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Per una "controstoria" dell'invasione in Afghanistan. Intervista ad Enrico Piovesana

foto: articolo11.net

Kabul (Afghanistan) - La guerra in Afghanistan ha avuto - e continuerà ad avere con la nuova missione "Resolute Support" - cause ben diverse da quelle che le "diplomazie mediatico-militari" hanno raccontato in questi dodici anni. Fronteggiare i talebani non significava democratizzare il Paese né combattere il terrorismo. La guerra in Afghanistan è stata, in buona sostanza, una gigantesca "guerra di mercato": quella per il controllo dell'oppio. Ne abbiamo parlato con Enrico Piovesana, (nella foto) giornalista professionista e reporter di guerra specializzato in armi e conflitti.

Partiamo da quello che ormai sembra essere un dato di fatto: per il contingente occidentale in Afghanistan il problema dell'oppio non è eradicarlo.
In Afghanistan, americani e alleati hanno scelto fin dal 2001 di non immischiarsi nelle campagne di eradicazione delle coltivazioni di papavero, lasciando che se ne occupasse la polizia afgana. “Non distruggeremo le piantagioni di papavero - spiegherà alla stampa internazionale l’assistente strategico del generale americano Stanley McChrystal - perché non possiamo colpire la fonte di sussistenza della popolazione di cui vogliamo conquistare la fiducia”. Questa semplice verità verrà pubblicamente affermata più volte nel corso degli anni dai vertici militari e politici di Washington. 
Questo “non interventismo” - ben rappresentato dalle tante immagini dei soldati occidentali in pattuglia tra i campi di papavero, magari fermi a chiacchiere con i contadini intenti a raccogliere oppio - è stato criticato per la sua ovvia ricaduta negativa sul contrasto alla produzione di oppio ed eroina. A smorzare queste le critiche, però, c’è sempre stata l’attenuante dall’aspetto ‘umanitario’ di tale decisione, vale a dire il riguardo - per quanto strumentale - nei confronti delle condizioni di vita della popolazione. 

Chi trae vantaggio da questa politica di “non interventismo”?
Questo laissez-faire non si limita ai contadini che sopravvivono grazie all’oppio, ma riguarda anche i signori della droga che gestiscono il narcobusiness afgano. Alla fine del 2001 questi warlord – reclutati dalla CIA per attaccare i talebani, come ha scritto lo storico americano Alfred McCoy - guidavano la resistenza armata anti-talebana nota come Alleanza del Nord, un fronte armato multietnico dominato dai tagichi del maresciallo Mohammed Qasim Fahim e dagli uzbechi del generale Abdul Rashid Dostum.

High School Jihad

I reclutatori in questo campo profughi afghano non aspettano che i bambini si diplomino prima di inviarli al fronte

Questo articolo è comparso su Newsweek con il titolo "The Jihadi High School" il 2 maggio 2011. La firma è di Ron Moreau

Il giovane afghano odia la sua nuova scuola nella città pakistana di Peshawar. «I miei compagni di classe parlano solo di ragazze e film» si lamenta.
Un alto, magro diciassettenne con la barba appena accennata che provava nostalgia per la vecchia scuola che frequentava a poche miglia di distanza nel campo profughi afghano conosciuto come Shamshatoo.
Suo padre lo ha tirato fuori da lì lo scorso autunno, dopo aver tardivamente scoperto che la scuola era effettivamente un centro di reclutamento degli insorti. Chiedendo di essere chiamato Wahid Khan, il ragazzo ricorda con piacere le assemblee del mattino in cui gli insegnanti lodavano la bellezza della jihad e raccontavano la lunga storia di resistenza dell'Afghanistan agli occupanti stranieri. Lui ricorda i messaggi scarabocchiati sulla lavagna delle classi superiori: “Per unirsi alla Jihad, l'Ordine di Allah Onnipotente, chiama questo numero” eQuelli che vogliono ripagare il debito con Dio, prendano questo numero”.
Quando finì la scuola lo scorso giugno il ragazzo ha colto al volo l'invito ed ha trascorso gran parte dell'estate in un campo di addestramento degli insorti in Afghanistan. Aveva appena finito la classe decima. Suo padre, un ex insegnante di Kabul, si batte per dar da mangiare alla propria famiglia con non più di cento dollari al mese, facendo un lavoro massacrante in un forno vicino Peshawar. Vuol dare a suo figlio una vita migliore. Ma il ragazzo ha altre idee. Non appena quest'anno scolastico finirà sta progettando di tornare in Afghanistan per completare l'addestramento per la guerra contro gli americani. «I miei genitori vivono solo per sopravvivere» dice. «Il mio obiettivo è una vita onorabile agli occhi di Dio – e questo significa jihad».

Centinaia di ragazzi come Khan si sono uniti agli insorti di Shamshatoo negli ultimi anni, e con il ritorno della primavera, forze fresche sono pronte ad attraversare ancora una volta il confine con il Pakistan. «La ragione per cui Dio ha portato la nostra famiglia a Shamshatoo era che voleva che diventassi uno jihaidista», dice un altro residente del campo, un ventenne dai capelli selvaggi e le spalle larghe che si fa chiamare Waliullah. Aveva l'abitudine di scrivere appassionate poesie d'amore, ed il suo sogno era quello di ottenere un master in letteratura Pashto. Ma la sua famiglia si è trasferita a Shamshatoo cinque anni fa, quando lui aveva quindici anni, ed ora si sta preparando per partire per la sua terza estate di combattimenti contro gli americani in Afghanistan.

I nuovi padroni dell'Afghanistan, parte II: Gulbuddin Hekmatyar e Hizb-ul-Islami

«Bisogna fare la pace con i propri nemici, non con gli amici».
A dirlo è il generale David Petraeus, dal 23 giugno scorso uomo di fiducia di Barack Obama in Medio-Oriente, dove ha sostituito il generale Stanley Allen McChrystal, reo di aver rilasciato al magazine Rolling Stone una intervista molto critica verso l'amministrazione dell'attuale inquilino della Casa Bianca.

Suona un po' come il vecchio detto “se non puoi batterli unisciti a loro”, ed è quello che sembra stia accadendo in Afghanistan dove – dopo 9 anni di una guerra lanciata all'insegna della caccia al taleban – tra poco tempo quegli stessi uomini una volta inseriti nella “black list” andranno a formare il governo della probabile era post-Karzai o, quanto meno, ne andranno a rinsaldare i pilastri.
Abbiamo già parlato dell'influenza del clan Haqqani (qui il post: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/10/i-nuovi-padroni-dellafghanistan-il-clan.html), la cui importanza potrebbe rivelarsi utile – visti gli stretti rapporti con Al Quaeda – anche in un futuro conflitto con il Pakistan. Ma questa, per ora, è fanta-geopolitica.

Attenendoci invece alla realtà, un altro dei personaggi che quasi sicuramente andranno a far parte del nuovo esecutivo – vista anche la sua sovraesposizione mediatica – è una vecchia conoscenza dello zio Sam. Un amico molto speciale potremmo quasi affermare, visto che ai tempi della guerra anti-sovietica è stato il principale destinatario degli aiuti americani alle milizie afghane, aiuti che passavano proprio da quel Pakistan che sempre più diventa “croce e delizia” per l'amministrazione di Washington. Il nome di questo signore della guerra è Gulbuddin Hekmatyar.

  • Chi è Gulbuddin Hekmatyar

Pashtun, nato nel 1947 a Kunduz (Afghanistan del Nord, capitale della provincia omonima) da una ricca famiglia di proprietari terrieri, già ai tempi dell'università di ingegneria di Kabul si fa notare per il suo radicalismo: non è difficile sentirlo minacciare di raschiare via il rossetto dalle labbra delle studentesse con la carta vetrata o decantare altre “gentilezze” simili. Negli anni '70 diventa uno degli uomini di spicco del partito islamico moderato Jamiat-i-Islami (il partito più vecchio dell'Afghanistan il cui nome significa “Società Islamica”), a quel tempo capeggiato dall'ex presidente (il primo dell'Afghanistan post-comunista) Burhanuddin Rabbani e dove spicca il principale nemico interno di Hekmatyar, quell'Ahmad Shāh Massūd conosciuto come il “Leone del Panjshir” divenuto l'”eroe per antonomasia” del popolo afghano.

I colloqui di pace in Afghanistan possono avere successo? Intervista con Gulbuddin Hekmatyar

In una rara intervista concessa per e-mail, il signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar – capo del più debole dei tre principali gruppi insurgenti ed il primo ad impegnarsi nei colloqui di pace con Kabul – definisce il suo piano per fermare i combattimenti.

Di Anand Gopal per “The Christian Science Monitor

Il signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar
[foto Caren Firouz/Reuters]
Gulbuddin Hekmatyar, veterano tra i signori della guerra afghani e capo dell'unico tra i tre gruppi insurgenti principali a partecipare direttamente ai negoziati con il governo. Il suo gruppo, Hizb-ul-Islami ("Partito Islamico", ndt), controlla larghe parti delle regioni nord ed est ed a marzo ha consegnato a Kabul una proposta di pace in 15 punti.
Ma ogni accordo con Hizb-ul-Islami rimane lontano, a causa di disaccordi sul quando le truppe straniere dovrebbero andarsene e sul quando procedere a nuove elezioni. E non è chiaro se i talebani seguiranno l'esempio del gruppo.

Mr. Hekmatyar, presumibilmente nascosto in Pakistan, discute dei negoziati di pace con il Monitor in una rara intervista e-mail. Questi sono alcuni estratti dall'intervista.

«In marzo una delegazione dei suoi uomini è andata a Kabul per esplorare la possibilità di iniziare i negoziati di pace. Perché il suo gruppo ha deciso di dialogare proprio adesso?»

«Abbiamo iniziato i nostri sforzi per la pace subito dopo che il Presidente Obama ed altri leader occidentali hanno parlato per la prima volta della possibilità di ritirarare le proprie truppo dall'Afghanistan. Hanno detto che il caos in Afghanistan non ha una risoluzione militare, che non possono sconfiggere gli oppositori combattendo.
Abbiamo presentato la nostra proposta adesso perché con il ritiro delle truppe non vogliamo che si ripeta quello che successe dopo il ritiro delle truppe sovietiche (la guerra civile). Noi vogliamo arrivare ad un accordo di pace duraturo».

«Il ritiro delle truppe è l'unico modo per fermare i combattimenti?»

«La presenza delle truppe straniere è la ragione fondamentale per la quale continuiamo a combattere. Le truppe straniere devono lasciare l'Afghanistan. Inoltre l'interferenza dei nostri vicini e delle altre potenze deve finire, perché la loro competizione è la causa di questo caos.»

«Quale ruolo vede per se stesso nel governo post-americano?»

«Al momento voglio solo la libertà per il mio paese. Non penso ad altro. Non voglio niente per me stesso, on abbiamo chiesto niente neanche per Hizb-ul-Islami.
Vogliamo che gli afghani scelgano la posizione di ogni partito e persona. E non devono chiedere aiuto agli stranieri per questo.»

Inside the Taliban


"Inside the Taliban" è un documentario del 2007 trasmesso da National Geographic (e riproposto in italiano da Current Tv, versione che però sembra non esistere in rete se non per il trailer) scritto da Aaron Bowden e Terrence Henry e diretto da David Keane nel quale si racconta "l'ascesa, la caduta e la risalita" dei Taleban, dall'"amicizia" con gli americani negli anni della Guerra Fredda fino ai loro rapporti con Osama Bin Laden. È probabilmente uno dei pochi documentari utili per capire perché quello che veniva considerato dagli americani il "nemico pubblico numero 1", cioè il Mullah Mohammad Omar è ancora uno dei leader più ascoltati dagli afghani e per capire, principalmente, chi sono e cosa vogliono i combattenti che da 9 anni stanno sconfiggendo gli americani (dopo aver fatto la stessa cosa con britannici e russi).

I vuoti di memoria di Piero Fassino

«Un esercito in missione di pace è un esercito che spara per secondo».
[Piero Fassino, esponente di spicco del Partito Democratico].

È semplicemente geniale. Un'affermazione del genere ammetto che non me l'aspettavo neanche da quelli di estrema destra. Deve essere per questo che – in bocca a chi si spaccia ancora per uno “di sinistra” - la trovo decisamente imbarazzante. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo le puntate precedenti:

Piero Fassino – ex Partito Comunista e tutto il resto – qualche tempo fa aveva fatto trasalire chi ancora ha problemi ad accostare termini come “sinistra” e “centro” ammettendo che [citazione testuale]: «Ve lo dico con franchezza, qualche volta il leghismo nel mio cuore prorompe». E già lì, come direbbe il buon Gaber, ci sarebbe da incazzarsi, perché uno dice: ci ha preso per il culo fino adesso!

Non contento di aver informato l'elettorato che se reintroducessero il voto di preferenza votare per lui potrebbe voler dire votare Lega, nei giorni scorsi il nostro ha aggiunto un'altra piccola perla al bestiario (quella in apertura di post).
La puntata di ieri di “In ½ ora” che – ahimè – ho avuto l'ardore di guardare, si è rivelata interessante per due motivi: il primo è che dopo 9 anni dallo scoppio del conflitto afghano il nostro Ministro della Difesa ci ha finalmente fatto capire che parlare di “peace-keeping”, “missioni di pace” e tutto il corollario oltre che ipocrita è anche sbagliato: noi siamo in Afghanistan per fare la guerra, ed è in quest'ottica che va letta la sua richiesta al Parlamento di armare – o meno – i nostri caccia con le bombe. Più volte durante il programma di Lucia Annunziata il ministro ha sottolineato il fatto che adesso non se la sente più di prendere decisioni da solo, ed ha perfettamente ragione: perché devono grondare sangue solo le sue mani quando possono farlo quelle di tutti i parlamentari? Perché è questo quello che verrà chiesto a deputati e senatori: fare più vittime a suon di bombe. E chisenefrega se per ogni taleban ucciso ci rimarranno sotto anche 3-4 civili: basterà prendere qualche kalashnikov precedentemente sequestrato, metterlo accanto ai corpi delle vittime civili ed in un attimo otterremo anche noi la nostra “strage” di taleban così come in uso all'Isaf [“La fabbrica dei talebani” - PeaceReporter 20/09/2006, articolo presente nei documenti alla fine del post].

Il secondo motivo, ovviamente, sono state le esternazioni di Fassino, che ancora racconta la storiellina delle “missioni di pace”. Non contento, peraltro, in un'intervista concessa a Daniela Preziosi su Il Manifesto di ieri si prodigava nel richiedere la creazione di un “monumento ai caduti”.

E venne l'ora...di religione.


Avvertenza prima di leggere questo post: Se siete cattolici, se la domenica andate in chiesa e non muovete muscolo se non ve lo ordinano dal Vaticano e se tante volte foste la Binetti NON continuate a leggere. Passate oltre.

Diciamoci la verità: chi di noi, ai tempi della scuola – eccezion fatta per la suddetta esponente dell'Opus Dei in terra parlamentare, il Papa e qualche pretocchio tutto tempestato d'oro – ha realmente preso sul serio l'ora di religione? Io non la facevo proprio, anche perché il nostro insegnante – tra parentesi un prete che bestemmiava – a mia precisa domanda culturale (gli chiesi qualcosa riguardo ai Taliban prima dello scoppio della guerra...) non seppe rispondermi, mentre rompeva i maroni alla classe intera con i fantasmagorici racconti delle sue imprese tra la vita e la morte. La classe intera, per tutta risposta, copiava allegramente i compiti per l'ora successiva.

A parte le vicissitudini personali credo abbiate sentito tutti parlare dell'ennesimo attacco del terrorismo di matrice cattolico-vaticana ai danni della laicità di questo stato. Per chi non l'avesse sentito faccio un brevissimo riassunto: nel 2008 – governo Prodi – l'allora Ministro dell'Istruzione “Fioretto” Fioroni, anch'egli evidentemente amico della lobby vaticana (spero non sia pure lui dell'Opus Dei altrimenti chiedo la cittadinanza al Botswana...) mediante un'ordinanza dispone che l'insegnamento della religione cattolica – che è bene ricordare non è la religione di stato – concorra nell'attribuzione dei crediti per la maturità. Come ovvio e naturale subito i non-cattolici si sono fatti sentire facendo ricorso. Il 7 luglio di quest'anno il Tar del Lazio ha bocciato l'ordinanza di “Fioretto” Fioroni, ristabilendo quel che è sempre stato in Italia: gli insegnanti di religione non devono partecipare né all'assegnazione dei crediti e tantomeno devono avere “potere reale” negli scrutini. Anche perché, se – per ritornare al caso personale – tutti facessero come il mio insegnante che dava 6 anche a chi non faceva religione saremmo messi bene.

La CEI ovviamente, ha definito vergognosa la sentenza (dimentica forse di ben altre vergogne a cui guardare, come i preti pedofili che spesso difende...) in quanto – cito da Repubblica di quest'oggi -
“ l' insegnamento della religione cattolica non sostiene scelte individuali, ma di una componente importante di conoscenza della cultura italiana. Con buona pace dei laicisti e dei nostri fratelli nella fede di altre confessioni cristiane”
. Avete presente il film Highlander, quando due immortali si scontrano ed il cattivo dice a Christopher Lambert “ne resterà soltanto uno”? Ecco, in pratica è la stessa cosa che dice la CEI, con la differenza che per ora i Vatican's friends ancora non si son messi a tagliar teste.
Come ovvio tutti i futuri elettori del Papa – prima fra tutti Suor Merystar Gelmini – si sono messi a frignare che il Vaticano ha ragione perché (ri-cito da Repubblica):
“la cultura del nostro paese è intrisa di cultura cattolica. La scuola ha il compito di trasmettere questi valori non solo religiosi ma anche culturali, nel rispetto di chi professa religioni diverse assieme a quelli che non credono.”
Che è poi quel di cui vengono accusati gli islamici quando chiedono – a ragione secondo l'art.8 della nostra Costituzione – la creazione di moschee in suolo italico. Mentre scrivo questo mi sorge una domanda: essendo il Vaticano uno stato estero, e la religione cattolica – ripeto – non una religione di stato, perché non c'è la stessa levata di scudi contro la costruzione di Chiese? Alla fine qual'è la differenza con la costruzione di una Moschea?
Suor Merystar continua dicendo:
“faremo ricorso al Consiglio di Stato. I principi cattolici sono patrimonio di tutti. La sentenza impedisce la libera scelta degli studenti e delle famiglie, non contribuisce più alla valutazione globale dello studente, e gli insegnanti di religione verranno considerati come docenti di serie b”.
Mi chiedo però dove sia questo impedimento, visto che non viene fatta menzione – o almeno io non ne sono a conoscenza – dell'immediata espulsione di preti ed insegnanti di religione dalle scuole. Quello sì che sarebbe impedire una libera scelta! Anche sul “libera” scelta avrei i miei dubbi, ma lasciamo perdere altrimenti dicono che sono troppo mangiapreti...

Naturalmente a pag.3 di Repubblica vengono presentate due interviste (che a logica dovrebbero rappresentare l'una e l'altra voce della questione) di Cacciari, che in questi mesi ormai sta diventando come Berlusconi, dice e fa tutto ed il contrario di tutto e lei, la stella più luminosa del panorama politico nazionale (e Vaticano, corrente Opus Dei): Paola “Suor Maria” Binetti! Ah, piccola digressione: articolo su questioni religiose, intervista alla Binetti e la fai fare ad uno che di cognome fa Lopapa? E dillo che lo fai apposta però!
Comunque il sindaco di Venezia mi stupisce, perché secondo lui è
“indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo magari malamente chi è Manzoni, chi è Platone e non chi è Gesù Cristo”.
Mi chiedo perché io, ateo, debba sapere chi è Gesù Cristo e possa tranquillamente fregarmene di chi è Maometto, Allah o Buddha. O mi dai un'infarinatura – non pretendo approfondita, ma per lo meno fammeli conoscere – di tutti oppure di nessuno. Altrimenti è dittatura religiosa questa (guarda un po', la stessa cosa di cui accusano – di nuovo – i taliban...)!
La perla però ce la riserva ovviamente la Binetti – l'ho lasciata alla fine dell'articolo di proposito – dicendo che insieme a Pezzotta e alcuni altri “discepoli vaticani” vuol creare un gruppo trasversale per difendere il terrorismo vaticano in Italia. Da una che sostiene che lo stupro è voluto dalle ragazze che si vestono troppo da zoccole – e lei stando in Parlamento (tanto dopo pornostar, nani e ballerine ci sta bene di tutto...) di quel genere di ragazze se ne intende – non oso immaginare come possano chiamarsi: “Vatican'S Power” (modello “Girl Power” delle Spice Girls), “Vatican's lecchins” o cosa?

In chiusura prendo una frase dell'intervista a Cacciari e – tra il serio ed il faceto – dico: Mettiamo Piergiorgio Odifreddi ad insegnare religione (almeno ci insegnerebbe a criticarla, visto che non lo insegneranno di certo preti e docenti cooptati dal Vaticano)!
Wahida, Malika e Dilbar. Roobina, Parveen e Lida. Sono i nomi di alcune tra le tante donne afghane che con la caduta del regime dei Taliban nel 2001 [5 dicembre, con gli accordi di Bonn dove si iniziò a parlare di governo di transizione] e l'elezione l'anno seguente di Hamid Karzai [diciamo che forse forse tanto "elezioni" non erano, ma vabbè, questa è un'altra storia...] hanno deciso che quel che avevano vissuto non sarebbe più successo. Nè a loro nè ad altre. Wahida (nella foto) - traggo da Repubblica- è un nome falso. La giovane madre venticinquenne che parla nascosta dalla sciarpa è una delle due donne sugli 850 operai che stanno costruendo, con fondi americani, la nuova centrale elettrica di Kabul. Ogni giorno viene al lavoro insieme a suo marito, Sahid. Ogni giorno riceve minacce di morte. "Sono le persone con cui lavoro. Sono anche Taliban certo, ma qualcuno qui dentro li aiuta", dice. Mentre parla arriva un sms, Wahida lo apre e poi mostra il telefono: "Vede? Anche ora. Dicono che mi uccideranno se continuo a lavorare. Ma io non mi fermo. Il nuovo Afghanistan ha bisogno delle sue donne. E i politici che parlano di dialogo con i Taliban dovrebbero ricordarselo". Malika, 25 anni e Dilbar, 20 anni sono poliziotte [fra gli 840 allievi del centro di formazione per poliziotti sono le uniche donne]. Malika ha scelto di sfidare i luoghi comuni in nome dei 100 dollari al mese del salario di poliziotta: sa che lavorare sarà difficile e sa che se, come si dice in giro, quelli che stavano con i Taliban torneranno al potere a Kunduz, per lei, che ha osato infrangere due barriere - schierandosi con la legge e mischiandosi con gli uomini - la vita diventerà un incubo. "Confido nel governo - dice timida - accetterò quello che faranno. Ma non posso credere che ci sacrificheranno, non di nuovo". Confida in quel governo che ieri - capeggiato da "fantoccio" Karzai - ha di fatto reintrodotto la sharia, che rispedisce all'inferno queste giovani e coraggiose donne. Perché? Perché quell'uomo "eletto" come leader del progetto afghano post-taliban [in realtà piazzato lì dagli americani...e si vede...] non ha il polso della situazione. Non ha più alcuna voce in capitolo in un paese dove le differenze con il periodo degli studenti di religione al potere iniziano a non essere poi così chiare."...la legge sancisce che le donne sciite non possono rifiutarsi di avere rapporti sessuali con il marito, che non sono autorizzate a uscire di casa o a cercare un lavoro senza il consenso di un uomo. Che non possono cantare o suonarein pubblico. Che le ragazze possono essere sposate a 16 anni e che esclusivamente al padre - ed in seconda battuta al nonno - è affidata la custodia e l'educazione dei figli." E' questo ciò che sancisce la legge voluta dal democraticamente eletto parlamento afghano e promulgata in fretta e furia da Karzai prima di volare in Olanda. Molte donne afghane si chiedono come mai la "comunità internazionale" non faccia niente per loro. Come mai l'Onu non si sia ancora mossa. Beh, io una risposta credo di averla, e come cantava la 99 Posse in una vecchia canzone dal titolo "Children ov Amilov"...l'Onu si sta là, tanto ci sta poc' 'a magna!!" [credo non vi sia bisogno di traduzione no?]. L'Onu non fa niente perché, capeggiata dagli americani, destituire Karzai e sconfiggere realmente i signori della guerra locali [e non accordarsi con loro come hanno (di nuovo) fatto...] vorrebbe dire ammettere la sconfitta. Hillary Clinton ed il nostro Ministro degli Esteri Frattini [per una volta beccato in Italia...] hanno garantito che i diritti delle donne afgane sono una priorità per la comunità internazionale e che non verranno messe da parte...E francamente - visti anche i risultati - non so se sia una promessa od una minaccia.

Malalai Joya. La voce democratica dell'Afghanistan


"Il mio nome è Malalai Joya della provincia di Farah. Con il permesso degli stimati presenti, in nome di Dio e dei martiri caduti sul sentiero della libertà, vorrei parlare un paio di minuti. Ho una critica da fare ai miei compatrioti, ovvero chiedere loro perché permettono che la legittimità e la legalità di questa Loya Jirga [il "gran consiglio" afgano, ndr] vengano messe in questione dalla presenza dei felloni che hanno ridotto il nostro paese in questo stato. [...] Essi sono coloro che hanno trasformato il nostro Paese nel fulcro di guerre nazionali ed internazionali. Nella nostra società sono le persone più contrarie alle donne, e quello che volevano...(clamori, si interrompe). Sono coloro che hanno portato il nostro paese a questo punto, e intendono continulare nella loro azione. Credo sia un errore dare un'altra possibilità a coloro che hanno già dato tale prova di sé. Dovrebbero essere portati davanti a tribunali nazionali ed internazionali. Se pure potrà perdonarli il nostro popolo, il nostro popolo afgano dai piedi scalzi, la nostra storia non li perdonerà mai. "

Karzai è un fantoccio. Le forze internazionali dovrebbero aiutarci davvero a riportare democrazia e giustizia. Non dovrebbero occuparci. Troppi soldi dati ai signori della guerra e pochi alla ricostruzione. L'invasione ha gettato il paese dalla padella alla brace.
Non ha certo timori reverenziali questa giovane donna afghana, nata nel 1978 da una famiglia povera trasferitasi in Pakistan dove, nel campo profughi di Quetta "mi resi conto delle sofferenze che la mia gente era costretta a vivere. Non capivo perché. Così iniziai ad assistere i malati, soprattutto le donne, nell'ospedale da campo." Dice in un intervista al sito PeaceReporter. Nel 1998 torna in Afghanistan, precisamente ad Herat, dove entra nell'Ong Opawc (Organization of Promoting Afghan Women's Capabilitie) che si occupa di assistenza a donne indigenti e promozione della coscienza dei diritti e del ruolo sociale delle donne afghane. Nel 2003 viene eletta all'assemblea delle tribù che doveva stilare la carta costituzionale del paese, denunciando da subito i misfatti dei "signori della guerra" [il video che trovate in apertura di post o qui per i lettori di Facebook http://www.youtube.com/watch?v=iLC1KBrwbck ] cosa che le costa la richiesta di espulsione dal parlamento per "impertinenza" nei confronti dei "signori della Jihad". Le venne altresì imposto di chiedere scusa per le sue parole. Ma Malalai non lo fece, e da quel giorno la sua vita è scandita dalle minacce di morte.

Costretta a cambiare casa in continuazione [alcuni dati dichiarano 15 giorni, altri 2 mesi] questa coraggiosissima assistente sociale dal corpo esile e dal volto da ragazzina non ha avuto un minimo di esitazione nella scelta se sprofondare nell'anonimato (e quindi salvarsi la vita) oppure continuare le sue battaglie (a proprio rischio e pericolo). La scelta evidentemente è stata oltre che coraggiosa anche premiata dal popolo afghano, dalla sua gente se è vero che con 7.813 voti "(in un paese dove si vota per fedeltà di clan, io ho raccolto consensi in diversi gruppi" sostiene in un'altra intervista concessa a Repubblica) ha potuto rappresentare Farah, la sua provincia, tra i 249 parlamentari afghani [alla Wolesi Jirga, la Camera dei Deputati afghana].
Dico ha potuto perché il 21 maggio 2007, con un atto del tutto illegale, Malalai è stata espulsa dal parlamento per aver criticato il governo esponendone la natura antidemocratica e fondamentalista e denunciando la presenza in esso dei "signori della guerra", trafficanti di droga e violatori dei diritti umani.
Ufficialmente questa espulsione le proviene da questa affermazione: "una stalla o uno zoo sono meglio (del Parlamento)" In realtà l'estromissione dall'istituzione parlamentare deriva dalla posizione contraria che Malalai ha assunto di fronte all'amnistia che, in nome della pacificazione nazionale, condona i crimini dei signori della guerra dal 1979 ad oggi.

Nella stessa intervista a PeaceReporter dice ancora: "Capii che la mia missione era far sentire la voce del mio sofferente popolo contro quei criminali che in nome dell'Islam hanno distrutto le nostre case, ucciso la nostra gente, calpestato i nostri diritti e rovinato le nostre vite, e che continuano a farlo in nome della democrazia e con il sostegno dei governanti americani ed europei, che hanno sostituito un regime criminale [quello dei Taliban, ndr] per sostituirlo con un altro regime criminale".

Francamente fino a ieri sera - finché non ne ho visto una brevissima intervista a Presa Diretta, il programma di Riccardo Iacona - non avevo mai sentito parlare di Malalai Joya. Ma ieri sera in quel video, qualcosa mi ha rapito. Letteralmente. Non so se sia stata la sua determinazione, le sue parole od il suo sguardo. Ma so che ci sono delle storie - delle persone - che non possono rimanere sotto silenzio. In particolare se quel silenzio può rivelarsi per loro fatale.