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#CracParmalat, confermate in appello le condanne per Geronzi e Arpe per le acque Ciappazzi

foto: dagospia.com

Bologna – 5 anni di carcere per bancarotta fraudolenta e usura per Cesare Geronzi, ex presidente della Banca di Roma (oggi Unicredit); 3 anni e 7 mesi per bancarotta fraudolenta per Matteo Arpe, all'epoca direttore generale di Capitalia oggi amministratore delegato del fondo Sator e presidente della Banca Profilo, controllata dal fondo. La prima sezione della Corte d'appello di Bologna ha sostanzialmente confermato le condanne previste in primo grado (29 novembre 2011) nell'ambito dell'inchiesta sul crac Parmalat, relativamente al filone d'inchiesta sulla vendita delle acque minerali Ciappazzi avvenuta nel 2002.

Accogliendo la richiesta del procuratore generale Umberto Palma sono state inoltre ribadite le condanne per gli altri sei imputati, cioè Alberto Giordano (all'epoca vicepresidente della Banca di Roma, 4 anni); Alberto Monza (direttore generale Banca di Roma, 3 anni e tre mesi); Riccardo Tristano (ex cda di Fineco Group, 3 anni e quattro mesi); Antonio Muto (dirigente area funzione crediti della Banca di Roma, 3 anni e tre mesi); Luigi Giove (responsabile recupero crediti Mediocredito centrale, 3 anni) ed Eugenio Favale, ex dirigente area grandi clienti della banca, condannato a 3 anni e tre mesi. Confermate inoltre sia le pene accessorie – interdizione per 10 anni dall'esercizio d'impresa e per 5 anni dai pubblici uffici – ed il risarcimento per le parti civili da parte di Unicredit, che grazie alla fusione con Capitalia del 2007 ne ha preso il posto. Tra 90 giorni le motivazioni della sentenza.

Geronzi, dicono i magistrati, avrebbe organizzato l'acquisto a prezzo gonfiato (15,2 milioni di euro) da parte del gruppo Parmalat delle acque minerali Ciappazzi, all'epoca di proprietà del gruppo Ciarrapico. Operazione gravata inoltre dall'applicazione di tassi definiti “da usura” grazie alla necessità liquidità del gruppo turistico Parmatour, controllato dalla società di Calisto Tanzi. Durante la deposizione nell'ambito del filone centrale dell'inchiesta relativo al crac societario, l'allora proprietario del gruppo parmense dichiarò come il suo gruppo fu costretto a portare a termine l'operazione dietro la minaccia della chiusura dei finanziamenti da parte di Capitalia, fortemente esposta verso il gruppo Ciarrapico.
Secondo i giudici, Geronzi «svolgendo in sostanza le funzioni di motore e di massimo supervisore della trattativa che portò all'acquisto della Ciappazzi ad opera della società Cosal (la controllata della Parmalat che rilevò la società siciliana, ndr) indusse Tanzi, per motivi attinenti esclusivamente agli interessi economici di Banca di Roma, ad acquistare per un prezzo esorbitante un'azienda che versava in uno stato fallimentare».

Le acque Ciappazzi non avevano alcun valore né potevano avere alcuna utilità produttiva, avendo macchinari obsoleti e, soprattutto, non disponendo della concessione demaniale per prendere l'acqua, arrivata un anno e mezzo dopo la compravendita, nel momento in cui si registrò la rottura delle tubature con le quali questa arrivava allo stabilimento e rendendo ancor più inutile l'intera azienda.

A Matteo Arpe, invece, è stata contestata la firma sul documento di trasmissione del finanziamento di 50 milioni a Parmalat, approvato dalla Banca di Roma per l'acquisto della Ciappazzi e girata dalla controllante società parmense a Parmatour, impossibilitata ad ottenere finanziamenti diretti.
 

Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/cracparmalat-confermate-in-appello-le-condanne-per-geronzi-e-arpe-per-le-acque-ciappazzi/43911/

Quanto costa un giudice? Più o meno un genocidio silenzioso...

Il carcere minorile di Wilkes-Barre (versione PA Child Care)
Wilkes-Barre (Contea di Luzerne, Pennsylvania) – In un vecchio pezzo – datato 1998 – il gruppo napoletano della 99 Posse si poneva un interrogativo di difficile soluzione: «Chi tutela il male quando il bene si preapara ad ammazzare?» e, aggiungo io, chi lo tutela questo bene si mette una toga addosso ed impersona la Giustizia?

Per rispondere a questa domanda andiamo a Wilkes-Barre, Pennsylvania, nel cuore degli Stati Uniti d'America, il paese che esporta democrazia nel mondo pur non avendone per il fabbisogno interno.

Nel 2008 scoppia uno scandalo – riportato alla luce in “Capitalism: a love story”, l'ultimo lavoro di Michael Moore – che viene presentato dai media con il nome di “Kid for cash”. In pratica succede questo: il signor Michael Conahan, che di professione fa il giudice, decide che il carcere minorile della Contea di Luzerne non va più bene. D'altronde, lavorando nella città con il più alto tasso di minori in carcere c'è anche da capirlo, lui un posto adeguato dove raffreddare i bollenti spiriti di imberbi delinquentelli dovrà pur averlo, no? E quando il posto che hai non ti basta più – naturalmente – devi costruire un altro carcere! Ci sarebbe anche la possibilità di rivedere la casistica dei reati, abrogando magari quelli “stupidi”, ma questo sarebbe un processo per paesi civili e democratici (che l'intero globo terrestre ancora deve conoscere...).
Ecco, appunto: la Democrazia. Espressione poetica e suggestiva, avrebbe detto il buon Giorgio Gaber. Se gli Stati Uniti fossero una Democrazia – e non una “finanziocrazia” come del resto il 99 per cento dei paesi nel mondo – tutto quello che sto per scrivere non sarebbe accaduto...

Non sarebbe accaduto, ad esempio, che il signor Robert Powell – proprietario della Pennsylvania (PA) Child Care - ottenesse un appalto per costruire un nuovo carcere minorile. Prezzo dell'edificio 8 milioni di euro, costo dell'affitto che la PA fa pagare alla Contea di Luzerne: 58 milioni di euro (e noi che ci lamentavamo di quattro peracottari nostrani...). Già semplicemente questo basterebbe per far agitare più d'uno. Ma si sa che quando gli americani si mettono in testa di combinare un disastro, o lo combinano alla perfezione o non lo combinano proprio, ed ecco che entrano in scena gli ultimi due personaggi di questa storia: uno, lo abbiamo già visto, è il giudice Michael Conahan, nato ad Hazleton, Pennsylvania, dal 1994 al 2008 giudice presso la Corte delle udienze comuni e dal gennaio 2008 presidente della corte della Contea di Luzerne.

Munnezza in emergenza e profitti al sicuro.


[qui: http://vimeo.com/6000381 per chi avesse difficoltà nella visualizzazione]

Chiaiano (Napoli) - 'A munnezz è turnata. O forse sarebbe meglio dire che non se n'è mai andata. Chi se n'è andato, invece, è quel signore che un paio di giorni fa in quel di Cesena ha organizzato un mega-concerto “verde”, nel quale – stando a quanto sostenuto dal palco – persino i pensieri erano solo ed esclusivamente di natura ecologica. Date un'occhiata qui:

[qui per chi non riuscisse a visualizzare il video: http://www.youtube.com/watch?v=a20Ptc0KEqo].

Questo video – stando allo staff di Grillo – è datato febbraio 2009. Di acqua sotto i ponti ne è passata un po' dunque. Durante la due giorni cesenate i tumulti che arrivavano dalla Campania si iniziavano già a sentire, ma che io sappia – ho cercato di seguire il “Woodstock” quasi per intero – nonostante l'impronta ecologica non una parola è stata spesa su questa vicenda. Ora: d'accordo che l'imprimatur che il nostro vuol dare al suo partito (checché lo chiami movimento) è di tipo apolitico – da qui lo slogan “né destra, né sinistra ma sopra” - dunque non c'era da aspettarsi niente di veramente militante nell'una o nell'altra direzione, ma almeno un accenno – non so, magari qualche minuti dedicato all'intervento di chi in queste ore sta prendendo le manganellate – credo non sarebbe stata poi cosa sgradita, considerando anche l'intervento dei familiari di Federico Aldrovandi (e per il quale va un applauso a Grillo ed agli organizzatori...).

Perché nonostante il nostro si sia dimenticato di quella promessa fatta durante l'intervento ripreso nel video («tornerò e faremo ancora più casino»)la gente di Chiaiano, di Marano, di Terzigno non si è mai dimenticata di scendere in strada a protestare, nonostante la repressione di Stato stia diventando sempre più feroce, come è ben visibile in questo video: http://www.youtube.com/watch?v=bedvtRoqurw. Ma si sa che i c.d. leader – veri o presunti, acclamati dal popolo od auto-proclamatisi tali – conoscono il solo verbo della propaganda, per cui è meglio parlare di qualcosa di più serio. Innanzitutto il video che trovate in apertura di post, dal titolo “Una montagna di balle”. È il lavoro, anzi il lavoraccio – visti tempi e tema trattato – di un gruppo di videomakers (e la partecipazione speciale di Ascanio Celestini come voce narrante e di Marco Messina della 99 Posse alle musiche) che dal 2003 al 2009 ha documentato la lunga formazione di quella che poi ci è stata venduta – dalle forze politiche in combutta con l'apparato mediatico mainstream – come “emergenza”. Già, perché nel “caso munnezza napoletana” di tutto si può parlare tranne che di “emergenza”, a meno che non ci sia qualche imbroglio semantico in corso di cui non mi sono accorto. «Circostanza o eventualità imprevista» recita il mio buon Zingarelli nell'edizione 2007.

Pinochet è vivo e lotta insieme a noi. Firmato: il governo cileno.

460_0___30_0_0_0_0_0_marcha_mapuche «Noi prigionieri politici mapuche, attualmente reclusi nel Penal el Manzano di Concepción, informiamo il Popolo Mapuche e l'opinione pubblica Nazionale ed Internazionale quanto segue:
Che a partire da oggi, lunedì 12 luglio 2010, diamo inizio ad uno sciopero della fame fino alle ultime conseguenze.
Le ragioni di questa drastica ed estrema determinazione obbediscono ad una serie di situazioni che stiamo denunciando di fronte agli ingiusti processi politico-giudiziari dei quali siamo oggetto e che contravvengono a tutti i diritti che ci appartengono come Mapuches e come prigionieri politici.
Solo a mo' di sintesi abbiamo denunciato di esser oggetto di montature mediatiche condotte dal Ministerio Publico che attraverso dei procuratori anti-mapuche e gruppi corrotti di poliziotti hanno la pretesa di imporre. E' così che lo Stato del Cile, a difesa del padronato impegnato nel conflitto con il nostro Popolo e con l'ansia di perseguitare ed annientare il Movimento Mapuche, ha criminalizzato la giusta lotta delle comunità, arrestando e accanendosi contro di noi, imponendo severe leggi dittatoriali e fasciste contro onesti lottatori sociali.
Inoltre, denunciamo che esiste una forte e grottesca campagna anti-Mapuche orchestrata dalla destra economica e politica di questo Paese, che utilizza i suoi mezzi di comunicazione, i procuratori ed i politici affini con l'obiettivo di cercare delle condanne anticipate nell'opinione pubblica.
Pertanto, dichiariamo che sospenderemo lo sciopero solo se verranno esaudite le giuste richieste che sono:
1.- La Non applicazione della legge antiterrorista in cause Mapuche; che significa la Fine della legge antiterrorista della legislazione Pinochetista.
2.- No al processo davanti alla Giustizia Militare in cause Mapuche; Che significa la Fine della Giustizia Militare in Cile.
3.-Libertà per tutti i prigionieri politici Mapuche detenuti nelle diverse carceri dello Stato del Cile. Che significa:
- Esigere il diritto ad un processo dovuto o processo giusto.
- Fine alle montature politico-giudiziarie che implicano la fine dei processi esterni e viziati, la non utilizzazione dei testimoni a volto coperto e la fine delle pratiche che violano i diritti umani di base come l'estorsione, le minacce, le torture sia fisiche che psicologiche e le degradanti condizioni nei centri di reclusione.

4.- Demilitarizzazione delle zone Mapuche in cui le comunità rivendicano diritti politici e territoriali.
Infine, rivolgiamo un appello al Nostro Popolo a mobilitarsi, a protestare ed a lottare per quella che consideriamo una causa giusta. Ed alle altre organizzazioni sociali e politiche a stare all'erta.
Per Territorio e Autonomia per il Popolo Nazione Mapuche.
“Weuwain”
Presos Políticos Mapuche – Concepción
»

Saluteremo il Signor Padrone (che vuole andare in Serbia…)

37497_1446894186163_1647444681_31075044_3970152_n Ma quanto mi piace Marchionne. Quel suo stile “tu vuò fa l’americano”, quel look che lo distingue dagli altri “top-manager” italiani. Sì, Marchionne mi piace davvero. Peccato che sia arrivato tardi: un gran barzellettiere, noi, ce l’abbiamo già e a tempo perso fa anche il Presidente del Consiglio. Perché anche Sergio “l’americano” è un gran barzellettiere, e magari tra qualche anno – una volta scomparso dalle scene il Silvio nazionale – potrebbe anche aspirare a prenderne il testimone in politica, visto che nell’avanspettacolo sono quasi alla pari.

La più bella barzelletta che gli ho sentito raccontare, per adesso – ma aspetto miglioramenti in merito – è stata la famosa “lettera aperta agli operai”: «Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente». Inizia così il suo “appello” all’unità della ditta. Certo, considerando tutti i licenziamenti politici di questi giorni e le migliaia di operai messi in cassaintegrazione e che con la dipartita della FIAT in direzione Kragujevac (Serbia) quel “persone a cui si tiene veramente” mi suona un po’ strano. Ma Marchionne è americano, forse ha problemi con la lingua italiana. Dunque andiamo avanti…Tralasciando quel «vi scrivo da uomo» che mi ricorda tanto un certo calciatore che qualche anno fa si definì «più uomo di tutti voi messi insieme» di fronte ad un’incredula folla di giornalisti per poi fare una figura miserrima nei campionati successivi, mi viene da ridere quando – memore del concetto di “fabbrica come grande famiglia” che andava di moda in Italia qualche decennio fa – fa sapere agli operai che di lì a breve licenzierà che proprio quella lettera è il modo più «diretto ed umano che conosca per dire le cose come stanno». Si vede che io i Padroni non li ho mai capiti, visto che credevo che il metodo più diretto e umano che avessero per dire le cose come stavano fossero sì le lettere, ma quelle di licenziamento! Sul finire della lettera poi, come nelle migliori delle rappresentazioni, arrivano i fuochi d’artificio: «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Lo ammetto: questa è davvero buona, quasi quasi è meglio di «stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata» che ogni tanto ci sentiamo ripetere dalla Premiata Ditta di Governo…L’invito all’ “onor di bottega”, poi, è squisito: «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.

Parole rivoluzionarie

"Il mondo così gestito non funziona. Che fare?".

Buttata lì così questa domanda potrebbe sembrare una di quelle da quiz televisivo del pre-cena, di quelle in cui ti trovi Mike Buongiorno o Gerry Scotti che ti traghettano fino al tg. Oppure, più sbrigativamente, qualcuno risponderebbe “e io che ne so?” e continuerebbe tranquillamente a guardare le vetrine per le vie del centro.

Eppure questa domanda – fatta da una persona dall'intelligenza decisamente acuta e che ha sempre spunti molto interessanti (per chi se lo stesse chiedendo: no, non sono io quella persona...) - ci pone davanti ad un problema che abbiamo già scordato, probabilmente presi nello zapping televisivo di fine agosto.
Questa domanda viene da una considerazione di un “mostro” come Jacques Attali (che io sinceramente vorrei come “eminenza grigia” della sinistra nostrana) su Internazionale, nella quale si diceva come non si debbano imputare i mali del mondo ad una alquanto folkloristica “teoria del complotto”, ma ad una decisamente più semplice perdita del controllo da parte dell'uomo dei sistemi da egli stesso creati.

E' proprio questo quel che nessuno, né ministri ex-mercatisti convertiti al no-globalismo come Tremonti (mi chiedo solo se davvero abbia capito cosa vuol dire essere un “no-global”) tantomeno i sancta sanctorum capitalisti, sta evidenziando: il modello di mondo che fino ad ora è stato pensato, ideato e messo in pratica sta passando a miglior vita. E' finito. Ma nessuno sembra volersene rendere conto. Il modello per cui per anni ci hanno fatto vivere sotto l'”effetto dotazione”, cioè sotto quell'effetto per cui più hai più sei, quel senso di accettazione della società non basato sul nostro “sapere”, sul nostro “essere”, ma sul nostro “apparire”, che in molti casi diventa “ostentare” non è più valido per le sfide che il terzo millennio ci chiama ad affrontare.

Se ci pensate – questo è un discorso un po' “folle”, me ne rendo perfettamente conto – questo modello si fonda su una convenzione. Niente di più, niente di meno. Questa convenzione, che è poi anche lo status con cui ti crei il tuo posto al sole nella società dell'illusorio, è il dio denaro. O meglio: è il significato che, per convenzione, da secoli diamo a dei semplici pezzi di carta. Con ciò non voglio dire che la soluzione migliore sia il ritorno al baratto, anche se ci vedo più di un vantaggio. Ma siamo ormai nel III millennio, ed ogni sistema nasce e muore in un tempo specifico. Però potremmo iniziare a dar meno importanza a quei pezzettini di carta. Potremmo iniziare a non considerare più la ricchezza individuale come il fulcro delle nostre esistenze sociali.

…Perché il nucleo del fallimento e dello sfruttamento dell’uomo sta nell’illusione di un’emancipazione culturale avvenuta attraverso il lavoro come bestie da soma e successivamente come consumatore provetto ed incanalato sull’odierno low-cost rovesciato sul mercato in abnormi quantità. [Marco Paolini]


E' questo, oggi, che dovremmo combattere. Come? Semplicemente creando un nuovo modello. Voglio dire: converrete con me – basta prendere un semplice libro di storia per rendersene conto – che tutti i modelli di società che la storia ci ha dato, dall'impero romano fino ai giorni nostri, hanno avuto una fase semi-ciclica basata sulle tre fasi della vita umana: nascita-sviluppo-morte. E così è anche in questo caso. Ma il problema, forse, non è " come cambiare le cose". Il punto è "cosa cambiare e in quale direzione".

Non ho velleità di dire che conosco il modello migliore per un fantomatico “nuovo mondo”, anche perché se lo conoscessi probabilmente non starei qui a scrivere su una tastiera. Però la direzione credo di poterla indicare. Andiamo a Sud. Precisamente in Sudamerica, da dove trovo ci siano molti modelli di sviluppo che potremmo analizzare. C'è una cosa che ho sempre adorato nel modo di fare politica dei sudamericani: il loro senso di "comunità", il loro senso di politica intesa come "solidarietà", come senso di appartenenza in un qualcosa che non premia mai - o quasi mai - il singolo. Se è una cosa fatta bene il merito è di tutti. Se è fatta male idem. Ed è proprio quando leggo le esperienze politiche dei sudamericani che mi chiedo se davvero un altro mondo sia possibile. Se guardo all'Occidente francamente mi viene da dubitarne. Come dice Angel Luis Lara:

"Il capitalismo è nato grazie a una enorme recinzione di terre, un immenso furto e saccheggio che fabbricò il proletariato, molti anni fa. La parola cultura è nata anch’essa moltissimi anni fa. Quando nacque, faceva parte di un’altra parola più grande:agricoltura. Non dimentichiamocene. Oggi più che mai è necessario che ci trasformiamo in contadine e contadini del comune."


Oggi più che mai è necessario che ci trasformiamo tutti in contadine e contadini. Ciò non vuol dire solo un ritorno fisico alla Pachamama, alla Madre Terra. Non significa solo – ad esempio – cominciare a stare più attenti a quel che compriamo e a quel che quotidianamente portiamo in tavola. Fate questo piccolo esperimento, così capirete bene a cosa mi sto riferendo: andate in cucina aprite il frigorifero e fate la lista di quel che proviene da zone vicino a voi e di quel che proviene da lontano, da altre città o addirittura da altri continenti. Quasi sicuramente noterete una forte disparità tra quel che avrete acquistato “dietro l'angolo” e quel che si è fatto chilometri e chilometri in aereo (consumando quantità assurde di petrolio) per arrivare sulle vostre tavole. In questi ultimi anni sono venuti fuori almeno due concetti “rivoluzionario” per quanto riguarda questo aspetto e che però sono ancora visti come un qualcosa di strano, fatto da quelli un po' fuori di testa: “filiera corta” e “spesa a km zero”. Che in parole povere vuol dire comprare direttamente dal produttore e che possibilmente non abiti (od eserciti) la sua attività troppo lontano da casa nostra. Questo avrebbe nell'immediato due vantaggi: abbassamento dei prezzi ed abbattimento dell'uso del petrolio, con un sentito ringraziamento da parte del nostro pianeta (ed anche del portafogli...).

Questo localismo, qualcuno obietterà, nell'epoca della globalizzazione non è possibile. E forse tutti i torti non ce li ha. Ma se ci pensate, il poter avere tutto più o meno vicino ha anche un altro vantaggio: un maggior tempo libero. Che si trasforma in un maggior tempo da dedicare ai propri interessi, magari andando al parco a fare due chiacchiere o dedicandosi alla comunità in cui si vive. Ecco un altro aspetto che adoro dei sudamericani: il loro anteporre la comunità al singolo. Il loro considerarsi tutti pezzi necessari di uno stesso ingranaggio, di uno stesso progetto comune. Noi oggi invece – nati e cresciuti in una società individualista – a malapena salutiamo il nostro vicino di casa.

Interessarsi al bene della propria comunità, e quindi attivarsi per migliorarlo, vuol dire – in ultima analisi – attivarsi per il proprio bene, attivarsi per migliorare la propria condizione. Vuol dire agire su un qualcosa di globale (come appunto la comunità, intesa nella più generale accezione di “comunità-mondo”) attuando delle politiche locali. Vi faccio un esempio pratico: i No Tav. La loro lotta – lotta locale, ricordiamolo – per evitare che treni a 300 km/h gli transitino in salotto ha dei vantaggi per tutta la comunità, perché, ad esempio, bloccando quei lavori si evita di far traforare le montagne, di prosciugare piccoli fiumi o comunque altre deturpazioni ambientali, di cui un paese a forte cementificazione come il nostro non ha sicuramente bisogno. Globale e locale. Vi dice niente? Sommando globale e locale viene fuori un termine – che il nostro Ministro dell'Economia “no-global” dovrebbe per questo conoscere – che è “glocale”. Un termine che adoro e che ha una potenza semantica secondo me sconvolgente.
Perché attuare dei modus vivendi glocali non riguarda solo quel che si mette in tavola, solo l'aspetto economico. Esiste un tipo di glocalismo "sociale", o "socio-politico" che dir si voglia, nel quale due concetti la fanno da padrone: rete e connessione. Intendendo così sia la rete che - ad esempio - mi permette scrivere su un blog, e che potrebbe essere utilizzata per digitalizzare (altra parolina magica) gran parte della nostra vita "cartacea" (giornali, comunicazioni dalla banca o da chi volete voi...); sia - soprattutto - come reti e connessioni tra persone. In questa ultima parte di articolo è venuta fuori un'altra parola “rivoluzionaria”: comunità (e senso di.).
Ecco che qui già una risposta al “come fare?” iniziale la possiamo quantomeno abbozzare. Tornando alla comunità. Tornando a dar peso – sia in chiave sociale come abbiamo visto fin qui che in chiave politica – alla comunità. Abbiamo avuto un tempo un esempio perfetto di come la comunità possa auto-svilupparsi, senza seguire dei leader che tengano il timone. Perché anche il seguire un leader è, secondo me, uno degli effetti della società illusorio-individualistica nella quale viviamo. E' da un po' che mi pongo la domanda se davvero ve ne sia bisogno di “leader a condurre le masse”. E senza voler sfociare nell'anarchia alla Malatesta, direi che possiamo evitare di avere dei leader, ma ad un patto. Un patto che è la vera sfida dei tempi moderni: tornare ad interessarci attivamente a quel che ci circonda. E questa, nel mondo cresciuto a pane e telecomando, più che una missione difficile è una missione impossibile.

Arrestata Mireya Figueroa, leader del popolo mapuche.

Comune di “Pedro Aguirre Cerda”, Santiago del Chile (Cile) – dopo oltre 5 anni in cui viveva in clandestinità, nei giorni scorsi è stata arrestata la lamien (sorella) Mireya Figueroa Araneda, leader della comunità mapuche Tricauco, la cui colpa – secondo la non certo equa giustizia cilena - è quella di aver presumibilmente partecipato all'”incendio terroristico” del dicembre 2001 del fondo Poluco Pidenco di Ercilla, regione della Araucanía (Cile). La detenzione di lamien Mireya è profondamente ingiusta, non solo perché con i suoi fratelli lotta per riprendersi qualcosa che le appartiene di diritto, ma anche per le precarie condizioni di salute in cui grava (soffre di diabete ed ha un tumore al seno in fase terminale) e che solo negli ultimi giorni sono state prese in considerazione dal giudice che le ha finalmente concesso la possibilità di un ricovero ospedaliero.

Come tutti i processi politici – e chi di voi conosce la storia del nostro paese degli anni '70 dovrebbe saperlo – anche la carcerazione dei leader del popolo mapuche è ingiusta, fatta tramite processi sommari (vengono addirittura utilizzati testimoni a volto coperto, e quindi probabilmente prezzolati dallo stato cileno) al fine di fiaccare la resistenza di questo popolo, che da 500 e più anni, dai tempi dei conquistadores, lotta per la propria terra e per il proprio diritto alla vita. (qui trovate una “biografia” del popolo mapuche).

Loro sono dei weichafe nell'anima, sono dei guerrieri. Come d'altronde lo sono molti dei popoli indigeni del Sudamerica. Lottano con ogni mezzo per riprendersi la terra strappata dal colonialismo borghese e regalata ai "signor padroni", che negli ultimi anni altro non sono che le infami multinazionali, fautrici di un nuovo imperialismo coloniale del III millennio. Chiedono solo che la comunità internazionale si schieri con loro, in una lotta impari di cui spesso neanche si parla.

Noi “occidentali” forse non potremo fare molto per aiutarli, non potremo effettivamente combattere al loro fianco. Ma credo che già iniziare ad interessarsi – in maniera più o meno attiva – alla loro storia, innanzitutto raccontandola, possa essere un primo passo per forgiare dei nuovi weichafe. Dei nuovi guerrieri. In modo da sentirli urlare ancora marrichiweo!!! (dieci volte vinceremo!!!)

Approfondimenti:




qui il video per gli amici di Facebook: http://www.youtube.com/watch?v=4RlEmdxWCcQ

Perché nessuno si occupa dei Mapuche?



Si può essere arrestati per aver “rubato” dei fili d'erba? Si può essere, per questo, accusati di essere dei “pericolosi terroristi”?
Qui in Europa un'accusa del genere probabilmente farebbe ridere. Eppure succede, quasi quotidianamente, in Sudamerica, in un territorio tra il Cile e l'Argentina. Nella “nazione” dei Mapuche.
Il termine Mapuche deriva dalla lingua madre di questo popolo e significa “Popolo della Terra” (dal Mapudungun: Che: “Popolo” e Mapu:”della Terra”). E proprio dalla terra traggono la loro forza, il loro stesso modo di vivere. Ogni azione volta a danneggiare l'ambiente, infatti, viene vissuta come un'offesa mortale alla loro dignità. Si potrebbe dire che uccidendo l'ambiente si uccidono i Mapuche.
«Senza la terra, il mapuche non è niente, muore spiritualmente e culturalmente. Senza la terra, la machi (guaritrice) non può trovare le piante medicinali e cerimoniali, per curare la gente e per venerare le persone che sono tornate alla madre terra. Senza il lonko (campo della comunità) non può più esercitare il potere politico. Ricuperare le nostre terre vuol dire ricostruire il nostro popolo, il nostro territorio sacro, il nostro potere economico».
Dice Jorge Huenchllan, che è il werken (cioè il portavoce) di una delle tante comunità che compongono il popolo Mapuche.
Come si intuisce facilmente, questa popolazione vive di agricoltura, vide di e per la Terra.
Per questo, ogniqualvolta è arrivato qualche usurpatore, qualcuno intenzionato a togliergliela quella terra – e quindi a togliergli la loro stessa identità – hanno imbracciato le armi e si sono ribellati all'oppressore. È successo con la Corona Spagnola, che ha versato tanto sangue in Sudamerica ma mai quello Mapuche; succede oggi con le grandi multinazionali.
Immaginate una società millenaria che funziona perfettamente, sviluppata intorno al concetto di famiglia (seppur estesa, come i clan scozzesi resi famosi da film come Highlander) in cui le figure preminenti sono il “lonko” cioè il capo-famiglia e lo sciamano. In tempi di guerra i lonko delle varie famiglie lasciano il posto ad un “toqui” (portatore d'ascia). Immaginate che questa stessa società – che geograficamente si identifica tra il fiume Aconcagua (Cile) e la pampa argentina – si risvegli un bel giorno tra trivelle e macchinari pronti a stuprarne il territorio.
Perché è esattamente questo quello che succede ogni giorno. Negazione della propria identità e sottrazione delle proprie terre sono i problemi principali di quella che è considerata ormai una minoranza etnica, e nemmeno internazionalmente riconosciuta.
Oggi il fiero popolo Mapuche è circoscritto in riserve (la c.d. politica della “riduzione” ha fatto sì che gli stati nazionali pagassero cittadini europei per andare a coltivare le terre fino ad allora erano state dei Mapuche, i quali sono considerati dal Potere “gente pigra, ignorante e dedita all'alcol” e non so perché, ma questo trittico mi ricorda qualcosa al di qua dell'oceano. Ma questa è un'altra storia...). È un po' quel che è stato fatto con gli Indiani d'America all'arrivo dell'usurpatore europeo o quel che avviene con i palestinesi, ai quali ogni giorno viene rubata la loro terra.
«Noi crediamo fortemente che sia la gente ad appartenere alla terra e non la terra ad appartenere al popolo»
dice Juana Pailallef, e credo non ci sia miglior modo per spiegare la loro concezione dell'ancestrale rapporto tra l'uomo e la terra.
Per colpa delle multinazionali, e dell'asservimento ad esse di uno governo che sembra riadoperare le stesse metodologie dell'era Pinochet, oggi la terra a disposizione delle famiglie Mapuche si aggira intorno ai 3 ettari cadauno da coltivare, appena sufficienti per nutrire e sostenere l'educazione dei figli e che, a furia di essere coltivata sta diventando quasi sterile. Il risultato di queste politiche di “modernizzazione” portate avanti dal capitalismo fascista crea così il forte problema della malunitrizione, che li spinge – come nelle migliori campagne di emigrazione verso l'“era moderna”- ad abbandonare le loro terre e stabilizzarsi – da popolo nomade – nei grandi agglomerati cittadini, dove svolgono lavori poco retribuiti quali manovalanza di varia natura e/o collaborazione domestica in quanto non dispongono di un alto livello di istruzione (il tasso di analfabetismo nel popolo Mapuche si aggira intorno al 50%).
“Recupero di terre ancestrali”. E' questo il crimine – in violazione della Ley de Seguridad Interior del Estado e la Ley Antiterrorista – di cui vengono accusati i tantissimi prigionieri politici nelle carceri cilene. Sono chiamati “terroristi” solo perché difendono la loro terra. Mentre le multinazionali che distruggono la terra, i carabinieri che reprimono sparando ad alzo zero senza distinzione tra donne, uomini e bambini spesso uccidendoli (come nel 2002 con la morte del 17enne Alex Lemún Saavedra o di Juan Collihuín, rimasto ucciso nel 2006) o che rapiscono non vengono minimamente sfiorati da accuse, arresti e processi. Ma si sa: il Potere è al di sopra di qualsiasi legge.
Molti leaders Mapuche sono costretti ad emigrare all'estero per evitare l'arresto e la morte (quasi) certa per le torture che subiscono in carcere; ai bambini viene dedicato l'infame trattamento dell'isolamento dalle loro famiglie dopo l'arresto o torture quali pallini antisommossa sparati alla schiena o alle gambe, creando così shock e problemi psicologici di varia natura con i quali faranno i conti per il resto della loro vita.
Con tutto questo, qualcuno si chiederà, ci saranno grandi interventi della comunità internazionale. Ed invece no. Né le grandi organizzazioni internazionali come l'O.N.U. - sempre più schierata a favore dei Padroni – tantomeno la c.d. “comunità internazionale” ha fatto qualcosa di serio per far terminare la chiara violazione dei diritti umani perpetrata nei confronti del popolo Mapuche. Nell'ambito della riunione dell'Esame Periodico Universale (EPU), un nuovo meccanismo delle Nazioni Unite che ogni quattro anni esamina la situazione di un determinato paese, il Cile è stato solamente richiamato al rispetto dei diritti umani, senza però che a parlare in quella conferenza ci fossero esponenti Mapuche. E questo dovrebbe far capire molto della politica di asservimento delle organizzazioni internazionali.


Proprio per questo, da oggi questo blog diventa – anche – la voce dei Mapuche. Non sarà molto, ma almeno è più di quel che si sta facendo a livello internazionale. Perché credo che il terrorismo non sia là dove si difende la propria terra, ma sia nelle stanze dei bottoni dalle comode poltrone, dove si decide la vita o la morte del mondo guardando quante banconote vengono messe sul tavolo.


“Gli occhi neri di Lautaro
gettano migliaia di lampi.
Come soli fanno germogliare i solchi
come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente
che non vuole essere schiavo
come un puma in gabbia”
(Rayen Kvyeh)


Approfondimenti:
  1. Mapuche International Link:http://www.mapuche-nation.org/
  2. Mapuche: gente della Terra (informazioni in italiano): http://it.mapuches.org/
  3. I Mapuche contro la Benetton: la terra non si tocca! http://www.ecoblog.it/post/8526/i-mapuche-contro-benetton-per-lesproprio-dei-terreni-in-patagonia
  4. Riscatto culturale: la storia del popolo Mapuche: http://www.eidetica.eu/riscatto/mapuche.htm
  5. La lettera di Reporter Senza Frontiere alla Presidente Bachelet: http://www.rsf.org/spip.php?page=article&id_article=27352

Orizzonte comune

Intervista a Michael Hardt di Giuliano Santoro per Carta

Michael Hardt ha 49 anni e insegna alla Duke University nel North Carolina. Lo intervistiamo mentre ha dato alle stampe «Commonwealth», il terzo capitolo dell'opera che ha cominciato nel 2000 insieme a Toni Negri con «Impero» [pubblicato in Italia nell'autunno del 2001, solo qualche settimana dopo il luglio del G8 genovese] e che è proseguita con «Moltitudine». Adesso il G8 torna in Italia ed è un'occasione per discutere del «nuovo ordine mondiale» e dei cambiamenti di questi anni.
«Tutto ciò che avevamo visto nel periodo del movimento di Genova e di quello globale, cioè la costruzione di un nuovo ordine mondiale con nuove forme di organizzazione reticolare, oggi funziona a pieno regime – dice Michael – In questi anni, dopo Genova e l'11 settembre, ci sono stati momenti in cui poteva sembrare che gli Stati Uniti erano davvero capaci di gestire il mondo secondo lo schema dell'imperialismo, in maniera unilaterale. La guerra in Iraq, ad esempio, era concepita dagli architetti della Casa Bianca come una dimostrazione dell'esistenza di un ordine mondiale che andava contro l'ipotesi che avevamo descritto con Toni in “Impero” e che aveva descritto il movimento in generale. Volevamo sottolineare che il nemico non era più uno stato-nazione. Ci opponevamo invece a tanti stati più le istituzioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale o il G8, oltre ovviamente ai grandi capitalisti. Si trattava di una rete di collaborazione in formazione, con diversi poteri di diversi tipi e con diverse gerarchie tra loro. Il fallimento dell'operazione unilateralista di George W. Bush non è solo militare. È anche economico e politico. È stato il fallimento dell'imperialismo». Ci troviamo allo stesso punto di otto anni fa?
No, ma abbiamo la stessa necessità di capire il nuovo ordine in formazione, che corrisponde all'Impero. Il termine non m'importa molto, m'interessa il concetto. Mi interessa capire i lineamenti e la forma di questo nuovo potere. Il nostro compito, quindi, è ancora quello degli anni di Genova. Dobbiamo capire qual è il nostro nemico, analizzare il potere che si sta formando, trovare i modi per confrontarci con esso e gestire una resistenza efficace. Scrivendo «Impero» ritenevamo che l'antiamericanismo tradizionale non fosse più adeguato al livello delle dominazioni mondiali. Questo fatto oggi è evidente a tutti.
Quando uscì «Impero» doveste confrontarvi con due critiche, soprattutto. La prima proveniva dai marxisti più ortodossi, che vi accusavano di negare l'esistenza dell'imperialismo tradizionale. La seconda, molto più acuta, sosteneva che la vostra teoria rischiava di cadere, come aveva fatto il marxismo storicista, in una concezione lineare e progressiva del tempo. Rischiavate di ripetere lo schema secondo cui l'accumularsi delle contraddizioni cresce col tempo e porta necessariamente il capitalismo al collasso. Negli anni successivi avete sventato questa trappola teorica incrociando i vostri scudi con i pensatori del sud del mondo e con l'archivio degli studi postcoloniali.

Le lotte anticoloniali e gli studi postcoloniali hanno il merito di analizzare il potere che viene dopo il colonialismo ma mantiene ancora forme di dominazione molto forti. Riconosco il pericolo di cadere in una nozione dle progresso automatica, secondo cui il capitale stesso automaticamente sviluppa alternative economiche e sociali. La storia non è progressiva, è un misto di diversi tempi. Penso però che bisogna mantenere un'idea di progresso come esito delle lotte. Abbiamo una tradizione di lotte per la libertà, per la democrazia, per l'uguaglianza. Non stiamo parlando di una teleologia astratta, della «marcia di libertà della storia»,come diceva Hegel, che si sviluppa oggettivamente. Tuttavia, dobbiamo riconoscere una marcia di libertà che viene da un'accumulazione di lotte, che costruiscono una specie di teleologia materiale.
Ma la coesistenza di più «tempi storici» e più «modi di produzione» dentro la globalizzazione e persino dentro lo stesso territorio di cui parlano i teorici postcoloniali ci evita di cadere in semplificazioni e schematismi.
Il concetto di «moltitudine» che preferisco è proprio quello che sottolinea l'eterogeneità di cui parli. Non si tratta solo di eterogeneità sociale, cioè di diversi soggetti sociali che hanno diversi bisogni, ma anche di eterogeneità di tempi e di obiettivi. Per questo la lotta per la libertà non è unica e non pone il soggetto unificato. Non c'è una sintesi di tutte le lotte. Credo che questa eterogeneità di soggettività sia importante. L'Impero da questo punto di vista è più una domanda che una risposta. Lo stesso per la moltitudine. Come si fa a concepire in questa eterogeneità di soggettività di tempi e di società, un modo di lottare comune, in cui partecipiamo insieme? È la sfida che abbiamo imparato in questi anni sia dagli studi postcoloniali che, almeno per me negli Stati Uniti, dagli studi che arrivano dagli afroamericani e dalle femministe.
In questi anni è cambiata la situazione sociale italiana ed europea. Essa fornisce indicazioni sul fatto che non necessariamente questo soggetto multiplo che voi chiamate moltitudine provoca effetti positivi?L'ossessione per la «sicurezza» non indica il fatto che una società irrappresentabile in senso tradizionale a causa delle sue ricchezze e delle sue differenze non si riconosca automaticamente in uno spazio comune e possa produrre gerarchie, razzismi, violenze?
La moltitudine non è solo un concetto empirico, come le masse o la folla. Io e Toni cerchiamo di capire il concetto di moltitudine come organizzazione. Non bisogna «essere moltitudine», bisogna «fare moltitudine». Ciò che vogliamo nominare per moltitudine è un modo di organizzazione. Per questo sono d'accordo con Paolo Virno quando parla delle ambiguità della moltitudine. La folla può produrre cose mostruose, come sappiamo. Ma noi guardiamo la cosa da un altro punto di vista, non parliamo di un processo spontaneo.
Il nostro concetto di moltitudine non ha nulla a che vedere con l'anarchia. La moltitudine è una nuova forma di organizzazione, e in questo mi sento comunista, alternativa alla tradizione che ci arriva dai partiti. L'ambiguità della moltitudine si combatte con nuove forme di organizzazione politica. Qui ci ricolleghiamo alla questione precedente: pensare che il progresso scaturisca automaticamente dalle condizioni date è un po' come pensare che da una moltitudine che origina dalle nove forme di lavoro nascano spontaneamente effetti positivi. È necessaria una buona dose di allenamento politico per «fare moltitudine».
Nel 2000 concludevate Impero con tre punti per un programma politico: il reddito di cittadinanza, la libera circolazione dei migranti e la riappropriazione dei mezzi di produzione, che nel caso della produzione intellettuale era inteso come lotta ai brevetti e al copyright. Pensi che siano rivendicazioni ancora attuali?
Non erano intuizioni nostre. Raccoglievamo quello che sentivamo dai movimenti e dalla gente che avevamo attorno. Ci sembrava un buon modo per concludere un libro teorico. Un lettore poteva dire:«Adesso cosa si può fare?». Tanti giornalisti ci dicevano la stessa cosa che dicevano ai movimenti:«Questi non hanno nulla da proporre in pratica». E invece allora come oggi c'erano tantissime proposte ragionevoli. Anche dieci anni dopo quei punti indicano un campo di lotta politica attuale che corrisponde alle idee del libro.
Se ripensiamo al 2001, l'altro cambiamento riguarda il paese in cui vivi, gli Stati Uniti. Antiamericanista o no, il militante di sinistra europeo aveva una certa spocchia nei confronti dell'America. Dalle ultime elezioni europee viene fuori che il Vecchio Continente si sposta a destra. E invece gli Usa di Obama sono un laboratorio delle nuove forme di politica. Tuttavia i movimenti che hanno contribuito all'elezione di Obama, come quello dei migranti, sono in crisi.
Non sono un sostenitore di Barack Obama, ma credo che la sua amministrazione stia facendo un'operazione molto intelligente. Stanno sperimentando una nuova possibilità politica, anche se nell'ambito tradizionale statale. Come analista politico mi interessa. Quanto ai movimenti, credo soffrano una crisi di orientamento. Fare politica nei movimenti contro Bush e la guerra era facile. Adesso il governo non è «nemico» allo stesso modo. I movimenti sono vittime di uno schema: o decidono di trattare Obama come Bush, e quindi continuano a fare quello che facevano prima, o appoggiano il governo contro la destra. Non hanno ancora scoperto altre possibilità.
In senso più generale, la situazione è analoga a quella che si vive in tanti paesi con governi di sinistra dell'America Latina. Certamente, Obama non è di sinistra alla maniera di Chávez o Lula. Ma la situazione è simile per il fatto che i movimenti non hanno capito come attraversare quest'empasse, l'alternativa tra resistenza o appoggio. Per questo, i movimenti statunitensi possono imparare molto da movimenti latinamericani. In Bolivia e Brasile ci sono diversi esempi di movimenti che vanno oltre l'empasse del governo di sinistra.
Questo non è un momento di grandi numeri e grandi attività per i movimenti statunitensi, invece ci sarebbe la possibilità di fare molte cose. Non siamo più costretti a combattere le idiozie di Bush come la tortura o l'unilateralismo. Possiamo fare cose molto più importanti e più belle. Non bisogna per forza scegliere tra resistenza e appoggio. Dobbiamo trovare il modo di essere contro il governo, ma in modo diverso dall'epoca di Bush.
Fino a che punto Obama è cosciente del fatto che lui è frutto della crisi della rappresentanza e che deve molto ai movimenti?
Di sicuro nell'amministrazione Obama ci sono molti esponenti che vengono da una tradizione di lotte. I latinos, la lunga storia delle lotte afroamericane, persino gli altermondialisti: alcuni uomini dello staff di Obama non vengono da quei movimenti ma sicuramente dall'onda di quei movimenti. Ovviamente questo non significa che continuino il lavoro di quei movimenti. Del resto, nessuno pensa che Evo Morales in Bolivia prosegua in maniera diretta l'azione dei movimenti. Il punto è scoprire come essere critica del governo.
In autunno esce negli Stati Uniti il nuovo libro che hai scritto insieme a Toni Negri. Di cosa vi occupate questa volta?
Il libro si intitola «Commonwealth», una parola che ha un doppio senso: si riferisce sia alla ricchezza comune che al governo della tradizione inglese del Seicento. Non so come potremmo rendere questo gioco in italiano, forse con «comune». È interessante che in italiano questa parola indichi anche il governo della città. Una dele cose di cui parliamo è il rapporto tra i due sensi del comune. Da un lato c'è quello che potremmo chiamare il «comune naturale», cioè la terra e tutto ciò che gli appartiene: acqua, terra, aria,tutto ciò che abbiamo e dobbiamo usare in comune. Questo è l'aspetto ecologico del comune. L'altro senso, di cui ci interessiamo di più, è il comune creato dall'attività umana, che è sempre più centrale nella produzione capitalistica: la produzione di idee, affetti, immagini, comunicazione, conoscenza. Ogni volta che questa sfera si fa proprietà privata o statale diventa meno produttiva. Ogni idea che diventa proprietà è meno produttiva, per questo la necessità del capitale di convertire il comune in proprietà distrugge la produttività stessa...
...ti interrompo solo per un chiarimento terminologico, visto che parli di «produzione». Dopo che i movimenti di questi anni hanno liberato dalle loro definizioni liberali i concetti di «libertà» e «democrazia» pensi sia il momento di riappropriarsi anche di questa parola?
Intanto voglio dire che [se ci riusciamo, ma non è scontato] dobbiamo liberare anche la parola «comunismo». Quanto alla produzione, per noi è centrale la produzione di soggettività. Ma la produzione di soggettività è centrale anche nella produzione capitalistica. Il capitalismo contemporaneo punta soprattutto a produrre rapporti sociali, affetti, idee.
Sono completamente d'accordo con chi dice che si debba fermare la macchina che distrugge la terra e la vita sociale. Tuttavia, non so fino a che punto la teoria della decrescita riesca a tenere presente un concetto di produzione non industriale e non materiale.
Forse si tratta di abbandonare le pretese di unità di misura capitalistiche che ormai sono del tutto arbitrarie, a cominciare dalla pretesa di misurare il salario in ore di lavoro e la ricchezza in profitti. Quindi anche il concetto di «crescita» è arbitrario. La crisi, in fondo è crisi dell'unità di misura capitalistica e del suo ultimo appiglio, la rendita finanziaria. Il capitale non riesce più a contenere la vita.
Certamente. La vecchia misura capitalistica non funziona più. Ma il capitale è capace di trovare nuove unità di misura? Penso di no. Con la finanza abbiamo assistito a modi allucinanti di misurare la vita delle persone. Tuttavia, non penso che si debba semplicemente fissare una nuova unità di misura, magari più umana. Dobbiamo concepire la vita e il comune come qualcosa che non ha misura, che non è misurabile o quantificabile.
Del resto,la crisi economica ha mostrato quanto si intrecci il tema dei biocombustibili, che riguarda i beni comuni, con quello della speculazione finanziaria, dei mutui e delle assicurazioni, che riguardano la monetizzazione del comune, della vita e dei servizi.
La crisi impone questo confronto. È importante capire quali sono i rapporti tra le due facce del comune, quello naturale e quello artificiale, tra l'accesso all'acqua e la libera circolazione delle idee. Sono entrambi cruciali, e i legami tra di essi vanno sviluppati: in dicembre, a Copenaghen c'è il vertice sul postKyoto per i cambiamenti climatici. Quello potrebbe essere il momento di tessere meglio la relazione tra i movimenti contro il cambiamento climatico, che in generale non hanno molto sviluppato la prospettiva anticapitalistica, e quelli anticapitalistici che non hanno ancora elaborato una visione ecologista. Il tema del comune è un terreno su cui sviluppare questi conflitti.
Dobbiamo occuparci del comune, di come governarlo senza distruggerlo. Dobbiamo capire come funziona il comune nella produzione capitalistica, come fondare istituzioni del comune, come costruire una società fondata né sulla proprietà privata né su quella pubblica. Si tratta di sviluppare una critica della proprietà, sia pubblica che privata, come forma di potere. Ciò che la proprietà privata è per il capitalismo e quella pubblica è per il socialismo, il comune dovrebbe essere per una nuova idea di comunismo.

Carta per la Democrazia Insorgente

1. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sgretolamento della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, che ci eravamo abituati a considerare come uno spazio pubblico forse insufficente, ma comunque inalienabile. Tale consunzione lascia in piedi le forme sempre più vuote delle istituzioni democratiche; non le cancella d’un colpo e rapidamente come fecero i totalitarismi del 900, ma le priva -fino alla paralisi completa- di ogni potere concreto e decisionale; le riduce, per sottrazione continua, a inerti simulacri. Questo lento colpo di stato si è realizzato in Italia secondo un programma affine a quello redatto, anni fa, dalla loggia segreta P2; i cui esponenti sono oggi assurti alle più alte cariche dello Stato e a posizioni direttive nei giornali e nelle televisioni. Controllo completo dell’informazione; presidenzialismo sempre più accentuato; derisione delle leggi penali e intimidazione della magistratura; eliminazione delle lotte sindacali e dello spazio pubblico; a questi punti del vecchio programma autoritario si è aggiunto il razzismo e il letterale neofascismo della Lega.

2. Parlamento, istituzioni tradizionali della rappresentanza, partiti, sopravvivono come forme di puro spettacolo, tanto più ossessivamente presenti nei talk shaw e nei cerimoniali, quanto più sono sostanzialmente privi del potere più elementare di decisione. Il regime democratico viene integrato da centri decisionali ufficiosi, servizi e associazioni parallele, che si diffondono in una molteplicità frammentata. Questa attività in ombra affianca la celebrazione pubblica dello spettacolo. Essa si dispone accanto alle istituzioni, alle leggi e agli ordini professionali visibili. L’apparato giuridico e istituzionale resta apparentemente intatto: ma le decisioni spettano effettivamente ai poteri paralleli.
Non si tratta solo di interventi clamorosi e violenti, ma anche di misure che riguardano l’ordinaria quotidianità. I concorsi pubblici sono sostituiti da riunioni preliminari ufficiose; le decisioni amministrative sono prese entro consorterie private, sottratte a qualsiasi controllo delle amministrazioni elette; la libertà di stampa viene controllata prima di ogni censura da comitati editoriali che scelgono i giornalisti affidabili; molti reati finanziari sono di fatto depenalizzati, anche se le leggi che dovrebbero punirli restano ufficialmente in vigore. Questo processo determina la divergenza sistematica tra la regola pubblicamente ammessa e il centro decisionale occulto: cinismo, ipocrisia oggettiva, menzogna, divengono comportamenti sociali indispensabili per orientarsi in questa sorta di doppio comando sociale permanente. Chi resta legato ingenuamente all’apparenza pubblica dello spettacolo (e per es. si oppone a una decisione di fatto in nome di una norma del diritto) viene minacciato o emarginato.

3. Mafia e camorra divengono un modello attuale di funzionamento associativo segreto: non dunque una sopravvivenza arcaica, ma un organismo a pieno titolo esistente entro la società dello spettacolo. Mafia e camorra scorrono –per così dire- accanto al simulacro del potere pubblico, lasciandolo il più possibile intatto, colpendo le persone che volessero farlo funzionare oltre un livello semplicemente formale. Il loro modello è seguito dagli organismi decisionali paralleli, che ormai sostituiscono i poteri formali dello Stato. Tutto deve sembrare immutato, mentre in realtà ogni cosa sta cambiando; così la messa in scena della democrazia inverte e sostituisce la sua pratica reale. Per l’occhio di uno spettatore distratto, le sue apparenze appaiono più che mai funzionanti. La nuova Società Autoritaria si espande lentamente, come un vapore e un miasma, in un’atmosfera che non oppone più resistenza. E’ un contagio sottile e penetrante, che attacca la sostanza stessa della democrazia: finchè basta il colpo di un dito per farne cadere l’involucro.

4. Comunque si voglia chiamare la nuova Società Autoritaria (“spettacolare integrato”, come voleva Debord; “democrazia dispotica”, come ha proposto Marco Revelli), certo è che essa coniuga alla diffusione delle merci e dei mercati alcuni elementi caratteristici dei regimi totalitari del 900, creando un sistema di potere inedito, non interamente assimilabile né alla democrazia né al fascismo storico. Al potere spettacolare diffuso si affiancano ormai organi di decisione concentrata, capaci di gestire procedure di emergenza o l’uso aperto della violenza, come è avvenuto in modo clamoroso al G8 di Genova.
Nel sistema giuridico classico lo stato d’emergenza permetteva il ricorso alla dittatura e la sospensione del diritto abituale; nella Società Autoritaria procedure d’emergenza simulate e ingigantite con tutti i mezzi mediatici divengono una pratica alternativa e ricorrente della democrazia. Il fascismo storico fu caratterizzato dall’intromissione dello Stato nell’economia. La Società Autoritaria è una risposta alla liberazione possibile dal lavoro e all'uso comunitario delle tecniche e delle risorse. Il suo ambito proprio non è lo Stato, né la fabbrica, ma il controllo della vita che fuoriesce ed esorbita dalle vecchie strutture di dominio. In tal senso, come si è visto nella recente crisi economica, lo Stato non funziona come gestore pubblico dell’economia, tanto meno si pone come totalità organica; esso è ormai ridotto a pura funzione di sostegno del mercato (di ciò è un piccolo ma interessante segno il fatto che le tangentopoli attuali siano dirette da imprenditori e non da politici).

5. La democrazia ha oggi due nemici, apparentemente opposti e in realtà complementari: da un lato lo Stato “consensuale”, ridotto a un complesso di funzioni, ordinate in funzione del mercato e ad esso del tutto subordinate. A differenza di quello classico, criticato dal marxismo per il suo carattere ideologico, qui lo Stato si pone esplicitamente al servizio del mercato e trova anzi la sua gloria e la sua residua legittimazione nello svolgere questa funzione nel modo più efficiente possibile. D’altro lato, si diffonde invece una ideologia “umanitaria”, con cui si pretende di giustificare l’intervento violento in altre aree del mondo, in nome di una presunta difesa dei diritti umani delle vittime (come si è affermato per il Kosovo, per l’Afghanistan, per l’Iraq); questo democraticismo umanitario, in compenso, non riconosce alcun conflitto reale all’interno della propria identità statuale, coesa e consensuale. Il conflitto è rigettato interamente all’esterno e sull’”altro”. Questo universalismo umanitario è astratto, mentre quello concreto dovrebbe riconoscere il legame tra la disuguaglianza nelle metropoli occidentali e quella che domina in altri luoghi del mondo. Al contrario, si accredita l’idea di un’identità occidentale tutta coesa intorno al suo roccioso nucleo identitario e alle sue funzioni di governance del mercato: mentre al di fuori si estende il mondo feroce ed estraneo, che si tratterebbe di ricondurre sotto l’ordine della nostra polizia.

6. Questo ibrido di consensualismo e di universalismo astratto culmina in una società gerarchica e razzista, entro cui riaffiorano tratti tipici dei governi totalitari del 900. Rifiutando la nozione stessa di un conflitto reale, di una parte dei senza parte entro la nostra realtà sociale, cancellando la sua visibilità, il peso del negativo (peraltro sempre più difficilmente contestabile) ricade per intero sulle spalle dell’altro e dell’estraneo; è il nemico, il criminale, che introduce un alieno disordine in ciò che di per sé funzionerebbe come il migliore dei mondi possibili. Uno stupido buonismo ottimista si salda così a misure ferocemente gerarchiche, neanche esprimibili come tali: un conflitto non più dicibile e simbolizzabile si riversa come nuda violenza tra chi ha parte e chi non ne ha, più simile a una rivolta di schiavi che a un’insurrezione di cittadini. Di volta in volta, un gruppo etnico o gli immigrati in generale, vengono esclusi di fatto dalla cittadinanza, oggettivati come capri espiatori e mostrati come i responsabili della nostra insicurezza.

7. Il dominio astratto dell’economia e del diritto subisce una correzione, con l’affermarsi della Società Autoritaria, che ripropone rapporti di potere personali, forme di dipendenza servile, figure mitiche di soggettività. In primo piano, nella scena pubblica, restano le relazioni formali del diritto e del mercato; ma, contemporaneamente, si sovrappone ad esse la personalizzazione dei rapporti di potere. Una “decisione politica” viene a sovrapporsi al funzionamento “puro” del diritto e del mercato, per gestire procedure di emergenza continuamente riprodotte o inventate; esse esigono l’intervento di un potere diretto e personale (il carismatico Premier non si è forse precipitato a Napoli per vuotarla della monnezza? L’assai meno carismatico leader del PD non ha imposto forse un decreto d’urgenza per la questione sicurezza, che conteneva una riedizione in sordina delle leggi razziali?). Una mistura di astrazione giuridico-economica e personalità autoritaria caratterizza il regime spettacolare attuale: destinato al governo di una normalità che ormai non è più tale, ma un succedersi di mediocri eccezioni.
Il controllo sempre più soffocante sulla vita, si associa però a una festa spettacolare in cui non ne rimane traccia: il mondo rappresentato nei media è più che mai e sempre di più quello della libertà universale e senza limiti, promessa dall’ideologia della merce. Ciò che è rappresentato è l’inversione di ciò che è reale.

8. La Società Autoritaria procede intensificando, allo stesso tempo, l’atomizzazione e la separazione degli individui e la loro riunificazione immaginaria o fittizia, nelle immagini carismatiche dei leader o in quelle mediatiche della televisione. Una tendenza all’individualismo narcisistico e illimitato si salda così a una tendenza complementare al dispotismo. Quanto più si urla in tutte le piazze “Consumate e arricchitevi”, tanto più il successo e la gestione delle ricchezze sono affidati a una elite preselezionata e precotta, indegnamente legata da fili familistici e clientelari; l’uguaglianza immaginaria di fronte al denaro e al consumo nasconde la sempre più feroce disuguglianza reale. Raramente un regime politico ha intrattenuto una così sistematica dissociazione tra la psiche e la soggettività dei suoi membri e le gerarchie reali del potere. In tale scissione permanente tra il desiderare e il potere, è del tutto ovvio che la corruzione pubblica e privata si propaghi come unica forma di mobilità sociale, che il vendere se stessi appaia come uso tollerato; che a spettacolari ascese si accompagnino terrificanti cadute, esse stesse destinate a mantenere vivo il meccanismo (e le vendite) dei media spettacolari. Atomizzazione e dispotismo sembrano messaggi contraddittori; ma congiungendoli insieme la Società Autoritaria riesce meglio a spezzare la forza di resistenza del singolo e la sua capacità di unirsi a coloro che sono offesi ed oppressi quanto lui.

9. I partiti della Sinistra non hanno compreso la natura spettacolare della Società Autoritaria; sono entrati, come i poveri cristi a un banchetto di signori, nelle giunte, nel parlamento, nel governo. Si sono cioè identificati anima e corpo con gli istituti di rappresentanza formale dello Stato, nel momento in cui in verità questi non contano e non decidono più nulla. Hanno creduto allo spettacolo della politica, come se fosse la più rocciosa e indiscutibile delle realtà: hanno accettato cariche presidenze, ministeri, assessorati, come se in tali luoghi fosse ancora possibile esercitare il potere: più che una volontà, vediamo qui una nostalgia di potenza, che la cerca dove non ne rimane un’ombra. Afflitti dalla scomparsa del passato, i gruppi dirigenti della Sinistra sono rimasti legati alla forma del Partito, riflesso e premessa delle rappresentanze statali; mentre queste svanivano di fronte ai poteri paralleli e allo “spettacolo” della Società Autoritaria. Mentre i concorrenti del Pd almeno miravano dritto all’oro di una banca, la sinistra si accontentava della carta stagnola delle cariche parlamentari: così mostrando di credere più al fantasma spettacolare dell’unità nazionale, che al conflitto di classe sempre meno rappresentato, e sempre meno visibile, in atto nella realtà.

10. Il rifiuto della violenza come strumento della lotta politica deriva dal suo elemento ripetitivo e mimetico. La risposta alla violenza tende a perpetuarla, assimilando i modi stessi dell’aggressore. La militarizzazione della lotta politica tende a sospendere quei diritti e quel rispetto della vita, che si volevano, all’inizio, salvaguardare. Essi restano –al massimo- il fine remoto dell’azione; ma nel frattempo viene usata, come mezzo, la violenza stessa dell’aggressore, si deve sospendere, per un tempo indeterminato, il rispetto dei diritti umani. In tale tempo, la risposta diviene speculare e simmetrica all’atto aggressivo. Siamo talmente assorbiti dai mezzi, da dimenticare completamente i fini.
D’altra parte, la risposta non violenta all’oppressione non ha nulla del conformismo legalista: essa comporta la sospensione continua delle leggi e degli ordini, che permettono il dispiegarsi dell’azione violenta. La disobbedienza civile, la non collaborazione, il boicottaggio, lo sciopero selvaggio, generale o generalizzato, sono i principali strumenti di lotta non violenta, proposti da Gandhi: in effetti, la non violenza va intesa come il rispetto senza riserve dell’integrità fisica e psichica di qualunque essere umano. Se tuttavia uno sciopero produce danni al denaro o alle macchine dell’oppressore, ciò è assolutamente legittimo: forse che il denaro ha carne e sangue, che soffrono? O le macchine hanno un’anima tenera, che non si può offendere? Gandhi ha così riassunto il concetto di non violenza: “Un vero seguace della resistenza civile si limita a ignorare l’autorità dello Stato. Egli si pone al di fuori della legge rifiutandosi di obbedire a tutte le leggi immorali dello Stato…Quando un insieme di uomini cessa di riconoscere lo Stato sotto il quale fino ad allora ha vissuto, ha quasi creato un suo nuovo Stato”.
A differenza da Gandhi, tuttavia, pacifisti radicali (come Simone Weil e Dietrich Bonhoffer) ritennero legittima la violenza di resistenza contro un regime di genocidio sistematico o contro la pratica generalizzata dei campi di sterminio. Si può ritenere che di fronte alla pianificazione della stessa scomparsa dell’umano, e solo in tal caso, la violenza di resistenza divenga un male inevitabile.

11. Alla Società Autoritaria si contrappone la Democrazia Insorgente. Essa porta alla luce il conflitto latente nella realtà sociale, sottratto alla visibilità da rappresentazioni smortamente conciliative e ipocritamente “buoniste”; dà voce e articolazione alla lotta dei “senza parte”, e cioè di coloro che sono di fatto esclusi dalla cittadinanza e ancor più dall’elite dominante; impedisce che il conflitto sia risolto dalla polizia di stato o rimesso al puro arbitrio dei rapporti di forza. E’ lecito immaginare istituzioni democratiche diverse da quelle dello Stato, in cui sia possibile prendere decisioni che riguardano l’essere-in-comune, rispettando la differenza dell’altro, e la specificità dell’ambiente sociale in cui deve essere assunta la decisione. Al decentramento –ovunque possibile- delle decisioni politiche, meglio corrispondono istituzioni partecipative, invece che parlamentari; esse hanno fatto la loro comparsa nelle insorgenze rivoluzionarie del 900 e affiorano in movimenti di lotta vivi oggi in diversi luoghi del mondo. E’ un’utopia? E forse lo “Stato sociale” non è la più tramontata delle utopie? E lo “Stato democratico” non sta seguendo la stessa sorte? Almeno l’istituzione partecipata mira a trasformare in modo nuovo l’esistente e il futuro, a definire una nuova condizione di cittadinanza. Il realismo politico è tale solo in apparenza e non fa che aggrapparsi a forme di fatto già liquidate dalla storia, come lo Stato Nazione, subordinato alla logica economica mondiale e globale. Non si è visto forse il ministro nazional-popolare Padoa-Schioppa eseguire come uno zelante funzionario gli ordini suicidi della Banca Centrale Europea?

12. Esiste in Italia una rete possibile di presidi, movimenti locali e di base -come in val di Susa e a Vicenza-, Centri sociali, Cantieri autonomi, che potrebbero scegliere la forma della democrazia insorgente, abbandonando rappresentanze formali vuote. L’azione politica dev’essere, ovunque possibile, radicata nel “sito”, nella specificità del luogo e dell’ambito vitale, in cui sono coinvolti i suoi attori. L’azione politica è sempre “situata” e rigorosamente tempestiva in una situazione data. Il “sito” è l’essere-in-comune dove gli umani possono convenire insieme, rovesciando i rapporti asimmetrici di potere; l’azione politica si radica indissolubilmente alla specificità del “sito” in cui interviene. In Italia questi luoghi specifici di resistenza e di azione politica sono sparsi e diffusi a livello molecolare. Come collegarli in una forma comune, senza ricadere nell’ottica ingannevole dei Partiti e delle istituzioni dello Stato? Occorre, in primo luogo, definire il principio regolatore di un’attività politica possibile: l’unità di misura di questo agire sarebbe una comunicazione orientata a persuadere l’altro, piuttosto che a determinarne la sottomissione in un rapporto di servitù; ma d’altra parte, questa persuasione per comunicazione non ha nulla di idilliaco, non è garantita da nessuna “expertise” e si scontra duramente con i poteri gerarchici effettivamente esistenti. Se il dialogo è al principio della democrazia, esso apre il suo spazio all’interno del conflitto col potere, e la democrazia è costitutivamente e inevitabilmente “insorgente”.

13. L’”insorgenza” definisce quei momenti di cesura della storia, in cui –nell’intervallo tra la crisi di un vecchio regime e il costituirsi di nuove istituzioni- si è tentata la via di una comunità politica determinata dalla persuasione comune, e non dai rapporti di dominanza. C’è sempre l’eventualità che la deliberazione comune si irrigidisca in struttura astratta, che l’altro ricada nel medesimo, che i molti vengano ricondotti all’Uno. La democrazia insorgente non è una forma data una volta per tutte, ma l’opera continua di trasformazione del potere in libertà, della disuguaglianza in eguaglianza. E’ un processo, non uno Stato, e non ha mai termine definitivo. E’ in questo eccesso e in questo scarto, che Marx vedeva il significato irripetibile della Comune di Parigi. La “Costituzione comunale” si proponeva infatti esplicitamente di sfuggire all’autonomizzazione e all’irrigidirsi delle forme politiche, rispetto ai “molti” da cui esse erano state originariamente promosse. Le democrazie insorgenti non distruggono solo un regime autoritario, ma combattono la tendenza a solidificare la rivolta in nuove forme di astrazione, di dominio dell’Uno sui molti.

14. Quando oggi la democrazia spettacolare viene presentata come uguaglianza realizzata, questa è menzogna ed illusione; perché alla sua base sussiste un torto e una disuguaglianza sostanziale. Tuttavia, l’esistenza di questo torto non rende inutile il parlare di democrazia, ma ne costituisce l’essenza politica profonda: la democrazia non è uno Stato realizzato, ma il processo rivoluzionario grazie al quale i senza parte acquistano consapevolezza di sé e pretendono di rovesciare il rapporto di disuguaglianza in cui si trovano. Se l’uguaglianza è riconosciuta come principio, ma in effetti lo Stato esclude una parte dei senza parte dalla cittadinanza, allora chiederne un’applicazione più completa ed estesa significa riattivare il conflitto tra chi è privo di diritti e chi li possiede. Come ha mostrato Jacques Rancière nel caso del proletariato e del movimento delle donne, il riconoscimento formale del principio d’eguaglianza inaugura lo spazio in cui il torto può essere riconosciuto come tale, in cui si apre il disaccordo e il conflitto perché l’eguaglianza venga effettivamente realizzata. Battendosi per la cittadinanza e l’eguaglianza i “senza parte” si riconoscono come soggetto insorgente, in una consapevole lotta di classe e pongono le condizioni comunicative e simboliche della loro liberazione.
La democrazia è per sua essenza la rivendicazione di un torto e l’attivazione di un conflitto. La democrazia iscrive nel centro stesso dell’azione politica il disaccordo, il riconoscimento e il rifiuto del torto, la negazione della disuguaglianza. Nell’insorgenza democratica –che non può essere ridotta alla sola emancipazione economica- il popolo diviene ciò che prima non era, grazie all’articolazione linguistica e politica del suo diritto all’eguaglianza: soggetto riconosciuto come tale, uscito dalla sua condizione di minorità. Iscrivendo nel diritto scritto la rivendicazione di eguaglianza, i senza-parte escono dal loro mutismo dominato, divenendo consapevoli della propria potenza costituente. Il popolo, il demos, tende a essere sempre o più di se stesso –senza parte che divengono soggetto politico-, o meno di se stesso –plebe e massa amorfa, passiva materia di dominio.

15. Nel 1832, durante un processo, il rivoluzionario Auguste Blanqui –richiesto della sua professione- rese la risposta simbolica: “proletario” e costrinse la corte a riconoscere l’esistenza di un soggetto, che –in quanto tale- non ne possedeva alcuna. Proletario significava infatti semplicemente colui che non ha nulla e non significa nulla; nella risposta di Blanqui, diventa un soggetto di diritti, che richiede il riconoscimento della propria eguaglianza. In una insorgenza rivoluzionaria, affermarsi come soggetto di diritti è altrettanto importante che impadronirsi dei mezzi di produzione. Aver trascurato questa verità, affidandosi all’automatico intensificarsi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, costituisce una delle debolezze maggiori del marxismo; mentre Marx stesso nei suoi scritti sulla Comune poneva la questione dei diritti politici e dell’uguaglianza al centro della sua riflessione. La fiducia cieca nel progresso tecnico, nello sviluppo ad ogni costo, nella crescita continua dei mezzi di produzione e nel suo sbocco rivoluzionario, costituisce l’utopia delusa del marxismo; mentre invece la lotta di classe conserva la sua bruciante attualità come nucleo profondo dell’azione politica. Cosa dovrebbe rispondere oggi un “senza parte” posto nelle stesse condizioni di Aguste Blanqui? Forse dovrebbe rivendicare con orgoglio simbolico di essere “Clandestino”, fuori delle leggi attuali dello Stato e disposto a lottare per un essere sociale in cui venir riconosciuto a pieno titolo “Cittadino”. Il passaggio dalla clandestinità alla cittadinanza è oggi un passaggio politico rivoluzionario, e riguarda in primo luogo i migranti e gli esclusi, ma anche tutti coloro che una condizione crescente di precarietà priva di luogo, di radice, di legame a un ambiente riconosciuto e riconoscibile di vita; vite e lavori precari, cui è impedito ogni progetto, che non sia la chiacchiera spettacolare; uomini cui è stato sottratto, in senso letterale, il tempo futuro e –con esso- il respiro della speranza.

16. Alle politiche della Società Autoritaria –realizzate da feroci politici clown- occorre rispondere con una ripresa espansiva del diritto di cittadinanza. Il lavoro politico democratico mira a costruire l’identità di una parte dei senza parte e includere in essa sia gli immigrati privi di diritti, che gli Italiani colpiti e immiseriti dalla nuova struttura gerarchica del potere. La loro divisione è mantenuta e coltivata con tutti i mezzi della società spettacolare, oltre che con l’uso sempre più frequente dello stato d’emergenza e di “insicurezza”.
Dentro o fuori le istituzioni esistenti, l’importante è che l’azione politica produca “inclusioni d’eguaglianza”. Da questo punto di vista i diritti dell’uomo e del cittadino non possono certo divenire un feticcio, buono a nascondere la disuguaglianza economica; ma possono essere uno strumento di riconoscimento identitario e di soggettivazione egualitaria dei senza parte. L’emancipazione sociale non può essere disgiunta dall’emancipazione politica, dalla lotta contro la caricatura del diritto imposto dalla Società Autoritaria.

17. In una nuova definizione del diritto di cittadinanza non si può prescindere da una “coscienza di luogo”. La parola “cittadino” allude oggi non solo al riconoscimento astratto e giuridico dell’eguaglianza e delle pari opportunità di lavoro e di vita (benché anche queste siano sempre più disattese dalla politica della Società Autoritaria), ma anche alla condizione concreta di “abitante della città”, una condizione materiale non vincolata al ciclo del capitale e alla produzione di valore. Ogni uomo ha diritto in primo luogo alla conservazione e alla salvaguardia dell’aria, della terra, dell’acqua e del fuoco (energia) del luogo in cui vive. Questo diritto elementare, base di ogni altro, gli è oggi negato da una sfruttamento illimitato delle risorse, retto dalla logica dello sviluppo e del profitto, che entra in contraddizione con la possibilità stessa della vita. La cittadinanza presuppone la salvaguardia del luogo e la cura per la sua qualità di vita. Essa non può essere limitata dall’etnia, dalla religione, dalla cultura di origine. Chi lavora e abita in un luogo ha diritto di partecipare alle assemblee, ai presidi, all’elettorato attivo e passivo, alla gestione delle vie di comunicazione, della sanità e dell’informazione del luogo di cui condivide il futuro ed ha il dovere di preservarne la qualità di vita e le risorse naturali. Egli è responsabile, in quanto cittadino, dei diritti e dei doveri che la sua appartenenza al luogo comporta. Il compito più urgente della democrazia insorgente è la richiesta della cittadinanza piena per i migranti che svolgano un lavoro lecito e utile in tutto il territorio italiano (intendendo con ciò la concessione dei diritti civili, politici e sociali). La definizione di lavoro “utile e lecito” richiede d’altra parte l’eliminazione del lavoro “nero” e clandestino e il riconoscimento della pari dignità di ogni lavoratore, del suo reddito minimo garantito: e inoltre l’abolizione di ogni forma di sfruttamento e di licenziamento sottratta al controllo delle leggi.

18. La salvezza delle risorse naturali dal modello economico che oggi le consuma richiede a un tempo, senza contraddizione, la “coscienza del luogo” in cui si vive, e il riconoscimento del diritto universale alla sopravvivenza della vita. Tutelando l’acqua e l’aria del paese o della valle in cui abito, contribuisco anche, come cittadino, alla difesa dell’acqua e dell’aria come beni universali, come risorsa comune e condivisa. Sempre più si intensificherà lo scontro tra gli Stati-funzione del capitale, che mirano all’incremento illimitato dello sfruttamento economico, e gli interessi vitali dei cittadini, che non vogliono vivere in un territorio desertificato o cementificato o ridotto a cumulo di rifiuti. Tra breve si imporrà una scelta radicale tra una tecnica guidata dalla volontà di potenza sulla natura e orientata al suo sfruttamento illimitato, e una tecnica che si ponga al servizio della qualità dei beni piuttosto che della loro quantità. Ciò non comporta affatto il rifiuto della scienza e della tecnica, ma –al contrario- un salto di paradigma nella loro struttura e nella loro finalità, una svolta copernicana già altre volte avvenuta nella storia dell’umanità. L’apparato tecnico deve essere adeguato alle attuali necessità vitali degli esseri umani e non viceversa.

19. Presidi, cantieri, consigli, municipi partecipati, si radicano nella realtà e nella coscienza del luogo, e vi difendono beni universali condivisi. La coscienza del luogo richiede perciò momenti di riconoscimento e di articolazione in cui le diverse realtà prendano contatto l’una con l’altra, e sostengano una lotta e un’iniziativa comuni. E’ possibile pensare a una Assemblea Costituente, in cui ogni presidio o comune mandi i propri delegati a rappresentarlo; ma essi sarebbero soggetti a un mandato imperativo e la loro nomina sottoposta a revoca in ogni momento, su richiesta della maggioranza dei cittadini che li hanno delegati. Un patto federativo può essere la base di una democrazia insorgente, fondata sui luoghi dove le comunità e le persone si formano, vivono, agiscono: le città e i territori.

20. In uno dei momenti più cupi della storia del 900, Walter Benjamin scriveva che la rivoluzione non era paragonabile alla locomotiva del progresso lanciata a folle velocità verso l’avvenire, ma piuttosto a un freno d’emergenza, che occorreva azionare, per impedire la catastrofe prodotta dal capitalismo; solo opponendo il principio del limite e del rispetto della vita a quello dello sviluppo e del profitto illimitato sarebbe possibile sperare ancora nella salvezza della terra. Questo compito è urgente e non rinviabile: il senso del nostro agire politico, e forse della nostra intera esistenza, dipende dalla tempestività e dall’efficacia della nostra insorgenza.

Avvertenze. Il termine “democrazia insorgente” è stato proposto da Miguel Abensour. La riflessione sulla democrazia come disaccordo, come torto e “parte dei senza parte”, è stata sviluppata da Jacques Rancière. “Coscienza di luogo” è un concetto proposto da Pierluigi Sullo. La riflessione sulla società dello spettacolo ha come principale riferimento Guy Debord. La complementarità fra atomizzazione e dispotismo risale a un testo di Tocqueville studiato da Claude Lefort. In un punto del testo viene utilizzata una frase di Hegel sul crollo dell’Ancien Régime. Si sono tenute presenti le Tesi sul nuovo fascismo, pubblicate anni fa dalla rivista “Luogo Comune”.