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Processo Rostagno, a confronto Carla Rostagno e "lo smemorato" maresciallo Cannas

foto: giuliocavalli.net
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/processo-rostagno-a-confronto-carla-rostagno-e-lo-smemorato-maresciallo-cannas/26142/

Trapani, 28 marzo 2012 – Udienza numero ventisei, quest'oggi, per il processo volto a stabilire la verità dei fatti sull'omicidio di Mauro Rostagno a Valderice, il 26 settembre 1988. Anche questa volta, come avvenuto per l'udienza di due settimane fa[1] è presente, nell'ambito del progetto legalità è presente una scolaresca. La scorsa udienza c'erano i ragazzi dell'istituto “D'Amico”, oggi – accompagnati dal professor Andrea Tilotta, docente di diritto – i ragazzi del liceo “Rosina Salvo” di Trapani.
Per questa udienza era stato programmato il confronto tra Carla Rostagno, sorella del giornalista, per la quale l'avvocato Vito Galluffo, difensore del boss Vito Mazzara ha chiesto la non compatibilità della sua presenza in aula, ed il maresciallo dei carabinieri Beniamino Cannas, che Chicca Roveri, compagna di Mauro Rostagno, sostiene essere stato una stretta “fonte” di Rostagno. «Carla Rostagno mi chiese se avevo davvero ottimi rapporti col fratello, confermai che era così, che ci si vedeva ogni tanto», ha risposto il maresciallo al pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Francesco Del Bene, in merito ad un suo incontro avvenuto quattro anni dopo l'omicidio proprio con Carla Rostagno la quale – ha continuato il teste - «mi esternò dubbi su Cardella (Francesco Cardella, cofondatore insieme a Rostagno della comunità di recupero per tossicodipendenti “Saman” a Trapani, ndr) dicendo che non fece nulla per evitare l'omicidio».
«Non ricordo» è stata invece la risposta data al procuratore Gaetano Paci in merito all'incontro tra Mauro Rostagno ed il boss di Campobello di Mazara Natale L'Ala, legato a Cosa Nostra attraverso i Badalamenti ed iscritto alla loggia massonica Scontrino (dunque Iside 2) che, secondo le ricostruzioni fatte dallo stesso – e riportate in aula a settembre dalla sorella del giornalista – avrebbe fortemente turbato Rostagno. Cannas poi, «non sa» se ci siano stati incontri tra Mariano Agate, boss di Mazara del Vallo appartenente anche alla massoneria e Licio Gelli, la cui presenza nel trapanese è però data per certa «da un rapporto giudiziario del 22 giugno '86 o '87».
Dopo essersi scagliato ripetutamente contro gli organi di stampa, accusati di averlo maltrattato ed ingiustamente attaccato ed aver attribuito la paternità delle indagini al maggiore Nazareno Montanti ed al maresciallo Bartolomeo Santomauro dato che lui non si occupò del delitto (pur avendo preso parte ai sopralluoghi, come testimoniava a settembre) il teste ha evidenziato come nell'ufficio corpi di reato fossero stati violati i sigilli delle scatole contenenti il materiale sulla Iside 2.

Quei 13 milioni su cui litiga l'antiracket siciliano

foto: narcomafie.it

Palermo, 11 marzo 2012 - Tredici milioni e quattrocentomila euro. A tanto ammonta il finanziamento che il ministero dell'Interno ha concesso alla Federazione delle Associazioni Antiracket (Fai), ad Addiopizzo ed a Confindustria Sicilia per portare avanti le proprie attività contro il racket e l'usura.
Assieme al finanziamento, però, sono arrivate anche le polemiche. La Rete per la Legalità – che comprende quarantaquattro associazioni, non solo siciliane – ha denunciato come siano poco chiari i criteri con i quali sono stati selezionati i beneficiari, dato anche il fatto che questi sono stati scelti senza bando pubblico. Per questo la Rete ha chiesto un incontro alla ministra Cancellieri al fine di esporre le proprie perplessità e proposte. «Costituiremo a breve un osservatorio sulla trasparenza dove metteremo tutti gli atti pubblicati in materia di finanziamenti al settore. L'obiettivo è quello di far sapere a tutti e in maniera trasparente quanto accade nel mondo dell'antiracket e antiusura. A questo si aggiungerà un monitoraggio continuo di tutti gli elementi attuativi del Fondo», ha detto Lino Busà, presidente di Sos Impresa, durante la conferenza stampa tenutasi in Senato lo scorso 7 marzo.
Analizzando l'iter con cui si è arrivati al finanziamento, Busà ci ha tenuto a sottolineare di non contestare lo scopo, ma di voler evitare che si crei un movimento antiracket di serie A e uno di livello più basso, «principio che indebolisce il senso stesso della nostra azione di contrasto alle mafie e di tutela agli imprenditori e ai collaboratori che denunciano».

In attesa dei fondi, comunque, non si ferma il lavoro dell'antimafia sociale. Quella politico-giudiziaria, invece, sembra essersi presa una piccola pausa dopo gli ultimi avvenimenti[1].

“Pizzo sei morto”, hanno urlato i bambini di Brancaccio in questi giorni, in una manifestazione organizzata da Addiopizzo e dall'associazione antiracket Libero Futuro, che tra venerdì e ieri ha visto, oltre alla “sfilata” attraverso corso dei Mille o viale Picciotti anche l'allestimento di due gazebo informativi in piazza Torrelunga. «Brancaccio», hanno detto gli organizzatori, «rimane ancora una zona molto resistente, ma ci sono anche dei segnali positivi, a cominciare dalle nuove generazioni che oggi hanno fatto sentire la loro voce».

Mentre a Brancaccio le nuove generazioni sono scese in strada contro il pizzo, chi la mafia la combatte da tempo – come Ignazio Cutrò, testimone di giustizia o associazioni come quella delle “Agende Rosse” di Agrigento o “Ad Est” - hanno organizzato una scorta civica per Salvatore Vella, sostituto procuratore che in passato si è occupato di delicate inchieste sulla mafia tra Sciacca, Marsala e Palermo e che ora, in servizio ad Agrigento, si è visto revocare l'auto blindata. «Il nostro ruolo», hanno spiegato i portavoce della scorta, «sarà cercare di far capire alle Istituzioni che siamo in un momento delicato e bisogna fare di tutto per salvaguardare l'incolumità dei magistrati antimafia. Lanciamo un appello alla politica agrigentina, come al solito insensibile a questi temi, affinché si attivi in fretta per risolvere la questione.»

Note
[1] Palermo, i giorni della faida(elettorale), InfoOggi.it, 10 marzo 2012

Mauro Rostagno, riparte il processo


Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/mauro-rostagno-riparte-il-processo/18860/

Trapani, 13 ottobre 2011 – Con l'udienza numero 19 è ripartito ieri il processo per l'omicidio di Mauro Rostagno, sociologo e giornalista di Radio Tele Cine (Rtc) ucciso a Valderice dalla mafia trapanese il 26 settembre 1988. Venne ucciso con quattro colpi di fucile e due di pistola sparati ai polmoni ed al cuore. L'ultimo alla testa, come si fa nelle esecuzioni.

Tutti sanno che questo è un omicidio di mafia. Lo sostenne fin da subito Calogero Germanà, l'allora capo della squadra mobile trapanese, lo dicono i pentiti e la Procura di Palermo. Lo dice Totò “'u curtu” Riina, per il quale Mauro Rostagno era una “camurria”, una seccatura.
Sul banco degli imputati il killer – ed ex campione di tiro a volo della nazionale italiana -Vito Mazzara come esecutore materiale del delitto e Vincenzo Virga, capomafia trapanese, ritenuto uno dei mandanti dell'omicidio nonostante non sia mai comparso in un articolo del giornalista (la sua caratura criminale, infatti, venne accertata solo alcuni anni dopo).

A parlare, nell'udienza tenutasi ieri presso la Corte d'Assise trapanese, è uno dei personaggi più importanti per quanto riguarda la parte processuale dell'omicidio. Giuseppe Linares, infatti, è l'ex capo della squadra mobile (oggi a capo della Criminalpol) di Trapani a cui si deve la riapertura del caso nel 2008, quando le indagini erano ad un passo dall'archiviazione.

Interrogato dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Francesco Del Bene e Gaetano Paci, Linares ha spiegato come l'idea di riaprire le indagini, all'epoca, venne da una semplice constatazione: «il modus operandi simile ad altri delitti».

Da qui, dunque, la necessità di riprendere in mano tutto il materiale fin lì prodotto per accertarsi se le indagini erano state svolte nel migliore dei modi. Come primo atto, la squadra mobile chiese una nuova perizia balistica, a fini comparativi, sui bossoli ritrovati sulla scena del crimine.
Il processo attualmente in corso sta dimostrando, peraltro, come per oltre venti anni non solo le indagini sono state fatte in maniera fortemente lacunosa (quanto volutamente?) e che, addirittura, alcuni verbali ed alcune testimonianze sono irreperibili o addirittura reperibili in fascicoli sbagliati e che, se immediatamente utilizzati, avrebbero portato alla chiusura delle indagini da molto tempo.

Corleone, il centro antimafia che antimafia non fa



Ci sono delle storie, in Italia, la cui puzza è avvertita a chilometri di distanza. Sono le storie che parlano di mafia, quella che spara, uccide e fa morti per la strada.
Ci sono altre storie, in Italia, che puzzano lo stesso, magari di meno, con l'olezzo edulcorato da litri e litri di profumo, come quelle che riguardano le infiltrazioni mafiose nell'economia legale, nelle gare per i grandi e piccoli appalti o quelle che riguardano il mondo della sanità.
E poi ci sono quelle altre storie, in Italia. Quelle che non puzzano di mafia perché, a ben guardare, con la mafia non hanno niente a che fare. Né con quella che spara, uccide e fa morti per la strada né con quella che si infiltra nell'economia legale.
Però puzzano lo stesso.

Per capire di cosa stiamo parlando bisogna fare un passo indietro nel tempo. Al 12 dicembre 2000, per la precisione.
Quel 12 dicembre in Sicilia accaddero due cose, entrambe a Palermo. Alla presenza di quattordici capi di Stato, cento ministri e oltre duemila delegati di 180 paesi veniva firmata la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità transnazionale[1], con la quale si introdussero il reato di associazione mafiosa, riciclaggio di denaro di provenienza illecita, corruzione e intralcio alla giustizia. Sempre a Palermo, a Corleone per essere precisi, quello stesso giorno arrivarono tra gli altri l'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il vicesegretario delle Nazioni Unite Pino Arlacchi – oggi deputato europeo del Partito Democratico – Piero Grasso, allora Procuratore capo della Repubblica, Don Luigi Ciotti, il giudice Ingroia e, naturalmente, le autorità locali. Il motivo di tanto dispiegamento di forze fu l'inaugurazione del Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e il movimento Antimafia (da ora, Cidma), che vide il suo miglior momento proprio in quel 12 dicembre.
Perché dopo l'inaugurazione diventa un'altra cosa.

Eppure il centro avrebbe tutte le carte in regola per essere uno snodo importante per quella memoria antimafia – siciliana e nazionale – troppe volte vilipesa.
Situato nella zona di Palermo che dette i natali ai “viddani”di Cosa Nostra, all'atto dell'inaugurazione la camera penale del Tribunale palermitano donò tutti i faldoni del maxi-processo, dei quali però è consultabile solo quello contenente le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, dichiarazioni ormai note anche al grande pubblico.

“La primavera di Rosarno non può finire”/2. Stangata al clan Pesce, il Comune dovrà essere risarcito


Rosarno (Reggio Calabria), 21 settembre 2011 - Con la chiusura del procedimento “All Inside”, il giudice per le udienze preliminari di Reggio Calabria Roberto Carrelli Palombi ha inferto un duro colpo alla cosca rosarnese dei Pesce e che va ad aggiungersi a quanto da qualche mese sta facendo il nuovo sindaco Elisabetta Tripodi (PD), “rea” - secondo la lettera inviata dal carcere di Opera da Rocco “Pirata” Pesce[1] - di voler svolgere il proprio ruolo in maniera troppo onesta.

50 milioni di euro è infatti la cifra che la cosca dovrà risarcire al Comune per il danno arrecato con la propria attività criminale, ai quali sono da aggiungere altri 10 milioni di euro per Regione Calabria ed altrettanti al Ministero dell'Interno, per un totale di 70 milioni.

Per quanto riguarda invece le condanne, il Gup ha sposato in pieno quanto sostenuto dall'accusa, costituita dai pm Roberto Di Palma e Alessandra Cerreti. Venti anni ciascuno sono stati comminati a Marcello e Francesco Pesce – quest'ultimo noto anche come “Ciccio Testuni”- ritenuti elementi di spicco del clan. Dieci anni a Domenico Arena – cognato di Vincenzo Pesce - e Salvatore Consiglio, per i quali è immediatamente scattato l'ordine di arresto (erano infatti a piede libero). Tre anni sono stati dati a Lucio Alberti (carabiniere) e tre anni e quattro mesi all'agente penitenziario Eligio Auddino, che si erano avvalsi del rito abbreviato. Per il giudice entrambi agirono consci dei vantaggi che il loro operato portava al clan, per questo ai due è stata data l'aggravante dell'articolo 7 (concorso in associazione mafiosa[2]). Sei anni a Elvira Mubaraskina, moglie del boss Giuseppe Ferraro mentre Francesca Zungri e Lidia Arena hanno visto la propria pena – due anni - sospesa. Unico assolto Claudio D'Agostino “per non aver commesso il fatto”.

«Una sentenza esemplare», l'ha definita il capo della Direzione distrettuale antimafia reggina Giuseppe Pignatone, «perché oltre alle condanne ha ordinato la confisca dei beni, tra cui per la primavolta due squadre di calcio e perché ha condannato gli imputati al risarcimento dei danni nei confronti del Comune di Rosarno, costituitosi parte civile». Oltre al risarcimento, infatti, il gup ha disposto il sequestro della As Rosarnese e dell'Interpiana, nonché del supermercato “A&G Discount”.

Fondamentale è stato l'apporto di Giuseppina Pesce, figlia del boss Salvatore alla quale era stato affidato proprio il compito di fare da tramite tra il padre detenuto e gli affiliati e che già lo scorso aprile aveva permesso l'arresto della madre e della sorella, Angela Ferraro e Marina Pesce per poi decidere di tornare sui suoi passi e smettere di collaborare con lo Stato[3].

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.com/2011/09/la-primavera-di-rosarno-non-puo-finire.html
[2] http://penalpolis.splinder.com/post/11105434/art-7-l-20391-dolo-specifico
[3] http://www.malitalia.it/2011/04/la-figlia-del-boss-pesce-fa-arrestare-madre-e-sorella-ma-poi-smette-di-collaborare/

Se la memoria diventa immondizia. Il caso Peppino Impastato


Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/casolare-impastato/17778/

Cinisi (Palermo), 19 settembre 2011 – Dell' omicidio di Peppino Impastato tutti ricordano la data – il 9 maggio 1978 – celebrata anche in una nota canzone dei Modena City Ramblers. Quello che però quasi nessuno ricorda contrada Feudo, il luogo dell'omicidio per il quale oggi Giovanni Impastato lancia l'allarme: «È diventato una discarica».

Peppino Impastato viene portato lì, in quella che allora è solo una piccola stalla, la sera dell'8 maggio. Malmenato pesantemente e preso a sassate prima di essere trascinato sui binari della vicina ferrovia e fatto saltare in aria con una carica di esplosivo. Il resto della cronaca è ben noto ai più.
«Provo rabbia ogni volta che torno in quei luoghi di contrada Feudo, mi sembra un'offesa ripetuta a mio fratello» - dice Giovanni, che insieme agli amici di “Radio Aut”, la storica emittente dalla quale Peppino trasmetteva le sue invettive anti-mafia – rappresenta la memoria storica per quei tanti giovani che non hanno fatto in tempo a conoscere questa storia.

Gli amministratori del comune di Cinisi si erano impegnati – almeno formalmente – ad espropriare l'area per realizzarvi un vero e proprio museo a cielo aperto, un luogo che non fosse solo “meta di pellegrinaggio” ma anche punto di riferimento per la cultura anti-mafiosa siciliana e nazionale. Ma, come al solito, i soldi non ci sono.
Nel 2003 i commissari prefettizi che amministravano il comune, intanto sciolto per infiltrazione mafiosa, posero sul luogo un vincolo in quanto “bene di interesse storico-culturale”, come risulta registrato sul piano regolatore. Ma il terreno circostante rimane ancora di proprietà privata (da qui la necessità dell'esproprio).

Proprio per l'immobilismo che viene dalla giunta comunale, Giovanni Impastato ha rivolto un appello alle istituzioni, locali e nazionali, rilanciandolo poi anche dalla rete e dai quotidiani nazionali affinché si crei una grande “onda pazza” popolare per impedire che si consumi l'ennesimo oltraggio alla memoria positiva di questo paese.

Perché se, come diceva il giudice Giovanni Falcone, la mafia è un fenomeno umano, è solo attraverso la cultura che la si può sconfiggere. Quella cultura fatta di simboli su cui più d'uno, ormai da tempo, ha smesso di investire.

Giulio Cavalli ha ideato una raccolta firme on-line. Per chi volesse aderire: Pulite la memoria di Peppino Impastato! Ci metto la firma.

La corsa al(compro)oro della mafia


Più di venti morti ammazzati per le strade romane dall'inizio dell'anno ad oggi. Uno di questi è Flavio Simmi, 33enne orefice gambizzato lo scorso febbraio, ucciso forse per una storia di sei anni fa. O forse ucciso nell'ambito della guerra tra bande (o di mafie?) che sta insanguinando le strade della capitale e che investe anche le "lavanderie" di denaro sporco ed in cui l'oro, dopo l'edilizia, sembra essere un business perfetto da sfruttare. Che dopo il "boom" del mattone si vada verso una nuova corsa al (compro)oro?



Roma – Sangue, sesso e soldi. La vecchia regola del giornalismo sembra essersi abbattuta su Flavio Simmi, 33enne orefice romano ucciso circa un mese fa nell'ambito di quella che sempre più appare come una “guerra tra bande” nella capitale. Secondo la famiglia tutto sarebbe da imputare ad una storia di qualche anno fa, quando venne accusato e poi assolto – insieme ad altri – di stupro nei confronti della moglie di un detenuto, che coincidenza vuole essere uscito dal carcere da qualche mese. L'altra pista, quella a cui gli inquirenti sembrano aver dato maggior credito fin da subito, è quella che porta al mercato dell'oro, precisamente all'intricato mondo dei Compro oro, spesso utilizzati dalla criminalità organizzata come “lavanderie” per i proventi dei traffici illeciti. Ma procediamo per gradi.

La dinamica. Martedì 5 luglio 2011, 9.30 passate da poco. Flavio Simmi a bordo della Ford Ka grigia di proprietà della compagna viene freddato da 9 colpi calibro 9x21 in via Grazioli Lante, quartiere Prati, nel pieno centro di Roma. I killer, in puro stile mafioso (ma ormai noto anche ai ladri di galline), sono arrivati a bordo di una moto indossando caschi integrali. Secondo la ricostruzione uno dei due killer sarebbe sceso dalla due ruote, si sarebbe avvicinato a Simmi sparandogli tutti e 9 i colpi al torace per poi rimettersi in sella alla moto e fuggire. Tutto questo in pieno giorno e in un quartiere centrale della capitale. Un accanimento eccessivo, a detta degli inquirenti, per una storia – quella dello stupro – avvenuta ormai sei anni fa.
Ci sono poi le dichiarazioni degli stessi familiari che, in qualche modo, sembrano indirizzare le indagini lontano da quella storia, come quel «i figli non si toccano!» pronunciato dalla madre la sera del 7 febbraio scorso, quando Simmi aveva ricevuto il primo “avvertimento” attraverso altri nove colpi di pistola, questa volta alle gambe. Allora si era ipotizzata anche una vendetta trasversale per i trascorsi del padre, accusato di far parte della galassia dei ricettatori della Banda della Magliana. Una vendetta che di trasversale, alla luce del successivo omicidio, aveva dunque ben poco.

Il mondo nel quale gli inquirenti stanno cercando risposte è quello grigio delle connivenze, quella zona cuscinetto tra la legalità ed il sistema illegale che è sempre più evidente sia in fibrillazione, come in quelle fasi nelle quali cambiano gli equilibri e gli assetti di potere.

La (narco)guerra santa dei Templari di Michoacan

È il 21 giugno 2011, nello stato di Aguascalientes (Messico centrale) viene arrestato “El Chango”, all'anagrafe José de Jesús Méndez Vargas (nella foto), leader del cartello de “La Familia Michoacana[1]”, uno dei più importanti cartelli del narcotraffico messicano. Secondo molti analisti questo è lo “scacco matto” con cui il governo messicano chiude la partita.
Quanto meno quella aperta con questo cartello.

Perché, come sappiamo, quando in un sistema di potere viene a mancare uno degli attori – come in questo caso – o il sistema crolla nella sua interezza oppure, semplicemente, quel posto lasciato vacante viene preso da qualcun altro. E questo “qualcun altro”, in Messico, sono i Cavalieri Templari.

Nati da una delle tante scissioni che contraddistinguono il mondo dei narcos, il loro “esordio” risale allo scorso 17 marzo (l'atto di nascita ufficiale risale invece al giorno 8), quando i cittadini di Morèlia – che dello stato di Michoacán è il capoluogo – si risvegliarono con questa immagine:
«Lo matamos por bandido y secuestrador. Atentamente Los Caballeors Templarios». «Lo abbiamo ucciso in quanto ladro e sequestratore. Distinti Saluti, I Cavalieri Templari» recita il narcomanta – cioè lo striscione, uno degli strumenti comunicativi “classici” dei narcos – appeso al collo della vittima, la prima di una serie che per adesso si attesta sulle 28 persone. Ma il dato, come è facilmente pronosticabile, è destinato a modificarsi a breve...

una guerra tra fratell(astr)i

Videos tu.tv
L'intento dei Templari di Michoacan – o, per usare il loro gergo, la crociata – è quello di soppiantare completamente gli ex alleati de “La Familia”. O, quanto meno, quello che ne rimane dopo l'arresto di “El Chango”. Più che di alleanza, comunque, sarebbe forse meglio parlare di fratellanza, dato che gli appartenenti ai Templari – come evidenziato dal loro corrido, dal loro “promo” (visualizzabile qui: http://tu.tv/videos/el-corrido-de-los-caballeros-templarios) – sono tutti ex fedelissimi di Nazario Moreno González, conosciuto come “El más loco” (“Il più pazzo”) deceduto il 9 dicembre 2010 in uno scontro a fuoco, a partire da quel Servando Gómez Martínez - “La Tuta”- che della “Familia Michoacana” è stato uno dei fondatori e che fino al primo semestre del 2010 ha continuato ad esercitare la sua professione di professore in una scuola del municipio di Arteaga, circa 300 km più a sud rispetto a Morèlia. L'altro leader è Enrique Plancarte Solís, “El Kike”, che de “La Familia” era uno dei comandanti del "reparto sicari"[2].

Inside the narcotráfico


Continua il viaggio di Señor Babylon all'interno del narcotraffico internazionale e della guerra che si sta combattendo in Messico tra i cartelli della droga (quali sono i principali lo abbiamo visto nel post "Messico-Italia. Sulla rotta dei narcos tra canzoni e cocaina") e l'esercito. Con una serie di documentari - per lo più in spagnolo ed inglese - partendo dalla cittadina di Reynosa andremo a vedere come si stanno organizzando i cittadini - alle prese con fenomeni di sparizioni simili a quelle dell'Argentina di Videla - passando per il lavoro delle polizie nel vecchio continente, là dove la tratta sudamericana e quella africana si incontrano.
Aggiungetegli il prefisso "narco", chiamatela "lotta tra cartelli" o come vi pare: quello che succede per le strade di Reynosa - cittadina messicana dello stato di Tamaulipas, al confine con gli Stati Uniti - è una vera e proprio guerra. Da un lato l'esercito "regolare", fatto di gente in divisa che, al di là dell'alta percentuale di corruzione, tenta di evitare che il Messico si trasformi nell'ennesimo "narco-stato"; dall'altro c'è l'esercito dei cartelli della droga.
Come in tutte le guerre anche in questa ci sono i morti, i feriti e gli scomparsi. Esattamente come succede in Iraq o in Afghanistan. Ma se ogni tanto i media europei si occupano di questi due paesi, è quasi impossibile trovare notizie riguardanti il Messico, nonostante il paese stia diventando la principale fonte da cui la criminalità organizzata europea ('ndrangheta in particolare) compra la droga che poi mette in circolazione per le strade del Vecchio Continente.
È una guerra che, evidentemente, non interessa neanche agli Stati Uniti, che trovano nei cartelli messicani - come vedremo - un interlocutore importante per quanto riguarda non solo il traffico di droga, ma anche per quanto riguarda il traffico di armi.

«Il mondo è oggi più sicuro» ha detto il Presidente Barack Obama in riferimento all'omicidio di Osama Bin Laden, che con la sua morte sembra aver conseguito un'altra vittoria fondamentale contro il c.d."Occidente democratico": far capire ai popoli che quelli che tanto decantiamo come "universali" diritti umani altro non sono che uno dei tanti strumenti di cui le grandi potenze mondiali dispongono per tutelare la loro grandezza. Perché come sempre più sta venendo fuori nel dibattito internazionale - un dibattito che non scalfisce minimamente l'Italia, che ancora una volta dimostra di non avere la caratura necessaria per appartenere ad alcuna "comunità internazionale" - quella nei confronti dello sceicco del terrore è una vera e propria vendetta, nonostante il "nostro" mondo utilizzi quotidianamente termini come "giustizia" e, appunto, "diritti umani universali". La domanda che ci si sta ponendo è se si possa in qualche modo "abdicare" alle "leggi di giustizia" di fronte ad un terrorista. Persino a Norimberga si è fatto un processo. Ma questa è un'altra storia...

In realtà - io credo - il mondo non è né più né meno sicuro di quanto non lo fosse una settimana fa, semplicemente perché i "grandi terroristi" come le industrie di armi ed i suoi trafficanti, i cartelli della droga o la grande industria farmaceutica (la c.d. "Big Pharma") rimangono tranquillamente al proprio posto, senza che nessuno osi scalfirne il potere dichiarandogli guerra.
Anzi, molto spesso sono proprio queste a rendere "grande" un paese. Basti pensare - tornando un po' indietro con la memoria storica - allo scandalo "Iran-Contras" del 1985.

Quando la criminalità organizzata ti apparecchia la tavola...

Dal pane alle mozzarelle di bufala passando per i pomodori e la farina. La criminalità organizzata - sfruttando leggi lasche e la connivenza di chi dovrebbe controllare - sta mettendo le mani su un nuovo business "pulito": la nostra tavola.


«Sardegna. Una bella mattina d’estate. La coda di auto che pigra va verso il mare. Quasi uno scenario idilliaco, finché non entriamo nell’abitacolo di una delle auto, a spiare i pensieri del conducente. Guarda una bella donna con il suo bambino a fianco. Il bambino gli sta antipatico, ma si consola notando la merendina che il piccolo divora con avidità: sa bene di cosa si tratta, visto che chi produce le merendine è un suo cliente. Quelle merendine sono fatte con un ovoprodotto proveniente da una ditta di riciclaggio di rifiuti che “invece di smaltire uova ammuffite, rotte, invase dai parassiti, le ripuliva alla buona dalla putrescina e dalla cadaverina e le trasformava in una poltiglia confezionata in comodi bidoncini pronti per essere versati nelle impastatrici delle industrie dolciarie».

Inizia così “Mi fido di te”, libro – del 2007 – di Massimo Carlotto e Francesco Abate, caporedattore de L'Unione Sarda e dj.
Con la “scusa” del noir i due ci mettono di fronte ad un fatto vero – anzi, ad una serie di fatti veri – e testimoniati dalle cronache quotidiane. Una serie di fatti che poco interessa ai giornalisti – ed ai giornali, che hanno paura di perdere la pubblicità delle grandi aziende alimentari - ma che rappresentano uno dei tanti business senza spargimento di sangue che tanto interessano alla criminalità organizzata. Il business in questione è quello agroalimentare, la mafia (o meglio: le mafie) che se ne occupano sono le agromafie.
Sono principalmente due le strade – finora conosciute – con cui la criminalità organizzata è entrata nel business: il riciclaggio dei proventi illeciti derivanti da investimenti “classici” quali i traffici di droga o di armi, ai quali vanno aggiunte le truffe all'Unione Europea (precisamente al FEASR, Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale) oppure mettendo direttamente le mani sulla filiera: dal produttore al venditore al dettaglio, non c'è fase in cui non ci sia la longa mano delle mafie. Secondo i dati della C.I.A, la Confederazione Italiana Agricoltori, questa strada da sola permette alle mafie di avere un giro d'affari di circa 10 miliardi di euro all'anno. Praticamente briciole se comparato – ad esempio – con il volume d'affari di mercati come quello dello smaltimento dei rifiuti tossici o del traffico di droga.

Carità terrena. Inchiesta sulle ingerenze politico-criminali nella sanità italiana (puntata IV)

Summit della 'ndrangheta lombarda a Paderno Dugnano
Un «centro di potere con i calabresi a fare la spina dorsale del Popolo della Libertà».È il 9 giugno del 2009 e questa frase compare tra le intercettazioni utilizzate nell'operazione “Infinito” sulle infiltrazioni 'ndranghetiste al Nord. A pronunciarla è Carlo Antonio Chiriaco, ex direttore dell'Asl di Pavia e uomo dei clan nella sanità lombarda, auto-definitosi in un interrogatorio “malato di 'ndrangheta”, arrestato per associazione mafiosa e corruzione elettorale nell'ambito della maxi-operazione “Crimine” che ha portato dietro le sbarre ben 300 esponenti delle principali cosche calabresi (“proiezioni” extraregionali annesse).

Sarà una pura coincidenza, ma quel “centro di potere” si realizza nelle elezioni comunali del giugno 2009, dove la componente calabrese ha di fatto egemonizzato il voto: a partire da Cristina Niutta (prima eletta con 594 preferenze) per arrivare a Luigi Greco (344) passando per l'indagato Pietro Trivi (434). Determinante però, è proprio il ruolo di Chiriaco. Oltre ad essere procacciatore di voti, infatti, il suo compito consisteva nel trasferimento nel business legale gli introiti derivanti da narcotraffico, traffico d'armi, usura e gestione illegale dei rifiuti:

Chiriaco: «La Regione copre il 60 per cento delle spese con la quota, che è il contratto...da un minimo di 36 euro ad un massimo di 60 euro...più è grave...più la regione ti dà, come contributo...tu capisci che se hai 120 posti letto ed hai una media di 45/50 euro al giorno...fai 50 per 120...quanto...sono 7.500 euro al giorno...poi tu stabilisci che la retta deve essere di 100 euro al giorno, la differenza te la dà il privato che nella maggior parte dei casi è un pensionato, quindi la pensione...»
Dieni*: «...700, 800 li ha...»
Chiriaco: «...l'altro prezzo lo integrano i familiari...e se non ha i familiari...te lo integra addirittura il comune...hai capito? Funziona così...allora, è chiaro che tu...se che l'hai contrattualizzato e hai i giusti canali»
Dieni: «...soldi sicuri...»
*Dieni è Antonio Dieni, costruttore edile entrato più volte in indagini della Direzione Distrettuale Antimafia. [scrivere più piccolo e laterale...]

Il comparto sanitario – lo abbiamo visto nelle precedenti “puntate” di questa inchiesta – sta sempre più diventando una delle principali voci utilizzate dalla criminalità organizzata sia come forma di riciclaggio del denaro illecito, sia come fonte di reddito “pulito”, legale.
Ma le mani sul business non sono solo quelle mafiose.

La chiamavano "Malasanità". Inchiesta sulle ingerenze politico-criminali nella sanità italiana (puntata I)

28 febbraio 2011. Sara Michienzi, nove anni, muore dopo una operazione per l'asportazione delle tonsille nel reparto di otorinolaringoiatria dell'ospedale di Lamezia Terme (Catanzaro). Uno di quei famosi interventi definiti “di routine” che non dovrebbero avere alcuna controindicazione e che i medici dovrebbero portare a termine praticamente ad occhi chiusi.
Eppure qualcosa va storto.
Perché Sara muore dopo pochi giorni per un'«emorragia sviluppatasi intorno alla zona operata» ma anche – come recita il referto autoptico - «per una concomitante crisi respiratoria». Quella stessa crisi respiratoria che aveva indotto sua madre, Isabella Notaro a portarla al pronto soccorso. «Tutto apposto, non si preoccupi» era stata la risposta. Probabilmente la stessa che, nel 2003, la signora Notaro si sente dire quando suo marito muore d'infarto, dopo essere stato all'ospedale di Vibo Valentia per farsi visitare. O magari la stessa risposta che avevano dato nel dicembre 2007 ai genitori di Eva Ruscio, 16 anni, morta per una tracheotomia o ai genitori di Federica Monteleone, anch'essa 16enne ed anche lei morta all'ospedale di Vibo in seguito ad un blackout elettrico mentre si trovava in sala operatoria.

In tutti questi casi la parola d'ordine dei giornalisti è stata una sola: malasanità. Tra la fine di aprile 2009 ed il dicembre 2010 – secondo i dati della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali presieduta dall'esponente IdV Leoluca Orlando – quello di Sara Michienzi è il 78esimo caso di malasanità avvenuto in Calabria su un totale di 326 su tutto il territorio nazionale.
Quel che risalta immediatamente dalla lettura delle cronache locali è che nell'equipe che si è occupata del caso di Sara c'era Gianluca Bava, indagato e poi assolto «per non aver commesso il fatto» nell'indagine sul caso di Eva. Forse solo una tragica fatalità, o forse qualcosa di diverso che sarà compito della magistratura indagare.

Al di là dei nomi, comunque, quello che appare evidente – in Calabria come in Lombardia, nel Lazio come in Campania – è che più che un problema di nomi, la sanità italiana ha un problema di nomine, ed è per questo che parlare di “malasanità” vuol dire tutto e non vuol dire niente.


Nel novembre 2009 il Ministero delle Pari Opportunità presentava uno spot contro l'omofobia (dall'ambientazione ospedaliera) che chiedeva allo spettatore il grado di interesse di determinate caratteristiche del personale che – in via più o meno teorica – potrebbe un giorno salvargli la vita.

Anticorpi: Documentario sull'infiltrazione mafiosa nell'edilizia a Reggio Emilia


Non ci sono luoghi al riparo dalle infiltrazioni mafiose. Pensare il contrario induce inevitabilmente a "tragici risvegli". Come avvenuto in Emilia Romagna, la ricca regione del nord Italia convinta per la sua storia di avere gli anticorpi per opporsi al radicamento delle mafie. La culla della Resistenza italiana è costretta ora a fare i conti con gli effetti della presenza criminale, come avvenuto nella provincia di Reggio Emilia. Secondo un imprenditore edile il boom dell'edilizia che ha interessato negli anni duemila il territorio è stato alimentato per il 50% da denaro illecito. Una denuncia clamorosa smentita in modo netto e sdegnato dalle autorità. Eppure gli elementi per non prenderla in considerazione sono troppi ed emergono sempre più ora che la crisi sta colpendo duramente il settore. Ma sul riciclaggio non ci sono dati, le banche non hanno lanciato allarmi, le forze dell'ordine nemmeno. Nel silenzio generale sulle illegalità commesse dai palazzinari, diecimila metri cubi di cemento hanno eroso a tempo di record la campagna e spopolato i centri storici.

"Anticorpi" è la prima delle nove inchieste del progetto "Est - Cittadini contro le mafie" un osservatorio - promosso dall’Associazione Ilaria Alpi, da FLARE Network (braccio europeo di Libera, l’associazione contro le mafie di Don Luigi Ciotti) e da Crji (Romanian Centre for investigative Journalism)- che, sfruttando inchieste giornalistiche e denunce dei cittadini europei si pone l'obiettivo di consapevolizzare sia la cittadinanza, troppo spesso distratta da altre notizie, sia le istituzioni europee.
Tre sono i filoni di interesse del progetto: il riciclaggio di denaro derivante da attività illecite nel settore edilizio, le infiltrazioni nel nascente mercato dell'eolico nonché un'ampia riflessione sugli strumenti giuridici utili a contrastare tali infiltrazioni.

Le nove inchieste saranno visibili - oltre che sul sito del progetto - anche su RaiNews (e su Señor Babylon)

Dissociazione esterna di tipo mafioso

«Se è vero, com'è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell'attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell'affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti».
Scriveva Giovanni Falcone negli anni '80.
Sono passati circa 20 anni, ma questa frase potrebbe essere una dichiarazione di qualche procuratore antimafia di oggi, A.D. 2009.

La “stagione dell'anti-mafia” si è riaperta. È ormai evidente a tutti che riprendere in mano i fascicoli della strategia terroristica portata avanti dalla mafia nella stagione 1992-1993 vuol dire rispondere a quella domanda che per troppi anni è rimasta inevasa: Chi è stato (o chi sono stati) i mandanti delle stragi che hanno tolto la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e gli uomini della scorta? Chi c'è dietro alle stragi dei Georgofili e del “filone 1993”?

Torino, 4 dicembre 2009- Mediaticamente sembra di essere tornati ai tempi del maxi-processo, invece siamo solo all'interrogatorio di Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia e grande accusatore di Marcello Dell'Utri, presente in aula, e Silvio Berlusconi di essere gli uomini della mafia nelle istituzioni. “La mia missione e' quella di ridare verita' alla storia e giustizia a tutti quei morti, se ho messo la mia vita al servizio del male non vedo perche' non devo farlo a servizio del bene.” dice ad un certo punto Spatuzza, in quella che, probabilmente, sarà la “frase-manifesto” per impacchettare sui media la deposizione.

Chi è Gaspare Spatuzza.

Gaspare Spatuzza nasce l'8 Aprile 1964 a Palermo. Soprannominato “'U Tignusu” (il calvo in siciliano), fa parte del mandamento di Brancaccio, famiglia Graviano. “Corrente” - se così si può dire – corleonese. È talmente fedele Spatuzza – d'altronde il giuramento che ogni picciotto fa per entrare in una famiglia recita “che io possa bruciare vivo se tradirò” non per caso – che chiama Giuseppe Graviano “Madre Natura”. È accusato – cosa che ribadisce durante la testimonianza – di 6-7 stragi e circa una quarantina di omicidi. Lo dice così, come se stesse facendo la lista della spesa. A lui si devono l'omicidio di Don Puglisi; lo scioglimento nell'acido del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino, anch'egli passato dal “lato buono della forza”; è lui che imbottisce di tritolo la fiat 126 in via D'Amelio che tolse la vita al giudice Paolo Borsellino ed alla sua scorta nonché la “campagna” del 1993 dove si colpì o, quanto meno, si tentò di colpire la Torre dei Pulci a Firenze(27 maggio 1993); via Palestro a Milano (27 luglio) nell'ambito della campagna stragista contro il patrimonio artistico e a Roma, quartiere Parioli, dove si tenta – non riuscendoci – di colpire il giornalista (iscritto alla P2, tessera 1819) Maurizio Costanzo, che a quel tempo si occupava di mafia. Poi evidentemente capì che tra i due a ringhiare di più era Cosa Nostra, e decise di darsi a ben più leggeri ambiti. Ma questa è un'altra storia...

Spatuzza, come riferisce egli stesso nelle prime battute del dibattimento, ha fatto parte dell'associazione terroristico-mafiosa Cosa Nostra dagli anni '80 fino agli inizi del nuovo millennio, quando, in carcere ad Ascoli Piceno, inizia un percorso spirituale che lo porterà alla redenzione e, quindi, al pentimento. Dice proprio così: associazione terroristico-mafiosa, aggiungendo un piccolo-grande dettaglio alla domanda del pm, che gli aveva semplicemente chiesto se avesse mai fatto parte dell'associazione mafiosa denominata Cosa Nostra. Qui forse il primo punto di “distacco” tra il vecchio Spatuzza, il super-killer, e lo Spatuzza di oggi, quello “dall'anima pia” se così si può dire. Perché nella deposizione sembra chiaro, o quanto meno a me è sembrato così, un volersi distanziare da quell'epoca stragista che stava “portando morti che non ci appartenevano”, come più volte dice. Sembra essere profondamente colpito, tanto da ripeterlo in più di un'occasione, dalla morte della piccola Nadia Nencioni (9 anni) nella strage ai Georgofili. “Quei morti che non ci appartengono”, come a voler dire che la tecnica stragista non era la tecnica usata di solito da Cosa Nostra, ma che doveva essere usata, come se non avessero altra scelta.

Dice Spatuzza:
« a fine '93 avviene un incontro a Roma, al bar Doney in via Veneto, tra me, Cosimo Lo Nigro e Giuseppe Graviano, che ci spiega che dobbiamo uccidere un bel po' di carabinieri a Roma. Io dissi che questa storia ci faceva portare morti che non ci appartenevano, in riferimento ai morti di Milano, di Firenze tra cui la bambina, quindi era qualche cosa che non ci apparteneva questo terrorismo. Graviano disse che era un bene, così chi si doveva muovere si dava una smossa».
Chi fosse però questa fantomatica entità che si doveva dare una smossa rimane ancora uno dei tanti omissis che Spatuzza si gioca nel corso del suo percorso di pentimento.
Perché Spatuzza, pur non avendo una grande istruzione a livello scolastico non è il tipico scemo del villaggio. Come non lo è nessun affiliato alle organizzazioni di stampo mafioso, basti guardare la difficoltà con cui gli esperti stanno tentando di decifrare il “codice Provenzano”, quello con cui zu Binnu ha continuato a comandare da latitante dalla cascina di Pian dei Cavalli (praticamente a casa sua...). E pensare che Provenzano non ha neanche finito la seconda elementare. Ma anche questa è un'altra storia...

Perché in questi giorni è balzato agli onori della cronaca.

Una volta forse lo si sarebbe definito un “super-teste”, uno di quei soggetti capaci di spostare gli equilibri in un processo. Oggi non so se si possa definire tale, ma sicuramente in questo momento Spatuzza e Massimo Ciancimino – figlio del “leggendario” ex sindaco di , il democristiano don Vito – sono i due grandi accusatori di Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi quali mandanti di quella stagione stragista, nonché di essere i referenti diretti – Dell'Utri più di Berlusconi in questo caso, vista la sua vicinanza accertata con i fratelli Graviano – della mafia nelle istituzioni. Ed il popolo italico, quello per cui “la mafia non esiste o al massimo è un problema dei siciliani”, ha conosciuto Spatuzza proprio nell'ambito del processo che vede il senatore Dell'Utri (che continua a sedere a Palazzo Madama, ma tanto tra nani, ballerine, voltagabbana e saltimbanchi di vario genere un mafioso forse è tra le personalità più “normali” a sedere sugli scranni parlamentari...) accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Se sia veramente colpevole di ciò non lo so – c'è sempre quella vecchia massima che durante il dibattimento l'imputato è ancora innocente – ma considerando che nell'aria c'è il tentativo di cancellare questo tipo di reato la cosa mi fa propendere verso una risposta affermativa...

Cosa può succedere dopo le sue dichiarazioni.

Per capire la vera portata delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza dobbiamo allargare il nostro obiettivo, e porlo nella più ampia ottica dei processi che riguardano sia il premier che il suo braccio destro Dell'Utri. Il processo aperto nei confronti di quest'ultimo, quello per cui c'è stato ieri l'interrogatorio a Spatuzza, è arrivato al secondo grado di giudizio, dopo la condanna arrivata in primo grado e che si basava sulle accuse di Antonino Giuffré – vice di Totò Riina ai tempi del “governo corleonese” ed oggi considerato tra i più importanti pentiti di mafia italiani – che, come hanno scritto i giudici di Firenze, ha avvalorato la tesi di partenza secondo cui Forza Italia fosse in qualche modo referente (o deferente?) della mafia nelle istituzioni.

C'è chi, sui media tradizionali, ha iniziato a dire che il “teorema Spatuzza” - parafrasando un ben più noto e destabilizzante teorema, quello di don Masino Buscetta con cui si scoprì come funzionava gerarchicamente Cosa Nostra – in realtà non sia così importante, perché non dice niente di nuovo. Ma si sa che non sempre, con la mafia, quel che esce dalla bocca di un mafioso è la cosa più importante. Perché se Spatuzza parla, se Antonino Giuffré collabora, se tutti questi pentiti iniziano a “dissociarsi” (cioè ad allontanarsi dal loro passato sporco di sangue) qualcosa di molto importante c'è, a saperlo – e volerlo – leggere. Perché una volta, quando ti dissociavi, finivi ammazzato. In un modo o nell'altro. Oggi invece la strategia della Cupola, la strategia dei grandi capi – oggi quasi tutti in carcere, ad eccezione di Matteo Messina Denaro, capo eletto più dai media che non dai picciotti – è esattamente all'opposto. Oggi i pentiti sono visti di buon occhio, sono rispettati. Se si pensa che Giovanni Bontate (insieme al fratello Stefano capo-mandamento a Croceverde e fautore dell'avvento dei corleonesi alla guida della cupola) per il solo fatto di aver usato un “noi” in tribunale e quindi per aver così ammesso per la prima volta l'ipotesi di una associazione di tipo mafioso venne ucciso non appena libero, si capisce perfettamente questo mutamento di strategia.
Perché la mafia stia scaricando Berlusconi e Dell'Utri non si sa. Ci si può ragionare sopra però: perché se analizziamo un po' la storia della mafia – legata a doppio filo alla storia di questo paese – forse riusciamo a capire qualcosa in più. Prima c'era la Democrazia Cristiana, di cui Don Vito Ciancimino era il raccordo in Sicilia con Cosa Nostra (e questo ormai non è più un dato di cronaca ma un fatto storico) e Andreotti, almeno stando alle sentenze giudiziarie che lo assolvono per il periodo post-1980 (e quindi lo dichiarano colpevole per il periodo antecedente, più o meno fino al governo Andreotti V) a rappresentare il volto di Cosa Nostra nelle istituzioni. Ma abbiamo imparato ormai che “la Piovra” - com'era soprannominata in quegli anni – è sempre attenta a come gira il vento. Passata l'epopea democristiana, gli occhi di Cosa Nostra, così come ha riferito nei giorni scorsi Massimo Ciancimino, si posarono su Milano, precisamente sulla EdilNord S.a.s. di un giovane imprenditore milanese che a quel tempo iniziava la sua attività e che – cosa decisamente strana – si ritrovava già alle spalle una banca ed una finanziaria (la Finanzierungesellschaft fùr Residenzen Ag, di cui nessuno conoscerà mai i reali proprietari; la banca invece è la “famosa” Banca Rasini che – come ebbe a dire addirittura Michele Sindona – era la banca d'appoggio della mafia nel continente). Il suo nome è Silvio Berlusconi, che in quegli anni stava costruendo il “sogno” Milano 2, gettando le basi per quello che poi diverrà il suo impero.

“La mafia vuole far cadere il governo”, ha sostenuto in una delirante dichiarazione Marcello Dell'Utri. Se abbia tutte queste pretese Cosa Nostra non saprei dirlo, anche perché bisognerebbe ragionare su quale cavallo avrebbe scelto per la prossima corsa. Però, una cosa è certa: tra i finanziatori della EdilNord c'erano Antonio Buscemi del mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco e Franco Bonura, dell'Uditore. Tra banche mafiose, finanziatori vicini a Cosa Nostra e finanziarie dalla proprietà fantasma bisogna ammettere la bravura di Berlusconi nello scegliersi chi a quel tempo gli dava i soldi...

Ed a proposito di soldi – o comunque di “rapporti economici” tra mafia e Stato – in questi giorni si sta apportando, nel silenzio generale ormai divenuto norma, la distruzione di una delle leggi di natura civile più importante di questo paese: la legge 109/96 con la quale si definiva come i beni confiscati alla mafia dovevano essere restituiti alla comunità tramite il loro uso sociale (che è poi quel che da molti anni fa Libera di Don Ciotti...). Nella finanziaria di quest'anno si asserisce che tutti i beni “eccedenti”, tutti quei beni, cioè, per i quali non sia stato trovato questo uso sociale, debbano essere venduti. È facilmente intuibile che questo è un regalo che il governo italiano fa alle mafie, che ricompreranno – magari anche a prezzo di favore – i beni sporchi di sangue che erano il simbolo del loro potere.
Vendere i beni confiscati alla mafia vuol dire una cosa sola: che lo Stato italiano, sia quello marcio e amico dei mafiosi, sia quello onesto (perché, nonostante lo si veda poco, esiste anche uno Stato onesto...) si è arreso alle volontà della mafia. Non è solo una resa economica e politica. È prima di tutto una resa di carattere culturale. Perché non è più la mafia che deve pagare il conto, ma è lo Stato che paga il conto alla mafia. Ma questa è un'altra storia...