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Per una "controstoria" dell'invasione in Afghanistan. Intervista ad Enrico Piovesana

foto: articolo11.net

Kabul (Afghanistan) - La guerra in Afghanistan ha avuto - e continuerà ad avere con la nuova missione "Resolute Support" - cause ben diverse da quelle che le "diplomazie mediatico-militari" hanno raccontato in questi dodici anni. Fronteggiare i talebani non significava democratizzare il Paese né combattere il terrorismo. La guerra in Afghanistan è stata, in buona sostanza, una gigantesca "guerra di mercato": quella per il controllo dell'oppio. Ne abbiamo parlato con Enrico Piovesana, (nella foto) giornalista professionista e reporter di guerra specializzato in armi e conflitti.

Partiamo da quello che ormai sembra essere un dato di fatto: per il contingente occidentale in Afghanistan il problema dell'oppio non è eradicarlo.
In Afghanistan, americani e alleati hanno scelto fin dal 2001 di non immischiarsi nelle campagne di eradicazione delle coltivazioni di papavero, lasciando che se ne occupasse la polizia afgana. “Non distruggeremo le piantagioni di papavero - spiegherà alla stampa internazionale l’assistente strategico del generale americano Stanley McChrystal - perché non possiamo colpire la fonte di sussistenza della popolazione di cui vogliamo conquistare la fiducia”. Questa semplice verità verrà pubblicamente affermata più volte nel corso degli anni dai vertici militari e politici di Washington. 
Questo “non interventismo” - ben rappresentato dalle tante immagini dei soldati occidentali in pattuglia tra i campi di papavero, magari fermi a chiacchiere con i contadini intenti a raccogliere oppio - è stato criticato per la sua ovvia ricaduta negativa sul contrasto alla produzione di oppio ed eroina. A smorzare queste le critiche, però, c’è sempre stata l’attenuante dall’aspetto ‘umanitario’ di tale decisione, vale a dire il riguardo - per quanto strumentale - nei confronti delle condizioni di vita della popolazione. 

Chi trae vantaggio da questa politica di “non interventismo”?
Questo laissez-faire non si limita ai contadini che sopravvivono grazie all’oppio, ma riguarda anche i signori della droga che gestiscono il narcobusiness afgano. Alla fine del 2001 questi warlord – reclutati dalla CIA per attaccare i talebani, come ha scritto lo storico americano Alfred McCoy - guidavano la resistenza armata anti-talebana nota come Alleanza del Nord, un fronte armato multietnico dominato dai tagichi del maresciallo Mohammed Qasim Fahim e dagli uzbechi del generale Abdul Rashid Dostum.

Mogadiscio-Kabul, la lunga strada della (mala)cooperazione

foto: ilcaffegeopolitico.net

Provincia dell'Helmand (Afghanistan) - «Alle rispettabili popolazioni di Helmand. I soldati dell'ISAF e dell'Esercito Nazionale Afghano (ANA) non distruggeranno i campi di papavero. Loro sanno che molta gente dell'Afghanistan non ha scelta nella coltivazione del papavero. L'Isaf e l'Ana non desiderano impedire alla gente di guadagnarsi i mezzi per il loro sostentamento».
Aprile 2007, due stazioni radio della provincia di Helmand, Afghanistan meridionale, trasmettono questo messaggio. A commissionarlo non uno dei tanti signori della droga locali ma l'esercito britannico.

La vicenda fece infuriare qualche ufficiale afghano per un po', venne bollata come “sfortunato incidente” e tutto si chiuse lì, come se niente fosse. E dire che il contingente occidentale ci aveva anche provato a far cambiare coltura agli agricoltori afghani che, pur non avendo assimilato dopo 12 anni di invasione il senso occidentale della “democrazia”, gli affari li sanno fare benissimo. Si era tentato, infatti, di sostituire i campi di oppio da dove arriva tra l'80 ed il 90% dell'eroina che circola sui tavoli dei locali e nelle feste private del mondo intero con coltivazioni di grano e riso ma, come riportava lo scorso aprile Rod Nordland sul New York Times, gli agricoltori ricavavano 43 centesimi dal grano, 1,25 dollari dal riso e 203 dollari al chilo dall'eroina. Con profitti da massimizzare per sfamare le famiglie la scelta è scontata, anche alla luce del forte indebitamento verso i signori della droga i quali, venute meno le colture e sfumati gli affari monetari in seguito all'”editto” del Mullah Omar, hanno dato vita a fenomeni di debt marriage, costringendo gli agricoltori a sanare i debiti prendendosi le figlie degli agricoltori per sposarle o renderle schiave.

Afghanistan, Cristiano Congiu è morto davvero per criminalità comune?

foto: pbs.org

Valle del Panshir (Afghanistan) - Ieri abbiamo iniziato a parlare dell'omicidio del tenente colonnello Cristiano Congiu, arrivato in Afghanistan nel 2007 come ufficiale della Direzione centrale dei servizi antidroga con il compito di indagare sulle esportazioni di oppio e lì ucciso, il 3 giugno 2011, in circostanze tutt'altro che chiare.

Notizie certe. Si è parlato – lo fa Il Messaggero il 12 agosto 2011 – della volontà di Congiu di entrare nel mercato degli smeraldi attraverso la costituzione di una società con Francesca Violetta Cisotto, confermando così la versione dei fatti di quest'ultima. Secondo l'articolo, i due avrebbero chiesto anche di aprire un conto corrente presso una banca tedesca utilizzata dall'ambasciata italiana a Kabul all'allora ambasciatore Claudio Glaentzer (da gennaio 2012 all'ambasciata italiana di Atene), il quale dopo aver acconsentito ha rivisto la sua posizione esigendo la chiusura del conto.
Fino a prova contraria, gli smeraldi non usano ammalarsi, e dunque non hanno bisogno di medicinali. Non si spiega, allora, perché il tenente colonnello avesse chiesto ad un amico farmacista di Pontecorvo di metterlo in contatto con le case farmaceutiche per la fornitura di medicinali. Poco più di due mesi prima, il 5 giugno, lo stesso giornale aveva parlato della volontà del tenente di aprire un ospedale per bambini mutilati, in un articolo dal titolo “Un segugio antidroga chiamato Rambo”[1]. Lo stesso giornale peraltro - come riportato da Giorgia Pietropaoli nel suo libro "Missione Oppio. Afghanistan: cronache e retroscena di una guerra persa in partenza” edito da Alpine Studio nel 2013 - riesce a dare due versioni di uno stesso dettaglio: «Nello stesso giorno, il 12 agosto 2011, ha pubblicato due notizie contrastanti: nell'articolo pubblicato online[...]si sostiene che il tenente volesse comprare una miniera di smeraldi; l'edizione cartacea, invece, riporta la presunta testimonianza della Cisotto che afferma che era la sua società, la Aet, a voler acquistare la miniera». «Oppure sono stati gli inquirenti ad aver fatto un po' di confusione»[2].

La società fantasma. Dal sito della Advanced Engineering Technologies (Aet) Internationals, che dà l'impressione di essere stato fatto in fretta e furia, si può leggere che la società lavora per governo statunitense, principali contractors di Washington, organizzazioni umanitarie internazionali e istituzioni afghane, senza specificare oltre.

Afghanistan, 52 macchie di sangue sulla bandiera italiana. Più una

foto: ilmessaggero.it

Valle del Panshir (Afghanistan) – Due colpi di arma da fuoco mentre tentava di difendere la donna che lo accompagnava. Anzi no, morte a seguito di pestaggio. Dinamiche non così simili, ma il corpo è stato cremato. Perché nessuno possa scoprire la verità su una delle 53 macchie di sangue sulla bandiera tricolore issata in Afghanistan. 53 come il conto delle vittime militari – non le uniche, come vedremo in seguito – del nostro intervento nella missione Isaf.

A differenza di chi è morto o è rimasto ferito per un ordigno artigianale, gli ormai ben noti Improvised explosive device (IED), la macchia dell'assassinio del tenente colonnello Cristiano Congiu (nella foto) è diversa. Più scura e dai contorni indefiniti, esattamente come i motivi che lo hanno portato alla morte.

A Kabul ci era arrivato nel 2007, lavorava all'ambasciata come ufficiale della Direzione Centrale dei servizi antidroga. Il suo compito era quello di indagare sulla produzione di droga destinata all'esportazione.
Nel 2010, insieme a Rosario Aitala, giudice e consulente del Ministero degli Affari Esteri per le aree di crisi ed il crimine organizzato, della droga afghana ne aveva anche scritto nel febbraio 2010 sulla rivista italiana di geopolitica Limes, con un articolo dal titolo più che eloquente: “La droga ha vinto”.
La frase più importante di questo omicidio, però, il tenente Congiu la scrive su Facebook: «vogliono farmi tacere».

Omicidio in due versioni. Il tenente colonnello viene ucciso il 3 giugno del 2011. Il 19 sarebbe dovuto tornare in Italia.
La prima versione dell'omicidio parla di due colpi di arma da fuoco, uno al petto ed uno al viso, esplosi verso Congiu che, insieme alla donna che lo accompagnava, stava subendo un tentativo di rapina. Con il passare delle ore la versione cambia, e il tenente colonnello viene ucciso non a seguito di rapina ma per una rissa scoppiata tra lui ed un “noto eroinomane” - stando alla ricostruzione fatta dal senatore Mohammed Faizi – al quale Congiu avrebbe sparato due colpi mandandolo in coma. Dopodiché i parenti dell'uomo avrebbero sparato a Congiu per rappresaglia. Perché dopo 12 anni di invasione in Afghanistan lo Stato di diritto è stato ampiamente assimilato dalla cultura afghana, evidentemente...

Poi i dettagli dell'omicidio cambiano ancora. A smentire questa volta ci pensa Karamuddin Karim, governatore del Panshir, secondo il quale sarebbe stato un pestaggio – e non un omicidio tramite arma da fuoco – ad uccidere il tenente.
A questo punto arriva anche la versione di Mohtaudin, il giovane a cui Congiu avrebbe sparato.

Afghanistan, l'editto anti-oppio e lo "strano" tempismo di una guerra che non finirà

 Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad 'usum delphini', e la storia segreta,dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.
(Honoré de Balzac, "Illusioni perdute", 1843)


Kabul (Afghanistan) - No, dall'Afghanistan non ce ne andremo. La notizia del ritiro delle truppe occidentali il prossimo anno è un falso. O, per meglio dire, un “verosimile”. Se ne andrà la missione Isaf, ma non le truppe, che rimarranno ufficialmente per «proseguire l'assistenza e l'addestramento delle forze di sicurezza afghane», stando alle dichiarazioni fatte a fine giugno dal ministro della Difesa Mario Mauro in un incontro con i pari-ruolo tedesco ed afghano e che segue il vertice Nato tenutosi il 4 e 5 giugno a Bruxelles, dove è stata definita la missione “Resolute Support”. L'Italia rimarrà in gioco attraverso l'invio di un contingente di 500-700 unità, nonostante non vi sia stato alcun passaggio in Parlamento e, dunque, alcuna possibilità di rendere noto alla popolazione l'ennesimo vilipendio all'articolo 11 della nostra carta costituzionale. [qui e qui]
Al nostro Paese, che assumerà un ruolo di primo piano, toccherà il controllo dell'area occidentale dell'Afghanistan, dove attualmente l'Italia già ha la responsabilità delle province di Herat, Farah, Badghis e Ghor. A Stati Uniti e Germania, gli altri due paesi che guideranno la missione, spetteranno rispettivamente la responsabilità della zona meridionale ed orientale e dell'area settentrionale.

Nonostante i proclami dall'Afghanistan, dunque, nessuno se ne andrà. Anche perché, in questi dodici anni di guerra, c'è un enorme – e in parte inquietante per l'Italia – non detto: Bin Laden, le armi chimiche di Saddam, la democrazia non sono mai entrate nell'agenda americane, sostituite da un'unica parola: droga.

Source: UNODC and UNODC/MCN opium surveys 1994-2001.
The high-low lines represent the upper and lower bounds of the 95% confidence interval.

Approfondimento:  Afghanistan: Lessons from the Last War. The making of U.S. Policy, 1973-1990, di Steve Galser, 9 Ottobre 2001

L'editto afghano. «Da quando abbiamo preso il controllo dell'Afghanistan la produzione di oppio è passata dalle 3400 tonnellate del 2002 alle 8200 tonnellate dell'anno scorso [il 2007, ndr]» [Riccardo Iacona, “La guerra infinita”].

Bulgaria, Borisov di nuovo al governo tra brogli e stallo all'italiana

foto: lettera43.it

Sofia (Bulgaria) - Bojko Metodiev Borisov (nella foto) vince di nuovo, la stabilità politica perde. Questo è quanto decretato dalle contestate elezioni anticipate tenutesi ieri in Bulgaria, con la conferma del partito di centrodestra Gerb (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria, membro del Partito Popolare Europeo) il quale, pur diventando il primo partito a riconfermarsi consecutivamente al governo dopo la caduta del comunismo, non ha i numeri per formare un governo. Tanto che i primi commenti parlavano apertamente di “stallo all'italiana”.

Le elezioni erano divenute necessarie in seguito alle forti proteste sociali per il rincaro delle bollette dell'elettricità, le politiche economiche e la corruzione (con casi di immolazione) avevano portato, a febbraio, alle dimissioni dell'esecutivo, con l'ex diplomatico Marin Raykov a tenere in piedi il successivo governo tecnico fino allo scioglimento dell'Assemblea Nazionale ed alla conseguente nuova tornata elettorale.

Il partito di Borisov, che prima di salire al potere è stato poliziotto ed ex guardia del corpo del dittatore comunista Todor Živkov non ha i numeri per governare da solo. Con il 30,74 per cento dei voti non è infatti riuscito a raggiungere i 240 seggi necessari per ottenere la maggioranza in Parlamento e, a differenza della precedente esperienza di governo, nessuno degli altri partiti sembra avere intenzione di creare un'alleanza con Gerb, tanto meno quel Partito Socialista che – seconda forza politica del paese con il suo 27 per cento - avrebbe tutto da guadagnare da tale situazione, alla luce dell'impossibilità di formare un nuovo esecutivo di minoranza appoggiato da forze esterne e qualche deputato indipendente come nella precedente legislatura.
Nel caso in cui Borisov non riuscisse a definire la sua squadra cedendo il posto, infatti, il presidente Rossen Plevneliev potrebbe optare per un governo “di programma” dei partiti contrari a Gerb guidato dall'economista ed ex ministro delle Finanze Plamen Oresharski, supportato dal Partito della minoranza turca e dalla società civile, che avrà il compito di restituire fiducia nella politica alla popolazione, rilanciare la crescita e ridurre la disoccupazione.
L'ipotesi di un governo tra Socialisti, Movimento dei Diritti e Libertà (che ha già governato con i socialisti tra il 2005 ed il 2009) ed Ataka potrebbe però non essere ben visto da Bruxelles proprio per la presenza di quest'ultimo, dalle caratteristiche xenofobe ed ultranazionaliste.

Karzai ammette: presi soldi dagli Stati Uniti (e dall'Iran)

foto: decryptedmatrix.com

Kabul (Afghanistan) – Si è sempre detto che Hamid Karzai fosse un presidente più amato dagli Stati Uniti che dal popolo afghano. Ora, grazie alle rivelazioni di Matthew Rosenberg del New York Times, quelle voci trovano ulteriore conferma. Negli ultimi dieci anni, infatti, la Cia ha depositato mensilmente valigette piene di denaro negli uffici del presidente e che finivano nelle mani di membri del Consiglio Nazionale Afghano, tra i quali Mohammed Zia Salehi, arrestato nel 2010 per traffico di denaro, finanziamento ai Taleban e commercio di oppio, al culmine di un'operazione di contrasto alla corruzione che aveva il suo fulcro nella Kabul Bank. 

Quei soldi, secondo Karzai, sono serviti per curare i feriti, per l'istruzione dei giovani o per altre operazioni comunque legali. Secondo le fonti del quotidiano newyorkese – funzionari statunitensi rimasti anonimi – sono stati invece utilizzati per corrompere politici e signori della guerra, tra i quali alcuni al governo, come i vicepresidenti Muhammad Qasim Fahim e Karim Khalili.

La notizia di per sé non stupisce e, anzi, più che di scoop sarebbe forse più giusto parlare di ammissione. Non essendo riusciti a batterli sul campo, attraverso Karzai gli Stati Uniti hanno lavorato ad un piano alternativo: comprarsi i signori della guerra afghani a suon di milioni di dollari, forse l'unico modo per realizzare una exit-strategy davvero sicura. L'unico risultato realmente ottenuto è stato infatti quello di dare protezione, soldi e legittimità alle stesse reti – il traffico di droga, i Taleban – che ufficialmente si combattevano.

«Noi li chiamavamo “soldi fantasma”. Arrivavano in segreto, ripartivano in segreto» ha raccontato al New York Times Khalil Roman, dal 2002 al 2005 vice capo di gabinetto di Karzai, che fino al 2010 riceveva con lo stesso sistema soldi anche dall'Iran, il cui scopo dichiarato era quello di spaccare l'asse Kabul-Washington, con gli americani che avevano tutto l'interesse a tenersi buono il potente gruppo di potere che ruota intorno al presidente.
Non è chiaro se gli americani abbiano ricevuto ciò che volevano, anche alla luce del fatto che – scrive Rosenberg - «invece che ingraziarselo, i pagamenti sembrano ben illustrare l'opposto: Karzai sembra non essere comprabile».

Oltre a Fahim si sa che parte del denaro è finito nelle tasche del fratello del presidente, Ahmed Walid Karzai, a capo del Kandahar Strike Force fino al suo omicidio, avvenuto nel 2011.

In morte (presunta) di “El Lazca” nascono “I figli del Diavolo”

Il presunto cadavere di Heriberto "El Lazca" Lazcano Lazcano
fonte: reporteindigo.com

Monterrey (Stato di Nuevo León, Messico) – Dicono che stavolta sia morto davvero. Non come le altre due, in cui le autorità ne davano l'annuncio e lui tornava a rompere le uova nel paniere a chi diceva di aver inferto un duro colpo ai cartelli della droga. Anche questa volta, però, la morte di Heriberto Lazcano Lazcano, detto “El Lazca”, “Z-3” o “Il Boia” e fino allo scorso 7 ottobre leader del cartello dei Los Zetas è avvolta nel mistero. Soprattutto perché, a quasi un mese dallo scontro a fuoco che ne ha decretato la morte, il cadavere non c'è.
Ma procediamo dall'inizio.

Un morto senza cadavere. Secondo la ricostruzione fatta dalla Marina lo scontro che ha portato alla morte di Lazcano è avvenuto intorno alle 13.30 di domenica 7 ottobre, durante una normale operazione di pattugliamento nel municipio di Progreso, nello stato di Coahuila de Zaragoza, in seguito ad una serie di denunce provenienti dalla cittadinanza locale che evidenziavano la presenza di uomini armati riconducibili al crimine organizzato.
Il convoglio su cui viaggiavano gli agenti sarebbe stato fatto oggetto del lancio di alcune granate da un altro veicolo in movimento, «ragione per la quale si procedeva a respingere l'aggressione, anche a seguito del ferimento da arma da fuoco di un elemento di questa istituzione, con ferite che non pongono a rischio la sua vita».
Persino una dinamica dei fatti apparentemente così limpida e lineare non è esente da dubbi e questioni aperte. Come scriveva Hugo Gutiérrez su Reporte Indigo dello scorso 15 ottobre[1], infatti, i “falchi” - le vedette che tutto vedono e tutto sentono sul territorio e che dunque dovrebbero avvis(t)are visite indesiderate – hanno fallito. Sono in molti, però, a sostenere come questo episodio non sia frutto del caso quanto di una vera e propria strategia che negli ultimi mesi vedrebbe la Marina spianare la strada per la leadership degli Zetas a Miguel Ángel Treviño Morales, detto “Z-40”, accusato di aver venduto alle autorità parte dei suoi compagni nella scissione che da qualche mese sta interessando il cartello[2].

«La dinamica dell'eliminazione» - scrivevano Jorge Carrasco Araizaga e Juan Alberto Cedillo sul settimanale Proceso dello scorso 14 ottobre - «è sintesi perfetta del sexenio di Felipe Calderón: molti proiettili, poca intelligenza. Quello che le autorità federali tentano di presentare come il più importante colpo inferto ai narcos in Messico in più di un decennio – a due mesi e mezzo dalla conclusione effettiva del governo panista – è terminato nella vergognosa sparizione del supposto cadavere del capo».

L'innominabile scissione dei Los Zetas

foto: proceso.com.mx
Città del Messico - Tre attacchi in tre settimane. È quanto ha dovuto subire il giornale El Norte di Monterrey, facente parte del gruppo Reforma. L'ultimo episodio in ordine di tempo è avvenuto lo scorso 29 luglio, quando tre uomini armati con indosso maschere da sci hanno incendiato il palazzo che ospita la redazione del giornale. Gli altri due erano stati registrati entrambi il 10 luglio, quando a poche ore di distanza sono stati colpiti due differenti edifici del giornale con fucili d'assalto e granate. Con quello del 29 luglio sono in tutto sei gli attentati subiti dal giornale negli ultimi due anni.

Il giorno dopo è toccato alla compagnia Dipsa – che distribuisce tra le altre anche il settimanale Proceso - il cui palazzo è stato dato alle fiamme. Il gruppo, scriveva Patrick Corcoran su insightcrime.org lo scorso 6 agosto[1], ha una importanza vitale essendo l'unico distributore locale di giornali. Su un muro interno dell'edificio, evidenzia l'articolo, gli inquirenti hanno trovato le scritte “S” e “TER” delle quali rimane però ancora sconosciuto il significato.

Troppi galli nel pollaio. Che oggi il giornalismo in Messico sia, non certo per scelta propria, una delle parti in causa della guerra scatenata dai cartelli della droga lo dicono i numeri, come quelli della Commissione nazionale sui Diritti Umani che parla di 81 giornalisti uccisi e 14 scomparsi dal 2000[2] o degli innumerevoli attacchi alle sedi dei giornali che per questo decidono di dedicarsi ad altro, arrivando a forme di totale auto-censura verso le informazioni che riguardano la criminalità organizzata, come capitato con El Mañana[3].

Oltre agli attacchi alla stampa – che per quanto riguarda l'ex braccio militare del Cártel del Golfo rientrano in una più ampia politica di immagine (criminale) – un altro episodio eloquente in tal senso è accaduto il 13 maggio, quando Jesús Elizondo Ramírez, detto “El Loco”, leader Zetas a Cadereyta, nello stato di Nuevo León, ha disobbedito agli ordini di Miguel Ángel Treviño Morales detto “Z-40” e da qualche mese ribattezzato “il nuovo Giuda”. Elizondo Ramírez, arrestato pochi giorni dopo, ha raccontato ai militari di aver ricevuto ordini dai due leader dei Los Zetas (oltre a Treviño Morales, il gruppo è guidato dall'unico dei fondatori ancora in vita, Heriberto Lazcano Lazcano detto “El Lazca” o “Z-3”) per abbandonare i 49 corpi mutilati[4] – appartenenti a sei donne e 43 uomini – nella piazza principale di Cadereyta, ma di avervi disobbedito conscio delle conseguenze che questo atto avrebbe rappresentato per lui.

Diciannove ordinanze contro il clan Carateddi, c'è anche un medico compiacente

foto: ienesicule.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/diciannove-ordinanze-contro-il-clan-carateddi-ce-anche-un-medico-compiacente/29537/#prettyPhoto

Catania – Sono in tutto diciannove le ordinanze di custodia cautelare emesse nei giorni scorsi nell'ambito di un'operazione antidroga contro esponenti del clan catanese dei Cappello-Bonaccorsi-Carateddi. Tra queste, cinque riguardano soggetti già in stato detentivo, cioè Alessandro Bonaccorsi, Filippo Crisafulli, Orazio Finocchiaro, Giovanni Musumeci e Roberto Scrivano. Proprio Bonaccorsi – in carcere dal 2010 – è considerato il reggente della famiglia dei Carateddi dopo l'arresto del boss Sebastiano Lo Giudice avvenuto nel marzo di due anni fa.

Affetto da una grave pancreatite per una ferita da arma da fuoco, Bonaccorsi avrebbe simulato un aggravarsi della situazione clinica al fine di evitare il carcere, trovando alleanza – dietro il corrispettivo di “regalie varie” - nella dottoressa Maria Costanzo, dirigente medico dell'ospedale Vittorio Emanuele ed attualmente agli arresti domiciliari. A lei vengono contestati i reati di falso in atto pubblico e corruzione in atti giudiziari. Dalle indagini è emerso come la dottoressa si sia reiteratamente prestata a richiedere esami specifici ed un intervento operatorio necessario solo all'ottenimento degli arresti domiciliari, interventi – come ha spiegato il procuratore aggiunto Amedeo Bertone (al centro, nella foto) - «che Bonaccorsi puntualmente non effettuava, ma che gli consentivano di uscire dal carcere. Tutto questo a rischio e pericolo della propria salute».
Alla base della necessità di uscire dal carcere, come ha spiegato il procuratore Pasquale Pacifico - fatto oggetto, a marzo, di un progetto omicida ideato da Orazio Finocchiaro[1] - il controllo dei traffici di droga.

L'operazione – iniziata nel marzo 2010 e da intendersi come un naturale epilogo dell'operazione denominata “Revenge” conclusasi nell'ottobre 2009 – ha permesso di trovare conferma dell'estensione del traffico degli stupefacenti in mano al clan Cappello permettendo al contempo il monitoraggio dei tentativi di riassetto interni al gruppo in seguito all'operazione “Revenge” da parte degli inquirenti, che hanno definito come fondamentale l'apporto delle intercettazioni ambientali, in particolare quelle utilizzate verso Maria Bonnici, Emilia Anastasi, Bruna e Daniela Strano, mogli, sorelle e compagne degli arrestati incaricate di mantenere i rapporti con l'esterno e per questo accusate di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.

Gli arrestati. Emilia Anastasi, 33 anni; Rocco Anastasi, 56 anni; Maria Bonnici, 53 anni; Concetto Antonino Bonvegna, 61 anni; Filippo Bonvegna, 34 anni; Salvatore Bonvegna, 32 anni; Salvatore Bracciolano, 30 anni; Maria Costanzo, 63 anni; Paolo Ferrara, 38 anni; Massimo Leonardi, 40 anni; Marco Rapisarda, 35 anni; Bruna Strano, 29 anni; Daniela Strano, 38 anni; Marco Strano, 30 anni. Raggiunti dall'ordinanza in carcere Alessandro Bonaccorsi, 34 anni; Filippo Crisafulli, 50 anni; Orazio Finocchiaro, 40 anni; Giovanni Musumeci, 40 anni; Roberto Scrivano, 48 anni.


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/03/catania-il-clan-dei-carateddi-voleva.html

Prodotto Interno Mafia

Nel mondo delle nuove tecnologie le organizzazioni criminali si sono adeguate ed evolute molto velocemente, seguendo l'odore del nuovo business globale. Da Nord a Sud, la geografia di un' ''Impresa'' che, approfittando della crisi economica e finanziaria, è arrivata ad infiltrarsi con molto agio nel mondo della politica e degli affari e a fatturare centinaia di miliardi all'anno.

con: Serena Danna, Mario Forenza, Flaviano Masella, Giovanni Tizian, Federico Varese. Festival Internazionale del giornalismo di Perugia, 26 aprile 2012

In tre giorni portate a termine tre importanti operazioni contro la criminalità pugliese

foto: corrieresalentino.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/in-tre-giorni-portate-a-termine-tre-importanti-operazioni-contro-la-criminalita-pugliese/29385/

Lecce - “Cinemastore”, “Shopping Mall” e “The Wall”. Tre operazioni concluse dagli uomini dell'antimafia pugliese contro la criminalità locale, di cui le prime due contro la Sacra Corona Unita.

Lunedì 9 è stato infatti arrestato Pasquale Briganti, detto “Maurizio”, 43enne leccese a capo di uno dei nuovi clan della Sacra corona unita insieme ai fratelli Giuseppe e Roberto Nisi.
La sua latitanza durava dallo scorso gennaio, quando tutti e tre riuscirono a sfuggire all'operazione “Cinemastore”, con la quale la Direzione distrettuale antimafia, in collaborazione con la Mobile di Lecce, inferse un duro colpo all'organizzazione pugliese.

Briganti è stato arrestato a Capilungo, una delle marine di Alliste, dove faceva il turista. Lungo è stato il lavoro con il quale le forze dell'ordine sono riuscite ad arrestarlo, forti di un sistema di pedinamenti che aveva interessato tutta la rete di parenti ed amici che ruotava intorno al boss.

Secondo gli investigatori, il gruppo capeggiato da Briganti aveva il controllo – attraverso la gestione delle bische clandestine – del gioco d'azzardo, la riscossione del “punto” (la tassa che gli spacciatori non affiliati devono pagare ai clan) ed il traffico di stupefacenti da e verso la Puglia. A loro, inoltre, spettavano le nuove affiliazioni. Proprio Briganti era diventato di fatto il garante della pace tra i vari clan che formano l'organizzazione pugliese.

«Il fatto che Briganti sia riuscito a spostarsi sul territorio così frequentemente e senza tante difficoltà vuol dire, in primo luogo, che disponeva di ingenti risorse finanziarie e che poteva evidentemente contare sull'appoggio di diverse persone» – ha evidenziato il procuratore capo Cataldo Motta, che si è detto comunque soddisfatto dell'arresto. «Con la cattura di Briganti», ha concluso il procuratore, «abbiamo preso un esponente di grosso spessore della gestione del traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni e bische clandestine. A questo punto posso dire che l'operazione “Cinemastore” è conclusa».

Conclusa, inoltre, anche l'operazione denominata “Shopping Mall”, iniziata il 4 maggio del 2011 con il sequestro di circa 360 chili di marijuana nascosti nella parte superiore del rimorchio-frigo di un autoarticolato proveniente dall'Albania e fermato nel porto di Brindisi. In quell'indagine furono inoltre trovati cellulari ed agendine con informazioni definite molto utili dagli inquirenti per il prosieguo dell'attività investigativa

Roma, Pignatone lancia l'allarme: “Pax mafiosa nella Capitale”

foto: antimafiaduemila.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/roma-pignatone-lancia-lallarme-pax-mafiosa-nella-capitale/29367/

Roma - «Su Roma c'è un accordo tacito tra le organizzazioni mafiose per evitare atti di violenza». A dirlo è il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, durante gli Stati generali di Cgil Roma e Lazio. Dichiarazione che in realtà non deve stupire più di tanto considerando che – come scrivevamo già all'inizio di quest'anno[1] - lo stesso procuratore è stato trasferito dalla procura di Reggio Calabria a quella della capitale proprio per tentare di capire, e bloccare, il potere di “Cosa Nuova”[2] e che Pignatone ridimensiona a mera “guerra di bande” ma che, per il controllo dei traffici di droga e dell'economia illecita, ha comunque lasciato a terra 50 persone tra 2011 ed inizio 2012.

«Nella Capitale» - continua il procuratore - «c'è spazio per tutti, e quindi meglio non attirare l'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura e non creare allarme sociale».

Una Capitale del riciclaggio. Laddove non possono arrivare le armi – che comunque in questi mesi sono state utilizzate – arriva il pilastro più importante delle mafie imprenditrici: il denaro. «La città di Roma vede crescere esponenzialmente la massa di denaro di dubbia origine che viene reinvestita sul territorio. A Roma esistono imponenti fenomeni di evasione fiscale, criminalità economica e frodi, e si osserva una lunga serie di grandi fallimenti che muovono quantità immense di denaro: su questo non c'è consapevolezza di quanto sia importante contrastare il fenomeno».

Dello stesso tenore l'allarme di Giuseppe Pecoraro, prefetto della Capitale, che vede inoltre nella speculazione edilizia «una delle cause che ha favorito il dilagare della criminalità».

Riciclaggio, bancarotta e usura – secondo Claudio Di Bernardino, segretario della Cgil Roma-Lazio – sarebbero i tre pilastri su cui si è radicata la mafia nel Lazio.
Senza dimenticare il mercato ortofrutticolo di Fondi[3], le armi (come ha dimostrato l'operazione “Mister” del 2011[4]), il cemento e la droga[5]. E senza dimenticare, naturalmente, che a Roma le mafie – come ricordava già Giuseppe Fava nella sua famosa intervista con Enzo Biagi[6] – ci sono sempre arrivate per vie parlamentari.

Per approfondire: Parole e mafie. Informazioni, silenzi e omertà, il dossier di Libera sulla mafia nel Lazio.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/02/pignatone-trasferito-roma-la-prova-del.html;
[2] Dossier "Cosa Nuova";
[3] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/02/cosa-nuova-il-patto-dellortofrutta.html;
[4] Operazione Mister. Sgominata dai carabinieri organizzazione internazionale dedita al traffico di armi, droga e spaccio di sostanze stupefacenti (2), mnews.it, 18 ottobre 2011;
[5] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/02/diplomazia-criminale-firmato-cosa-nuova.html;
[6] Giuseppe Fava, da "Film dossier" 28 dicembre 1983, canale youtube: libero79, 20 luglio 2007;

Operazione “Monterrey”, smantellata rete di narcotrafficanti tra Messico e Italia

foto: m.quotidiano.net

Palermo, 22 maggio 2012 – Tre anni di indagine, trentaquattro persone arrestate e dieci quintali di droga (cinque di cocaina ed altrettanti di hashish con un grado di purezza dell'84%, valore commerciale al dettaglio compreso tra gli ottanta ed i cento milioni di euro). Sono questi i numeri dell'operazione “Monterrey” - dal nome della città messicana da cui è partita l'operazione - con la quale gli uomini della sezione antidroga della Squadra Mobile di Palermo, in collaborazione con la Direzione Centrale Servizi Antidroga e la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato è riuscita a smantellare una rete di trafficanti di droga creatasi tra Messico e Sicilia.

Il gruppo residente in Sicilia acquistava la droga da connazionali residenti in Messico, cioè – come abbiamo raccontato tante volte in questi mesi – da uomini dei cartelli.
Il carico, nascosto all'interno di un forno per la cottura della ceramica, è stato individuato grazie ad una segnalazione degli agenti della Drug Enforcement Administration e fermata in un'area di servizio in provincia di Terni. Attraverso l'informativa dell'antidroga americana è stato possibile collegare questa operazione con una precedentemente realizzata sul territorio palermitano.
Dal Messico, la droga era arrivata in Europa attraverso il canale olandese, per poi giungere nel nostro paese dall'interporto di Milano da dove aveva preso la volta di Napoli in camion.

Ai trentaquattro arrestati, in accoglimento di quanto richiesto dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, il giudice per le indagini preliminari che ha emanato i provvedimenti di carcerazione ha contestato i reati di importazione, traffico sul territorio italiano e detenzione a fini di spaccio delle due sostanze

La stessa indagine ha inoltre permesso di scoprire un altro canale di ingresso degli stupefacenti nel nostro paese, dove venivano fatti entrare attraverso l'uso di corrieri dell'Europa dell'Est.

Messico, né silenzio né indifferenza

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Città Del Messico (Messico), 13 maggio 2012 - «Aiutami. Mi trovo in Messico e qui stanno succedendo cose orribili. Sabato scorso a Veracruz hanno ucciso una mia collega giornalista della rivista Proceso, per la quale scrivo anch'io. Si chiama Regina Martínez. È stata strangolata a casa sua e oggi, nello stesso Stato di Veracruz, hanno trovato i corpi di altri tre giornalisti. Qui in questo articolo[1] si dice ancora che sono due, ma proprio adesso abbiamo saputo che sono tre, e c'è anche il corpo di un'altra persona, ma ancora non sappiamo se sia un giornalista. In questo articolo[2] dicono che prima di essere uccisi questi giornalisti sono stati torturati e mutilati. In questo Stato, governato dal dicembre del 2010 da Javier Duarte, sono stati uccisi almeno 11 giornalisti. Undici nell'arco di un anno e mezzo. Le vittime sono Miguel Ángel López Velasco, suo figlio, fotoreporter Miguel López Solana; Yolanda Ordaz, Noel López Olguin, Regina Martínez Pérez. Oltre i tre di oggi. Aiutami a farlo sapere. Spero che tu possa diffondere la notizia sul sito di Ossigeno. Appena tornerò in Italia ne riparleremo».

Questo è l'appello arrivato ad Alberto Spampinato, direttore e fondatore di Ossigeno per l'informazione, l'osservatorio sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate con la violenza. Ad inviarlo Cynthia Rodriguez, giornalista messicana dal 2006 in Italia come corrispondente della rivista Proceso.

Ad ottobre[3] avevamo cercato di accendere i riflettori sul Messico – in molti casi proprio attraverso gli articoli di Proceso – ritenendo che molte siano le similitudini con il nostro paese (a partire dal potere dei cartelli della droga e delle famiglie di mafia passando per la corruzione della classe politica e, naturalmente, la pericolosità del fare il giornalista). Diventa ancora più importante, oggi, parlare di quel che avviene in quel paese. Innanzitutto perché, come ricorda Spampinato, «ciò che accade in Messico non è un problema solo del Messico[4]». E poi perché la guerra al giornalismo libero scatenata in Messico – dove dal 2000 ad oggi sono già più di settanta i giornalisti uccisi, con 172 aggressioni avvenute nel solo 2011, come segnala l'associazione “Articulo 19” - non può essere ignorata da chi ha per anni convissuto con un giornalismo spesso tacciato di essere schierato più con il potere che non con la verità.

In Messico, nelle scorse settimane, giornaliste e giornalisti come Carmen Aristegui, José Gil, Anabel Hernández, sono scesi in strada per protestare contro questa situazione, sostenendo comunque che «quello che i mezzi di informazione devono fare è continuare ad informare».

Operazione “Gramigna”, chiesti 48 rinvii a giudizio per i nuovi vertici messinesi di Cosa Nostra

foto: geapress.org
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Messina, 5 maggio 2012 – Quarantotto rinvii a giudizio. È quanto hanno chiesto i sostituti Angelo Cavallo della Direzione distrettuale antimafia e Fabrizio Monaco della Procura messinese nell'ambito dell'operazione denominata “Gramigna”, scattata all'alba del 22 luglio scorso e che ha portato all'arresto di boss emergenti, che hanno preso il posto dei capi storici, in carcere sotto il regime del 41bis e fiancheggiatori delle famiglie messinesi di Cosa Nostra, accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico ed alla detenzione illecita di sostanze stupefacenti, associazione per delinquere finalizzata ai reati contro il patrimonio, estorsione, usura, associazione per delinquere finalizzata al maltrattamento di animali ed all'illecita organizzazione di competizioni non autorizzate tra animali, violazione alla normativa sulle armi e sulle munizioni.

Tra gli indagati spiccano i nomi di Domenico Arena, che ha preso il posto di Puccio Gatto per il controllo del quartiere Giostra e quelli di Lorenzo Micalizzi - che ha ereditato il gruppo di Santa Lucia sopra Contesse da Giacomo Spartà del clan omonimo e che gestiva l'organizzazione delle corse clandestine di cavalli[1] - e Francesco Pergolizzi, capo della famiglia di Camaro in sostituzione di Carmelo Ventura, capo del clan Ferrante-Lo Duca-Ventura.

Tra gli altri indagati, Antonino Di Blasi, veterinario coinvolto nel sempre più fruttuoso business delle corse clandestine di cavalli e in tale ambito già interessato dall'inchiesta “Piste di sabbia”[2] e Nunzio Venuti, a capo del “settore usura” della mafia messinese. Le indagini hanno portato anche all'emersione di una delle rotte della droga siciliane, che aveva in Messina una tappa intermedia tra Napoli, dove veniva acquistata, e Salerno dove poi veniva spacciata. A gestire il tutto sarebbero stati Davide Puleo per i messinesi ed Angela di Marzio per le piazze salernitane.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2011/09/cavalli-di-mafia.html, 18 settembre 2011;
[2] Messina, tutti i retroscena dell'operazione "Pista di sabbia": Corse di cavalli, venti arresti. Coinvolti pure tre veterinari. I carabinieri applicano una legge speciale del 2004: sequestrate 10 stalle, 70 indagati di Enrico Di Giacomo, enricodigiacomo.org, 30 aprile 2011

Messico, todos somos Regina

foto: thestar.com
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XALAPA (Stato di Veracruz, Messico), 1 maggio 2012 – Il corpo di Regina l'hanno trovata in bagno, sabato, piena di lividi e contusioni. A dare l'allarme un vicino di casa, accortosi della porta di casa aperta, senza che nessuno ne entrasse o ne uscisse.
Regina faceva la giornalista, come Héctor Javier Salinas Aguirre o Javier Moya Muñoz, uccisi pochi giorni fa nello Stato di Chihuahua. Giornalisti nel paese più pericoloso dove fare questo mestiere. Ottantotto in undici anni, secondo Juan Ramón Negrete Jiménez, segretario regionale per la zona occidentale della Federazione delle associazioni dei giornalisti messicani (Fapermex, la sigla in spagnolo). Senza contare le sparizioni e le minacce.

Regina Martínez Pérez, negli ultimi tempi, si stava occupando di politica. Che in quel paese – un po' come in Italia – è come dire che si stava occupando della parte non violenta del narcotraffico, tanto è il livello di penetrazione dei narcos (o delle famiglie mafiose, per tornare da quest'altra parte dell'oceano) nella politica. Nelle ultime settimane, dalle pagine della rivista Proceso, Regina aveva raccontato dell'ex procuratore Reynaldo Escobar e di Alejandro Montagno, entrambi candidati alla Camera dei Deputati per il Partido Revolucionario Istitucional. «Alla vigilia della morte, la giornalista pubblicò un articolo in merito alla detenzione di nove poliziotti sospettati di essere collusi con il narcotraffico. Per questo, la pista professionale deve essere considerata prioritariamente. La tendenza delle autorità a volerla escludere danneggia gravemente questo tipo di indagine», scrive in una nota l'organizzazione internazionale “Reporter Senza Frontiere”.

«L'omicidio di Regina Martínez è da leggersi all'interno della situazione in cui versa il paese» - scriveva la redazione del settimanale nei giorni scorsi - «dove la violenza quotidiana e gli atti estremi non sono l'eccezione ma la regola quotidiana e dove al crimine va accreditato il clima di ostilità nel quale la stampa indipendente è obbligata a lavorare». «Nel nostro caso» - continua l'articolo uscito domenica[1] - «sono reiterati i sequestri e l'acquisto di numerose copie del giornale da parte di chi si sente danneggiato da quello che pubblichiamo».

Javier Duarte de Ochoa, governatore priista dello Stato di Veracruz, ha ordinato l'apertura di un'indagine, disponendo la creazione di un gruppo speciale che si occupi sull'omicidio. Rispetto a questa indagine, che sarà portata avanti dal governo di Veracruz insieme al ministero della Giustizia «Proceso è scettico», essendo questa una promessa che – alla luce anche degli altri omicidi – risulta essere solo retorica.

Ieri mattina, intanto, decine di giornalisti, studenti e accademici hanno marciato per il centro di Colima, capitale dello Stato omonimo, per protestare contro l'omicidio e chiedere la fine delle violenze contro i lavoratori dei mezzi di comunicazione. Conclusasi di fronte al palazzo del governo dello Stato, la marcia è stata scandita da frasi come “Siamo tutti Regina” o “Non si uccide la verità uccidendo giornalisti”, per poi firmare e condividere la dichiarazione contro la violenza verso i giornalisti redatta nei giorni scorsi ed inviata al presidente Calderón Hinojosa.

Note
[1] Proceso ante el crimen de Regina Martínez, Proceso, 28 aprile 2012

Messico, “Metros” contro “Rojos”. Linea di confine Golfo

foto: elnuevoheraldo.com
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Città del Messico (Messico), 23 aprile 2012 – La scorsa settimana[1] abbiamo visto come i cartelli della droga si stiano preparando al tramonto del sexenio governativo di Felipe Calderón Hinojosa, riequilibrandosi per dare il benvenuto a chi, a luglio, prenderà il posto dell'attuale presidente. Oggi andremo ad approfondire uno degli aspetti che caratterizzano la vita dei cartelli: le scissioni interne. Per farlo, ancora una volta supportati dagli articoli del settimanale “Proceso” ci addentreremo in quello che è il cartello più vecchio tra quelli attualmente operativi: il Cártel del Golfo, formatosi già negli anni Quaranta ed oggi comandato da José Eduardo Costilla Sánchez, detto “El Coss” o, per gli ex amici, “El Judas”.

Facciamo, innanzitutto, un po' di storia: nel 2003 viene arrestato Osiel Cárdenas Guillén, detto – tra i tanti alias con i quali è conosciuto – “el Mata-amigos” (l'”ammazza amici”) per aver ucciso Salvador Gómez, suo amico personale con il quale comandava il cartello dal 1996, anno dell'arresto del vecchio leader Juan García Abrego. A Cárdenas Guillén, che nel 2007 è stato estradato negli Stati Uniti, dove dovrà scontare una pena di venticinque anni di carcere[2], si deve la creazione del braccio armato formato da ex componenti dell'esercito che, staccatisi dal Cártel del Golfo, diventerà noto come “Los Zetas”.
A quel punto il cartello passa nelle mani di Antonio Ezequiel Cárdenas Guillén, meglio noto come “Tony Tormenta” e Samuel Flores Borrego, detto “Metro 3”, al quale rimaneva il controllo sulla piazza di Reynosa.
Proprio questa piazza diventa il motivo dello scontro. Nel 2010, infatti, Costilla Sánchez – stando alla ricostruzione fatta da un testimone al giornalista Jorge Carrasco Araizaga - cerca un accordo con Nazario González, detto “El Chayo” o “El mas loco”, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia il 9 dicembre 2010 ad Apatzingán, nello Stato di Michoacán e fino a quel momento leader de La Familia Michoacana. Il patto prevedeva che “El Chayo” inviasse propri sicari a Reynosa, per combattere contro i Los Zetas, dando così origine al “blocco” oggi capeggiato dal Cártel de Sinaloa. In cambio, agli uomini di González veniva dato il via libera per lo sfruttamento della Ribereña (la “costiera”), strada fondamentale per il traffico di droga nella zona nord-est del Messico, mettendo in connessione il sud del paese con la frontiera texana. Accordo, questo, che non vede il favore né di Tony Tormenta né di Metro 3.

Messico, la fine del sexenio calderonista ed i nuovi equilibri tra i cartelli

foto: cubiform.org
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Città del Messico (Messico), 15 aprile 2012 – Comunque vada a finire, per i messicani tra pochi mesi si chiuderà un'epoca. A luglio, infatti, qualunque sarà il risultato delle elezioni per il rinnovamento di presidente e Congresso, si chiuderà il sexenio di Felipe Calderón Hinojosa e, con esso, la sua più che fallimentare “guerra al narcotraffico”, che verrà forse ricordata solo per i suoi oltre sessantamila morti. Per intenderci, circa il doppio delle persone che la dittatura militare argentina riuscì a far sparire tra il 1976 ed il 1983, tanto per rimanere nello stesso continente.
Quello che invece non cambierà, né per i messicani né per il loro futuro governo è il rapporto con i cartelli della droga, che non solo sono passati praticamente indenni attraverso questo sexenio ma – come scriveva a febbraio la rivista Proceso – escono dal periodo calderonista spesso rafforzati.

Attualmente, come ricordava il giornalista Ricardo Ravelo, la nuova mappa del narcopotere (che va in qualche modo ad aggiornare quanto scrivo, lo scorso ottobre su InfoOggi.it nell'articolo “Narcotraffico in Messico, da El Chapo ai Los Zetas”[1]) vede più della metà del paese – anche se nessuna zona può dirsi immune – in mano ai cinque cartelli principali, cioè i due cartelli più potenti, ovvero Los Zetas, presenti in ventuno stati su trentadue e Cártel de Sinaloa, integrato da cartelli “minori” come La Resistencia, il Cártel Guadalajara Nueva Generación e i cosiddetti Matazetas, presente in diciannove stati, seguiti dal Cártel de Juárez, il più antico tra i cartelli attualmente attivi in Messico (fu fondato da Pablo Acosta Villareal già negli anni Settanta) presente anch'esso in diciannove dei trentadue stati sotto il comando del “Viceré” Vicente Carrillo Fuentes, il Cártel del Golfo, che con i suoi ventiquattro stati controllati è quello con la copertura territoriale maggiore nonostante la sua reale forza sia minata da forti divisioni interne che negli ultimi mesi lo hanno praticamente scisso in due gruppi differenti e La Familia Michoacana – o, più semplicemente, La Familia – dichiarata sciolta già due volte dalle autorità governative nonostante sia il cartello cresciuto di più durante il sexenio, che attraverso un'ampia rete di collaboratori e prestanome controlla dieci stati.
Esistono poi una serie di cartelli considerati minori perché hanno perso il loro ruolo nella gerarchia del narcopotere, come il Cártel de Tijuana, o perché di recente formazione, come il Cártel del Pacifico Sur o l'Indipendente di Acapulco, formatisi entrambi da scissioni interne al cartello dei fratelli Beltrán Leyva – oggi rappresentati dal primo dei due – che si stanno combattendo per il controllo di Acapulco e della zona turistica di Zihuatanejo, o il gruppo noto come los Caballeros Templarios (“cavalieri templari”, in italiano), nati all'interno de La Familia nel marzo 2011 e diventato il più sanguinario tra i cartelli a pari merito con i Los Zetas.

Operazione "Carte false", droga e truffa all'ombra del clan Laudani

foto:infoagrigento.it
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Catania, 31 marzo 2012 – Sgominato due notti fa, grazie ad un blitz congiunto dei carabinieri di Agrigento, Catania, Siracusa, Palermo ed Enna, un sodalizio criminale specializzato nel traffico di droga e nelle truffe a finanziarie. Cinquantadue, in tutto, le ordinanze di custodia cautelare emesse.
L'operazione arriva a conclusione di un'indagine, avviata nel 2009 dai carabinieri di Licata, grazie alla quale era venuta alla luce l'esistenza di tale sodalizio che riforniva le piazze di spaccio agrigentine di cocaina, hashish, marijuana, ecstasy ed anfetamine acquistate da “grossisti” catanesi vicini al clan Laudani e poi vendute in discoteche e locali notturni tra Catania, Taormina, Giardini Naxos, Rimini e Roma.
Oltre allo spaccio, le indagini hanno evidenziato un sistema di truffe a diverse finanziarie attraverso l'accurata falsificazione di documenti personali e buste paga (da qui il nome dell'operazione, “Carte false”) attraverso i quali sono stati acquistati beni di consumo per centinaia di migliaia di euro, che poi venivano rivenduti al mercato nero come forma di autofinanziamento per l'acquisto di nuove partite di sostanze stupefacenti.

Proprio l'ingresso del clan nelle indagini ha reso necessario l'intervento della Direzione distrettuale catanese, alla quale sono stati trasmessi gli atti per competenza.

L'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Giudice per le indagini preliminari Santino Mirabella su richiesta del sostituto della Direzione distrettuale antimafia catanese Lucio Setola, dispone l'arresto per ventisei indagati, gli arresti domiciliari per altri diciassette e l'obbligo di firma e di residenza nel proprio comune per altri nove più il sequestro di due automobili ed un bar di Licata.
I reati ipotizzati sono associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope; produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope in concorso; favoreggiamento personale; falsa identità personale in concorso; associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti personali (anche di tipo militare, ndr), ricettazione.