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Il gastronomo del Viminale - Federico Umberto D'Amato (La Storia siamo noi, 6 giugno 2013)

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E’ stato per trent’anni il più autorevole funzionario dell’Ufficio Affari Riservati, di fatto, il servizio segreto del Ministero dell’Interno. Bonario e spietato, curioso e discreto, Federico Umberto D’Amato è stato l’uomo di fiducia degli americani, lo spione di Botteghe Oscure, il primo civile ammesso alla Nato e, secondo i suoi accusatori, la figura dietro agli scandali finanziari, alle trame oscure e alle stragi che hanno attraversato il paese. Una vera e propria ombra del potere. Una figura che ha fatto delle informazioni un’affilata arma del potere. Il suo scopo sapere tutto di tutti soprattutto di quelli che il potere lo detengono.

Muos di Niscemi, se la Sicilia si trasforma in una gigantesca base militare

Niscemi (Caltanissetta) - Parafrasando la nota massima di Marshall McLuhan, secondo la quale “il medium è il messaggio”, si potrebbe dire che “l'importanza del medium è l'importanza del messaggio”. Un esempio lo abbiamo avuto nei giorni scorsi, quando Fiorello – che ha accusato i media nazionali di censurare l'argomento - all'interno della sua “Edicolafiore” ha parlato del Mobile User Objective System, meglio noto come Muos. Portando il problema – secondo la sua ricostruzione - dal piano strettamente siciliano a quello nazionale.

Già da mesi però, a denunciare gli effetti del progetto c'è Antonio Mazzeo, professore, giornalista "obiettore" e peace researcher, tra i pochi - se non l'unico - ad occuparsene assiduamente e fin dall'inizio, anche attraverso la stampa nazionale (qui un articolo de Il Manifesto). La vera questione mediatica, forse, sarebbe chiedersi quali attori ed interessi muovano al silenzio. Ma questa – direbbe Carlo Lucarelli – è un'altra storia.

Del Muos avevo già parlato in un ampio dossier a maggio.

Uranio impoverito: nuova sentenza conferma il nesso con la "sindrome dei Balcani"

Roma – Due condanne in dieci giorni. No, nessun nuovo caso di cronaca nera che tanto piacciono ad un certo tipo di informazione, anche se sempre di “nera” si tratta, anche quando ad essere condannato è il Ministero della Difesa.

Nei giorni scorsi, infatti, il Tribunale di Roma ha stabilito - con sentenza definitiva – in un milione di euro il risarcimento per i genitori di Andrea Antonaci, sergente maggiore di Martano (Lecce) morto di linfoma non Hodgkin il 12 dicembre 2000 dopo aver fatto parte del contingente Nato in Bosnia nel 1999. La più nota delle missioni in cui si usava l'uranio impoverito, che di Antonaci – come degli oltre 200 militari morti fino ad oggi – è stato l'omicida. L'ultima vittima, a settembre, l'ex marò catanese Salvo Cannizzo[1]. Oltre 2.000 gli ammalati, tra cui anche il militare 36enne di Corropoli (Teramo) appartenente al diciottesimo Bersaglieri Cosenza sul cui caso si è espressa in questi giorni la Corte dei Conti de L'Aquila. Con queste due ultime condanne sale a dodici il numero di cause giunte a sentenza in primo grado, per un risarcimento che supera i 16 milioni di euro. Il dato, ormai, sembra essere acquisito: i militari vittime della cosiddetta “Sindrome dei Balcani” muoiono di uranio impoverito, in aggiunta alla scarsa protezione con cui i nostri militari maneggiavano quel materiale, utilizzato in ambito bellico – in violazione di circa una decina di convenzioni internazionali, stando ad un rapporto Onu del 2002 – fin dalla Guerra del Golfo del 1991, con forti sospetti sull'intervento statunitense a Panama del dicembre 1989[2]. La “sentenza-Antonaci” - basata sugli studi sulle nanoparticelle della dottoressa Antonietta Gatti[3] - è destinata a fare scuola, tanto che avvocati belgi, inglesi e francesi ne hanno acquisito copia per studiarla.

Nonostante una serie di condanne che va sempre più aumentando, la politica è ancora sorda. All'epoca della morte di Antonaci l'allora ministro della Difesa Sergio Mattarella (governo D'Alema II, dicembre 1999-aprile 2000) sostenne che l'uranio non c'entrava – non essendo pericoloso - e che, comunque, non eravamo stati informati sul fatto che il contingente di cui facevamo parte utilizzasse uranio impoverito, nonostante la documentazione inviata dalla Nato affermasse l'esatto opposto. La colpa, è ancora la tesi portata avanti dalla classe politica, è da ricondursi ai vaccini fatti a distanza ravvicinata ai nostri militari che avrebbe potuto indebolire il sistema immunitario.

Vaccinazioni che, però, non furono fatte né alle popolazioni civili delle zone bombardate – come gli abitanti di Peja – Peć, nel Kosovo occidentale[4] - né nei pressi del Poligono di Quirra[5], dove si muore per le stesse cause. Ma questa è un'altra storia.

qui "L'Italia chiamò", di Leonardo Brogioni, Matteo Scanni, Angelo Miotto

Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/uranio-impoverito-nuova-sentenza-conferma-il-nesso-con-la-sindrome-dei-balcani/32880/

Note
[1] Uranio impoverito, morto l’ex marò Cannizzo. Aveva denunciato l’indifferenza dello Stato di Leandro Perrotta, CtZen.it, 18 settembre 2012;
[2] La storia dell'uranio impoverito, PeaceLink.it;
[3] "L'Italia chiamò" Intervento di Antonietta Gatti, Arcoiris.tv, 2 ottobre 2008;
[4] Elenco dei siti bombardati con uranio impoverito dalla Nato di Francesco Iannuzzelli, PeaceLink.it, 6 gennaio 2001;
[5] Quirra, c'è uranio impoverito di Riccardo Bocca, L'Espresso, 20 aprile 2011

L'eredità dei missili di Comiso? L'ecoMUOStro

foto: italianimbecilli.blogspot.com
Niscemi (Caltanissetta), 31 maggio 2012 - Trent'anni fa, mentre Stati Uniti ed Unione Sovietica si contendevano il mondo diviso del Muro di Berlino, l'Europa conobbe un terzo “giocatore”, che per un decennio si oppose alla politica del riarmo sovietico-statunitensi sotto la bandiera del “Senza missili dall'Atlantico agli Urali” e che vide, per l'Italia, il momento più importante durante la pacifica battaglia contro i missili della base americana di Comiso. Quel movimento vedeva tra i propri leader Pio La Torre e Pippo Fava. Proprio quest'ultimo, all'epoca, titolò un proprio articolo «ti lascio in eredità i missili di Comiso». «Discutiamone per un istante poiché si tratta della nostra vita e soprattutto di quella dei nostri figli», scriveva il giornalista, che verrà poi ucciso dalla mafia l'anno dopo, «La guerra nucleare è come un assassinio mafioso: non si dichiara, ma si esegue, cioè si scatena senza preavviso e nel momento più imprevedibile». Oggi, forse, lo titolerebbe in un altro modo: «ti lascio in eredità l'ecoMUOStro di Niscemi».

Si chiama Muos, acronimo di Mobile User Objective System, è una stazione di telecomunicazioni satellitari formata da tre antenne di 18,4 metri di diametro (due funzionanti perennemente ed una di riserva, stando ai dati forniti dalle autorità militari) e due torri radio alte 149 metri che la Marina militare degli Stati Uniti ha intenzione di terminare entro il 2015, con una colata di cemento prevista in 2059 metri quadri[1]. Luogo scelto per il posizionamento la riserva naturale “Sughereta” di Niscemi, Caltanissetta, Sicilia sud-orientale, dove è giù presente – in contrada Ulmo – una base americana. O sarebbe meglio dire “Portaerei Sicilia sud-orientale”[2][3]. Il suo scopo è, anche, quello di decuplicare la trasmissione delle informazioni. «Significa che basta anche una tempesta solare, che ha degli effetti enormi sulle telecomunicazioni» - diceva Antonio Mazzeo nel suo intervento nell'ambito del convegno nazionale Scuola e Ambiente tenutosi al liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Niscemi - «arrivano dei byte errati ad un computer, vengono letti in modo errato e possiamo scatenare una guerra nucleare».
Come trent'anni fa, con i 112 missili Cruise a testata nucleare e la creazione della base militare di Comiso, nel ragusano, segnale eloquente ed inquietante che la guerra globale stava – e sta – spostandosi nel mare nostro.

Il luogo prescelto, dicevamo, è la riserva naturale di Niscemi, che fa parte della rete di Natura 2000 come sito di interesse comunitario ed inserita nel maggio 2008 nel Piano territoriale paesaggistico approvato dalla Provincia, che la definiva sotto «livello di tutela 3»

I vuoti di memoria di Piero Fassino

«Un esercito in missione di pace è un esercito che spara per secondo».
[Piero Fassino, esponente di spicco del Partito Democratico].

È semplicemente geniale. Un'affermazione del genere ammetto che non me l'aspettavo neanche da quelli di estrema destra. Deve essere per questo che – in bocca a chi si spaccia ancora per uno “di sinistra” - la trovo decisamente imbarazzante. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo le puntate precedenti:

Piero Fassino – ex Partito Comunista e tutto il resto – qualche tempo fa aveva fatto trasalire chi ancora ha problemi ad accostare termini come “sinistra” e “centro” ammettendo che [citazione testuale]: «Ve lo dico con franchezza, qualche volta il leghismo nel mio cuore prorompe». E già lì, come direbbe il buon Gaber, ci sarebbe da incazzarsi, perché uno dice: ci ha preso per il culo fino adesso!

Non contento di aver informato l'elettorato che se reintroducessero il voto di preferenza votare per lui potrebbe voler dire votare Lega, nei giorni scorsi il nostro ha aggiunto un'altra piccola perla al bestiario (quella in apertura di post).
La puntata di ieri di “In ½ ora” che – ahimè – ho avuto l'ardore di guardare, si è rivelata interessante per due motivi: il primo è che dopo 9 anni dallo scoppio del conflitto afghano il nostro Ministro della Difesa ci ha finalmente fatto capire che parlare di “peace-keeping”, “missioni di pace” e tutto il corollario oltre che ipocrita è anche sbagliato: noi siamo in Afghanistan per fare la guerra, ed è in quest'ottica che va letta la sua richiesta al Parlamento di armare – o meno – i nostri caccia con le bombe. Più volte durante il programma di Lucia Annunziata il ministro ha sottolineato il fatto che adesso non se la sente più di prendere decisioni da solo, ed ha perfettamente ragione: perché devono grondare sangue solo le sue mani quando possono farlo quelle di tutti i parlamentari? Perché è questo quello che verrà chiesto a deputati e senatori: fare più vittime a suon di bombe. E chisenefrega se per ogni taleban ucciso ci rimarranno sotto anche 3-4 civili: basterà prendere qualche kalashnikov precedentemente sequestrato, metterlo accanto ai corpi delle vittime civili ed in un attimo otterremo anche noi la nostra “strage” di taleban così come in uso all'Isaf [“La fabbrica dei talebani” - PeaceReporter 20/09/2006, articolo presente nei documenti alla fine del post].

Il secondo motivo, ovviamente, sono state le esternazioni di Fassino, che ancora racconta la storiellina delle “missioni di pace”. Non contento, peraltro, in un'intervista concessa a Daniela Preziosi su Il Manifesto di ieri si prodigava nel richiedere la creazione di un “monumento ai caduti”.