Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad 'usum delphini', e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.
(Honoré de Balzac, "Illusioni perdute", 1843)
Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (gen. Fabio Mini - TEDxReggioEmilia, 8 ottobre 2011)
Il gastronomo del Viminale - Federico Umberto D'Amato (La Storia siamo noi, 6 giugno 2013)
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E’ stato per trent’anni il più autorevole funzionario dell’Ufficio Affari Riservati, di fatto, il servizio segreto del Ministero dell’Interno. Bonario e spietato, curioso e discreto, Federico Umberto D’Amato è stato l’uomo di fiducia degli americani, lo spione di Botteghe Oscure, il primo civile ammesso alla Nato e, secondo i suoi accusatori, la figura dietro agli scandali finanziari, alle trame oscure e alle stragi che hanno attraversato il paese. Una vera e propria ombra del potere. Una figura che ha fatto delle informazioni un’affilata arma del potere. Il suo scopo sapere tutto di tutti soprattutto di quelli che il potere lo detengono.
P2, P3, P4: Chi comanda in Italia? (Le inchieste di Gianluigi Nuzzi - Puntata 29/05/2013)
Cricche, comitati d’affari, network orizzontali si annidano nelle pieghe del potere istituzionale. Uomini che si nutrono di relazioni e fanno da cerniera occulta tra politica, economia, amministrazioni. Sono loro i veri potenti italiani?
Luigi Bisignani ai microfoni di "Le Inchieste di Gianluigi Nuzzi". Il giornalista racconta il lato serio della denuncia della trasmissione "Le Iene" sul ruolo dei gruppi di pressione in Italia (per chi volesse approfondire, ne ho chiesto qualche mese fa alla dottoressa Maria Cristina Antonucci, ricercatrice in Scienze sociali presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e docente di Sociologia dei fenomeni politici all'Università di Roma Tre. Le quattro parti dell'intervista le trovate al termine di queste poche righe).
Perché in qualunque forma di governo esiste il cosiddetto "Potere", espressione-ombrello che indica tutto e niente. Così come ne esistono le sue derive criminali che, come ai tempi della Commissione Anselmi, devono essere denunciate. Credere però che a gestirlo siano solo quel migliaio di parlamentari che ogni tanto vengono intervistati sui mezzi di informazione è però una gross(olan)a ingenuità.
Qui l'intervista alla dottoressa Antonucci:
Democrazia, partiti e utilità del lobbismo (1/4);
Lobby, Europa e società civile organizzata (2/4);
Lobbisti, faccendieri e stereotipi (3/4);
Lobby, Regione, dibattito. (4/4)
The Brussels Business. Un'occasione (persa?) per conoscere l'Europa dei gruppi di pressione
Bruxelles (Belgio) - «La gente non capisce cosa l'Unione Europea è, non capisce come è governata, non conosce le persone che la mandano avanti». A dirlo è Keith Richardson, segretario generale dell'European Round Table of Industrialists tra il 1988 ed il 1998 durante le prime fasi di The Brussels Business, docu-thriller - per usare la definizione degli stessi autori - di Friederich Moser e Matthieu Lietaert del 2012.
È definito come il primo documentario che parla esplicitamente di lobby, di istituzioni europee e del potere delle prime sulle seconde. Un'idea importante - alla luce del fatto che tra il 75% e l'80% delle legislazioni nazionali viene deciso all'interno delle istituzioni europee - ma non così shockante come da più parti è stato definito. Perché per quanto l'idea sia meritevole (la corruzione esiste anche tra le istituzioni europee, come il caso Dalligate insegna) il documentario ha un peccato originale, dichiarato esplicitamente all'inizio, che poggia sulla necessità di dover tenere per 85 minuti buoni lo spettatore attento su una tematica che, per la "lentezza" della sua rappresentazione - di fatto, una riunione di persone in giacca e cravatta di per sé statica e dunque lenta per i tempi del video - sarebbe stata noiosa. Da qui il "peccato originale": aver deciso di narrare il tutto attraverso la chiave del legal-thriller - evidente in alcune scene simil-cospirative - che potrebbero far piacere a John Grisham ma che poco aiutano a fare chiarezza. Anzi, l'idea che se ne ha alla fine è quella populistico-modaiola che ha portato il 25% dei voti dell'elettorato italiano al Movimento5Stelle. Un'idea tanto dilagante quanto frutto di una scarsa conoscenza delle dinamiche di gestione di queste istituzioni e del modo in cui si muovono i gruppi di pressione, come è stato su queste pagine ampiamente spiegato dalla dottoressa Maria Cristina Antonucci (link a fondo pagina) ricercatrice in Scienze sociali presso il CNR.
A ben guardare, però, The Brussels Business diventa più un atto d'accusa verso media e cittadini, i primi spesso incapaci di raccontare l'Europa delle istituzioni senza "tirarla per la giacchetta" di questo o quell'interesse nazionale; i secondi ancora trincerati dietro alla scarsa conoscenza delle dinamiche che portano - tornando a quanto detto prima - la maggior parte delle nostre politiche nazionali e forse dimentichi che, con una cittadinanza transeuropea meglio informata e più partecipativa, anche questo "Impero delle lobby" avrebbe un po' meno potere. Ma questa è un'altra storia..
Approfondimenti
Democrazia, partiti e utilità del lobbismo. Intervista a Maria Cristina Antonucci (1/4)
Lobby, Europa e società civile organizzata. Intervista a Maria Cristina Antonucci (2/4)
Lobbisti, faccendieri e stereotipi. Intervista a Maria Cristina Antonucci (3/4)
Lobby, Regione, dibattito. Intervista a Maria Cristina Antonucci (4/4)
Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/the-brussels-business-unoccasione-persa-per-conoscere-leuropa-dei-gruppi-di-pressione/41137/
Lukashenko, l'ultimo dittatore d'Europa
Lo chiamano "l'ultimo dittatore d'Europa". Aleksandr Lukašenko, padre-padrone ("batka", "padre", come si fa chiamare) della Bielorussia dal 1994. Contro il suo regime non hanno sortito alcun effetto le sanzioni economiche, la sostanziale emarginazione da parte degli altri leader europei né le proteste dell'opinione pubblica. Perché, nell'epoca delle "Primavere", ancora nessuno ha abbattuto l'ultimo regime europeo? Colpa di una opposizione di "piccoli Lukašenko", come li definisce il regista (e dissidente) Yuri Khashchavatski o forse la risposta sta nel fatto che, per ora, nessuno ha interesse a far cadere questo regime? Basteranno le mogli dei dissidenti carcerati o la "Primavera di Minsk" arriverà solo con la nuova generazione di oppositori-internauti?
Per rispondere a queste domande: "Belarusian Dream", di Ekaterina Kibalchich (andato in onda lo scorso 27 marzo su Al Jazeera, all'interno del programma "Witness") e "Lukashenko chi?", di Elena Keidan e Alfonso Iuliano, andato in onda il 17 ottobre 2012 all'interno del programma di RaiEdu "Crash"
Spese militari - Presa Diretta
Tra gli inutili F-35 e gli effetti del Poligono di Quirra, Presa Diretta - nella puntata dello scorso 3 febbraio - è andata ad indagare, suscitando anche qualche polemica, nelle spese militari italiane.
Kidogò - Un bambino soldato
How could you just occupy another child's tear?
["Occupied tears" - Serj Tankian]
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Prodotto nel 2008 dalla Seven Hills Production, “Kidogò – Un bambino soldato” - che vede tra gli sceneggiatori il giornalista Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, scrittore e documentarista che da anni si occupa delle problematiche dei Paesi in via di sviluppo, in particolare del continente africano – racconta due storie.
La prima, come evidenziato dalla sinossi, è quella di John Baptist Onama, Presidente onorario dell'associazione Pizzicarms che negli anni '80 è stato un bambino soldato in Uganda, intrecciata con la storia dei circa 300.000 bambini soldato (di cui un terzo nel solo continente africano) che ancora oggi sono costretti a combattere negli oltre 30 conflitti attualmente in corso nel mondo, in una guerra globale contro l'infanzia che nell'ultimo decennio ha ucciso 2.000.000 di bambini, ferendone o invalidandone almeno il triplo.
Una guerra globale necessaria a mantenere la discrepanza tra il Nord sfruttatore (anche di risorse naturali quali petrolio, diamanti e coltan, ottime “conseguenze umanitarie” per muovere guerra) ed il Sud sfruttato, evidenziata dai 750 miliardi di dollari destinati alla lotta alla povertà contro i 1.200 miliardi di dollari che – come racconta Riccardo Troisi – ogni anno vanno a rimpinguare i conti dei signori della guerra, che siano essi sconosciuti trafficanti o conosciutissime industrie come Finmeccanica o Beretta, potenze del business bellico dell'Italia, secondo paese al mondo per la produzione di armi leggere e quarta alla voce “esportazione” ed i cui prodotti finiscono spesso proprio nelle mani di quei bambini soldato.
Il “made in Italy” è anche questo. Una storia – la seconda di questo documentario – da non raccontare, parafrasando Fabrizio De André.
Prodotto Interno Mafia
Nel mondo delle nuove tecnologie le organizzazioni criminali si sono adeguate ed evolute molto velocemente, seguendo l'odore del nuovo business globale. Da Nord a Sud, la geografia di un' ''Impresa'' che, approfittando della crisi economica e finanziaria, è arrivata ad infiltrarsi con molto agio nel mondo della politica e degli affari e a fatturare centinaia di miliardi all'anno.
con: Serena Danna, Mario Forenza, Flaviano Masella, Giovanni Tizian, Federico Varese. Festival Internazionale del giornalismo di Perugia, 26 aprile 2012
Maco "el Coyote", storia di un trasportatore di migranti
"Coyote", nell'America centrale e meridionale, è l'appellativo con cui si identificano quelli che "aiutano" i migranti a passare illegalmente la frontiera tra Messico e Stati Uniti.
Maco è uno di loro. Accompagna Clauda, Yolanda e Cara de Güisa in quello che, lui dice, sarà il suo ultimo viaggio. Un viaggio che ai tre, partiti dal Guatemala, è costato 6.000 dollari. Tre settimane - tanto, in media, dura il viaggio - vissute tra possibilità di essere arrestati durante i controlli transfrontalieri in Messico, derubati in quella che diventa una vera e propria guerra tra poveri o, come spesso succede, violentate se si è donne.
"Coyote", diretto dal regista andaluso Chema Rodríguez, è andato in onda su "La 2" (televisione spagnola) lo scorso 19 maggio.
«Abbiamo conosciuto Maco in un bar di Ciudad de Guatemala» – raccontava il regista durante la presentazione del documentario al Festival di Berlino - «Ci ha presentato 25 persone che volevano emigrare negli Stati Uniti e che aspettavano solo l'opportunità di farlo. Noi abbiamo scelto i tre migranti che reagivano meglio alle telecamere. E a partire da questi si è organizzato il viaggio». Chema Rodríguez, durante quella stessa presentazione, ha sottolineato come i poliziotti si sforzassero di far mostrare la "faccia buona" alle telecamere, ma la realtà della loro corruzione - nota in tutto il mondo - è decisamente diversa.
"Ho sempre voluto scrivere un libro per raccontare la mia vita e le mie storie. Ma dato che la gente non legge, ho preferito una pellicola".
[Maco]
9 giugno 2012: la Fiom apre gli stati generali della (nuova) Sinistra?
Quello che però sembra incontrovertibile è che la Fiom, oggi, si sta ponendo come soggetto politico (cosa ben diversa dall'essere un soggetto partitico) di un certo tipo di sinistra, come ha in qualche modo ricordato Maurizio Landini nelle conclusioni, sottolineando come nei 110 anni di formazione, il sindacato non si sia solo battuto per i diritti dei lavoratori ma anche per un certo tipo di idea di società, convocando quello che a me sembra essere il primo passo degli stati generali della e per la Sinistra (la maiuscola non è un refuso).
È un inizio, intorno ad un programma - quello presentato nel primo intervento del segretario generale del sindacato - che dovrà essere naturalmente integrato da tutte quelle istanze che oggi possono essere ricondotte ad un'idea sociale "di Sinistra" (e di cui accennavo anch'io nei giorni scorsi).
È anche - o almeno potrebbe essere - anche una fine, parafrasando Tiziano Terzani. La fine di quell'errore di valutazione che ha visto nel Partito Democratico sotto la gestione Bersani un movimento di Sinistra (rimango sempre convinto che, forse, con Ignazio Marino la cosa sarebbe stata ben diversa...) e che spero porti presto ad una vera e propria scissione tra le forze sinceramente di sinistra e i democratici, ormai dichiaratamente forza di centro (e che non possono dirsi forza "pro-lavoratori" e poi appoggiare il governo Monti).
Non è stata, purtroppo, la fine di una certa sinistra. Quella della "coesione a domeniche alterne". Quella, per intenderci, che da vent'anni o forse più teorizza la necessità di un grande partito di sinistra e che poi, quando passa ai fatti, torna a scindersi nel giro di qualche settimana. Risolvere questo punto potrebbe essere il secondo passo (o il primo passo e mezzo) di questi nuovi stati generali. Non basta, infatti, ricominciare ad usare i termini "compagne e compagni" per poter parlare di una sinistra unita.
Nei prossimi mesi capiremo se gli errori di questi ultimi vent'anni sono stati superati o se anche il tentativo della Fiom dovrà essere derubricato all'ormai classico "belle parole, ma pochi fatti".
Ascanio Celestini - presentazione Pro Patria. Pietrasanta 9 giugno 2012
La solitudine di Giovanni Falcone (1988)
Una piccola "chicca" storica, trovata cercando tutt'altro negli archivi di You Tube.
Next stop Tunisia: Profughi a Ras Jedir (di Nicola Angrisano)
Oltre mezzo milione di profughi durante la guerra in Libia sono passati nel campo di Coucha, al confine meridionale della Tunisia, nella regione di Ras Jedir.
Rifugiati precedentemente trattenuti in Libia contro la propria volontà e lavoratori stranieri scappati dalla guerra e impossibilitati a tornare nei paesi di origine. Nell'indifferenza ipocrita della comunità internazionale.
Così, nei primi sei mesi del 2011, secondo stime del' UNHCR almeno 1615 persone sono scomparse nel canale di Sicilia cercando di arrivare in Europa su imbarcazioni di fortuna.
Nel mese di aprile Insu^Tv (telestreet napoletana già autrice di "Una montagna di balle") è stata nel campo di Coucha per documentare la situazione dei profughi e riportarne la voce.SB
Oil for nothing (di Luca Tommasini)
Gli schiavi del sole
Sottotitolo: il lato nascosto del fotovoltaico.
«Il lavoro di montaggio era affidato a circa 500 lavoratori non comunitari, attratti dalle prospettive di lavoro e dai contratti che Tecnova proponeva. Arrivati in Salento grazie al passaparola, veniva loro promesso di essere assunti con contratti da metalmeccanici per sette ore al giorno e 1.300 euro di stipendio. Promesse smentite da una realtà fatta di almeno dodici ore quotidiane di attività, di straordinari e festivi non pagati, infortuni non segnalati, contributi non versati e assicurazioni inesistenti. E poi minacce continue, vessazioni, licenziamenti in tronco per chi osava lamentarsi. Altri avrebbero anche pagato per avere quel posto, da 300 a 800 euro, il contratto solo per il primo mese di lavoro, poi più nulla, solo accordi verbali. Contratti del valore di carta straccia, la paga era data alla giornata, circa 50 euro al giorno. Fino al 24 marzo quando la paga non è stata data».
[da "Puglia, ecco gli schiavi del fotovoltaico", di Matteo Zola per "NarcoMafie"]
Rifiuti connection
La Basilicata, piccola regione del Sud Italia, presenta tutte le caratteristiche di una vera e propria bomba ecologica a cielo aperto, dove si nascondono pesanti eredita' ed interessi legati allo smaltimento dei rifiuti.
Rifiuti Connection di Pietro Dammarco, giornalista fondatore e coordinatore di Ola (Organizzazione Lucana Ambientalista www.olambientalista.it), 40 minuti per capire cosa succede sotto il sole della regione più dimenticata d'Italia.
Operazione "Crimine 3" - conferenza stampa
Per guardare direttamente la conferenza stampa si può far partire il video dal minuto 16:00 circa
Reggio Calabria, 14 Luglio 2011 - Quella che vedete è la conferenza stampa (integrale) relativa all'operazione "Crimine 3", continuazione di quell'operazione - la "Crimine", appunto - che portò circa un anno fa all'arresto di oltre 300 persone dislocate su tutti i livelli della gerarchia di potere delle 'ndrine calabresi.Nonostante questa sia “un'indagine da inserire nei manuali delle scuole di polizia” come sostiene Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto a Reggio Calabria, il lavoro da fare nell'ambito delle diramazioni internazionali delle 'ndrine calabresi e del narcotraffico è ancora lungo.
Innanzitutto – come evidenzia ancora Gratteri – la quantità di droga che si riesce a sequestrare in Europa è solo il 10 per cento della quantità che viene importata. Ciò è reso possibile anche dal fatto che i grossi trafficanti non attraversano più lo Stretto di Gibilterra e dunque non arrivano più direttamente nel mar Mediterraneo (troppo controllato) ma giungono nei porti del nord Europa come Rotterdam, dove arrivano tonnellate di cocaina attraverso navi che arrivano dopo più di un mese e dopo aver fatto varie tappe e cambiato nome e numeri dei container, rendendo così quasi impossibile il lavoro di indagine.
L'altro problema – come sottolinea il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso – riguarda il denaro, praticamente impossibile da rintracciare se non quando questo è già stato “lavato” attraverso il loro investimento in ambiti legali. «È come se ci fosse un canale parallelo che gestisce il denaro a livelli superiori alle cosche calabresi» – conclude il procuratore. «Il problema è capire se i colletti bianchi ce li hanno solo gli uomini delle 'ndrine o anche uomini esterni».
E questo, forse, non è compito solo della magistratura. Ma questa è un'altra storia...
Confessioni di un sicario messicano, stanza 164
A parlare così è un personaggio - che a volte si fa davvero fatica a non inserire nella casistica degli attori professionisti - che il mestiere del sicario lo conosce bene, essendo stato per oltre vent'anni al soldo dei cartelli messicani. Gianfranco Rosi, regista di "El Sicario - Room 164" ci presenta uno spaccato di un paese (il Messico) e di un problema (quello dei cartelli della droga) che a noi appaiono lontani e di cui i nostri media - tranne quelli specializzati - sembra non vogliano occuparsi, presi come sono nel dedicarsi a varie forme di "gossip".
Charles Bowden, giornalista e co-autore del documentario, ha inseguito il sicario per oltre due decadi, arrivando poi a pubblicare per Harper's Magazine l'articolo da cui il documentario prende le mosse (e che è reperibile, in inglese, a questo indirizzo: http://variousenthusiasms.wordpress.com/2009/04/28/the-sicario-a-juarez-hit-man-speaks-by-charles-bowden-harpers/).
Al di là delle inevitabili prese di posizione sull'uomo che si cela dietro a quel velo nero ed ai suoi atti (la stanza in cui è ambientato il documentario è quella da lui usata per nascondere ed uccidere alcune delle sue vittime...) è, io credo, in qualche modo una testimonianza "storica", come quelle di tutti i c.d. "insider", tutti quelli cioè, che per anni ha lavorato all'interno di un sistema di Potere e poi, per un imprecisato motivo, decide di denunciare. No, niente a che vedere con il famoso "insider" che sta spopolando in questi giorni su Facebook. Ma questa è un'altra storia...
Piazzisti da guerra - il film

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«Perché un cane agita la coda? Perché il cane è più intelligente della sua coda. Se invece fosse la coda, più intelligente, agiterebbe lei il cane»
Dustin Hoffman è Stanley Motss, di professione produttore hollywoodiano; Robert De Niro è Conrad Brean - o forse sarebbe meglio chiamarlo John Rendon - l'esperto di pubbliche relazioni a cui l'entourage del Presidente affiderà la costruzione della più grande messinscena che la Storia d'America ricordi. Il loro compito? Inventare una guerra "da Premio Oscar" per salvare il Presidente degli Stati Uniti dall'accusa di aver molestato una giovane capo-scout, con la quale si è intrattenuto nello Studio Ovale. È questa, in estrema sintesi, la trama di "Wag the dog" - in italiano tradotto incomprensibilmente come "Sesso&Potere" - film del 1997 di Barry Levinson (Premio Oscar per "Rain Man - L'uomo della pioggia"). Tra realtà e finzione, il pubblico scopre come funziona la grande macchina dell'inganno, quella che ha il compito di spostare l'opinione pubblica a seconda degli interessi di questo o quel gruppo di potere (per approfondire: http://senorbabylon.blogspot.com/2011/07/lingannevole-pubblicita-della-guerra.html). Non è semplicemente propaganda, è pubblicità. È (rap)presentare la guerra in 30 secondi, alla velocità di uno spot pubblicitario.
Finzione o realtà? A pochi mesi dall'uscita del film negli U.S.A., i cittadini americani facevano la conoscenza di Monica Lewinsky, quelli europei della guerra in Kosovo...
Toxic Somalia
Riversare sulle coste somale una tonnellata di rifiuti tossici costa 2,50 dollari, a fronte dei circa 1.000 necessari per la stessa operazione (legale) fatta nei paesi del Primo mondo. Potrebbe essere racchiuso tutto in queste poche parole "Toxic Somalia", inchiesta - del giornalista francese Paul Moreira - andata in onda lo scorso 4 giugno sulla rete spagnola TVE e ripreso da vari canali televisivi internazionali. All'appello manca l'Italia, e questo (non) è strano. Associando le parole "rifiuti tossici" e "Somalia" infatti, è automatico parlare del nostro paese e di una delle tante pagine oscure della nostra storia recente: l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ma sappiamo che l'Italia ha serie difficoltà a fare i conti con i propri scheletri nell'armadio (anche con il "vero" giornalismo d'inchiesta, ad esser sinceri, ma questa è un'altra storia...) e dunque per poter parlare di determinate questioni bisogna "prenderla larga" e guardare - come in questo caso - un documentario francese tradotto in spagnolo che parla (molto) dell'Italia. Più o meno lo stesso giro largo che facevano (fanno?) i rifiuti tossici, quando non venivano (vengono?) affossati in mare. È anche da considerazioni di questo tipo (basti considerare l'intervista a Giancarlo Marocchino) che portano a formulare una fondamentale domanda: chi sono, davvero, i pirati in Somalia?

