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Shutdown America: una perturbazione che potrebbe colpire 48 milioni di americani

foto: darkroom.baltimoresun.com

Washington (Stati Uniti) - Secondo il Segretario di Stato John Kerry sarebbe solo una "perturbazione momentanea" lo Shutdown, il provvedimento di tagli ai servizi non necessari imposto dal governo statunitense. Per quanto momentaneo il provvedimento avrà comunque un «fortissimo impatto reale sulla vita quotidiana di tanti americani», come dichiarava un esasperato Barack Obama nei giorni scorsi.

Al centro della guerra tra il Senato a maggioranza democratica e la Camera, guidata dai repubblicani, c'è l'Obamacare, che questi ultimi vorrebbero sostanzialmente eliminare. La condizione lanciata al governo è, d'altronde, chiara: rinviare di un anno questa riforma – che i democratici danno ormai come legge intoccabile – è la condizione imprescindibile per l'approvazione del budget del nuovo anno fiscale, iniziato il primo ottobre.

Stando alle stime, tagliare i “servizi non essenziali” significa la sospensione dal lavoro per almeno 700.000 dipendenti pubblici, tra cui dipendenti del Pentagono o rangers che operano nei parchi nazionali. A rischio anche le pensioni ed i sussidi di disabilità per i veterani, che dopo aver servito la Patria potrebbero vedersi non ricambiato il favore.
Inoltre, tra le attività che il governo federale non sarebbe più in grado di assicurare, il pagamento agli appaltatori del governo, che potrebbero far “pesare” la cosa al momento di rifinanziare la prossima campagna elettorale. È comunque difficile che uno stallo di qualche giorno possa creare danni rilevanti a società come la Lockheed Martin (principale contractor nel 2012 con circa 40.000.000 di dollari) o la Boing (seconda classificata con poco meno di 30.000.000) o la Raytheon Company, che con poco meno di 15.000.000 di dollari è la terza società che verrebbe danneggiata dal prolungarsi dello Shutdown (la lista completa è stata pubblicata da OpenSecret.org)

A pagare il prezzo più alto, ça va sans dire, saranno i cittadini comuni. A rischio infatti ci sarebbero anche i “Food stamps”, i buoni alimentari che rappresentano l'unica forma di salvataggio per circa 48 milioni di americani, soprattutto bambini e disabili. Taglio che – come scriveva ieri Monica Di Sisto su Comune-Info «obbligherà gli adulti tra 18 e 50 anni senza figli minori a trovarsi un lavoro o ad inserirsi in un programma di formazione per mantenere il beneficio, di cui potranno godere, ad ogni modo, solo per tre mesi e solo sottoponendosi a test antidroga e alcol». Test che invece non sfioreranno le società destinatarie di una parte del Supplemental Nutritional Assistance Program (SNAP) nel quale sono inseriti i buoni alimentari e che rispondono a nomi come quello della Coca-Cola, della Kraft, della JP Morgan a cui il “Farm Bill Budget” destinava – nel 2008 – il 68% dei fondi.

Due muri destinati a collidere? Da un lato la principale – per alcuni l'unica – medaglia attualmente appuntabile al petto di Obama, dall'altra la spinta delle forze più estreme dei repubblicani, soprattutto dei Tea Party.
Il rischio che gli Stati Uniti d'America espongano fuori dalla Casa Bianca il cartello “Default” - che porterebbe al declassamento delle agenzie di rating, al crollo del valore del dollaro ed all'esplosione dei tassi di interesse – è più che concreto.

Q&A: US shutdown: a new guide for non-Americans (in inglese): http://www.theguardian.com/world/2013/sep/30/us-shutdown-explainer-non-americans

Questo articolo lo trovate anche qui:
http://www.infooggi.it/articolo/shutdown-america-una-perturbazione-che-potrebbe-colpire-48-milioni-di-americani/50571/

Se Don Milani fosse ministro dell'Istruzione

foto: ilcorpodelledonne.net
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/se-don-milani-fosse-ministro-dellistruzione/28702/

Roma, 17 giugno 2012 – Secondo il rapporto dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro pubblicato in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile (che si celebra il 12 giugno) sono 215 i milioni di bambini costretti a lavorare per sopravvivere. Tra questi, almeno 5 milioni di essi sono costretti ai lavori forzati, nei quali sono comprese le nuove forme di schiavitù minorile come lo sfruttamento sessuale, la schiavitù per debiti o l'uso dei bambini nei conflitti armati. La cifra, evidenziano dall'organizzazione, è senza dubbio sottostimata.
La distanza maggiore tra le promesse derivanti dalle varie Convenzioni redatte in questi anni si ha nei settori dell'economia cosiddetta informale, nella quale rientrano ad esempio i minori utilizzati nelle zone rurali e agricole, dove fin da subito bambini e bambine vengono utilizzati dalle famiglie in chiave economica privilegiando il lavoro piuttosto che l'istruzione scolastica.
Pochissimi poi, denuncia il rapporto, i casi di lavoro minorile che arrivano davanti ai Tribunali nazionali.

«Lavoro dignitoso per i genitori e istruzione per i bambini e le bambine sono elementi indispensabili per lo sradicamento del lavoro minorile» dice Juan Somavia, direttore generale dell'Ilo, per il quale bisogna continuare «sulla strada tracciata nella road map adottata a L'Aia nel 2010 che prevedeva l'eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016».

Non bisogna, però, commettere l'errore di credere che questo tipo di problema riguardi solo paesi poveri o in fase di sviluppo.
Se in questi paesi, infatti, vige ancora l'idea secondo la quale bambini e bambine “rendano di più” a lavorare i campi piuttosto che a stare dietro a libri e compiti a casa per l'intera giornata, in un paese che si ritiene sviluppato come l'Italia il nostro sistema scolastico, attaccato negli anni da entrambe le parti politiche, governo dei professori incluso, sta tornando ad essere di élite, dove bambini con disagi e i tantissimi figli di migranti – ai quali si aggiungono bambine e bambine di famiglie colpite dalla crisi economica – rappresentano oggi quel sottoproletariato a cui una volta la scuola era preclusa.

Espulsi dal sistema scolastico (facendo in molte zone un enorme favore alla criminalità organizzata, sempre disponibile ad accogliere manovalanza giovane[1]) ed impossibilitati dunque a formarsi nella loro maturazione culturale né in quella materialmente spendibile una volta entrati in un mondo del lavoro diventato anch'esso un “lusso per pochi”, tra i 15 ed i 24 anni – come evidenziava Lorella Zanardo su “Il corpo delle donne” due giorni fa[2] – vanno ad incrementare le fila di quell'esercito di ragazze e ragazzi che non studia e non lavora (detti NEET, acronimo di Not in Employment, Education or Training). Nel nostro paese, dove la percentuale è la più alta d'Europa ed in aumento proprio per effetto della crisi economica, sono oltre due milioni, come denuncia Sofia Basso in un articolo pubblicato sull'ultimo numero del settimanale Left[3].
Quello dei NEET rappresenta un problema sociale con il quale sarà bene iniziare a fare i conti al più presto, in Italia come nel resto del mondo, considerando che questo fenomeno è – allo stesso tempo – effetto e causa di tutta una serie di altri problemi sociali che società che vogliono essere realmente democratiche non possono permettersi. Sono effetto – come abbiamo visto – di dinamiche di esclusione (scolastica e lavorativa) che ricadono poi sull'intera comunità di appartenenza ma sono anche causa stessa della crisi essendo spesso costretti a fare affidamento solo su aiuti economici derivanti dai familiari (la vecchia “paghetta” di mamma e papà, per intendersi) in un sistema dove il fulcro di tutto sono, ancora una volta, le politiche che ruotano intorno all'idea che la società ha della scuola, intesa nel suo ruolo di educatrice sociale prima ancora che culturale.

Più che di tanti Don Milani – come chiede “disperatamente” Lorella Zanardo – io credo, c'è bisogno che un Don Milani venga fatto ministro dell'Istruzione (per ora, con Marco Rossi Doria, ci siamo fermati al sottosegretariato).

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2011/10/scuole-al-margine.html;
[2] Cercasi Don Milani disperatamente, Il corpo delle donne, 15 giugno 2012;
[3] Neet generation. Gioventù sprecata di Sofia Basso, settimanale Left, 16 giugno 2012

9 giugno 2012: la Fiom apre gli stati generali della (nuova) Sinistra?

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/9-giugno-2012-la-fiom-apre-gli-stati-generali-della-nuova-sinistra/28657/

Watch live streaming video from fiomnet at livestream.com
Qualcuno, nei giorni scorsi, ha detto che questo incontro ha rappresentato la nascita del "partito Fiom". Non so se sia così. Se lo fosse, comunque, sarebbe sicuramente un partito migliore di quell'altro partito che sembra stia nascendo intorno al quotidiano Repubblica.
Quello che però sembra incontrovertibile è che la Fiom, oggi, si sta ponendo come soggetto politico (cosa ben diversa dall'essere un soggetto partitico) di un certo tipo di sinistra, come ha in qualche modo ricordato Maurizio Landini nelle conclusioni, sottolineando come nei 110 anni di formazione, il sindacato non si sia solo battuto per i diritti dei lavoratori ma anche per un certo tipo di idea di società, convocando quello che a me sembra essere il primo passo degli stati generali della e per la Sinistra (la maiuscola non è un refuso).

È un inizio, intorno ad un programma - quello presentato nel primo intervento del segretario generale del sindacato - che dovrà essere naturalmente integrato da tutte quelle istanze che oggi possono essere ricondotte ad un'idea sociale "di Sinistra" (e di cui accennavo anch'io nei giorni scorsi).
È anche - o almeno potrebbe essere - anche una fine, parafrasando Tiziano Terzani. La fine di quell'errore di valutazione che ha visto nel Partito Democratico sotto la gestione Bersani un movimento di Sinistra (rimango sempre convinto che, forse, con Ignazio Marino la cosa sarebbe stata ben diversa...) e che spero porti presto ad una vera e propria scissione tra le forze sinceramente di sinistra e i democratici, ormai dichiaratamente forza di centro (e che non possono dirsi forza "pro-lavoratori" e poi appoggiare il governo Monti).
Non è stata, purtroppo, la fine di una certa sinistra. Quella della "coesione a domeniche alterne". Quella, per intenderci, che da vent'anni o forse più teorizza la necessità di un grande partito di sinistra e che poi, quando passa ai fatti, torna a scindersi nel giro di qualche settimana. Risolvere questo punto potrebbe essere il secondo passo (o il primo passo e mezzo) di questi nuovi stati generali. Non basta, infatti, ricominciare ad usare i termini "compagne e compagni" per poter parlare di una sinistra unita.

Nei prossimi mesi capiremo se gli errori di questi ultimi vent'anni sono stati superati o se anche il tentativo della Fiom dovrà essere derubricato all'ormai classico "belle parole, ma pochi fatti".

Se questa è una fabbrica


Ritmi sempre più veloci. Un metodo che sottostima i rischi. E migliaia di operai ammalati. Ecco cosa succede davvero dentro gli stabilimenti Fiat. Leggi l'inchiesta di Manuele Bonaccorsi per il settimanale Left

Le lacrime istituzionali dimenticano gli operai

foto: linksicilia.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/le-lacrime-istituzionali-dimenticano-gli-operai/27600/

Termini Imerese (Palermo), 12 maggio 2012 – Cinque mesi. Da tanto stanno lottando gli operai di Termini Imerese per capire quale futuro li attende dopo l'ormai sicura fine del decennale rapporto con la Fiat.
Un futuro che, dicono, sarà targato Dr Motors, «un'azienda in crisi (con circa trenta milioni di debiti, ndr), che non paga i suoi dipendenti, che non costruisce macchine ma le importa già assemblate dalla Cina, che ha un rapporto con i sindacati a dir poco conflittuale», come scrivevano pochi giorni fa Emiliano Morrone ed Andrea Succi su Infiltrato.it[1]. Nonostante queste poche righe basterebbero per mandare a monte qualunque trattativa tra chi di economia ha inteso quanto meno le basi minime, il governo di quei tecnici che assomigliano sempre più ai politici (tanto da aver ripreso quella vecchia abitudine bipartisan del dare la colpa di tutto al governo che c'era prima[2]) considera l'azienda l'unico interlocutore credibile.
Gli effetti di quella “credibilità”, naturalmente, non la pagheranno tecnici e politici ma gli operai, che per questo hanno deciso di fare da soli, occupando nei giorni scorsi la sede dell'Agenzia delle Entrate e, per qualche ora, la sede della Serit (la versione siciliana di Equitalia). «Il governo nazionale pretende il pagamento delle tasse ed il rispetto delle leggi, ma non mantiene gli impegni presi con i 2.200 lavoratori: ha stralciato le tutele per i 640 esodati, a cui era stato garantito l'accompagnamento pensionistico pre-riforma, e sta mostrando tutta la sua inadeguatezza come garante di un piano di reindustrializzazione che non parte e potrebbe non partire mai. La politica è sparita, forse interessano più le elezioni che il destino di duemila persone», dice Roberto Mastrosimone, leader della Fiom di Palermo.
Per loro era scesa in campo direttamente la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero, che aveva garantito agli operai due anni di cassa integrazione straordinaria per cessazione attività e altri tre o quattro di mobilità, fino al compimento dei 65 anni di età. Insomma, un vero e proprio accompagnamento alla pensione. Poi è arrivata l'approvazione della nuova riforma delle pensioni a bloccare tutto.

Non si è ancora capito quale modello economico i tecnici abbiano utilizzato per definire accettabile la situazione in cui un operaio, che magari si è spaccato la schiena in un lavoro usurante in questi anni, possa riuscire a barcamenarsi tra fare la spesa, pagare bollette in aumento (con salari per i quali diventa una benedizione la non erosione del valore reale) in un arco di tempo di quattro o cinque anni in cui questi non avrà entrate.

Il lavoro "a click" e la competitività del mercato globale

New Delhi - L'ultima moda è quella del lavoro in “outsourcing telematico”. Attraverso piattaforme nate per il lavoro informatico in rete, le aziende – per lo più americane – offrono lavoro a persone che svolgono tutto attraverso software di video-conferenza, in un gioco al ribasso (di salari e diritti) che qualcuno si ostina a chiamare “competitività”.

A scriverne è, oggi, Antonello Mangano su Terrelibere.org[1]: grafici, traduttori, giornalisti, programmatori si iscrivono a piattaforme come oDesk, Getacoder, Elance in maniera completamente gratuita. Le aziende, in base alle caratteristiche di cui hanno bisogno, selezionano il lavoratore/i lavoratori – solitamente giovani indiani che hanno il vantaggio di essere altamente formati e di richiedere stipendi bassissimi – pagandoli attraverso il metodo Paypal. «Una rupia» - scrive Mangano nell'articolo - «equivale a un centesimo di euro e a due di dollaro. Uno stipendi di 345 dollari (1800 rupie) è considerato discreto». Basta fare due conti per capire come questo sistema sia ben visto da chi predica il contenimento dei costi di gestione dei lavoratori.

Modello eBay. Funziona così: l'impresa inserisce il classico annuncio “Cercasi”, scrivendo nella richiesta di cosa necessita. Dall'altro lato, gli iscritti non devono fare altro che inserire il proprio curriculum allegando una scheda dettagliata delle sue competenze e, eventualmente, sostenere un esame on-line per vedere se quello che dichiara è effettivamente quello che sa fare. Niente di più e niente di meno, in realtà, di quello che un po' tutti facciamo quando, in cerca di lavoro, passiamo intere giornate portando curriculum in giro per la città. L'unica differenza è che nel caso di siti come Elance (27.706 nuove offerte negli ultimi 15 giorni) o Getacoder (2.472 nell'ultimo mese) l'unica cosa a spostarsi fisicamente sono le dita sulla tastiera.
Le imprese che assumono si trovano di fronte al “solito” dilemma: conciliare il minor costo possibile con la più alta professionalità possibile. Per questo si utilizza il “sistema eBay”: oltre al costo, infatti, valgono l'esperienza e le referenze (o “feedback”, adattando ai tempi). Se un iscritto lavora male o, dall'altro lato, un datore di lavoro non rispetterà gli impegni, i feedback negativi faranno in modo che sarà per lui più difficile trovare lavoro o lavoratori.

Un vantaggio in un modus operandi simile, comunque, c'è. Quello cioè che permette ai giovani di poter rimanere a lavorare nel loro paese, magari senza nemmeno doversi spostare troppo tra una città e l'altra, piuttosto che intraprendere viaggi oceanici senza avere la sicurezza che quello sarà un viaggio a buon fine.

Gli italiani, ricorda l'articolo, sono pochi, in particolare per l'endemica diffidenza, la scarsa conoscenza dell'inglese ed il fatto che il cambio euro/dollaro non è certo conveniente come quello dollaro/rupie. Ed anche perché, ad esempio, per il comparto giornalistico c'è chi offre dieci centesimi di euro a parola. In questo, evidentemente, la “rivoluzione” del lavoro “a click” non ha cambiato poi molto.SB

Note
[1] Come affittare un freelance da un continente all’altro. Online e a basso costo, Antonello Mangano, Terrelibere.org, 21 dicembre 2011

Professione: porcellino d'India


Kano (Nigeria), 1996 - Un'epidemia di meningite ha appena colpito la popolazione (in particolare i bambini): 120 i nuovi casi che si registrano giornalmente. Un'equipe dell'ong Medici Senza Frontiere si era aggiunta ai medici locali per far fronte all'emergenza, finché non arrivarono quelli della Pfizer Inc., la più grande società del mondo per quanto riguarda ricerca, produzione e commercializzazione dei farmaci con sede a New York, Stati Uniti. Tra i farmaci a cui stava lavorando in quel periodo c'è il Trovan, un antibiotico fino a quel momento testato su un solo bambino. Nonostante le sole sei settimane in cui il farmaco viene messo a punto (quando di solito ci vuole un anno), i medici della Pfizer sbarcano a Kano con l'intento di provare il loro antibiotico sulla popolazione locale. Tutti i medici tranne uno: Juan Walterspiel, esperto di malattie infantili per la multinazionale, che aveva esplicitato in una lettera la sua contrarietà alla sperimentazione sui bambini di Kano. Risultato: medico licenziato e duecento bambini assoldati come cavie. Di questi undici muoiono. Non si sa se per la malattia o perché il farmaco viene somministrato anche a quei bambini che non reagiscono positivamente. Secondo la Pfizer, comunque, il loro farmaco è sicuro.
La FDA (Food and Drug Administration, l'organizzazione governativa che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici ed alimentari) comunque permette che in territorio americano il farmaco possa essere utilizzato solo dalla popolazione adulta, mentre in Europa il Trovan viene tolto dal mercato. Sfuma così un affare che gli economisti di Wall Street avevano valutato in un miliardo di dollari all'anno. Praticamente niente per il giro d'affari di Big Pharma.

«Hai tra i 18 e gli 85 anni? Vuoi dare una mano alla ricerca scientifica e – allo stesso tempo – guadagnare un po' di soldi senza fare troppa fatica? Se non assumi droghe e godi ottima salute, stiamo cercando proprio te! Diventa volontario della ricerca. Prestaci il tuo corpo per sperimentare nuovi farmaci. Non te ne pentirai!»

Questo è – più o meno – l'annuncio-tipo che si può trovare in alcune bacheche universitarie (per lo più nelle facoltà di medicina) o in siti come gpgp.net, un sito creato appositamente per incontrare domanda e offerta di “porcellini d'India” (o “guinea pigs” in inglese). No, niente a che fare con il commercio dei roditori. I “porcellini d'India” sono persone sane che decidono (non sempre di propria sponte, ed è semplice capire il perché, come vedremo) di prestare il proprio corpo alle multinazionali del farmaco, che lo utilizzeranno per sperimentare nuovi farmaci o quelli con brevetto in fase di scadenza.

Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costingono. [Bertolt Brecht]

Che dal voto di fiducia del 14 saremmo entrati in una nuova fase era facilmente prevedibile. Altrettanto prevedibile era la risposta antidemocratica (ma esiste davvero la democrazia?) del governo che avendo ancor meno argomenti del solito – non che ne abbia poi così tanti in generale – applica la regola aurea di qualsivoglia forma di autorità: la repressione.
È in quest'ottica che il Ministro dell'Interno Maroni, imboccato dal sottosegretario Alfredo Mantovano, si è detto possibilista verso l'estensione del D.A.SPO. (acronimo che sta per Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) anche alle manifestazioni di protesta come quelle a cui stiamo assistendo (e partecipando) in questi giorni.
Misura di prevenzione atipica e caratterizzata dall'applicabilità a categorie di persone che versino in situazioni sintomatiche della loro pericolosità per l'ordine e la sicurezza pubblica con riferimento ai luoghi in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive, ovvero a quelli, specificatamente indicati, interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle competizioni stesse.(...)Il D.A.SPO. può essere comminato anche nei confronti di soggetti minori di anni 18, che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età (in tal caso, il divieto è notificato a coloro che esercitano la patria potestà)” dice l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive del Ministero dell'Interno.

La repressione non mi stupisce di certo, e questo non perché – per usare uno slogan tanto caro ad una certa parte politica – saremmo sotto “dittatura”, ma semplicemente perché la repressione non è altro che una delle tante forme espressive con cui si manifesta lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, conditio sine qua non di una struttura sociale composta da non-eguali come la nostra. Per cui finché non si deciderà un cambio drastico dell'intero sistema (quale miglior momento di questo?) la repressione, così come lo sfruttamento e qualsivoglia forma di inegualità continueranno ad esistere.
Quel che mi stupisce, in positivo, è che finalmente ci si sta iniziando a rendere conto che il nostro paese ha il vizio di erigere statue (di cartapesta) ad eroi (di carta, per usare il titolo di un libro di Alessandro Dal Lago) solo perché salgono agli onori della cronaca personaggi che dicono esattamente quelle parole che il c.d. popolo vuol sentirsi dire.

Lo Stato "ruba" i bambini

Di solito i fatti di cronaca non mi interessano granché, anche perché in questo paese c'è questa cultura del “peep show” per cui un fatto di cronaca locale (un omicidio o quel che vi pare a voi...) diventa subito “il” fatto, quello per cui ci sorbiamo speciali di “Porta a Porta”, “Matrix” e tutta questa robaccia dove, dopo aver detto quanto è pericoloso sto paese – tanto per far capire all'italiano medio l'importanza della repressione di Stato – si passa a raccontare quanto è importante la liposuzione ad una certa età. Naturalmente tutto questo viene fatto allo scopo di distogliere l'attenzione dai fatti importanti (non è certo una novità...), e mentre i cittadini creano teorie tutte loro su Cogne, Garlasco etc per le quali neanche Colombo o Perry Mason saprebbero fare tanto ci dimentichiamo delle e dei tante/i a cui quotidianamente vengono sottratti i diritti fondamentali.

Capitano però anche quei fatti di cronaca che in qualche modo ti fanno pensare, esulandoli dal contesto specifico diventano in qualche modo indicatori di un fenomeno più generale e che, dunque, se osservato da quest'altro punto di osservazione assume un'importanza decisamente diversa.
L'ultimo di questi casi è quello – sicuramente ne avrete letto o sentito al tg – della ragazza alla quale è stata sottratta la figlia appena partorita perché giudicata incapace di svolgere il suo ruolo di educatrice. È una storia accaduta nello scorso luglio, per la quale non avevo trovato modo e tempi per scriverne. Ne approfitto dunque oggi visto che la storia è stata riportata in auge da alcuni media.

Possiamo leggere questa vicenda in due modi: da un lato come dramma “individuale” di una giovane donna alla quale viene sottratto il figlio appena nato, dall'altro come fatto “collettivo”, “sociale”, di una madre per la quale viene decisa da una forza terza (i servizi sociali) «l'incapacità nello svolgere il ruolo genitoriale», incapacità dettata principalmente da uno stipendio – 500 euro - che in Italia è basso anche per una persona sola, figuriamoci per una madre con figlio appena nato!

Naturalmente tra i due l'aspetto che mi interessa analizzare è il secondo, cioè lo “scontro” tra una persona che non chiede altro che esercitare un proprio sacrosanto diritto (quello di essere madre oltre l'aspetto puramente fisico) e l'integerrima burocrazia che attanaglia i gangli di questo paese.

Il privato è politico, si urlava dalle strade durante le contestazioni negli anni '70. E quale esempio migliore di questo per ribadirlo ancora oggi, dopo trent'anni?

Al capezzale del Sol dell'avvenire

Nonostante la schiacciante vittoria di quello che nominalmente era definito referendum ma che nella sostanza era una vera e propria prova di forza tra i Padroni e la Fiom, tutto è ancora nelle mani della Fiat, che potrebbe anche decidere – visto quel terzo di irriducibili - di non iniziare l’opera di investimento sull’impianto campano, dando così in mano agli operai il proprio futuro. A parte quei 1673 sono tutti contenti: sono contenti i finti sindacati, come abbiamo visto; sono contenti i Padroni – da Marchionne alla Marcegaglia passando per l’Esecutivo – che ha finalmente trovato il grimaldello per eliminare definitivamente il sistema sociale da quello statale, ed è contenta l’opposizione parlamentare, che ancora una volta è riuscita ad evitarsi il problema di fare opposizione vera, trincerandosi dietro ad una gamma di dichiarazioni ed atteggiamenti alquanto irritanti, partendo dalle non dichiarazioni della dirigenza più alta – quella che ha abbandonato gli operai sotto le macerie del Muro – allo sciopero della fame “in solidarietà coi lavoratori” di alcuni altri. Come al solito, una gran presa per i fondelli. L’unica idea degna di nota – per quanto predicatrice nel deserto – è stata quella di Diego Bianchi, alias “Zoro”, il più conosciuto e probabilmente uno tra i più influenti blogger marchiati “PD” che ieri, di fronte ai cancelli di Pomigliano ha commentato: «Bersani sostiene che ci penseranno gli operai: allora perché non mettiamo un operaio a capo del Pd?»
Da più parti ci si chiede come sarebbe stato possibile far vincere il fronte del “No” di fronte al ricatto padronale, perché è così che gira l’Italia.

Squadrismi a cottimo in scatola cinese

Continuando così ci sarà davvero bisogno di una riforma costituzionale.
L'art.1, infatti, dovrà recitare più o meno questi termini: “L'Italia è una Repubblica democratica fondata sulla cassa integrazione” (o direttamente sul licenziamento, bisognerà decidere nelle sedi opportune).

INSS(i)Eme a voi...



L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro. E non sulla disoccupazione.
Questo blog si schiera al fianco degli operai della Innse e di tutti coloro che in questo periodo hanno perso o stanno perdendo quel diritto fondamentale che si chiama Lavoro.

Quel che Marchionne non dice agli italiani

di Guido Ambrosino per Il Manifesto

In attesa di conoscere l'ultima versione dei piani Fiat per la Opel, è comunque chiaro che la fusione con la divisione europea di GM (Opel, Vauxhall, Saab) costerà posti di lavoro a nord e a sud delle Alpi. Tra gli stabilimentida chiudere c'è Termini Imerese, tra queli da ridimensionare Pomigliano: così diceva il piano Phoenix, consegnato a maggio agli interlocutori tedeschi, che punta a tagliare in Europa 10.000 posti di lavoro su un totale di 108.000. Un piano precedente del 3 aprile denominato Football «strettamente riservato»,era ancora più drastico. Qui i dipendenti di cui liberarsi erano 18.000, e per l'Italia chiusura anche di Pomigliano (4800 addetti) oltre che di Termini (1360).
Entrambi i piani sono stati pubblicati dalla stampa tedeesca, con grande irritazione della Fiat, i suoi dirigenti non avevano fatto i conti con il sistema tedesco della cogestione, con i sindacati inseriti negli organi di vigilanza: le carte passate alla Opel arrivano al Betriebsrat, di qui ai giornali. Di ridimensionamento Marchinne ha parlato in due interviste il 5 maggio. Alla rete televisiva Zdf aveva spiegato: «I dipendenti dovranno diminuire. Nessuno potrà fare diversamente».
Tagli al personale sono inoltre la condizione per avere un sostegno pubblico. La commissione europea lo può autorizzare in presenza di un piano che prometta di «ripristinare le condizioni di redditività». Con l'aria che tira - ad aprile le vendite Opel sono diminuite del 17% - i conti possono migliorare solo riducendo i costi del personale. GM rischia l'insolvenza a fine maggio. Opel ha subito bisogno di almeno 1,5 miliardi di euro.
Sergio Marchionne i l5 maggio aveva assicurato che «nessuno dei 4 stabilimenti Opel in Germania sarà chiuso». Avrebbe fatto meglio a dire «nessuno dei quattro siti di Russelheim, Bochum, Eisenach, Kaiserslautern sarà abbandonato». Infatti gli stabilimenti sono più di quattro. E almeno uno sarà chiuso, la Powertrain di Kaiserslautern che fa motori, anche se in quella città resterà una produzione di componenti. Era scritto nel Project Football, testo in inglese di 103 pagine, di cui la Faz ha dato conto il 6 maggio.
In una lista di stabilimenti da chiudere tra il 2011 ed il 2016, Football elencava Ellesmere Port e Luton in Gran Bretagna e Anversa in Belgio, 6100 occupati. Stessa sorte in Italia per Termini e Pomigliano, per un totale di 6200 occupati. Altri 5.700 posti sarebbero stati tagliati con chiusure parziali e totali di officine per la produzione di motori e parti meccaniche. Questa la sorte in Germania, oltre che per la Powertrain di Kaiserslautern (1000 posti), per le officine meccaniche di Russelheim e Bochum (2000 e 600 posti). Nonché per la Ispol in Polonia (joint venture tra GM ed Isutzu)e per la fabbrica GM ad Aspen, vicino Vienna.
Il successivo Project Phoenix, sulla stampa l'8 maggio, riduce la lista delle chiusure e la riequilibra tra i paesi europei. In Inghilterra si salva Ellesmere Port ma si chiude in Svezia Trollhattan. Per Pomigliano e la belga Anversa, invece della liquidazione, un «radicale ridimensionamento», così come per la spagnola Saragozza. Imutati i tagli sul fronte tedesco, per circa 3600 posti di lavoro tra Kaiserslautern, Russelheim e Bochum.
Sul fronte italiano, una stranezza. Pur avendo «salvato» Pomigliano, la Fiat ci tiene a far sapere che gli stabilimenti da chiudere restano due: con Termini compare San Giorgio Canavese, impianto di Pininfarina che produce con 200 operai piccole serie per l'Alfa. Il Lingotto gli toglierà le commesse. Anche se non è un suo stabilimento, la Fiat lo menziona strumentalmente per mandare un messaggio di severità anche a casa propria. Willi Dietz, esperto dell'Institut fur automobilwirtschaft, lo raccoglie: «La chiusura di stabilimenti in Italia smentisce la tesi che Fiat voglia risanarsi a spese di Opel». Anche per un motvo di immagine, l'ordine di grandezza dei tagli in Italia non potrà discostarsi troppo dai 3600 previsti in Germania.


Fin qui l'articolo. Ora due personalissimi "conti dell'oste" come si suol dire: 1. Aveva ragione il ministro tedesco (di cui non ricordo, e purtroppo non ho neanche appuntato, né nome né incarico): come fa la Fiat - che non certo non naviga nell'oro - a comprare Chrysler e Opel? Con quali soldi? E' veramente indispensabile questa acquisizione (che a me sembra anche costituire una certa posizione dominante nel mercato automobilistico occidentale...)? Con quei soldi non si poteva pagare gli stipendi agli operai? Ed a proposito di operai - e concludo - Marchionne quanto "ricarico" ha nel suo stipendio rispetto a quello di un operaio (Montezemolo è arrivato a qualcosa come 550 volte lo stipendio medio lordo di un operaio)?

A.A.A. sfruttato cercansi


Questa immagine rappresenta l'esercito di terracotta, ed i suoi 8.000 guerrieri stanno a simboleggiare l'armata che unificò la Cina.
A me però queste sterminate colonne di uomini – seppur di terracotta – fanno venire in mente un'altra cosa. Ben più attuale. I call center!

Ce li avete presenti no? Quegli immateriali luoghi della mitologia contemporanea ai quali si chiama quando si ha qualche problema e dove chi ti risponde ovviamente non sa risolverti il problema. Ma non è colpa sua, è che spesso sta lì perché si deve pagare gli studi universitari o perché è l'unico lavoro che è riuscito a trovare – a 50 anni – dopo che la ditta nella quale lavorava prima ha delocalizzato tutto in Romania o in Cambogia.
Che poi, “lavoro” è un parolone.
85 centesimi – lordi - ogni 2 minuti e 40 secondi di telefonata, che è poi il tempo effettivo in cui ti pagano, perché dopo i 2 minuti e 40 lavori gratis (ecco perché dopo un pò inizia a cadere la linea...); turni dalle 16,30 alle 21,30 ma flessibili al 100% perché gli operatori call-center sono inquadrati come “liberi professionisti”, e come tali non hanno diritto a ferie, malattia e tutte quelle cose che differenziano il “lavoro” dalla schiavitù. L’unico elemento di retribuzione è il contatto utile, cioè ogni telefonata – effettuata o ricevuta, non fa differenza - chiusa positivamente. La definizione dell’utilità del contatto è decisa dall’azienda sulla base della durata della chiamata o delle risposte ricevute dal cliente. E questo non succede nel “profondo sud” del mondo. No no, succede – tra le altre - a Cinecittà 2, Roma, “civiltà” italica.
Questa è la situazione che da ormai 15 anni capita agli operatori di Atesia, call center più grande d'Italia (e tra i primi 10 in Europa), ma che può tranquillamente essere generalizzato a tutti i call center.
Entrare in quella che è una vera e propria “giungla” - quella dei call center, appunto – vuol dire diventare esperti di co.co.co., co.co.pro, contratti di inserimento e compagnia bella. E' questo, infatti, il mondo che si apre al primo giorno di sfruttamen...pardon, di lavoro, in questi luoghi. Non ci credete? Beh, chiedetelo ai 5.000 operatori di Atesia, letteralmente sfruttati dal sig. Tripi Alberto, presidente della stessa per conto di molte grandi ditte di questo paese (fino a poco tempo fa c'era anche la Telecom, che deteneva il 100% della proprietà di Atesia).
Una volta un uomo si sentiva realizzato quando aveva il “posto fisso”. Perché su quella sicurezza – stipendio garantito ogni mese eccetera eccetera – poteva basare la propria vita (accendere un mutuo per comprarsi casa, metter su famiglia...). Immaginatevelo oggi quel lavoratore “da posto fisso”. Impazzirebbe. Fai prima a trovare un politicante serio ed onesto che non un posto fisso. Perché oggi se hai poca istruzione non puoi aspirare a grandi prospettive, ma anche se sei troppo istruito non puoi mica avere troppe pretese. Devi essere "istruito q.b.": quanto basta. Come nelle ricette di cucina. Perché se sei troppo poco istruito quelli che ti fanno il corso di formazione ci mettono troppo tempo a spiegarti come si fa il tuo lavoro, diventi improduttivo, “rallenti” l'azienda e quindi ti licenziano. Se sei troppo istruito invece chiedi e pretendi i tuoi diritti – perché li conosci – e quindi non ti assumono perché gli rompi le palle con l'aumento salariale, la retribuzione della malattia, gli scioperi e tutte queste belle cose qua. Quelle che dovrebbero garantirti quei signori – anche questi ormai rari e mitologici – che si fanno chiamare “rappresentanti sindacali”. Perché oggi nemmeno quelli esistono più (salvo rare eccezioni), troppo presi ad andare a cena nella villa del padrone o a chiedere qualche poltrona in questo o quel ministero. Torniamo all'Atesia. Lì com'è la situazione sindacale? I sindacalisti Atesia hanno cantato vittoria per un accordo che prevede part-time a tempo indeterminato di 4 ore giornaliere, orario flessibile 9-24 su turnazione a discrezione dell'azienda e contratti che non vanno oltre i 4 mesi di durata. Qualcuno si chiederà: ma non erano contratti a tempo indeterminato? Sì, ma nella mente geniale di chi ha firmato e proposto quell'accordo, “indeterminato” vuol dire qualcosa del tipo: “noi decidiamo indeterminatamente come sfruttarti, e guai se ti lamenti...”. Se ti lamenti ti cacciano senza pensarci su più di tanto. Anzi no, non c'è nemmeno bisogno di cacciarti. Basta non rinnovarti il contratto. Com'è successo, nel corso del tempo agli aderenti al Collettivo PrecariAtesia. E se tante volte decidi di rimanere ti fanno firmare un foglio – una liberatoria - in cui dichiari che in quell'azienda tutto va bene e che ti trattano da persona e non da “risorsa umana”. Insomma, tutto quel che non succede nel variegato mondo della precarietà. Che sia essa da call-center, da contrattazione a progetto o da quella parola che a mia mamma fa venire in mente una malattia: l' interinalità.
Quando ci sono i grandi scioperi, quelli degli operai, dei metalmeccanici ti trovi i grandi leader sindacali e politici davanti a un microfono a dire che loro combatteranno per fargli avere delle condizioni di lavoro migliori. Quando invece ti trovi di fronte ai collettivi di precari, di quelli che non sai se il loro è davvero un lavoro o una semplice presa per il culo, non c'è alcun personaggio politico-sindacale che si fa vivo. E se si fa vivo lo fa in campagna elettorale, e senza dare a quelle situazioni troppa importanza. Al massimo ti trovi davanti Ascanio Celestini, di professione attore, per il quale evidentemente anche i precari hanno diritto ai loro diritti. Insomma, fa quel che un politico serio ed onesto farebbe. Forse è per questo che continua a fare l'attore.

Un presidente operaio per un'Italia sul lastrico [o anche peggio...]




"Quando mi hanno domandato 'ma lei cosa farebbe se si trovasse nella situazione di una persona licenziata' - ha riferito il premier - , io ho risposto: beh, non resterei con le mani in mano, cercherei di darmi da fare in qualunque altra direzione, intanto potrei cercare un altro lavoro perché non è detto che una persona debba nascere e morire sempre con lo stesso lavoro e poi mi darei da fare anche in lavori imprenditorialmente da mono persona, cioè cercherei di fare qualche cosa, naturalmente contando sulla cassa integrazione".


Facciamo così. Facciamo come ieri ha insegnato Roberto Saviano su rai3, in quella che io considero una vera e propria perla della televisione italiana [nonché una vera e propria lezione di giornalismo...]. Analizziamo le parole usate da Sua Emittenza.

Sono due i punti su cui mi soffermo, perché due sono le cose che più mi hanno colpito dell'ennesima uscita del premier: “cercherei di darmi da fare in qualunque altra direzione” Ora. Il contesto è di operai cassintegrati o – peggio – licenziati. In tutta la frase ciò che più mi fa pensare è quel “qualunque altra direzione”. O meglio, quel “qualunque”. Onde evitare la gaffe [quelle le lascio volentieri al massimo esperto, cioè il premier...] vado sul vocabolario [Zingarelli '07] e leggo: qualunque: 1. l'uno o l'altro che sia, indifferentemente; 2. Ogni. Notato niente di strano?? “ogni”, “indifferentemente”. Non so perché, ma a me viene da fare una connessione con ciò che qualche tempo fa disse lo sproloquiante ministro-bonsai Brunetta, che ci spiegava tutto entusiasta come, tra gli ammortizzatori sociali [cioè quei mezzi di cui dispone un soggetto privato o pubblico per far fronte a difficoltà occupazionali (ad esempio cassa integrazione o prepensionamento] ci fosse anche il lavoro nero. Ora, lo fate da soli il 2+2 o volete una mano?? No perché a me quel qualunque fa pensare che quindi ci sia l'implicita richiesta di dedicarsi al lavoro nero, cioè a quella prestazione lavorativa non assicurata ed illegale nella quale l'imprenditore [cioè i colleghi di Sua Emittenza...] nel 99,9[periodico] per cento dei casi lo mettono in quel posto al lavoratore per avere più “picciuli”. Oppure, ancor peggio, quel qualunque potrebbe stare a significare – in particolare per gli operai ed i braccianti del Sud – qualcosa come “cari signori, consentitemi di dirvi di cercare lavoro nella criminalità organizzata”, per la quale – come dire – certa gente avrebbe delle entrature vantaggiose [l'ospitalità data a Vittorio Mangano qualcuno se la ricorderà vero??]. Supposizioni di uno “sporco coglione comunista”? Beh, forse sì, forse no. Comunque, andiamo avanti ed arriviamo al secondo black out dei miei neuroni. “[...] Mi darei da fare anche in lavori imprenditorialmente da mono persona, cioè cercherei di fare qualche cosa, naturalmente contando sulla cassa integrazione". E qui credo sia la conferma di quanto ho sostenuto finora. Forse il nostro non sa – visto che non si è mai prestato al lavoro in catena di montaggio o presso un altoforno – che la cassa integrazione non ti permette di svolgere altra attività di natura lavorativa. Cioè, puoi anche metterti a fare un altro lavoro, ma devi rinunciare alla cig. Oppure – appunto – ti trovi un bel lavoretto in nero. Non so, esempio in un bel cantiere edile che tanto ora con la cementificazione del paese verranno su peggio dei funghi [qui per me si chiude il cerchio...].

Comunque, in conclusione vorrei fare una piccola deduzione [che è anche un “sogno” personale]. E qui vado a rompere l'anima niente meno che ad Aristotele ed i suoi “analitici primi” [così che nessuno possa dire che non studio...]

Aristotele ci insegna che “premessa 1”+ “premessa 2”= conclusione. Orbene. Allora sostituiamo questi generici termini [che non sto qui a spiegare, finché ci sono le scuole pubbliche usatele oppure andate in rete a vedere 'sta storia...] con una cosa simile:

premessa1: gli imprenditori [e gli operai] devono rimboccarsi le maniche [parole di Berlusconi, che ancora non ha smentito];

premessa2: “Berlusconi [fino a prova contraria] è un imprenditore”

Conclusione: “Berlusconi deve rimboccarsi le maniche”...



Allora mi chiedo: in base al detto aristotelico, quando ci ritroveremo il premier a raccogliere i pomodori in Puglia [ovviamente a nero...]??

Che poi mi chiedo perché una cosa simile non l'ha detta - visto che era ad Acerra - di fronte agli operai cassintegrati di Pomigliano D'Arco [ma vabbè, questa è un'altra storia...]

Stesso sangue, stessi diritti

[Qui il video per i lettori di Facebook]
Sangue, lacrime, sudore e sorriso.
Sono questi i simboli scelti dalla CGIL per la campagna "Stesso sangue, stessi diritti" contro la deriva xenofoba dello stivale.
Sangue, lacrime, sudore e sorriso. A significare, come ha sottolineato Morena Piccinini, altrettante rivendicazioni di eguaglianza nel campo dei diritti civili e di cittadinanza; in quello del lavoro, della prevenzione e della sicurezza; nel welfare e nei diritti sociali; e anche nella legittima aspirazione di ogni essere umano alla gioia, alla felicità, al benessere.
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Dei quattro disponibili io ho scelto solo uno dei banner, e non l'ho scelto certamente a caso. Non so quanti di voi - voi che vi eccitate al grido di "immigrato=delinquente", voi che "tutti a casa loro", voi che tanto invocate sicurezza - si siano effettivamente posti il problema della sicurezza in Italia.

232 morti
232178 infortuni
5804 invalidi

Eccoli qua i dati - che trascrivo pari pari da Articolo21 [http://www.articolo21.info/]- sulla sicurezza. Sono dati freschissimi, presi alle ore 14.38 di oggi [cioè nello stesso momento in cui sto scrivendo il post].
Questi dati, per chi non lo sapesse, riguardano una guerra che l'Italia combatte senza accorgersene, o meglio, facendo finta di non accorgersene. Una guerra che fa circa 1.000 morti all'anno [1052 nel 2008]. E' una guerra particolare, una guerra che non viene combattuta tra eserciti regolari che si contrappongono su un terreno di battaglia. E' una guerra così particolare che anche le sue vittime non sono chiamate "morti di guerra". No, le chiamano "morti bianche" e sono le morti, gli infortuni e gli invalidi che in questo paese fa il lavoro. Un lavoro nel quale ci sono quelli "buoni" e quelli "malamente". Ci sono quelli che si spaccano la schiena davanti ad un altoforno pregando che non si sviluppino incendi perché sono costretti a lavorare con gli estintori scarichi; ci sono quelli che tirano su i palazzi "di lusso" senza le protezioni minime che la legge imporrebbe. E poi ci sono quegli altri. Ci sono quelli che in giacca e cravatta "abbassano i costi" tagliando sulla sicurezza, quelli che "devono guadagnare perché pure loro tengono famiglia" e si vanno a comprare le braccia per tirar su il nuovo quartiere di lusso nel centro città o per raccogliere i pomodori in Puglia. Poi succede che - ad esempio - in un incendio all'altoforno muoiono alcuni operai, oppure un muratore cade dall'impalcatura troppo bassa perché - essendo un essere umano, checché se ne dica e se ne pensi - è stanco dopo una giornata di lavoro, magari sotto il sole. E li vedi lì, quelli in giacca e cravatta, li vedi fare interviste ai giornali e dire "mi dispiace..." Ma mica gli dispiace per quelle vite spezzate, per le famiglie messe in mezzo ad una strada perché dovevano "contenere i costi"...no!! Gli dispiace più per la pensione che hanno pagato, ma vabbè, che sarà mai...si abbassano i costi con un paio di "interinali" e si risolve tutto!!

Sinceramente non so quanti di quelle persone che ci sono dietro a quelle cifre siano italiane e quante siano straniere. Una cosa però la so. So che un lavoratore - italiano o straniero che sia - quando muore si porta dietro la disperazione di chi con lui condivideva la quotidianità, quella quotidianità che ogni singolo cittadino italiano rivendica per sé al grido di "Italia agli italiani", dimenticando che una volta quello "brutto sporco e cattivo" era lui...

In conclusione, vi invito ad aderire alla campagna della CGIL "Stesso sangue, stessi diritti". Vi basta cliccare qui: "http://sviluppo.cesi.cgil.it/firme/stessosanguestessidiritti/"