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Krokodil: la droga che mangia i drogati

Un'alternativa fatta in casa all'eroina sta avendo effetti terribili su migliaia di tossicomani russi

Questo articolo è uscito su “The Independent” con il titolo “Krokodil: the drug that eats junkies” il 22 giugno 2011. La firma è di Shaun Walker
A heroin user prepares the drug in Zhukovsky, near Moscow
Oleg si guarda furtivamente intorno e, sicuro che nessuno stia guardando, sgattaiola dentro l'ingresso di un decadente blocco di appartamenti risalenti all'era sovietica, dove lo aspetta Sasha.
Piazzati in una squallida cucina di uno degli appartamenti, svuotano il contenuto di un sacchetto di plastica blu che Oleg ha portato con sé – antidolorifici, iodio, accendini e un assortimento di fiale, siringhe e utensili da cucina.

Mezz'ora più tardi, dopo ebollizione, distillazione, miscelazione e agitazione, quello che rimane è una sostanza appiccicosa color caramella rimasta sul fondo della siringa, e un odore acre di iodio bruciato nell'aria. Sasha fissa un ago sporco alla siringa cercando una vena nel suo avambraccio pieno di lividi. Dopo un po' di tempo e dopo aver trovato un punto idoneo, passa la siringa ad Oleg, dicendogli di iniettarsi il liquido. Ha chiuso gli occhi, ed è arrivata la botta.

La Russia ha il numero più alto di consumatori di eroina al mondo – fino a due milioni, secondo le stime non ufficiali. Molti di loro sono destinati ad una vita dedita al crimine, con periodi di detenzione in carcere, la probabile contrazione dell'HIV e dell'epatite C ed una morte precoce. L'opera di contenimento della corrente di eroina che dall'Afghanistan entra in Russia ha portato a qualche limitato successo, ed il prezzo della droga venduta in strada è aumentato. Ma per questi tossicomani che non possono più permettersela, uno spettro ancora più terrificante ha alzato la testa.

La droga fatta in casa che Oleg e Sasha si iniettano è conosciuta come krokodil, o “coccodrillo”. È una desomorfina, un oppiaceo sintetico molto più potente dell'eroina creato da una complessa catena di miscelazione e reazioni chimiche, che i tossicomani compiono più volte al giorno. Mentre l'eroina costa dalle 20 alle 60 sterline, la desomorfina può essere “cucinata” partendo dalla codeina, elemento base delle pillole per il mal di testa, che costa due sterline a confezione, ed altri ingredienti domestici acquistabili a poco prezzo nei negozi.

È una droga per poveri, ed i suoi effetti sono terribili. Le è stato dato un nome da rettile perché i suoi velenosi ingredienti rendono rapidamente la pelle squamosa. Quello che succede dopo è anche peggio. Oleg e Sasha non l'hanno usata per molto, ma Oleg ha delle disgustose ferite dietro al collo.

Sri Lanka's killing fields


Qui per chi avesse problemi di visualizzazione: http://www.channel4.com/programmes/sri-lankas-killing-fields/4od#3200170

Stando a quanto scrive il quotidiano britannico "The Independent" e a quanto più volte ribadito anche all'interno del servizio andato in onda ieri sera sul canale britannico Channel 4, bisogna informare che le immagini presenti sono immagini da non far vedere ai deboli di stomaco. Sono "semplicemente" immagini di guerra. Anzi: immagini di crimini di guerra, quella guerra che si è combattuta - nel disinteresse generale - in Sri Lanka tra il 1983 ed il 2009 tra il Fronte di Liberazione Tamil (le "Tigri") e l'esercito regolare. Dicono che le Tigri siano state la scintilla che ha dato il via al terrorismo moderno nonché esempio per quei terroristi di ci ci raccontano le cronache quotidiane occidentali. Quel che si vede, però, è qualcosa di ben diverso. Perché al di là della costruzione mediatico-hollywoodiana che se ne può dare ai telespettatori, in una guerra è difficile capire chi è il bene e chi il male, e quel che noi definiamo "terrorista" può per qualcun altro essere solo colui (o colei) che difende la propria terra da una illegittima invasione straniera. Meen erhabi? "Chi è il terrorista?" Si chiede il gruppo rap palestinese dei DAM. Già, chi è il terrorista?

Secondo alcuni questo video non doveva essere mandato in onda, tante e tali sono le crudeltà e la violenza che per suo tramite vengono mostrate. Ma - ripeto - sono immagini di una guerra, che la si voglia declinare come "guerra civile" fa poca differenza e, come direbbe Robert Fisk, dato che i governi possono vederle anche la gente comune deve poter vedere il vero volto della guerra...

High School Jihad

I reclutatori in questo campo profughi afghano non aspettano che i bambini si diplomino prima di inviarli al fronte

Questo articolo è comparso su Newsweek con il titolo "The Jihadi High School" il 2 maggio 2011. La firma è di Ron Moreau

Il giovane afghano odia la sua nuova scuola nella città pakistana di Peshawar. «I miei compagni di classe parlano solo di ragazze e film» si lamenta.
Un alto, magro diciassettenne con la barba appena accennata che provava nostalgia per la vecchia scuola che frequentava a poche miglia di distanza nel campo profughi afghano conosciuto come Shamshatoo.
Suo padre lo ha tirato fuori da lì lo scorso autunno, dopo aver tardivamente scoperto che la scuola era effettivamente un centro di reclutamento degli insorti. Chiedendo di essere chiamato Wahid Khan, il ragazzo ricorda con piacere le assemblee del mattino in cui gli insegnanti lodavano la bellezza della jihad e raccontavano la lunga storia di resistenza dell'Afghanistan agli occupanti stranieri. Lui ricorda i messaggi scarabocchiati sulla lavagna delle classi superiori: “Per unirsi alla Jihad, l'Ordine di Allah Onnipotente, chiama questo numero” e “Quelli che vogliono ripagare il debito con Dio, prendano questo numero”.
Quando finì la scuola lo scorso giugno il ragazzo ha colto al volo l'invito ed ha trascorso gran parte dell'estate in un campo di addestramento degli insorti in Afghanistan. Aveva appena finito la classe decima. Suo padre, un ex insegnante di Kabul, si batte per dar da mangiare alla propria famiglia con non più di cento dollari al mese, facendo un lavoro massacrante in un forno vicino Peshawar. Vuol dare a suo figlio una vita migliore. Ma il ragazzo ha altre idee. Non appena quest'anno scolastico finirà sta progettando di tornare in Afghanistan per completare l'addestramento per la guerra contro gli americani. «I miei genitori vivono solo per sopravvivere» dice. «Il mio obiettivo è una vita onorabile agli occhi di Dio – e questo significa jihad».

Centinaia di ragazzi come Khan si sono uniti agli insorti di Shamshatoo negli ultimi anni, e con il ritorno della primavera, forze fresche sono pronte ad attraversare ancora una volta il confine con il Pakistan. «La ragione per cui Dio ha portato la nostra famiglia a Shamshatoo era che voleva che diventassi uno jihaidista», dice un altro residente del campo, un ventenne dai capelli selvaggi e le spalle larghe che si fa chiamare Waliullah. Aveva l'abitudine di scrivere appassionate poesie d'amore, ed il suo sogno era quello di ottenere un master in letteratura Pashto. Ma la sua famiglia si è trasferita a Shamshatoo cinque anni fa, quando lui aveva quindici anni, ed ora si sta preparando per partire per la sua terza estate di combattimenti contro gli americani in Afghanistan.

Obama's Mexicogate?

di Laura Carlsen, direttrice del Programma americano per il Centro per la Politica Internazionale a Città del Messico e columnist per Foreign Policy in Focus (qui l'articolo originale: http://www.fpif.org/articles/obamas_mexicogate)

Un'operazione segreta per contrabbandare armi attraverso la frontiera per i cartelli della droga messicani – supervisionata da agenti del governo statunitensi – rischia di diventare lo scandalo maggiore per l'amministrazione di Obama.

L'operazione, chiamata “Fast and Furious”, è stata eseguita dall'Ufficio per l'Alcol, Tabacco, Armi da fuoco ed Esplosivi (ATF) di Phoenix, Arizona. L'ATF ha autorizzato l'acquisto di armi in un negozio di armi statunitense e ha monitorato la rotta del contrabbando verso il confine messicano. Secondo quanto riferito, più di 2.500 armi da fuoco sono state vendute a prestanome che hanno poi consegnato le armi ai contrabbandieri sotto il naso dell'ATF.

Ma una volta oltrepassato il confine, l'agenzia sembra aver perso le tracce delle armi. Centinaia di AK-47 e fucili Barret calibro .50 – le armi più usate nella guerra dei cartelli della droga – sono facilmente arrivate nelle mani di alcune tra le organizzazioni criminali più spietate del Messico.

Gunwalking
Nel gergo del traffico di armi, quando si tratta di permettere consapevolmente ai contrabbandieri di fare il proprio business, si chiama “gunwalking”. Secondo informatori dell'ATF, l'agenzia è rimasta a guardare come i compratori acquistassero fino a 20 armi alla volta passandole velocemente a trafficanti appostati nelle aree di parcheggio nelle vicinanze. La speranza era quella di seguire le armi e mettere le mani su uno dei cartelli principali.

Nel dicembre 2010 le armi “camminanti” sono state identificate come quelle con le quali i cartelli della droga hanno ucciso l'agente della Polizia di Frontiera Brian Terry. Un angosciato agente dell'ATF ha deciso di denunciare l'operazione di gunwalking, dopo che l'agenzia ha ignorato mesi di denunce.

L'agente John Dodson ha denunciato l'operazione “Fast and Fourious” in un'intervista con CBS News il 3 marzo. Dodson era preoccupato per l'operazione ben prima dell'omicidio di Terry. Un ampio numero di armi ha passato liberamente il confine durante la prima parte del 2010, lui ed altri agenti dell'ATF notò allarmato l'aumento del numero di crimini violenti a sud della frontiera. Ha detto di aver riferito al suo supervisore: «Quante più armi comprano, più violenza avremo laggiù».

Dodson informa che il suo supervisore gli ha replicato: «Se vuoi farti una frittata, devi rompere alcune uova».

La maledizione del “juju” che guida le schiave del sesso in Europa


I trafficanti nigeriani usano la magia nera per ingannare migliaia di donne ed inviarle in Italia come prostitute.

Questo articolo è comparso su The Independent con il titolo "The curse of ‘juju’ that drives sex slaves to Europe" il 7 arile 2011. La firma è di Jenny Kleeman

Sono le 6 del pomeriggio di un lunedì sera su una strada fuori Milano. Il termometro del cruscotto dice che sono due gradi sottozero, ma ogni pochi metri i fari individuano figure in attesa lungo il ciglio della strada, alcune curve con i loro palmi su fuochi di fortuna. Silvio Berlusconi tre anni fa ha dichiarato fuorilegge la prostituzione in strad, ma le circa 20.000 donne nigeriane che lavorano come prostitute in Italia sono facili da trovare. Anche in inverno non manca la clientela.

Questa è una delle centinaia di strade d'Europa dove le vittime del traffico proveniente dalla Nigeria sono costrette a lavorare. Potremmo essere a Barcellona o Madrid, Parigi o Berlino, Glasgow o Londra. Ci sono 100.000 vittime del traffico di esseri umani nigeriane in Europa, l'80 per cento proviene da Edo – uno stato nella Nigeria meridionale che ospita solo il 3 per cento della popolazione. È la capitale del traffico di esseri umani e patria di una religione tradizionale dell'Africa Occidentale chiamata juju.

La piazzola cosparsa di preservativi dove Rita aspetta i clienti è molto distante da quell'Europa che immaginava cinque anni prima, quando i trafficanti la avvicinarono ad Edo. «Ero molto felice di andare in Europa per dar da mangiare alla mia famiglia», spiega Rita, 27 anni. «Non sapevo che sarebbe stato così». Lei ora dorme con circa 10 uomini al giorno, sette giorni a settimana, per 20 euro (17.50 sterline) alla volta. Deve lavorare anche quando è malata, quando ha le mestruazioni, anche se è stata picchiata in passato.

Rita dice di non avere scelta se non quella di continuare a lavorare. Prima di partire dalla Nigeria, fece un giuramento di fedeltà ai suoi trafficanti in un rituale religioso tradizionale, una pratica che ho investigato per il programma Unreported World di Channel 4. Promise di restituire il costo del suo trasporto in Europa offrendo la sua anima come garanzia. Quando è arrivata in Italia, era debitrice verso i suoi trafficanti di 50.000 euro (44.000 sterline), ai quali si aggiungevano 300 euro mensili come “affitto” per il diritto di stare sulla strada. «Non posso scappare da questo a meno che non paghi», dice. «Gli africani hanno incantesimi così forti da poter distruggere qualcuno in un batter d'occhio».

La mia umanità e l'amore per la razza umana aveva superato tutto quello che mi avevano insegnato


Ethan McCord è un ex membro della compagnia Bravo 2-16, la fanteria coinvolta nell'infame "collateral murder", video rilasciato da Wikileaks nell'Aprile di quest'anno. Padre di due figli e discendente di una famiglia militare ha sognato la carriera in uniforme fin da bambino, arruolandosi "da bravo cittadino americano" all'indomani degli attacchi dell'11 Settembre 2001. Nel 2002 viene inviato in Iraq, dal quale è tornato - lui come tanti - affetto dal c.d. "disordine da stress post-traumatico", un malessere che affligge moltissimi militari che tornano dal fronte.
Quello che segue è il racconto della "sua" guerra, quella lontana dai riflettori e dalle conferenze stampa dei grandi generali di Washington.


Feci, urine, sangue, fumo ed altre cose indescrivibili. Di Ethan McCord (dal blog di Michael Moore)

L'odore era peggiore di qualunque altro odore avessi sentito prima, un misto di feci, urine, sangue, fumo ed altre cose indescrivibili.
Quel giorno era iniziato come molti altri giorni in Iraq. Ci eravamo alzati intorno alle 2:30 per prepararci per la missione, una delle tante che sembravano inutili. Il comandante del nostro battaglione le chiamava "controllo del ranger", ma molti dei soldati come me le soprannominavano "l'idiozia del ranger". Queste missioni consistevano in due battaglioni che camminavano per Baghdad nuova senza essere protetti contro cecchini e IED. Le temevamo e disprezzavamo il comandante del nostro battaglione per questo.

Quella mattina ci siamo riuniti al cancello del FOB (Forward Operating Base) Rustamiyah preparandoci per la nostra "marcia della morte" nella città. Erano circa le 4:00 quando abbiamo sentito le sirene. BOOM la prima non molto lontano da dove eravamo. BOOM questa un po' più vicina. Eravamo abituati a questo, e nonostante avessimo paura, sapevamo che se ci fossimo messi a correre per ripararci saremmo apparsi come dei vigliacchi agli occhi di alcuni dei nostri sottufficiali. Quindi la maggioranza di noi rimase lì, pregando che un colpo di mortaio non atterrasse proprio su di noi. La bravata di cercare di mantenere lo sguardo fisso era ciò per cui vivevamo. Eravamo il 1° fanteria, il vanto dell'esercito, il figlio prediletto. Noi siamo la Rangers 2-16. Ci vantavamo di essere più duri di chiunque altro! Ma guardando negli occhi di questi ragazzi di 18-19 anni potevi vedere la paura, l'insicurezza. Finalmente i mortai si fermarono.

«Sanno che stiamo arrivando!» disse uno della mia squadra. Tentai di tranquillizzarlo che non sapevano che stavamo arrivando, era solo una coincidenza, sebbene neanch'io ci credessi tanto. Iniziammo la nostra marcia nelle prime ore del mattino, non c'era quasi nessuno in strada. Tutto era tranquillo, quasi sereno, potevi rimanere fermo nel silenzio se non avevi paura di rimanere colpito alla gola o in una coscia da un cecchino. I cecchini solitamente vengono da queste parti perché siamo senza protezione. Colpiscono la gola per ovvie ragioni, e la coscia per la tua arteria femorale. Molti di noi solitamente camminavano con il calcio dei nostri M-4 vicino al collo nell'inutile tentativo di proteggerci.

La nostra missione quel giorno era recintare un area della nuova Baghdad ed eseguire quello che viene chiamato "bussa e cerca" che fondamentalmente consiste nel bussare alle porte, dicendo che stiamo cercando materiali relativi alla milizia, armi o materiale per fare le bombe.

I colloqui di pace in Afghanistan possono avere successo? Intervista con Gulbuddin Hekmatyar

In una rara intervista concessa per e-mail, il signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar – capo del più debole dei tre principali gruppi insurgenti ed il primo ad impegnarsi nei colloqui di pace con Kabul – definisce il suo piano per fermare i combattimenti.

Di Anand Gopal per “The Christian Science Monitor”

Il signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar
[foto Caren Firouz/Reuters]
Gulbuddin Hekmatyar, veterano tra i signori della guerra afghani e capo dell'unico tra i tre gruppi insurgenti principali a partecipare direttamente ai negoziati con il governo. Il suo gruppo, Hizb-ul-Islami ("Partito Islamico", ndt), controlla larghe parti delle regioni nord ed est ed a marzo ha consegnato a Kabul una proposta di pace in 15 punti.
Ma ogni accordo con Hizb-ul-Islami rimane lontano, a causa di disaccordi sul quando le truppe straniere dovrebbero andarsene e sul quando procedere a nuove elezioni. E non è chiaro se i talebani seguiranno l'esempio del gruppo.

Mr. Hekmatyar, presumibilmente nascosto in Pakistan, discute dei negoziati di pace con il Monitor in una rara intervista e-mail. Questi sono alcuni estratti dall'intervista.

«In marzo una delegazione dei suoi uomini è andata a Kabul per esplorare la possibilità di iniziare i negoziati di pace. Perché il suo gruppo ha deciso di dialogare proprio adesso?»

«Abbiamo iniziato i nostri sforzi per la pace subito dopo che il Presidente Obama ed altri leader occidentali hanno parlato per la prima volta della possibilità di ritirarare le proprie truppo dall'Afghanistan. Hanno detto che il caos in Afghanistan non ha una risoluzione militare, che non possono sconfiggere gli oppositori combattendo.
Abbiamo presentato la nostra proposta adesso perché con il ritiro delle truppe non vogliamo che si ripeta quello che successe dopo il ritiro delle truppe sovietiche (la guerra civile). Noi vogliamo arrivare ad un accordo di pace duraturo».

«Il ritiro delle truppe è l'unico modo per fermare i combattimenti?»

«La presenza delle truppe straniere è la ragione fondamentale per la quale continuiamo a combattere. Le truppe straniere devono lasciare l'Afghanistan. Inoltre l'interferenza dei nostri vicini e delle altre potenze deve finire, perché la loro competizione è la causa di questo caos.»

«Quale ruolo vede per se stesso nel governo post-americano?»

«Al momento voglio solo la libertà per il mio paese. Non penso ad altro. Non voglio niente per me stesso, on abbiamo chiesto niente neanche per Hizb-ul-Islami.
Vogliamo che gli afghani scelgano la posizione di ogni partito e persona. E non devono chiedere aiuto agli stranieri per questo.»

Documento di Marcia dei Popoli Originari

Buenos Aires (Argentina) - L'Argentina è plurinazionale e pluri-culturale. pre-esistono più di 30 nazioni originarie. questa enorme ricchezza culturale rappresenta: più di 20 idiomi pre-esistenti al castellano; visioni del mondo millenarie che nonostante più di cinque secoli di repressione religiosa mantengono il vincolo e l'interdipendenza con i nostri mondi naturali; norme di giustizia e convivenza che ci permettono di mantenere un Sistema Comunitario in vita in molti territori dove non arriva lo Stato; conoscenze, saperi e pratiche che sostengono i nostri sistemi di salute, di produzione ed educativi, che sostengono le identità basate su principi etici e morali, che possono essere alternativa per una società al giorno d'oggi abituata ad un sistema basato sulla violenza, il consumismo e lo sfruttamento di Madre Natura.
Tuttavia, questa diversità culturale durante 200 anni di vita repubblicana è stata respinta, resa invisibile, clandestina, occultata come un elemento di vergogna.. Nonostante ciò, Popoli Indigeni in Argentina, abbiamo mantenuto la forza della nostra memoria storica e della nostra visione del mondo.



Questa esclusione si riflette con l'apparizione pubblica della nostra immagine in epoca pre-elettorale o nei festival folkloristici, o in caso di notizie tragiche, nelle quali siamo vittime di malattie e parassiti di altre epoche.
Però siamo Popoli Indigeni Originari, sovrani sui nostri territori, terre e risorse naturali. Territorio che l'Esercito Nazionale Argentino, finanziato da capitale britannico e dalla oligarchia dei proprietari terrieri è venuto col suo carico di morte, usurpazione e distruzione, completando quel che è stato fatto dalla corona spagnola. Julio A. Roca creò il primo caso di terrorismo di stato, coercizione illegale, esuli,banditi, traffico e rapimento di minori e scomparsa forzata di famiglie, comunità ed interi popoli che ancora aspettano la riparazione storica che a molte generazioni è stata negata.


Riparazione che non potremmo aspettarci dagli eroi patrizi, né da governi discriminatori e razzisti che si sono succeduti fino ad oggi. Peggiore fu la sorte che la nostra gente caduta nelle mani dei governi feudali nelle provincie dove l'impunità e l'abuso di potere sono cose che ancora non si fermano.


Il riconoscimento giuridico e costituzionale che esige tanta mobilitazione e forza indigena, oggi ce l'abbiamo scritto approvato ed è la base per un nuovo rapporto istituzionale tra Popolazioni Indigene e Stati.

Camminando per la Verità, verso uno Stato Plurinazionale. Marcia dei Popoli Originari, giorno 1.


La Quiaca (provincia di Jujuy, Argentina) - Oggi, 12 di maggio, dal portico nord della città de La Quiaca, le comunità del nord, ovest, est e sud della regione del Kollasuyo hanno dato inizio alla Grande Marcia Qapac Ñanta Purispa, camminando per la verità, per uno Stato Plurinazionale e di Riparazione Nazionale.


Nostri fratelli sono venuti dai villaggi di Nazareno, Santa Catalina, Barrios, Lulluchayoc, Yavi, Fraile Pintado, Chalican, General San Martín, San Juan (Ramal). Così coyas, guaranies e wichis, tutti uniti, gemellati in questa causa insieme nella rete organizzativa che fornisce il suo appoggio, la sua lotta per i diritti legittimi dei Popoli Originari.


In questo trascendente atto si è avuta l'importante presenza di esponenti delle autorità sindacali: Fernando Acosta, segretario generale di ATE (Asociación de Trabajadores del Estado, ndt); Hugo Yaski, segretario generale di CTA Nazionale (la Central de Trabajadores Argentinos); lo scrittore Pipón e la lider dell'organizzazione Barrial Tupac Amaru, la compagna Milagro Sala, che hanno partecipato alla cerimonia della Pachamama – prima della quale sono state effettuate danze tipiche - che ha avuto luogo in Avenida Sarmiento nel pomeriggio. Durante la cerimonia è stata invocata la protezione della Madre Terra, ed è anche stato espresso il desiderio che si concretizzino le petizioni che saranno presentate davanti alle autorità nazionali.


Successivamente è stato presentato il bastone, simbolo dell'unità dei Popoli Originari, e si è fumata la pipa, segno di fratellanza. Dopo sono stati condivisi pasti e bevande tipiche della zona. A questo atto storico ha partecipato oltre un migliaio di persone.


Finalmente la carovana ha potuto iniziare il suo viaggio diretta verso San Salvador de Jujuy.
Simultaneamente con le attività in corso nella città del nord, la capitale jujeña convocava tutta la rete organizzativa a condividere questo giorno, ad essere parte di questa nuova storia. Tutti  attendevano con allegria ed entusiasmo l'arrivo dei fratelli nel Parco Generale San Martín, ricevuti da una moltitudine che intonava canzoni, mentre l'aroma d'incenso e i petardi creavano un clima festivo, che ha sorpreso la comunità jujueña mentre si trovavano per le strade, culminando in piazza Belgrano. Lì, la leader dell'Organizzazione Tupac Amaru, la sorella Milagro Sala, ha chiesto scusa a tutti i compagni per l'attesa e ha espresso l'importanza di preservare e curare l'ambiente e le risorse naturali, come anche il senso di unità che deve esistere. Ha detto poi che i popoli originari sono parte di noi.

l'articolo originale lo trovate qui: http://marchanacionalindigena.blogspot.com/2010/05/inicio-de-la-marcha-de-los-pueblos.html

Un'intervista con l'attivista boliviana Peregrina Kusse Viza: dobbiamo rispettare Madre Terra, la nostra Pachamama.

[l'articolo originale lo trovate qui: http://tcktcktck.org/stories/campaign-stories/interview-bolivian-activist-peregrina-kusse-viza-we-must-respect-mother ]

Lunedì, il principale negoziatore americano per il clima, Todd Stern, ha ammesso che un accordo vincolante sulle emissioni di gas serra potrebbe non essere possibile al prossimo summit sul clima delle Nazioni Unite pianificato per dicembre a Cancun. Il commento di Stern arriva dopo che gli Stati Uniti hanno preso parte al “Forum sull’energia e il clima delle maggiori economie a livello mondiale” a Washington. Mentre gli Stati Uniti ed altri paesi si incontravano a porte chiuse, lunedì un contro-summit sul clima iniziava qui in Bolivia: il Summit dei popoli del mondo sul cambiamento climatico ed i diritti della Madre Terra. Cominciamo lo show di oggi con Peregrina Kusse Viza, membro del gruppo indigeno boliviano CONAMAQ.

Amy Goodman: Trasmettiamo da Tiquipaya, un villaggio di Cochambamba, in Bolivia.
Rappresentative dei più grandi inquinatori mondiali si sono incontrati a porte chiuse a Washington lunedì in una riunione annunciata come Forum sull’energia e il clima delle maggiori economie. Il meeting arriva quattro mesi dopo il fallimento del summit di Copenhagen delle Nazioni Unite dove i leader mondiali hanno fallito la ricerca di un accordo vincolante per tagliare le emissioni di gas serra.

Dopo il meeting di lunedì dei principali paesi inquinatori, il principale negoziatore americano sul clima, Todd Stern, ha ammesso che un accordo vincolante potrebbe non essere possibile al prossimo summit sul clima delle Nazioni Unite pianificato per dicembre in Messico. «C'è ancora un considerevole appoggio per il concetto di accordo legale...ma penso che le persone siano anche consapevoli che questo potrebbe non accadere» ha detto.

Mentre gli Stati Uniti ed altri paesi si incontravano a porte chiuse lunedì, un contro-summit sul clima iniziava qui nella città boliviana di Tiquipaya, appena fuori Cochabamba. La Conferenza dei popoli del mondo sul cambiamento climatico ed i diritti della Madre Terra si è aperto qui lunedì.

Il presidente boliviano Evo Morales ha chiamato a raccolta per dare ai poveri ed al Sud del mondo l'opportunità di rispondere ai negoziati falliti sul clima di Copenaghen. Morales ha programmato la conferenza nelle vicinanze di uno stadio di calcio per affrontare la vasta affluenza.

Iniziamo lo show di oggi con Peregrina Kusse Viza, membro del gruppo indigeno boliviano CONAMAQ. Ha lavorato nell'assemblea costituente che ha redatto la nuova costituzione boliviana. Ha parlato con Mike Burke di “Democracy Now!” appena fuori la biblioteca del campus de La Universidad del Valle.