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Documento di Marcia dei Popoli Originari

Buenos Aires (Argentina) - L'Argentina è plurinazionale e pluri-culturale. pre-esistono più di 30 nazioni originarie. questa enorme ricchezza culturale rappresenta: più di 20 idiomi pre-esistenti al castellano; visioni del mondo millenarie che nonostante più di cinque secoli di repressione religiosa mantengono il vincolo e l'interdipendenza con i nostri mondi naturali; norme di giustizia e convivenza che ci permettono di mantenere un Sistema Comunitario in vita in molti territori dove non arriva lo Stato; conoscenze, saperi e pratiche che sostengono i nostri sistemi di salute, di produzione ed educativi, che sostengono le identità basate su principi etici e morali, che possono essere alternativa per una società al giorno d'oggi abituata ad un sistema basato sulla violenza, il consumismo e lo sfruttamento di Madre Natura.
Tuttavia, questa diversità culturale durante 200 anni di vita repubblicana è stata respinta, resa invisibile, clandestina, occultata come un elemento di vergogna.. Nonostante ciò, Popoli Indigeni in Argentina, abbiamo mantenuto la forza della nostra memoria storica e della nostra visione del mondo.



Questa esclusione si riflette con l'apparizione pubblica della nostra immagine in epoca pre-elettorale o nei festival folkloristici, o in caso di notizie tragiche, nelle quali siamo vittime di malattie e parassiti di altre epoche.
Però siamo Popoli Indigeni Originari, sovrani sui nostri territori, terre e risorse naturali. Territorio che l'Esercito Nazionale Argentino, finanziato da capitale britannico e dalla oligarchia dei proprietari terrieri è venuto col suo carico di morte, usurpazione e distruzione, completando quel che è stato fatto dalla corona spagnola. Julio A. Roca creò il primo caso di terrorismo di stato, coercizione illegale, esuli,banditi, traffico e rapimento di minori e scomparsa forzata di famiglie, comunità ed interi popoli che ancora aspettano la riparazione storica che a molte generazioni è stata negata.


Riparazione che non potremmo aspettarci dagli eroi patrizi, né da governi discriminatori e razzisti che si sono succeduti fino ad oggi. Peggiore fu la sorte che la nostra gente caduta nelle mani dei governi feudali nelle provincie dove l'impunità e l'abuso di potere sono cose che ancora non si fermano.


Il riconoscimento giuridico e costituzionale che esige tanta mobilitazione e forza indigena, oggi ce l'abbiamo scritto approvato ed è la base per un nuovo rapporto istituzionale tra Popolazioni Indigene e Stati.

Camminando per la Verità, verso uno Stato Plurinazionale. Marcia dei Popoli Originari, giorno 1.


La Quiaca (provincia di Jujuy, Argentina) - Oggi, 12 di maggio, dal portico nord della città de La Quiaca, le comunità del nord, ovest, est e sud della regione del Kollasuyo hanno dato inizio alla Grande Marcia Qapac Ñanta Purispa, camminando per la verità, per uno Stato Plurinazionale e di Riparazione Nazionale.


Nostri fratelli sono venuti dai villaggi di Nazareno, Santa Catalina, Barrios, Lulluchayoc, Yavi, Fraile Pintado, Chalican, General San Martín, San Juan (Ramal). Così coyas, guaranies e wichis, tutti uniti, gemellati in questa causa insieme nella rete organizzativa che fornisce il suo appoggio, la sua lotta per i diritti legittimi dei Popoli Originari.


In questo trascendente atto si è avuta l'importante presenza di esponenti delle autorità sindacali: Fernando Acosta, segretario generale di ATE (Asociación de Trabajadores del Estado, ndt); Hugo Yaski, segretario generale di CTA Nazionale (la Central de Trabajadores Argentinos); lo scrittore Pipón e la lider dell'organizzazione Barrial Tupac Amaru, la compagna Milagro Sala, che hanno partecipato alla cerimonia della Pachamama – prima della quale sono state effettuate danze tipiche - che ha avuto luogo in Avenida Sarmiento nel pomeriggio. Durante la cerimonia è stata invocata la protezione della Madre Terra, ed è anche stato espresso il desiderio che si concretizzino le petizioni che saranno presentate davanti alle autorità nazionali.


Successivamente è stato presentato il bastone, simbolo dell'unità dei Popoli Originari, e si è fumata la pipa, segno di fratellanza. Dopo sono stati condivisi pasti e bevande tipiche della zona. A questo atto storico ha partecipato oltre un migliaio di persone.


Finalmente la carovana ha potuto iniziare il suo viaggio diretta verso San Salvador de Jujuy.
Simultaneamente con le attività in corso nella città del nord, la capitale jujeña convocava tutta la rete organizzativa a condividere questo giorno, ad essere parte di questa nuova storia. Tutti  attendevano con allegria ed entusiasmo l'arrivo dei fratelli nel Parco Generale San Martín, ricevuti da una moltitudine che intonava canzoni, mentre l'aroma d'incenso e i petardi creavano un clima festivo, che ha sorpreso la comunità jujueña mentre si trovavano per le strade, culminando in piazza Belgrano. Lì, la leader dell'Organizzazione Tupac Amaru, la sorella Milagro Sala, ha chiesto scusa a tutti i compagni per l'attesa e ha espresso l'importanza di preservare e curare l'ambiente e le risorse naturali, come anche il senso di unità che deve esistere. Ha detto poi che i popoli originari sono parte di noi.

l'articolo originale lo trovate qui: http://marchanacionalindigena.blogspot.com/2010/05/inicio-de-la-marcha-de-los-pueblos.html

Patria (Grande) o Muerte!


San Salvador de Jujuy (Provincia del Jujuy, Repubblica Argentina) -  C’è un concetto caro a molte delle popolazioni dell’America Latina, in ogni latitudine del continente ed in ogni tempo che da Simón Bolívar, José Martí e Camillo Torres, passando per il Che ed arrivando a Fidel Castro e Hugo Rafael Chávez Frías è probabilmente l’obiettivo politico di ogni latinoamerican*. Questo concetto – che prende il nome di “Patria Grande” – è quella considerazione, di natura geopolitica se vogliamo, con la quale si dice che solo con una grande nazione latinoamericana (la Patria Grande, appunto) potrà finire l’opera di usurpazione imperialista, potendo così restituire le terre a chi ne ha davvero la “proprietà”,per quanto erroneo sia definire proprietà terriere per chi professa il culto della Pachamama: i Popoli Indigeni (o Popoli Originari, che dir si voglia).
Un paio di settimane fa questi popoli si erano ritrovati a Cochabamba, nello Stato Plurinazionale della Bolivia per urlare non solo il proprio disprezzo verso il mondo capitalista che sta uccidendo il nostro pianeta, ma anche – e soprattutto – per metterlo alla sbarra, con tanto di iniziativa per la costituzione di un Tribunale Penale per i diritti della Pachamama - sulla falsariga del Tribunale de L’Aja – dove vengano di volta in volta processati tutti quelli (personalità politiche, industrie, multinazionali) che tramite il mezzo capitalista non solo inquinano la terra deviando il corso dei fiumi – come la costruzione della gigantesca diga di Belo Monte - o devastando vaste aree boschive per le loro imprese – si pensi alla recente campagna di GreenPeace contro l’acquisto di olio di palma da parte della multinazionale Nestlé che distrugge le foreste – ma anche distruggendo rapporti sociali ed economici tra le comunità locali, forse la cosa più semplice da capire per chi – come noi europei – non è nato con la concezione della Pachamama.

Oggi le comunità indigene tornano a riunirsi.
Questa volta lo fanno in Argentina, per la quale quest’anno ricade il Bicentenario. Quest’anno, peraltro, in America Latina si festeggia anche un’altra – ben più importante in termini politici – ricorrenza: il Centenario del primo levantamiento zapatista, la rivolta che, nel 1910, portò la ribellione delle popolazioni messicane contro il regime clerical-latifondista del Generale Porfirio Diaz.
Dai tempi di Emiliano Zapata e della rivolta che ne porta il nome in realtà non è cambiato molto. Anzi.

Un'intervista con l'attivista boliviana Peregrina Kusse Viza: dobbiamo rispettare Madre Terra, la nostra Pachamama.

[l'articolo originale lo trovate qui: http://tcktcktck.org/stories/campaign-stories/interview-bolivian-activist-peregrina-kusse-viza-we-must-respect-mother ]

Lunedì, il principale negoziatore americano per il clima, Todd Stern, ha ammesso che un accordo vincolante sulle emissioni di gas serra potrebbe non essere possibile al prossimo summit sul clima delle Nazioni Unite pianificato per dicembre a Cancun. Il commento di Stern arriva dopo che gli Stati Uniti hanno preso parte al “Forum sull’energia e il clima delle maggiori economie a livello mondiale” a Washington. Mentre gli Stati Uniti ed altri paesi si incontravano a porte chiuse, lunedì un contro-summit sul clima iniziava qui in Bolivia: il Summit dei popoli del mondo sul cambiamento climatico ed i diritti della Madre Terra. Cominciamo lo show di oggi con Peregrina Kusse Viza, membro del gruppo indigeno boliviano CONAMAQ.

Amy Goodman: Trasmettiamo da Tiquipaya, un villaggio di Cochambamba, in Bolivia.
Rappresentative dei più grandi inquinatori mondiali si sono incontrati a porte chiuse a Washington lunedì in una riunione annunciata come Forum sull’energia e il clima delle maggiori economie. Il meeting arriva quattro mesi dopo il fallimento del summit di Copenhagen delle Nazioni Unite dove i leader mondiali hanno fallito la ricerca di un accordo vincolante per tagliare le emissioni di gas serra.

Dopo il meeting di lunedì dei principali paesi inquinatori, il principale negoziatore americano sul clima, Todd Stern, ha ammesso che un accordo vincolante potrebbe non essere possibile al prossimo summit sul clima delle Nazioni Unite pianificato per dicembre in Messico. «C'è ancora un considerevole appoggio per il concetto di accordo legale...ma penso che le persone siano anche consapevoli che questo potrebbe non accadere» ha detto.

Mentre gli Stati Uniti ed altri paesi si incontravano a porte chiuse lunedì, un contro-summit sul clima iniziava qui nella città boliviana di Tiquipaya, appena fuori Cochabamba. La Conferenza dei popoli del mondo sul cambiamento climatico ed i diritti della Madre Terra si è aperto qui lunedì.

Il presidente boliviano Evo Morales ha chiamato a raccolta per dare ai poveri ed al Sud del mondo l'opportunità di rispondere ai negoziati falliti sul clima di Copenaghen. Morales ha programmato la conferenza nelle vicinanze di uno stadio di calcio per affrontare la vasta affluenza.

Iniziamo lo show di oggi con Peregrina Kusse Viza, membro del gruppo indigeno boliviano CONAMAQ. Ha lavorato nell'assemblea costituente che ha redatto la nuova costituzione boliviana. Ha parlato con Mike Burke di “Democracy Now!” appena fuori la biblioteca del campus de La Universidad del Valle.

Un altro mondo è possibile. Basta costruirlo.

Quchapampa (Stato Plurinazionale della Bolivia) - 135 Paesi rappresentati, di cui 90 da delegazioni ufficiali e 24.000 accrediti. Sono questi i numeri delle prime ore della Conferenza Mondiale dei Popoli che si sta tenendo in queste ore in Bolivia. Fin da subito migliaia e migliaia di persone si sono ritrovate a discutere su problematiche e soluzioni legate al problema del cambiamento climatico. La conferenza, fortemente voluta dal Presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia Evo Morales Ayma, conferma ancora una volta che si sta creando un fronte - che potremmo definire un vero e proprio "Fronte Antimperialista" - che nei prossimi anni è destinato a contrapporsi all'egemonia del blocco occidentale.

Bolivia, Venezuela, organizzazioni come Via Campesiña e Attac, attivisti come la canadese Naomi Klein ed il francese José Bové si sono riuniti in Bolivia per studiare un "piano B" dopo lo scontatissimo fallimento della Conferenza sul clima di Copenaghen del dicembre scorso per fermare l'operato dei paesi industrializzati, delle multinazionali e dei sistemi di Potere che utilizzano gran parte delle terre del mondo come pattumiera per i loro affari.

I due punti fondamentali con cui i partecipanti alla conferenza dovranno presentarsi alla Conferenza sul clima che le Nazioni Unite terranno nel prossimo dicembre in Messico riguardano principalmente la costituzione di un Tribunale per la Giustizia Climatica e l'assunzione, da parte dei paesi industrializzati, della responsabilità per la distruzione del nostro pianeta tramite il pagamento del debito climatico.
Per adesso, i lavori riguardano quattro voci principali (che traduco e riporto dal bollettino informatico di ieri):
 
Gruppo 2. Armonia con la natura.
  • proposte iniziali:
  1. Cercare/identificare azioni per combattere la fame, che è un'altra delle conseguenze del cambiamento climatico;
  2. Promuovere la protezione della Terra partendo dalle scuole, tramite l'educazione e la creazione di una coscienza collettiva;
  3. Proibire l'imboscamento con piantagioni di eucalipto che danneggiano la qualità del suolo;
  4. Cambiare lo stile di vita dei cittadini tramite la condivisione di azioni che portino alla conservazione della madre terra.
Gruppo 12. Finanziamento 
  • conclusioni iniziali:
Elena Jenevitza, rappresentante della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale ha chiesto la creazione di un Fondo Climatico Globale sotto l'egida dell'ONU. Edgar Zenteno, rappresentante dell'Alleanza Mondiale, ha proposto la modifica dei meccanismi

Processo (climatico) al Capitalismo


Quchapampa (Stato Plurinazionale della Bolivia) - «La Terra è un essere vivente ed è gravemente malata. Siamo noi coloro che la stanno contaminando con il virus dello sviluppo. Viviamo in un oceano chiamato atmosfera, così come i pesci vivono nell'acqua. Senza di lei non ci sarebbe vita, perché contiene ossigeno e acqua, e con loro i boschi e le piogge che danno sostentamento agli esseri viventi. Nonostante tutto la stiamo terribilmente contaminando».

Questo era il disperatissimo appello che, nell'ottobre dello scorso anno la CAOI (Coordinadora Andina de Organizaciones Indígenas) lanciava in preparazione al c.d. Cop15, la conferenza tenutasi a Copenaghen – ribattezzata poi No-hopenaghen dagli altermondisti – nello scorso dicembre sul tema dei cambiamenti climatici. Come al solito, come tutti i carrozzoni voluti dai potenti dell'emisfero occidentale, non si risolse assolutamente niente, visto che altri e troppo importanti (soprattutto in termini economici) sono gli interessi di chi, vivendo nel Primo Mondo non ha niente da perdere dal perpetuarsi della distruzione delle zone dei paesi poveri o in via di sviluppo e naturalmente della gente che in questi luoghi abita.

Per capire a cosa mi riferisco facciamo un salto a Brasilia, capitale del Brasile dove nei giorni scorsi c'è stata una marcia di protesta che ha coinvolto 850 persone – tra indigeni ed attivisti – per protestare contro la costruzione della gigantesca diga di Belo Monte nell'Amazzonia brasiliana. Per permettere tale costruzione (che, quando sarà terminata, sarà una delle più grandi del mondo) però è necessario deviare il corso della Natura, allagando una grandissima area amazzonica e prosciugando tratti del fiume Xingu. Questo naturalmente avrà ripercussioni anche sulle popolazioni autoctone, che dipendono in gran parte dalle risorse ittiche che il fiume offre e che, per questo, saranno costrette a mutare le proprie abitudini o – in extrema ratio – ad emigrare.

Ma ritorniamo a No-hopenagen.
Credo pochi ricorderanno il nome di Ian Fry.
Ian Fry era il rappresentante al Cop15 delle Isole Tuvalu, una nazione insulare nell'oceano Pacifico la cui storia risaltò nelle cronache mediatiche dello scorso dicembre in quanto, per colpa di tutto quell'insieme di operazioni che l'uomo fa e che definisce “cambiamento climatico” - vicenda che vedremo essere un po' diversa da come la raccontano le fonti mainstream – la sua popolazione (circa 11.000 persone) sarà costretta ad emigrare in Nuova Zelanda perché quelle isole sono destinate a scomparire.

Portando la Croce...e Che Guevara.

In questi giorni è scoppiato – devo dire finalmente – il bubbone, che non arriva certo inatteso, della pratica pedofila all'interno della Chiesa. Questa volta sembra essere scoppiato nel pieno della sua virulenza, a differenza di quel che accadde qualche anno fa, quando circolò per un po' il famoso video dal titolo “Sex crimes and Vatican”, nel quale per la prima volta si portava questo problema al di fuori delle mura vaticane.
A differenza di quel che avvenne nel 2006, sembra essere maggiore anche l'interesse della pubblica opinione, e da più parti si inizia a parlare della necessità di una “rifondazione” dell'istituto ecclesiastico, che vede come massima provocazione – almeno tra gli articoli che ho letto io in questi giorni – l'articolo di Andrew Sullivan presente sul numero di “Internazionale” di venerdì scorso dal titolo: “Perché il Papa deve dimettersi”.

Quel che mi solletica maggiormente è proprio provare ad immaginare, e dunque a delineare, il profilo di una eventuale “nuova Chiesa riformata”. Niente fantasticherie da intellettualoide, naturalmente – cosa che peraltro non sarei neanche in grado di fare – ma, come al solito, presentazione, da queste pagine, di una diversa concezione della Chiesa e della visione cattolica della religione che già da anni è presente e conosciuta ma che, combattendo il Potere terreno di Santa Romana Chiesa è da sempre stato posto ai margini dell'insegnamento della “fede”.



Per capire a cosa mi riferisco partiamo - per l'ennesima volta - da Fabrizio De André, cioè dall'autore del quinto Vangelo, stando almeno alle parole di Don Andrea Gallo. L'immagine che trovate in apertura di questo post, e che spiega in pochissimo spazio la laica spiritualità di Faber è presa da “L'uomo Faber”, il fumetto distribuito da Repubblica ed ideato da Ivo Milazzo e Fabrizio Càlzia.
Da anarchico, infatti, De André aveva una visione assolutamente anti-clericale della religione, in quanto quel che oggi conosciamo come Chiesa altro non è che una forma di imperialismo – sia culturale che economico – e che, come tale, deve essere combattuto. Questione che ogni cittadino italiano dovrebbe ben conoscere, essendo questa pratica ben presente nella vita politica della nostra quotidianità, nonostante il nostro sia un paese laico e non teocratico (come invece evidentemente piacerebbe dall'altra parte del Tevere e ad alcuni esponenti dell'emiciclo parlamentare).

Qualche sera fa, su Sky è andato in onda “Angeli e Demoni”,

Soppressione volontaria di pianeta.


Più passa il tempo, più vedo i “grandi” della Terra riunirsi in queste mega-riunioni e più mi convinco che prima o poi come definizione di “vertice internazionale” avremo qualcosa di molto simile a: leggi alla voce bluff.
Perché quel che è successo nei giorni scorsi a Copenhagen (o No-hope-naghen, come è stata ribattezzata dagli attivisti dei movimenti di contestazione) non si può considerare nient'altro che per quel che è stato realmente: una riunione dei soliti emissari dei poteri forti dell'economia in politica, i quali ogni tanto hanno questo vizietto di riunirsi in una località a scelta per dare l'idea che si stiano occupando della salvaguardia del pianeta e dell'umanità tutta. A parte che ancora non ho capito per quale motivo si chiamino vertici (le disquisizioni linguistiche le lasciamo però ad altri momenti...), è stata talmente evidente l'inutilità di questa conferenza – termine che mi sembra più appropriato - che i grandi signori del mondo se ne sono scappati nel cuore della notte. Così, come fanno i mariuoli da quattro soldi.

«Nessun impegno vincolante». Potrebbe essere questo il sottotitolo di una eventuale “No-hope-naghen story”. Perché questo è stato il modus operandi nella capitale danese, pieno di “ci impegneremo”,“controlleremo” ed altre tante care belle promesse. Come al solito. D'altronde senza fare promesse da non mantenere non sarebbe stato un vero vertice internazionale.

Mentre i vari Obama, Sarkozy, Wen Jiabao si impegnavano a non impegnarsi, c'era chi – come Ian Fry – non faceva mistero delle lacrime versate al vertice. Perché? Ian Fry è il rappresentante delle isole Tuvalu, destinate a scomparire a causa del surriscaldamento del globo (la popolazione ha per questo chiesto ospitalità alla Nuova Zelanda...) ed è stato probabilmente tra le voci più dure e dissidenti dei giorni scorsi: «Sono sei mesi che abbiamo presentato questo emendamento ed adesso ci viene detto che non c'è abbastanza tempo per discuterlo. Non è possibile che un pugno di senatori (americani, ndr) tenga in mano il destino dell'umanità» dice.

Oltre a Fry, a fare scalpore è stata sicuramente l'area sudamericana. Non tutti, ovviamente:
non certo quel Presidente Lula che pur di continuare a produrre biocarburante firmerebbe qualunque cosa; saranno sicuramente ricordati – invece - i due “nemici dell'impero” per antonomasia: Hugo Chávez Frìas ed Evo Morales il quale, vestito nell'abito tradizionale delle feste degli Indios, ha avuto forse l'unica idea degna di nota di questi giorni: istituire, nell'ambito delle Nazioni Unite, un tribunale ambientale per i crimini contro la Pachamama (la Madre Terra).
Il Presidente venezuelano invece ci ha tenuto a fare il suo “show antimperialista” , denunciando come l'organizzazione poco limpida e non democratica – con documenti che venivano fatti visionare solo ad alcuni dei partecipanti – sia paradigma di come viene amministrata la politica internazionale.

Non c'è stato – invece – l'Obama dei tempi migliori. Il presidente americano – che ormai persegue l'unica politica dell'”obaganda” e della difesa di lobby e potentati vari – si è limitato ad una stantia retorica che fa molto Apocalipse Now (“qui si può o prendere una decisione storica per i nostri figli e nipoti o prendere tempo” è stata l'unica frase memorabile del suo intervento di “ben” 8 minuti...). Il bluff dell'uomo che doveva cambiare il mondo continua. Se non fosse per l'incalcolabile numero di morti che ha fatto inizierei quasi a rimpiangere George W. Bush.
Non contento, il Premio (ig)Nobel per la Pace ha anche definito insufficiente ma comunque un passo avanti straordinario - e qui evito ogni commento – l'accordo. A questo punto sorge però un dubbio: quando dice “insufficiente” sappiamo che si riferisce al destino del nostro pianeta. Non capisco però se con “passo avanti straordinario” si riferisca alla salute del pianeta o ai guadagni delle grandi imprese inquinanti (Shell, Exxon, Monsanto, ecc. cioè le vere vincitrici del vertice).
Ed a proposito di “nomi e cognomi” di chi ci guadagna, bisogna evidenziare come in terra danese si sia anche affrontato il problema delle energie pulite. Peccato che lo si sia affrontato nel verso sbagliato, definendo come “puliti” gli agrocarburanti, cioè una delle cause della crisi alimentare degli ultimi anni e – insieme alla deforestazione – responsabile di oltre il 17% delle emissioni di gas serra (stando all'IPCCC) nonché al terzo posto tra le attività umane responsabili del cambiamento climatico. È stata introdotta in questa lista di “energie amiche dell'ambiente” anche l'energia nucleare, ma solo per il futuro (non so voi ma io la leggo come una “leggera” presa per l'ecologico deretano questa...).

In tutto questo l'Italia si faceva riconoscere, ed anche in questo caso non c'è niente di nuovo: se non facciamo una figura meschina ad ogni vertice internazionale non siamo contenti. Innanzitutto abbiamo bloccato gli accordi, mossa abbastanza prevedibile per un paese che, negli stessi momenti della riunione danese, deliberava sulla creazione di una centrale elettrica a carbone da 1320 megawatt a Saline Joniche in Calabria e che ha raggiunto il colmo quando la nostra Ministra per l'Ambiente – sig.ra Stefania Prestigiacomo – ha ben pensato di mollare i lavori di Copenaghen per tornare in patria e “battezzare” la nuova bicicletta elettrica prodotta dalla Ducati. Quando si è servitori della periferia dell'impero, d'altronde, questi sono i politici che capitano sottomano.

Il non accordo è stato un «patto suicida di distruzione, per mantenere la dipendenza economica da un pugno di Paesi». È stato il grido, disperato, di Lumumba Stanislas Dia-ping, capo negoziatore sudanese che ha guidato il G77 (il blocco dei 130 paesi tra i più poveri del pianeta). Alcuni esponenti del c.d. Primo Mondo hanno storto il naso, hanno parlato di paragone disgustoso quando lo stesso Lumumba ha paragonato i signori che sedevano a quei tavoli e che stavano decretando la morte per surriscaldamento del pianeta ai gerarchi nazisti che idearono i forni crematori per gli ebrei. Ma è risaputo che i paesi ricchi soffrano di un certo imborghesimento e non apprezzino certo chi li critica.

Dicevamo che ogni buon vertice internazionale ha dei “personaggi” che si ripetono, nonostante trascorra il tempo e cambi l'ambientazione. Un personaggio della letteratura classica dei vertici internazionali è l'arrestato. A Copenaghen ce ne sono stati 3, attivisti di Greenpeace, i quali si sono macchiati del reato di lesa maestà: hanno infatti aperto alcuni striscioni – sui quali si potevano leggere slogan come “I politicanti discutono, i politici cambiano le cose” che è stato usato da Greenpeace per dare il benvenuto nel Regno di Danimarca – al ricevimento della Regina. Il giudice li ha condannati a tre settimane di galera. Il vero crimine, però, non lo commettevano i tre attivisti. Il Crimine, quello con la “c” maiuscola appunto, lo stavano commettendo i presidenti ed i funzionari di stato e delle istituzioni sovranazionali, i quali si sono resi correi, assieme alle multinazionali ed alle lobby inquinanti del più grande crimine della storia dell'umanità: soppressione volontaria di pianeta.


Approfondimenti:

Cosa possiamo fare:
Possiamo inviare una e-mail a Barack Obama, Kevin Rudd (Primo Ministro australiano) e ad José Manuel Barroso (Presidente della Commissione Europea) come segno di protesta per il fallimento del vertice [per farlo http://www.greenpeace.org/international/campaigns/climate-change/changethefuture]

Parole rivoluzionarie

"Il mondo così gestito non funziona. Che fare?".

Buttata lì così questa domanda potrebbe sembrare una di quelle da quiz televisivo del pre-cena, di quelle in cui ti trovi Mike Buongiorno o Gerry Scotti che ti traghettano fino al tg. Oppure, più sbrigativamente, qualcuno risponderebbe “e io che ne so?” e continuerebbe tranquillamente a guardare le vetrine per le vie del centro.

Eppure questa domanda – fatta da una persona dall'intelligenza decisamente acuta e che ha sempre spunti molto interessanti (per chi se lo stesse chiedendo: no, non sono io quella persona...) - ci pone davanti ad un problema che abbiamo già scordato, probabilmente presi nello zapping televisivo di fine agosto.
Questa domanda viene da una considerazione di un “mostro” come Jacques Attali (che io sinceramente vorrei come “eminenza grigia” della sinistra nostrana) su Internazionale, nella quale si diceva come non si debbano imputare i mali del mondo ad una alquanto folkloristica “teoria del complotto”, ma ad una decisamente più semplice perdita del controllo da parte dell'uomo dei sistemi da egli stesso creati.

E' proprio questo quel che nessuno, né ministri ex-mercatisti convertiti al no-globalismo come Tremonti (mi chiedo solo se davvero abbia capito cosa vuol dire essere un “no-global”) tantomeno i sancta sanctorum capitalisti, sta evidenziando: il modello di mondo che fino ad ora è stato pensato, ideato e messo in pratica sta passando a miglior vita. E' finito. Ma nessuno sembra volersene rendere conto. Il modello per cui per anni ci hanno fatto vivere sotto l'”effetto dotazione”, cioè sotto quell'effetto per cui più hai più sei, quel senso di accettazione della società non basato sul nostro “sapere”, sul nostro “essere”, ma sul nostro “apparire”, che in molti casi diventa “ostentare” non è più valido per le sfide che il terzo millennio ci chiama ad affrontare.

Se ci pensate – questo è un discorso un po' “folle”, me ne rendo perfettamente conto – questo modello si fonda su una convenzione. Niente di più, niente di meno. Questa convenzione, che è poi anche lo status con cui ti crei il tuo posto al sole nella società dell'illusorio, è il dio denaro. O meglio: è il significato che, per convenzione, da secoli diamo a dei semplici pezzi di carta. Con ciò non voglio dire che la soluzione migliore sia il ritorno al baratto, anche se ci vedo più di un vantaggio. Ma siamo ormai nel III millennio, ed ogni sistema nasce e muore in un tempo specifico. Però potremmo iniziare a dar meno importanza a quei pezzettini di carta. Potremmo iniziare a non considerare più la ricchezza individuale come il fulcro delle nostre esistenze sociali.

…Perché il nucleo del fallimento e dello sfruttamento dell’uomo sta nell’illusione di un’emancipazione culturale avvenuta attraverso il lavoro come bestie da soma e successivamente come consumatore provetto ed incanalato sull’odierno low-cost rovesciato sul mercato in abnormi quantità. [Marco Paolini]


E' questo, oggi, che dovremmo combattere. Come? Semplicemente creando un nuovo modello. Voglio dire: converrete con me – basta prendere un semplice libro di storia per rendersene conto – che tutti i modelli di società che la storia ci ha dato, dall'impero romano fino ai giorni nostri, hanno avuto una fase semi-ciclica basata sulle tre fasi della vita umana: nascita-sviluppo-morte. E così è anche in questo caso. Ma il problema, forse, non è " come cambiare le cose". Il punto è "cosa cambiare e in quale direzione".

Non ho velleità di dire che conosco il modello migliore per un fantomatico “nuovo mondo”, anche perché se lo conoscessi probabilmente non starei qui a scrivere su una tastiera. Però la direzione credo di poterla indicare. Andiamo a Sud. Precisamente in Sudamerica, da dove trovo ci siano molti modelli di sviluppo che potremmo analizzare. C'è una cosa che ho sempre adorato nel modo di fare politica dei sudamericani: il loro senso di "comunità", il loro senso di politica intesa come "solidarietà", come senso di appartenenza in un qualcosa che non premia mai - o quasi mai - il singolo. Se è una cosa fatta bene il merito è di tutti. Se è fatta male idem. Ed è proprio quando leggo le esperienze politiche dei sudamericani che mi chiedo se davvero un altro mondo sia possibile. Se guardo all'Occidente francamente mi viene da dubitarne. Come dice Angel Luis Lara:

"Il capitalismo è nato grazie a una enorme recinzione di terre, un immenso furto e saccheggio che fabbricò il proletariato, molti anni fa. La parola cultura è nata anch’essa moltissimi anni fa. Quando nacque, faceva parte di un’altra parola più grande:agricoltura. Non dimentichiamocene. Oggi più che mai è necessario che ci trasformiamo in contadine e contadini del comune."


Oggi più che mai è necessario che ci trasformiamo tutti in contadine e contadini. Ciò non vuol dire solo un ritorno fisico alla Pachamama, alla Madre Terra. Non significa solo – ad esempio – cominciare a stare più attenti a quel che compriamo e a quel che quotidianamente portiamo in tavola. Fate questo piccolo esperimento, così capirete bene a cosa mi sto riferendo: andate in cucina aprite il frigorifero e fate la lista di quel che proviene da zone vicino a voi e di quel che proviene da lontano, da altre città o addirittura da altri continenti. Quasi sicuramente noterete una forte disparità tra quel che avrete acquistato “dietro l'angolo” e quel che si è fatto chilometri e chilometri in aereo (consumando quantità assurde di petrolio) per arrivare sulle vostre tavole. In questi ultimi anni sono venuti fuori almeno due concetti “rivoluzionario” per quanto riguarda questo aspetto e che però sono ancora visti come un qualcosa di strano, fatto da quelli un po' fuori di testa: “filiera corta” e “spesa a km zero”. Che in parole povere vuol dire comprare direttamente dal produttore e che possibilmente non abiti (od eserciti) la sua attività troppo lontano da casa nostra. Questo avrebbe nell'immediato due vantaggi: abbassamento dei prezzi ed abbattimento dell'uso del petrolio, con un sentito ringraziamento da parte del nostro pianeta (ed anche del portafogli...).

Questo localismo, qualcuno obietterà, nell'epoca della globalizzazione non è possibile. E forse tutti i torti non ce li ha. Ma se ci pensate, il poter avere tutto più o meno vicino ha anche un altro vantaggio: un maggior tempo libero. Che si trasforma in un maggior tempo da dedicare ai propri interessi, magari andando al parco a fare due chiacchiere o dedicandosi alla comunità in cui si vive. Ecco un altro aspetto che adoro dei sudamericani: il loro anteporre la comunità al singolo. Il loro considerarsi tutti pezzi necessari di uno stesso ingranaggio, di uno stesso progetto comune. Noi oggi invece – nati e cresciuti in una società individualista – a malapena salutiamo il nostro vicino di casa.

Interessarsi al bene della propria comunità, e quindi attivarsi per migliorarlo, vuol dire – in ultima analisi – attivarsi per il proprio bene, attivarsi per migliorare la propria condizione. Vuol dire agire su un qualcosa di globale (come appunto la comunità, intesa nella più generale accezione di “comunità-mondo”) attuando delle politiche locali. Vi faccio un esempio pratico: i No Tav. La loro lotta – lotta locale, ricordiamolo – per evitare che treni a 300 km/h gli transitino in salotto ha dei vantaggi per tutta la comunità, perché, ad esempio, bloccando quei lavori si evita di far traforare le montagne, di prosciugare piccoli fiumi o comunque altre deturpazioni ambientali, di cui un paese a forte cementificazione come il nostro non ha sicuramente bisogno. Globale e locale. Vi dice niente? Sommando globale e locale viene fuori un termine – che il nostro Ministro dell'Economia “no-global” dovrebbe per questo conoscere – che è “glocale”. Un termine che adoro e che ha una potenza semantica secondo me sconvolgente.
Perché attuare dei modus vivendi glocali non riguarda solo quel che si mette in tavola, solo l'aspetto economico. Esiste un tipo di glocalismo "sociale", o "socio-politico" che dir si voglia, nel quale due concetti la fanno da padrone: rete e connessione. Intendendo così sia la rete che - ad esempio - mi permette scrivere su un blog, e che potrebbe essere utilizzata per digitalizzare (altra parolina magica) gran parte della nostra vita "cartacea" (giornali, comunicazioni dalla banca o da chi volete voi...); sia - soprattutto - come reti e connessioni tra persone. In questa ultima parte di articolo è venuta fuori un'altra parola “rivoluzionaria”: comunità (e senso di.).
Ecco che qui già una risposta al “come fare?” iniziale la possiamo quantomeno abbozzare. Tornando alla comunità. Tornando a dar peso – sia in chiave sociale come abbiamo visto fin qui che in chiave politica – alla comunità. Abbiamo avuto un tempo un esempio perfetto di come la comunità possa auto-svilupparsi, senza seguire dei leader che tengano il timone. Perché anche il seguire un leader è, secondo me, uno degli effetti della società illusorio-individualistica nella quale viviamo. E' da un po' che mi pongo la domanda se davvero ve ne sia bisogno di “leader a condurre le masse”. E senza voler sfociare nell'anarchia alla Malatesta, direi che possiamo evitare di avere dei leader, ma ad un patto. Un patto che è la vera sfida dei tempi moderni: tornare ad interessarci attivamente a quel che ci circonda. E questa, nel mondo cresciuto a pane e telecomando, più che una missione difficile è una missione impossibile.