Visualizzazione post con etichetta anticapitalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anticapitalismo. Mostra tutti i post

Guatemala-Stati Uniti: del corpo migrante si fa lotteria

Tremila chilometri. È la lunghezza del tragitto che compiono quotidianamente le migranti centro e sudamericane per arrivare negli Stati Uniti. In mezzo il Messico, dove tra sequestri, treni merci e sfruttamento sessuale l'”american dream” che tanto sognano si trasforma in un “american nightmare”

Una volta l'uomo aveva un'anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano. [Stefan Zweig]


Visualizza Guatemala-Stati Uniti: del corpo migrante si fa lotteria in una mappa di dimensioni maggiori

Nei pressi di Contepec (Stato di Michoacán, Messico) - «Così finiscono gli stupratori» diceva il cartello che gli hanno trovato appeso al collo. Lui era Eladio Martinez Cruz[1], 24 anni, accusato di violenza sessuale. Il suo corpo è stato trovato, privo di vita e con i genitali tagliati, nei pressi di Contepec, nello stato messicano di Michoacán. Il suo nome sarà presto dimenticato, molto più difficile sarà dimenticare il modo in cui è stato ritrovato. Dallo scoppio della guerra tra e contro i cartelli della droga, iniziata nel 2006 dall'ex presidente Felipe Calderón Hinojosa, il Messico si è in qualche modo abituato a tutta una serie di rituali di comunicazione come i narcomantas, gli “striscioni” posti sui ponti stradali con i quali i cartelli si parlano, spesso accompagnati da qualche (presunto) traditore impiccato a monito generale. Non si sa se questo omicidio ricada nella fattispecie. Quello che è sicuro è che Eladio Martinez Cruz sarà ricordato come il primo uomo crocifisso per stupro.

Crocifisso per stupro. Eladio Martinez Cruz, accusato di stupro, viene rinvenuto crocifisso
ad un cartello stradale nei pressi di Contepec, nello stato di Michoacán, Messico.
fonte: forum.egcommunity.it

Un'immagine questa che ha fatto molto scalpore, quanto meno sui media italiani.

Un cimitero di contraccettivi. Scalpore inferiore, se non addirittura indifferenza, suscitano altre croci. Come le 19 che – emulando le Madres argentine - lo scorso febbraio tenevano in mano 26 donne salvadoregne[2], madri di persone scomparse lungo il tragitto che dal loro paese avrebbe dovuto portarli negli Stati Uniti, come gli altri 200.000 centroamericani che, recitano i dati dell'Instituto Nacional de Migración, attraversano il Messico per entrare illegalmente nel paese dell'opportunità per tutte e tutti, per prendersi il loro pezzo di “american dream” che per molti si trasforma in un incubo.
Preservativi e Depo-Provera, lungo i 5.000 chilometri che intercorrono tra la frontiera sud e quella nord del Messico, sono per le migranti gli unici compagni di viaggio su cui fare reale affidamento. Tra una frontiera e l'altra può succedere davvero di tutto, in special modo incappare nelle aggressioni che per migranti donne e transessuali significa subire abuso sessuale e per chi queste aggressioni le fa – autoctoni o lavoratori di quelle zone - un guadagno che varia da qualche spicciolo a qualche migliaio di pesos, con la polizia che spesso guarda ma non vede.
Aggressioni che in molti casi sfociano in veri e propri sequestri. «Il protocollo abituale» - dice Edu Pones, fotografo di Ruido Photo che ha partecipato al progetto En el Camino - «è dividere i migranti quando vengono sequestrati: quelli che hanno famiglia negli Stati Uniti e possono contattarli per chiedere il riscatto sono inviati nella sala uno, quelli che hanno famiglia ma non possono contattarli nella sala due. Non si sa cosa capiti a chi non ha famiglia negli Stati Uniti e non può pagare».

Un terzo dei medicinali antimalarici è contraffatto. Pagano i poveri del mondo, non Big Pharma

foto: lifemarketing.wordpress.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/un-terzo-dei-medicinali-antimalarici-e-contraffatto-pagano-i-poveri-del-mondo-non-big-pharma/28876/

Londra, 24 giugno 2012 – Secondo uno studio realizzato dai ricercatori del Fogarty International Center e del National Institute of Health ci sarebbero migliaia di campioni di medicinali antimalaria falsi. I ricercatori si sono basati sullo studio di 1.500 campioni relativi a sette antimalarici in sette stati del Sud Est asiatico e su 2.500 campioni prelevati in 21 stati dell'Africa sub-sahariana. Nessuno studio, invece arriva da Cina e India, paesi che sommano insieme circa un terzo della popolazione mondiale e dalla quale sembrano provenire molti dei medicinali contraffatti.
I ricercatori americani, inoltre, dichiarano come questi dati potrebbero dover essere ritoccati verso l'alto, in quanto potrebbero esserci casi non riportati per errore o non divulgati dalle compagnie farmaceutiche.

I dati, oggi, parlano di 3,3 miliardi di persone che rischiano di contrarre la malaria, una malattia considerata endemica in 106 paesi nonostante dal 2000 – stando a quanto dichiara l'Organizzazione mondiale della sanità – il rischio mortalità nel mondo si sia ridotto di un quarto (del 33% nei paesi africani che fanno parte dell'Organizzazione). Numeri che, come evidenziava a maggio Gaurvika Nayyar – a capo della ricerca – a Michelle Roberts della BBC[1], potrebbero essere ben diversi qualora «i medicinali messi a disposizione dei pazienti fossero efficaci, di alta qualità ed usati correttamente».

Lo studio evidenzia come sia più che carente la rete di strutture necessarie al monitoraggio della qualità dei medicinali somministrati, alla quale si aggiunge una scarsa consapevolezza del comparto medico riguardo le terapie nonché la facilità di aggiramento delle norme vigenti da parte delle organizzazioni criminali che hanno fiutato da tempo il business, come evidenzia un lungo articolo del Malaria Journal[2] pubblicato lo scorso anno.
I medicinali contraffatti, denuncia lo studio, contengono una quantità estremamente ridotta di artemisina (l'anti-malarico considerato attualmente più efficace), cosa che permette solamente di alleviare i primi sintomi della malattia e di passare alcuni test di base per l'autenticazione. La presenza di ingredienti sbagliati nei farmaci contraffatti, peraltro, può portare anche a gravi effetti collaterali qualora questi vengano assunti assieme ad altri medicinali quali quelli per il trattamento dell'Aids, ancora presente in molti dei paesi sottoposti allo studio.

Quello del mercato dei medicinali contraffatti è, però, un business consolidato delle reti criminali internazionali.

Rio+20, l'inutilità della “Cupula dos Ricos”

foto: classmeteo.wheter.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/rio20-linutilita-della-cupula-dos-ricos/28835/

Rio de Janeiro (Brasile), 23 giugno 2012 – A volerlo raccontare con un'immagine, il vertice ufficiale su ambiente e sviluppo che si sta tenendo in Brasile e che si sta concludendo in queste ore è tutto nella dicotomia racchiusa nelle parole di padre Alex Zanotelli, che in questi giorni ha partecipato anche al contro-vertice tenutosi all'Alterro do Flamengo: «Due vertici» - ha scritto il missionario comboniano in una lettera inviata a PeaceLink martedì[1] - «La Cupola dos Povos[2] fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. Mentre la “Cupola dos Ricos” è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid».

Se i significanti sono importanti tanto quanto i significati, dunque, le aspettative dei movimenti sociali si sono rivelate corrette. Ci si aspettava un completo fallimento e questo è arrivato, sotto le spoglie del documento – quarantanove pagine in tutto – di buone intenzioni e nulla più intitolate “Il futuro che vogliamo”.
Molto, comunque, è dipeso dalle assenze – ed anche dalle presenza – al vertice. Mancano infatti sia i presidenti di Stati Uniti e Germania, impegnati nel vertice messicano del G20, sia proposte legalmente vincolanti come convenzioni o trattati. Non c'era, contrariamente a quanto era stato annunciato alla vigilia, Stephan Schmidheney, “benefattore dell'umanità” condannato a sedici anni di carcere per essere stato a conoscenza dei danni dell'amianto e non averli divulgati per non perdere profitto. Al suo posto, comunque, c'erano altre grandi imprese dal profilo notoriamente “verde” quali la Bp, la Shell, la Coca Cola o la Monsanto. Un profilo “verde” come il greenwashing – come evidenzia il Corporate Europe Observatory, presente al vertice proprio per monitorare l'operato delle multinazionali - che ha caratterizzato queste giornate, nelle quali l'unica decisione che sembra realmente importante è quella relativa alla green economy, che in questo vertice è assurta a nuovo giocattolo degli inquinatori mondiali, tanto da essere definita nel documento ufficiale «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l'adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide». A riprova di questo il diniego alla proposta del G77 – che in realtà racchiude i 130 paesi meno industrializzati – di creare un fondo di 30 miliardi di dollari per finanziare la sostenibilità, così come non una parola è stata inserita in merito al modo con cui si intende eliminare la povertà.

Paraguay, destituito Lugo. Si riapre il "giardino di casa" statunitense?

foto: elblogdelapolillacubana.wordpress.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/paraguay-destituito-lugo-si-riapre-il-giardino-di-casa-statunitense/28857/

Asunción (Paraguay), 23 giugno 2012 – Da questa notte, Fernando Armindo Lugo Méndez non è più presidente del Paraguay. Al suo posto Federico Franco, 49enne ex vice-presidente divenuto nell'ultimo periodo acerrimo nemico dell'ex vescovo della Teologia della Liberazione in carica dal 2008.

Nei giorni scorsi sia il Senato che la camera bassa del Congresso, entrambe espressione dell'opposizione di destra, hanno votato a favore dell'impeachment per Lugo, al quale è stata addossata la responsabilità per l'aumento della violenza in Paraguay, sfociata la scorsa settimana in uno scontro tra contadini che occupavano una fattoria e polizia e che ha portato a 17 morti (9 contadini e 8 poliziotti) e oltre 80 feriti da armi da fuoco nella città di Curuguaty, dove da mesi centinaia di campesinos – appoggiati dalle principali organizzazioni contadine paraguayane – occupano parte della proprietà di Blas Riquelme, imprenditore e dirigente del Partido Colorado (oggi all'opposizione dopo 60 anni di governo) e nel quale sono in parecchi a denunciare la “mano invisibile” della multinazionale Monsanto, la quale ha annunciato di voler triplicare la sua attività nel Paese ed aumentare la produzione di organismi geneticamente modificati.
Proprio la politica governativa di redistribuzione delle terre ai sin tierras (“senza terra”) è stata da sempre osteggiata dall'area politica di riferimento del vecchio potere paraguayano, alla quale si è aggiunto anche il Partido Liberal che nel 2008 aveva invece sostenuto il presidente Lugo in una coalizione di cui facevano parte anche gli indigeni, i contadini ed i movimenti sociali. Un sostegno che si stava via via erodendo, in quanto l'ormai ex presidente non ha in questi anni mai direttamente attaccato gli interessi delle oligarchie paraguayane, ricalcando in questo più la sinistra moderata europea che non quella bolivariana latinoamericana.
Come riporta l'agenzia italiana Ansa[1] – non esattamente l'ufficio stampa del Comintern - l'estrema destra ha presentato al Senato anche una denuncia nella quale accusa l'ormai ex presidente di aver favorito «un clima di confronto politico» in Paraguay, così da dare una chiara matrice politica alla decisione, conclusasi con 39 voti favorevoli e solo 4 contrari. Tra i poteri del Senato paraguayano, infatti, c'è la possibilità di poter rimuovere il capo dello Stato attraverso un giudizio politico, uno strumento che applicato ad esempio in Italia, porterebbe ad un ricambio istituzionale più o meno ogni due giorni.

Dopo la decisione – accettata da Lugo al fine di evitare un bagno di sangue – la Piazza delle Armi di Asunción si è riempita di suoi sostenitori, in particolare contadini.

Intanto arrivano le prime reazioni internazionali. A farsi sentire per primo è stato l'Unasur, l'Unione delle Nazioni Sudamericane, che per bocca del segretario generale, il venezuelano Alí Rodríguez Araque ha paventato l'ipotesi di applicare la cosiddetta “clausola democratica”, che permette ai paesi facenti parte di questo organismo di non riconoscere il neo-governo Franco. «L'unico governo legittimo che Quito riconosce in Paraguay è quello presieduto da Fernando Lugo», ha scritto sul proprio profilo Twitter il presidente dell'Ecuador, il socialista Rafael Correa.

Tra qualche giorno sapremo se il governo Franco durerà, come in Honduras nel 2009[2], o se anche in Paraguay si avrà l'”effetto Chávez”, quando il presidente venezuelano venne rimesso al suo posto da una sollevazione popolare (e da un esercito golpista formato per lo più da ufficiali, essendo i soldati semplici rimasti fedeli al presidente legittimo) a 48 ore dal colpo di stato militare presieduto da Pedro Francisco Carmona Estanga nell'aprile del 2002.

Note
[1] Paraguay: Lugo lascia potere, Franco presidente, agenzia Ansa, 23 giugno 2012;
[2] Honduras: colpo di stato contro Zelaya, A Sud, 29 giugno 2009

Cupula dos povos, le quattro vie d'uscita dalla crisi

foto: globalproject.info
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/cupula-dos-povos-le-quattro-vie-duscita-dalla-crisi/28800/

Rio de Janeiro (Brasile), 21 giugno 2012 – Ambientale, sociale, di genere, democratica. Sono queste le quattro declinazioni uscite fuori dalla quinta giornata della Cupula dos povos, il contro-vertice dei movimenti sociali che si è tenuta nell'Alterro do Flamengo, in contemporanea con i lavori preparativi del vertice ufficiale di Rio+20, che qualcuno giudica fallimentare solo perché mancano i “grandi” leader come Obama o Angela Merkel, impegnati nel G20 che si sta tenendo in queste ore in Messico pur sapendo che la loro presenza non avrebbe spostato di un millimetro le decisioni del vertice. Tanto è vero che proprio il vertice allargato dei potenti che si sta tenendo a Los Cabos ha stanziato ben 100 miliardi di dollari per i combustibili fossili. Così, tanto per dare fin da subito l'idea di come si muoveranno le discussioni in questi giorni[1].

Per ognuna delle quattro formulazioni della crisi, naturalmente, esiste una questione di giustizia che dovrà ispirare il lavoro dei movimenti sociali di tutto il mondo. Partendo però da due assunti imprescindibili: quello della impossibilità di continuare a muoversi in «un sistema sostenibile con dei politici insostenibili» e quello – che del primo è conseguenza – che la gestione dei beni comuni possa essere fatta solo dalle comunità locali «scardinando il fallimentare meccanismo della rappresentanza impregnata di una corruzione endemica, dentro un sistema culturale fortemente antropocentrico, anche nelle pratiche spesso retoriche, che non tiene in considerazione i diritti naturali», come scrivono Clarissa Sant'ana e Franco Carrassi dell'Art Lab Occupato e Francesca Stanca dell'associazione Ya Basta! per Globlaproject[2].

Per questo i movimenti si sono dati come base da cui ripartire i quattro principi e le quattro virtù teorizzate da Leonardo Boff, cioè il rispetto nei confronti di tutti gli esseri, la cura – intesa come reciprocità in contrasto con il principio di dominazione – la responsabilità universale come processo di consapevolizzazione delle conseguenze degli atti individuali quotidiani nonché la cooperazione e la solidarietà come assunti quotidiani e non solo come comportamenti da tenersi durante periodi di emergenza.
Ospitalità, convivenza e convivialità, tolleranza e commensalismo (il quale intende, tra gli altri, anche il diritto all'accesso al cibo per tutte e tutti) sono le virtù nelle quali poi i principi trovano attuazione.

«Perché non siamo né ospiti, né amministratori del pianeta, noi siamo il pianeta».


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/06/cupula-dos-povos-vida-nao-se-vende-vida.html;
[2] Cupula dos Povos, quinta giornata: pensare differente per agire differente, di Clarissa Sant'Ana e Franco Carrassi (Art Lab Occupato - Globalproject Parma), Francesca Stanca (Ass. Ya Basta - Globalproject), globalproject.info, 19 giugno 2012

Cupula dos povos: a vida nao se vende, a vida se defende!

foto: asud.net
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/cupula-dos-povos-la-vita-non-si-vende-la-vita-si-difende/28761/

Rio de Janeiro (Brasile), 20 giugno 2012 – Ci sarebbe una interferenza con i sistemi elettronici e le frequenze dell'aeroporto Santos Dummond, situato a due chilometri dall'Alterro do Flamengo dove si sta svolgendo il contro-vertice alla base del tentativo – fallito – dell'Anatel (l'Agenzia nazionale delle telecomunicazioni brasiliana) di chiudere Radio Cupula, la radio comunitaria che fa parte degli organi di informazione ufficiali della Cupula dos Povos, l'incontro dei movimenti sociali che si sta tenendo in questi giorni a Rio de Janeiro in contemporanea con “Rio+20”, il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che, come raccontano molti commentatori, si rivelerà come il solito bluff di governi e grandi imprese[1].

Per rendere reale questa interferenza c'è però un problema tecnico: Radio Cupula, infatti, trasmette in bassa frequenza, e dunque le motivazioni vanno cercate da altre parti. Forse – come si lascia sfuggire un poliziotto – nel fastidio che la radio darebbe alla rete televisiva Globo, che si sarebbe voluta accaparrare i “diritti esclusivi” dell'evento.
Dare fastidio, comunque, è esattamente l'idea che i movimenti riuniti in questo tipo di eventi – ormai una tradizione dell'antagonismo mondiale, da Seattle in poi – si sono prefissati.


Gli “indigeribili” beni comuni. L'idea dei movimenti presenti in queste giornate è quella di arrivare a produrre un documento comune – che verrà discusso nell'assemblea plenaria di oggi - da presentare poi al vertice ufficiale delle Nazioni Unite di Riocentro, contenente la ricetta per uscire “dal basso” da questa crisi globale plurima (sociale ed ambientale prima ancora che economico-finanziaria).

Documento comune come i beni, per i quali non è più importante definire gli aspetti più prettamente teorici – cosa significa “bene comune” è entrato ormai da anni nel vocabolario di tutti i movimenti – quanto quelli pratici, relativi alla loro gestione quotidiana e nel lungo periodo.

La prima assemblea, tra le oltre mille iniziative che si sono tenute in questi giorni all'”atterraggio dei fenicotteri” (come è stato chiamato il parco affacciato sulla baia di Guanabara e sul Pan di Zucchero), ha visto l'articolaçao dos povoso indigenos do Brasil (detto anche spazio APIB), al centro del quale ci sono stati gli indigeni, che hanno denunciato sia la loro impossibilità di partecipare al vertice di Riocentro che la necessità di creare un fronte comune tra le varie tribù

Rio+20 e Cupula dos povos, in Brasile si discuteranno i nuovi modelli di sviluppo mondiale

info.abril.com.br
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/rio20-e-cupula-dos-povos-in-brasile-si-discuteranno-i-nuovi-modelli-di-sviluppo-mondiale/28698/

Rio de Janeiro (Brasile), 17 giugno 2012 – Sono iniziati nei giorni scorsi i lavori del PrepCom, il Preparatory Committee al quale è stato affidato il compito di trovare un documento finale da presentare alle delegazioni governative statali che arriveranno a Rio de Janeiro mercoledì, per il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo presentato con la formula “Rio+20”, per ricordare che proprio questa città ospitò il più che fallimentare vertice del 1992, quando si decise che la Terra sarebbe diventata un posto migliore attraverso politiche più verdi e sostenibili.
A vent'anni di distanza, però, si può sostenere senza tema di smentita che quelle promesse non furono fatte dinanzi ai popoli ma dinanzi a grandi imprese ed istituzioni capitalistiche sovranazionali (così come in quegli anni, ancora oggi i paesi devono sottostare ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio) che, dietro contenitori apparentemente accettabili quali sviluppo ed economia sostenibili nascondevano la privatizzazione dei servizi essenziali – basti considerare in tal senso la lotta globale per l'acqua, che in Italia vede un referendum in attesa di applicazione – la finanziarizzazione economica e, per riflesso, sociale.

In questi venti anni, infatti, né il clima né i popoli hanno goduto di quelle promesse. Nonostante il Progetto del Millennio dell'Onu in un documento divulgato a dicembre evidenzi come negli ultimi dieci anni la mortalità infantile sia stata ridotta del 30%, con l'aumento della scolarizzazione e la diminuzione dei conflitti armati, «ancora oggi quasi 900 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2.600 milioni non vivono in condizioni igieniche di base accettabili» così come «più di 900 milioni di persone (il 13% della popolazione globale) vivono in condizioni d'indigenza estrema e appena 17 milioni avranno superato la soglia della povertà nel 2015», come scriveva Frei Betto, tra i principali esponenti della Teologia della Liberazione ed ex assessore del primo governo brasiliano di Luiz Inácio “Lula” da Silva per il programma Fome Zero (Fame Zero).

Fino ad ora, però, i documenti fin qui redatti non sono stati considerati all'altezza delle aspettative, ed è alto il pericolo che quelli che verranno realizzati nei giorni prossimi seguano la stessa via, anche perché nei vari forum ufficiali che si sono tenuti in questi anni la soluzione dei problemi mondiali è stata affidata proprio a chi quei problemi ha concorso ad aumentarli.

Gita "no Tav" con polemica

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/gita-no-tav-con-polemica/22589/

foto: Stefano Trucco
Chiomonte (Torino) – Portare in gita due scolaresche e ritrovarsi denunciati. È quanto accaduto lo scorso 23 dicembre a due insegnanti di religione del liceo “Lorenzo Federici” di Trescore Balneario, nel bergamasco, che hanno scelto un luogo decisamente insolito per la gita: quella Val di Susa dove da tempo la cittadinanza resiste ad un progetto, quello della Tav, da più parti definito come inutile, eccessivamente costoso e, soprattutto, nocivo per la salute.

Ma il PD non ci sta. O, per meglio dire, è di un esponente del Partito Democratico – Stefano Esposito, convinto sostenitore della Tav così come gran parte del suo partito – la polemica più feroce. In una lettera al ministro dell'Istruzione, infatti, l'esponente democratico si è detto “sconcertato” dal fatto che sia stata autorizzata una gita didattica «in un luogo dove da mesi si commettono reati». Ad “aggravare” la situazione, probabilmente, anche il fatto che la guida scelta non fosse esattamente un esponente di quel “partito della par condicio” ormai da anni diventata riferimento di una parte della politica nazionale (e dunque locale) come Guido Fissore, attivista no-Tav e consigliere comunale a Villar Focchiardo. «Portare degli studenti, peraltro minorenni, a violare un'ordinanza prefettizia e ad ascoltare “sermoni” contro lo Stato non ha nulla a che vedere con l'approfondimento del fenomeno sociale e politico dell'opposizione alla Tav» - è il fulcro della tesi di Esposito, che ha anche accusato i due docenti di aver “strumentalizzato” le scolaresche.

Dall'istituto, invece, difendono l'operato dei due docenti. «È giusto far capire ai ragazzi quello che succede. La scuola non può essere slegata dalle notizie». I due insegnanti hanno, semplicemente, fatto quello che l'insegnamento imporrebbe: non solo tenere i ragazzi sui libri riempiendogli la testa con nozioni teoriche, ma anche – e soprattutto – insegnare ai ragazzi ad essere cittadini. E dunque portarli in uno dei luoghi che da mesi, e per mesi, ha trovato spazio nelle cronache deve essere stata una conseguenza logica. Interessante, peraltro, sarebbe capire se la meta sia effettivamente stata decisa dagli insegnanti o se – come spesso capita – i ragazzi abbiano chiesto una “deviazione” dal percorso originario.

Un'altra cosa interessante – che si trova facilmente navigando in rete – è che nei giorni scorsi proprio Esposito (di cui Dario Ferri su “Giornalettismo.com” tratteggia una brevissima biografia politica[1]) abbia partecipato ad un dibattito con gli studenti di Pinerolo per spiegare e confrontarsi sulle ragioni di chi è a favore o contrario alla Tav, non facendoci esattamente una gran figura.

La domanda, a questo punto, è spontanea: se invece che portati in gita nella parte “no Tav” della Valle di Susa la scolaresca fosse stata portata ad ascoltare un “sermone” di qualche amministratore delegato o di qualche dirigente delle aziende “sì Tav”, la reazione politica sarebbe stata la stessa?SB


Note
[1] Quel bulletto del deputato Pd, Dario Ferri, Giornalettismo.com, dicembre

Chiude il "giardino di casa" degli Stati Uniti. Nasce la Celac



Caracas (Venezuela) – 33 i paesi che ne fanno parte, per un “bacino di utenza” di circa 550 milioni di abitanti ed un prodotto interno di 6,3 bilioni di dollari. È questo il “biglietto da visita” della Celac, la Comunità dei paesi dell'America Latina e dei Caraibi formatasi ufficialmente nella capitale venezuelana nell'ambito del progetto di totale emancipazione dei paesi dell'America Latina dal controllo – più o meno esplicito e legale – degli Stati Uniti. Il “giardino di casa degli Stati Uniti” è stato ufficialmente chiuso. Per sempre?

L'obiettivo – dichiarato – del nuovo organismo è quello di dar vita ad un'organizzazione regionale alternativa all'Organizzazione degli Stati Americani (l'Osa), considerata da molti nient'altro che il prolungamento delle politiche di Washington.

L'idea parte da lontano, precisamente dagli anni '80, quando i ministri degli esteri di Venezuela, Panama, Messico e Colombia crearono il Gruppo di Contadora con lo scopo di porre fine ai conflitti armati (in particolare a quello dei “contras” in Nicaragua) che infuocavano l'area. Da lì, nel corso degli anni, il gruppo si è via via allargato ai paesi che uscivano dalle dittature militari (in molti casi appoggiate in maniera più o meno diretta dagli Stati Uniti) fino ad arrivare – l'anno è il 1986 – al cosiddetto “Gruppo di Rio”. «Con l'integrazione dei paesi anglo-carabibici» - ha sottolineato Álvaro Colom Caballeros, presidente social-democratico del Guatemala - «si creerà uno spazio di dialogo politico più ampio». Tra i sicuri leader del nuovo organismo il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías, sempre più avviato a raccogliere (o quanto meno a tentare di raccogliere) l'eredità di Simón Bolívar, “padre ideologico” degli ultimi movimenti politici nell'area. «Questo è il risultato dopo duecento anni di battaglia. Qui era stata imposta la dottrina Monroe: l'America agli americani, ossia agli Yankee. Hanno imposto il loro volere per duecento anni, ma ora è abbastanza».
È chiaro, dunque, che Stati Uniti e Canada non saranno né i benvenuti né invitati. «È tempo di avere un forum che sia più nostro, più vicino alla nostra realtà, senza un'influenza a favore del Nordamerica», ha dichiarato il presidente ecuadoriano Rafael Correa Delgado, a cui ha fatto eco il messicano Felipe Calderón Hinojosa, che nel discorso con cui si sono aperti i lavori per la costituzione della Celac ha sottolineato come questo «sarà un gruppo per lavorare a favore dell'unità e della prosperità».

Interessante, peraltro, notare come l'organizzazione non faccia caso agli schieramenti politici dei governi che ne fanno parte, dai già citati Chavez e Correa – esponenti di quel “socialismo in salsa latinoamericana” che sta ormai da anni tentando di fare dell'area un polo geopolitico indipendente ed alternativo agli Stati Uniti – a Felipe Calderón Hinojosa e Sebastian Piñera (quest'ultimo eletto presidente pro-tempore) rappresentanti invece dei movimenti di destra, non esattamente antagonisti agli statunitensi.
Un ruolo importante sarà destinato – quanto meno questa è l'intenzione – alla Cuba dei fratelli Castro. A Miraflores – sede del governo venezuelano dove la Celac è stata costituita – Raúl Castro Ruz ha “vestito i panni” del fratello Fidel, attaccando gli Stati Uniti sul “bloqueo”, il blocco economico, commerciale e finanziario che attanaglia da decenni l'isola, sottolineando come agli Stati Uniti non sarà più permesso di trattare l'America Latina come in passato.

Mercosur, Unasur, Alba e, ora, Celac. L'introduzione di meccanismi che eliminino il dollaro e – appena il parlamento urugayano ne avrà ratificato il documento costitutivo – la Banca del Sur. Il processo di emancipazione dei paesi dell'America Latina prevede le stesse tappe previste da quello che, stando a quanto sosteneva in un'intervistaJean Paul Pougala[1], sarebbe il processo di emancipazione del continente africano. La prossima “primavera araba” si svolgerà nell'ormai ex giardino di casa degli Stati Uniti?SB

«L’estrema gravità della crisi che colpisce attualmente l’Europa, in particolare la zona euro davanti all’esplosione dei debiti cosiddetti “sovrani” di Grecia e Italia, tra le altre cose ci porta a farci una domanda: non è che i popoli europei hanno una lezione da imparare dalle esperienze vissute da certi paesi del Sud, lezioni che vengono dalle strategie anticrisi che sono state adottate là? E finora sono state le ricette del Nord, con pretesa di validità universale, quelle che sono state rifilate abitualmente alle economie del Sud – anche in quei, molto rari, casi in cui convenivano anche ad esso. Ma quei tempi sono cambiati»

[Remy Herrera]


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/11/our-democratic-boys-piccola-storia.html, 28 novembre 2011

Nocara: all'ombra dell'ultima...antenna

Nocara (Cosenza) -  Nocara è un paese che si estende su una superficie di circa 33 kmq nell'Alto Jonio cosentino a circa 865 metri sul livello del mare che - stando alle tradizioni - sembra aver dato i natali a Ponzio Pilato, nonostante tale paternità sia rivendicata anche da altri comuni calabresi. Quel che è certo, comunque, è che il piccolo paese di Nocara è uno di quegli “atolli” ancora liberi dalla cementificazione selvaggia come se ne trovano, sempre meno, nella provincia italiana.
Ma il piccolo paese di Nocara, oggi, assomiglia alla Val Susa. L'ombra dell'”albero di noci” (o di mandorle, dal latino...) da cui prende il nome nelle mire di qualcuno dovrà essere oscurata da un'ombra ben più alta e minacciosa: quella di un'antenna alta 36 metri che, nei disegni dei “piani alti” dovrebbe servire alle forze di polizia tutte in un'ottica di sicurezza nazionale. Ma è davvero così fondamentale – nella ragnatela di antenne utilizzate dalle nostre forze dell'ordine – il paese di Nocara? È davvero di importanza strategica che questa venga posizionata in un posto di poche centinaia di abitanti e che – stando ai dati – fa qualcosa come 13 (tredici) abitanti per chilometro quadrato?

Prima di rispondere a queste domande bisogna sottolineare come questo – per i nocaresi – sia un deja vu: nel 2005, infatti, chi nell'amministrazione oggi si scaglia contro l'antenna, niente ebbe a dire contro quella di Radio Italia – che invero trovò l'unanimità della cittadinanza – poi spostata dal centro abitato per quel “difetto” di attirare i fulmini durante i temporali provocando danni alle abitazioni vicine.
Come poi ci insegna il “caso” Radio vaticana, l'inquinamento elettromagnetico che ogni antenna porta con sé – di qualunque natura essa sia – aumenta in maniera esponenziale tutta una serie di malattie che ormai sono ben note anche all'opinione pubblica quali leucemie, disturbi cardiaci, riproduttivi, neurologici e via discorrendo. È per certi versi inquietante, tornando al caso di Nocara, notare come il vice-sindaco – Giambattista Settembrino – di professione faccia il medico (chirurgo).

Può la politica – in nome di un ipotetico progresso e di un forse più reale becero affarismo – svendere la salute della cittadinanza?

NOTAV - diretta twitter

Dato che il circuito mainstream ne parlerà secondo gli interessi del Capitale (e della politica ad esso asservita e ben distributa lungo tutto l'arco parlamentare...) Señor Babylon si unisce a siti, blog e quant'altro per diventare megafono della resistenza dei valsusini. Potete seguire anche la diretta in streaming dal sito di Radio Blackout: http://www.radioblackout.org/



Anche Prato ha la sua Val di Susa?

Sottotitolo: Elogio del treno lento ed affollato.

«Dall'unità Firenze-Prato tutti hanno da guadagnarne. È ormai una realtà a cui si oppone solo un treno lento e affollato invece che una navetta veloce e pulita» dice Edoardo Nesi, scrittore, regista, imprenditore caduto sotto i colpi della globalizzazione ed anche assessore alla Cultura e allo Sviluppo economico della Provincia di Prato, intervistato dal quotidiano Repubblica (cronaca di Firenze) dello scorso 11 giugno.
Ma teniamo fermo il treno “lento ed affollato” (ci torneremo) e mettiamo da parte la nave “veloce e pulita” perché questo articolo non parla né di treni né di navi ma di aerei. Anzi, più che di aerei parla di aeroporti e, per essere precisi, parla dell'aeroporto di Firenze-Peretola.

Questa storia, però, inizia da tutt'altra parte. Dall'aeroporto di Ciampino, Roma.
«Ogni giorno sulla pista di Ciampino, a 150 metri dai palazzi della città, vengono bruciate almeno 60 tonnellate di cherosene e l'inquinamento prodotto viene scaricato senza alcun filtro direttamente nell'aria della città, mentre l'enorme rumore che gli aerei producono (superiore ai limiti di legge, come dimostrato dalle misure fatte da Legambiente e dalle centraline successivamente installate dal Comune di Ciampino) ci impedisce di vivere una vita normale» ebbe a dire Roberto Barcaroli, esperto di problemi della mobilità e dell'ambiente, impegnato nel Comitato per la riduzione dell'impatto ambientale dell'aeroporto romano al Congresso di Legambiente a Roma il 18 novembre del 2007.

E poi c'è Milano (Malpensa). Quella stessa Malpensa definita “disastro ecologico” dal Ministero dell'Ambiente come riportava “Il Fatto Quotidiano” qualche giorno fa (Qui l'articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/16/business-decessi-schianto-malpensa/118423/) nel quale si evidenziava come intorno allo scalo l'incremento delle malattie respiratorie fosse aumentato del 400% ; letta in altri termini «250.000 cittadini sacrificati sull'altare della ragion politica». Come riporta l'articolo dal 1997 al 2009 l'aumento della mortalità legata a malattie respiratorie è aumentato del 54,1% ed i ricoveri ospedalieri sono balzati dal 14% e il 7,8% ad oltre il 23%. Dati inquietanti, senza ombra di dubbio. Ancor più inquietante quando sai che tutto questo potrebbe capitare tra non molto tempo nella città di Prato. Cioè casa mia, il mio “cortile” nel quale certe cose non ce le voglio.

L'idea di fondo è quella di aumentare l'importanza strategica dell'impianto fiorentino, facendone pagare i costi a Prato, Campi Bisenzio e Sesto Fiorentino allungando l'attuale pista o creandone una nuova parallelamente al percorso autostradale. Il caro vecchio “mors tua vita mea” che diventa pratica politica.

Anticorpi: Documentario sull'infiltrazione mafiosa nell'edilizia a Reggio Emilia


Non ci sono luoghi al riparo dalle infiltrazioni mafiose. Pensare il contrario induce inevitabilmente a "tragici risvegli". Come avvenuto in Emilia Romagna, la ricca regione del nord Italia convinta per la sua storia di avere gli anticorpi per opporsi al radicamento delle mafie. La culla della Resistenza italiana è costretta ora a fare i conti con gli effetti della presenza criminale, come avvenuto nella provincia di Reggio Emilia. Secondo un imprenditore edile il boom dell'edilizia che ha interessato negli anni duemila il territorio è stato alimentato per il 50% da denaro illecito. Una denuncia clamorosa smentita in modo netto e sdegnato dalle autorità. Eppure gli elementi per non prenderla in considerazione sono troppi ed emergono sempre più ora che la crisi sta colpendo duramente il settore. Ma sul riciclaggio non ci sono dati, le banche non hanno lanciato allarmi, le forze dell'ordine nemmeno. Nel silenzio generale sulle illegalità commesse dai palazzinari, diecimila metri cubi di cemento hanno eroso a tempo di record la campagna e spopolato i centri storici.

"Anticorpi" è la prima delle nove inchieste del progetto "Est - Cittadini contro le mafie" un osservatorio - promosso dall’Associazione Ilaria Alpi, da FLARE Network (braccio europeo di Libera, l’associazione contro le mafie di Don Luigi Ciotti) e da Crji (Romanian Centre for investigative Journalism)- che, sfruttando inchieste giornalistiche e denunce dei cittadini europei si pone l'obiettivo di consapevolizzare sia la cittadinanza, troppo spesso distratta da altre notizie, sia le istituzioni europee.
Tre sono i filoni di interesse del progetto: il riciclaggio di denaro derivante da attività illecite nel settore edilizio, le infiltrazioni nel nascente mercato dell'eolico nonché un'ampia riflessione sugli strumenti giuridici utili a contrastare tali infiltrazioni.

Le nove inchieste saranno visibili - oltre che sul sito del progetto - anche su RaiNews (e su Señor Babylon)

Giochi nel Mediterraneo

Sottotitolo: Guerra fredda in scala nei mari di Sicilia.

Questa potrebbe essere una spy-story perfetta: c'è la Central Intelligence Agency e ci sono i russi, ci sono traffichini collusi con la politica e con la mafia siciliana, ci sono i servizi segreti ed imprese troppo piccole per il lavoro che vogliono fare.
Sarebbe una spy-story perfetta, ma è solo capitalismo.
Da qualche giorno, grazie alle rivolte in Libia, l'opinione pubblica ha potuto riascoltare nomi probabilmente dimenticati come quelli dell'Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) e di Gazprom, il colosso russo utilizzato in chiave (geo)politica da Putin e soci come ago della bilancia negli equilibri mondiali e dei quali nulla si dice quando – sovente – si parla dei rapporti del nostro paese con la “compagna” Russia, presi come siamo a guardare il dito (i rapporti personali Berlusconi-Putin) piuttosto che la luna (gli accordi economici e politici tra noi e loro).

Ci sono altri due nomi importanti in questa storia. Tanto importanti quanto sconosciuti.
Il 10 agosto del 2010 arriva sul tavolo dell'ex assessore all'Energia della Regione Sicilia Pier Carmelo Russo una lettera nella quale si chiede l'autorizzazione per poter raffinare in Sicilia qualcosa come cinque milioni di tonnellate di petrolio l'anno per almeno cinque anni. E questo solo come quantitativo minimo.
Nonostante ne vengano subito messe al corrente la questura di Palermo, la Guardia di Finanza ed il Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), la richiesta è di quelle importanti e, per questo, da tenere in forte considerazione. Quei cinque milioni di tonnellate annue, infatti, rappresentano circa un quinto del consumo totale annuo dell'intero paese.
Con tali volumi di raffinazione, pertanto, ci si aspetterebbe che fossero grandi multinazionali del settore come le già citate Eni e Gazprom a firmare la richiesta.
Sono invece due società praticamente sconosciute a dirsi pronte a stoccare il “petrolio degli ayatollah”: la Ibercom, una srl spagnola con sede ad Albacete, e la Corum Anlage, svizzera di proprietà di tal Antonino Giuseppe De Salvo, nato a Monza e noto come “procacciatore d'affari” ed esperto di assegni a vuoto (ne ha infatti emessi ben sette in due anni, secondo la Camera di Commercio).
C'è un'altra stranezza in questa storia: gli investigatori, infatti, si chiedono come possa una società con capitale sociale di appena 100 mila euro gestire un affare da 15 milioni. È dunque quasi logico pensare che dietro alle due società ci sia qualcun altro.

La terza via della Fiat


Torino - Il messaggio è arrivato forte e chiaro: se al referendum in programma giovedì e venerdì a Mirafiori non dovessero vincere i sì – cioè non dovesse passare la linea patronale – la FIAT non investirà più nello stabilimento e farà un passo ulteriore verso la dipartita dall'Italia.
Ma sarebbe davvero una perdita così devastante? Davvero non c'è alternativa al diktat di Marchionne?
A me sembra che un'alternativa, concreta e funzionante, a volerla vedere sia sotto gli occhi di tutti. Ma prima di arrivare a capire quale sia questa eventuale “terza via” bisogna porsi un'altra domanda, forse ancor più importante del dibattito “lavoro o diritti?” di questi giorni: la FIAT è ancora utile all'Italia o stiamo continuando a foraggiare (con 500 milioni di aiuti pubblici all'anno, checché ne dicano gli annunci della dirigenza) una zavorra i cui investimenti potrebbero essere usati in maniera diversa?

Se guardiamo al mercato – quanto meno a quello europeo – c'è un'unica risposta che si possa dare: la FIAT ormai da tempo ha perso in termini di competitività ed i numeri sparati – letteralmente – dall'amministratore delegato sono destinati a rimanere puro fumo negli occhi: non ci saranno né i 6 milioni di autovetture del mercato globale né quel milione e 600mila veicoli destinati al solo mercato italiano (da ciò se ne dovrebbe dedurre senza troppe difficoltà che non ci saranno neanche quei 20 miliardi in investimenti promessi e di cui, al momento, se ne sono visti a malapena un paio...).
Tutti questi numeri saranno destinati a non avere riscontro nella realtà per la conformazione stessa del mercato dove, ad un'offerta su cui sarebbe bene iniziare seriamente ad interrogarsi, non corrisponde una domanda tale – in termini quantitativi – da poter sopperire all'evidente surplus dell'offerta, attestato su livelli del +30-40% (cioè quasi mezzo mercato in più) in Europa e negli Stati Uniti e dove, come scriveva il Sole 24 Ore qualche giorno fa, anche il mercato cinese sembra andare nella stessa direzione, con una previsione nel prossimo quinquennio di una sovrapproduzione prevista intorno a quote del 20%.
È evidente, dunque, come a queste condizioni il mercato dell'auto non sia più un “mercato-rifugio” per il nostro paese.

Ma, come dice il famoso proverbio, le sciagure viaggiano in coppia e dunque ad una sempre maggior saturazione del mercato dobbiamo aggiungere anche la totale assenza di un progetto per il futuro del Lingotto. A parziale giustificazione, comunque, bisogna sottolineare come l'assenza di un piano industriale sia una evidente scelta politica che arriva direttamente dalla classe dirigente (e l'aver tenuto un ministero – quello dello Sviluppo Economico – vacante per mesi ne è un chiaro ed eloquente indizio).

Un bilancio in rosso per Obama

Una Casa Bianca ostaggio dei supporter del neoliberismo. Un passaggio tratto da "America, no we can't", il nuovo libro di Noam Chomsky in cui il padre della grammatica generativa e tra i pensatori più importanti del movimento altermondialista ci ricorda una cosa semplice ma che molto spesso ci dimentichiamo: che l'unico voto che davvero conta è quello dato nei Consigli di Amministrazione delle grandi multinazionali (come spesso dice Manu Chao...). L'articolo lo trovate anche a pag.11 dell'edizione odierna del quotidiano "Il Manifesto".

di Noam Chomsky

L'azione più importante di Barack Obama prima di assumere la carica è la scelta dello staff dirigente e dei consiglieri. La prima scelta è stata per la vice-presidenza: Joe Biden, uno dei sostenitori più tenaci dell'invasione in Iraq tra i senatori democratici, da lungo tempo addentro al mondo di Washington, che vota coerentemente come i compagni democratici - sebbene non sempre, come quando ha portato allegria negli istituti finanziari appoggiando un provvedimento per rendere più difficile agli individui cancellare i debiti dichiarando la propria condizione di insolvenza.
Il primo incarico post-elettorale è stata la nomina cruciale del capo di gabinetto: Rahm Emanuel, anch'egli uno dei più strenui sostenitori dell'invasione in Iraq tra i deputati democratici e, come Biden, buon conoscitore di Washington. Emanuel è anche uno dei maggiori beneficiari dei contributi di Wall Street alla campagna elettorale. Il Center for responsive politics riferisce che «è stato il massimo beneficiario, tra i rappresentanti, dei contributi per la campagna del 2008 provenienti da fondi a rischio, società private con capitale di rischio e le maggiori società finanziarie e di assicurazione». Da quando è stato eletto al Congresso nel 2002, «ha ricevuto più soldi da singoli e da comitati di sostegno elettorale nel mondo degli investimenti e delle assicurazioni che da altri settori dell'industria»; che sono anche quelli che hanno dato i contributi più consistenti ad Obama. Il suo compito era quello di controllare il modo in cui Obama affrontava la peggiore crisi finanziaria mai verificatasi dagli anni '30, per la quale i suoi finanziatori e quelli di Obama condividono ampie responsabilità.


La sinistra ai margini
In un'intervista di un editorialista del Wall Street Journal ad Emanuel fu chiesto che cosa avrebbe fatto la nuova amministrazione Obama riguardo alla «leadership democratica al Congresso, piena di baroni di sinistra con il loro proprio programma»; che contempla il taglio delle spese per la difesa e le «manovre per applicare esorbitanti tasse sull'energia per combattere il riscaldamento globale»;

Il nuovo ordinamento dell'università italiana

[qui: http://www.youtube.com/watch?v=EHZTtYvRXhw per chi avesse difficoltà nel visualizzare il video]

Prima di entrare nel vivo dell'articolo devo segnalare un'iniziativa: “La Notte dei Ricercatori 2010”, un appuntamento promosso dalla Commissione Europea. «Una notte bianca per proporre le storie di chi lavora giorno per giorno nei laboratori e centri di ricerca con competenza e passione. Una notte per presidiare uno dei temi strategici per la crescita culturale ed economica del nostro Paese. Una notte aspettando una nuova alba per la ricerca in italia», come recita il promo. Un evento che si terrà a Bologna, dove Via Zamboni, Piazza Scaravilli, Palazzo Poggi e Piazza Verdi, dalle 18 alle 23, saranno invase alla grande festa della ricerca [qui il dettaglio degli eventi: http://www.nottericercatori.it/2010/bologna/]. A questa iniziativa parteciperanno personaggi come Riccardo Iacona e Piero Angela, con talk-show condotto da Piazza Verdi da Enrico Bertolino. Sarà anche proposta un'intervista a Claudio Zarcone, padre del dottorando che si è suicidato a Parlermo lo scorso 13 settembre.
Dalle ore 18 partirà un pre-evento sul circuito delle web-radio universitarie che andrà poi a sfociare nella vera e propria diretta “a rete unificata” che potrà essere seguita – da chi non può essere a Bologna – collegandosi ai siti AltraTv.tv [http://www.altratv.tv/] e Rita101 [http://www.rita101.tv/] con irradioazione anche da parte delle web-tv del Corriere della Sera, Il fatto quotidiano, L'Unità, RaiNews24 ed altri media che si stanno aggiungendo col passare del tempo.

Detto questo, invitando nuovamente chi può ad andarci, partiamo con l'articolo.
Partiamo da una questione che chi – come lo scrivente – si trova in quel “magico e tragico” mondo noto come Università Italiana sta imparando a conoscere molto bene in questi giorni di inizio (parolone...) delle lezioni.
Il nome tecnico sarebbe Disegno di Legge (ddl) 1905, ed è la proposta con cui il Ministro della (d)Istruzione Pubblica Mariastella Gelmini di fatto sta revisionando la struttura portante del sistema universitario italiano mettendo sul patibolo – letteralmente – i ricercatori, spesso il vero punto di forza della didattica degli atenei.
Per prima cosa però voglio analizzare in breve l'unico aspetto positivo – anche qui siamo al livello dei paroloni – che trovo in questa proposta di legge: quella cioè di riportare in superficie il dibattito su una medio-piccola mafia con cui il mondo universitario fa i conti ormai da anni, e cioè il fatto che ai ricercatori – oltre alle mansioni per le quali sono qualificati, cioè fare ricerca – da anni viene anche demandato l'obbligo all'insegnamento in maniera totalmente gratuita (viene fatto passare addirittura come “volontariato”).

Per i fumogeni citofonare ore pasti




«Non faremo più perdere soldi ai lavoratori, da oggi solo scioperi di sabato o di sera»
[Raffaele Bonanni, "leader" Cisl].

Per i fumogeni, invece, citofonare ore pasti...

Lotta di classe e pubblicità: sicurezza sul lavoro e senso di democrazia in Italia.

La situazione è oggettivamente tragica ma a me, in tutta questa storia, vien da ridere.
Viene da ridere quando uno che si spaccia da sindacalista (solo noi abbiamo la categoria dei "sindacalisti-crumiri”?) che si affanna a farci sapere che è scampato alla morte per un fumogeno lanciatogli dalla platea la cui lanciatrice (una compagna dell'Askatasuna) altro non ha fatto che rispettare quella Costituzione di cui tutti i giorni parliamo. Non ci credete? Beh, leggetevi il primo comma dell'articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», ed un fumogeno rientra a pieno titolo sotto questa definizione. O no?
Il leader Cisl (e qui stendo un pietoso velo...) altro non ha fatto che ribadire ancora una volta quello di cui cantava Fabrizio De André qualche anno fa, cioè la paura del Potere quando si trova disarmato di fronte all'avversario. O meglio: quando l'avversario può utilizzare le stesse armi del Potere, cioè la violenza. Anche su questo aspetto però ho qualche dubbio. Siamo davvero sicuri che quello che frettolosamente è stato definito “atto di violenza” sia tale? Si può parlare di violenza quando quella forma espressiva è l'unica che può utilizzare chi per anni viene vessato, umiliato, soggiogato da una forza che gioca la sua partita in una posizione diseguale – e sempre migliore – dell'avversario? O forse, quello, è il modo in cui si chiede l'attenzione di chi è impegnato – in maniera consapevole o meno – a guardare da un'altra parte? Mi torna di nuovo in mente il famoso bombarolo di De André: il singolo che si fa braccio armato, e dunque diviene voce, di e per una moltitudine (non quella teorizzata da Toni Negri...), che è esattamente quello che è successo qualche giorno fa alla festa del PD. Sarebbe stato interessante sapere come i media borghesi avrebbero trattato il bombarolo faberiano nella realtà: come minimo lo avrebbero descritto come uno “degli antagonisti” appartenente “ai centri sociali” e che, a ben vedere, era anche un “anarchico”.
C'è poi un altro – ancor più importante – elemento su cui focalizzare l'attenzione. Potremmo definirlo “il senso di democrazia della classe politica italiana”. Torniamo sempre a quell'episodio ed al contesto nel quale si è creato: la festa del Partito Democratico. Ho ancora ben impresse davanti agli occhi le immagini di Enrico Letta colpito da “sgarbite acuta” (quella malattia che prende Sgarbi quando si “impalla” e, con indice accusatorio, inizia a ripetere sempre lo stesso insulto nei confronti di qualcun@) mentre ribadiva che il famoso fumogeno costituiva atto di “antidemocraticità”.

Saluteremo il Signor Padrone (che vuole andare in Serbia…)

37497_1446894186163_1647444681_31075044_3970152_n Ma quanto mi piace Marchionne. Quel suo stile “tu vuò fa l’americano”, quel look che lo distingue dagli altri “top-manager” italiani. Sì, Marchionne mi piace davvero. Peccato che sia arrivato tardi: un gran barzellettiere, noi, ce l’abbiamo già e a tempo perso fa anche il Presidente del Consiglio. Perché anche Sergio “l’americano” è un gran barzellettiere, e magari tra qualche anno – una volta scomparso dalle scene il Silvio nazionale – potrebbe anche aspirare a prenderne il testimone in politica, visto che nell’avanspettacolo sono quasi alla pari.

La più bella barzelletta che gli ho sentito raccontare, per adesso – ma aspetto miglioramenti in merito – è stata la famosa “lettera aperta agli operai”: «Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente». Inizia così il suo “appello” all’unità della ditta. Certo, considerando tutti i licenziamenti politici di questi giorni e le migliaia di operai messi in cassaintegrazione e che con la dipartita della FIAT in direzione Kragujevac (Serbia) quel “persone a cui si tiene veramente” mi suona un po’ strano. Ma Marchionne è americano, forse ha problemi con la lingua italiana. Dunque andiamo avanti…Tralasciando quel «vi scrivo da uomo» che mi ricorda tanto un certo calciatore che qualche anno fa si definì «più uomo di tutti voi messi insieme» di fronte ad un’incredula folla di giornalisti per poi fare una figura miserrima nei campionati successivi, mi viene da ridere quando – memore del concetto di “fabbrica come grande famiglia” che andava di moda in Italia qualche decennio fa – fa sapere agli operai che di lì a breve licenzierà che proprio quella lettera è il modo più «diretto ed umano che conosca per dire le cose come stanno». Si vede che io i Padroni non li ho mai capiti, visto che credevo che il metodo più diretto e umano che avessero per dire le cose come stavano fossero sì le lettere, ma quelle di licenziamento! Sul finire della lettera poi, come nelle migliori delle rappresentazioni, arrivano i fuochi d’artificio: «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Lo ammetto: questa è davvero buona, quasi quasi è meglio di «stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata» che ogni tanto ci sentiamo ripetere dalla Premiata Ditta di Governo…L’invito all’ “onor di bottega”, poi, è squisito: «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.