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Rio+20, l'inutilità della “Cupula dos Ricos”

foto: classmeteo.wheter.com
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Rio de Janeiro (Brasile), 23 giugno 2012 – A volerlo raccontare con un'immagine, il vertice ufficiale su ambiente e sviluppo che si sta tenendo in Brasile e che si sta concludendo in queste ore è tutto nella dicotomia racchiusa nelle parole di padre Alex Zanotelli, che in questi giorni ha partecipato anche al contro-vertice tenutosi all'Alterro do Flamengo: «Due vertici» - ha scritto il missionario comboniano in una lettera inviata a PeaceLink martedì[1] - «La Cupola dos Povos[2] fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. Mentre la “Cupola dos Ricos” è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid».

Se i significanti sono importanti tanto quanto i significati, dunque, le aspettative dei movimenti sociali si sono rivelate corrette. Ci si aspettava un completo fallimento e questo è arrivato, sotto le spoglie del documento – quarantanove pagine in tutto – di buone intenzioni e nulla più intitolate “Il futuro che vogliamo”.
Molto, comunque, è dipeso dalle assenze – ed anche dalle presenza – al vertice. Mancano infatti sia i presidenti di Stati Uniti e Germania, impegnati nel vertice messicano del G20, sia proposte legalmente vincolanti come convenzioni o trattati. Non c'era, contrariamente a quanto era stato annunciato alla vigilia, Stephan Schmidheney, “benefattore dell'umanità” condannato a sedici anni di carcere per essere stato a conoscenza dei danni dell'amianto e non averli divulgati per non perdere profitto. Al suo posto, comunque, c'erano altre grandi imprese dal profilo notoriamente “verde” quali la Bp, la Shell, la Coca Cola o la Monsanto. Un profilo “verde” come il greenwashing – come evidenzia il Corporate Europe Observatory, presente al vertice proprio per monitorare l'operato delle multinazionali - che ha caratterizzato queste giornate, nelle quali l'unica decisione che sembra realmente importante è quella relativa alla green economy, che in questo vertice è assurta a nuovo giocattolo degli inquinatori mondiali, tanto da essere definita nel documento ufficiale «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l'adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide». A riprova di questo il diniego alla proposta del G77 – che in realtà racchiude i 130 paesi meno industrializzati – di creare un fondo di 30 miliardi di dollari per finanziare la sostenibilità, così come non una parola è stata inserita in merito al modo con cui si intende eliminare la povertà.

Cupula dos povos, le quattro vie d'uscita dalla crisi

foto: globalproject.info
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Rio de Janeiro (Brasile), 21 giugno 2012 – Ambientale, sociale, di genere, democratica. Sono queste le quattro declinazioni uscite fuori dalla quinta giornata della Cupula dos povos, il contro-vertice dei movimenti sociali che si è tenuta nell'Alterro do Flamengo, in contemporanea con i lavori preparativi del vertice ufficiale di Rio+20, che qualcuno giudica fallimentare solo perché mancano i “grandi” leader come Obama o Angela Merkel, impegnati nel G20 che si sta tenendo in queste ore in Messico pur sapendo che la loro presenza non avrebbe spostato di un millimetro le decisioni del vertice. Tanto è vero che proprio il vertice allargato dei potenti che si sta tenendo a Los Cabos ha stanziato ben 100 miliardi di dollari per i combustibili fossili. Così, tanto per dare fin da subito l'idea di come si muoveranno le discussioni in questi giorni[1].

Per ognuna delle quattro formulazioni della crisi, naturalmente, esiste una questione di giustizia che dovrà ispirare il lavoro dei movimenti sociali di tutto il mondo. Partendo però da due assunti imprescindibili: quello della impossibilità di continuare a muoversi in «un sistema sostenibile con dei politici insostenibili» e quello – che del primo è conseguenza – che la gestione dei beni comuni possa essere fatta solo dalle comunità locali «scardinando il fallimentare meccanismo della rappresentanza impregnata di una corruzione endemica, dentro un sistema culturale fortemente antropocentrico, anche nelle pratiche spesso retoriche, che non tiene in considerazione i diritti naturali», come scrivono Clarissa Sant'ana e Franco Carrassi dell'Art Lab Occupato e Francesca Stanca dell'associazione Ya Basta! per Globlaproject[2].

Per questo i movimenti si sono dati come base da cui ripartire i quattro principi e le quattro virtù teorizzate da Leonardo Boff, cioè il rispetto nei confronti di tutti gli esseri, la cura – intesa come reciprocità in contrasto con il principio di dominazione – la responsabilità universale come processo di consapevolizzazione delle conseguenze degli atti individuali quotidiani nonché la cooperazione e la solidarietà come assunti quotidiani e non solo come comportamenti da tenersi durante periodi di emergenza.
Ospitalità, convivenza e convivialità, tolleranza e commensalismo (il quale intende, tra gli altri, anche il diritto all'accesso al cibo per tutte e tutti) sono le virtù nelle quali poi i principi trovano attuazione.

«Perché non siamo né ospiti, né amministratori del pianeta, noi siamo il pianeta».


Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/06/cupula-dos-povos-vida-nao-se-vende-vida.html;
[2] Cupula dos Povos, quinta giornata: pensare differente per agire differente, di Clarissa Sant'Ana e Franco Carrassi (Art Lab Occupato - Globalproject Parma), Francesca Stanca (Ass. Ya Basta - Globalproject), globalproject.info, 19 giugno 2012

Cupula dos povos: a vida nao se vende, a vida se defende!

foto: asud.net
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Rio de Janeiro (Brasile), 20 giugno 2012 – Ci sarebbe una interferenza con i sistemi elettronici e le frequenze dell'aeroporto Santos Dummond, situato a due chilometri dall'Alterro do Flamengo dove si sta svolgendo il contro-vertice alla base del tentativo – fallito – dell'Anatel (l'Agenzia nazionale delle telecomunicazioni brasiliana) di chiudere Radio Cupula, la radio comunitaria che fa parte degli organi di informazione ufficiali della Cupula dos Povos, l'incontro dei movimenti sociali che si sta tenendo in questi giorni a Rio de Janeiro in contemporanea con “Rio+20”, il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che, come raccontano molti commentatori, si rivelerà come il solito bluff di governi e grandi imprese[1].

Per rendere reale questa interferenza c'è però un problema tecnico: Radio Cupula, infatti, trasmette in bassa frequenza, e dunque le motivazioni vanno cercate da altre parti. Forse – come si lascia sfuggire un poliziotto – nel fastidio che la radio darebbe alla rete televisiva Globo, che si sarebbe voluta accaparrare i “diritti esclusivi” dell'evento.
Dare fastidio, comunque, è esattamente l'idea che i movimenti riuniti in questo tipo di eventi – ormai una tradizione dell'antagonismo mondiale, da Seattle in poi – si sono prefissati.


Gli “indigeribili” beni comuni. L'idea dei movimenti presenti in queste giornate è quella di arrivare a produrre un documento comune – che verrà discusso nell'assemblea plenaria di oggi - da presentare poi al vertice ufficiale delle Nazioni Unite di Riocentro, contenente la ricetta per uscire “dal basso” da questa crisi globale plurima (sociale ed ambientale prima ancora che economico-finanziaria).

Documento comune come i beni, per i quali non è più importante definire gli aspetti più prettamente teorici – cosa significa “bene comune” è entrato ormai da anni nel vocabolario di tutti i movimenti – quanto quelli pratici, relativi alla loro gestione quotidiana e nel lungo periodo.

La prima assemblea, tra le oltre mille iniziative che si sono tenute in questi giorni all'”atterraggio dei fenicotteri” (come è stato chiamato il parco affacciato sulla baia di Guanabara e sul Pan di Zucchero), ha visto l'articolaçao dos povoso indigenos do Brasil (detto anche spazio APIB), al centro del quale ci sono stati gli indigeni, che hanno denunciato sia la loro impossibilità di partecipare al vertice di Riocentro che la necessità di creare un fronte comune tra le varie tribù

Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila

foto: www.genova24.it
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Genova, 17 giugno 2012 – Sono passati undici anni dal G8 di Genova e dalla “macelleria messicana”, come vennero definite le torture e le violenze perpetrate ai danni dei manifestanti da qualcuno che lo Stato italiano non ha ancora trovato, mentre chi gestiva l'ordine pubblico in quei giorni è stato promosso anche per i servigi resi in quell'occasione.
A undici anni di distanza, però, c'è ancora chi le conseguenze di quei fatti le paga sulla propria pelle, come i dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio” - un reato istituto in realtà per fini politici durante il regime fascista - e condannati in secondo grado a pene che vanno dagli otto ai tredici anni di carcere, per un totale complessivo di cento anni di carcere (neanche avessero rubato tramite banca).
«Lanciamo questo appello a tutte e tutti» - si legge in un comunicato di Radio OndaRossa[1] - «alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell'udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l'accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio». Dieci i possibili capri espiatori; nessuno, il numero dei condannati tra coloro che perpetrarono le torture; trecentomila, il numero di coloro che invasero le strade di Genova nel luglio di undici anni fa.
Proprio a loro, e a tutte e tutti coloro che non sono indifferenti al mondo che li circonda, è rivolto l'appello che pubblichiamo di seguito:

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell'ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l'omicidio di Carlo Giuliani, la "macelleria messicana" avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l'ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito "la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, "devastazione e saccheggio", che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una "compartecipazione psichica", anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E' inaccettabile che, a ottant'anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l'annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

Qui per aderire all'appello


Note
[1] Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila, Radio OndaRossa, 5 giugno 2012

Rio+20 e Cupula dos povos, in Brasile si discuteranno i nuovi modelli di sviluppo mondiale

info.abril.com.br
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Rio de Janeiro (Brasile), 17 giugno 2012 – Sono iniziati nei giorni scorsi i lavori del PrepCom, il Preparatory Committee al quale è stato affidato il compito di trovare un documento finale da presentare alle delegazioni governative statali che arriveranno a Rio de Janeiro mercoledì, per il vertice delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo presentato con la formula “Rio+20”, per ricordare che proprio questa città ospitò il più che fallimentare vertice del 1992, quando si decise che la Terra sarebbe diventata un posto migliore attraverso politiche più verdi e sostenibili.
A vent'anni di distanza, però, si può sostenere senza tema di smentita che quelle promesse non furono fatte dinanzi ai popoli ma dinanzi a grandi imprese ed istituzioni capitalistiche sovranazionali (così come in quegli anni, ancora oggi i paesi devono sottostare ai dettami del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio) che, dietro contenitori apparentemente accettabili quali sviluppo ed economia sostenibili nascondevano la privatizzazione dei servizi essenziali – basti considerare in tal senso la lotta globale per l'acqua, che in Italia vede un referendum in attesa di applicazione – la finanziarizzazione economica e, per riflesso, sociale.

In questi venti anni, infatti, né il clima né i popoli hanno goduto di quelle promesse. Nonostante il Progetto del Millennio dell'Onu in un documento divulgato a dicembre evidenzi come negli ultimi dieci anni la mortalità infantile sia stata ridotta del 30%, con l'aumento della scolarizzazione e la diminuzione dei conflitti armati, «ancora oggi quasi 900 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2.600 milioni non vivono in condizioni igieniche di base accettabili» così come «più di 900 milioni di persone (il 13% della popolazione globale) vivono in condizioni d'indigenza estrema e appena 17 milioni avranno superato la soglia della povertà nel 2015», come scriveva Frei Betto, tra i principali esponenti della Teologia della Liberazione ed ex assessore del primo governo brasiliano di Luiz Inácio “Lula” da Silva per il programma Fome Zero (Fame Zero).

Fino ad ora, però, i documenti fin qui redatti non sono stati considerati all'altezza delle aspettative, ed è alto il pericolo che quelli che verranno realizzati nei giorni prossimi seguano la stessa via, anche perché nei vari forum ufficiali che si sono tenuti in questi anni la soluzione dei problemi mondiali è stata affidata proprio a chi quei problemi ha concorso ad aumentarli.

Il lavoro "a click" e la competitività del mercato globale

New Delhi - L'ultima moda è quella del lavoro in “outsourcing telematico”. Attraverso piattaforme nate per il lavoro informatico in rete, le aziende – per lo più americane – offrono lavoro a persone che svolgono tutto attraverso software di video-conferenza, in un gioco al ribasso (di salari e diritti) che qualcuno si ostina a chiamare “competitività”.

A scriverne è, oggi, Antonello Mangano su Terrelibere.org[1]: grafici, traduttori, giornalisti, programmatori si iscrivono a piattaforme come oDesk, Getacoder, Elance in maniera completamente gratuita. Le aziende, in base alle caratteristiche di cui hanno bisogno, selezionano il lavoratore/i lavoratori – solitamente giovani indiani che hanno il vantaggio di essere altamente formati e di richiedere stipendi bassissimi – pagandoli attraverso il metodo Paypal. «Una rupia» - scrive Mangano nell'articolo - «equivale a un centesimo di euro e a due di dollaro. Uno stipendi di 345 dollari (1800 rupie) è considerato discreto». Basta fare due conti per capire come questo sistema sia ben visto da chi predica il contenimento dei costi di gestione dei lavoratori.

Modello eBay. Funziona così: l'impresa inserisce il classico annuncio “Cercasi”, scrivendo nella richiesta di cosa necessita. Dall'altro lato, gli iscritti non devono fare altro che inserire il proprio curriculum allegando una scheda dettagliata delle sue competenze e, eventualmente, sostenere un esame on-line per vedere se quello che dichiara è effettivamente quello che sa fare. Niente di più e niente di meno, in realtà, di quello che un po' tutti facciamo quando, in cerca di lavoro, passiamo intere giornate portando curriculum in giro per la città. L'unica differenza è che nel caso di siti come Elance (27.706 nuove offerte negli ultimi 15 giorni) o Getacoder (2.472 nell'ultimo mese) l'unica cosa a spostarsi fisicamente sono le dita sulla tastiera.
Le imprese che assumono si trovano di fronte al “solito” dilemma: conciliare il minor costo possibile con la più alta professionalità possibile. Per questo si utilizza il “sistema eBay”: oltre al costo, infatti, valgono l'esperienza e le referenze (o “feedback”, adattando ai tempi). Se un iscritto lavora male o, dall'altro lato, un datore di lavoro non rispetterà gli impegni, i feedback negativi faranno in modo che sarà per lui più difficile trovare lavoro o lavoratori.

Un vantaggio in un modus operandi simile, comunque, c'è. Quello cioè che permette ai giovani di poter rimanere a lavorare nel loro paese, magari senza nemmeno doversi spostare troppo tra una città e l'altra, piuttosto che intraprendere viaggi oceanici senza avere la sicurezza che quello sarà un viaggio a buon fine.

Gli italiani, ricorda l'articolo, sono pochi, in particolare per l'endemica diffidenza, la scarsa conoscenza dell'inglese ed il fatto che il cambio euro/dollaro non è certo conveniente come quello dollaro/rupie. Ed anche perché, ad esempio, per il comparto giornalistico c'è chi offre dieci centesimi di euro a parola. In questo, evidentemente, la “rivoluzione” del lavoro “a click” non ha cambiato poi molto.SB

Note
[1] Come affittare un freelance da un continente all’altro. Online e a basso costo, Antonello Mangano, Terrelibere.org, 21 dicembre 2011

La terza via della Fiat


Torino - Il messaggio è arrivato forte e chiaro: se al referendum in programma giovedì e venerdì a Mirafiori non dovessero vincere i sì – cioè non dovesse passare la linea patronale – la FIAT non investirà più nello stabilimento e farà un passo ulteriore verso la dipartita dall'Italia.
Ma sarebbe davvero una perdita così devastante? Davvero non c'è alternativa al diktat di Marchionne?
A me sembra che un'alternativa, concreta e funzionante, a volerla vedere sia sotto gli occhi di tutti. Ma prima di arrivare a capire quale sia questa eventuale “terza via” bisogna porsi un'altra domanda, forse ancor più importante del dibattito “lavoro o diritti?” di questi giorni: la FIAT è ancora utile all'Italia o stiamo continuando a foraggiare (con 500 milioni di aiuti pubblici all'anno, checché ne dicano gli annunci della dirigenza) una zavorra i cui investimenti potrebbero essere usati in maniera diversa?

Se guardiamo al mercato – quanto meno a quello europeo – c'è un'unica risposta che si possa dare: la FIAT ormai da tempo ha perso in termini di competitività ed i numeri sparati – letteralmente – dall'amministratore delegato sono destinati a rimanere puro fumo negli occhi: non ci saranno né i 6 milioni di autovetture del mercato globale né quel milione e 600mila veicoli destinati al solo mercato italiano (da ciò se ne dovrebbe dedurre senza troppe difficoltà che non ci saranno neanche quei 20 miliardi in investimenti promessi e di cui, al momento, se ne sono visti a malapena un paio...).
Tutti questi numeri saranno destinati a non avere riscontro nella realtà per la conformazione stessa del mercato dove, ad un'offerta su cui sarebbe bene iniziare seriamente ad interrogarsi, non corrisponde una domanda tale – in termini quantitativi – da poter sopperire all'evidente surplus dell'offerta, attestato su livelli del +30-40% (cioè quasi mezzo mercato in più) in Europa e negli Stati Uniti e dove, come scriveva il Sole 24 Ore qualche giorno fa, anche il mercato cinese sembra andare nella stessa direzione, con una previsione nel prossimo quinquennio di una sovrapproduzione prevista intorno a quote del 20%.
È evidente, dunque, come a queste condizioni il mercato dell'auto non sia più un “mercato-rifugio” per il nostro paese.

Ma, come dice il famoso proverbio, le sciagure viaggiano in coppia e dunque ad una sempre maggior saturazione del mercato dobbiamo aggiungere anche la totale assenza di un progetto per il futuro del Lingotto. A parziale giustificazione, comunque, bisogna sottolineare come l'assenza di un piano industriale sia una evidente scelta politica che arriva direttamente dalla classe dirigente (e l'aver tenuto un ministero – quello dello Sviluppo Economico – vacante per mesi ne è un chiaro ed eloquente indizio).

Saluteremo il Signor Padrone (che vuole andare in Serbia…)

37497_1446894186163_1647444681_31075044_3970152_n Ma quanto mi piace Marchionne. Quel suo stile “tu vuò fa l’americano”, quel look che lo distingue dagli altri “top-manager” italiani. Sì, Marchionne mi piace davvero. Peccato che sia arrivato tardi: un gran barzellettiere, noi, ce l’abbiamo già e a tempo perso fa anche il Presidente del Consiglio. Perché anche Sergio “l’americano” è un gran barzellettiere, e magari tra qualche anno – una volta scomparso dalle scene il Silvio nazionale – potrebbe anche aspirare a prenderne il testimone in politica, visto che nell’avanspettacolo sono quasi alla pari.

La più bella barzelletta che gli ho sentito raccontare, per adesso – ma aspetto miglioramenti in merito – è stata la famosa “lettera aperta agli operai”: «Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente». Inizia così il suo “appello” all’unità della ditta. Certo, considerando tutti i licenziamenti politici di questi giorni e le migliaia di operai messi in cassaintegrazione e che con la dipartita della FIAT in direzione Kragujevac (Serbia) quel “persone a cui si tiene veramente” mi suona un po’ strano. Ma Marchionne è americano, forse ha problemi con la lingua italiana. Dunque andiamo avanti…Tralasciando quel «vi scrivo da uomo» che mi ricorda tanto un certo calciatore che qualche anno fa si definì «più uomo di tutti voi messi insieme» di fronte ad un’incredula folla di giornalisti per poi fare una figura miserrima nei campionati successivi, mi viene da ridere quando – memore del concetto di “fabbrica come grande famiglia” che andava di moda in Italia qualche decennio fa – fa sapere agli operai che di lì a breve licenzierà che proprio quella lettera è il modo più «diretto ed umano che conosca per dire le cose come stanno». Si vede che io i Padroni non li ho mai capiti, visto che credevo che il metodo più diretto e umano che avessero per dire le cose come stavano fossero sì le lettere, ma quelle di licenziamento! Sul finire della lettera poi, come nelle migliori delle rappresentazioni, arrivano i fuochi d’artificio: «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Lo ammetto: questa è davvero buona, quasi quasi è meglio di «stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata» che ogni tanto ci sentiamo ripetere dalla Premiata Ditta di Governo…L’invito all’ “onor di bottega”, poi, è squisito: «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.

Non spegni il sole se gli spari addosso

giuliani

Genova, (Italia) - Era esattamente 9 anni fa. Il 20 luglio 2001. Nel capoluogo ligure si erano riuniti i criminali più pericolosi del mondo, mentre a terra scorreva il sangue di un 23enne, ucciso – materialmente - da un burattino in divisa il cui compito era quello di difendere quei criminali che avrebbero deciso anche della sua vita (senza chiedergli nulla…) in quell’area invalicabile che chiamavano Zona Rossa.

L’Italia, ed il mondo intero, lo conobbe così Carlo Giuliani. Il volto di Carlo nel ricordo di tutti non è tanto quello delle foto successive. Il volto di Carlo è il suo passamontagna insanguinato, usato per non farsi identificare da chi, per legge, non è identificabile. A me piace pensare che quel passamontagna sia un po’ come quello del Subcomandante Insurgente Marcos e dei tanti e tante che lottano per i loro sogni nella Selva Lacandona.

«Noi, senza volto, incarniamo tutti coloro che combattono per la GIUSTIZIA. Non solo: rappresentiamo anche quelli che non hanno il coraggio di guardarsi in faccia. Non abbiamo identità, per ora; non siamo nessuno, ma, proprio per questo, ogni uomo che cerca la LIBERTA' può identificarsi con noi. Noi siamo chiunque ...»

Spesso quest’anno mi è capitato di pensare a Carlo Giuliani. Perché Carlo è morto a 23 anni – era nato nel 1978 - l’età che ho io adesso. E spesso mi viene da pensare come sia morire a quest’età, quando la strada da fare per prenderti la tua parte nel mondo è ancora in salita, quest’età in cui hai i sogni nel cassetto e la rivolta tra le dita, come canta Guccini in Eskimo. Mi chiedo spesso come sia morire a 23 anni, quando mentre stai organizzando i tuoi piani c’è qualcosa, o qualcuno – come in questo caso – che te li ruba…

Io Carlo Giuliani non l’ho mai conosciuto. Perché in quei giorni Genova la guardavo dalla televisione, occupato com’ero a fare ancora il ragazzino a cui interessava solo il pallone e quello che girava intorno a quel mondo. Non l’ho mai incontrato e se credessi nell’aldilà mi piacerebbe incontrarlo, in un futuro, per ringraziarlo. Già, perché anche se a Genova non c’ero, anche se le botte alla Diaz le ho viste solo dopo un po’ di tempo, furono proprio la pallottola di Placanica e il sangue di Carlo Giuliani, gli anfibi delle forze dell’ordine e i “tonfa” battuti sugli scudi che accesero la scintilla che è diventata la mia stella polare in questi nove anni. È per questo, forse, che ho sempre delle sensazioni strane quando parlo o scrivo di quei fatti, perché in qualche modo Genova ha rappresentato una specie di “seconda nascita”,

L’editto polacco

Sergio Marchionne è deluso: se Cristo si fermò ad Eboli, l’”american dream” dell’ad Fiat si è fermato davanti ai cancelli di Pomigliano d’Arco. Perché l’Italia non è l’America. Quell’America dove, come dice il partigiano Alfredo Reichlin a Luca Telese che lo ha intervistato per “Il Fatto Quotidiano” (qui l’intervista completa): «Lì [in America] un contratto nazionale non esiste più da anni. E infatti gli accordi portano i nomi delle imprese dove vengono stipulati».

E già, non dev’essere stato certo un bel risveglio per Marchionne la colazione servita dalla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, che si è messa di traverso al tentativo, ormai reiterato, di trasformare gli operai italiani in operai polacchi o cinesi o vietnamiti. Insomma: dei robot. E già, questa non è l’America. Non è l’America dei grandi Padroni aiutati dal potere politico (non quello partitico, che è tutta un’altra cosa…); non è l’America del “lavora, produci, crepa”. Questa è l’Italia, baby! Questo è il paese dei Di Vittorio, dei Trentin e dei tanti sindacalisti che hanno speso una vita per arrivare a far considerare i lavoratori degli esseri umani, e non sarà certo il primo “americanista” d’accatto a distruggere questo sistema.
  • Straordinario obbligatorio da 40 a 120 ore annue con possibilità per l’azienda di comandarlo come 18° turno, nella mezz’ora di pausa mensa, nei giorni di riposo, per recuperi produttivi anche dovuti a non consegna delle forniture;
  • Pause sui montaggi ridotte da 40 a 30 minuti giornalieri;
  • Possibilità di derogare al riposo di almeno 11 ore previste dalla legge da un turno all’altro per il singolo lavoratore;
  • Pagamento del trattamento di malattia contrattualmente previsto a discrezione dell’azienda (per la parte a suo carico);
  • Possibilità di modificare le mansioni del lavoratore senza rispettare il principio dell’equipollenza delle mansioni;
  • Ricorso per due anni alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria per ristrutturazione senza rotazione, con obbligo per il lavoratore alla formazione senza integrazione al reddito;
  • Possibilità di licenziamento degli operai che faranno sciopero se il “tasso di assenteismo” dovesse superare la media.
È questa la base dell’ultimatum che l’apparato padronale della casa automobilistica vuole imporre agli operai di Pomigliano e, da lì, estendere a tutti gli operai che lavorano per il Lingotto. Se è vero che i “collaborazionisti” Angeletti e Bonanni hanno ormai preso le parti dei Padroni

Portando la Croce...e Che Guevara.

In questi giorni è scoppiato – devo dire finalmente – il bubbone, che non arriva certo inatteso, della pratica pedofila all'interno della Chiesa. Questa volta sembra essere scoppiato nel pieno della sua virulenza, a differenza di quel che accadde qualche anno fa, quando circolò per un po' il famoso video dal titolo “Sex crimes and Vatican”, nel quale per la prima volta si portava questo problema al di fuori delle mura vaticane.
A differenza di quel che avvenne nel 2006, sembra essere maggiore anche l'interesse della pubblica opinione, e da più parti si inizia a parlare della necessità di una “rifondazione” dell'istituto ecclesiastico, che vede come massima provocazione – almeno tra gli articoli che ho letto io in questi giorni – l'articolo di Andrew Sullivan presente sul numero di “Internazionale” di venerdì scorso dal titolo: “Perché il Papa deve dimettersi”.

Quel che mi solletica maggiormente è proprio provare ad immaginare, e dunque a delineare, il profilo di una eventuale “nuova Chiesa riformata”. Niente fantasticherie da intellettualoide, naturalmente – cosa che peraltro non sarei neanche in grado di fare – ma, come al solito, presentazione, da queste pagine, di una diversa concezione della Chiesa e della visione cattolica della religione che già da anni è presente e conosciuta ma che, combattendo il Potere terreno di Santa Romana Chiesa è da sempre stato posto ai margini dell'insegnamento della “fede”.



Per capire a cosa mi riferisco partiamo - per l'ennesima volta - da Fabrizio De André, cioè dall'autore del quinto Vangelo, stando almeno alle parole di Don Andrea Gallo. L'immagine che trovate in apertura di questo post, e che spiega in pochissimo spazio la laica spiritualità di Faber è presa da “L'uomo Faber”, il fumetto distribuito da Repubblica ed ideato da Ivo Milazzo e Fabrizio Càlzia.
Da anarchico, infatti, De André aveva una visione assolutamente anti-clericale della religione, in quanto quel che oggi conosciamo come Chiesa altro non è che una forma di imperialismo – sia culturale che economico – e che, come tale, deve essere combattuto. Questione che ogni cittadino italiano dovrebbe ben conoscere, essendo questa pratica ben presente nella vita politica della nostra quotidianità, nonostante il nostro sia un paese laico e non teocratico (come invece evidentemente piacerebbe dall'altra parte del Tevere e ad alcuni esponenti dell'emiciclo parlamentare).

Qualche sera fa, su Sky è andato in onda “Angeli e Demoni”,

Guerra in affitto

«e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore»
[Fabrizio De André – La guerra di Piero]

Che la guerra sia parte integrante della vita umana non è certo una novità. L'ha cantata magistralmente De André in pezzi come “La guerra di Piero”, “La ballata dell'eroe” o in “Fiume Sand Creek”. Prima di lui tanti e tanti, in ogni tempo e ad ogni latitudine, hanno scritto, cantato e raccontato la guerra: da Omero con i suoi poemi a Guccini passando per John Lennon, Patti Smith e Bob Dylan. Probabilmente a questi nomi se ne aggiungeranno tanti altri in futuro, e questo non perché – probabilmente – la guerra terminerà con l'uomo, ma perché c'è chi, con le guerre, ci fa un mucchio di soldi, e quindi non ha alcuna intenzione di vederne la fine.

Niente signori della guerra africani o venditori di morte alla Viktor Bout – il trafficante di armi magistralmente interpretato da Nicolas Cage in “Lord of war”: trattasi, più banalmente, di mercenari.
Si può dire che questo particolare tipo di soldato, quello senza bandiera e dalla divisa di un colore imprecisato, per citare nuovamente De André, sia nato il giorno stesso in cui – nella notte dei tempi – qualcuno decise di muovere guerra verso qualcun altro, per tutelare i propri interessi: dall'Impero romano ai popoli d'Oriente passando per il periodo della colonizzazione, ogni guerra ha avuto la sua buona dose di mercenari; anzi: prima dell'avvento degli Stati-nazione, la componente privata degli eserciti era di gran lunga superiore a quella “istituzionale” ed istituzionalizzata sotto una bandiera o una divisa comune.
E proprio dalle guerre di colonizzazione ci viene la concezione di “mercenario” che più o meno tutti abbiamo in testa: quella di tagliagole senza padrone il cui unico scopo nella vita è quello di uccidere per denaro.
Che si chiamino Lanzichenecchi, Capitani di ventura o – appunto – mercenari, i discendenti di Bob Denard, uno tra i più celebri mercenari che la storia ricordi, hanno segnato, e continuano a segnare tutt'oggi, la storia bellica dell'umanità.

«Le truppe statunitensi, britanniche e degli altri paesi della coalizione sono in Afghanistan per vincere la guerra. Per noi, più la situazione più si deteriora meglio è». A parlare non è qualche capo locale di Al Qaeda ma uno dei tanti contractors a cui oggi gli stati “democratici” hanno delegato gran parte del lavoro di retroguardia (e non solo) all'interno della gestione di un conflitto bellico.

Consulenza, addestramento e supporto logistico sono i tre ambiti in cui questi mercenari del XXI secolo vengono utilizzati maggiormente, perché oggi la guerra richiede

Al grande negozio globale

Dicono che le ideologie siano morte. Può darsi. In un mondo in cui tutto, dalle produzioni industriali alle idee alle persone è stato trasformato in merce, probabilmente non si può più parlare di ideologie nel senso in cui si intendeva questo termine al tempo dei blocchi d'influenza. E forse a quel tempo aveva anche un senso la libera espressione del voto alle urne, perché si credeva che con quel gesto, per quanto piccolo, si potesse in qualche modo cambiare il mondo ed il corso degli eventi. Oggi, come testimonia questo documentario, non è più così: oggi se non siedi in un consiglio di amministrazione, se non dirigi alcuna multinazionale, alcuna banca o non hai potere di veto in organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o l'Organizzazione Mondiale per il Commercio non hai quel tipo di potere. Oggi però continuano a contrapporsi due "ideologie": quella neoliberista, che ha portato al fallimento di un paese come l'Argentina (le cui similitudini con la situazione italiana si palesano sempre più, anche se molti non vogliono vederle...) od alla recente crisi economica, basata sul Washington Consensus da un lato, e l'ideologia anti-liberista, quella dei Chavez, degli Evo Morales dall'altra. Oggi non è più con il voto elettorale che si esprime il dissenso, perché quando tutti gli uomini politici sono in mano ai grandi centri di potere e alle lobby non perseguono l'interesse del popolo, ma quello del c.d.a. Oggi, nel tempo della commercializzazione di ogni aspetto della vita umana, si può però esprimere il dissenso in altro modo. Perché non è necessario prendere il potere per cambiare il mondo...

Voces contra la globalización (Otro mundo es posible) from SOLUCIONES CIUDADANAS on Vimeo.

La mappa dei popoli

di Linda Chiaramonte per PeaceReporter
Raccontare i rifugiati, i migranti, i richiedenti asilo attraverso le mappe geografiche, è quello che fa Philippe Rekacewicz, cartografo d'inchiesta, geografo e giornalista fra gli ideatori e realizzatori del nuovo Atlante Un mondo capovolto di Le Monde Diplomatique/Manifesto uscito da poche settimane in Italia. "La carta trasmette un messaggio politico", dice Rekacewicz, "è un mezzo di propaganda non un oggetto fedele alla realtà, ma soggettivo, che dipende dalle scelte del cartografo". Le carte dell'Atlante, oltre trecento, sembrano schizzi fatti a mano. "Una dimensione umana che semplifica, ma non semplicista, che cattura l'attenzione per diffondere ad un pubblico più ampio un oggetto scientifico che fornisce dati e trasmette emozioni, imprecisioni. Non è la precisione che importa quanto la rappresentazione simbolica per capire meglio il reale. L'uso dell'immaginazione e dell'arte serve per fare arrivare meglio il messaggio. La manipolazione dell'uso delle carte serve come propaganda, ad esempio attraverso la misura, la scala utilizzata. Ingrandire le proiezioni aumentando le dimensioni mostra quanto un paese sia importante, grande e minaccioso. Anche la cartografia che appare più neutra nasconde alcuni elementi. La carta è un affare di stato, non un oggetto neutro". Abbiamo incontrato Philippe Rekacewicz a Bologna, ospite dei seminari di Le Monde Diplomatique organizzati nelle scorse settimane dal Dipartimento di discipline storiche dell'Università e dal mensile francese. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Quali sono limiti e meriti dei confini geografici?
La frontiera è un elemento della geografia molto ambivalente, rappresenta un ostacolo, un oggetto per respingere e al tempo stesso raggruppa e protegge la gente. Per rifugiati, migranti, viaggiatori, è un ostacolo, a volte facile da superare, a volte meno, che provoca morti e feriti. È una frammentazione tangibile artificiale del pianeta, strettamente legata a decisioni politiche di regolazione del territorio. Sul pianeta ci sono già paesi ricchi dominanti dove tutto è più facile, e poveri dominati, in cui la popolazione ha difficoltà a vivere, curarsi, istruirsi, accedere ai diritti fondamentali e alla democrazia. Nelle democrazie, dove questi diritti sono assicurati e nei cui spazi ci si può muovere facilmente, le frontiere esistono, sono barriere doganali, segnano il limite di sovranità di uno stato, ma gli uomini le possono attraversare quasi senza vederle. Come nell'area Schengen. Elementi tangibili che diventano virtuali, esistono, ma di cui quasi non ci si accorge. Quando si proviene da un paese ricco è tutto più facile, ma la frontiera è un elemento discriminante e pericoloso per i quattro quinti del pianeta. Gente che ha bisogno del visto per attraversarla, che non si può muovere liberamente, a cui è vietato l'accesso a intere regioni e continenti. È un diritto fondamentale negato per una grande fetta del pianeta che spesso lascia paesi autoritari dove i diritti sono violati. È una discriminazione scandalosa perchè lascia vivere nella povertà estrema e impedisce alle persone di muoversi per accedere ai diritti fondamentali. È un oggetto paradossale e molto perverso che permette al tempo stesso di definire i limiti di una sovranità, di raggruppare i popoli in seno alla loro nazione sulla base di un senso di appartenenza legata ad un territorio definito da una frontiera che fa sentire protetti come in un guscio, ma pericolosa per tutti quelli che sono all'esterno che avrebbero legittimamente il diritto di entrare nel guscio e a cui è impedito farlo. Un elemento che respinge, rigetta, discrimina, e impedisce di circolare liberamente nel pianeta. Talvolta divide, separa, popoli uguali o che si assomigliano, popoli amici. È stato straziante nella guerra nell'ex Jugoslavia federale, fatta da una mescolanza di serbi, croati e bosniaci. Dove far passare la frontiera nel caso di famiglie con padre croato e madre serba, al centro del letto? La frontiera che separa è inconcepibile, anche se serve per dividere popoli differenti, ma su quale criterio si decide che un popolo è diverso dall'altro e che bisogna separarli? Dove tracciarla? Su quale criterio si ammette la rivendicazione territoriale di un popolo su un determinato territorio? Storico, archeologico, sociale, nazionale? La maggior parte di questi criteri sono inammissibili, illegittimi. Sono per un mondo aperto con unità territoriali gestibili a misura d'uomo. Non so quale sia l'unità più adatta, la regione, il dipartimento, la città. La frontiera è strumento di pace formidabile per definire i limiti in cui vivere, ma mi ha molto emozionato il giorno in cui con Schengen sono state abbattute le frontiere e cancellati i controlli.
Quali sono gli elementi positivi delle frontiere?
La regolamentazione delle tariffe doganali, utile per proteggere da speculazioni, conquiste territoriali e commerciali. Alla fine degli anni '80, quando l'URSS e il comunismo si sciolsero, sarebbe stato necessario proteggere questi paesi proiettati verso un capitalismo selvaggio, quello della Russia di Eltsin, che oggi pagano un prezzo molto elevato per la crisi finanziaria e per essere stati precipitati in un sistema di mercato brutale che ha provocato povertà e discriminazione. Rinforzare la frontiera, regolare i flussi finanziari ed economici, li avrebbe senza dubbio preservati dal ciclone economico, dalla bolla speculativa enorme e dannosa che li ha investiti. La frontiera è positiva quando serve a regolare e proteggere un'economia. È necessario avere territori, frontiere, stati di diritto, che legiferino per ristabilire una forma di uguaglianza fra le persone. Purtroppo accade raramente, inoltre oggi c'è la grande frontiera di Schengen, la più mortale e pericolosa al mondo, che uccide migliaia di persone, molto più di altre frontiere di paesi in conflitto definite pericolose. Una delle più sanguinanti di questa Europa che si sente a rischio e si protegge contro la terribile minaccia degli stranieri. Il ruolo della frontiera, aperta verso l'esterno e in cui c'è libera circolazione di persone e beni, da dentro sembra positivo, ma siamo ciechi davanti alla macelleria che provoca fuori per tutte le popolazioni che cercano disperatamente di entrare in Europa.
C'è una grande contraddizione: un mondo sempre più globalizzato, ma che costruisce sempre nuovi muri e barriere. Come si spiega?
È vero, c'è una grande contraddizione. È difficile cartografare un mondo che si globalizza, in cui i flussi finanziari sono sempre più rapidi, miliardi di dollari fanno il giro del pianeta in meno di un minuto, le frontiere non esistono. Un mondo virtuale, in cui si ha accesso a quasi tutti i media in tempo reale, l'accesso all'informazione è talmente enorme da produrre l'effetto contrario, come se non ci fosse. Avere milioni d'informazioni equivale a non averne, cosa che i sovietici avevano capito benissimo nel disegnare le carte, producendole talmente grandi e ricche di dati da non vedere più nulla e risultare inutili. C'è un paradosso, le merci circolano quasi in maniera libera intorno al globo, passano dalle dogane, i prodotti coltivati in Senegal arrivano tutte le mattine sui banchi dei mercati di Parigi, il commercio internazionale è ben organizzato, ma alcuni accordi che servirebbero a proteggere i paesi più vulnerabili restano fermi. La finanza funziona, ma le frontiere sono chiuse per poveri e malati fatto che crea spesso rigurgiti di nazionalismo, sentimenti di appartenenza, come dalla caduta dell'URSS, la frammentazione di territori e l'insorgere di velleità di indipendenza. La divisione della Jugoslavia in molte unità territoriali sempre più piccole ha sviluppato sentimenti ultranazionalisti di difficile gestione. La costruzione di nuove frontiere provoca separazioni di famiglie e popolazioni, è fonte potenziale di conflitti fra i paesi per l'acqua o l'approvvigionamento del gas, gli esempi sono numerosi. Dietro l'idea che la frontiera protegga esiste la minaccia di una migrazione che vuole invadere il territorio, come accade in Italia. Un'impressione virtuale che non corrisponde assolutamente alla realtà delle cifre sulla quantità delle persone che arrivano. Ci sarebbe una reale capacità dell'Europa di assorbire questa popolazione, basterebbe smettere di piegare i paesi poveri e organizzare un vero aiuto per sviluppare attività nei loro paesi. La gente parte perché le condizioni di vita sono impossibili. Oggi ovunque si costruiscono muri che separano le frontiere e le rendono ancora più pericolose. Prima dei muri si poteva passare in modo più o meno sicuro, ora dove c'è un muro ci sono pattuglie armate, morti. Le frontiere nazionali sono intese come qualcosa che protegge, ma c'è un'altra frontiera del tutto eccezionale: il muro palestinese, una frattura odiosa e orribile che dilania il paesaggio, con la particolarità di seguire la linea verde che non è veramente una frontiera, ma un limite internazionale, il solo riconosciuto. La linea del '49, fa da ufficio di frontiera, è una linea invisibile che si può attraversare senza rendersene conto come a Gerusalemme, al punto che, poiché gli israeliani occupano la Cisgiordania e i territori palestinesi, hanno giudaizzato, israelizzato gli edifici pubblici, l'arredo urbano, creando una tale confusione da non capire che si è passati altrove e questa frontiera, legalmente riconosciuta da un'istituzione internazionale, l'ONU, sparisce, non esiste nel paesaggio. È pura virtualità. Al contrario il muro strazia il paesaggio si allontana di parecchi chilometri dalla linea verde e solca il territorio palestinese, è il caso in cui non esiste una frontiera, ma un muro di sicurezza per proteggersi dai barbari, i selvaggi. Il muro ha di fatto la funzione di ufficio di frontiera ed è totalmente illegale, riconosciuto come tale dalla corte internazionale di giustizia, dalle Nazioni Unite, dalla comunità internazionale, ma è tangibile. C'è una frontiera legalmente riconosciuta, invisibile, che si può attraversare in ogni direzione e un'altra rappresentata da un muro orrendo che separa la popolazione palestinese che frammenta e sta uccidendo la società. Il muro è totalmente illegale, non ha alcuno status, è unilaterale. Ci sono altri muri interiori costruiti per proteggersi dall'altro. In molte città in Messico, Brasile, Argentina, il muro serve per non vedere le bidonville che stanno dietro, per negare e nascondere ciò che crea problemi. Lo stesso nell'Irlanda del nord per separare cattolici e protestanti. Da una parte c'è una moltiplicazione di scambi che permette di andare dappertutto velocemente circolando intorno al pianeta in aereo, dall'altra popoli che si irrigidiscono sulle loro identità nazionali, costruendo muri che dividono ulteriormente i territori. È la logica delle gated communities in cui si rinchiude una popolazione in uno spazio perché c'è una grave minaccia esterna. Il muro, il limite, impedisce alla gente di andare in alcuni luoghi, è la strategia adottata anche nei supermercati o nei negozi degli aeroporti dove ci sono barriere artificiali a guidare il flusso della gente e invogliarla a spendere, il percorso non è libero, ma guidato. È una scienza.
Ci sono molti clichè sulle rotte percorse dai migranti, sono credibili?
È difficile dire da dove passano i flussi migratori. Niente di meno conosciuto, molti movimenti ci sfuggono. Forse si sanno le direzioni, ma non le rotte. Ci sono flussi che dall'Africa vanno in Europa con direzioni molto generali. Questo vale solo per una piccola parte di migranti, su un centinaio di migliaia di persone solo qualche decina utilizza le frontiere terrestri, molti prendono l'aereo. Molta migrazione "clandestina" è entrata in modo legale attraverso gli aeroporti. Non tutti sono sorvegliati come quelli americani, si può eludere la vigilanza uscendo senza troppi problemi. Alcuni aeroporti sono molto grandi e sono luoghi di passaggio per chi ha un passaporto falso. La polizia non ha la capacità di verificare i documenti di ogni viaggiatore, diverse migliaia al giorno. Oggi ci sono quantificazioni molto approssimative, non si conosce nel dettaglio la portata dei flussi, si lavora con dati anacronistici, dello scorso anno o più vecchi, non si fa monitoraggio sulla sorveglianza delle frontiere, le conoscenze sulle migrazioni sono frammentate. Non solo i flussi non sono conosciuti, ma data la tendenza dei governi a chiudere i centri di accoglienza, c'è molto meno controllo. Esistono milioni di senza patria, gente senza identità, una popolazione sconosciuta, non identificata. Il Nepal ha capito che era meglio regolarizzarla dando a milioni di senza patria un'identità e una nazionalità, un certificato di nascita, cosa mai successa nella storia. È rimarchevole che il governo di un paese povero si sia lanciato in un'operazione simile, anche Thailandia e Cambogia stanno seguendo questa linea. I governi capiscono che per la sicurezza nazionale è più importante dare referenze alle persone, potendo esercitare più controllo su di esse. Non lo fanno per filantropia, ma per averne un'idea più precisa, quantificarli, dar loro uno stato civile, cosa che ne rende più facile la gestione.
Cosa pensa dei recenti casi di navi di migranti mandate indietro dall'Italia?
È scandaloso, ma è una pratica diffusa. Quando le guardie costiere recuperano barche di migranti nel mediterraneo, se possono li riaccompagnano indietro. Sanno che se li portano sulla terra ferma per curarli, per legge sarebbero obbligati ad accettare le richieste di asilo dei più vulnerabili e in pericolo. È più pratico mandarli indietro grazie agli accordi fra paesi, la cosiddetta esternalizzazione, delegando la gestione dei flussi alla polizia e allo stato libico, che lo fanno secondo le proprie leggi e i propri sistemi. Uno scivolamento a sud delle frontiere dell'Europa. C'è l'Europa con le frontiere di Schengen, ma quelle vere vanno più lontano. I migranti che provengono dai paesi poveri rappresentano reddito, c'è bisogno di loro per sopravvivere. È una situazione di legalità immorale, un comportamento avallato dalla legge, visti gli accordi bilaterali, ma immorale. Si specula sulla pelle dei poveri, si è nella legalità della UE, ma anche nell'immoralità di valori umani calpestati come il diritto alla libera circolazione dei popoli che vivono in situazioni di conflitto, spesso provocate dalla nostra eredità coloniale. Oggi invece di affrontare queste responsabilità si spendono miliardi per mettere in sicurezza le frontiere, trascurando i più elementari diritti umani. L'Australia, ad esempio, ha deterritorializzato un'isola per evitare che i richiedenti asilo esercitassero questo diritto nel paese. Li sistema fuori dal territorio nazionale per impedire loro di rivendicare lo status di rifugiato.
Lei ha sottolineato come ormai un uomo sia considerato tale solo in virtù di un passaporto. È davvero così?
Un essere umano è tale con o senza passaporto. Chi proviene dal cosiddetto mondo referenziato, con passaporto UE, è avvantaggiato, ma quanto vale un passaporto nord coreano, turkmeno o senegalese? Il valore umano si attribuisce in rapporto all'identità e alla nazionalità scritte sul passaporto. Dietro a queste statistiche ci sono esseri umani che portano drammi terribili, ma anche una ricchezza per la comunità. Chi non ha passaporto né identità non è protetto da nessuno stato e ha legittimamente il diritto di ritrovarne una per diventare qualcuno. È necessario guardare ai migranti con occhi nuovi, non come una minaccia. Oltre al concetto di frontiera in senso occidentale, come frammentazione dello spazio lineare, esiste un'accezione più orientale di spazio di transizione, territorio di passaggio come per i nomadi delle steppe dell'Asia centrale, dove la frontiera è il territorio stesso. C'è una totale fusione e confusione fra la frontiera e il territorio, in questo spazio transitorio c'è vita, come attorno al lago di Tiberiade dove non ci sono frontiere, ma accordi per l'uso dell'acqua e della terra. Lì drusi, ebrei, arabi, utilizzavano le sorgenti d'acqua sullo stesso territorio e s'incrociavano. Esistono molti territori interstiziali dove ci sono integrazioni, incroci di genti, senza conflitti per rivendicare un territorio. Oltre alle frontiere intese come limiti geografici, che separano la gente, la raggruppano attorno ad un'idea nazionale, la frontiera corrisponde anche alla speranza di spazi comunitari che appartengano e siano gestiti da tutti, e non per questo siano il caos.

Todos somos nadies!

"Udite mortali il sacro grido: libertà! Libertà! Libertà!”
(Inno nazionale argentino)


Chiedono lavoro. Chiedono case. Chiedono diritti. La dignità no. Quella se la sono presa da soli.

Si chiamano “nadies”, “i nessuno”. Sono gli argentini che si ribellano, sono la quintessenza dell'anima argentina “d.o.c.”. Sono uomini, donne e bambini che fanno i conti con la globalizzazione. Non quella “teorica” professata dai grandi signori dell'economia e della politica, ma quella “vera”, quella “fisica”. Quella che non ti permette di comprare un litro di latte da dare ai tuoi figli; quella che ti toglie un pezzo di terra perché – per colpa di una banca che ti ha alzato il tasso del mutuo al 20% - non puoi più permetterti di estinguere i debiti sul tuo futuro e che quindi vendono con aste giudiziarie ai latifondisti (siamo nel 2009 – 2005 quando Fernando Solanas ha girato questo film – e ancora dobbiamo parlare di latifondisti?).
Non sono “violenti”, non vogliono ciò che non gli spetta. Sono solo arrabbiati. Arrabbiati di quella rabbia che ti prende per fame. Di quella rabbia che ti prende quando vedi che chi è ricco lo diventa sempre di più e tu sono due anni che dormi su una panchina dentro l'ospedale perché non hai i soldi per trovarti non dico una casa vera, ma almeno un tetto stabile per la notte. Non ammazzano e non hanno mai sparato a nessuno – cosa che invece ha fatto la polizia con Darìo Santillan, uno dei leader delle rivolte ucciso durante gli scontri.

Sappiamo quello che non vogliamo. E quello che vogliamo lo costruiremo insieme”.
E' questo lo slogan – se vogliamo trovarne uno – che queste persone si sono date. Come uniche armi di difesa hanno l'inno nazionale (un inno che parla di libertà) che cantano per interrompere le aste giudiziarie e la loro dignità. Che spesso è molto più forte di interi eserciti.
Sullo sfondo di queste lotte c'è la crisi che il popolo argentino ha subito nel 2001 ad opera della classe politica corrotta (e dell'insulsa politica economica portata avanti da Menem prima e poi – in parte – da Nestor Kirchner in collaborazione con Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale) e delle onnipresenti multinazionali. Possono arrestarli. Possono ucciderne i leader. Ma loro saranno sempre lì, riversati verso Plaza de Mayo, la “storica” Plaza de Mayo dove da 30 anni e più le madri dei desaparecidos (le Madres de Plaza de Mayo, appunto) combattono per la reaparición con vida de sus hijos.
Mi verrebbe quasi da dire: “è l'Argentina, baby!”. E' l'Argentina che ci insegna – per usare un vecchio slogan ormai caduto in disuso – che un altro mondo è possibile.
Come? Con il senso di comunità che noi “popoli ricchi” abbiamo perso.
Come? Con l'autogestione. Come quella che in molte fabbriche ex-fallite stanno usando gli operai per riprendersi il loro lavoro e la loro “vita normale”. Guardate alla ceramica “Zanon” o all'acciaieria “Forja” (presenti tra l'altro in un altro meraviglioso docu-film come The take di Naomi Klein – autrice di “No Logo” e “Shock Economy” - e Avi Lewis).
Come? Con la solidarietà tra i poveri. Come quella che un giorno ha fatto incontrare Martìn – colpito alla testa da una pallottola durante la repressione contro le Madres de Plaza de Mayo il 20 dicembre 2001 – ed il maestro Toba che gli salva la vita. A lui come alle centinaia di bambini a cui offre un pasto completo ogni sabato. O come quella di Antonia e Chipi, che cucinano per più di 200 persone (289 il “record”) con un po' di polenta e due cipolle o come Silvia e Carola, assistenti sociali che si battono ogni giorno per tenere in piedi l'ospedale pubblico.

Sono piccole storie. Piccole gocce d'acqua in un mare sempre più difficile da navigare. Perché un altro mondo è possibile, se si impara a navigare controcorrente.

Potete trovare i due film citati (La dignidad de los nadies e The Take) cliccando qui:
The take: http://video.google.com/videoplay?docid=8149373547373833649
La dignidad de los nadies: http://dailymotion.virgilio.it/video/x103ej_la-dignidad-de-los-nadies_politics