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Se Don Milani fosse ministro dell'Istruzione

foto: ilcorpodelledonne.net
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Roma, 17 giugno 2012 – Secondo il rapporto dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro pubblicato in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile (che si celebra il 12 giugno) sono 215 i milioni di bambini costretti a lavorare per sopravvivere. Tra questi, almeno 5 milioni di essi sono costretti ai lavori forzati, nei quali sono comprese le nuove forme di schiavitù minorile come lo sfruttamento sessuale, la schiavitù per debiti o l'uso dei bambini nei conflitti armati. La cifra, evidenziano dall'organizzazione, è senza dubbio sottostimata.
La distanza maggiore tra le promesse derivanti dalle varie Convenzioni redatte in questi anni si ha nei settori dell'economia cosiddetta informale, nella quale rientrano ad esempio i minori utilizzati nelle zone rurali e agricole, dove fin da subito bambini e bambine vengono utilizzati dalle famiglie in chiave economica privilegiando il lavoro piuttosto che l'istruzione scolastica.
Pochissimi poi, denuncia il rapporto, i casi di lavoro minorile che arrivano davanti ai Tribunali nazionali.

«Lavoro dignitoso per i genitori e istruzione per i bambini e le bambine sono elementi indispensabili per lo sradicamento del lavoro minorile» dice Juan Somavia, direttore generale dell'Ilo, per il quale bisogna continuare «sulla strada tracciata nella road map adottata a L'Aia nel 2010 che prevedeva l'eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016».

Non bisogna, però, commettere l'errore di credere che questo tipo di problema riguardi solo paesi poveri o in fase di sviluppo.
Se in questi paesi, infatti, vige ancora l'idea secondo la quale bambini e bambine “rendano di più” a lavorare i campi piuttosto che a stare dietro a libri e compiti a casa per l'intera giornata, in un paese che si ritiene sviluppato come l'Italia il nostro sistema scolastico, attaccato negli anni da entrambe le parti politiche, governo dei professori incluso, sta tornando ad essere di élite, dove bambini con disagi e i tantissimi figli di migranti – ai quali si aggiungono bambine e bambine di famiglie colpite dalla crisi economica – rappresentano oggi quel sottoproletariato a cui una volta la scuola era preclusa.

Espulsi dal sistema scolastico (facendo in molte zone un enorme favore alla criminalità organizzata, sempre disponibile ad accogliere manovalanza giovane[1]) ed impossibilitati dunque a formarsi nella loro maturazione culturale né in quella materialmente spendibile una volta entrati in un mondo del lavoro diventato anch'esso un “lusso per pochi”, tra i 15 ed i 24 anni – come evidenziava Lorella Zanardo su “Il corpo delle donne” due giorni fa[2] – vanno ad incrementare le fila di quell'esercito di ragazze e ragazzi che non studia e non lavora (detti NEET, acronimo di Not in Employment, Education or Training). Nel nostro paese, dove la percentuale è la più alta d'Europa ed in aumento proprio per effetto della crisi economica, sono oltre due milioni, come denuncia Sofia Basso in un articolo pubblicato sull'ultimo numero del settimanale Left[3].
Quello dei NEET rappresenta un problema sociale con il quale sarà bene iniziare a fare i conti al più presto, in Italia come nel resto del mondo, considerando che questo fenomeno è – allo stesso tempo – effetto e causa di tutta una serie di altri problemi sociali che società che vogliono essere realmente democratiche non possono permettersi. Sono effetto – come abbiamo visto – di dinamiche di esclusione (scolastica e lavorativa) che ricadono poi sull'intera comunità di appartenenza ma sono anche causa stessa della crisi essendo spesso costretti a fare affidamento solo su aiuti economici derivanti dai familiari (la vecchia “paghetta” di mamma e papà, per intendersi) in un sistema dove il fulcro di tutto sono, ancora una volta, le politiche che ruotano intorno all'idea che la società ha della scuola, intesa nel suo ruolo di educatrice sociale prima ancora che culturale.

Più che di tanti Don Milani – come chiede “disperatamente” Lorella Zanardo – io credo, c'è bisogno che un Don Milani venga fatto ministro dell'Istruzione (per ora, con Marco Rossi Doria, ci siamo fermati al sottosegretariato).

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2011/10/scuole-al-margine.html;
[2] Cercasi Don Milani disperatamente, Il corpo delle donne, 15 giugno 2012;
[3] Neet generation. Gioventù sprecata di Sofia Basso, settimanale Left, 16 giugno 2012

Legambiente denuncia: il 94% degli edifici scolastici a rischio crollo in Sicilia

foto: comitatoscuolapubblica.wordpress.com
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Palermo, 2 giugno 2012 – Mentre in Emilia-Romagna nel chiacchiericcio politico post-terremoto da più parti si evidenzia come «la politica industriale a livello nazionale sulla costruzione di questi fabbricati [le aziende crollate, ndr] è una politica suicida», come ha sottolineato in questi giorni il procuratore capo di Modena Vito Zincani, nonostante tale modus operandi fosse noto già prima e a Roma ci si preoccupa della sobrietà di un'anacronistica sfilata militare voluta da chi quella politica “suicida” avrebbe tutto il potere di cambiarla in una manciata di minuti, Legambiente lancia l'allarme: in Sicilia su 642 edifici scolastici su 697 in caso di terremoto potrebbero crollare. Circa il 94% delle scuole siciliane – dato che non tiene però conto della situazione di Agrigento e Siracusa, non entrate nell'”XII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell'edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi nel 2011”[1], elaborato sulla base dei dati forniti dalle amministrazioni comunali – rientrano oggi in quei fabbricati costruiti sotto regime di «politica suicida» alla quale va aggiunta una serie di scelte politiche nel comparto scolastico (prima fra tutte la costituzione delle “classi pollaio”) che qualora dovesse verificarsi un terremoto nell'isola – come alcuni sismologi hanno evidenziato nei giorni scorsi[2] – porterebbe nuovamente alle lacrime politiche ed alla “strage” scritta sui giornali essendo coinvolti circa 167mila studenti tra scuole elementari e medie.

Dal rapporto emerge come meno di un quarto degli edifici, il 18,82% – in alcuni casi neanche pensati per diventare plessi scolastici – sia costruito tenendo conto dei criteri sismici ed un altro 18,84% sia stato sottoposto a verifica di vulnerabilità sismica. Molto, come abbiamo imparato in questi ultimi giorni, dipende anche alle leggi in materia vigenti nel periodo in cui gli edifici sono stati costruiti e che, in Sicilia, corrisponde per lo più ad un periodo compreso tra il 1940 ed il 1990, nel quale è stato costruito circa il 70% degli edifici (il 46,41% tra il 1940 ed il 1974; il 22,55% tra il 1974 ed il 1990). Più della metà degli edifici, continua il rapporto, necessita di interventi urgenti. Ed è tenendo conto di quella «politica industriale suicida» che lo scorso anno sono stati dimezzati gli investimenti per la manutenzione straordinaria, coerentemente con la politica dei tagli degli ultimi anni, passata dai 51mila 265 euro del 2009 ai 15mila 611 euro del 2011. Cresce, invece, la spesa per la manutenzione ordinaria, passata dai 2mila 296 euro del 2009 ai 7mila 190 euro dello scorso anno.

I dati, che fanno seguito all'allarme lanciato da Alessandro Martinelli, presidente del centro ricerche Enea di Bologna[3], sono di facile fruizione per chiunque voglia conoscerli.
Nel suo insieme questo paese non può più aspettare l'ennesima tragedia per chiedere che la classe partitica intervenga a sanare situazioni ben note ma accantonate, basti considerare che mentre in Emilia-Romagna le scosse sismiche non si fermano, i partiti si concentrano sul finanziamento pubblico, la legge elettorale o le “aperture” a destra e a sinistra invece che su una politica edilizia che imponga di usare il cemento quando c'è da usarlo o di attenersi alle leggi sismiche. Non possiamo più permetterci, insomma, di tagliare il necessario sperperando il superfluo.
Anche perché la prossima volta non ci sarà alcun 2 giugno sul quale far sfogare i cittadini.

Padre Nostro non perdonarli mai sapevano e sanno benissimo quello che fanno: dicono sia legale
[Padre Nostro - Teatro degli Orrori]

Note
[1] XII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell'edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi nel 2011, Legambiente;
[2] Sicilia, Terremoti: dal 3 al 6 giugno possibile sisma. Semplice Allarmismo o preoccupazione fondata?, ilgiornaledipachino.com, 1 giugno 2012;
[3] Catania, zona a rischio sismico: l'appello dell'ordine etneo degli ingegneri di Daria Raiti, cataniatoday.it, 30 maggio 2012

Scuole al margine


La scuola, nelle intenzioni delle istituzioni, sta diventando sempre più un semplice “centro di spesa”. Tagli, incondizionati ed indiscriminati, per cattedre e sicurezza sono all'ordine del giorno. Ma ci sono dei contesti – come i quartieri di San Giovanni a Teduccio, Barra o Ponticelli, nel napoletano – in cui tagliare una cattedra significa regalare manovalanza minorile – età media tra i 13 ed i 17 anni – alla criminalità organizzata. Perché tagliare cattedre nelle scuole “a rischio” significa, soprattutto, creare l'humus sociale dal quale la camorra pesca i “muschilli”.

San Giovanni a Teduccio (Napoli) – È il 13 maggio 2006. I circa 800 studenti dell'Istituto superiore statale “Rosario Livatino” sono costretti a fare lezione in giardino, perché nella notte alcuni vandali hanno allagato i locali dell'edificio, spargendo immondizia ovunque e gettando la foto del “giudice ragazzino” - ucciso dalla Stidda agrigentina il 21 settembre 1990 - tra i rifiuti.
Per tutta risposta l'allora dirigente scolastico Aristide Ricci, in accordo con il corpo docente, decise di rispondere a quel messaggio introducendo durante le ore di italiano, storia e diritto l'”ora di legalità”, un modo per togliere il terreno da sotto i piedi ai clan della camorra, che nel triangolo San Giovanni-Barra-Ponticelli detta legge, basti guardare – tanto per tornare alla stretta attualità – alla festa dei Gigli del quartiere di Barra, trasformata già da qualche anno nella “festa del boss”[1]. Come di stretta attualità – ne parlavamo lo scorso 21 settembre proprio su queste pagine[2] – è l'appello lanciato da Eugenia Carfora, dirigente scolastico dell'istituto comprensivo Raffaele Viviani di Caivano, dove gli alunni passano quasi tutto il tempo in giardino ad ascoltare musica perché non ci sono abbastanza professori (ne mancano all'appello diciassette) per fare lezione. Ad ascoltare musica e guardare come si scalano le gerarchie camorristiche.
E di professori, alla scuola italiana, ne mancano più o meno ventimila, tagli che rappresentano la terza parte di un piano di licenziamenti – quello previsto dalla legge di stabilità del 2008 – che in totale, tra docenti e personale amministrativo, ha cancellato centocinquantamila posti di lavoro.
Solo quest'anno, per fare un esempio, in Lombardia saranno tagliate 2415 cattedre, 2234 in Campania, 1878 in Puglia e 1093 in Calabria, come ricordava Rocco Vazzana dalle pagine del settimanale “Left” di qualche settimana fa[3].

I tagli, ogni anno, sono indiscriminati. Colpiscono tanto i licei più importanti delle grandi città del Nord quanto le piccole scuole della periferia degradata del Meridione, dove l'unica presenza – visibile – dello Stato, per citare l'incipit di “Cattivi guagliuni”, il nuovo singolo della 99 Posse, è negli «alveari di cemento»[4] con cui ne è stata realizzata l'urbanistica. Ma la differenza è molto più ampia, perché tagliare una cattedra in una scuola di periferia, o magari in una scuola “di frontiera” come l'istituto Viviani, non corrisponde solo al numero di ore di insegnamento che vengono sottratte. Tagliare una cattedra in questi istituti, quelli che si ritrovano a fare i conti con le piazze di spaccio e con la dispersione scolastica, significa di fatto lasciare – o lanciare, dipende dal grado di imputazione che si vuol dare alle istituzioni - ragazzi di 13-14 anni nelle mani della criminalità organizzata.

Caivano, la "scuola di frontiera" in cerca di docenti



Caivano (Napoli), 21 settembre 2011 – Italiano, matematica, inglese, francese, arte e immagine (una volta si chiamava “educazione artistica”) e tecnologia (ex “educazione tecnica”). In totale diciassette insegnamenti che quest'anno non verranno coperti. Perché nessun insegnante è disposto a lavorare in quella scuola. Eugenia Carfora, dirigente scolastica dell'istituto comprensivo Raffaele Viviani di Caivano non vuole «docenti che vengono solo per aumentare i punteggi in graduatoria».

Perché l'istituto Viviani non è una scuola come le altre.
Tredici piazze di spaccio e un florido welfare camorristico che gira – ovviamente – intorno alla droga. È questo lo scenario che i docenti si ritroverebbero davanti qualora accettassero l'impegno. Un impegno che la dirigente scolastica è disposta a “premiare” con un contratto a tempo indeterminato, che in un tempo come questo, dove l'immissione a ruolo ti arriva dopo 37 anni di precariato[1] sarebbe un sogno per molti. Se la scuola fosse in un posto più tranquillo.

«Qui nessuno ci vuole venire» è il grido di dolore della direttrice, da cinque anni alla guida dell'istituto. Le chiamano “scuole di frontiera”. Sono le scuole dei quartieri a rischio, quelli in cui gli istituti non servono solo a dare qualche lezione di grammatica o per imparare a “far di conto”. Sono spesso gli ultimi presidi di legalità in zone in cui ragazzi ancora imberbi – i “muschilli” li chiamano da quelle parti – sognano di diventare i nuovi Francesco Schiavone o Giuseppe Setola.
Sono zone, queste, in cui fare l'insegnante non è un mestiere ma una missione. Una missione di legalità.

Quattro giorni fa, all'inizio dell'anno scolastico, la dirigente ha inviato una comunicazione al ministro dell'Istruzione Gelmini, al direttore dell'Ufficio scolastico regionale per la Campania Diego Bouchè ed al dirigente dell'ufficio territoriale di Napoli Luigi Franzese per segnalare una situazione sempre più insostenibile. «All'inizio dell'anno la scuola ha aperto con sette docenti e quattro collaboratori scolastici per 16 classi a tempo pieno e cinque a tempo ordinario».
L'anno scorso la situazione era stata risolta – o per meglio dire temporaneamente tamponata – con la nomina di diciassette supplenti. Tutte docenti in gravidanza. «Mi batto per il funzionamento di questa scuola e voglio che i ragazzi abbiano quello che meritano. Non è corretto ricorrere alle supplenze temporanee perché oltre ad essere una procedura di spreco economico, pone un forte disagio didattico, a danno di una platea scolastica già fortemente mortificata per le problematiche del Parco Verde. Che pure sono bravi, ma che quasi sempre sono sprovveduti di fronte alle situazioni di questa realtà sociale, che ha bisogno di punti forti che non possono essere docenti della “danza” delle apparizioni in cattedra».

Nell'attesa dei docenti, gli alunni stanno in cortile ad ascoltare la radio se il tempo lo permette, altrimenti in classe con le porte aperte, perché il personale deve guardare due, tre o anche quattro classi per volta. Mentre i “muschilli” sfrecciano sotto le finestre con i motorini appena comprati.

Note
[1] http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/09/01/news/caltanissetta_insegnante_precaria_ottiene_la_cattedra_dopo_37_anni-21111879/

Il nuovo ordinamento dell'università italiana

[qui: http://www.youtube.com/watch?v=EHZTtYvRXhw per chi avesse difficoltà nel visualizzare il video]

Prima di entrare nel vivo dell'articolo devo segnalare un'iniziativa: “La Notte dei Ricercatori 2010”, un appuntamento promosso dalla Commissione Europea. «Una notte bianca per proporre le storie di chi lavora giorno per giorno nei laboratori e centri di ricerca con competenza e passione. Una notte per presidiare uno dei temi strategici per la crescita culturale ed economica del nostro Paese. Una notte aspettando una nuova alba per la ricerca in italia», come recita il promo. Un evento che si terrà a Bologna, dove Via Zamboni, Piazza Scaravilli, Palazzo Poggi e Piazza Verdi, dalle 18 alle 23, saranno invase alla grande festa della ricerca [qui il dettaglio degli eventi: http://www.nottericercatori.it/2010/bologna/]. A questa iniziativa parteciperanno personaggi come Riccardo Iacona e Piero Angela, con talk-show condotto da Piazza Verdi da Enrico Bertolino. Sarà anche proposta un'intervista a Claudio Zarcone, padre del dottorando che si è suicidato a Parlermo lo scorso 13 settembre.
Dalle ore 18 partirà un pre-evento sul circuito delle web-radio universitarie che andrà poi a sfociare nella vera e propria diretta “a rete unificata” che potrà essere seguita – da chi non può essere a Bologna – collegandosi ai siti AltraTv.tv [http://www.altratv.tv/] e Rita101 [http://www.rita101.tv/] con irradioazione anche da parte delle web-tv del Corriere della Sera, Il fatto quotidiano, L'Unità, RaiNews24 ed altri media che si stanno aggiungendo col passare del tempo.

Detto questo, invitando nuovamente chi può ad andarci, partiamo con l'articolo.
Partiamo da una questione che chi – come lo scrivente – si trova in quel “magico e tragico” mondo noto come Università Italiana sta imparando a conoscere molto bene in questi giorni di inizio (parolone...) delle lezioni.
Il nome tecnico sarebbe Disegno di Legge (ddl) 1905, ed è la proposta con cui il Ministro della (d)Istruzione Pubblica Mariastella Gelmini di fatto sta revisionando la struttura portante del sistema universitario italiano mettendo sul patibolo – letteralmente – i ricercatori, spesso il vero punto di forza della didattica degli atenei.
Per prima cosa però voglio analizzare in breve l'unico aspetto positivo – anche qui siamo al livello dei paroloni – che trovo in questa proposta di legge: quella cioè di riportare in superficie il dibattito su una medio-piccola mafia con cui il mondo universitario fa i conti ormai da anni, e cioè il fatto che ai ricercatori – oltre alle mansioni per le quali sono qualificati, cioè fare ricerca – da anni viene anche demandato l'obbligo all'insegnamento in maniera totalmente gratuita (viene fatto passare addirittura come “volontariato”).

La scuola stuprata (dagli sponsor)

Grande scalpore sta suscitando in questi giorni la scuola formato Lega Nord ideata da Danilo Oscar Lanciani sindaco di Adro (Brescia) che ha – come scriveva Liberazione ieri – infettato il  polo scolastico con simboli leghisti. Come fanno notare i compagni di Militant sarebbe forse il caso di scandalizzarsi ancor di più nello scoprire a chi il polo è stato dedicato: tal Miglio Gianfranco che, per chi non lo sapesse, è uno degli ideatori del secessionismo padano. Non essendo esperto di questioni leghiste ho fatto un giro in rete, trovando – mi è bastato Wikiquote – materiale abbastanza interessante su questo “intellettuale”:

«Il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola. C'è la giustizia dei legulei, che è il modo di imbrogliare il prossimo, e c'è la giustizia popolare che si esprime nei moti rivoluzionari. Quando il sistema non garantisce più la giustizia, è il popolo che si appropria del diritto di punire. Il linciaggio è un fatto estremo e riprovevole, per etica e stile».

A parte la capriola linguistico-dialettica con la quale definisce il linciaggio sì la forma più alta di giustizia ma al contempo un fatto riprovevole per etica e stile (che d'altronde fa parte del bagaglio ideologico di un partito che urla “Roma Ladrona” non solo mandando propri uomini a fare i ministri ma anche facendosi finanziare lautamente proprio dalla capitale ladrona...) sarebbe interessante chiedere non tanto ai leghisti ma al resto del mondo politico dove sia l'aspetto encomiabile in una definizione come quella appena citata od in una come questa:

«Il presunto impegno alla solidarietà non fa altro che legalizzare la violenza a danno dell'onesto possidente, costretto a rendere partecipi della sua fortuna coloro che guadagnare non sanno...»

Insomma: proprio un personaggio “educativo”, non c'è dubbio. Mi chiedo dove siano state le opposizioni fino ad ora, ma ho paura di venire a conoscenza della risposta.

Come da più parti ci si chiede, comunque, sarebbe interessante studiare la reazione della popolazione nel momento in cui – in un universo parallelo – al posto della lega e dei suoi simboli ci fossero stati il Partito Comunista e la falce&martello. Con questo non voglio assolutamente dire che la politica nelle scuole faccia male, rinnegherei in tal caso il mio “sessantottismo”, mi chiedo solo quanta ideologia pseudo-sinistrorsa ci sia in questa vicenda. Domanda che diventa ancora più interessante nel momento in cui vengo a scoprire che se Adro ed il suo sindaco folkloristico (è infatti lo stesso della mensa solo per chi può permettersela e del “menù padano” in una scuola che, non si sa fino a quando, è ancora aperta a tutti...) campano ormai da qualche giorno sulle prime pagine dei giornali, la stessa cosa non avviene per un altro tipo di sponsorizzazione che sta violentemente entrando nelle scuole e che, a mio modo di vedere, può essere ancora più pericolosa.

Ma tu quante mamme hai?


Molto spesso ho criticato la scuola, accusandola di essere diventata mera fucina di giovani la cui istruzione si limita solo a una manciata di nozioni apprese dai libri, sacrificando la funzione pedagogica e di arricchimento culturale degli studenti sull'altare di logiche mercatiste tali da costruire profili di studenti buoni per la manovalanza, ma non per altro. Per cui, quando da quella stessa scuola viene qualcosa di buono, non può che mettermi di buon umore.

Per capire di cosa sto parlando andiamo a Torino, dove il Comune ha deciso di patrocinare – gratuitamente (l'unica spesa sarebbe eventualmente quella di pagare le copie da distribuire) – un manuale scritto da Maria Tina Scarano, assistente sociale e Giuliana Beppato, psicologa e dipendente della Asl di Milano e di Laura Monicelli che ne ha curato i disegni. Gruppo di lavoro tutto al femminile, e forse i motivi sono facilmente intuibili.
Perché il manuale servirà – o almeno dovrebbe servire, questo sta all'intelligenza delle persone – per eliminare uno degli stereotipi più stupidi e retrogradi dal quale la nostra società “evoluta e democratica” ha ancora molte difficoltà a staccarsi: dover spiegare la non a-normalità delle coppie non eterosessuali.


Tramite la storia di Tommi, si tenterà di rispondere a domande come:«Chi è la tua mamma? (risposta: lo sono tutt' e due)» oppure: «Qual'è la tua mamma vera? (r: chiedetelo a loro, sono due mamme che vivono insieme)», e poi la mia preferita (almeno tra le quattro presenti sull'articolo de La Stampa – sezione Torino Nord-Ovest – di mercoledì 17 febbraio dal quale riprendo la notizia): «I miei genitori dicono che di mamme ce n'è una sola: perché Sara ne ha due?» La cui risposta secondo me oltre che alla domanda in sé risponde anche all'ignoranza imperante che un po' tutti abbiamo su questo tema: «Forse tua mamma non conosce le mamme di Sara. Potrebbe invitarle a casa e chiederlo a loro».

Le chiamano famiglie “omogenitoriali”, termine che a me personalmente non piace poi granché – con un po' di fantasia si potrebbe trovare anche qualche termine migliore – ma non mi piace neanche il tipo di linguaggio usato dai giornali, quando parlano di famiglie “gay” o “lesbiche”, perché queste altro non sono che etichette, un modo come un altro per creare stereotipi (nell'accezione psicologica del termine).
A sollevare la necessità di un manuale di questo tipo, un opuscolo a fumetti, uno degli strumenti più diretti e comprensibili che spesso si usano per “aprire” la visuale di una società chiusa come la nostra su tematiche “sensibili”, sono state maestre e mastri, che non hanno certo una risposta pronta e preconfezionata per una domanda comunque nuova, su un tipo di famiglia che ancora stenta a trovare radicamento, in particolare in Italia, e il Gruppo scuola dell'associazione “Famiglie Arcobaleno”, che questo tipo di problema lo vivono quotidianamente sulla propria pelle.

Non so se con un semplice “manuale” si possa risolvere un problema tanto grande quanto l'accettazione di famiglie considerate “socialmente non comuni”, ma già l'idea di poter aprire un dibattito in merito, in un paese che ha smesso di interrogarsi sulle questioni importanti (anche per la mancanza di intellettuali veri alla Pasolini e non creati nel circuito gossiparo-televisivo) sarebbe già un primo, fondamentale passo per cercare di modernizzare la nostra società.

Perché a questo punto, nel tipo di mondo in cui ci troviamo tutti ad abitare, l'idea della famiglia “alla Mulino Bianco”, quella cioè tipicamente etero con bambini di sesso diverso, l'idea quindi della famiglia “tradizionale”, quella a cui difesa si schierano tutti i politici è ormai un'idea vecchia, superata. Perché se è vero, come è vero, che la famiglia si basa sull'amore questo se ne infischia tranquillamente delle “convenzioni sociali” per cui un “maschietto” deve innamorarsi sempre – e solo – di una “femminuccia” (e viceversa), oltrepassando così i confini di genere (arrivando così a quel carattere “universalizzante” che questo tipo di sentimento porta in sé) che invece costituiscono il blocco mentale e culturale del quale una società dal passato patriarcale e dall'ancora forte cultura machista è ancora schiava.
Un vecchio detto dice che il genitore non è chi ti fa, ma chi ti cresce. Per cui la figura genitoriale non si limita esclusivamente all'atto di concepimento ed agli eventuali 9 mesi di gravidanza. L'essere genitore è assunzione di responsabilità, è impegno quotidiano, è rispetto e – appunto – amore. Quello stesso amore che non danno quelle famiglie “normali” che gettano i propri figli appena nati nei cassonetti (quando basterebbe destinarli a più felice destino lasciandoli in ospedale...). E questo tipo di impegno, così come l'Amore – come dicevo prima – non è “schizzinoso”, non si fa problemi di alcun tipo, in particolare problemi di genere.

Nel nostro Paese c'è poi un altro dettaglio, non certo di poco conto, che bisogna sempre considerare quando si provano battaglie per la civilizzazione di un paese che civile lo è solo sulla carta: l'ingerenza ecclesiastica (che anche nel caso del vademecum si è fatta sentire) sulla maggior parte della classe politica del paese (mi chiedo quando avremo direttamente il “Partito Vaticano”, composto esclusivamente da ecclesiastici. Non credo manchi molto, comunque...). E quindi le “solite” e retrive idee sull'omosessualità come malattia (e il fatto che un cantante che adduca tale tesi si sia classificato secondo nella passata edizione del festival sanremese dovrebbe dar da pensare), sulla follia dell'adozione per coppie omosessuali, su cui mi aspetto fulmini e saette degne del miglior Zeus da parte di chi, non riuscendo a reprimere la propria sessualità dietro ad un abito talare, violenta i bambini senza che questo passi come scandalo in Italia (o al massimo se ne parla per qualche giorno, poi di nuovo via a prendersela con Berlusconi e la sua cricca; quella è una moda che non va mai fuori-moda). Io sono sempre stato a favore di questo tipo di adozione, per semplice convinzione personale, perché non è scritto da nessuna parte – come spiega anche Chiara Lalli, filosofa e bioeticista (che sicuramente è fonte più attendibile dello scrivente) – che famiglie omogenitoriali siano strane, non naturali od immorali. È solo una convenzione che fa comodo a chi non interessa portare questo paese nella sua versione “2.0”, per usare un termine noto – e caro – agli internauti. Anzi: secondo l'ultima edizione (2005, stando alle mie fonti) del “Lesbian and gay parenting”, un documento dell'American Psychological Association, dalle ricerche esistenti si evince chiaramente che non c'è discrasia di sviluppo psichico tra bambini che crescono con genitori dell stesso sesso o di sesso diverso. Una differenza, a dir la verità, ci sarebbe: i figli di coppie dello stesso sesso crescono più aperti e tolleranti nei confronti delle “diversità”, se poi si chiudano su posizioni più conservatrici o meno sta anche nell'ambiente in cui svilupperanno la propria individualità (ma questo è un altro discorso...).

È per tutto questo che vedo con favore un'operazione come quella del “manuale di istruzioni”, che secondo me dovrebbe essere adottato in tutte le scuole dell'obbligo italiane, perché se c'è un posto che deve tendere all'educazione – anche di questo tipo – della popolazione, questa è sicuramente la scuola.

Immaginate come sarebbe bello, un giorno, vedere un tema sulla famiglia di una classe elementare il cui incipit sia qualcosa del tipo: «I miei genitori sono separati, la mamma vive con un altro uomo e il papà anche…», senza che questo susciti il minimo imbarazzo. Ma con la deriva fascistoide della nostra società, questo diventa sempre più un'utopia che una realtà.

Se vogliamo arrivare a quell'"altro mondo" migliore di questo di cui tanti di noi parlano dobbiamo iniziare a cambiare il sistema fin qui imperante, iniziando dalla distruzione degli stereotipi che hanno caratterizzato la nostra società. Perché bisogna partire da un piccolo passo per avere una grande rivoluzione.