con queste azioni, rimarrà il sospetto che il nostro processo elettorale possa essere “iniettato” (“inyectado” è il termine usato, ndr) con fondi illeciti».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/11/messico-lespansione-continentale-dei.html;
[2] 2012, cambio della guardia in Messico e Venezuela? di Maurizio Stefanini, Limes, 19 gennaio 2012;
[3] Mexico: Election results cancelled over party logo on boxer’s shorts di Manuel Rueda, Univision News Tumblr, 29 dicembre 2011

Quella "narcovia" che somiglia tanto alla Salerno-Reggio Calabria



Durango (Messico) – Parlare di quel che oggi avviene nel Messico dei narcos significa, in qualche modo, parlare anche dell'Italia. Perché la criminalità, in Messico come in Italia, influenza gran parte della quotidianità dei cittadini. Che si ritrovano a fare i conti con essa anche quando, semplicemente, percorrono l'autostrada.

Il progetto. Parte del corridoio economico interoceanico tra i mercati asiatici e quelli del NAFTA (l'Accordo nordamericano per il libero scambio), sarà la rotta più corta e più efficiente per il transito delle merci tra l'Oceano Pacifico e l'Atlantico, andando così ad interessare un mercato potenziale di 20 milioni di persone, concentrando più del 60 per cento del flusso commerciale dell'America del nord e darà origine a poco più di un quarto (il 22 per cento) del Prodotto interno lordo messicano.
È stata presentata così l'autostrada Durango-Mazatlán, i cui lavori sono iniziati durante la presidenza di Vicente Fox Quesada (2000-2006) e, ad oggi, ne è stato realizzato circa l'80 per cento. Negli intenti del governo, all'opera – di cui fa parte anche “El baluarte” (“Il baluardo”), il ponte sospeso più alto dell'America Latina (terzo al mondo) con 152 cavi d'acciaio – è affidato il compito di far esplodere lo sviluppo degli stati su cui passerà il tracciato, cioè Sinaloa, Chihuahua, Durango, Zacatecas, Coahuila, Nuevo León e Tamaulipas e permetterà di attraversare con meno difficoltà la zona conosciuta come “El espinazo del diablo” (“La spina dorsale del diavolo”), anche se le condizioni del manto stradale vanno a peggiorare quando ci si allontana dal chilometro zero, tanto che – come scrive Patricia Dávila sul settimanale “Proceso” - «è impossibile godere del panorama pubblicizzato dagli spot del governo federale che invitano ad addentrarsi nella Sierra Made Occidentale usando i ponti panoramici di “La Noria”, “El Indio” o “El Otinapa”».
“El baluarte” è, poi, il simbolo di quella “malapratica” che dal Messico ci riporta al Belpaese. Alto 1124 metri e strutturato con quattro corsie sospese ad un'altezza di 390 metri, il costo iniziale era stato preventivato in circa 280 milioni di pesos. Consegna entro il 2010. Ad oggi, quando i lavori non sono ancora stati completati, sono già stati spesi più di due miliardi di pesos.

Ricordarsi degli amici. I lavori del ponte sono affidati alla Tradeco, vincitrice dell'appalto nel 2006. La società appartiene a Federico Martinez, ex funzionario di Pemex (l'azienda pubblica messicana per il petrolio) che acquistò Tradeco quando ministro dell'Energia era Felipe de Jesús Calderón Hinojosa, che da quando è diventato Presidente ha affidato proprio a Martinez molte delle opere per la creazione delle infrastrutture messicane.

Nel frattempo, lo abbiamo detto, i cartelli non stanno certo a guardare. «Non possiamo negare» - dice Pablo Rivas, rappresentante a Durango per la Camera dell'Industria e della Costruzione messicana - «che l'autostrada sarà a beneficio della criminalità organizzata» che, comunque, ha già trovato il modo per guadagnarci già sopra.
Sinaloa, Beltrán Leyva, Golfo e Los Zetas sono i cartelli che si stanno interessando ai lavori. Non sono entrati direttamente nei lavori – come invece avvenuto per la costruzione della Salerno-Reggio Calabria, dove ogni 'ndrina ha avuto la sua “quota lavori”. A loro basta sequestrare, rubare gli autoveicoli a trazione integrale – gli unici che possono essere utilizzati nella parte più impervia della strada – e, soprattutto, tenere lontani gli “estranie” dalle piantagioni di marijuana e papavero che circondano l'opera (tra gli stati di Durango, Sinaloa e Chihuahua c'è infatti il considdetto “Triangolo dorato”).

«Quotidianamente ci scontriamo con uomini dei cartelli», dicono alcuni operai. «In una occasione abbiamo scoperto vari uomini che viaggiavano armati sulle camionette. Ci hanno chiesto documenti e credenziali di lavoro per lasciarci passare. Ora che ci conoscono ci lasciano lavorare».
L'anno passato alcuni esponenti dei Los Zetas – chiamati “Los amigos” (“Gli amici”) - hanno assaltato il campo di Chavarría Viejo (dove alloggiano alcuni operai, che spesso lavorano in nero), fermando i lavori ed esigendo di sostituire le ditte che si occupano della sicurezza sui cantieri. Da qualche tempo hanno cambiato approccio. Chiedono una mazzetta tra i 5 ed i 10 mila pesos “una tantum”, più combustibile, birra e il “prestito” dei veicoli, che restituiscono dopo tre o quattro giorni. «Forse li usano per i traslochi» dice, ironico, un ingegnere.

«Calderón» - dice il ministro delle finanze Carlos Emilio Contreras Galindo - «dovrà creare un programma di sicurezza speciale per evitare che questi gruppi prendano il controllo dell'autostrada». Riuscirci davvero, però, sarà un'impresa molto difficile, alla luce dell'esplosione dei cartelli avvenuta proprio sotto il mandato dell'attuale presidente.SB

Messico, arrivano i pañuelos blancos contro il narcotraffico


Washington, 6 novembre 2011 - Se ne era parlato già in aprile, quando alcuni media iniziarono a raccontare i dettagli dell'operazione “Fast and furious”, con la quale gli Stati Uniti hanno introdotto nel territorio messicano alcune migliaia di armi – anche ventimila a carico – per i militari che sorvegliano il confine tra i due paesi ma che sono state poi ritrovate nelle mani dei cartelli. Proprio da uno di quei carichi arriva l'arma che uccise, nel dicembre 2010, l'agente della polizia di frontiera Brian Terry[1]. Da un articolo pubblicato l'1 novembre dal quotidiano Milenio[2] si scopre che una cosa simile, seppur con quantitativi ben diversi – il Los Angeles Times che per primo ha dato la notizia parla di 500 armi di grosso calibro – sia avvenuta anche durante l'operazione “Receptor Abierto”, tra il 2006 ed il 2007.

Da Anonymous ai Los Zetas. La questione dei cartelli, dunque, sta assumendo sempre più carattere internazionale, e non solo per gli accordi bilaterali con la 'ndrangheta sul traffico della droga. In questi giorni, infatti, sono scesi in campo anche quelli che qualcuno definisce i “nuovi paladini del mondo libero”, cioè il gruppo di hacker degli Anonymous che, con l'operazione denominata “#OpCartel” avevano minacciato di pubblicare entro il 5 novembre i nomi di politici, poliziotti e giornalisti appartenenti o collusi con i narcos. Il motivo di questa minaccia, però, non sono i tanti giornalisti che in Messico lavorano quotidianamente rischiando la vita, ma il fatto che nelle scorse settimane uno degli appartenenti al gruppo messicano degli Anonymous sarebbe stato sequestrato proprio dal cartello dei Los Zetas. La minaccia è poi rientrata sia perché il sequestrato è stato liberato, sia perché i narcos avevano a loro volta minacciato di uccidere degli innocenti.
Per quanto ufficialmente chiusa, la questione “Anonymous vs Zetas” lascia però aperte almeno tre domande. La prima, ovviamente, è capire se dietro al video di minaccia verso il cartello[3] ci sia effettivamente il gruppo di hacker o se questa non sia da iscriversi nella lotta interna tra i cartelli. Legata a questa c'è poi la seconda domanda, e cioè capire se gli Anonymous, qualora non fossero stati attaccati direttamente con il sequestro, sarebbero intervenuti.
Last but not least, poi, c'è da chiedersi se in un paese come il Messico – o l'Italia – ci sia davvero bisogno di personaggi senza nome e senza volto per sapere chi sono i collusi con la criminalità.