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Lo sbarramento antimafia non s'ha da fare

foto: siciliainformazioni.com
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Palermo – Hanno fatto scalpore nei giorni scorsi le lamentele dei deputati dell'Assemblea regionale siciliana ai quali, a causa della crisi di liquidità che sta investendo la Regione, non è stato pagato lo stipendio di 13.000 euro netti per il mese di luglio.
Forti, naturalmente, le proteste di chi deve lavorare alacremente un anno intero per arrivare a quelle cifre. Quando ci arriva.

Decisamente meno scalpore, invece, sembra aver suscitato quanto avveniva in quella stessa assemblea qualche giorno prima, allorquando 39 deputati hanno bocciato – parandosi dietro il voto segreto - l'emendamento alla legge bloccanomine presentato dal presidente della Commissione regionale antimafia, Calogero “Lillo” Speziale (per il quale ad aprile era stato scoperto un progetto di attentato risalente al 1998[1]) con il quale si sarebbero tenuti fuori dai luoghi decisionali della politica personaggi più o meno vicini alla mafia, corruttori e pregiudicati di varia natura.

«Era un'occasione per fare del bene alla Sicilia ed è stata buttata al vento», il commento di Speziale.
L'emendamento era stato presentato durante le votazioni – a scrutinio palese - sul disegno di legge con il quale si impedisce al presidente della Regione, alla giunta ed agli assessori di poter fare «nomine, designazioni o conferimenti di incarichi in organi di amministrazione attiva, consultiva o di controllo della Regione» dal momento delle dimissioni del governatore.
Ad un certo punto il vero e proprio colpo di teatro da parte di otto deputati “bipartisan”, tra i quali il vicepresidente della Commissione regionale antimafia Rudy Maira dei Popolari di Italia Domani, indagato in un'inchiesta su alcuni appalti pilotati a Caltanissetta[2]; Riccardo Minardo del Movimento per le Autonomie, arrestato e poi scarcerato per associazione a delinquere, truffa aggravata e malversazione ai danni dello Stato[3]; Salvino Caputo del Popolo della Libertà, condannato in appello ad un anno e cinque mesi per tentato abuso d'ufficio[4]; Fabio Mancuso – stesso partito di Caputo – arrestato per associazione a delinquere, finanziamento illecito ai partiti e bancarotta fraudolenta, dando conferma di quanto detto qualche mese fa dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia a Marsala, allorquando aveva sostenuto che «il Parlamento siciliano è lo specchio fedele di una società e di una classe dirigente profondamente inquinata, soprattutto ai piani alti, dalle collusioni con il sistema mafioso»

Pur non potendo riproporre l'emendamento, Speziale non ha comunque intenzione di abbandonare la sua idea. Per questo chiederà ai partiti di inserire il divieto di candidare rinviati a giudizio nei programmi per le prossime elezioni Regionali. Sarà il caso, comunque, che il presidente della Commissione antimafia regionale prepari anche un terzo piano alternativo.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/gela-nellambito-del-processo-leonina-si.html;
[2] Appalti pilotati e tangenti: indagati tre politici nisseni, corrieredelmezzogiorno.it, 14 ottobre 2010;
[3] Associazione a delinquere e truffa arrestato il deputato dell'Mpa Minardo, repubblica.it, 26 aprile 2011;
[4] Condannato Salvino Caputo per tentato abuso d'ufficio, palermo.blogsicilia.it, 19 marzo 2012;

Operazione “Broken Wings”, tangenti sulla via del vento

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Trapani - Tutto è partito dalla denuncia di Salvatore Moncada, uno dei nomi “pesanti” da spendere quando si parla del mercato delle energie rinnovabili. A lui erano stati chiesti 70 mila euro per la progettazione di 7 parchi eolici. Senza quei soldi, naturalmente, i problemi burocratici sarebbero stati insormontabili ed il progetto non sarebbe mai stato portato a termine.

A richiedere i soldi Vincenzo Nuccio, funzionario del Genio militare arrestato durante l'operazione “Broken Wings”. Questi – stando a quanto emerge dalle indagini – sarebbe in affari con Vito Nicastri, il 55enne “signore del vento” tra i più importanti imprenditori del settore degli impianti eolici, il cui lavoro consiste proprio nella creazione di parchi eolici da rivendere.
Quest'ultimo avrebbe versato 150 mila euro a Nuccio in tangenti – giustificando la cessione di denaro come consulenza, in realtà mai effettuata – affidata all'ingegnere Francesco Nuccio, figlio di Vincenzo ed assunto da Nicastri finito anch'egli tra gli arrestati dell'operazione.
Gli altri due indagati, accusati di tentata concussione, corruzione, emissione ed utilizzo di falsa fatturazione sono il palermitano Claudio Sapienza e l'ennese Alberto Adamo, rispettivamente socio ed amministratore delegato – seppur solo nominalmente - della “Esp eolica service s.r.l.”. A controllare realmente l'azienda, secondo quanto scoperto dalla Guardia di Finanza, era proprio Nicastri, personaggio interessato più volte da indagini ed arresti. Prima di quello palermitano, infatti, l'imprenditore – definito nelle indagini in cui è incappato sempre come un “potente” - venne arrestato dalla Procura di Avellino nel 2009, quando venne accusato di indebita percezione di contributi pubblici nell'ambito dell'operazione “Via col vento”[1]. Proprio in quell'occasione il suo nome venne accostato a quello di Matteo Messina Denaro, di cui sono noti gli interessi nel settore dell'economia “verde”.

Oltre agli stretti legami politici – necessari per non perdere affari in un sistema iper-burocratizzato come quello della green-economy italiana, come quello con l'attuale presidente della Provincia di Trapani, Mimmo Turano – prima dell'arresto dei giorni scorsi sono stati accertati una serie di contatti con uomini di cosa nostra, come quelli con Mario Giuseppe Scinardo, imprenditore legato alla famiglia di Sebastiano Rampulla, ritenuto il rappresentante messinese dell'organizzazione. Nicastri e Scinardo, inoltre, sono in affari a Catania per la costruzione di un altro parco eolico a Vizzini, come ha raccontato anche dal colonnello Gaetano Scillia della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta durante la sua deposizione nell'inchiesta “Iblis”[2]. La “Callari”, società riferibile a Scinardo, tra il 2005 ed il 2006 ha ricevuto 3.280.000 euro come contributo a fondo perduto dalla Regione Sicilia, per poi essere acquisita – otto giorni dopo – dalla società con sede in Lussemburgo Lunix, che vede tra i soci proprio Nicastri. A sua volta, questa cedette parte delle quote societarie ad una società quotata in borsa, la Alerion, rendendo ancor più difficile tracciare il percorso di quel denaro.

Oltre ai rapporti con cosa nostra, stando a quanto fin qui emerso Nicastri intratterrebbe anche rapporti con la 'ndrangheta, in particolare con le 'ndrine del cosiddetto “triangolo della morte” Platì-San Luca-Africo.
Proprio ieri, peraltro, gli uomini del Gruppo d'Investigazione sulla criminalità organizzata di Catanzaro, in collaborazione con i militari del Comando provinciale di Crotone, hanno sequestrato beni per un valore di circa 350 milioni di euro – in particolare il parco eolico “Wind farm Isola Capo Rizzuto”, da cui l'operazione ha preso nome – indagando a vario titolo 31 persone in esecuzione di un decreto di sequestro preventivo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che sta indagando sulla presunta gestione della 'ndrina degli Arena, egemone nel territorio di Isola Capo Rizzuto[3].

«Al fine di diminuire la corruzione sarebbe opportuno semplificare e rendere meno oneroso l'iter burocratico che gli imprenditori devono percorrere per poter costruire opere pubbliche nel settore delle energie rinnovabili [nel caso dei parchi eolici i passaggi burocratici sono ben 26, ndr]» - ha spiegato il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo. «L'operazione appena portata a termine evidenzia come l'eolico, e in generale l'intero settore delle energie rinnovabili, mobiliti grandi quantità di risorse, con profitti abbastanza consistenti per le aziende» - ha aggiunto il procuratore - «Desta quindi gli appetiti della criminalità organizzata e di imprenditori senza scrupoli che di volta in volta ottengono autorizzazioni e facilitazioni con mezzi non legali».


Note
[1] Ad Alcamo arrestato «il signore del vento» di Rino Giacalone, liberainformazione.org, 11 novembre 2009;
[2] Iblis, l’accusa dell’imprenditore antiracket: «Usuraio mi invitò a votare per Lombardo» di Salvo Catalano, CTZen.it, 5 luglio 2012;
[3] Le mani della 'ndrangheta sull'eolico, 31 indagati, antimafiaduemila.com, 13 luglio 2012

Misilmeri, l'operazione "Sisma" fa dimettere diciassette consiglieri comunali

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Misilmeri (Palermo), 21 aprile 2012 - «Ribadisco la totale fiducia nel lavoro prezioso e meticoloso che la magistratura sta svolgendo con l'indagine Sisma in merito ai fatti giudiziari che riguardano la città di Misilmeri, e dalla quale emergono contatti, in particolare, tra il presidente del Consiglio comunale ed esponenti mafiosi. Ma voglio con forza affermare che l'Amministrazione comunale non può essere nemmeno sfiorata dal sospetto che abbia ceduto a pressioni criminali» afferma Piero D'Ai, sindaco di Misilmeri, che si trova però a fare i conti con un Consiglio comunale che ha, di fatto, provveduto allo scioglimento prima dell'eventuale interessamento del ministero dell'Interno.

Nei giorni scorsi, infatti, proprio a seguito dell'operazione del Reparto operativo e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Palermo sono arrivate le dimissioni di ben diciassette dei venti consiglieri comunali per “senso di responsabilità e nel rispetto della cittadinanza”[1]. L'indagine aveva portato martedì scorso all'arresto di Francesco Lo Gerfo, Mariano Falletta, Stefano Polizzi e Vincenzo Ganci[2] e che coinvolgono anche Giuseppe Cimò, presidente del Consiglio comunale accusato di essere stato eletto con i voti di Cosa Nostra ed aver agevolato la cosca guidata da Lo Gerfo nell'aggiudicazione di alcuni appalti attraverso Ganci, candidato al Consiglio comunale in una lista - “Amo Palermo”- a sostegno della candidatura di Marianna Caronia e descritto dagli inquirenti come l'anello di congiunzione tra politica e mafia.

«Questa storia mi ha solo danneggiata» - ha detto Marianna Caronia in un'intervista video a livesicilia.it (che trovate all'inizio di questo articolo), che ha più volte evidenziato di aver denunciato il fatto già a fine marzo, dopo che il responsabile della lista aveva ricevuto una mail da un certo “Giggi”, che metteva in guardia proprio su Ganci: «Signora Caronia, lei è attenta alle candidature della sua lista, ma le sfugge un nome che rappresenta la spazzatura. Si tratti di Ganci vicino ai mafiosi». Un nome sfuggito anche ai “controlli antimafia” fatti all'interno della sua lista, come quell'autocertificazione, evidentemente falsa alla luce dell'operazione dei giorni scorsi, prodotta dallo stesso Ganci.
Oltre al danno, come vuole quel vecchio e noto detto, arriva anche la beffa: «Abbiamo chiesto formalmente di eliminare Ganci dalla nostra lista» - ha precisato Marianna Caronia durante l'intervista - «ma ci è stato detto che, se non è lui a tirarsi fuori, non è possibile. Così sono costretta a tenere nella mia lista una persona che non voglio. I cui voti non mi interessano». Gli elettori che vorranno votarla, dunque, si regolino di conseguenza.

Note
[1] Fiume di dimissioni: Decade il consiglio comunale, misilmeriblog.it, 19 aprile 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/04/misilmeri-loperazione-sisma-blocca-le.html;

La metro di Palermo in mano a Cosa Nostra. Ma le Ferrovie non bloccano i lavori

foto: livesicilia.it
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Palermo, 18 aprile 2012 – I lavori della metropolitana di Palermo sono in mano a Cosa Nostra (ne avevamo parlato, per quanto riguarda il passante Brancaccio-Carini, a gennaio[1]), ma per Rete Ferroviaria Italiana – gruppo Ferrovie dello Stato – «non è conveniente interrompere i lavori», anche se questo significa palesemente finanziare la mafia, alla modica cifra di 464 milioni di euro, cifra – decurtata di un quarto dagli iniziali 599 milioni di euro – messa adesso a disposizione di S.i.s. Spa (alla cui porta molti politici di entrambi gli schieramenti hanno bussato per ottenere posti per parenti ed amici), Geodata spa e Sintagma, ditte dell'Associazione temporanea di imprese “Nodo di Palermo s.c.p.a.” che ha subappaltato alle società organiche a Cosa Nostra.

Nonostante la «sussitenza di tentativi di infiltrazioni mafiose» (come si legge in un documento stilato dall'azienda e messo a disposizione dal quotidiano “Repubblica”[2]) dunque, i lavori andranno avanti come prima, come se quelle aziende fossero “pulite”.
I lavori andranno avanti nonostante Andrea Impastato, che prima di essere arrestato – come scrivevamo già a gennaio - attraverso la “Prime Iniziative” e la “Medi Tour” ha fatto in tempo a fornire il calcestruzzo, lo stesso di cui chiedeva Salvatore Lo Piccolo, “il barone”, a Provenzano in quel pizzino che fece poi scattare le indagini. E si continuerà a lavorare nonostante le trivellazioni sono state affidate ad una ditta legata al boss di Prizzi Tommaso Cannella e nonostante gli stretti legami emersi nel corso delle indagini tra boss e funzionari del consorzio che gestisce i lavori – ed i soldi – di quello che è attualmente il più grande appalto palermitano.

«Il recesso del contratto comporterebbe la perdita dei finanziamenti europei, l'inasprimento dei disagi che la popolazione residente è chiamata a sopportare con i cantieri aperti, oltre che la conseguente necessità di mettere in sicurezza le tratte interessate dai lavori» ha scritto nella delibera l'ingegner Andrea Cucinotta, referente del progetto per le Ferrovie.
Come dice il vecchio adagio “lo spettacolo deve continuare”. Per le Ferrovie anche l'appalto.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/01/metropolitana-di-palermo-silurato-il.html;
[2] Il documento dell'ingegnere Cucinotta, repubblica.it, 15 aprile 2012

Misilmeri, l'operazione "Sisma" blocca le intenzioni di voto di Cosa Nostra

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Misilmeri (Palermo), 17 aprile 2012 – “Popolari di Italia Domani” popolari anche tra gli uomini di Cosa Nostra verrebbe da dire. È noto infatti – seppur mediaticamente poco seguito – il processo in corso al leader del partito, l'ex ministro dell'Agricoltura Saverio Romano[1], di cui Misilmeri costituirebbe uno dei principali bacini elettorali, descritto come uomo a disposizione della famiglia di Villabate da alcuni collaboratori di giustizia, su tutti Nino Giuffré e Angelo Siino, nomi pesanti all'interno del gotha corleonese.

In queste ore i carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo palermitano stanno eseguendo quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di Francesco Lo Gerfo, indicato come il capomafia di Misilmeri dopo l'arresto di Antonino Spera (capo mandamento di Belmonte Mezzagno interessato dal tentativo di riformare la Commissione provinciale di Palermo, poi bloccato dall'operazione “Perseo”[2]), Mariano Falletta, Stefano Polizzi – presunto referente della cosca di Bolognetta – e Vincenzo Ganci. Ci sarebbe anche una quinta ordinanza, per Antonino Messicati Vitale, boss di Villabate – mandamento passato sotto il controllo della famiglia di Misilmeri dopo anni di “appartenenza” alla consorteria mafiosa di Bagheria, «facendo registrare un evocativo ritorno agli assetti storici di Cosa Nostra», a detta degli inquirenti - che però si è già dato alla latitanza, soggiornando già da dicembre in Sudafrica. A tutti vengono contestati i reati di associazione mafiosa - “concorso esterno”, per Ganci - ed estorsione.

«Le indagini hanno dimostrato che Lo Gerfo, dopo aver indirizzato i voti della consorteria mafiosa e fatto eleggere nell'amministrazione comunale persone a lui vicine, è riuscito a far sì che le stesse ricoprissero ruoli istituzionali nevralgici, come quelli di presidente (Giuseppe Cimò) e vice presidente (Giampiero Marchese) del consiglio comunale di Misilmeri, creando dunque i giusti presupposti per controllare e indirizzare le scelte della pubblica amministrazione in favore degli interessi propri e dell'associazione da lui capeggiata», ha scritto il giudice per le indagini preliminari Luigi Petrucci nell'ordinanza di custodia cautelare, accogliendo le richieste del procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dei pubblici ministeri Lia Sava, Nino Di Matteo, Geri Ferrara e Marzia Sabella.

Su tutte spicca la posizione di Ganci, candidato al consiglio comunale nella lista “Amo Palermo” a sostegno della candidatura di Marianna Caronia dei “Popolari di Italia Domani” il quale, pur non essendo “organicamente inserito” in Cosa Nostra, avrebbe fornito «un contributo dotato di effettiva rilevanza causale ai fini del rafforzamento dell'associazione mafiosa e del più efficace raggiungimento dei suoi scopi criminali».

Gela, nell'ambito del processo "Leonina" si scopre il progetto di morte per Calogero Speziale

foto: palermo.repubblica.it
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Gela (Caltanissetta), 14 aprile 2012 – Cosa Nostra avrebbe preparato un piano per uccidere Calogero Speziale, deputato del Partito Democratico e presidente della Commissionre Regionale Antimafia. A dirlo i collaboratori di giustizia Crocifisso Smorta e Carmelo Billizzi del clan Emmanuello, chiamati a deporre nell'ambito del processo “Leonina societas” in corso nell'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo e volto a fare luce sugli interessi della mafia gelese sulla squadra di calcio di Gela, la Juveterranova. Tutto nacque, nel 1998, dal mancato agguato a Fabrizio Lisiandra, allora presidente della squadra, sul quale Cosa Nostra faceva pressioni sia per avere la disponibilità del club che cercava affannosamente nuovi proprietari per evitare il fallimento e che militava in serie C2, sia per costringerlo a fare entrare gli Emmanuello nel consorzio di imprese nell'orbita dell'Ente Nazionale Idrocarburi che operavano al petrolchimico, il Consorzio Nazionale Servizi di Bologna, retto nel gelese proprio da Lisciandra.

Proprio a Bilizzi sarebbe stato assegnato il ruolo di esecutore materiale dell'omicidio, da realizzarsi durante una festa nella villa nelle campagne gelesi di proprietà di amici del deputato, attentato fallito solo perché Speziale a quella festa poi non ci andò, come confermato anche in una precedente deposizione da “Nino D'Angelo”, al secolo Rosario Trubia, ex reggente degli Emmanuello. Smorta ha anche rivelato che la mano di matrice mafiosa fu l'incendio dell'automobile del deputato nel 1998, dovuto all'opposizione all'ingresso nella Giunta comunale di Roberto Alabiso, anch'egli appartenente ai democratici e cognato dei fratelli Emanuele e Filippo Sciascia, imprenditori con interessi negli appalti e considerati appartenenti al clan entrati nell'inchiesta “In&Out” del 2006.

«È una notizia inquietante che conferma l'impegno di Speziale nella lotta alla criminalità organizzata e per il riscatto del territorio gelese. Non bisogna assolutamente abbassare la guardia e sono sicuro che Speziale continuerà, con rigore, anche nella qualità di presidente della Commissione Antimafia all'Ars, a promuovere tutte le iniziative necessarie per la legalità» ha detto il segretario regionale dei democratici, Giuseppe Lupo.

Sgarbi: "La mafia in Sicilia la vede solo Attilio Bolzoni". Comunicato stampa

foto: arezzoweb.it
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Cefalù (Palermo), 9 aprile 2012 - Nei giorni scorsi[1] avevamo scritto della candidatura dell'ex sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi ad identica carica a Cefalù per le prossime elezioni evidenziando - come scriveva anche Attilio Bolzoni dalle pagine della versione on-line del quotidiano La Repubblica - come anche in questo caso tra i suoi sostenitori ci sia un personaggio "chiacchierato". A Salemi Pino Giammarinaro, a Cefalù Giuseppe Giusi Farinella. Oggi pubblichiamo il comunicato stampa con la lunghissima replica di Vittorio Sgarbi. Ai lettori trarre le dovute ed opportune conclusioni sulla vicenda.

«Io non so dove sia la mafia in Sicilia. E non l’ho mai incontrata. Lo saprà Attilio Bolzoni che ne parla.

So però bene dov’è l’antimafia e come lavora nell’ingiustizia e contro i cittadini, con arroganza e prepotenza.

Lo so da quando quattro magistrati indagarono me e Tiziana Maiolo in concorso esterno in associazione mafiosa in Calabria, senza alcun fondamento e costretti ad archiviare tutto dopo otto mesi con l’intervento del procuratore generale Pierluigi Vigna.

Pensavo che un errore bastasse. E invece l’arbitrio e la violenza di questa antimafia impunita, che agisce con metodi mafiosi, non hanno limiti e si manifestano con atti infondati in nome dello Stato contro una inerme cittadinanza.

La specialità di questa antimafia in vetrina sono gli «odori» e le «aure», registrati da giornalisti compiacenti, prima a Salemi dove un indagato per riciclaggio, non per mafia, da decenni attivo sulla scena politica del trapanese in modo palese, dà origine allo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiosa e della «criminalità organizzata». Un uomo solo è in questi teoremi, la «criminalità organizzata».
Naturalmente Bolzoni sa benissimo che la mafia è in sonno, inattiva, distratta, a Salemi, da almeno vent’anni. Però, in perfetta malafede, s’interessa all’«ombra di Pino», per ricordarne il potere sul Comune che non ha avuto, nonostante avesse democraticamente presentato liste post-democristiane, ottenendo, sempre democraticamente, la maggioranza dei consiglieri comunali.

Gli sfugge che i suoi affari, che io non conosco, nella sanità pubblica e privata, sono sotto osservazione nel periodo 2001-2005, quando nessuno si preoccupò di sciogliere il Comune e quando ancora io non ero sindaco.

Dovrà ora rispondere, con il ministro dell’Interno in tribunale, di menzogne del genere: «Questi (Giammarinaro) partecipando alle riunioni di giunta, ed avvalendosi di fidati esponenti della compagine elettiva, sui quali esercita il proprio ascendente, è riuscito a condizionare l’attività»

Cefalù, Sgarbi si candida con lo stesso copione di Salemi?

foto: palermo.repubblica.it
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Cefalù (Palermo), 7 aprile 2012 – Da Salemi se ne era dovuto andare per lo scioglimento del Comune e per quel piccolo “problemino” di Pino Giammarinaro, chiacchierato ex democristiano entrato più volte in procedimenti antimafia, ora Vittorio Sgarbi ci riprova a Cefalù, dove è sostenuto da tre liste civiche per le elezioni di maggio. Ed il copione è lo stesso di Salemi.

Insieme alle liste civiche, infatti, ad appoggiare il critico d'arte c'è anche Giuseppe Giusi Farinella, detto “Oro colato” famoso imprenditore – e dunque “notabile” della zona – appartenente alla famiglia mafiosa omonima di San Mauro Castelverde. Suo cugino, anch'egli di nome Giuseppe, è in carcere con sentenza definitiva per le stragi di Capaci e via D'Amelio, mentre per lui arrivò il mandato spiccato da Giovanni Falcone vent'anni fa e condannato nel 1988 dalla Cassazione a quattro anni e sei mesi per associazione mafiosa, estorsione, porto abusivo d'armi e materiale esplodente e sospettato di aver dato rifugio al “Papa” di Cosa Nostra, alias Michele Greco.
Oltre ad “Oro colato” - come evidenzia Attilio Bolzoni dalle pagine on-line di Repubblica – a sostenere Sgarbi ci sarebbe anche Antonello Antinoro dei Popolari di Italia Domani, condannato a due anni di reclusione per voto di scambio a dicembre.

Intanto il Ministero degli Interni ha inviato al tribunale di Trapani la relazione di scioglimento del comune amministrato da Sgarbi, nella quale – come riportano alcune agenzie di stampa – si leggerebbero le dirette colpe dell'ex sindaco, accusato di aver «reso possibile, se non addirittura agevolato» lo sviamento dell'attività amministrativa attraverso le ripetute assenze dal territorio e le deleghe affidate a Pino Giammarinaro in merito alla gestione dell'attività amministrativa dell'ente.

Dati i fatti, qualora dovesse essere eletto non rimarrà che capire se oltre al “copione-Giammarinaro”, da Salemi Sgarbi si porterà dietro anche la Commissione d'accesso del Ministero dell'Interno per l'ennesimo scioglimento.

Porto di Palermo, restituite le autorizzazioni alle società preventivamente sospese dall'antimafia

foto: palermo.repubblica.it
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Palermo, 7 aprile 2012 – Lo scorso 14 marzo la Direzione investigativa antimafia e la prefettura di Palermo avevano chiesto di sospendere l'amministrazione di tre società operanti nel porto palermitano in quanto quaranta dei 157 soci avevano precedenti per mafia[1]. L'individuazione di questi “rappresentanti” aveva indotto gli inquirenti a lanciare l'allarme sulla potenziale spartizione del porto da parte delle famiglie di Cosa Nostra palermitana.

Nei giorni scorsi, però, l'Autorità portuale di Palermo ha revocato l'annullamento delle concessioni e delle autorizzazioni per la “Portitalia srl”, la “TCP-Terminal Containers Palermo srl” e la “CSP-Compagnia Servizi Portuali srl”, che dunque sono rientrate in possesso delle autorizzazioni necessarie per poter lavorare all'interno dei porti di Palermo e Termini Imerese.

La sospensione delle società – che all'interno del porto si occupano di attività logistica, trasporti e distribuzione merci – era stata decisa in applicazione del nuovo codice antimafia, che ha introdotto la possibilità di definire provvedimenti preventivi qualora gli inquirenti ravvisino potenziali infiltrazioni della criminalità organizzata.

«Si tratta di un importante passo avanti nel lavoro dell'Amministrazione giudiziaria che fin da subito ha lavorato per garantire la continuità aziendale» - ha commentato l'Amministratore giudiziario, avvocato Gaetano Cappellano Seminara - «L'ottenimento delle certificazioni e la restituzione delle autorizzazioni è la prova della fiducia delle istituzioni nei confronti dell'Amministrazione giudiziaria, grazie alla quale i lavoratori portuali potranno continuare a svolgere le loro attività nell'interesse delle aziende clienti e di tutto l'indotto».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/03/la-dia-il-porto-di-palermo-e-cosa.html

Salemi, la "regia occulta" esiste. Il Consiglio dei ministri scioglie il Comune

foto: belicenews.it
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Salemi (Trapani), 24 marzo 2012 - Il dossier sulla cittadina trapanese fino a qualche mese fa amministrata da Vittorio Sgarbi era sul tavolo della ministra dell'Interno Anna Maria Cancellieri da febbraio, da quando cioè gli ispettori della commissione d'accesso – inviati da Roberto Maroni su richiesta del prefetto trapanese Marilisa Magno – dopo aver studiato bene i documenti avevano proposto lo scioglimento del Comune.

Parte della relazione è stata destinata ad una vera e propria critica sui metodi scelti per la gestione del comune, dove prassi consolidata era divenuta quella di affidare consulenze esterne per migliaia di euro senza – dall'altro lato – essere in grado di onorare i debiti contratti con i fornitori.

Conferme, nella relazione, vengono poi per quanto prospettato nell'ambito dell'operazione della Polizia e della Guardia di Finanza denominata “Salus Iniqua”, e cioè che l'ex democristiano Pino Giammarinaro, assolto tempo fa da un'accusa per mafia ma interessato da varie indagini nel contesto della criminalità organizzata, pur non avendo un ruolo ufficiale all'interno delle gerarchie burocratiche cittadine, fosse tenuto in forte considerazione allorquando vi era la necessità di risolvere problemi di natura politica. Proprio il ruolo ricoperto dall'ex andreottiano ed ex cuffariano, sottoposto a regime di sorveglianza speciale per quattro anni, aveva portato alle dimissioni del fotografo Oliviero Toscani, scelto da Sgarbi nel 2008.

Con l'applicazione del decreto di scioglimento approvato ieri, vengono posticipate di diciotto mesi le elezioni previste per il 6 e 7 maggio prossimi. Nel frattempo al magistrato Guglielmo Serio – che ha fin qui svolto il ruolo di commissario straordinario, non senza polemiche dato che il suo primo atto fu quello di andare ad omaggiare l'ex sindaco Sgarbi – subentreranno tre commissari individuati dal Consiglio dei ministri, che ieri, oltre alla cittadina trapanese, ha deliberato lo scioglimento anche per i Consigli comunali di Pagani (Salerno), Gragnano (Napoli), Bova Marina e Platì (Reggio Calabria) e Racalmuto (Agrigento).

Note
[1] Salus Iniqua: Sanità e appalti di Rino Giacalone, Malitalia.it, 21 maggio 2011

La Dia: il porto di Palermo è Cosa Nostra. Scattano i provvedimenti preventivi

foto: palermo.repubblica.it
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Palermo, 14 marzo 2012 – Quello dei porti – Gioia Tauro e la 'ndrangheta sono lì a testimoniarlo[1] – è uno dei principali interessi coltivati dalla criminalità organizzata.
Prima della parziale vendita avvenuta lo scorso anno, alla società “New Port”, operante nell'area del porto palermitano, era stata chiesta una vera e propria “bonifica” da individui che la mettevano a serio rischio infiltrazioni. Quaranta dei 157 soci, infatti, avevano precedenti per mafia. La cessione di alcuni rami d'azienda alla “Portitalia srl” ed alla “Tcp srl”, a cui sono affidate la distribuzione delle merci, i trasporti e la logistica all'interno dell'area era parsa però solo un'operazione di facciata, come ha sottolineato il procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia palermitana Vittorio Terresi, che ha poi precisato come questo sia di fatto un provvedimento preventivo «che ha la durata di sei mesi, rinnovabile per altri sei» e che potrebbe portare anche ad un nulla di fatto. «Se non si ravviseranno le paventate infiltrazioni i beni saranno restituiti agli originari amministratori» - ha concluso il procuratore - «Se invece si riscontra effettivamente l'infiltrazione, le società e i beni potranno essere sequestrate e confiscate» come prevede il nuovo codice antimafia.

Proprio grazie alla scoperta dei “rappresentanti” di Cosa Nostra portate avanti dalla Direzione Investigativa Antimafia e dalla prefettura di Palermo è stato possibile sospendere l'amministrazione delle tre società ed al sequestro dei beni di quattro soci della “New Port”, società nella quale si trovavano gli esponenti delle famiglie. A far partire le indagini è stato il fatto che la New Port «diventata una scatola vuota», come dice il colonnello Giuseppe D'Agata, capocentro della Direzione Investigativa Antimafia palermitana, «abbia ceduto i rami d'azienda alle altre due società oggetto della sospensione dell'amministrazione. Ci sono gli stessi soci, gli stessi organi direttivi, i rami d'azienda sono stati acquisiti nella stessa data, hanno la stessa sede e, soprattutto, hanno programmato un pagamento molto comodo (216 rate mensili, ndr) che non considera nemmeno gli interessi».

Ma chi sarebbero, potenzialmente, gli esecutori di questo nuovo “tavolino”?

Per il mandamento di Porta Nuova c'erano Girolamo Buccafusca, 55 anni, accusato di associazione e traffico di droga, destinatario dell'obbligo di soggiorno per quattro anni e sottoposto al sequestro dei beni, diventato effettivo nel 2008, ed il cugino, omonimo ma nato sei anni dopo.

Infiltrazioni mafiose, in attesa di Reggio Calabria, sciolti i Comuni di Briatico e Samo

Briatico (Vibo Valentia) - «Al fine di consentire il risanamento delle istituzioni locali condizionate dalle dalla criminalità organizzata, il Consiglio ha poi approvato lo scioglimento dei Consigli comunali di Briatico (Vibo Valentia) e Samo (Reggio Calabria)».

Con queste poche righe, poste a pagina 13 del comunicato stampa numero 11[1], il Consiglio dei ministri, che proprio ieri ha definito la composizione della commissione che dovrà decidere sull'eventuale scioglimento per infiltrazioni mafiose di Reggio Calabria[2] ha portato a conclusione lo scioglimento dei due comuni calabresi, dopo circa dieci mesi di lavori delle commissioni (a Briatico, nel vibonese, questa era stata inviata nello scorso aprile, a Samo, l'accesso antimafia era invece iniziato un mese prima). Nei prossimi giorni saranno inviati nei due comuni i commissari straordinari che porteranno avanti l'operato dei due comuni per i prossimi 18 mesi, quando cioè ai cittadini sarà consentito tornare alle urne per eleggere sindaco e consiglieri comunali.

Interessante, peraltro, la situazione di Briatico, il cui Consiglio comunale era già stato sciolto per lo stesso motivo nel 2003.
In una intervista del 2009 con Libera Informazione[3], il giornalista Nello Trocchia - autore di un libro sul fenomeno, intitolato "Federalismo criminale" - sostiene come la normativa sullo scioglimento, per quanto utile, abbia però dei tempi di applicazione troppo lenti. Ed alla luce di comuni sciolti più di una volta (quello di Briatico non è infatti il primo caso evidenziato dai media in questi anni), sarebbe forse il caso di aggiornarlo.

Note
[1] http://www.governo.it/backoffice/allegati/66264-7307.pdf;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/reggio-calabria-arriva-la-commissione.html;
[3] Viaggio nell'Italia dei comuni sciolti per mafia, liberainformazione.it, 2 luglio 2009

L'Italia (ri)scopre Cosa Nostra. Ma forse la cerca nei luoghi sbagliati

Catania – In questi ultimi giorni la Sicilia è attraversata dalla rivolta del Movimento dei Forconi, attaccato da più parti per essere stato infiltrato dai movimenti di destra – in primis Forza Nuova – e da Cosa nostra, che nel frattempo si è fatta sentire in altri modi.

Due giorni fa a Linguaglossa - nel catanese - Rosario Puglia, imprenditore vitivinicolo entrato nel mirino della mafia nel 2008, quando cioè ha denunciato per la prima volta i tentativi di estorsione si è ritrovato in azienda una testa d'agnello, un coniglio sventrato e la scritta «Cornuto morte». La denuncia più importante, però, Puglia la fa verso le istituzioni, accusate di averlo abbandonato (come tante volte, purtroppo, capita). L'intimidazione, probabilmente, arriva come risposta al rinvio a giudizio dei suoi presunti estorsori – Giovanni D'Urso, Salvatore Arrabito, Mario La Spina e Giuseppe Marzà – da parte del giudice per le udienze preliminare Laura Benanti.

Lo scorso 14 gennaio – quando i “forconi” erano conosciuti solo nell'isola – in corso Domenico Scinà, quartiere Borgo Vecchio, a pochi passi dal porto di Palermo si registrava l'esplosione di due bombe artigianali (realizzate con candelotti e bombole di gas da campeggio) poste davanti ad una palazzina sequestrata a Cosa nostra e nella quale abita un pregiudicato.

Agli inizi di gennaio, invece, il corpo dell'imprenditore Piero Di Francesco veniva trovato carbonizzato all'interno della sua automobile, parcheggiata nel piazzale antistante la sua azienda di smaltimento rifiuti. Sul luogo è stata rinvenuta anche una tanica di benzina non completamente piena ma con il tappo perfettamente avvitato. In questo caso non è detto che l'omicidio – l'autopsia ha infatti accertato che Di Francesco è stato colpito alla testa prima di morire – sia legato a dinamiche con Cosa nostra, anche se il messaggio (in particolare quella tanica di benzina) ed il fatto che l'imprenditore si occupasse di smaltimento rifiuti (uno dei business più appetibili per la criminalità organizzata) sono quanto meno due indizi di cui tener conto.

Che le eventuali infiltrazioni mafiose tra i “forconi” debbano essere tenute d'occhio e, nel caso, bloccate sul nascere è forse più di un atto dovuto - come evidenziava ieri il procuratore di Palermo Francesco Messineo[1] - anche alla luce di quanto denunciato in questi giorni a Lentini, nel siracusano, dove i commercianti hanno parlato di vere e proprie “squadracce” che intimavano la chiusura dei negozi e la “volontaria” adesione allo sciopero.
Il rischio è, però, che mentre una parte del paese e dell'antimafia siciliana gridano “al lupo” - o, nello specifico “ai forconi” - Cosa nostra possa fare il proprio comodo da altre parti (come nella metropolitana di Palermo, ad esempio[2]) senza che nessuno, o quasi, se ne accorga.

Note
[1] Sciopero tir e infiltrazioni mafiose Messineo: "Fascicolo atto dovuto" di "Markez", palermo.blogsicilia.it, 20 gennaio 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.com/2012/01/metropolitana-di-palermo-silurato-il.html

Reggio Calabria, arriva la commissione d’accesso

Reggio Calabria – Sono il viceprefetto Valerio Valenti, il dirigente della seconda fascia dell'amministrazione civile del Ministero dell'Interno Teresa Pace e l'ufficiale della Guardia di Finanza Michele Donega i nomi, scelti dal ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri per la commissione che dovrà far luce sulle infiltrazioni della 'ndrangheta al Comune reggino.

Oltre a far luce sull'influenza esercitata dalle 'ndrine, i commissari dovranno anche verificare le irregolarità contabili ed amministrative che hanno portato il Comune di Reggio ad un buco di bilancio ad una cifra attestabile intorno ai 160 milioni di euro e del quale dovranno rispondere sia l'attuale sindaco, Demetrio Arena, che quello precedente, oggi Governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti.
La decisione di inviare la commissione – che avrà mandato per i prossimi tre mesi, eventualmente prorogabili – si è resa necessaria in seguito all'invio a fine dicembre della relazione fatta dal prefetto Luigi Varratta e nella quale sono state raccolte tutte le indagini della squadra mobile e dei carabinieri che hanno toccato l'amministrazione comunale nel 2010.

La decisione, a Reggio Calabria, non giunge certo inaspettata, dato che i partiti di opposizione – con Angela Napoli di Futuro e Libertà[1] e Doris Lo Moro del Partito Democratico in prima fila – avevano più volte denunciato lo stato in cui versa la città e chiesto di far luce su infiltrazioni e responsabilità politiche.
Lo scorso dicembre era poi stato arrestato l'ex assessore all'Ambiente Pino Plutino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo quanto sostenuto dalla Direzione distrettuale antimafia, infatti, Plutino sarebbe vicino alla cosca Caridi alla quale – stando alle indagini – si deve in parte la sua riconferma a Palazzo San Giorgio.
Nella relazione presentata dal prefetto Varratta sarebbe finita anche la vicenda della Multiservizi, la società gestita al 51 per cento dal Comune e che, secondo l'antimafia, sarebbe in mano alla cosca Tegano.

Nella relazione non manca poi il capitolo intercettazioni, presenti sia per quanto riguarda l'arresto del boss Santo Crucitti – che compare in un'intercettazione ambientale insieme all'attuale assessore comunale ai Lavori pubblici Pasquale Morisani, recatosi nell'impresa di Crucitti durante la campagna elettorale – sia quelle relative all'inchiesta “Meta”, con la quale è stato reso noto anche un pranzo – risalente all'ottobre 2006 – nel quale oltre a due imprenditori arrestati per mafia erano presenti anche il boss di Sinopoli Cosimo Alvaro e l'ex sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti.

Che Reggio Calabria possa unirsi a Nardodipace – in provincia di Vibo Valentia – il cui Comune è stato sciolto per infiltrazione mafiosa qualche settimana fa[2] e Nicotera, per la quale invece si è deciso di prorogare lo scioglimento, sembra essere più che una ipotesi.

Note
[1] Ripubblico la mia interpellanza sul Comune di Reggio Calabria di Angela Napoli, 20 gennaio 2012;
[2] Mafia, sciolto il Comune di Nardodipace di Angela Corica, Malitalia.it, 14 dicembre 2011

Metropolitana di Palermo, silurato il direttore del passante Brancaccio-Carini

Palermo - «Zio, la informo che siccome in breve dovrebbe iniziare la metropolitana volevo chiedere se le interessa qualche calcestruzzi da fare lavorare». Inizia così il pizzino inviato da Salvatore Lo Piccolo, il “barone”, a “zu Binnu” Provenzano e ritrovato al momento dell'arresto di quest'ultimo l'11 aprile 2006 e con il quale gli inquirenti – ed i cittadini – venivano a conoscenza del fatto che Cosa nostra aveva messo le mani anche sulla metropolitana di Palermo, attualmente il più grosso appalto nel palermitano su cui Cosa nostra potesse mettere le mani. Che dallo scorso 29 dicembre può contare su un nuovo direttore tecnico.

Teste che cadono. È di questa mattina, dunque, la notizia del licenziamento – avvenuto lo scorso 29 dicembre - dell'ingegner Giuseppe Galluzzo, direttore tecnico del raggruppamento di imprese che stanno realizzando il raddoppio del passante ferroviario Brancaccio-Carini, un'opera da 623 milioni di euro iniziata nel 2008, quando Rete ferroviaria italiana spa assegnò i lavori ad un'associazione temporanea d'imprese (Ati) che comprendeva le torinesi Ing General Contractor spa e Sipal spa(per il 40 per cento), nonché la spagnola Sacyr S.A. del gruppo Sacyr Vallehermoso di Madrid(60 per cento) .
A Torino, invece, è stato inviato il geometra Roberto Russo, uomo macchina di Galluzzo. A sostituire i due sono stati chiamati gli ingegneri Pierpaolo D'Aco e Andrea Reitano.

Le mani sull'appalto. La sostituzione segue di qualche mese l'arresto di Andrea Impastato, 63 anni, a cui lo stesso Lo Piccolo aveva affidato la gestione dell'affare, come facilmente riscontrabile dalla lettura del pizzino[1]. L'accusa, naturalmente, è quello di aver fornito “calcestruzzo mafioso” attraverso due ditte a lui riconducibili – la Prime Iniziative e la Medi Tour - affidando i lavori di trivellazione ad una ditta legata al boss Tommaso Cannella.

Nonostante l'arresto, Impastato aveva continuato a tenere le fila dell'appalto attraverso il costante aggiornamento che gli arrivava durante gli incontri con i familiari nel carcere dell'Ucciardone. E nonostante l'interesse degli inquirenti e dell'antimafia sui movimenti intorno all'appalto, l'unica cosa ad essere cambiata erano i nomi delle società ed i prestanome.

«Le aziende» - aveva raccontato il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia al settimanale L'Espresso lo scorso giugno, quando l'inchiesta uscì sui giornali[2]- «hanno ceduto alla pressione mafiosa di Impastato concedendo questa sorta di monopolio sulla fornitura di materie prime. Mi sembra che sia un dato molto indicativo della permeabilità del sistema degli appalti e dei controlli della pubblica amministrazione. Ma anche sulla tenuta del sistema economico privato davanti alle organizzazioni criminali».

Note
[1] http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/05/30/foto/il_cemento_di_cosa_nostra_nella_metro_in_un_pizzino_scoperti_i_segreti_dei_boss-16881745/1/;
[2] Palermo, la mafia nel metrò di Umberto Lucentini, L'Espresso, 6 giugno 2011

Mariano Rajoy e quella foto inopportuna


Adeje (Santa Cruz de Tenerife), 5 novembre 2011 - «Non possiamo controllare la fedina penale di tutti quelli che vogliono dare una mano», è stata la difesa del Partido Popular, che stando a quanto si dice in Spagna, con ogni probabilità prenderà il potere alle prossime elezioni previste per il 20 novembre.
La dichiarazione è arrivata dopo che alcuni giornali spagnoli – e il Mattino nell'edizione di giovedì – hanno pubblicato una foto che ritrae il leader del Partido Popular Mariano Rajoy insieme a Domenico Di Giorgio, giovane avvocato campano attivo nella sezione di Adeje (Tenerife) del partito, arrestato lo scorso 18 ottobre nell'operazione “Pozzaro” contro il clan Nuvoletta-Polverino.

Prima dell'arresto, Di Giorgio era legale e consigliere di Giuseppe Felaco, capoclan che nelle Canarie aveva situato la sua base per ripulire il denaro proveniente dal narcotraffico in Italia.
Dal partito si difendono – come abbiamo visto – sostenendo, a ragione, che non si possono conoscere le fedine penali di tutti coloro che al partito si avvicinano. Ma Di Giorgio non era un semplice “sostenitore”. Alle elezioni municipali tenutesi ad Adeje lo scorso 22 maggio, infatti, il suo nome compare al quarto posto nella lista dei candidati per il Pp. Non è stato eletto solo perché ritiratosi per motivi personali.
Non si può conoscere la fedina penale di tutti i sostenitori, questo è vero, ma – in Spagna come in Italia – bisognerebbe conoscere quanto meno quella dei propri candidati, in particolare se il loro nome compare in posizioni di lista (chi ha dimestichezza con queste cose lo sa bene) in cui si è spesso eletti.

Mariano Rajoy peraltro, come scrive il quotidiano progressista Publico che per primo ha dato la notizia nei giorni scorsi, non è nuovo a fotografie “scomode”. Il 19 maggio 2009, due giorni prima delle elezioni europee infatti, fu fotografato durante un momento elettorale sulla tonnara Moropa, di proprietà di Daniel Baúlo Carballo, leader del clan Os Caneos considerato il più importante narcotrafficante spagnolo.

Spagna e Italia un'unica, grande, famiglia? Il clan Nuvoletta-Polverino è radicato a Tenerife fin dagli anni Novanta proprio grazie all'operato di Felaco, e che però vede la prima operazione anti-camorra su territorio spagnolo – nome in codice “Pozzaro” - realizzata solo lo scorso 18 ottobre e che ha portato a 14 arresti, 60 perquisizioni ed il sequestro di vari immobili, conti bancari, 7 yacht, auto di grossa cilindrata e del complesso turistico Marina Palace, il quartier generale della camorra sul territorio. Il ruolo di Di Giorgio, stando a quanto definito dall'inchiesta, sarebbe stato quello di creare le aziende per il lavaggio dei proventi del traffico di droga e quello, da legale, di risolvere i problemi con la giustizia. Non certo un ruolo di secondo piano, dunque.

L'allarme è lanciato già da qualche anno: in Spagna la “gamurra” non è più solo il nome della giacca corta indossata dai banditi spagnoli che invasero il Regno di Napoli e da cui, si dice, provenga il termine “camorra”. Dal traffico di droga che proprio in Spagna trova il primo punto di ingresso in Europa fino alla “Costa Nostra” - la Costa del Sol – ed i molti latitanti che vi trovano rifugio, la criminalità si sta infiltrando – con le stesse modalità utilizzate in Italia – anche nel tessuto socio-economico spagnolo. E da oggi anche in quello politico.

White list, l'antimafia dei fatti e delle attese


Palermo, 25 ottobre 2011 – In Parlamento, tra una legge ad personam ed un processo breve, si trovano anche alcune proposte degne di nota. Tra queste un interessante strumento che, se applicato, permetterebbe di rivedere la forza della criminalità organizzata in settori strategici dell'economia italiana, in primis nell'edilizia.
Ma questo strumento – white list, si chiama – giace però a prendere polvere in qualche faldone parlamentare.

Cos'è la white list? È una lista, redatta dalle singole prefetture, nelle quali vengono inserite le imprese “pulite”, quelle cioè che non fanno accordi con la criminalità e tantomeno ne sono diretta espressione.

«Al momento» - sostiene Ignazio Giudice, della Federazione italiana lavoratori legno edili e affini (Fillea) della Cgil - «il sistema delle white list è, per così dire, in stand by. Molte prefetture non hanno mai stilato elenchi in grado di raccogliere i riferimenti alle imprese sane e, per questa ragione, da tutelare nell'assegnazione soprattutto degli appalti pubblici».
Questo, nonostante la direttiva del ministro Maroni – del giugno 2010 – con la quale si richiamava esplicitamente la necessità di redigere tali liste, in particolare in un settore, quello dell'edilizia, che sembra essere tra i più facili da infiltrare.

«È vero che, soprattutto al sud, le prefetture sono impegnate su vari fronti» - continua Giudice - «ma è altrettanto ver che senza queste liste difficilmente le amministrazioni pubbliche potranno sempre compiere i necessari controlli volti ad impedire l'assegnazione di appalti a società perlomeno grigie».

Se le Prefetture non brillano per velocità di redazione delle liste, il Parlamento non se la passa poi tanto meglio.
Stando all'Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance), infatti, l'articolo 5 del disegno di legge che dovrebbe andare direttamente a prevenire e reprimere “la corruzione e l'illegalità nella pubblica amministrazione” è invece troppo generico sia nell'individuare i metodi che nella periodicità dei controlli.
In particolare – solleva il caso Vincenzo Bonfanti, delegato Ance per i rapporti con le istituzioni – la legge non prevede l'obbligo di iscrizione a queste liste che dunque, qualora diventassero realtà, non sarebbero altro che delle “raccomandazioni” delle quali si potrebbe tranquillamente non tener conto all'atto dell'assegnazione dell'appalto, senza contare che in questo modo si creerebbero solamente dei veri e propri “cartelli” e niente più.
A riprova dell'inutilità di liste senza obbligato di iscrizione i costruttori portano, inchieste giudiziarie alla mano, quel che è avvenuto e sta avvenendo nella ricostruzione in Abruzzo.

Movimento terra, smaltimento rifiuti, fornitura materiali, autotrasporti, servizi di guardiania sarebbero alcuni dei settori “colpiti” dall'applicazione delle liste. Settori che, come sempre più raccontano le cronache, sono ormai diventati “ad alta infiltrazione mafiosa”.
Con le white list, invece, ogni impresa fornitrice viene analizzata dalla Prefettura in collaborazione con le forze dell'ordine.

«Il sindacato» - ha concluso Ignazio Giudice - «non può che sperare nell'avvio di un sistema effettivamente capace di innalzare un muro all'accesso nei cantieri, favorendo le vere imprese e punendo, sonoramente, quelle che impongono il loro dominio partendo da basi patrimoniali illegali. Ne va del futuro di centinaia e centinaia di lavoratori».
E dell'Expo 2015, per il quale già si parla da tempo di tentativi di infiltrazione.