Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad 'usum delphini', e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.
(Honoré de Balzac, "Illusioni perdute", 1843)
Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (gen. Fabio Mini - TEDxReggioEmilia, 8 ottobre 2011)
Spese militari - Presa Diretta
Tra gli inutili F-35 e gli effetti del Poligono di Quirra, Presa Diretta - nella puntata dello scorso 3 febbraio - è andata ad indagare, suscitando anche qualche polemica, nelle spese militari italiane.
Muos di Niscemi, se la Sicilia si trasforma in una gigantesca base militare
Niscemi (Caltanissetta) - Parafrasando la nota massima di Marshall McLuhan, secondo la quale “il medium è il messaggio”, si potrebbe dire che “l'importanza del medium è l'importanza del messaggio”. Un esempio lo abbiamo avuto nei giorni scorsi, quando Fiorello – che ha accusato i media nazionali di censurare l'argomento - all'interno della sua “Edicolafiore” ha parlato del Mobile User Objective System, meglio noto come Muos. Portando il problema – secondo la sua ricostruzione - dal piano strettamente siciliano a quello nazionale.
Guarda questo video su YouTube:youtu.be/0VHK2T3jraYEdicola !!!A dopo con il M.U.O.S.
— edicolafiore (@edicolafiore) Gennaio 21, 2013
Già da mesi però, a denunciare gli effetti del progetto c'è Antonio Mazzeo, professore, giornalista "obiettore" e peace researcher, tra i pochi - se non l'unico - ad occuparsene assiduamente e fin dall'inizio, anche attraverso la stampa nazionale (qui un articolo de Il Manifesto). La vera questione mediatica, forse, sarebbe chiedersi quali attori ed interessi muovano al silenzio. Ma questa – direbbe Carlo Lucarelli – è un'altra storia.
Del Muos avevo già parlato in un ampio dossier a maggio.
Se per comprare armi si tagliano i militari
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| nella foto il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola. Foto: politici.openpolis.it |
Roma - 252 a 12. È finita così la seduta del Senato di martedì 6 novembre nella quale è stata approvata una legge con la quale si affida al prossimo Governo il potere di «revisione in senso riduttivo» - per citare le parole del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola – delle Forze Armate, che tradotto significa taglio del 20 per cento dei posti di lavoro nel settore della Difesa.
Tagli che però non intaccano l'altro lato della Difesa, quello cioè legato alle armi, che impegneranno l'Italia in una spesa stimata di «non meno di 230 miliardi per i prossimi 12 anni», come si legge in un documento presentato lo scorso 3 luglio alla Camera dei Deputati[1] dal deputato Augusto Di Stanislao dell'Italia dei Valori.
Insomma, la scelta del governo è ormai chiara: tagliare tutto ciò che riguarda il sistema di welfare e finanziare il sistema di warfare italiano, nel quale sono inclusi i cacciabombardieri da guerra F-35 il cui costo – nonostante la riduzione da 131 a 90 - potrebbe subire un vistoso innalzamento per le tasche del contribuente italiano[2] e che vanno ad aggiungersi ai 71 programmi di armamento già in essere in questi ultimi dieci anni.
«Milioni di persone e di famiglie non ce la fanno più» - dice Flavio Lotti, coordinatore nazionale di Tavola della Pace - «si tagliano i servizi alla persona e agli enti locali che li devono fornire ma i soldi per comprare armi e per soddisfare le ambizioni dei nostri generali non mancheranno».
Data la situazione sociale, sarebbe forse il caso di riprendere l'idea dell'ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che, disegnando l'Italia come «portatrice di pace nel mondo» nel suo discorso di insediamento, chiese di svuotare gli arsenali di guerra, «sorgente di morte» per colmare «i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame».
«Ora il provvedimento dovrà andare alla Camera e il dibattito dovrà essere riaperto» - conclude Lotti - «C'è spazio per un serio e ragionevole ripensamento». E magari chiedersi anche a cosa servano realmente tutte queste armi che stiamo acquistando.
Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/se-per-comprare-armi-si-tagliano-i-militari-titolo-provvisorio/33353/
| Note |
[2] Caccia F35, altro che tagli. Il costo è più che raddoppiato di Rachele Gonnelli, l'Unità, 17 ottobre 2012;
Uranio impoverito: nuova sentenza conferma il nesso con la "sindrome dei Balcani"
Roma – Due condanne in dieci giorni. No, nessun nuovo caso di cronaca nera che tanto piacciono ad un certo tipo di informazione, anche se sempre di “nera” si tratta, anche quando ad essere condannato è il Ministero della Difesa.
Nei giorni scorsi, infatti, il Tribunale di Roma ha stabilito - con sentenza definitiva – in un milione di euro il risarcimento per i genitori di Andrea Antonaci, sergente maggiore di Martano (Lecce) morto di linfoma non Hodgkin il 12 dicembre 2000 dopo aver fatto parte del contingente Nato in Bosnia nel 1999. La più nota delle missioni in cui si usava l'uranio impoverito, che di Antonaci – come degli oltre 200 militari morti fino ad oggi – è stato l'omicida. L'ultima vittima, a settembre, l'ex marò catanese Salvo Cannizzo[1]. Oltre 2.000 gli ammalati, tra cui anche il militare 36enne di Corropoli (Teramo) appartenente al diciottesimo Bersaglieri Cosenza sul cui caso si è espressa in questi giorni la Corte dei Conti de L'Aquila. Con queste due ultime condanne sale a dodici il numero di cause giunte a sentenza in primo grado, per un risarcimento che supera i 16 milioni di euro. Il dato, ormai, sembra essere acquisito: i militari vittime della cosiddetta “Sindrome dei Balcani” muoiono di uranio impoverito, in aggiunta alla scarsa protezione con cui i nostri militari maneggiavano quel materiale, utilizzato in ambito bellico – in violazione di circa una decina di convenzioni internazionali, stando ad un rapporto Onu del 2002 – fin dalla Guerra del Golfo del 1991, con forti sospetti sull'intervento statunitense a Panama del dicembre 1989[2]. La “sentenza-Antonaci” - basata sugli studi sulle nanoparticelle della dottoressa Antonietta Gatti[3] - è destinata a fare scuola, tanto che avvocati belgi, inglesi e francesi ne hanno acquisito copia per studiarla.
Nonostante una serie di condanne che va sempre più aumentando, la politica è ancora sorda. All'epoca della morte di Antonaci l'allora ministro della Difesa Sergio Mattarella (governo D'Alema II, dicembre 1999-aprile 2000) sostenne che l'uranio non c'entrava – non essendo pericoloso - e che, comunque, non eravamo stati informati sul fatto che il contingente di cui facevamo parte utilizzasse uranio impoverito, nonostante la documentazione inviata dalla Nato affermasse l'esatto opposto. La colpa, è ancora la tesi portata avanti dalla classe politica, è da ricondursi ai vaccini fatti a distanza ravvicinata ai nostri militari che avrebbe potuto indebolire il sistema immunitario.
Vaccinazioni che, però, non furono fatte né alle popolazioni civili delle zone bombardate – come gli abitanti di Peja – Peć, nel Kosovo occidentale[4] - né nei pressi del Poligono di Quirra[5], dove si muore per le stesse cause. Ma questa è un'altra storia.
qui "L'Italia chiamò", di Leonardo Brogioni, Matteo Scanni, Angelo Miotto
Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/uranio-impoverito-nuova-sentenza-conferma-il-nesso-con-la-sindrome-dei-balcani/32880/
| Note |
[2] La storia dell'uranio impoverito, PeaceLink.it;
[3] "L'Italia chiamò" Intervento di Antonietta Gatti, Arcoiris.tv, 2 ottobre 2008;
[4] Elenco dei siti bombardati con uranio impoverito dalla Nato di Francesco Iannuzzelli, PeaceLink.it, 6 gennaio 2001;
[5] Quirra, c'è uranio impoverito di Riccardo Bocca, L'Espresso, 20 aprile 2011
Kidogò - Un bambino soldato
How could you just occupy another child's tear?
["Occupied tears" - Serj Tankian]
| clicca sull'immagine per aprire il video |
Prodotto nel 2008 dalla Seven Hills Production, “Kidogò – Un bambino soldato” - che vede tra gli sceneggiatori il giornalista Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, scrittore e documentarista che da anni si occupa delle problematiche dei Paesi in via di sviluppo, in particolare del continente africano – racconta due storie.
La prima, come evidenziato dalla sinossi, è quella di John Baptist Onama, Presidente onorario dell'associazione Pizzicarms che negli anni '80 è stato un bambino soldato in Uganda, intrecciata con la storia dei circa 300.000 bambini soldato (di cui un terzo nel solo continente africano) che ancora oggi sono costretti a combattere negli oltre 30 conflitti attualmente in corso nel mondo, in una guerra globale contro l'infanzia che nell'ultimo decennio ha ucciso 2.000.000 di bambini, ferendone o invalidandone almeno il triplo.
Una guerra globale necessaria a mantenere la discrepanza tra il Nord sfruttatore (anche di risorse naturali quali petrolio, diamanti e coltan, ottime “conseguenze umanitarie” per muovere guerra) ed il Sud sfruttato, evidenziata dai 750 miliardi di dollari destinati alla lotta alla povertà contro i 1.200 miliardi di dollari che – come racconta Riccardo Troisi – ogni anno vanno a rimpinguare i conti dei signori della guerra, che siano essi sconosciuti trafficanti o conosciutissime industrie come Finmeccanica o Beretta, potenze del business bellico dell'Italia, secondo paese al mondo per la produzione di armi leggere e quarta alla voce “esportazione” ed i cui prodotti finiscono spesso proprio nelle mani di quei bambini soldato.
Il “made in Italy” è anche questo. Una storia – la seconda di questo documentario – da non raccontare, parafrasando Fabrizio De André.
L'eredità dei missili di Comiso? L'ecoMUOStro
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| foto: italianimbecilli.blogspot.com |
Si chiama Muos, acronimo di Mobile User Objective System, è una stazione di telecomunicazioni satellitari formata da tre antenne di 18,4 metri di diametro (due funzionanti perennemente ed una di riserva, stando ai dati forniti dalle autorità militari) e due torri radio alte 149 metri che la Marina militare degli Stati Uniti ha intenzione di terminare entro il 2015, con una colata di cemento prevista in 2059 metri quadri[1]. Luogo scelto per il posizionamento la riserva naturale “Sughereta” di Niscemi, Caltanissetta, Sicilia sud-orientale, dove è giù presente – in contrada Ulmo – una base americana. O sarebbe meglio dire “Portaerei Sicilia sud-orientale”[2][3]. Il suo scopo è, anche, quello di decuplicare la trasmissione delle informazioni. «Significa che basta anche una tempesta solare, che ha degli effetti enormi sulle telecomunicazioni» - diceva Antonio Mazzeo nel suo intervento nell'ambito del convegno nazionale Scuola e Ambiente tenutosi al liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Niscemi - «arrivano dei byte errati ad un computer, vengono letti in modo errato e possiamo scatenare una guerra nucleare».
Come trent'anni fa, con i 112 missili Cruise a testata nucleare e la creazione della base militare di Comiso, nel ragusano, segnale eloquente ed inquietante che la guerra globale stava – e sta – spostandosi nel mare nostro.
Il luogo prescelto, dicevamo, è la riserva naturale di Niscemi, che fa parte della rete di Natura 2000 come sito di interesse comunitario ed inserita nel maggio 2008 nel Piano territoriale paesaggistico approvato dalla Provincia, che la definiva sotto «livello di tutela 3»
Boicottare la guerra è reato. Il caso Inge Viett
«Se la Germania è in guerra allora è legittimo, quale azione dimostrativa contro la guerra, incendiare gli equipaggiamenti militari. I mezzi militari dati alle fiamme in Germania avrebbero potuto portare morte e oppressione nel mondo». Sono state queste parole – pronunciate durante la conferenza pubblica che il giornale “Junge Welt” organizzò nel gennaio scorso – a portare davanti alla corte Inge Viett, ex membro della Rote Armee Fraktion, il movimento più noto dell'epoca della lotta armata nella Germania degli anni Settanta (per un approfondimento basti guardare “La Banda Baader Meinhof”, l'altro nome con cui la Raf era conosciuta, uscito nel 2008 per la regia di Uli Edel).
Con un passato del genere, dunque, il procuratore Matthias Weidling non poteva aspettarsi certo esternazioni “pacifiste” dalla Viett, che ha definito “politica” la sentenza che la condanna ad ottanta giorni di carcere o, in alternativa, al pagamento di 1.200 euro. E “politica” è stata anche la risposta dell'ex esponente Raf, che si è presentata al banco degli imputati tenendo ben aperto il quotidiano “Junge Welt” alla pagina tre, dove campeggiava l'articolo “Der Krieg ist das Verbrechen” (“La guerra è (il vero) crimine”[1]).
Sempre per le frasi “infuocate” pronunciate durante la conferenza da Inge Velt è stato processato – con assoluzione – il direttore del quotidiano di ispirazione marxista, reo di averne riportata la trascrizione integrale ma assolto perché, secondo il giudice, quella sentenza minava la libertà di stampa.
Per quello che potremmo definire “reato d'opinione” è invece chiamato alla sbarra Thies Gleiss, la cui colpa è quella di aver definito “assassini” i soldati tedeschi che autori della strage di civili (91 secondo l'Isaf, 142 secondo fonti afghane) a Kunduz avvenuta il 4 settembre 2009 – come riporta il sito PeaceReporter[2] – allorquando due F-15 americani sganciarono due bombe da 500 libbre su due autocisterne cariche di carburante, provocando la strage. A discolpa della catena di comando – secondo i membri della maggioranza di governo – ci sarebbe la scarsità di informazioni di cui il colonnello Georg Klein – colui che ordinò il bombardamento – poteva disporre secondo le quali quelle autocisterne sarebbero state usate per attaccare il contingente tedesco.
| Note |
[2] Germania, le verità non dette sulla strage di Kunduz, di Nicola Sessa, PeaceReporter, 28 ottobre 2011
Obama's Mexicogate?
| di Laura Carlsen, direttrice del Programma americano per il Centro per la Politica Internazionale a Città del Messico e columnist per Foreign Policy in Focus (qui l'articolo originale: http://www.fpif.org/articles/obamas_mexicogate) |
Un'operazione segreta per contrabbandare armi attraverso la frontiera per i cartelli della droga messicani – supervisionata da agenti del governo statunitensi – rischia di diventare lo scandalo maggiore per l'amministrazione di Obama.
L'operazione, chiamata “Fast and Furious”, è stata eseguita dall'Ufficio per l'Alcol, Tabacco, Armi da fuoco ed Esplosivi (ATF) di Phoenix, Arizona. L'ATF ha autorizzato l'acquisto di armi in un negozio di armi statunitense e ha monitorato la rotta del contrabbando verso il confine messicano. Secondo quanto riferito, più di 2.500 armi da fuoco sono state vendute a prestanome che hanno poi consegnato le armi ai contrabbandieri sotto il naso dell'ATF.
Ma una volta oltrepassato il confine, l'agenzia sembra aver perso le tracce delle armi. Centinaia di AK-47 e fucili Barret calibro .50 – le armi più usate nella guerra dei cartelli della droga – sono facilmente arrivate nelle mani di alcune tra le organizzazioni criminali più spietate del Messico.
Gunwalking
Nel gergo del traffico di armi, quando si tratta di permettere consapevolmente ai contrabbandieri di fare il proprio business, si chiama “gunwalking”. Secondo informatori dell'ATF, l'agenzia è rimasta a guardare come i compratori acquistassero fino a 20 armi alla volta passandole velocemente a trafficanti appostati nelle aree di parcheggio nelle vicinanze. La speranza era quella di seguire le armi e mettere le mani su uno dei cartelli principali.
Nel dicembre 2010 le armi “camminanti” sono state identificate come quelle con le quali i cartelli della droga hanno ucciso l'agente della Polizia di Frontiera Brian Terry. Un angosciato agente dell'ATF ha deciso di denunciare l'operazione di gunwalking, dopo che l'agenzia ha ignorato mesi di denunce.
L'agente John Dodson ha denunciato l'operazione “Fast and Fourious” in un'intervista con CBS News il 3 marzo. Dodson era preoccupato per l'operazione ben prima dell'omicidio di Terry. Un ampio numero di armi ha passato liberamente il confine durante la prima parte del 2010, lui ed altri agenti dell'ATF notò allarmato l'aumento del numero di crimini violenti a sud della frontiera. Ha detto di aver riferito al suo supervisore: «Quante più armi comprano, più violenza avremo laggiù».
Dodson informa che il suo supervisore gli ha replicato: «Se vuoi farti una frittata, devi rompere alcune uova».
La sorellanza è un’arma: Appello per Pinar Selek libera!
Pinar Selek, femminista, sociologa, pacifista, antimilitarista, scrittrice e tra le fondatrici di Amargi, si trova ad affrontare di nuovo il rischio di un ergastolo in un processo per cui è stata già assolta due volte.
Il caso di Pinar Selek verrà quindi ancora una volta riesaminato, il 9 febbraio 2011, dalla 12° Corte dei crimini aggravati di Istanbul, a Besiktas.
Il sito per firmare la petizione entro il 9 Febbraio data in cui potrebbe riaprirsi il processo: http://www.ps-signup.de/index.php
Per avere ulteriori informazioni potete anche visitare il sito delle compagne francesi http://pinarselek.fr/
o scrivere a : solidarietapinarselek.italia@gmail.com
La sorellanza è un'arma, Libera Pinar!
VOGLIAMO GIUSTIZIA, PRENDIAMO POSIZIONE ACCANTO A PINAR SELEK
Questo è un appello urgente a tutte le donne, le lesbiche, i gruppi, associazioni e reti femministe da parte di Amargi Women’s Solidarity Cooperative.
Pinar Selek, femminista, sociologa, pacifista, antimilitarista, scrittrice e tra le fondatrici di Amargi, si trova ad affrontare di nuovo il rischio di un ergastolo in un processo per cui è stata già assolta due volte.
Come l’opinione pubblica in parte conosce già, è diventata un bersaglio a causa della sua ricerca sociologica condotta nel 1996, relativa alle condizioni del conflitto armato tra la Turchia e il Kurdistan e alle possibilità di riconciliazione. Condotta in detenzione preventiva, la ricerca le è stata sequestrata ed è stata pesantemente torturata per farle dire i nomi delle persone curde che aveva intervistato. Siccome si è rifiutata di dare alle autorità i nomi delle sue fonti, è stata arrestata. Mentre era già in carcere, il suo nome è stato collegato ad una esplosione avvenuta nel Bazar delle spezie di Istanbul e lei è accusata di aver preso parte a questa presunta cospirazione contro il governo. Durante il processo vennero smentite e annullate le false dichiarazioni ottenute torturando Pinar. Finalmente dopo due anni e mezzo Pinar Selek viene rilasciata. Tuttavia, anche se è stata assolta per ben due volte, la 9° Camera penale della Suprema Corte ha deciso di contestare per la seconda volta la sentenza di assoluzione e ha chiesto che Pinar Selek venga giudicata di nuovo chiedendo una pesante condanna a 36 anni di reclusione. L’Assemblea Penale Generale ha respinto l’obiezione del procuratore capo e ha inviato la causa alla 12° Corte dei crimini aggravati di Istanbul, che in passato aveva dato l’assoluzione.
One weapon per child
Quando un paio di mattine fa ho letto questa frase pensavo fosse uno scherzo. Sapevo che il premier ieri doveva presentarsi in Parlamento e dunque credevo che fosse un passaggio delle tante barzellette che avrebbe raccontato in quella sede.
Ho avuto qualche sentore che ci fosse poco da ridere quando ho letto che l'idea era del duo Gelmini-La Russa. In realtà parlare di “idea originale” del duo forse è eccessivo, visto che – come sostiene il dott. Giuseppe Colosio, direttore scolastico per la Lombardia in un'intervista a PeaceReporter – questa della militarizzazione delle scolaresche è un'attività diffusa nel nord Europa ed in particolare in Gran Bretagna (almeno la Ministra della (D)Istruzione questa volta non si è limitata a Wikipedia come nel caso dell'opuscolo per il 150° dell'Unità d'Italia [http://informarexresistere.fr/la-gelmini-copia-da-wikipedia-l%E2%80%99opuscolo-per-le-scuole]) e, udite udite, quello che sta(rebbe) per iniziare è il quarto anno di sperimentazione. Il progetto “Allenati per la vita” così come è stato presentato è infatti idea risalente al settembre 2007, anche se nel 2005 era già in fase di sperimentazione in quel di Brescia. Poi uno dice che pensa male...
Dopo l'introduzione della mini-naja, questo corso – per adesso attivato nella sola Lombardia – va ad inserirsi nelle politiche governative per i giovani, che prevedono alla fine della legislatura la trasformazione dei giovani in un branco di pecore ammaestrate. Però con la divisa addosso!
In cosa consiste questo corso è presto detto. Innanzitutto iniziamo dalle cifre: 120 volontari dell'Unione Ufficiali in Congedo avranno il compito di educare (o ri-educare?) gli studenti alla cultura militare con corsi sia teorici che pratici, tra i quali da segnalare sicuramente sono i corsi “sopravvivenza in ambienti ostili” (anticipazione del futuro da precari sottopagati nel quale tutti sembra dovremo passare...), “difesa nucleare, batteriologica e chimica” (perché tutti sappiamo che questo paese quotidianamente subisce attacchi di questo tipo) e “insegnamento all'arma” con archi, frecce e pistole ad aria compressa.
Eseguire gli ordini non è mica un reato.
«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano». Scriveva nel giugno 1968 Pier Paolo Pasolini, in quella che è considerata la più controversa tra le sue poesie (e, probabilmente, una tra le più controverse opere nella sua vastissima produzione letteraria e cinematografica). Quelle parole, come è evidente, fanno riferimento a quell’episodio passato alla storia come “la battaglia” di Valle Giulia. Il 1° marzo 1968, venne organizzato a Roma un corteo, che vide la presenza di circa 4.000 persone. Arrivati in Piazza di Spagna i manifestanti si divisero: una minoranza andò verso la città universitaria, la maggioranza invece si diresse verso Valle Giulia (tra i quartieri Parioli e Flaminio), con l’intento di liberare la Facoltà di Architettura, sgombrata poco prima dalle forze dell’ordine che si erano poste a difesa dell’istituto. Quel giorno, in piazza, c’erano molti di quelli che diventeranno poi i leader dei movimenti – di sinistra e di destra – che hanno scritto le pagine di storia di quell’epoca, come Oreste Scalzone (leader di Potere Operaio ed Autonomia Operaia) e Stefano Delle Chiaie (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale). Quest’ultimo, insieme a tutta la compagine di destra, verrà espulso di lì a poco – 16 marzo, giorno dell’assalto alla Facoltà di Lettere della Sapienza – dal movimento studentesco. Il casus belli che fa scoppiare gli scontri è il pestaggio, da parte di un gruppo di poliziotti, di un ragazzo che si trovava lì a manifestare: la reazione degli studenti – che, a differenza di manifestazioni precedenti, riuscirono a tener testa alle ben più attrezzate ed addestrate forze dell’ordine – fu immediata. Alla fine si registrarono 148 feriti tra le forze dell’ordine e 478 tra gli studenti, con 4 arresti, 228 fermati, otto automezzi della polizia incendiati e cinque pistole sottratte agli agenti.
Guardando le immagini del pestaggio di un’intera comunità – quella aquilana - che (non) arrivavano su quegli organi di informazione che oggi vanno in giro imbavagliati (solo per rendere palese un modo di fare ormai entrato nel “Decalogo del perfetto giornalista italiano”) mi sono venute in mente quelle parole con cui Pasolini si schiera al fianco dei poliziotti.
Guerra in affitto
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore»
Che la guerra sia parte integrante della vita umana non è certo una novità. L'ha cantata magistralmente De André in pezzi come “La guerra di Piero”, “La ballata dell'eroe” o in “Fiume Sand Creek”. Prima di lui tanti e tanti, in ogni tempo e ad ogni latitudine, hanno scritto, cantato e raccontato la guerra: da Omero con i suoi poemi a Guccini passando per John Lennon, Patti Smith e Bob Dylan. Probabilmente a questi nomi se ne aggiungeranno tanti altri in futuro, e questo non perché – probabilmente – la guerra terminerà con l'uomo, ma perché c'è chi, con le guerre, ci fa un mucchio di soldi, e quindi non ha alcuna intenzione di vederne la fine.
Niente signori della guerra africani o venditori di morte alla Viktor Bout – il trafficante di armi magistralmente interpretato da Nicolas Cage in “Lord of war”: trattasi, più banalmente, di mercenari.
Si può dire che questo particolare tipo di soldato, quello senza bandiera e dalla divisa di un colore imprecisato, per citare nuovamente De André, sia nato il giorno stesso in cui – nella notte dei tempi – qualcuno decise di muovere guerra verso qualcun altro, per tutelare i propri interessi: dall'Impero romano ai popoli d'Oriente passando per il periodo della colonizzazione, ogni guerra ha avuto la sua buona dose di mercenari; anzi: prima dell'avvento degli Stati-nazione, la componente privata degli eserciti era di gran lunga superiore a quella “istituzionale” ed istituzionalizzata sotto una bandiera o una divisa comune.
E proprio dalle guerre di colonizzazione ci viene la concezione di “mercenario” che più o meno tutti abbiamo in testa: quella di tagliagole senza padrone il cui unico scopo nella vita è quello di uccidere per denaro.
Che si chiamino Lanzichenecchi, Capitani di ventura o – appunto – mercenari, i discendenti di Bob Denard, uno tra i più celebri mercenari che la storia ricordi, hanno segnato, e continuano a segnare tutt'oggi, la storia bellica dell'umanità.
«Le truppe statunitensi, britanniche e degli altri paesi della coalizione sono in Afghanistan per vincere la guerra. Per noi, più la situazione più si deteriora meglio è». A parlare non è qualche capo locale di Al Qaeda ma uno dei tanti contractors a cui oggi gli stati “democratici” hanno delegato gran parte del lavoro di retroguardia (e non solo) all'interno della gestione di un conflitto bellico.
Consulenza, addestramento e supporto logistico sono i tre ambiti in cui questi mercenari del XXI secolo vengono utilizzati maggiormente, perché oggi la guerra richiede
Al grande coro della Guerra Santa al Terrore
Londra (Inghilterra) - «La corte la condanna ad anni 2 di carcere per aver stonato nel coro della guerra santa al terrore». Potrebbe essere questa l'ipotetica fine del processo a Joe Glenton che si sta tenendo in questi giorni in Inghilterra. La “stonatura” di Joe, che ha 26 anni e fino ad un anno fa faceva il caporale per le forze di occupazione britanniche in Afghanistan, è quello di aver detto «NO! La guerra combattetevela da soli!»
Joe si arruola nel 2004 nell'esercito britannico, due anni dopo chiede di essere inviato in Afghanistan, convinto dalla propaganda mondiale che la guerra – qualunque essa sia ed ovunque essa venga combattuta – sia un modo per portare la pace e la democrazia.
Però la guerra è qualcosa di diverso. Non è come gliel'avevano raccontata il governo “democratico” del suo Paese o durante l'addestramento. La guerra “vera”, quella vissuta sulla propria pelle è molto diversa da quella che raccontano nei film, e Joe ne rimane talmente shockato che gli viene diagnosticato il Ptsd, il Disturbo da stress post traumatico, una sorta di “malattia professionale” per chi, alla voce “professione”, ha scritto: fare la guerra. Con una diagnosi del genere non puoi tornare al fronte, perché diventi pericoloso per te stesso e per i tuoi compagni (e l'Inghilterra è tra i paesi più colpiti da lutti tra i militari al fronte afghano), ma l'ottusità dei vertici militari gli impone il ritorno, perché lui “deve servire la Patria”. Joe però di ritornare a fare la guerra, quella guerra ingiusta che uccide indistintamente “terroristi” e civili, e che certo non porta “la pace e la democrazia” proprio non ne vuole sapere. Allora decide di fare una cosa che sempre più si sta diffondendo tra i militari: se ne va di sua sponte. Decide che la sua licenza avrà scadenza illimitata. Così come hanno già fatto 17.000 soldati prima di lui.
Joe è un soldato, è vero. Ma non è un burattino, ed i suoi diritti li conosce. E conosce anche quello Statuto del Tribunale di Norimberga dove si dice che un militare ha l'obbligo legale di non eseguire un ordine illegale. E andare a far la guerra per assecondare i voleri geopolitici ed economici di un altro paese – gli Stati Uniti – è illegale. Portare morte e distruzione, invadere una terra senza averne motivo: tutto questo è illegale, che sia la legge dell'uomo a giudicare o che sia quella di Dio, per chi ci crede naturalmente.
Sono circa 17.000 i casi di diserzione – perché di questo si tratta, in sostanza – ma perché a pagare è soltanto Joe?
Le coscienze non possono essere imprigionate, liberate Volkan Sevinc!
al momento del suo arresto. La storia di Volkan, in realtà, è la storia di tanti, troppi compagni anarchici che, per il solo fatto di aver abbracciato la “A” cerchiata o il gatto nero e non le logiche imperialistico-repressive, vengono imprigionati, perseguiti e “fatti suicidi” – come nel caso dell'anarchico Pinelli.Tutto, per Volkan, inizia il 6 gennaio 2010, durante una conferenza stampa, con annessa manifestazione, tenutasi nella capitale turca in solidarietà all'obiettore di coscienza detenuto Enver Aydemir. Il ferreo braccio armato dello Stato turco, con atto pronto ed eroico, si prodigava in atto totalmente illegale: la richiesta dei documenti in un tipo di manifestazione – pacifica – per la cui riuscita, in Turchia, non vi è neanche l'obbligo di informare la polizia. Ma si sa che la polizia può tutto, e noi italiani dovremmo saperne qualcosa (butto lì solo due nomi: Diaz e Bolzaneto, per chi ricorda...). Già questo dovrebbe bastare a dare l'idea dei veri intenti delle forze dell'ordine (che anche in Turchia, come i loro colleghi italioti, sono sempre più del disordine...), ma naturalmente, in una storia di questo tipo non possono mancare sparizione e (strane) apparizioni. Dei 23 antimilitaristi fermati, l'unico arrestato è stato Volkan, l'unico anarchico. Viene portato davanti al giudice, per un processo da egli stesso definito “farsa”, utile solo per dare quella parvenza di democrazia al regime turco (che in funzione di entrata in Europa è sempre un buon modo per ripulirsi l'immagine...) con due capi d'accusa: a) essere l'organizzatore della manifestazione, peraltro definita “assembramento illegale” e b) possedere un'arma da fuoco: un coltello.
No, non ci sono errori: secondo il giudice la prova del possesso di un'arma da fuoco è proprio un coltello (peraltro non di proprietà di Volkan)! Evidentemente in Turchia saranno talmente avanti con la tecnologia che hanno trovato il modo di far sparare anche i coltelli, boh...
In quanto anarchico, Volkan ha subito un processo-farsa; in quanto anti-militarista è stato incarcerato nelle prigioni del Potere (ognuno ha quelle che più gli aggradano: noi, negli anni '70, avevamo le prigioni del Popolo, i turchi, nel 2010, hanno le prigioni del Potere...). Negli stessi momenti per le strade di Ankara, di Istanbul e di Smirne si riversavano i compagni di Volkan, dietro a striscioni che avevano un'unica, identica, dicitura: «Le coscienze non possono essere imprigionate, liberate Volkan Sevinc».
Qualunque sarà l'accusa ufficiale, quella di Volkan è da leggersi come carcerazione per aver rifiutato la logica di morte che indossare una divisa porta con sé. Succede a Volkan in questi giorni, succede ai disertori israeliani tutti i giorni. Ma questa è un'altra storia...
Solidarietá a chi si oppone al militarismo, rispetto per i disertori! Volkan libero!
p.s. potete seguire le vicende di Volkan Sevinc al sito: http://www.ahaligazetesi.org/. Se conoscete il turco, naturalmente.


