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Gran Bretagna e Francia contro l'Unione Europea per armare i ribelli siriani

foto: it.euronews.com

Parigi – «Non possiamo accettare che ci sia questo squilibrio con da un lato l'Iran e la Russia che forniscono delle armi a Bashar al-Assad e dall'altro lato dei ribelli che non possono difendersi. Levare l'embargo è uno dei soli mezzi che restano per far avanzare politicamente la situazione». A parlare così, alla radio France Info, è Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese. Se durante la riunione della prossima settimana con i suoi omologhi dei 27 Stati Membri, necessaria a definire una strategia comune sull'embargo in scadenza a fine mese, l'Unione Europea dovesse decidere all'unanimità di confermarlo, Francia e Gran Bretagna hanno annunciato che armeranno da sole i ribelli. Fino a quella data, come ha evidenziato anche il premier britannico David Cameron, entrambe faranno pressione sugli altri paesi per eliminare le sanzioni ed usare i canali legali per l'invio delle armi.
«È nostro dovere aiutare la Coalizione, il Free Syria Army e i loro leader con tutti i mezzi necessari», ha ribadito Fabius al quotidiano Libération.
A mettersi di traverso al fronte anglo-francese è però arrivata Angela Merkel, che ha motivato la sua opposizione sostenendo come l'invio degli armamenti europei sarebbe utilizzato da Iran e Russia come giustificazione per aumentare il flusso di armi verso il governo di Damasco. La Cancelliera tedesca ha inoltre chiesto una posizione comune dell'Europa sull'embargo, la cui conclusione farebbe seguito alla decisione del mese scorso, presa in sede europea, di allentare le condizioni per la fornitura di equipaggiamento “non letale” - come i giubbotti antiproiettile - e l'assistenza tecnica all'opposizione. Londra starebbe inoltre pensando ad un programma di 13 milioni di sterline (circa 15 miliardi di euro) composto da aiuti umanitari e logistici a cui starebbe pensando Londra.

Tra le “cause” che portano la Francia a chiedere di poter vendere direttamente le armi ai ribelli, le rassicurazioni date dal Consiglio Nazionale Siriano (l'opposizione in esilio) di essere in grado di controllarne il flusso. François Hollande ha inoltre evidenziato come la prosecuzione degli scontri potrebbero radicalizzare il conflitto allargandolo a paesi limitrofi quali Libano e Turchia (attraverso quello stesso processo di infiltrazione nei campi profughi che abbiamo conosciuto con la guerra in Rwanda?).
Dall'altro lato della Manica, Cameron ha sostenuto come una soluzione politica sarà possibile solo quando il CNS verrà considerato dalla gente come una “forza credibile”.

Granai di guerra. L'errore lessicale tra welfare e warfare

L'Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.
 [Dal giuramento e messaggio del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Seduta comune di Camera e Senato del 9 luglio 1978]

Roma - Nell'ultima puntata di PresaDiretta, Riccardo Iacona è andato ad intervistare Pierre Sprey, progettista dell'F-16, il quale ha dettagliato quanto l'antimilitarismo ed il pacifismo italiano denunciano da tempo: i “famigerati” F-35 di cui in campagna elettorale tutti dicono di volersi disfare (ma che solo Radicali e Italia dei Valori hanno tentato di contrastare in Parlamento) hanno una stabilità ed una sicurezza minori anche a confronto di un aeroplanino di carta. 

Dietro gli aerei, però, si muove tutto il sistema della spesa militare, “l'invariata spesa asociale” che illustra il Libro bianco sulle spese militari 2012  realizzato dalla campagna Sbilanciamoci!

La scelta di aver partecipato al programma per questi velivoli – il cui costo è passato dai 62 milioni di dollari delle previsioni ai 170 del gennaio 2011 – come semplice sub-fornitore della statunitense Lockheed Martin, ha messo l'Italia (e Finmeccanica, braccio del nostro reale ministero degli Esteri, composto dalle poche grandi imprese ad avere mercato internazionale) ai margini della realizzazione dell'Airbus, considerato il principale programma industriale e tecnologico sviluppato dall'aeronautica civile in Europa, dando però una chiave di lettura ben definita sul ruolo che il nostro sistema politico vuol dare al Paese.
In merito agli F-35, inoltre, è interessante notare come John McCain – non certo una colomba – abbia rivisto la propria posizione definendo il progetto uno «scandalo» e una «tragedia». Delle due l'una: o i falchi statunitensi sono più intelligenti delle colombe italiane – o magari meno legati al potere della lobby militare – oppure l'essere stato in guerra, al contrario dei nostri politici, rende più realisti.
Il problema non è tanto l'acquisto di questi velivoli quanto il paradigma che ormai questi rappresentano, dietro al quale si nasconde la visione della politica militare (e, per riflesso, di pace) italiana e del ruolo del nostro paese sullo scenario internazionale.

L'errore lessicale. Sanità, istruzione, pensioni. Sono solo tre delle voci che hanno subito tagli per effetto della crisi economico-finanziaria dal 2008, da quando la spesa sociale è scesa di otto volte in cinque anni, passando da 1.600 milioni di euro della fase iniziale della crisi in Italia a meno di 200 milioni quest'anno. Un chiaro segnale del disinteresse verso lo stato sociale degli ultimi governi in favore del comparto militare, nel quale non si è registrato alcun effetto di crisi.

Il nuovo Iraq: un contractor è per sempre (2/2)

foto: yahooka.com

Bassora (Iraq) - Torniamo all'incontro di Washington, dove oltre alle armi si è parlato della scarsa reputazione dei contractors, 260.000 dei quali sparsi tra l'Afghanistan e l'Iraq secondo i dati della U.S. Commission on Wartime Contracting
Mercenari? Eserciti privati? Qual è il vero volto delle Private military and security companies (da ora PMSCs)?

Il mercato della guerra privata. Centomila imprese tra il 2004 ed il 2007 per un fatturato – anno 2010 – che oscilla tra i 700 e gli 800 miliardi di dollari, con un incremento annuo attestatosi ormai sui 100 miliardi. Cifre stratosferiche che ben rappresentano le reali motivazioni di chi di questo business fa parte. La più nota compagnia è l'americana “Blackwater” (nomen omen direbbero i latini), a cui era assegnata la sicurezza in Iraq fino al 2007, quando il “caso al-Nisur”[1] (l'omicidio di 17 civili durante una sparatoria in piazza) fece sì che il governo iracheno ne revocasse l'ingresso. 195 omicidi di civili in due anni – dal 2005 al 2007 - iniziavano ad essere una buona causa per l'espulsione, anche alla luce del fatto che ogni volta ad aprire il fuoco sono stati per primi uomini della Blackwater, come raccontano gli stessi registri della compagnia. Come se non bastasse, a questi vanno aggiunti oltre 200 casi di abusi, torture e violazioni dei diritti umani avvenuti in quello stesso periodo ed analizzati dalla ong spagnola Nova e dalla statunitense Peace for tomorrow. Quando i crimini sono stati puniti, la pena massima è stata l'allontanamento dei condannati dal paese e l'interruzione del rapporto con la compagnia di riferimento.

Ma si sa: quando un sistema di potere decade, questo deve essere immediatamente sostituito al fine di evitare vuoti di potere. Così è stato anche per l'espulsione della Blackwater, che ha portato ad una parcellizzazione del sistema nel quale le compagnie rimaste si fanno una concorrenza estrema anche con l'utilizzo di attentati. Come avvenuto lo scorso 4 ottobre quando un'autobomba esplosa ad al-Masur, una delle zone più ricche ad ovest di Baghdad prima della guerra del 2003, diretta ad un convoglio della locale PMSC ha invece fatto – stando all'agenzia France Press - 16 feriti tra civili e militari e quattro vittime civili. Da qui è dunque facile intuire il perché di una così forte richiesta di armi leggere per il mercato interno, che alcuni politici locali – su consiglio dalla lobby statunitense delle armi, la National Rifle Association, come riportato dall'”Osservatorio Iraq”[2]

Iraq, il paradiso dei Signori della guerra (1/2)

Da circa un anno gli Stati Uniti se ne sono andati, così come telecamere e taccuini degli inviati delle grandi testate giornalistiche del mondo. Eppure mai come oggi, probabilmente, il nuovo corso dell'Iraq meriterebbe attenzione, mediatica e non. Perché nel buco nero lasciato dalle organizzazioni governative sovranazionali e dalla stampa si sta delineando il fallimento di uno stato, stretto nella doppia morsa degli scontri etnici e di una vera e propria guerra tra contractors.

Un bambino "gioca" con una pistola di plastica. Le armi sono diventate parte della cultura e della quotidianità irachena.
fonte: Niqash.org

Bassora (Iraq) - «Ed ora abbiamo un'arma chimica ad aria mai usata. Morte garantita in 3 minuti. Cosa offrite per questo miracolo della scienza moderna? 20...20...20...20...20...Aggiudicato! Il prossimo: che ne dite di questo bel pezzo con la punta di uranio della serie speciale “Spara e Dimentica”? Allora non per 1000, non per 900, non per 800, non per 700, non per 600, vogliamo cominciare da 500 dollari?[...]Venduto a 26 dollari!».
A questa speciale “battuta d'armi” partecipava - come regista - Michael Moore, che la inseriva nelle prime fasi del suo Operazione Canadian Bacon del 1995, secondo film in assoluto – primo e per ora unico tra quelli di finzione - per uno degli esponenti più in vista della “coscienza critica” americana e mondiale poi rivelatosi al grande pubblico con The Big One (1997), Farenheit 9/11 (2004) o Capitalism: a love story (2009).

Scena simile c'è stata lo scorso 17 ottobre a Washington, dove l'hangar pieno di armi del film di Moore è stato sostituito da camere di alberghi a cinque stelle, abiti eleganti e contratti da firmare. Non è la scena di un film, ma il resoconto ridotto all'osso dell'International Stability Operations Association, la conferenza annuale dei “Signori della Guerra”, riunitisi a pochi passi dalla Casa Bianca con l'intento – per niente celato – di spartirsi i guadagni del settore bellico e terminare l'opera di privatizzazione della guerra iniziata dall'Iraq e continuata in scenari di guerra conclamata come la Libia o l'Egitto così come in paesi quali l'Inghilterra, dove – come scriveva “OsservatorioIraq”[1] – il premier David Cameron si è rivolto ad una compagnia di sicurezza privata come la Kroll per sapere come gestire le proteste di piazza scoppiate nelle vie di Sua Maestà.

Un affare di Stato. Delocalizzare la guerra ma non il commercio di armi. Sembra essere questo il leitmotiv delle politiche globali al tempo della crisi, con il nostro paese che, tra i primi dieci paesi acquirenti, per i prossimi dodici anni spenderà una cifra stimata in 230 miliardi di euro in armamenti da guerra[2].

Se per comprare armi si tagliano i militari

nella foto il ministro della Difesa,
ammiraglio Giampaolo Di Paola. Foto: politici.openpolis.it

Roma - 252 a 12. È finita così la seduta del Senato di martedì 6 novembre nella quale è stata approvata una legge con la quale si affida al prossimo Governo il potere di «revisione in senso riduttivo» - per citare le parole del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola – delle Forze Armate, che tradotto significa taglio del 20 per cento dei posti di lavoro nel settore della Difesa.

Tagli che però non intaccano l'altro lato della Difesa, quello cioè legato alle armi, che impegneranno l'Italia in una spesa stimata di «non meno di 230 miliardi per i prossimi 12 anni», come si legge in un documento presentato lo scorso 3 luglio alla Camera dei Deputati[1] dal deputato Augusto Di Stanislao dell'Italia dei Valori.

Insomma, la scelta del governo è ormai chiara: tagliare tutto ciò che riguarda il sistema di welfare e finanziare il sistema di warfare italiano, nel quale sono inclusi i cacciabombardieri da guerra F-35 il cui costo – nonostante la riduzione da 131 a 90 - potrebbe subire un vistoso innalzamento per le tasche del contribuente italiano[2] e che vanno ad aggiungersi ai 71 programmi di armamento già in essere in questi ultimi dieci anni.

«Milioni di persone e di famiglie non ce la fanno più» - dice Flavio Lotti, coordinatore nazionale di Tavola della Pace - «si tagliano i servizi alla persona e agli enti locali che li devono fornire ma i soldi per comprare armi e per soddisfare le ambizioni dei nostri generali non mancheranno».

Data la situazione sociale, sarebbe forse il caso di riprendere l'idea dell'ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che, disegnando l'Italia come «portatrice di pace nel mondo» nel suo discorso di insediamento, chiese di svuotare gli arsenali di guerra, «sorgente di morte» per colmare «i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame».

«Ora il provvedimento dovrà andare alla Camera e il dibattito dovrà essere riaperto» - conclude Lotti - «C'è spazio per un serio e ragionevole ripensamento». E magari chiedersi anche a cosa servano realmente tutte queste armi che stiamo acquistando.

Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/se-per-comprare-armi-si-tagliano-i-militari-titolo-provvisorio/33353/

Note
[1] O.D.G. in Assemblea su P.D.L. 9/05273-A/023, Camera dei Deputati, 3 luglio 2012;
[2] Caccia F35, altro che tagli. Il costo è più che raddoppiato di Rachele Gonnelli, l'Unità, 17 ottobre 2012;

Kidogò - Un bambino soldato

How could you just occupy another child's tear?
["Occupied tears" - Serj Tankian]

clicca sull'immagine per aprire il video

Prodotto nel 2008 dalla Seven Hills Production, “Kidogò – Un bambino soldato” - che vede tra gli sceneggiatori il giornalista Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, scrittore e documentarista che da anni si occupa delle problematiche dei Paesi in via di sviluppo, in particolare del continente africano – racconta due storie.

La prima, come evidenziato dalla sinossi, è quella di John Baptist Onama, Presidente onorario dell'associazione Pizzicarms che negli anni '80 è stato un bambino soldato in Uganda, intrecciata con la storia dei circa 300.000 bambini soldato (di cui un terzo nel solo continente africano) che ancora oggi sono costretti a combattere negli oltre 30 conflitti attualmente in corso nel mondo, in una guerra globale contro l'infanzia che nell'ultimo decennio ha ucciso 2.000.000 di bambini, ferendone o invalidandone almeno il triplo.

Una guerra globale necessaria a mantenere la discrepanza tra il Nord sfruttatore (anche di risorse naturali quali petrolio, diamanti e coltan, ottime “conseguenze umanitarie” per muovere guerra) ed il Sud sfruttato, evidenziata dai 750 miliardi di dollari destinati alla lotta alla povertà contro i 1.200 miliardi di dollari che – come racconta Riccardo Troisi – ogni anno vanno a rimpinguare i conti dei signori della guerra, che siano essi sconosciuti trafficanti o conosciutissime industrie come Finmeccanica o Beretta, potenze del business bellico dell'Italia, secondo paese al mondo per la produzione di armi leggere e quarta alla voce “esportazione” ed i cui prodotti finiscono spesso proprio nelle mani di quei bambini soldato.

Il “made in Italy” è anche questo. Una storia – la seconda di questo documentario – da non raccontare, parafrasando Fabrizio De André.

Banche armate, presentato il dossier sulle bombe a grappolo

foto: thecuttingedgenews.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/banche-armate-presentato-il-dossier-sulle-bombe-a-grappolo/28854/

Berlino, 23 giugno 2012 – Venerdì scorso è stata lanciata la “Worldwide Investments in Cluster Munitions, a shared responsibility”[1], una ricerca realizzata da IKV Pax Christi e FairFin, entrambe facenti parte della Cluster Munition Coalition (CMC), una ricerca che mostra come dal 2009 banche ed altre istituzioni finanziarie di sedici paesi abbiano investito più di 43 miliardi di dollari in compagnie che producono le cluster bombs (le famigerate bombe a grappolo di cui è da tempo noto l'impatto, in particolare sulla vita delle popolazioni civili), motivo per il quale la CMC ha richiamato i governi dei paesi che hanno aderito alla Convenzione di Oslo – che bandisce tali bombe - affinché procedano al divieto di investimento nel settore attraverso la creazione di una legge nazionale in materia.

L'Italia – che dall'11 al 14 settembre 2012 andrà al meeting di Oslo per la prima volta come Stato-Parte dopo aver accolto definito attraverso l'articolo 7 della specifica legge che vieta non solo il finanziamento diretto alla produzione, ma anche il supporto finanziario per quanto riguarda produzione, detenzione e commercio.
Già due anni fa, con il disegno di legge 2136 le senatrici Silvana Amati del Partito Democratico e Barbara Contini all'epoca del Popolo della Libertà (oggi migrata in Futuro e Libertà), si era tentato di legiferare sulla questione, ma la proposta è ferma da due anni in Commissione Finanza e Tesoro. «È quantomai illuminante il fatto che addirittura le banche, in genere recalcitranti su alcuni argomenti si muovano più velocemente delle nostre istituzioni». «Da quella Commissione, che abbiamo contattato numerose volte, molte rassicurazioni e pochi fatti» - dice Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna Italiana contro le mine - «conosciamo il professor Baldassarri come una persona sensibile ad argomenti quali i diritti umani ma, evidentemente, in questo caso la sensibilità non basta e non era mai successo dal 1994 ad oggi che una proposta di legge così importante fosse totalmente ignorata non riconoscendole neanche la dignità di una calendarizzazione».

Dal rapporto, comunque, si evince chiaramente come dal 2009 un numero sempre maggiore di banche stiano pian piano abbandonando questo tipo di mercato, abbracciando un comportamento – che in realtà riguarda tutto il settore delle armi[2] – più etico nei loro investimenti. Sono in tutto 137 le banche e le istituzioni finanziarie ancora coinvolte in questo particolare mercato, 27 delle quali afferenti a paesi che fanno parte della Convenzione sulle munizioni cluster come Francia, Germania, Italia, Giappoen e Gran Bretagna. Per quanto riguarda l'Italia i nomi più in vista sono quelli di Intesa San Paolo – negli anni scorsi uno dei principali finanziatori della Lockheed Martin - ed Unicredit, che si sono impegnate ad abbandonare completamente il mercato delle bombe a grappolo anche se è ancora molto il lavoro da fare, in particolare nelle controllate dalle due holding. Il nostro è, secondo il rapporto, uno dei pochi paesi ad aver esteso il divieto anche al finanziamento di aziende produttrici.

Nonostante questo, comunque, della lista nera fanno parte i “soliti nomi”, tra i quali JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Deutsch Bank, Ubs, Credit Suisse, per una disposizione geografica che vede in testa alla lista gli Stati Uniti ed i suoi 63 istituti coinvolti, seguiti dalla Corea del Sud con 22 e dalla Cina con 16. Questi stessi paesi ospitano anche le principali aziende che producono le bombe a grappolo, cioè le statunitensi Lockheed Martin, Textron e Alliant Techsystems, le sudcoreane Hanwha e Poongsan e la Norinco, cinese. Chiude il gruppo dei produttori la Splav, sulla quale batte bandiera russa.

È interessante notare, in conclusione, come questi rapporti – che si parli di quello sulle bombe a grappolo o sulle banche armate – sembrano non attecchire in quella che qualcuno ha definito opinione pubblica, la cui coscienza anti-militarista, evidentemente, si è esaurita con la parata del 2 giugno.

Note
[1] Worldwide investments in cluster munitions a shared responsibility, giugno 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/05/italia-il-mercato-rifugio-e-ancora.html

Italia, il mercato rifugio è ancora quello delle armi

Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/italia-il-mercato-rifugio-e-ancora-quello-delle-armi/28032/


Roma, 27 maggio 2012 - Seppur con tre settimane di ritardo rispetto ai tempi imposti dalla legge – che fissa la scadenza non oltre il 31 marzo - il governo italiano ha finalmente reso noto il “Rapporto del Presidente del Consiglio sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento[1]” relativo all'anno 2011, cioè il documento riassuntivo – dunque assolutamente non esaustivo - dei volumi prodotti dai vari Ministeri interessati alle autorizzazioni alla vendita di armamenti italiani. Avere tali dati “spalmati” nei bilanci di vari ministeri, peraltro, serve anche per rendere più difficoltoso – come evidenzia il giornalista e Peace Researcher Antonio Mazzeo nel video allegato – capire quanto effettivamente l'Italia spenda per gli armamenti.
Il dato generale, che vede un incremento del 5,28% del valore delle autorizzazioni alle esportazioni, conferma ancora una volta come il mercato delle armi, legale o illegale che sia, rimane insensibile alla crisi economica.

Andando ad analizzare i dati si intensifica, per quanto riguarda i dati di competenza della legge 185/90 (“Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento[2]”), l'appoggio bancario alla vendita estera dei nostri sistemi d'armi, cioè la concessione di conti correnti da utilizzare per il pagamento delle forniture, per un totale di quattro miliardi di euro, di cui 2,5 relativi alla voce “esportazione” - definitiva o temporanea che sia – ed il restante miliardo e mezzo relativo alle importazioni. 113 milioni di euro, inoltre, sono finiti nelle tasche degli istituti intermediari, la cui tabella riassuntiva è però sparita dal report così come la tabella 15, che riporta gli armamenti venduti ai singoli Paesi. Una tabella con la quale, spiega Francesco Vignarca della Rete per il Disarmo e giornalista di Altreconomia, qualche anno fa è stato possibile bloccare le vendite di elicotteri all'India, la quale li avrebbe poi rivenduti alla Birmania, paese sotto embargo.
Valori che vengono commentati con soddisfazione dal Ministero dell'Economia, per il quale nel 2011 si è registrato un «trend positivo rispetto al 2010, con un incremento del valore complessivo autorizzato pari a circa il 14%».
Sarebbe il caso, forse, di ricordare al dicastero che per quanto in questo periodo di crisi sia necessario racimolare denaro dalle più disparate – e disperate – situazioni si sta comunque parlando di commercio d'armi, non esattamente caramelle.

Export di armi, i conti non tornano


Roma - Il Consiglio dell'Unione Europea ed il Parlamento europeo l'hanno inserito sulla Gazzetta Ufficiale all'ultimo momento utile e senza troppa pubblicità, come fosse un semplice atto burocratico come gli altri, eppure la “XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari[1] meriterebbe forse qualche attenzione in più, in particolare sulle cifre.

Armi e diritti umani. Nonostante una diminuzione del 21 per cento, le autorizzazioni (licenses) all'esportazione di materiali militari hanno raggiunto la cifra di 31,7 miliardi di euro. Sono stati principalmente i paesi dell'Unione Europea a permettere la diminuzione, passando dagli oltre 13 miliardi di euro del 2009 ai circa 9 del 2010 a seguito della crisi economica, che ha portato alcuni paesi europei a ridurre il budget nel campo militare. Di queste, poco meno della metà (48,8 per cento, pari a 15,5 miliardi di euro) sono state inviate verso i paesi del Sud del mondo.

È sulla questione “diritti umani”, comunque, che l'Unione Europea chiede di porre l'attenzione, chiedendo ai singoli stati di “valutare la posizione del paese destinatario in rapporto ai pertinenti principi stabiliti dagli strumenti internazionali in materia di diritti umani”, in particolare – continua il report – bisognerebbe porre l'accento sulle autorizzazioni verso quei paesi che, durante l'anno appena concluso, sono state teatro di sollevazioni popolari come l'Arabia Saudita (2,4 miliardi di euro), l'Oman (1,16 miliardi), l'Algeria (933 milioni), la Libia (293 milioni), l'Egitto (211 milioni) e il Bahrain (56 milioni).

Dati non dati. Il report si concentra anche su un altro – e forse ancor più interessante – aspetto. «I totali della “riga C” (le consegne)» - sostiene il report - «non riflettono le effettive esportazioni di armamenti dell'Unione». Paesi come Grecia, Danimarca, Germania e Regno Unito infatti da alcuni anni non forniscono più i dati. Una mancanza sospetta in particolare per questi ultimi due paesi, tra i maggiori esportatori europei e internazionali di sistemi militari.

Tra le “anomalie” non poteva mancare l'Italia. Mentre il paese si interroga sull'utilità – economica e sociale – dell'acquisto degli F-35[2] infatti, i dati ufficiali forniti dalla nostra Presidenza del Consiglio parlano di un valore di 2.754 milioni di euro – cifra in linea con quanto veniva dichiarato negli anni precedenti - ma ha segnalato all'Unione Europea esportazioni per soli 615 milioni di euro.

«Considerate queste reiterate mancanze» - scrive Giorgio Beretta sul sito unimondo.org - «la Relazione dell'Unione Europea sulle esportazioni militari appare oggi, a tredici anni dall'entrata in vigore del Codice di Condotta, un documento pressoché inservibile per poter analizzare con precisione le effettive esportazioni di armamenti dei paesi dell'Unione. Occorre ormai chiedersi se queste più che carenze e anomalie non siano invece un subdolo e reiterato boicottaggio dell'unico documento ufficiale dell'Unione che dovrebbe essere in grado di esplicitare con precisione informazioni di ampio interesse che concernono la politica estera e di difesa dei paesi europei».SB

Note
[1] XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari, Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea. 30 dicembre 2011;
[2] Taglia le ali alle armi!, Rete Italiana per il Disarmo, 21 settembre 2011;

Zimbabwe, finisce l'era Mugabe, tornano i diamanti di sangue?


Harare (Repubblica dello Zimbabwe)– Solo diciotto mesi, poi Robert Mugabe, il padre-padrone dell'ex Rhodesia Meridionale, dovrà cedere il posto. Si aprono così i giochi per la successione, anche se per la popolazione potrebbe cambiare davvero poco.

Più che una successione, una puntata di “Beautiful”. L'incertezza sul nuovo corso del paese – accentuata dalla serie di tradimenti che si stanno verificando in questi mesi – vede per ora due potenti fazioni in lotta sia per la “successione al trono” sia tra di loro, per la ridefinizione degli equilibri di potere che normalmente avvengono in questi casi.

Da una parte c'è il clan guidato da Joyce Mujuru, attuale vice-presidente e moglie del generale Solomon Mujuru, morto – in circostanze ben lontane dall'essere chiarite – in un incendio nella sua abitazione lo scorso 15 agosto, dall'altra Emmerson Mnangagwa, attuale ministro della Difesa.
Ambedue – come ricorda il sito PeaceReporter – possono contare su un sistema di potere molto simile, essendo appoggiati da settori importanti delle forze armate e potendo disporre di quote in società statali e parastatali, imprese, proprietà immobiliari e terriere accumulate attraverso gli espropri. E si sa come, nell'Africa delle dittature, siano più le fortune personali – e le amicizie con i salotti buoni dell'Occidente – a fare la differenza politica.

Tra i due litiganti il terzo gode? Mentre le due fazioni giocano a scacchi con l'equilibrio dei poteri, proprio dalle forze armate potrebbe arrivare, per entrambi, la minaccia più consistente. All'interno dei militari, infatti, si starebbe creando un terzo gruppo, «contro il Global Political Aggrement del 2008 e contro il governo di unità nazionale, così come anche contro la road map elettorale», come riporta un editoriale dello Zimbabwe Independent. Questo gruppo, che «sembra pensare che le due principali fazioni dello Zanu (il partito di Mugabe) abbiano fallito nel gestire la successione a Mugabe» potrebbe ritrovarsi alleato proprio il futuro ex-presidente, alla luce anche del patto che sarebbe stato stipulato tra Joyce Mujuru e Mnangagwa.
È stato sventato anche il possibile attacco che i due avrebbero portato al presidente nel congresso di partito che si terrà a Bulawayo tra il 6 ed il 10 dicembre prossimi, tramutato invece in conferenza (e dunque depauperato di qualsiasi potere decisionale).

Il mio regno per un carico di diamanti (insanguinati). Una decina di giorni fa – come ricorda Alberto Tundo sul già citato Peacereporter – in Zimbabwe sarebbe arrivato un carico di armi “made in China”, attraverso un non meglio identificato mediatore africano. È bene ricordare che da ormai un decennio lo Zimbabwe si fa ufficialmente rifornire nel settore da società come il ramo internazionale della Norinco (China North Industries Corporation), con la quale dal 2006 ha creato una joint-venture – 60 per cento all'industria cinese, 40 per cento alla Zimbabwe Defense Industries – che prevede la fornitura di armi in cambio dello sfruttamento delle risorse minerarie, in primis di diamanti.
In tal senso un segnale importante sembra essere arrivato lo scorso 31 ottobre, quando il Kimberley Process – l'accordo tra industria diamantifera, i governi dei paesi coinvolti in tale industria (tra cui l'Italia) ed alcune organizzazioni non governative per fermare la commercializzazione dei “blood diamond” - ha dato il via libera alla vendita dei diamanti raccolti in tre siti del complesso di Marange. Victoria Nuland, rappresentante americana alla riunione, ha definito “compromesso necessario” il voto favorevole (gli Stati Uniti si sono astenuti) per evitare che il Kp si sfasciasse. Con questo voto, comunque, il potere di persuasione sullo Zimbabwe è fortemente diminuita. E quei 340 milioni di dollari su cui si attesta – dati 2010 – la produzione dei diamanti fa gola a più d'uno.

Tra diciotto mesi, dunque, lo Zimbabwe potrebbe trovarsi ad un bivio: da una parte l'ennesima guerra civile, dall'altra un presidente che, come seconda lingua, potrebbe parlare cinese.

Finché c'è guerra, c'è speranza!

Stamattina ero partito con l'idea di scrivere un articolo su quella aberrazione dell'intelletto che risponde al decreto sicurezza. Ok, viste le cretinate che ci sono scritte sopra sarebbe meglio definirlo della INsicurezza. Ma nel paese in cui si definisce eroe un mafioso è evidente che il senso delle parole è una libera interpretazione di chi le usa. Non voglio analizzarla tutta questa legge – anche perché con tutto quel che ho da dire ci potrei scrivere un trattato più che un articolo. Mi interessa analizzare solamente quella che considero la parte più controversa: la questione migranti.
Vediamo nel dettaglio cosa dice il c.d. “decreto Alfano”:

  • permesso di soggiorno a chi HA GIA' un lavoro in Italia. E già qui c'è la prima cretinata: se io vengo in Italia per cercare lavoro mi sa che in Italia un lavoro non ce l'ho, altrimenti che ci vengo a fare in Italia a cercare lavoro se ho già un lavoro in Italia? (p.s..le ripetizioni sono volute...)
  • Nel caso di perdita del lavoro l'immigrato – con documenti in regola presumo – può essere iscritto nelle liste di collocamento per un periodo di 6 mesi, dopodiché di considera clandestino. Io lavoratore immigrato devo presentare la domanda per il rinnovo al massimo entro 60 giorni (a norma di legge sarebbero 90) prima della scadenza del vecchio pds. Mettiamo che io non conosca bene la lingua italiana. Figuriamoci del conoscere la burocrazia che quella non la conosciamo nemmeno noi che ci siamo nati in questo paese. Io so di persone che in 6 mesi non sono riusciti a rinnovarlo quel documento, non per volere loro ma per la bradipica lentezza della nostra burocrazia. In questo caso a chi si attribuisce l'etichetta di “clandestino”?
  • Ciascuna famiglia potrà regolarizzare una sola colf; numero illimitato per le badanti. Perché appena l'ho letto mi è venuto in mente che la Carfagna disse di avere una badante per la madre (e non so con quale inquadramento contrattuale...)?
Diciamo che questi sono alcuni dei punti su cui da sempre ho avuto qualcosa da dire. In realtà c'è sempre stata una domanda che mi sono posto ogniqualvolta si parlasse di immigrazione, clandestinità ed affini. Queste persone, questi uomini e queste donne che vengono in Italia – mi sembra scontato dirlo – scappano da qualcosa.
Ma da cosa?

In molti casi, penso per esempio ai migranti dai paesi africani, scappano dalla povertà. Scappano da condizioni di vita che noi neanche riusciamo ad immaginare. Scappano dalla guerra.
E qui avviene il “black out mentale”: chi c'è dietro quelle guerre?

Incuriosito, accendo il mio bel portatile e vado su google. Mi imbatto ad un certo punto in questo piccolo documento, che riporto fedelmente:

Fonte: Corriere della Sera – 28 maggio 2006. NAIROBI-Le accuse dell'Onu sono durissime:«L'Italia lo scorso autunno ha fornito materiale militare al Governo Federale di Transizione somalo (Tfg), violando l'embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza». Assieme all'Italia... etc etc...

Cosa? Non ci potevo credere! Come può il mio paese, quello stesso paese che ha all'art.11 della sua carta costituzionale la dicitura: “L'Italia rifiuta la guerra come strumento d'offesa” e che si vanta di essere tra i maggiori esperti dell'esportazione della pace nel mondo, finanziare la guerra somala? A quel punto mi sembra normale saperne di più.
...al terzo posto c'è l'Italia - trovo scritto su PeaceReporter - con 34,1 milioni di dollari. Il nostro paese, secondo quanto Microfinanza ha trovato nei dati Onu, ha rifornito la Siria per oltre 20 milioni di dollari e il Libano per 13,8 milioni. Una piccola fornitura da 42 mila dollari di 7 tonnellate di «armi non militari» è arrivata anche in Iran nel 2004. Con quest'ultimo paese abbiamo anche scambi – per un valore di 303 mila dollari – di forniture nucleari, insieme ai “cari amici” libici, con i quali abbiamo addirittura una joint venture tra Finmeccanica e Libyan Company for Aviation Industy (la Libyan Italian Advanced Tecnology Compani, Liatec).”
Abbiamo consegnato armi all'Eritrea, a India e Pakistan che si facevano vicendevolmente la guerra (quando si parla di soldi e pallottole non si guarda in faccia nessuno, no?), ad Algeria, Turchia e Colombia – con quest'ultima non oso immaginare quale sia la moneta di scambio – i cui eserciti non brillano certo per il rispetto dei diritti umani.
Non parliamo poi dell'”affaire” F35, gli aerei invisibili che ci costeranno la “modica” cifra di 14 miliardi di euro. Soldi che potevano benissimo essere utilizzati per una seria ricostruzione de L'Aquila. Ma questa sarebbe stata un'operazione “per il popolo”, e si sa che il governo va sempre in controtendenza a chi dovrebbe governare.
«I cacciabombardieri Joint Strike Fighter” - spiega, sempre a PeaceReporter, Walter Bovolenta dell'Assemblea Permanente NOF35- “rappresentano il primo sistema d'arma concepito per rispondere alle esigenze della nuova “gendarmeria mondiale” rappresentata dalla Nato. L'Italia produrrà e si doterà di un aereo militare ideato non per difendere il nostro spazio aereo nazionale, ma per partecipare a future missioni di guerra all'estero, per andare a bombardare in giro per il mondo, seminando morte, distruzione e sofferenza». E tanto per continuare a pulirsi il culo con la Costituzione.
Leggo addirittura – datato 22/07/2009, cioè ieri – dell'approvazione di alcuni emendamenti alla legge n°185/90 sulla trasparenza ed il controllo del commercio di armi per favorire i “venditori di morte”. Ciò vuol dire che da oggi se vendo 1 al mercato regolare delle armi, venderò 100-200 al mercato nero. E nel mercato nero lo sappiamo tutti chi c'è.
Banco Ambrosiano Veneto; Cassa di Risparmio di Firenze; Cassa di Risparmio di Imola, Bnl, Credito Italiano-Unicredito; Comit-Banca Intesa e San Paolo-Imi. Queste, insieme ad istituti bancari esteri come Banco Santander, Barclays, BBVA, BNP Paribas, Deutsche Banck, ING sono tra i finanziatori dei venditori di morte. I 13 istituti bancari principali hanno investito 39,6 miliardi di euro in pratiche e compagnie a dir poco discutibili. Come la Textron, che produce letali munizioni a grappolo, o come la Petrochina e la Vedanta Resources, che detengono dei record nella distruzione dell'ambiente. Le scuse addotte dalle banche (o Banche Armate, come la campagna di sensibilizzazione è stata chiamata) sono veramente ridicole: si passa dal “siamo solo finanziatori passivi” (per la serie “entrasse anche Bin Laden o Bush i soldi glieli diamo lo stesso”) come il Banco Ambrosiano Veneto al “sono armi non offensive” della Cassa di Risparmio di Imola. Scusa degna delle peggiori barzellette del premier.
Visti e considerati gli interessi in gioco – ed i giocatori – io credo sia doveroso che la società civile si svegli, informandosi e facendo pressione su governi ed istituzioni (bancarie e non) affinché i soldi dei nostri conti corrente non vadano a finanziare questo o quel signore della guerra afghano o somalo o di dove volete voi.

Ma come si dice: “Finché c'è guerra, c'è speranza”.

Ecco da cosa scappano quegli uomini e quelle donne che sbarcano sulle nostre coste, che tentano di attraversare i confini. Scappano da quel mondo che noi "popoli ricchi ed esportatori di pace" siamo correi a formare.

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