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Operazione "Raìs", smantellata rete di "mercanti di uomini" tra Italia ed Egitto

foto: indiatalkies.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/operazione-rais-smantellata-rete-di-mercanti-di-uomini-tra-italia-ed-egitto/27909/

Messina, 22 maggio 2012 – Un tir è appena stato fermato sull'autostrada A18 dalla Polstrada di Giardini Naxos. A bordo, oltre al conducente ed un passeggero, nel rimorchio vengono trovati ottantaquattro migranti provenienti dall'Africa. È il 24 luglio 2010.
Tre mesi dopo, il 25 ottobre, la Guardia di Finanza ferma un barcone carico di migranti e diretto a Riposto, nel catanese.
Inizia così l'operazione, denominata “Raìs”, coordinata dalla Procura messinese e portata avanti dalla Squadra Mobile di Messina in collaborazione con le mobili di Ancona, Catania, Siracusa, Milano e Roma ed il Servizio Centrale Operativo e che ha portato, per il traffico di migranti di luglio, all'arresto di Pierpaolo Corsini, 55enne conducente del tir e dipendente della ditta “Michalis”, interessata all'ambito dei trasporti internazionali tra Italia e Grecia.

A capo dell'operazione, secondo le ricostruzioni dei migranti e di alcuni scafisti che hanno poi iniziato a collaborare con le forze dell'ordine, c'era Mohamed Mohamed Abd Rabbo, alias Mohamed El Shiek o “Batraman”, 27enne egiziano ritenuto dagli inquirenti a capo dell'organizzazione, rimasta sconosciuta per almeno un decennio.
Gli altri arrestati nei giorni scorsi sono gli egiziani Mohamed El Sobhy, 26enne conosciuto anche con il nome di Mhamad Nabil; Zakaria El Sayed Attia El Sobhy, 42enne; Mohamed Mohamed Rabie Abdel Aal, 27 anni; Monir Morsi Mohamed Morsi, 31 anni; Mohamed Shalpy Gaurpa Fathi Abdelkader, 47 anni; Reda Gharib, 25 anni nonché gli italiani Massimo Greco, 26 anni, nato a Giarre; Salvatore Greco, 57 anni di Acireale e Fabio Fanizza, anch'egli di Giarre. Tutti e tre risiedevano a Mascali, nel catanese. A luglio, oltre al conducente del tir, vennero arrestati anche gli egiziani Maher Ali Ouda, 32enne residente a Milano; Adel Riad Said Gouhar, 51 anni e Shokry Adovelnaser Mohamedhagag, 28 anni entrambi residenti a Roma. Quest'ultimo – che gli inquirenti hanno descritto dall'aspetto curato, con abiti di buon taglio e capace di parlare un fluente italiano di cui è stato accertato il ruolo di spicco nell'organizzazione – a luglio, in fuga, chiese un passaggio ad una civetta dei carabinieri a Taormina in cambio di cinquanta euro, praticamente spiccioli se paragonati ai guadagni derivanti da tale traffico. È lui, dicono gli inquirenti, ad aver organizzato e gestito il trasporto dei migranti – partito dalla città di Wadyalnatron, nella zona desertica a nord dell'Egitto – ed il loro ingresso sul territorio italiano.

Messico, il denaro dei cartelli inquinerà le elezioni?

Morelia, Stato di Michoacán (Messico) - L'allarme, più di un allarme in realtà, era già stato lanciato alla fine di novembre[1], quando Milenio Television era riuscita ad entrare in possesso di una registrazione audio – un'intercettazione, praticamente – nella quale un appartenente al cartello de “La Familia” minacciava alcuni elettori del Partido de la Revoluciòn Democràtica affinché dirottassero il loro voto a favore di Julián Rodríguez Rosales del PRI (il Partido Revolucionario Institucional), candidato evidentemente più gradito al cartello.
La registrazione era poi stata utilizzata dalla procura generale per un'inchiesta sulle eventualità che nello stato di Michoacán il voto fosse stato pesantemente condizionato dalle minacce dei narcos, portando poi all'annullamento delle elezioni.

Ma quest'anno il Messico – così come altri sei paesi dell'America Latina[2] – sarà chiamato nel mese di luglio ad esprimersi per decidere chi succederà al disastroso ed insanguinato sexenio Calderón e per formare il nuovo Congresso. La possibilità che queste si trasformino in vere e proprie narco-elezioni è qualcosa di più di una semplice paura, così come evidenzia – dalle pagine della rivista Proceso dello scorso 1 gennaio – Oswaldo Chacón Rojas, dottore in teoria politica ed ex presidente della Commissione di vigilanza elettorale del Chiapas (Cofel). Il fulcro su cui ruota la sua analisi è che le campagne elettorali diventano sempre più costose, così che la criminalità organizzata ha una sempre più ampia possibilità di “inquinarle”. O, letta dall'altro lato, di assicurarsi – comprandoli attraverso l'influenza sul voto - interi pezzi di istituzioni.
Attualmente, ci tiene comunque a sottolineare Chacón Rojas, non ci sono prove chiare ed inoppugnabili, ma “gli indizi” ci sono già tutti, «perché i pilastri del mercato del finanziamento illecito sono già presenti».

Il problema non è tanto legato al potere dei cartelli, quanto ad un semplice vuoto normativo che permette di controllare in maniera più approfondita il trasferimento della parte pubblica dei finanziamenti che arrivano a partiti e candidati ma non la parte privata per la quale, di fatto, sono attualmente previste misure ben più blande.
La riforma elettorale del 2007, resasi necessaria nel tentativo di ridurre le spese elettorali, ha diminuito le difficoltà dell'Istituto Federale Elettorale (Ife) – l'organo autonomo incaricato di organizzare le elezioni federali – e della Commissione nazionale bancaria e della Borsa (Comisión Nacional Bancaria y de Valores, CNBV, a cui è affidato il compito di tenere in equilibrio il sistema economico del paese), ma non è ancora abbastanza.
Una delle novità introdotte dalla riforma, ad esempio, impone a partiti e candidati l'apertura di un conto corrente bancario nel quale incanalare i flussi di denaro, sia pubblico che privato, ma la campagna elettorale perenne nella quale si trova il paese impone a partiti e candidati delle spese ben maggiori rispetto a quelle previste per questi conti correnti.
«Ci sono prove» - dice Chacón Rojas a Isaín Mandujano - «che esiste un vero e proprio mercato nero per l'acquisto di pubblicità elettorale», che si attiva – in particolare in radio e televisioni – anche quando i partiti non possono ancora acquistare spazi pubblicitari in questi media. Un sistema – questo – che ha portato la politica persino su un ring di boxe, laddove in uno dei suoi ultimi incontri Juan Manuel Marquez (attuale campione dei pesi leggeri) ha combattuto con impresso sui pantaloncini – in maniera più che visibile - il logo del Partido Revolucionario Institucional[3], cosa che ha portato all'annullamento delle elezioni di Morelia (capoluogo dello stato di Michoacán), dove il candidato del PRI, Wilfrido Lázaro Medina ha battuto Marko Antonio Mendoza – l'esponente del Partido de Acción Nacional suo diretto concorrente – per meno dell'un per cento dei voti.

Una gran parte dei fondi privati, sottolinea ancora Chacón Rojas, non viene sottoposta a controllo in quanto maneggiata fuori dai registri contabili, così da non comparire nella relazione di spesa che i partiti sono obbligati a presentare all'Ife, venendo utilizzati per lo più per l'acquisto vero e proprio di voti e votanti. È proprio su questo aspetto che si concentrano gli sforzi economico-finanziari maggiori, «poiché è su questo aspetto che i politici scommettono per trionfare», dice Chacón.
Basti pensare, ad esempio, che per quanto riguarda le elezioni del 2006 – quelle che portarono alla Presidenza Calderón attualmente in corso - il Pan «notificò zero pesos di finanziamenti privati». «Sarebbe assurdo», continua il giurista, «pensare che i finanziamenti pubblici siano sufficienti per finanziare le attuali campagne elettorali. L'unica cosa che questo esempio rivela è che non abbiamo un meccanismo per vigilare sui finanziamenti privati così come possiamo fare con i finanziamenti pubblici».

Ma come evitare, dunque, che le prossime elezioni si trasformino nelle prime narco-elezioni della storia messicana?

«Normalmente si affida alle unità di controllo degli organi elettorali il compito di “blindare” le campagne elettorali dal denaro dei narcos, ma queste non sono né agenzie ministeriali di indagine né poliziotti; sono le aree di intelligence e di sicurezza dello Stato le responsabili di tali indagini».

Per questo, secondo Chacón, è necessario ripensare l'intero sistema di monitoraggio, il cui primo passo potrebbe essere l'obbligo di pubblicazione delle relazioni di spesa, altrimenti c'è il serio rischio – come già avvenuto in precedenti elezioni – che i partiti possano modificare i conti rendendoli più consoni alla legge.
Per fare questo, però, bisogna che ci siano almeno due elementi: innanzitutto che l'Ife trasformi i propri revisori dei conti in “segugi”, al fine di raccogliere le prove di quanto speso, rendendo obbligatorio, per partiti e candidati, comunicare alla commissione elettorale date e luoghi delle loro attività politiche. In tal senso, però, è di fondamentale importanza che venga coinvolta la popolazione, in quanto le autorità non riescono – anche per una semplice questione numerica – a coprire tutti gli eventi elettorali svolti dai partiti.

Ultimo aspetto che è necessario modificare, conclude alla fine Chacón, è che ci sia la volontà politica di modificare questa situazione. «Se non procederemo con queste azioni, rimarrà il sospetto che il nostro processo elettorale possa essere “iniettato” (“inyectado” è il termine usato, ndr) con fondi illeciti».

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/11/messico-lespansione-continentale-dei.html;
[2] 2012, cambio della guardia in Messico e Venezuela? di Maurizio Stefanini, Limes, 19 gennaio 2012;
[3] Mexico: Election results cancelled over party logo on boxer’s shorts di Manuel Rueda, Univision News Tumblr, 29 dicembre 2011

Rifiuti tossici, l'Albania sarà la nuova Somalia?



Tirana, 16 novembre 2011 – L'Albania scende in piazza contro il governo di Sali Berisha, che lo scorso gennaio – con una risicata maggioranza parlamentare – ha approvato una norma che permette di importare rifiuti tossici di provenienza straniera. O, quanto meno, la dura opposizione è quello che chiede l'opposizione, in particolare quella degli ambientalisti, insorti contro l'intenzione di trasformare l'Albania nella nuova pattumiera per i rifiuti tossici.

Le motivazioni di fondo di questa norma, stando al premier Berisha, sono da rintracciare nel fatto che Tirana «non riesce a fornire materia prima per l'industria del riciclo» e, dunque, l'importazione si rende necessaria per arrivare ai livelli minimi necessari. Nonostante le parole del ministro dell'ambiente – che aveva assicurato che non sarebbero state importate materie prime «nocive, radioattive o non riciclabili» - il dubbio, comunque, rimane, in particolare da quando la giornalista Marjola Rukaj – come scrive oggi Narcomafie sul proprio sito – ha documentato il sequestro di circa centocinquanta elettrodomestici usati che dal porto di Bari sarebbero a breve partiti per il paese delle Aquile.

Rifiuti sì, rifiuti no. È interessante, comunque, notare come nel dibattito – ed eventuale referendum – sui rifiuti, l'Albania veda oggi una situazione diametralmente opposta rispetto al 2004, quando erano stati proprio i socialisti al governo a firmare un accorto per il trasferimento dei rifiuti dall'Italia. Accordo poi annullato per l'intervento della destra di Berisha.

Una nuova Somalia. Il traffico di rifiuti, in Albania, non è più una novità ormai da anni. I primi casi si registrarono già ai tempi del regime comunista di Enver Halil Hoxha, dove i rifiuti arrivavano in mezzo ad aiuti “umanitari”, alimenti scaduti e tabacco. Molte delle spedizioni che in quegli anni venivano fatte per il settore agricolo si rivelavano poi essere carichi esclusivamente di rifiuti tossici, come le 480 tonnellate di sostanze chimiche che tra il 1991 ed il 1992 arrivarono dalla tedesca Schnidt nonostante il fermo divieto della Comunità Europea e che provocarono, nel 1993, l'intervento di Greenpeace. Nessuno però, pagò il conto dei bacini idrici avvelenati con il toxafene, perché le normative europee in merito furono rispettate in pieno.

«In Albania» - sostiene Bardhyl Balteza, presidente dell'associazione delle fabbriche di riciclaggio - «non esistono né le strutture necessarie né le infrastrutture per classificare i rifiuti da riciclare». Per Lavdosh Feruni, leader della rete ambientalista albanese, questa è solo «una mossa politica che porterà vantaggi economici solo ad un ristretto gruppo di persone». E, naturalmente, alla criminalità organizzata che da anni è diventata una importantissima voce nel settore dei rifiuti, non solo quelli illegali.

Se il traffico dovesse consolidarsi, dunque, non è difficile prevedere per l'Albania un futuro da “nuova Somalia”, dove con i rifiuti tossici si costruì addirittura una strada. Quella Garowe-Bosaso su cui stava indagando anche Ilaria Alpi.

Parlamento Europeo, approvata la relazione sulla criminalità organizzata in Europa


Palermo, 30 ottobre 2011 – La criminalità organizzata arriva al Parlamento Europeo. No, nessun parlamentare indagato o arrestato, ma nei giorni scorsi è stato approvato, in quella sede, il rapporto sulla criminalità organizzata presentato da Sonia Alfano[1], che costituisce il primo riferimento ufficiale delle istituzioni europee al problema. Sonia Alfano, relatrice sull'argomento, ha dedicato il suo lavoro alle vittime innocenti della mafia.

584 favorevoli, 48 astenuti e 6 contrari. Questo è stato il risultato della votazione con cui Strasburgo consegna alla Commissione Europea, al Consiglio ed agli Stati membri un quadro transnazionale di misure preventive e di contrasto del fenomeno mafioso che però non rappresenta altro che il primo passo di una presa di coscienza – e della relativa normazione politica – che ormai non può più attendere, data la comprovata globalizzazione del fenomeno.

Tra gli strumenti di cui si doterà l'Europa, è prevista entro gennaio la creazione della Commissione parlamentare antimafia europea, che entro i primi sei mesi di attività dovrà fornire i risultati relativi alle indagini sulle organizzazioni criminali operanti sul continente.
A ciò dovrebbe aggiungersi anche la creazione di una “super procura” europea, correlata con la Corte di giustizia, ed il potenziamento dell'Ufficio europeo antifrode e dell'Ufficio di Polizia europeo (Europol).
Nei prossimi mesi, poi, il Parlamento Europeo è chiamato a creare un corpus normativo che uniformi ogni stato membro, così da non rischiare di dover mandare all'aria operazioni fondamentali per le leggi diverse presenti in due paesi europei (e di cui si lamentava il procuratore Nicola Gratteri nell'intervista a Gianluigi Nuzzi allo scorso Festival del giornalismo di Perugia[2]). È bene sottolineare, comunque, che la trasformazione delle direttive comunitarie in leggi nazionali spetta ai singoli Stati, senza che vi sia alcun limite temporale (si pensi alla ratifica della convenzione sul “traffico d'influenza”, che punisce anche l'atto di mediazione tra corrotto e corruttore, firmata dal nostro paese nel 1999 e non ancora ratificata).

Nella relazione sono state anche definite – guardando evidentemente allo specifico del caso italiano – le norme sulla incandidabilità delle persone condannate per reati correlati alla criminalità organizzata, compresi favoreggiamento e corruzione. Previsti anche l'estensione del reato di associazione mafiosa, ed una norma unitaria in merito alla confisca dei beni.

«Al momento con il mandato europeo non si possono nominare periti, non si possono fare interrogatori, non si possono neanche utilizzare le impronte digitali: in pratica non è possibile indagare», ha dichiarato il procuratore Generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato durante il dibattito organizzato sul tema a Strasburgo.


Note
[1] Relazione sulla criminalità organizzata nell'Unione Europea
[2] http://webtv.festivaldelgiornalismo.com/doc/1057/viaggio-nella-ndrangheta-del-nord.htm

White list, l'antimafia dei fatti e delle attese


Palermo, 25 ottobre 2011 – In Parlamento, tra una legge ad personam ed un processo breve, si trovano anche alcune proposte degne di nota. Tra queste un interessante strumento che, se applicato, permetterebbe di rivedere la forza della criminalità organizzata in settori strategici dell'economia italiana, in primis nell'edilizia.
Ma questo strumento – white list, si chiama – giace però a prendere polvere in qualche faldone parlamentare.

Cos'è la white list? È una lista, redatta dalle singole prefetture, nelle quali vengono inserite le imprese “pulite”, quelle cioè che non fanno accordi con la criminalità e tantomeno ne sono diretta espressione.

«Al momento» - sostiene Ignazio Giudice, della Federazione italiana lavoratori legno edili e affini (Fillea) della Cgil - «il sistema delle white list è, per così dire, in stand by. Molte prefetture non hanno mai stilato elenchi in grado di raccogliere i riferimenti alle imprese sane e, per questa ragione, da tutelare nell'assegnazione soprattutto degli appalti pubblici».
Questo, nonostante la direttiva del ministro Maroni – del giugno 2010 – con la quale si richiamava esplicitamente la necessità di redigere tali liste, in particolare in un settore, quello dell'edilizia, che sembra essere tra i più facili da infiltrare.

«È vero che, soprattutto al sud, le prefetture sono impegnate su vari fronti» - continua Giudice - «ma è altrettanto ver che senza queste liste difficilmente le amministrazioni pubbliche potranno sempre compiere i necessari controlli volti ad impedire l'assegnazione di appalti a società perlomeno grigie».

Se le Prefetture non brillano per velocità di redazione delle liste, il Parlamento non se la passa poi tanto meglio.
Stando all'Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance), infatti, l'articolo 5 del disegno di legge che dovrebbe andare direttamente a prevenire e reprimere “la corruzione e l'illegalità nella pubblica amministrazione” è invece troppo generico sia nell'individuare i metodi che nella periodicità dei controlli.
In particolare – solleva il caso Vincenzo Bonfanti, delegato Ance per i rapporti con le istituzioni – la legge non prevede l'obbligo di iscrizione a queste liste che dunque, qualora diventassero realtà, non sarebbero altro che delle “raccomandazioni” delle quali si potrebbe tranquillamente non tener conto all'atto dell'assegnazione dell'appalto, senza contare che in questo modo si creerebbero solamente dei veri e propri “cartelli” e niente più.
A riprova dell'inutilità di liste senza obbligato di iscrizione i costruttori portano, inchieste giudiziarie alla mano, quel che è avvenuto e sta avvenendo nella ricostruzione in Abruzzo.

Movimento terra, smaltimento rifiuti, fornitura materiali, autotrasporti, servizi di guardiania sarebbero alcuni dei settori “colpiti” dall'applicazione delle liste. Settori che, come sempre più raccontano le cronache, sono ormai diventati “ad alta infiltrazione mafiosa”.
Con le white list, invece, ogni impresa fornitrice viene analizzata dalla Prefettura in collaborazione con le forze dell'ordine.

«Il sindacato» - ha concluso Ignazio Giudice - «non può che sperare nell'avvio di un sistema effettivamente capace di innalzare un muro all'accesso nei cantieri, favorendo le vere imprese e punendo, sonoramente, quelle che impongono il loro dominio partendo da basi patrimoniali illegali. Ne va del futuro di centinaia e centinaia di lavoratori».
E dell'Expo 2015, per il quale già si parla da tempo di tentativi di infiltrazione.

La corsa al(compro)oro della mafia


Più di venti morti ammazzati per le strade romane dall'inizio dell'anno ad oggi. Uno di questi è Flavio Simmi, 33enne orefice gambizzato lo scorso febbraio, ucciso forse per una storia di sei anni fa. O forse ucciso nell'ambito della guerra tra bande (o di mafie?) che sta insanguinando le strade della capitale e che investe anche le "lavanderie" di denaro sporco ed in cui l'oro, dopo l'edilizia, sembra essere un business perfetto da sfruttare. Che dopo il "boom" del mattone si vada verso una nuova corsa al (compro)oro?



Roma – Sangue, sesso e soldi. La vecchia regola del giornalismo sembra essersi abbattuta su Flavio Simmi, 33enne orefice romano ucciso circa un mese fa nell'ambito di quella che sempre più appare come una “guerra tra bande” nella capitale. Secondo la famiglia tutto sarebbe da imputare ad una storia di qualche anno fa, quando venne accusato e poi assolto – insieme ad altri – di stupro nei confronti della moglie di un detenuto, che coincidenza vuole essere uscito dal carcere da qualche mese. L'altra pista, quella a cui gli inquirenti sembrano aver dato maggior credito fin da subito, è quella che porta al mercato dell'oro, precisamente all'intricato mondo dei Compro oro, spesso utilizzati dalla criminalità organizzata come “lavanderie” per i proventi dei traffici illeciti. Ma procediamo per gradi.

La dinamica. Martedì 5 luglio 2011, 9.30 passate da poco. Flavio Simmi a bordo della Ford Ka grigia di proprietà della compagna viene freddato da 9 colpi calibro 9x21 in via Grazioli Lante, quartiere Prati, nel pieno centro di Roma. I killer, in puro stile mafioso (ma ormai noto anche ai ladri di galline), sono arrivati a bordo di una moto indossando caschi integrali. Secondo la ricostruzione uno dei due killer sarebbe sceso dalla due ruote, si sarebbe avvicinato a Simmi sparandogli tutti e 9 i colpi al torace per poi rimettersi in sella alla moto e fuggire. Tutto questo in pieno giorno e in un quartiere centrale della capitale. Un accanimento eccessivo, a detta degli inquirenti, per una storia – quella dello stupro – avvenuta ormai sei anni fa.
Ci sono poi le dichiarazioni degli stessi familiari che, in qualche modo, sembrano indirizzare le indagini lontano da quella storia, come quel «i figli non si toccano!» pronunciato dalla madre la sera del 7 febbraio scorso, quando Simmi aveva ricevuto il primo “avvertimento” attraverso altri nove colpi di pistola, questa volta alle gambe. Allora si era ipotizzata anche una vendetta trasversale per i trascorsi del padre, accusato di far parte della galassia dei ricettatori della Banda della Magliana. Una vendetta che di trasversale, alla luce del successivo omicidio, aveva dunque ben poco.

Il mondo nel quale gli inquirenti stanno cercando risposte è quello grigio delle connivenze, quella zona cuscinetto tra la legalità ed il sistema illegale che è sempre più evidente sia in fibrillazione, come in quelle fasi nelle quali cambiano gli equilibri e gli assetti di potere.

Quando la criminalità organizzata ti apparecchia la tavola...

Dal pane alle mozzarelle di bufala passando per i pomodori e la farina. La criminalità organizzata - sfruttando leggi lasche e la connivenza di chi dovrebbe controllare - sta mettendo le mani su un nuovo business "pulito": la nostra tavola.


«Sardegna. Una bella mattina d’estate. La coda di auto che pigra va verso il mare. Quasi uno scenario idilliaco, finché non entriamo nell’abitacolo di una delle auto, a spiare i pensieri del conducente. Guarda una bella donna con il suo bambino a fianco. Il bambino gli sta antipatico, ma si consola notando la merendina che il piccolo divora con avidità: sa bene di cosa si tratta, visto che chi produce le merendine è un suo cliente. Quelle merendine sono fatte con un ovoprodotto proveniente da una ditta di riciclaggio di rifiuti che “invece di smaltire uova ammuffite, rotte, invase dai parassiti, le ripuliva alla buona dalla putrescina e dalla cadaverina e le trasformava in una poltiglia confezionata in comodi bidoncini pronti per essere versati nelle impastatrici delle industrie dolciarie».

Inizia così “Mi fido di te”, libro – del 2007 – di Massimo Carlotto e Francesco Abate, caporedattore de L'Unione Sarda e dj.
Con la “scusa” del noir i due ci mettono di fronte ad un fatto vero – anzi, ad una serie di fatti veri – e testimoniati dalle cronache quotidiane. Una serie di fatti che poco interessa ai giornalisti – ed ai giornali, che hanno paura di perdere la pubblicità delle grandi aziende alimentari - ma che rappresentano uno dei tanti business senza spargimento di sangue che tanto interessano alla criminalità organizzata. Il business in questione è quello agroalimentare, la mafia (o meglio: le mafie) che se ne occupano sono le agromafie.
Sono principalmente due le strade – finora conosciute – con cui la criminalità organizzata è entrata nel business: il riciclaggio dei proventi illeciti derivanti da investimenti “classici” quali i traffici di droga o di armi, ai quali vanno aggiunte le truffe all'Unione Europea (precisamente al FEASR, Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale) oppure mettendo direttamente le mani sulla filiera: dal produttore al venditore al dettaglio, non c'è fase in cui non ci sia la longa mano delle mafie. Secondo i dati della C.I.A, la Confederazione Italiana Agricoltori, questa strada da sola permette alle mafie di avere un giro d'affari di circa 10 miliardi di euro all'anno. Praticamente briciole se comparato – ad esempio – con il volume d'affari di mercati come quello dello smaltimento dei rifiuti tossici o del traffico di droga.

La chiamavano "Malasanità". Inchiesta sulle ingerenze politico-criminali nella sanità italiana (puntata I)

28 febbraio 2011. Sara Michienzi, nove anni, muore dopo una operazione per l'asportazione delle tonsille nel reparto di otorinolaringoiatria dell'ospedale di Lamezia Terme (Catanzaro). Uno di quei famosi interventi definiti “di routine” che non dovrebbero avere alcuna controindicazione e che i medici dovrebbero portare a termine praticamente ad occhi chiusi.
Eppure qualcosa va storto.
Perché Sara muore dopo pochi giorni per un'«emorragia sviluppatasi intorno alla zona operata» ma anche – come recita il referto autoptico - «per una concomitante crisi respiratoria». Quella stessa crisi respiratoria che aveva indotto sua madre, Isabella Notaro a portarla al pronto soccorso. «Tutto apposto, non si preoccupi» era stata la risposta. Probabilmente la stessa che, nel 2003, la signora Notaro si sente dire quando suo marito muore d'infarto, dopo essere stato all'ospedale di Vibo Valentia per farsi visitare. O magari la stessa risposta che avevano dato nel dicembre 2007 ai genitori di Eva Ruscio, 16 anni, morta per una tracheotomia o ai genitori di Federica Monteleone, anch'essa 16enne ed anche lei morta all'ospedale di Vibo in seguito ad un blackout elettrico mentre si trovava in sala operatoria.

In tutti questi casi la parola d'ordine dei giornalisti è stata una sola: malasanità. Tra la fine di aprile 2009 ed il dicembre 2010 – secondo i dati della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali presieduta dall'esponente IdV Leoluca Orlando – quello di Sara Michienzi è il 78esimo caso di malasanità avvenuto in Calabria su un totale di 326 su tutto il territorio nazionale.
Quel che risalta immediatamente dalla lettura delle cronache locali è che nell'equipe che si è occupata del caso di Sara c'era Gianluca Bava, indagato e poi assolto «per non aver commesso il fatto» nell'indagine sul caso di Eva. Forse solo una tragica fatalità, o forse qualcosa di diverso che sarà compito della magistratura indagare.

Al di là dei nomi, comunque, quello che appare evidente – in Calabria come in Lombardia, nel Lazio come in Campania – è che più che un problema di nomi, la sanità italiana ha un problema di nomine, ed è per questo che parlare di “malasanità” vuol dire tutto e non vuol dire niente.


Nel novembre 2009 il Ministero delle Pari Opportunità presentava uno spot contro l'omofobia (dall'ambientazione ospedaliera) che chiedeva allo spettatore il grado di interesse di determinate caratteristiche del personale che – in via più o meno teorica – potrebbe un giorno salvargli la vita.

Anticorpi: Documentario sull'infiltrazione mafiosa nell'edilizia a Reggio Emilia


Non ci sono luoghi al riparo dalle infiltrazioni mafiose. Pensare il contrario induce inevitabilmente a "tragici risvegli". Come avvenuto in Emilia Romagna, la ricca regione del nord Italia convinta per la sua storia di avere gli anticorpi per opporsi al radicamento delle mafie. La culla della Resistenza italiana è costretta ora a fare i conti con gli effetti della presenza criminale, come avvenuto nella provincia di Reggio Emilia. Secondo un imprenditore edile il boom dell'edilizia che ha interessato negli anni duemila il territorio è stato alimentato per il 50% da denaro illecito. Una denuncia clamorosa smentita in modo netto e sdegnato dalle autorità. Eppure gli elementi per non prenderla in considerazione sono troppi ed emergono sempre più ora che la crisi sta colpendo duramente il settore. Ma sul riciclaggio non ci sono dati, le banche non hanno lanciato allarmi, le forze dell'ordine nemmeno. Nel silenzio generale sulle illegalità commesse dai palazzinari, diecimila metri cubi di cemento hanno eroso a tempo di record la campagna e spopolato i centri storici.

"Anticorpi" è la prima delle nove inchieste del progetto "Est - Cittadini contro le mafie" un osservatorio - promosso dall’Associazione Ilaria Alpi, da FLARE Network (braccio europeo di Libera, l’associazione contro le mafie di Don Luigi Ciotti) e da Crji (Romanian Centre for investigative Journalism)- che, sfruttando inchieste giornalistiche e denunce dei cittadini europei si pone l'obiettivo di consapevolizzare sia la cittadinanza, troppo spesso distratta da altre notizie, sia le istituzioni europee.
Tre sono i filoni di interesse del progetto: il riciclaggio di denaro derivante da attività illecite nel settore edilizio, le infiltrazioni nel nascente mercato dell'eolico nonché un'ampia riflessione sugli strumenti giuridici utili a contrastare tali infiltrazioni.

Le nove inchieste saranno visibili - oltre che sul sito del progetto - anche su RaiNews (e su Señor Babylon)

Giochi nel Mediterraneo

Sottotitolo: Guerra fredda in scala nei mari di Sicilia.

Questa potrebbe essere una spy-story perfetta: c'è la Central Intelligence Agency e ci sono i russi, ci sono traffichini collusi con la politica e con la mafia siciliana, ci sono i servizi segreti ed imprese troppo piccole per il lavoro che vogliono fare.
Sarebbe una spy-story perfetta, ma è solo capitalismo.
Da qualche giorno, grazie alle rivolte in Libia, l'opinione pubblica ha potuto riascoltare nomi probabilmente dimenticati come quelli dell'Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) e di Gazprom, il colosso russo utilizzato in chiave (geo)politica da Putin e soci come ago della bilancia negli equilibri mondiali e dei quali nulla si dice quando – sovente – si parla dei rapporti del nostro paese con la “compagna” Russia, presi come siamo a guardare il dito (i rapporti personali Berlusconi-Putin) piuttosto che la luna (gli accordi economici e politici tra noi e loro).

Ci sono altri due nomi importanti in questa storia. Tanto importanti quanto sconosciuti.
Il 10 agosto del 2010 arriva sul tavolo dell'ex assessore all'Energia della Regione Sicilia Pier Carmelo Russo una lettera nella quale si chiede l'autorizzazione per poter raffinare in Sicilia qualcosa come cinque milioni di tonnellate di petrolio l'anno per almeno cinque anni. E questo solo come quantitativo minimo.
Nonostante ne vengano subito messe al corrente la questura di Palermo, la Guardia di Finanza ed il Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), la richiesta è di quelle importanti e, per questo, da tenere in forte considerazione. Quei cinque milioni di tonnellate annue, infatti, rappresentano circa un quinto del consumo totale annuo dell'intero paese.
Con tali volumi di raffinazione, pertanto, ci si aspetterebbe che fossero grandi multinazionali del settore come le già citate Eni e Gazprom a firmare la richiesta.
Sono invece due società praticamente sconosciute a dirsi pronte a stoccare il “petrolio degli ayatollah”: la Ibercom, una srl spagnola con sede ad Albacete, e la Corum Anlage, svizzera di proprietà di tal Antonino Giuseppe De Salvo, nato a Monza e noto come “procacciatore d'affari” ed esperto di assegni a vuoto (ne ha infatti emessi ben sette in due anni, secondo la Camera di Commercio).
C'è un'altra stranezza in questa storia: gli investigatori, infatti, si chiedono come possa una società con capitale sociale di appena 100 mila euro gestire un affare da 15 milioni. È dunque quasi logico pensare che dietro alle due società ci sia qualcun altro.

Munnezza in emergenza e profitti al sicuro.


[qui: http://vimeo.com/6000381 per chi avesse difficoltà nella visualizzazione]

Chiaiano (Napoli) - 'A munnezz è turnata. O forse sarebbe meglio dire che non se n'è mai andata. Chi se n'è andato, invece, è quel signore che un paio di giorni fa in quel di Cesena ha organizzato un mega-concerto “verde”, nel quale – stando a quanto sostenuto dal palco – persino i pensieri erano solo ed esclusivamente di natura ecologica. Date un'occhiata qui:

[qui per chi non riuscisse a visualizzare il video: http://www.youtube.com/watch?v=a20Ptc0KEqo].

Questo video – stando allo staff di Grillo – è datato febbraio 2009. Di acqua sotto i ponti ne è passata un po' dunque. Durante la due giorni cesenate i tumulti che arrivavano dalla Campania si iniziavano già a sentire, ma che io sappia – ho cercato di seguire il “Woodstock” quasi per intero – nonostante l'impronta ecologica non una parola è stata spesa su questa vicenda. Ora: d'accordo che l'imprimatur che il nostro vuol dare al suo partito (checché lo chiami movimento) è di tipo apolitico – da qui lo slogan “né destra, né sinistra ma sopra” - dunque non c'era da aspettarsi niente di veramente militante nell'una o nell'altra direzione, ma almeno un accenno – non so, magari qualche minuti dedicato all'intervento di chi in queste ore sta prendendo le manganellate – credo non sarebbe stata poi cosa sgradita, considerando anche l'intervento dei familiari di Federico Aldrovandi (e per il quale va un applauso a Grillo ed agli organizzatori...).

Perché nonostante il nostro si sia dimenticato di quella promessa fatta durante l'intervento ripreso nel video («tornerò e faremo ancora più casino»)la gente di Chiaiano, di Marano, di Terzigno non si è mai dimenticata di scendere in strada a protestare, nonostante la repressione di Stato stia diventando sempre più feroce, come è ben visibile in questo video: http://www.youtube.com/watch?v=bedvtRoqurw. Ma si sa che i c.d. leader – veri o presunti, acclamati dal popolo od auto-proclamatisi tali – conoscono il solo verbo della propaganda, per cui è meglio parlare di qualcosa di più serio. Innanzitutto il video che trovate in apertura di post, dal titolo “Una montagna di balle”. È il lavoro, anzi il lavoraccio – visti tempi e tema trattato – di un gruppo di videomakers (e la partecipazione speciale di Ascanio Celestini come voce narrante e di Marco Messina della 99 Posse alle musiche) che dal 2003 al 2009 ha documentato la lunga formazione di quella che poi ci è stata venduta – dalle forze politiche in combutta con l'apparato mediatico mainstream – come “emergenza”. Già, perché nel “caso munnezza napoletana” di tutto si può parlare tranne che di “emergenza”, a meno che non ci sia qualche imbroglio semantico in corso di cui non mi sono accorto. «Circostanza o eventualità imprevista» recita il mio buon Zingarelli nell'edizione 2007.

Al capezzale del Sol dell'avvenire

Nonostante la schiacciante vittoria di quello che nominalmente era definito referendum ma che nella sostanza era una vera e propria prova di forza tra i Padroni e la Fiom, tutto è ancora nelle mani della Fiat, che potrebbe anche decidere – visto quel terzo di irriducibili - di non iniziare l’opera di investimento sull’impianto campano, dando così in mano agli operai il proprio futuro. A parte quei 1673 sono tutti contenti: sono contenti i finti sindacati, come abbiamo visto; sono contenti i Padroni – da Marchionne alla Marcegaglia passando per l’Esecutivo – che ha finalmente trovato il grimaldello per eliminare definitivamente il sistema sociale da quello statale, ed è contenta l’opposizione parlamentare, che ancora una volta è riuscita ad evitarsi il problema di fare opposizione vera, trincerandosi dietro ad una gamma di dichiarazioni ed atteggiamenti alquanto irritanti, partendo dalle non dichiarazioni della dirigenza più alta – quella che ha abbandonato gli operai sotto le macerie del Muro – allo sciopero della fame “in solidarietà coi lavoratori” di alcuni altri. Come al solito, una gran presa per i fondelli. L’unica idea degna di nota – per quanto predicatrice nel deserto – è stata quella di Diego Bianchi, alias “Zoro”, il più conosciuto e probabilmente uno tra i più influenti blogger marchiati “PD” che ieri, di fronte ai cancelli di Pomigliano ha commentato: «Bersani sostiene che ci penseranno gli operai: allora perché non mettiamo un operaio a capo del Pd?»
Da più parti ci si chiede come sarebbe stato possibile far vincere il fronte del “No” di fronte al ricatto padronale, perché è così che gira l’Italia.

Super Santos clandestini

Com'era bello giocare a pallone quando si era bambini. Quelle partite che iniziavano la mattina e terminavano – quando terminavano, visto che c'erano sempre contestazioni degne de “Il processo di Biscardi” - la sera, quando ormai nemmeno le luci della piazzetta riuscivano più a stare dietro a quelle ombre che, in un quadrato d'asfalto, in un giardinetto con quattro fili d'erba giocavano a fare i calciatori importanti, dove uno spazio tra quattro motorini, un paio di macchine e qualche finestra (che il più delle volte finiva in frantumi, per la gioia di chi doveva ripararla) diventava San Siro, il Maracanà, il Camp Nou o il Bernabeu, abitati da un imprecisato numero di Roberto Carlos – che quando ero piccolo io andava per la maggiore – Raul, Rivaldo, Kluivert, Christian Vieri o Del Piero (chissà se il n°10 juventino è ancora di moda o è stato sostituito da Messi e Cristiano Ronaldo...).
C'erano due regole, quando ci giocavo io, diciamo dieci, quindici anni fa: i brocchi in porta e chi faceva andare il pallone fuori campo (che fosse su un balcone, in mezzo alla strada o in qualunque altro posto era indifferente) se lo andava a riprendere. Già, il pallone.
All'inizio era il “famigerato” Super Santos, quel pallone con cui era inutile escogitare traiettorie di tiro: tu pensavi di tirare a destra e quello, puntualmente, come per una strana forma di antipatia nei tuoi confronti, se ne andava a sinistra. Credo sia stato l'incubo per una generazione intera di giovani palloni d'oro in erba, quel pallone. Fortunatamente poi capirono che era l'ideale per giocarci a pallavolo e a noi maschietti veniva comprato il pallone di cuoio, quello che automaticamente ti dava la “promozione” tra i grandi. Una sorta di passaggio in serie A in pratica. C'erano due cose che contavano, quando si giocava a pallone da piccoli: se – come me – venivi da una scuola calcio, cosa che automaticamente ti faceva diventare uno dei giocatori più forti, anche se non eri capace di fare tre palleggi in fila, e inventarsi le prodezze (le “mosse alla brasiliana” le chiamavamo noi) per impressionare la ragazzina che ti piaceva, perché nonostante non ci fossero spalti e ogni spettatore rischiava la vita a guardare una partita di strada, c'era sempre qualcuno che veniva a fare il tifo, e quando non c'era solitamente si costringevano le ragazze del gruppo a fare le clacque.
Credo funzioni ancora così, in quel gioco universale che è il calcio. Da Eusebio a Cristiano Ronaldo passando per Stefan Schwoch (giocatore che fece felici i tifosi del Napoli alcuni anni fa e che per molto tempo divenne il mio alter-ego su quei campi d'asfalto e pietre che frequentavo d'estate.

Di pura razza italiana.

Son proprio strani questi italiani.
Si atteggiano ad imperatori, ma non si rendono conto di essere solo la periferia della periferia.
Si atteggiano a razza eletta – per far cosa, poi, bisogna ancora capirlo – non rendendosi conto di essere dei semplici burattini. Una volta in mano ad uno, una volta in mano all'altro. E la giostra continua a girare...

Prima o poi, davanti a quelle fittizie separazioni chiamate confini, utili solo a creare un altrettanto falso senso di identità nazionale, dovremo scriverci:
«Non siamo razzisti. Ma se ve ne tornate a casa vostra è meglio».
È questo lo slogan che va più di moda adesso in questo paese. Una volta, quando nel mondo andava di moda un medico argentino, erano tutti lì a dire: “Hasta la victoria siempre!” Bah...chissà che voleva dire. Perché l'italiano medio è così: segue le mode anche nel modo di pensare. Troppa fatica, pensare. D'altronde è sempre stato più facile stare dietro alle chiacchiere di poco conto, dietro agli scandaletti del capopopolo di turno, dietro a una manciata di ragazze e ragazzi che, per avere legittimità sociale, sono disposti a fare l'attrazione del circo. Che ce frega, stiamo in televisione!
Panem et circenses, si usava dire una volta. Solo che il panem è finito da un po', e pure le brioches iniziano a scarseggiare.
Quel medico argentino – Ernesto Guevara, si chiamava – l'11 dicembre del 1964, di fronte all'assemblea generale dell'ONU osò dire che «la "civiltà occidentale" nasconde sotto la sua vistosa facciata una realtà di iene e di sciacalli». Che è esattamente quel che oggi è l'Italia, paese (laico) deciso a fare la revoluciòn affinché non venga tolto il crocefisso dalle aule, ed altrettanto deciso a guardare da un'altra parte se quegli stessi valori rappresentati in quel simbolo devono essere messi in pratica.
Come a Rosarno, dove i cittadini giocano a fare i machi, a minacciare genocidi, a girare per la città a bordo di ruspe manco fossero il soldato israeliano che uccise Rachel Corrie, a pestare ragazze e ragazzi la cui unica colpa è quella di venire da un paese diverso. Anzi no, ne hanno un'altra di colpa, questi ragazzi. Vivono. Gli viene.

Anche l'italiano medio vive. Ma vive in un modo diverso. Perché l'italiano medio non è capace di vivere senza un padrone, mentre quei ragazzi che attraversano il Sahara e poi il mare e poi si fanno picchiare per avere un fottuto lavoro che noi non vogliamo fare perché troppo degradante, vivono proprio perché loro, dal padrone, tentano di liberarsi. Scappando dai loro paesi, in guerra per la sete dei popoli che abitano l'Impero, e ribellandosi quando – venuti nella periferia – qualcuno tenta di addomesticarli, sfruttandoli in condizioni disumane e pagandoli poco e niente. Ma noi c'abbiamo da vedè la televisione, mica possiamo badare a 'ste cose! E poi quelli sono brutti, c'hanno un odore strano, e poi ho sentito che ai loro paesi fanno degli strani riti che tu ti addormenti e mentre tu dormi loro vengono, ti rubano in casa, ti violentano e poi ti ammazzano. L'ho visto al film alla tv l'altra sera.

Diciamolo: all'italiano medio rimanere nell'ignoranza piace. Perché c'è qualcuno che ti pre-confeziona quello che devi dire e pensare. E all'italiano medio questo piace ancora di più. Perché l'italiano medio è nato per essere un uomo al guinzaglio, come i cani. Solo che i cani, ogni tanto, al padrone qualche morso glielo danno. L'italiano no, l'italiano si sente al sicuro con quel cappio al collo. E più il padrone tira, più il guinzaglio lo soffoca, e più l'italiano è contento. Perché chi nasce tondo non muore quadro, si dice dalle mie parti. E se sei nato servo muori servo.
Perché se il popolo italiano fosse un popolo di persone intelligenti – qualcuna c'è, ma ormai l'energia sta finendo anche per loro – capirebbero che il vero problema, a Rosarno come in tanti altri posti in questo paese, non è l'immigrato. Perché l'immigrato ormai non ti ruba neanche più il lavoro, perché per te, italiano medio, quel lavoro è troppo “da pezzente”, e tu no, tu sei uno che il pezzente non lo fa. Perché tu c'hai una dignità. Mica come loro, mica come questi animali che a casa loro non c'hanno niente eppure sfornano figli come conigli! Che cazzo li fanno a fare tutti 'sti figli se poi sanno che la maggior parte muore? Sono proprio delle bestie.

Noi invece non capiamo che il problema è il Potere che ci tiene tutti in mano, è quella criminalità organizzata che, a Rosarno come nella stragrande maggioranza delle zone dell'Italia –indistintamente tra Padania e Sud – mette popoli autoctoni e popoli stranieri gli uni contro gli altri, perché così può amministrare con la “sua” giustizia (quella che stiamo vedendo in queste ore a Rosarno) e può continuare a fare i “suoi” affari, quelli che neanche quegli uomini e quelle donne che siedono in Parlamento contrastano, perché alcuni di questi parlamentari, nelle istituzioni ci sono proprio grazie alla criminalità organizzata!
Ma noi mica ci possiamo mettere contro la mafia? Mica possiamo andare contro la 'ndrangheta o contro la camorra? Quelli fanno gli ammazzamenti veri oh, e di Peppino Impastato non ne nasce certo uno al giorno! E allora a cosa è servito il boom di Gomorra, il libro di Saviano che avrebbe dovuto far risvegliare le coscienze? A niente, ecco a cosa è servito! Perché l'abbiamo letto praticamente tutti, in questo paese, quel libro. Solo che chiedeva una cosa bruttissima, quel libro: ci invitava a ritrovare la nostra coscienza sociale! Ci invitava a mettere un punto sulla gestione criminale di questo paese, e a prenderci in prima persona le responsabilità di “cittadini”, che non significa certo scendere in piazza ogni tre giorni per protestare contro il niente! Anche perché, parafrasando Gaber, dopo la manifestazione tutto resta come prima e chi se ne frega. Essere cittadino di un paese significa ben altro. Ma noi certo non possiamo saperlo, troppo presi a capire se Berlusconi in realtà i cerotti li portava per l'aggressione o per il lifting, e mentre noi parliamo del nulla 5 persone al giorno continuano a morire sul posto di lavoro, perché i padroni hanno detto che fanno pochi soldi, e quindi bisogna tagliare sulla sicurezza. E se per caso muore un operaio perché è senza protezione è un peccato, perché è una seccatura che devo metterlo in regola, ma vabbé, tanto faccio risultare che è morto il primo giorno di lavoro; in un paio di settimane più o meno mi sbloccano il cantiere e torno a fare gli stessi affari di prima.

Perché a chi nasce servo, a chi è abituato a non usare il cervello, quando gli dici: «Guarda, quello è il tuo nemico», lui con geometrica ignoranza va, picchia, e se è possibile ti porta anche un ricordino per farti vedere quanto ti è fedele. D'altronde tu sei l'imperatore, il guinzaglio in mano ce l'hai tu. Io posso solo obbedire.

Se fossi uno straniero – uno di quelli “di serie B”, naturalmente, perché quelli di serie A non si toccano – me ne andrei da questo paese, perché questo paese non si merita neanche le mie braccia sfruttate, non merita neanche che io stia sotto il sole cocente a raccogliere pomodori per farli arrivare sulle tavole di quella stessa gente che se mi vede in giro, mi umilia, mi denuncia e poi mi picchia. Tanto a loro non fanno niente, loro sono di pura razza italiana! E anche se non sanno parlare neanche la loro lingua, sono loro i “padroncini”, in periferia. E si sa che il padrone è quello che tiene in mano il guinzaglio.


Ma ora fate silenzio, che sta ricominciando la pubblicità.

Scorie a perdere


Questa è una storia particolare.
Questa è una storia di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, come diceva Leonardo Sciascia.
Questa è una storia di nebbie. Nebbie che avvolgono tutto. Avvolgono uomini che scavano nella verità e avvolgono uomini che quella verità tentano di occultarla. Ed avvolgono navi.

Per iniziare questa storia partiamo dalla provincia del Guangdong, Cina. Ogni anno 150 milioni di televisori, lavatrici, frigoriferi ed altra immondizia “tecnologicamente avanzata” viene portata in queste terre, note non certo per la ferrea normativa ambientale. Più del 90% di questi rifiuti però non viene portato in qualche azienda per il riutilizzo o per il definitivo smaltimento. Finisce invece nei garage delle abitazioni, in strada, negli orti e viene trattato senza la minima precauzione. Da dove viene quell'immondizia? Alcuni di quei rottami partono da Aiello del Friuli, Udine, dove confluiscono i rottami di ditte friulane, liguri, venete e lombarde allocate in un sito di stoccaggio non autorizzato e dove arriva quello stesso materiale di scarto che le “grandi ditte” del Nord (quelle che portano sulle loro spalle – a detta loro – il peso economico dell'azienda Italia) spesso imbarcano su carrette del mare per mandarle in qualche altra zona lontana dall'aura di magnificenza con la quale vengono dipinti dai nostri quotidiani. Le mandano così lontane che spesso queste carrette si perdono nel mar Tirreno. Italia.

Cetraro (Cosenza) – Un mezzo telecomandato sottomarino messo a disposizione dalla Regione Calabria ha ritrovato a 500 metri di profondità nel mare antistante le coste cosentine il relitto di una nave. Cosa che di per sé non dovrebbe destare dubbi o far porre troppe domande, tant'è vero che la notizia è passata praticamente inosservata sui media del circuito mainstream. Ma una nave dai cui oblò si vedono due scheletri (o almeno questo è quel che sembra vedersi...) e dalla quale si potrebbero prelevare ben 120 fusti pieni di materiale non identificato si può considerare “normalità”?

Cosa contengano quei fusti è irrilevante ai fini ambientali. Che contengano vernici, solventi, acidi o materiale di altro tipo la cosa certa è che quel materiale non fa bene alle nostre acque, visto che dai rilevamenti effettuati in passato sono stati accertati eccessivi livelli di piombo. La prua della Cunski, questo il nome della motonave affondata, è squarciata. Che qualcuno abbia voluto portar via quei fusti prima che potessero essere ritrovati?