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VelenItaly: storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano (The Blazoned Press)

Gli uomini che cercano, finché continuiamo a farci le loro domande, non muoiono mai.
[Carlo Lucarelli]

C’è un filo rosso che segue la storia del traffico di rifiuti tossici di questo Paese. Un filo rosso che si sviluppa intorno a nomi, contratti, soldi e accordi e che lega indissolubilmente mafie, politica, imprenditoria e massoneria.
Dagli anni ’70 ad oggi.

Le dichiarazioni recentemente desecretate dell’ex boss casalese Carmine Schiavone hanno creato un momentaneo interesse – giornalistico, soprattutto – per quella previsione di morte di vent’anni fa e rivelatasi corretta. Poi tutto è tornato nell’ombra, l’humus perfetto affinché il traffico di rifiuti possa dare i suoi frutti. Non solo al mondo criminale.

Il 3% del territorio nazionale è infatti “Paese dei veleni”, come scrivono Andreina Baccaro e Antonio Musella in un libro-inchiesta di recente uscita per Round Robin. Aree industriali come Taranto, Gela, Porto Marghera sono solo tre dei 57 siti che il decreto Ronchi 22/1997 definisce di interesse nazionale (Sin) e che formano i 15.000 siti potenzialmente contaminati individuati nel 2012 dall‘Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). 6 milioni i cittadini italiani esposti a rischio di malattie mortali come tumori, malattie neurologiche o respiratorie secondo i dati ufficiali pubblicati dal ministero della Salute.

Di questi 57 siti, allo stato attuale, solo due – Bolzano e Fidenza – sono stati bonificati. Le operazioni di bonifica, peraltro, stanno diventando sempre più il nuovo business su cui puntare.

Per decenni il traffico di rifiuti – tossici o meno che fossero – è stato possibile non tanto per l’attività criminogena delle consorterie mafiose quanto per il coinvolgimento del livello politico, diretto o meno che fosse.

Personalità di diversa caratura che sapevano ed hanno taciuto in nome della ‘ragion di Stato’, come chi ha tenuto segreti i veleni campani per quasi vent’anni; ma anche personalità con un piede sul palcoscenico politico e l’altro dietro le quinte e che hanno materialmente agito, trafficando in Italia e all’estero. Dalle coste della Somalia passando per l’”emergenza rifiuti” italiana fino alle discariche della Romania, partendo dal 10 luglio 1976, quando il Nord Italia si risvegliò sotto la nube della “madre di tutti i disastri ambientali”.

Leggi l'inchiesta su The Blazoned Press:
Seveso, nascita di un traffico internazionale;
La Spezia: storia di discariche e navi dei veleni;
Somalia, il vaso di Pandora dei misteri d’Italia;
Campania e rifiuti. Camorra secondo estratto;
A chi fa comodo il silenzio sulle navi dei veleni? Intervista a Massimiliano Ferraro;
Rifiuti, segreti di Stato ed immobilismo legislativo. Intervista ad Alessandro de Pascale;

Prodotto Interno Mafia

Nel mondo delle nuove tecnologie le organizzazioni criminali si sono adeguate ed evolute molto velocemente, seguendo l'odore del nuovo business globale. Da Nord a Sud, la geografia di un' ''Impresa'' che, approfittando della crisi economica e finanziaria, è arrivata ad infiltrarsi con molto agio nel mondo della politica e degli affari e a fatturare centinaia di miliardi all'anno.

con: Serena Danna, Mario Forenza, Flaviano Masella, Giovanni Tizian, Federico Varese. Festival Internazionale del giornalismo di Perugia, 26 aprile 2012

Cosa Nuova(d'importazione). EmigranTriadi

Roma – Seconda parte del nostro approfondimento sulla “Cosa Nuova d'importazione”, cioè su quali sono le organizzazioni criminali straniere che operano sul nostro territorio. Dopo aver descritto come sono strutturate le organizzazioni criminali cinesi, in questa seconda parte cercheremo di capire come queste si muovono nel nostro paese e quanto sono fondati gli allarmi che ormai da tempo istituzioni come la Direzione Investigativa Antimafia, o le associazioni operanti in questo campo, stanno lanciando.

EmigranTriadi. Nel nostro paese, le prime comunità cinesi arrivano già dopo la prima guerra mondiale, fino al blocco totale imposto durante l'epoca maoista. Sarà Deng Xiaoping – attraverso le zone economiche speciali della parte meridionale della Cina – a ridare slancio al fenomeno, con molti abitanti delle zone agricole, come quella dello Zhejiang, che prendono la via dell'Europa.
In Italia – come è possibile leggere sulla relazione del primo semestre 2011 della Direzione Investigativa Antimafia – la percentuale più ampia di “cittadini cinesi segnalati per reati associativi” è la Toscana (con il 28 per cento di cittadini segnalati), dove Prato contende a Milano la palma di “capitale” dell'immigrazione cinese. Proprio la Lombardia, con il 21,3 per cento è la seconda regione dove più alto è questo tasso (entrambe, come sappiamo, sono anche le regioni dove è più alto il numero di immigrati dalla Cina), seguite poi da Friuli Venezia Giulia (18,7 per cento), Marche (14,7 per cento) e Lazio (12 per cento)

Eroina, droghe sintetiche, migranti e denaro. Sono queste le principali voci di guadagno delle Triadi.
Dapprima il traffico di esseri umani, con un tragitto che arriva nelle grandi metropoli del vecchio continente passando per Mosca, Praga o il corridoio adriatico anche attraverso l'utilizzo dei visti turistici, con i quali, ad esempio, i migranti venivano fatti sbarcare direttamente a Fiumicino. Poi, dagli anni Ottanta, quando le Triadi si sono già ampiamente instaurate sul nostro territorio, attraverso quello che rimane uno dei loro “punti forti”: la falsificazione. Prima, nell'ambito del business degli esseri umani, passaporti e permessi di soggiorno, poi – quando viene saldato il sodalizio con la camorra - merci di qualunque tipo, come ha dimostrato l'operazione della Direzione Investigativa Antimafia denominata “Muraglia cinese”, che nel 2008 ha evidenziato l'alleanza tra i cinesi ed il clan di Forcella anche attraverso una società con sede nel quartiere romano dell'Esquilino[1].

Cosa Nuova(d'importazione). Viaggio al centro della Triade

foto: ibossdichinatown.blogspot.com
Roma – Agli inizi dello scorso mese (prima puntata andata in pubblicazione il 6 febbraio), abbiamo iniziato a raccontarvi quali sono gli attori che in questi mesi stanno movimentando la vita della “Roma criminale”, cercando di capire quanta forza reale abbia quella che l'associazione antimafia Libera ha chiamato “Cosa Nuova”. Da tempo, però, gli esperti dell'antimafia lanciano anche un altro allarme: quello sulla sempre maggior presenza delle organizzazioni criminali straniere nel nostro territorio e le cui ambasciate, naturalmente, sono presenti anche – in maniera più o meno profonda – anche nello scenario criminale romano[1]. Ma per capire come le Triadi sono sbarcate nel Belpaese è bene fare alcuni lunghi passi indietro nel tempo.

29 luglio 1983. Mentre a Palermo Antonino Madonia – appartenente al mandamento di Resuttana, “ala-corleonese” di Cosa Nostra - uccideva il giudice Rocco Chinnici, un altro dei giudici che in quegli anni combatteva la mafia, Giovanni Falcone, si trovava a Bangkok, in Thailandia, per avere conferma di alcuni movimenti di denaro e droga tra la Sicilia e la Svizzera avvenuti poco più di un anno prima. Ad essere interrogato è Koh Bak Kin, cinese di Singapore, tra i più importanti narcotrafficanti dell'epoca e considerato uno dei fornitori più fidati delle famiglie siciliane. Sarebbe proprio lui, sostengono i magistrati, ad aver aperto il mercato dell'eroina a Cosa Nostra, con i primi viaggi intercontinentali di Kin, noto anche come Kim, Antonio e Antony Ko, che avvengono già nella prima metà degli anni Settanta.
Il narcotrafficante ha contatti con il clan Riccobono di Partanna Mondello, con Gaspare Mutolo che ne è il contatto diretto in Sicilia e con Gianfranco Urbani, detto “Er Pantera”, il cui curriculum annovera rapporti con il clan catanese dei Santapaola, la reggenza della versione romana della 'ndrina calabrese dei De Stefano e della Banda della Magliana.

Proprio grazie all'eroina comprata dal connubio Koh Bak Kin-Cosa Nostra (che al trafficante paga un “prezzo di favore”) la banda poté dare il via a quella scalata al potere criminale più volte raccontata in film e libri. Insieme alla droga, comunque, Kin si porta appresso anche un'altra cosa: le Triadi cinesi.

Battesimo tra mito e realtà. Narra la leggenda – come racconta Yari Selvetella nel suo Roma. L'impero del crimine - che il mito della nascita del crimine organizzato cinese sia da ricercare tra i monaci buddisti del tempio di Shaolin, provincia dell'Henan, nella zona centrale dell'attuale Repubblica Popolare Cinese, che proprio nel tempio avevano instaurato la prima sede clandestina della resistenza agli invasori manciù nel 1644.

Cosa Nuova. Il patto dell'ortofrutta

fonte:corriereortofrutticolo.it
Roma – Seconda parte dell'approfondimento “siciliano” su Cosa Nuova. Nella prima parte[1] ci siamo soffermati sul chi abbia portato, fin dagli anni Settanta, le famiglie di Cosa Nostra nella capitale e nel Lazio. Oggi, invece, spostandoci al post-Calò, ci soffermeremo sul come, partendo da quello che sembra essere stato un vero e proprio “patto dell'ortofrutta”.

Arance, mandarini, pomodori e kalashnikov. Uno degli interessi nevralgici di Cosa Nostra, nel Lazio, è il Mof, acronimo che sta ad indicare il Mercato Ortofrutticolo di Fondi, in provincia di Latina, considerato uno dei principali snodi – se non il principale – per il passaggio di frutta e verdura tra nord e sud Italia.
Nei mesi scorsi, però, gli inquirenti hanno scoperto un paio di cose interessanti, su quel mercato. Dopo una complessa indagine portata avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dalla Squadra Mobile ed il Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia della capitale in collaborazione con i loro omologhi napoletani e trapanesi, infatti, si è scoperto che a quei bancali di frutta e verdura si erano interessati anche i Casalesi di “Sandokan” Schiavone e Cosa Nostra (famiglia Riina-Messina Denaro, principalmente), che hanno rinsaldato la propria alleanza – sancita fin dai tempi di Bardellino e della “mafia pre-corleonese”[2] – tramite il controllo (o quanto meno il tentativo di controllare) il trasporto su gomma dei prodotti del mercato ortofrutticolo da e per la Sicilia, attraverso società quali la “Paganese Trasporti” di San Marcellino, nel casertano, il cui titolare – Costantino Pagano – sarebbe direttamente riconducibile a Francesco Schiavone e a Luigi Schiavone, detto “Cicciariello”, o la “Lazialfrigo” di Giuseppe, Luigi e Melissa D'Alterio (riconducibile anch'essa alla “Paganese Trasporti”). Anche loro riconducibili, secondo gli investigatori - che li hanno accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, violenza, minacce – ai Casalesi a cui sarebbero direttamente affiliati.

Tra un chilo di mandarini e un cesto di insalata, gli autoarticolati che uscivano dal Mof – dove è stato accertato la criminalità controllasse sei società utilizzate per lavare i proventi del narcotraffico – venivano caricati anche Ak-47, kalashnikov, mitragliatori pesanti Breda, lanciarazzi e migliaia di munizioni (materiale sequestrato dalla Mobile di Caserta nel 2006) il cui acquisto era fatto da Pagano per nome e conto dei Casalesi (ala-Del Vecchio) importate dalla Bosnia sfruttando la complicità di militari che prestavano servizio nel paese durante le nostre “missioni di pace”.

Cosa Nuova. Il "nodo" Calò

foto: nottecriminale.wordpress.com
Roma – Ottavo capitolo del nostro viaggio nella guerra di mafie che sta insanguinando le strade romane da qualche mese. Dopo aver attraversato le rotte della camorra e della 'ndrangheta verso la capitale (i cui approfondimenti trovate a fondo pagina), scendiamo ancora più giù, attraversando lo Stretto di Messina per sbarcare in Sicilia. Ma partiamo, di nuovo, dalla Città Eterna.

29 marzo 1985. Quartiere della Balduina. Una Fiat Uno di colore bianco si è appena fermata in via Tito Livio[1] e Mario Aglialoro, il conducente – che abita in un attico al civico 76 - ne è appena sceso quando gli uomini della Polizia di Stato gli mettono le manette ai polsi. Non era la prima volta che le forze dell'ordine tentavano di arrestarlo. Ci avevano già provato – qualche tempo prima – appostandosi in via delle Carrozze, nelle vicinanze di piazza di Spagna dove Aglialoro, che di professione fa l'antiquario ed è un esperto giocatore nel mercato immobiliare, possiede un altro appartamento nel quale gli uomini delle forze dell'ordine hanno sequestrato trecento milioni di lire in contanti insieme a litografie di Renato Guttuso e tele di Pompeo Girolamo Betoni, pittore toscano della fine del '700 che valgono, ciascuna, intorno ai duecento milioni di lire. Ma di Aglialoro, in quell'appartamento, neanche l'ombra.
Si sente talmente sicuro, a Roma, che – raccontano le cronache – quando gli agenti lo arrestano, l'antiquario gli chiederà come abbiano fatto a trovarlo. Si sente sicuro come fosse a casa sua.
Per quanto Roma sia diventata già dagli anni Settanta la sua seconda casa, l'anagrafe lo vuole nato a Palermo, dove l'anno successivo all'arresto sarà implicato nel Maxi-processo.

Scontro al vertice. All'anagrafe palermitana, infatti, il signor Mario Aglialoro è registrato con un altro nome, Giuseppe, e con un altro cognome, Calò. Lo stesso Giuseppe Calò – detto Pippo – conosciuto nel mandamento di Porta Nuova come “La Salamandra” o “il cassiere di Cosa Nostra”. La mafia siciliana, infatti, non solo lo inserisce nella Commissione[2] – l'organo direttivo della Cupola – ma mette nelle sue mani l'ala finanziaria, inviandolo a Roma a lavare il denaro proveniente dai traffici illeciti e dalle prime partite di droga.
Da Porta Nuova con lo stesso compito, ma in direzione Buenos Aires, Argentina, è partito anche un altro dei futuri “grandi nomi” della mafia siciliana: Tommaso Buscetta, detto “il boss dei due mondi”, l'ex amico diventato il grande accusatore dell'intera organizzazione.

Cosa Nuova. L'industria dei sequestri di persona

Roma – Seconda ed ultima tappa (la prima la trovate qui) sul modo in cui la 'ndrangheta è arrivata a Roma, influenzandone – insieme alle altre mafie, italiane e straniere – le bande criminali più o meno organizzate. Ieri ci siamo concentrati sulla prima fase, quella cioè relativa ai sequestri ed ai primi “contatti” con il mondo romano. Oggi invece ci occuperemo del passaggio successivo, quando cioè le 'ndrine iniziano ad avere una struttura per i sequestri di persona più strutturata, passo che ha permesso poi alla 'ndrangheta di diventare la principale organizzazione criminale italiana e tra le più importanti al mondo.

Il Raccordo (calabro)anulare. Quando la 'ndrangheta rapisce Paul Getty III nessuno – né il giornalismo, né gli inquirenti – ne capiscono l'importanza. D'altronde, è il pensiero generale, una banda che invia una lettera in cui chiede il pagamento del riscatto dove tutte le lettere “h” sono scritte nei posti sbagliati non può avere una struttura poi così organizzata alle spalle.
Eppure, in quegli anni – gli anni Settanta – di gruppi organizzati che si danno da fare nel campo dei sequestri ce ne sono parecchie. Se fossero tutti “cani sciolti”, probabilmente, a lungo andare inizierebbero a pestarsi i piedi. Nel solo triennio 1979-1981, nella capitale, sono quattordici i sequestrati che tornano liberi. Capita anche che nello stesso territorio vengano gestiti più sequestri contemporaneamente, come accade con la banda di Laudovino De Sanctis, detto Lallo Lo Zoppo, che però è davvero poco organizzata.

La prima volta che si inizia a parlare di 'ndrangheta nella capitale è l'estate del 1975, quando – nella notte tra il 29 e 30 giugno - viene rapito l'armatore Giuseppe D'Amico, erede di una dinastia del salernitano che faceva affari nella capitale già ai tempi del Papa Re. Dagli anni Trenta trasportano legname dalla Russia, anche se dalla loro dichiarazione dei redditi il business non sembra andare poi così bene. La 'ndrangheta, quando sequestra l'armatore – portandolo a bordo di una betoniera nella “fortezza aspromontana” - chiede inizialmente otto miliardi di lire, scontati quasi immediatamente fino alla comunque ragguardevole cifra di tre miliardi.
Alla fine ,secondo i giornali, la famiglia paga un miliardo di lire, anche se i D'Amico negano tutto. Sta di fatto che il 12 agosto Giuseppe D'Amico torna ad essere un uomo libero.
I giornali, in quei giorni, hanno iniziato a parlare di una “mafia” calabrese che sarebbe dietro al sequestro. Dicono ci sia addirittura Gerolamo Piromalli, detto “Momo”, uno dei capi assoluti di quella “mafia”. Interrogato dal capo della squadra Mobile, il dottor Elio Cioppa, Piromalli nega tutto, naturalmente.

Chi invece sembra esserci aver partecipato al sequestro “oltre ogni ragionevole dubbio” è Tiberio Cason, detto “il boss di Centocelle”. Gli inquirenti che stanno lavorando al caso D'Amico sono talmente convinti che ci sia lui dietro il rapimento che nel luglio 1978 accusano Francesco Pagano di concorso in sequestro di persona. Ma Pagano, a quel tempo, fa il direttore al carcere di Regina Coeli, lo stesso carcere in cui sarebbe detenuto Cason durante il periodo del sequestro. Secondo la ricostruzione dei magistrati di Vibo Valentia Cason sarebbe uscito – con il beneplacito di Pagano – compiuto il sequestro e poi sarebbe tornato tranquillamente in cella, come se nulla fosse.
La storia finisce con Pagano interrogato, inutilmente, per trenta ore (alle quali vanno annessi almeno un paio di anni di sospetti comunque non supportati da prove concrete) e Cason morto, insieme al fratello Lorenzo, il 4 novembre del 1983, quando vengono uccisi nell'area del Tuscolano. Tiberio Cason, peraltro, era già stato “avvertito” nei mesi precedenti, quando – come avviene oggi – era stato gambizzato, utilizzando così un metodo che non passa mai di moda. Come nel caso di Flavio Simmi[1] , peraltro noto dalle parti dell'antimafia per essere in rapporti non solo con il gruppo di Michele Senese[2] ma anche con i catanesi, in particolare con Francesco D'Agati, noto – tra le altre cose – per essere stato il cassiere dell'”ambasciatore romano di Cosa Nostra” Pippo Calò).

La famiglia Simmi, dunque, fa parte di quell'immenso indotto che permette alla criminalità organizzata di riciclare e reinvestire il denaro di provenienza illecita. Quel denaro che, ad esempio, ha permesso alla 'ndrina degli Alvaro di appropriarsi del prestigioso Café de Paris[3], compiendo di fatto l'intero processo di maturazione criminale che ha portato le 'ndrine dai tempi dell'”Anonima” e dei sequestri a quella dei contratti d'appalto legali passando attraverso la gestione, in compartecipazione con i cartelli messicani, di una vastissima parte del mercato della droga.


(7 – Continua)

Note
[1] Uomo ucciso a Roma, giallo sulla valigetta, TgCom24, 7 luglio 2011;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/michele-senese-il-puparo-con-laccento.html;
[3] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/roma-aperto-il-laboratorio-cosa-nuova_05.html

Cosa Nuova. L'Aspromonte, l'ottavo colle di Roma

Roma – Nuovo appuntamento con il nostro approfondimento sulla guerra che in questi mesi si sta combattendo tra le mafie nella capitale (a fondo pagina l'elenco delle puntate già pubblicate).
Partiamo, innanzitutto, da quella che appare come una vera e propria conferma a quello che ipotizzavamo nel primo articolo di questo lungo approfondimento[1] quando ci chiedevamo se, per i trentatré morti ammazzati del 2011 – ai quali vanno già aggiunti più di dieci morti in questa manciata di giorni del 2012 – si dovesse parlare di criminalità di basso profilo, di “cani sciolti” come li chiamava qualcuno o se, al contrario, quei morti facessero parte di una guerra “organizzata” tra le organizzazioni criminali presenti sul territorio romano. La conferma di quest'ultima ipotesi, dicevamo, è arrivata nei giorni scorsi non solo dai grandi media (Presa Diretta di Riccardo Iacona su tutti[2]) ma anche a livello istituzionale, con il trasferimento dei due uomini che in questi ultimi quattro anni hanno tentato di tagliare la testa alla “Piovra” calabrese, cioè Renato Cortese, ex capo della Mobile di Reggio Calabria e, soprattutto, il giudice Giuseppe Pignatone, sul quale pende una duplice ipotesi: da un lato quella della “promozione” per il lavoro svolto a Reggio in questi anni, dall'altro il trasferimento in altra sede di chi, quel lavoro, lo stava facendo troppo bene (sul modello della decisione del Csm tra i giudici Antonino Meli e Giovanni Falcone[3]). Per capire quale delle due ipotesi sia quella valida, non resta che aspettare di conoscere il nome del suo sostituto.

B come...sequestro. Nell'attesa ci spostiamo da Roma e dalla Calabria per trasferirci in Sicilia, precisamente a Catania, terra di “cavalieri”[4], di mafia e di Pippo Baudo. Cosa c'entra Baudo con l'arrivo delle mafie a Roma? «Un giorno un tizio di Platì mi offrì un miliardo per partecipare al sequestro del noto presentatore televisivo Pippo Baudo. Io dovevo portarlo al primo benzinaio dell'autostrada Reggio Calabria-Salerno». A parlare, di fronte ai giudici (come poi riporteranno nei giorni successivi i giornali[5]) è Claudio Severino Samperi, pentito ed affiliato al clan dei Santapaola, conterranei del presentatore. Sarebbero stati proprio loro, con il boss Nitto in testa, ad opporsi al suo rapimento da parte di quella che, all'epoca dei fatti – i primi anni Novanta – veniva chiamata ancora “Anonima sequestri”. «Dopo aver interrotto i rapporti con Berlusconi neanche avrei potuto pagare», dirà il presentatore in un intervista rilasciata per il quotidiano “La Sicilia” del suo amico e socio Mario Ciancio Sanfilippo, da tempo ormai considerato uno di quegli uomini che, nel catanese, ha raccolto l'eredità di personaggi come Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo, che Giuseppe Fava, in un articolo pubblicato sulla rivista “I Siciliani” aveva ribattezzato “I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa”[6].

Insomma, Baudo è intoccabile. Stando almeno alle ricostruzioni di pentiti e giornalisti all'epoca. Ma quello, per l'”Anonima” non è solo un sequestro. O, quanto meno, non è un sequestro come gli altri. Più che un sequestro, infatti, quella è un'autorizzazione a procedere. Ma i catanesi dicono che no, la Sicilia non è terra di rapimenti. Quello è l'Aspromonte, in Calabria. È da lì che parte la 'ndrangheta. Sono più di duecento, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Novanta, i sequestri di 'ndrangheta (su un totale di oltre cinquecento sequestri fatti in quel periodo in Italia[7]). In quegli anni arrivano più di quattro miliardi dal rapimento dell'industriale napoletano Carlo De Feo[8], rapito agli inizi del 1983 a Casavatore e rilasciato nelle campagne di Oppido Mamertina, Reggio Calabria, nel febbraio dell'anno successivo; altri cinque arrivano dal sequestro di Carlo Celadón[9], allora ventenne vicentino tenuto in ostaggio per quasi due anni. Con i soldi del rapimento di John Paul Getty III[10], nipote di Jean Paul Getty, fondatore della compagnia petrolifera americana “Getty Oil” a Bovalino, a Reggio Calabria, ci tirano su direttamente un quartiere. “Quartiere Paul Getty” lo chiamano, con non poco disprezzo, i reggini.

Con quei soldi le 'ndrine iniziano a creare il loro impero. Droga, edilizia, movimento terra, pale meccaniche, betoniere. Nella capitale ci erano già andati per il rapimento di Paul Getty III, ma è con questi mezzi che le 'ndrine iniziano a modificare il loro accento, passando dal calabrese al romano.

(6 - Continua)

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/02/roma-finita-la-pax-di-cosa-nuova.html;
[2] MalaRoma, Presa Diretta, 5 febbraio 2012;
[3] Antonino Meli 14 voti, Giovanni Falcone 10. (19/1/1988: il resoconto della seduta del Consiglio superiore della magistratura), http://digilander.libero.it/inmemoria/;
[4] I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, di Giuseppe Fava, I Siciliani, 1 gennaio 1983;
[5] I boss volevano arruolare Baudo , di Alfio Sciacca, Corriere della Sera, 29 dicembre 1993;
[6] Ma è possibile liberarsi dalla mafia a Catania?, di Mimmo Cosentino, terrelibere.org, 4 giugno 2007;
[7] Il triangolo di Platì, di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli, tratto da "Metastasi";
[8] Una nuova cosca ha rapito De Feo di Pantaleone Sergi, La Repubblica, 13 giugno 1984;
[9] Celadon, ostaggio dimenticato, La Repubblica, 31 dicembre 1989;
[10] http://it.wikipedia.org/wiki/John_Paul_Getty_III

Pignatone trasferito a Roma. La "prova del nove" che nella Capitale è in corso una guerra di mafie

fonte:siciliainformazioni.com
Roma - Renato Cortese e Giuseppe Pignatone (quest'ultimo nella foto). Uno è stato fino a pochi giorni fa il capo della squadra Mobile, l'altro il procuratore capo di Reggio Calabria. Entrambi, da qualche giorno, sono stati trasferiti nella capitale. Da una terra di 'ndrangheta alla Capitale, a riprova ulteriore che quella che sta avvenendo oggi per le sue strade non è più una guerra di mafie solo per alcuni organi di informazione.

«Sono combattuto fra l'attesa di andare a Roma dove mi aspettano non solo un incarico importante allo Sco (il Sistema Centrale Operativo della Polizia di Stato, ndr) ma anche gli affetti familiari, e il dispiacere di lasciare il gruppo di lavoro che mi ha affiancato in questi anni». Ha voluto commentare così il suo trasferimento Renato Cortese. Pignatone, invece, ci ha tenuto a sottolineare che, finché la sua nomina non sarà effettiva continuerà a lavorare per Reggio Calabria. Dopo il voto unanime ricevuto dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura – un evento molto raro e che dunque dà l'idea di come negli anni il procuratore abbia saputo svolgere al meglio i compiti di volta in volta assegnatigli – mancano ora il parere consultivo del Guardasigilli, Paola Severino, e la ratifica del Consiglio superiore. Pura formalità, salvo imprevisti dell'ultima ora.

Il motivo del loro trasferimento è chiaro: cercare di replicare il lavoro fatto contro la 'ndrangheta calabrese in questi ultimi quattro anni, quando tutte le 'ndrine della città sono finite nel mirino del duo, che ha messo a segno molti colpi importanti non solo nell'ambito delle indagini sull'ala militare ma anche sul versante dei rapporti tra le 'ndrine, la politica e l'economia più o meno legale, tra i quali il “re dei videopoker”, Gioacchino Campolo o l'arresto dell'ex assessore del Comune reggino, Giuseppe Plutino, operazione che ha di fatto dato il via all'iter per la richiesta dell'invio dei commissari[1] e, successivamente, per lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria, che potrebbe diventare il primo capoluogo ad essere colpito da tale provvedimento.
Il procuratore, soprattutto, è stato “attenzionato” dai clan, che gli hanno fatto rinvenire un bazooka vicino al Palazzo di giustizia (il 5 ottobre 2010) e più di un ordigno esplosivo nei pressi dello stesso edificio.

Il loro trasferimento, comunque, non significa certo che il lavoro a Reggio sia finito. Tutt'altro. «Non c'è una sola fetta sociale vergine e i rischi di contagio sono costanti» - aveva detto proprio il procuratore all'apertura dell'anno giudiziario - «Ciò è essenzialmente dovuto al crescente ruolo degli enti locali, agli appalti, alle assunzioni, alla fornitura dei servizi, nel quadro del controllo del territorio che le cosche perseguono. Interfacciarsi con i politici, per la 'ndrangheta, significa governare la clientela che aumenta il suo potere e il suo “riconoscimento sociale”».
È questa l'eredità (pesante) che Pignatone lascia al suo successore calabrese, sperando che possa solo migliorare. Sono in molti, peraltro, a vedere nella nomina anche un aspetto del lungo periodo: la successione del procuratore a Piero Grasso alla Procura nazionale antimafia. Ma questo avverrà solo nel 2013.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/reggio-calabria-arriva-la-commissione.html

Michele Senese, il "puparo" con l'accento napoletano

Roma – Seconda ed ultima parte del viaggio nella genìa camorristica di Cosa Nuova. Nella precedente puntata (a fondo pagina le parti fin qui pubblicate) siamo partiti dalla “Bella società riformata” per fermarci nel pieno della guerra tra i cutoliani e il cartello della Nuova Famiglia. Mentre a Napoli, a Caserta e nelle altre città campane si sparava, a Roma piano piano si formava un clan il cui potere è ancora intatto, nonostante gli arresti del 2009 che l'hanno di fatto decapitato. È questa la storia del clan Senese.

Michele Senese – detto anche lui, come Zaza, “'O Pazzo” - durante la prima guerra di camorra fa il killer. Nel 1982 molti collaboratori di giustizia assoceranno il suo nome ad almeno tre omicidi: quello di Alfonso Capatano, ucciso a Nola a gennaio e quelli di Raffaele e Vincenzo Ferrara a Casoria nel mese di settembre.
Senese aveva iniziato qualche anno prima con le rapine, insieme al cognato Antonio Gaglione, appartenente ai clan dell'area di Caivano-Marcianise, Antonio Balsamo e Gennaro Tuccillo.

Il primo a mettere gli occhi addosso al gruppo è il clan Moccia, appartenente alla galassia della Nuova Famiglia che oggi, sotto la guida di Anna Mazza, controlla la zona nord-est di Napoli, tra cui la famigerata piazza di spaccio di Parco Verde (di cui scrivevo a settembre[1].
Senese nel clan fa presto carriera, tanto da potersi presto sedere allo stesso tavolo con boss del calibro di Carmine Alfieri, Pasquale Galasso e Angelo Moccia (di cui Senese è uomo di fiducia). Sono proprio questi a mandarlo a Roma, insieme al suo gruppo, alla ricerca di Enzo Casillo.

È a questo punto che “'O Pazzo” inizia a frequentare sempre di più la capitale, tanto da insediarvisi definitivamente sul finire degli anni Ottanta, quando agli omicidi ed all'attività estorsiva – pratiche da “manovalanza” - aggiunge quelli che diventeranno i suoi passatempi preferiti, cioè traffico internazionale di stupefacenti (hashish e cocaina in particolare), gestione del gioco d'azzardo, acquisto di attività commerciali come strumento di reimpiego dei capitali illeciti e controllo del banco dei pegni. Di lì a qualche anno – anche con l'ausilio dei grandi importatori come il clan Gallo o quello degli Abate – non c'è grammo di droga a Roma che non sia passato prima tra le mani del gruppo di Senese.
Più aumenta il potere, per i Senese, più si avvicina anche per loro il “battesimo della faida”, che avviene nel 1996, quando Michele Senese decide di appoggiare il clan dei Belforte (appartenenti alla galassia dei Casalesi) nella guerra con i Piccolo per il controllo dell'area di Marcianise, nel casertano.

Cosa Nuova. Canta Napoli e Roma risponde (col botto)

Roma – Quarto appuntamento con la storia della guerra di mafie che, da mesi, sta insanguinando le strade della capitale (in fondo al post trovate i link per le puntate precedenti). Iniziamo oggi un viaggio nella cronologia di “Cosa Nuova”, cercando di capire attraverso nomi, fatti e circostanze, come è stato possibile creare quella che per importanza criminale è ormai assurta a quinta mafia. Questo nostro viaggio parte da chi, per questioni principalmente territoriali, a “Cosa Nuova” è vicino: la camorra.

Camorra alla sbarra. Di mala napoletana, nel Lazio, si inizia a parlare addirittura agli inizi del secolo scorso. Nel 1911, infatti, viene celebrato a Viterbo (per cercare di eliminare quanto più possibile eventuali “interessamenti” della criminalità verso la corte) il primo processo di camorra, che allora si chiamava “Bella società riformata”. Cinque anni prima, nel 1906, a Torre del Greco venne rinvenuto il corpo senza vita di Gennaro Cuocolo, la testa fracassata a suon di bastonate ed il corpo martoriato da quaranta colpi di coltello e stiletto. A poche ore da quel ritrovamento, anche il corpo della moglie, Maria Cutinelli, fu rinvenuto privo di vita a Napoli. Oltre ad essere noti per furti negli appartamenti, i due, erano anche basisti della camorra. Il processo – che all'epoca ebbe una vastissima enfasi mediatica e, si scoprirà in seguito, fu viziato da una quantità indefinibile di manipolazione delle prove – porterà l'anno successivo ad una condanna complessiva di 354 anni di reclusione. Ad Enrico Alfano e Giovanni Rapi – boss il primo, maestro elementare ed usuraio il secondo – che la sera prima dell'omicidio erano stati visti cenare proprio con Cuocolo, vengono comminati trent'anni di carcere, a Gennaro Abbatemaggio detto “'O Cucchierello”, confidente della polizia e “pentito” sulle cui dichiarazioni si basò tutto il processo, di anni ne dettero cinque.

Il baule. Durante le perquisizioni domiciliari, comunque, i carabinieri trovarono del materiale decisamente interessante e che, dissero, se divulgato avrebbe fatto tremare i polsi a più di un notabile, a Napoli come a Roma, come le cambiali rilasciate a noti cravattari della camorra da funzionari e magistrati. Ci sarebbe anche un baule, sequestrato a Ciro Vittozzi, prete e boss a tempo perso (o viceversa) che conterrebbe le prove dei legami tra la criminalità e le istituzioni. Ma questo, guarda caso, sparisce. E nessuno lo trova più.
I primi sentori di camorra, nella capitale, erano comunque arrivati una decina di anni prima, nel 1901.

Diplomazia criminale firmato Cosa Nuova

Roma - Terzo appuntamento con il nostro approfondimento sulla guerra di mafie romana[1][2]. Prima di andare ad approfondire le “biografie da emigrazione” delle organizzazioni, è bene porsi una semplice, quanto fondamentale, domanda: cosa ha spinto fin dagli anni Settanta le organizzazioni criminali a spingersi verso la Capitale?

Le organizzazioni criminali, in maniera diretta o indiretta – come nel caso delle mafie estere attraverso “delegazioni diplomatiche” - nella capitale e nella regione ci sono tutte. I primi insediamenti di camorra, 'ndrangheta e Cosa Nostra si devono alle latitanze, come nel caso dei Bardellino, che consideravano il Sud-Pontino nient'altro che una continuazione del loro territorio, o con i soggiorni obbligati, che hanno permesso, ad esempio, alla criminalità di mettere le mani sul mercato ortofrutticolo più grande del Sud Italia, cioè quello di Fondi, in provincia di Latina, dove sembra sia avvenuta una vera e propria spartizione della merce: le arance a Cosa Nostra, i pomodori alle 'ndrine, le mele annurche alla camorra.
È stato proprio partendo da questo che, in maniera più o meno voluta, le cosche si sono ritrovate con un'intera regione di cui poter usufruire, utilizzandola anche come “territorio neutro” sul quale dipanare le loro controversie, interne o esterne che fossero.

Estrapolare i boss dai loro territori – era questa l'idea alla base dei soggiorni obbligati al centro e al nord Italia – ha avuto però più lati negativi che positivi. Non solo infatti, come le cronache giudiziarie hanno più volte raccontato, i boss continuavano a comandare anche da lontano, ma slegarli dal loro contesto di riferimento in termini territoriali e soprattutto dal retaggio simbolico-culturale, ha permesso la nascita di alleanze trasversali, come avvenuto tra calabresi e campani per il mercato della droga sul litorale romano e nel Basso Lazio. Sul fronte transnazionale, invece, nigeriani e colombiani si occupano – in partnership con la 'ndrangheta (soprattutto con la 'ndrina dei Gallace, come evidenziato dall'operazione “Appia-Mithos”) – del trasporto della cocaina sul territorio, delegando poi ad algerini e marocchini lo spaccio al dettaglio e quello della cannabis, così come “patti della coca” sono stati rilevati con i serbi e con gli albanesi, alleatisi con la camorra, in particolare con il clan dei Gallo-Cavaliere di Torre Annunziata.
Fiumicino con l'aeroporto nonché Viterbo e Civitavecchia per il traffico via mare costituiscono le porte d'ingresso della droga nella regione.

Roma, aperto il "laboratorio Cosa Nuova". Dagli anni Settanta

foto: nottecriminale.wordpress.com
Roma - Continuiamo il nostro approfondimento su quella che sempre più sembra essere una vera e propria guerra di mafie[1]. Prima di entrare nello specifico, andando a guardare come le mafie – italiane ed estere – si siano insediate nella Capitale fin dagli anni Settanta, è necessario prima fare il punto su cosa sia e quanta forza – criminale ed economica – abbia oggi quella che l'associazione “Libera” nel suo dossier[2] ha chiamato “Cosa Nuova”.
Un bar ed una corda. È da qui che riparte la nostra storia.

Eravamo quattro amici (degli amici) al bar. L'anno è il 2009, siamo a luglio. La Città Eterna si sveglia con uno dei tanti blitz della Guardia di Finanza che mette i sigilli a una decina di locali – valore totale sui 200 milioni di euro - tra cui il “Café de Paris” di via Veneto, uno dei locali più in vista della città che da solo vale poco più di un quarto del sequestro. È qui, tra questi tavoli, che Federico Fellini crea – almeno nel nome – i “paparazzi”, quelli che poi si vedranno spaccare le macchine fotografiche in una storica rissa con le guardie del corpo di Frank “The Voice” Sinatra.
Oggi, passata quell'epoca e con il bar in amministrazione giudiziaria, da quegli stessi tavolini si ordinano quotidianamente l'olio coltivato nella Piana di Gioia Tauro, il vino corleonese o la pasta casertana. Tutti prodotti che arrivano dalle terre confiscate alla criminalità organizzata attraverso il circuito di Libera[3].
Tra “The Voice” e i prodotti dell'organizzazione, infatti, nel bar c'è passata la 'ndrangheta. 'Ndrina degli Alvaro, “ramo” Testazza, per l'esattezza[4]. Il bar, come hanno appurato gli inquirenti, è stato venduto nel 2005 a Damiano Villari, barbiere calabrese trasferitosi nella capitale e diventato il più importante dei prestanome della 'ndrina per il numero di intestazioni fittizie e l'elevato spessore delinquenziale, come si legge nell'ordinanza di arresto in seguito all'operazione “Rilancio”, avviata dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri nel 2007 e culminata, appunto, nel blitz del 2009. Villari – insieme ad altri ventisette prestanome – era il braccio, la mente era invece il boss Vincenzo Alvaro, considerato il capo cosca a Cosoleto (comune del reggino sciolto nel 1997).

Roma, finita la pax di "Cosa Nuova"?


foto: nottecriminale.wordpress.com

ROMA - Dicono che Roma non sia Palermo. Ed è un po' come quella vecchia storia che la mafia, in certi posti, è solo un'invenzione dei media. Eppure a Roma, nel 2011, ci sono stati più morti che a Palermo, a Napoli o a Reggio Calabria. Trentatré morti violente. Trentatré morti ammazzati. Troppi per una città che, dicono, sia semplicemente una città allo sbaraglio, una città che – con il passaggio politico da Veltroni ad Alemanno – ha perso in sicurezza. Trentatré morti ammazzati li trovi nei resoconti dei telegiornali da posti come Baghdad, Kabul o il Kosovo degli anni Novanta. Ma quelli sono – o sono stati – paesi in guerra. In tempo di guerra trentatré morti ammazzati basta un attentato per farli. Ma in tempo di pace no, in tempo di pace è più difficile.
Eppure quei trentatré morti ammazzati ci sono. Come ci sono stati a Palermo, a Napoli e a Reggio Calabria. Ma quelli nemmeno erano tempi di pace. Anche Palermo, Napoli e Reggio Calabria hanno conosciuto le loro guerre. “Faide” le chiamano, come se ammazzarsi tra clan sia meno importante. Anche perché, lo abbiamo sentito dire tutti almeno una volta, «finché si ammazzano tra di loro...».

È proprio in quei momenti, quando iniziano ad “ammazzarsi tra di loro”, che bisogna alzare il livello di attenzione, ancor più di quanto non si stia attenti nei periodi in cui la criminalità organizzata si siede ad un tavolo a trattare e non sceglie la via delle armi. Dato il livello di penetrazione dei clan in molti settori dell'economia legale, comunque, l'attenzione – giudiziaria, giornalistica, civile – è evidentemente ancora troppo bassa. Perché quando quel tavolo salta e piuttosto che gli stradari cittadini con cui si spartiscono le città qualcuno inizia a posarci sopra un kalashnikov o una pistola vuol dire che qualcosa di lì a poco cambierà. È successo con le vecchie famiglie siciliane e i Corleonesi, con la guerra tra i cutoliani e la Nuova Famiglia prima e con quella tra i Casalesi e gli Scissionisti dopo a Napoli o con i Libri-Tegano e i Condello-Serraino a Reggio Calabria. “Guerra di mafia” scrivevano i cronisti a Palermo, a Napoli o a Reggio Calabria quando in redazione arrivava la chiamata che ce n'era stato un altro, di morto ammazzato.
E ad ogni morto ammazzato per le strade siciliane, campane o calabresi c'era qualcuno – da qualche altra parte – a cui tremavano i polsi. Come i parlamentari comprati a suon di voti scambiati a Roma, ad esempio. O come tutti quei piccoli o grandi imprenditori che, a Roma come a Milano come a Reggio Emilia, con la criminalità organizzata ci hanno sempre campato, e anche bene.

Capita, però, che anche in queste altre città si facciano dei morti ammazzati. Forse ha ragione Luigi De Ficchy, procuratore capo di Tivoli, sul fatto che dietro ad ognuno di quei trentatré morti ammazzati nella capitale non ci debba per forza essere la criminalità organizzata. Eppure ad andare un po' più in profondità, a grattar via quella patina da “semplice città insicura” che media e politica hanno scelto per Roma, si può leggere una storia un po' diversa. Una storia che, da Palermo, da Napoli, da Reggio Calabria così come dall'estero porta – memore di quel vecchio detto – nella capitale. Insieme alla via della droga, delle armi e del denaro da lavare.
Qualcuno lo sarà davvero un omicidio “casuale”. Ma capire che oggi, a Roma, si assiste ad una nuova guerra di mafie – al plurale, e non è un refuso – può essere il primo passo per bloccare l'ascesa dei nuovi corleonesi, dei nuovi scissionisti o della nuova 'ndrangheta. Perché, è evidente a volerlo leggere, con la caduta di un sistema di potere – quello berlusconiano – non è solo il sistema degli equilibri politici che si sta riorganizzando. C'è anche, e soprattutto, il riequilibrio di quel sistema criminale che, con il voto, mette propri afferenti in Parlamento, nei consigli regionali o in quelli comunali.

È alla luce di queste considerazioni che credo utile provare a raccontare – in maniera comunque non definitiva, dato che mentre scriviamo per le strade della capitale si continua ad uccidere, rapinare e gambizzare - proprio quella storia che in pochi, ammaliati dai riflettori del governo tecnico e delle polemiche che si porta dietro, sembra vogliano (o abbiano la possibilità di) raccontare.
Perché per qualcuno – a livello politico e mediatico – Roma oggi è semplicemente preda di un gruppo di “cani sciolti” che si sono messi a sparare. Senza apparente motivo. Per qualcun altro, invece, a Roma da un po' di tempo è stato aperto un laboratorio. Il “laboratorio Cosa Nuova”.

Operazione "Criminal Minds", quelle molotov senza padrone

San Marino – Continua il nostro viaggio nell'operazione “Criminal Minds”[1][2]. Ricominciamo dalle dimissioni rassegnate da Marco Bianchini, l'uomo intorno al quale ruota tutta l'inchiesta, dalla presidenza del consiglio di amministrazione del gruppo “Bi-Holding” le cui aziende – recita la nota con la quale vengono rese pubbliche le dimissioni - «non sono in alcun modo coinvolte nell'inchiesta». L'azienda ribadisce inoltre la propria solidarietà al patron – attualmente rinchiuso nel carcere dei Cappuccini, in attesa della decisione sulla concessione dell'estradizione – evidenziando come le dimissioni serviranno a Bianchini siano solo un atto dovuto e necessario «a concentrarsi sulla propria difesa». «Questa situazione» - conclude la nota - «non può, non deve e non fermerà una realtà industriale leader nel suo settore che garantisce lavoro e stabilità a centinaia di famiglie ed ha sempre dimostrato grandi capacità innovative, tecnologiche e logistiche».

Il trio. La situazione all'interno dell'azienda rimane immutata, dunque. La stessa cosa non può invece dirsi per i risvolti politici dell'inchiesta, con il Congresso di Stato – l'equivalente del nostro Esecutivo – che ha indetto per oggi una convocazione straordinaria, dove l'ordine del giorno vede tra i punti principali la parte dell'inchiesta che tocca i vertici della Banca centrale della Repubblica ed in particolare il presidente, Renato Clarizia (nella foto), accusato di aver avuto rapporti con la finanziaria Fingestus non dichiarati nel curriculum presentato al momento della nomina alla presidenza. Clarizia, insieme agli altri vertici della Banca centrale, sono infatti accusati di aver privilegiato, nell'assegnazione dei tanti commissariamenti decisi in questi mesi, lo studio romano “Gemma”, vicino anche a Bianchini essendone stato liquidatore della finanziaria nel 2009, dimessosi comunque dopo la nomina. Come denunciava nei giorni scorsi il partito di minoranza Sinistra unita, nel settembre 2010 – due mesi prima della nomina alla Banca centrale – proprio Clarizia difese gli interessi della Fingestus in una causa civile – la numero 264, oggi ancora pendente – intentata dall'allora liquidatore Luigi Rumi nei confronti di Daniele Tosi, l'ex direttore generale della finanziaria, che si è visto revocare gli arresti domiciliari dopo l'interrogatorio di garanzia. Del pool difensivo faceva parte anche il già citato studio Gemma, configurando una situazione che definire come “conflitto di interessi” sembra essere francamente riduttivo.

Canta Vargiu. Intanto nei giorni scorsi è stato ascoltato anche il teste chiave Salvatore Vargiu, che ha confermato gli stretti rapporti "di collaborazione" con il finanziere Enrico Nanna, raccontando come fosse proprio lui a fare da intermediario con la Karnak finché non è stata creata una "linea diretta" tra lo stesso ex finanziere e Giovanni Pierani, con un vero e proprio listino prezzi, che andava da un minimo di 50 ad un massimo di 150 euro, a seconda della complessità delle ricerche.
L'investigatore ha inoltre spiegato la "catena di comando", con Bianchini che disponeva e Pierani che eseguiva. Proprio dalle mani di quest'ultimo, ha continuato Vargiu durante l'interrogatorio, avrebbe ricevuto una busta contenente 5mila euro destinata a Nanna.

Le molotov. Con l'esplosione dell'operazione “Criminal Minds”, peraltro, vengono confermate le sensazioni di chi, a maggio 2010, lesse nelle due bombe molotov lanciate nel giardino di casa di Bianchini un vero e proprio avvertimento, episodio che seguiva di qualche mese prima, quando lo stesso ex patron della Fingestus era entrato in un hotel della Repubblica e aveva chiesto una scorta alla Gendarmeria sentendosi pedinato.
Un avvertimento del quale, per ora, non si conosce l'effettiva natura. Un'intimidazione di qualche creditore della Fingestus? Una vendetta per concorrenza sleale? Un'intimidazione di stampo mafioso, forse del gruppo di Vitalucci come ipotizzarono, senza riscontro, Bianchini e Riccardo Ricciardi?
Bianchini, sentito più volte dalla Gendarmeria sulla vicenda, sostenne che la Karnak non c'entrava nulla, sostenendo di non avere idea di chi avesse potuto lanciargli quel messaggio peraltro in pieno giorno (le due molotov vennero infatti lanciate poco dopo mezzogiorno).
Alla luce degli sviluppi di questi giorni, comunque, l'idea che quelle molotov gli fossero state recapitate quasi per uno sbaglio di persona ha la stessa tenuta di un castello di carte.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/il-titano-e-la-piccola-piovra1.html;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/il-titano-e-la-piccola-piovra2-titano.html

Il Titano e la piccola Piovra/2. Titano con vista Roma

San Marino - Continua il nostro viaggio nell'"operazione Criminal Minds". Nella prima parte, pubblicata ieri[1] ci siamo soffermati su quella che abbiamo chiamato "l'estorsione all'estortore" e della faida tra il gruppo di Claudio Vitalucci e Marco Bianchini, quest'ultimo il fulcro principale di tutta l'operazione. Ricominciamo proprio da qui, dall'interno della Karnak e dai rapporti che questa ha avuto, nel corso del tempo, con una serie di personaggi in alcuni casi arrivati anche sulle prime pagine dei quotidiani nazionali italiani.

Abbiamo arrestato uno dei nostri. Per assicurarsi la posizione dominante sul mercato – resa possibile, anche, dalla “esterovestizione” della Karnak (cioè la fittizia localizzazione all'estero della residenza fiscale della società) – Marco Bianchini si avvale anche della collaborazione di un'agenzia investigativa, la sammarinese Cio spa del sassarese Salvatore Vargiu, il cui compito era sostanzialmente quello di “dossierare” i concorrenti italiani dell'azienda. Dopo un primo momento di collaborazione – così come avvenuto con Vitalucci – anche i rapporti Bianchini-Vargiu si incrinano, e quest'ultimo (arrestato per corruzione) racconta agli inquirenti di essere stato vittima di ingiuria, violenza privata e minaccia da parte di alcuni dirigenti Karnak (tra i quali Ricciardi) depositando presso la Guardia di Finanza ben quattro rapporti confidenziali preparati su incarico dell'azienda, contenenti l'intera attività investigativa che proprio la Guardia di Finanza aveva svolto sulla ditta nel 2006. Ma come ha fatto Vargiu a venire a conoscenza di un'informazione che – in teoria – sarebbe riservata?

«Abbiamo arrestato uno dei nostri», è stato il commento dei finanzieri che hanno condotto la conferenza stampa sull'operazione. Uno degli uomini che collaboravano con la Cio, infatti, sarebbe secondo l'accusa Enrico Nanna, maresciallo aiutante della Guardia di Finanza, utilizzato – previo pagamento – per spulciare le banche dati tributarie e quelle del Ministero dell'Interno.
Secondo quanto attualmente stabilito dagli inquirenti, Nanna avrebbe ricevuto un bonifico bancario (c/c 10/5516454) di 2mila euro in data 8 gennaio 2009, nonché altre somme ancora da accertare. Previo accordo con Bianchini e Giovanni Pierani – direttore commerciale della Karnak, posto ai domiciliari – l'ufficiale avrebbe rivelato a Vargiu il contenuto di una serie di note che sarebbero dovute essere conosciute esclusivamente dai reparti della finanza coinvolti negli accertamenti fiscali, dato anche che tali elementi non sarebbero stati utilizzati né nel procedimento penale né in quello tributario a carico della società.

Il Titano e la piccola Piovra/1. L'estorsione dell'estortore

San Marino – C'è un uomo, affacciato alla finestra del quarto piano del centro servizi. O, per essere più precisi, è un uomo costretto ad affacciarsi dopo essersi preso una scarica di calci e pugni da uno degli altri due uomini presenti in quel momento nella stanza. Se fosse caduto di sotto, è questa la minaccia, nessuno se ne sarebbe accorto, perché nel resto della Repubblica stanno tutti festeggiando la fine dell'anno 2009.
Tutto sommato, comunque, non è neanche la peggiore delle situazioni in cui potrebbe trovarsi. L'altro uomo presente nella stanza, infatti, gli dice che per qualunque problema dovrà rivolgersi alla “famiglia”. Quel tipo di “famiglia” alla quale certi sgarri proprio non si possono fare. Camorra, insomma.

I tre, comunque, si conoscevano. Si erano già incontrati più di una volta, come quel 20 maggio 2009, quando Claudio Vitalucci – questo il nome dell'uomo affacciato alla finestra – è costretto a sottoscrivere un falso contratto di vendita di una Aston Martin per la sua azienda, la “Immobiliare Ponte Sasso s.r.l.” (di cui, dicono gli inquirenti, è amministratore di fatto[1]) dalla MB Class Motors srl, società sammarinese di cui legale rappresentante è l'uomo della “famiglia”, che si chiama Bruno Platone, in cambio di 50 mila euro di caparra con assegni circolari.
Qualche giorno prima i due avevano già fatto un'operazione di questo tipo. Platone, già conosciuto agli inquirenti per essere finito nell'inchiesta “Vulcano” sulle diramazioni della camorra in Riviera e Riccardo Ricciardi – questo il nome del terzo uomo presente nella stanza – si sarebbero infatti procurati un ingiusto profitto, per un importo di 320mila euro, costringendo Vitalucci a sottoscrivere una falsa quietanza di avvenuto pagamento.

Estorsione all'estortore. Operazione, questa, che in italiano passa sotto il nome di estorsione, i cui proventi sarebbero stati spartiti tra il duo Ricciardi-Platone e la già citata “famiglia”, che è poi quella dei Gallo-Cavalieri, uno dei più potenti clan dell'area vesuviana del napoletano, dedita al traffico internazionale di stupefacenti e – guarda caso - alle estorsioni, operante per lo più nel territorio di Torre Annunziata.

Detta così sembra quasi la “classica” storia di pizzo, nella quale l'imprenditore taglieggiato la prima volta dice no e la seconda anche. Alla terza però trovano il modo di fargli dire di sì. Eppure, a ben guardare, le cose non sono così nitide. Anzi.

Roberto Saviano e quella "moda" dei premi per la legalità

Napoli - I “personaggi”, si sa, sono destinati a far discutere. Roberto Saviano rientra, sicuramente, in questa situazione. Negli ultimi giorni è stato al centro di due notizie, in qualche modo antitetiche tra loro, come un'onorificenza ed un'accusa di parlare di cose che non conosce, che portano a chiedersi dove stia, effettivamente, la verità sul “signor-Gomorra”.

L'onorificenza. Partiamo dal “premio”. Dieci giorni fa[1] il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ufficializzava sul suo canale Twitter la decisione di insignire lo scrittore della cittadinanza onoraria. L'idea circola da un paio d'anni, da quando cioè a Saviano fu negato l'Ambrogino d'oro nel 2009 e, l'anno successivo, la stessa cittadinanza onoraria in quanto Saviano aveva raccontato delle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia, suscitando le ire della Lega Nord.
Stessa richiesta è stata fatta da Dario Nanni, consigliere romano del Partito Democratico, «per dimostrare che la nostra città è solidale e sostiene chi rischia in prima persona per la legalità», le sue parole.

L'accusa. Ci aveva già pensato il sociologo Alessandro Dal Lago con il suo “Eroi di carta” qualche mese fa, a smontare il Saviano-personaggio[2].
Un'altra – e forse più dura – accusa arrivava lo scorso maggio dalle pagine de “Il Giornale”[3]. Ad esternarla non un sociologo, uno che scrive libri. Ma un prete. Anticamorra, per giunta. Quel don Aniello Manganiello (nella foto) che per sedici anni la camorra l'ha combattuta guardandola dritta negli occhi a Scampia, dove Saviano «non ha abitato nemmeno per un giorno nel quartiere né vi ha sostato a lungo» pur parlandone da “esperto”. «Quando assassini e spacciatori gli hanno chiesto un futuro diverso per i loro figli» - scriveva nell'articolo Gian Marco Chiocci - «io non ho mai mandato quei ragazzi ai cortei anticamorra, con una bandiera in mano, un paio di slogano e tanta voglia di urlare. Perché io devo trovare soluzioni, i soldi per farli mangiare, per impedire che le ragazze si sentano obbligate ad abortire, per comprare i pannolini e pagare le bollette», raccontava don Aniello.
Il “premio” per il suo lavoro è stato l'allontanamento da Scampia ed un trasferimento a Roma nel 2010.
Così come, sempre nel 2010, il “premio” vinto da chi tentava di togliere i ragazzi e le ragazze che abbandonavano – e continuano ad abbandonare – la scuola per abbracciare il modello sociale della criminalità organizzata, i “maestri di strada”, come vennero chiamati, è stato quello di vedersi tagliare i fondi per il loro progetto “Chance”[4].

Mariano Rajoy e quella foto inopportuna


Adeje (Santa Cruz de Tenerife), 5 novembre 2011 - «Non possiamo controllare la fedina penale di tutti quelli che vogliono dare una mano», è stata la difesa del Partido Popular, che stando a quanto si dice in Spagna, con ogni probabilità prenderà il potere alle prossime elezioni previste per il 20 novembre.
La dichiarazione è arrivata dopo che alcuni giornali spagnoli – e il Mattino nell'edizione di giovedì – hanno pubblicato una foto che ritrae il leader del Partido Popular Mariano Rajoy insieme a Domenico Di Giorgio, giovane avvocato campano attivo nella sezione di Adeje (Tenerife) del partito, arrestato lo scorso 18 ottobre nell'operazione “Pozzaro” contro il clan Nuvoletta-Polverino.

Prima dell'arresto, Di Giorgio era legale e consigliere di Giuseppe Felaco, capoclan che nelle Canarie aveva situato la sua base per ripulire il denaro proveniente dal narcotraffico in Italia.
Dal partito si difendono – come abbiamo visto – sostenendo, a ragione, che non si possono conoscere le fedine penali di tutti coloro che al partito si avvicinano. Ma Di Giorgio non era un semplice “sostenitore”. Alle elezioni municipali tenutesi ad Adeje lo scorso 22 maggio, infatti, il suo nome compare al quarto posto nella lista dei candidati per il Pp. Non è stato eletto solo perché ritiratosi per motivi personali.
Non si può conoscere la fedina penale di tutti i sostenitori, questo è vero, ma – in Spagna come in Italia – bisognerebbe conoscere quanto meno quella dei propri candidati, in particolare se il loro nome compare in posizioni di lista (chi ha dimestichezza con queste cose lo sa bene) in cui si è spesso eletti.

Mariano Rajoy peraltro, come scrive il quotidiano progressista Publico che per primo ha dato la notizia nei giorni scorsi, non è nuovo a fotografie “scomode”. Il 19 maggio 2009, due giorni prima delle elezioni europee infatti, fu fotografato durante un momento elettorale sulla tonnara Moropa, di proprietà di Daniel Baúlo Carballo, leader del clan Os Caneos considerato il più importante narcotrafficante spagnolo.

Spagna e Italia un'unica, grande, famiglia? Il clan Nuvoletta-Polverino è radicato a Tenerife fin dagli anni Novanta proprio grazie all'operato di Felaco, e che però vede la prima operazione anti-camorra su territorio spagnolo – nome in codice “Pozzaro” - realizzata solo lo scorso 18 ottobre e che ha portato a 14 arresti, 60 perquisizioni ed il sequestro di vari immobili, conti bancari, 7 yacht, auto di grossa cilindrata e del complesso turistico Marina Palace, il quartier generale della camorra sul territorio. Il ruolo di Di Giorgio, stando a quanto definito dall'inchiesta, sarebbe stato quello di creare le aziende per il lavaggio dei proventi del traffico di droga e quello, da legale, di risolvere i problemi con la giustizia. Non certo un ruolo di secondo piano, dunque.

L'allarme è lanciato già da qualche anno: in Spagna la “gamurra” non è più solo il nome della giacca corta indossata dai banditi spagnoli che invasero il Regno di Napoli e da cui, si dice, provenga il termine “camorra”. Dal traffico di droga che proprio in Spagna trova il primo punto di ingresso in Europa fino alla “Costa Nostra” - la Costa del Sol – ed i molti latitanti che vi trovano rifugio, la criminalità si sta infiltrando – con le stesse modalità utilizzate in Italia – anche nel tessuto socio-economico spagnolo. E da oggi anche in quello politico.

Scuole al margine


La scuola, nelle intenzioni delle istituzioni, sta diventando sempre più un semplice “centro di spesa”. Tagli, incondizionati ed indiscriminati, per cattedre e sicurezza sono all'ordine del giorno. Ma ci sono dei contesti – come i quartieri di San Giovanni a Teduccio, Barra o Ponticelli, nel napoletano – in cui tagliare una cattedra significa regalare manovalanza minorile – età media tra i 13 ed i 17 anni – alla criminalità organizzata. Perché tagliare cattedre nelle scuole “a rischio” significa, soprattutto, creare l'humus sociale dal quale la camorra pesca i “muschilli”.

San Giovanni a Teduccio (Napoli) – È il 13 maggio 2006. I circa 800 studenti dell'Istituto superiore statale “Rosario Livatino” sono costretti a fare lezione in giardino, perché nella notte alcuni vandali hanno allagato i locali dell'edificio, spargendo immondizia ovunque e gettando la foto del “giudice ragazzino” - ucciso dalla Stidda agrigentina il 21 settembre 1990 - tra i rifiuti.
Per tutta risposta l'allora dirigente scolastico Aristide Ricci, in accordo con il corpo docente, decise di rispondere a quel messaggio introducendo durante le ore di italiano, storia e diritto l'”ora di legalità”, un modo per togliere il terreno da sotto i piedi ai clan della camorra, che nel triangolo San Giovanni-Barra-Ponticelli detta legge, basti guardare – tanto per tornare alla stretta attualità – alla festa dei Gigli del quartiere di Barra, trasformata già da qualche anno nella “festa del boss”[1]. Come di stretta attualità – ne parlavamo lo scorso 21 settembre proprio su queste pagine[2] – è l'appello lanciato da Eugenia Carfora, dirigente scolastico dell'istituto comprensivo Raffaele Viviani di Caivano, dove gli alunni passano quasi tutto il tempo in giardino ad ascoltare musica perché non ci sono abbastanza professori (ne mancano all'appello diciassette) per fare lezione. Ad ascoltare musica e guardare come si scalano le gerarchie camorristiche.
E di professori, alla scuola italiana, ne mancano più o meno ventimila, tagli che rappresentano la terza parte di un piano di licenziamenti – quello previsto dalla legge di stabilità del 2008 – che in totale, tra docenti e personale amministrativo, ha cancellato centocinquantamila posti di lavoro.
Solo quest'anno, per fare un esempio, in Lombardia saranno tagliate 2415 cattedre, 2234 in Campania, 1878 in Puglia e 1093 in Calabria, come ricordava Rocco Vazzana dalle pagine del settimanale “Left” di qualche settimana fa[3].

I tagli, ogni anno, sono indiscriminati. Colpiscono tanto i licei più importanti delle grandi città del Nord quanto le piccole scuole della periferia degradata del Meridione, dove l'unica presenza – visibile – dello Stato, per citare l'incipit di “Cattivi guagliuni”, il nuovo singolo della 99 Posse, è negli «alveari di cemento»[4] con cui ne è stata realizzata l'urbanistica. Ma la differenza è molto più ampia, perché tagliare una cattedra in una scuola di periferia, o magari in una scuola “di frontiera” come l'istituto Viviani, non corrisponde solo al numero di ore di insegnamento che vengono sottratte. Tagliare una cattedra in questi istituti, quelli che si ritrovano a fare i conti con le piazze di spaccio e con la dispersione scolastica, significa di fatto lasciare – o lanciare, dipende dal grado di imputazione che si vuol dare alle istituzioni - ragazzi di 13-14 anni nelle mani della criminalità organizzata.