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Se per comprare armi si tagliano i militari

nella foto il ministro della Difesa,
ammiraglio Giampaolo Di Paola. Foto: politici.openpolis.it

Roma - 252 a 12. È finita così la seduta del Senato di martedì 6 novembre nella quale è stata approvata una legge con la quale si affida al prossimo Governo il potere di «revisione in senso riduttivo» - per citare le parole del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola – delle Forze Armate, che tradotto significa taglio del 20 per cento dei posti di lavoro nel settore della Difesa.

Tagli che però non intaccano l'altro lato della Difesa, quello cioè legato alle armi, che impegneranno l'Italia in una spesa stimata di «non meno di 230 miliardi per i prossimi 12 anni», come si legge in un documento presentato lo scorso 3 luglio alla Camera dei Deputati[1] dal deputato Augusto Di Stanislao dell'Italia dei Valori.

Insomma, la scelta del governo è ormai chiara: tagliare tutto ciò che riguarda il sistema di welfare e finanziare il sistema di warfare italiano, nel quale sono inclusi i cacciabombardieri da guerra F-35 il cui costo – nonostante la riduzione da 131 a 90 - potrebbe subire un vistoso innalzamento per le tasche del contribuente italiano[2] e che vanno ad aggiungersi ai 71 programmi di armamento già in essere in questi ultimi dieci anni.

«Milioni di persone e di famiglie non ce la fanno più» - dice Flavio Lotti, coordinatore nazionale di Tavola della Pace - «si tagliano i servizi alla persona e agli enti locali che li devono fornire ma i soldi per comprare armi e per soddisfare le ambizioni dei nostri generali non mancheranno».

Data la situazione sociale, sarebbe forse il caso di riprendere l'idea dell'ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che, disegnando l'Italia come «portatrice di pace nel mondo» nel suo discorso di insediamento, chiese di svuotare gli arsenali di guerra, «sorgente di morte» per colmare «i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame».

«Ora il provvedimento dovrà andare alla Camera e il dibattito dovrà essere riaperto» - conclude Lotti - «C'è spazio per un serio e ragionevole ripensamento». E magari chiedersi anche a cosa servano realmente tutte queste armi che stiamo acquistando.

Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/se-per-comprare-armi-si-tagliano-i-militari-titolo-provvisorio/33353/

Note
[1] O.D.G. in Assemblea su P.D.L. 9/05273-A/023, Camera dei Deputati, 3 luglio 2012;
[2] Caccia F35, altro che tagli. Il costo è più che raddoppiato di Rachele Gonnelli, l'Unità, 17 ottobre 2012;

Caso Christopher Tappin: trafficante d'armi a sua insaputa?

Chritopher Tappin, al centro di un triangolo diplomatico Usa-Gb-Iran
foto: guardian.co.uk

Houston (Texas, Stati Uniti) - «Non sono un terrorista. Non ho mai avuto connessioni con il terrorismo e sono solo sgomento per il fatto che questa vicenda si sia spinta fino a questo punto, specialmente ora, che ho 65 anni e da quattro mi sono ritirato per godermi la pensione». A dirlo è Christopher Tappin, 65enne cittadino britannico – di Orpington, sud-est di Londra – da qualche mese al centro di un triangolo diplomatico tra il suo paese d'origine, gli Stati Uniti, dove è attualmente costretto agli arresti domiciliari e l'Iran.

Bandiera rossa. Tappin è infatti accusato di complotto per l'esportazione illegale di articoli da difesa, favoreggiamento all'esportazione e conduzione di transazioni finanziarie illegali dopo aver tentato di acquistare nel 2005 50 batterie per sistemi missilistici terra-aria “Hawk” da rivendere attraverso un passaggio in Olanda ad aziende di Teheran, nonostante l'embargo in vigore dal 2007 – o dal 1979, volendo seguire la timeline presentata da Al Jazeera[1] – frutto delle sanzioni unilaterali che gli Stati Uniti hanno ritenuto necessario applicare per contrastare il programma nucleare iraniano e che, come riportava “Il Post” ad agosto[2], sarebbero state violate anche da Unicredit. In più, a Tappin è stata comminata una multa di 11.357 dollari, che equivale a quanto avrebbe guadagnato se l'affare fosse andato in porto.
Dietro alla Mercury Global Enterprises, la società dalla quale Tappin si sarebbe rifornito, c'erano in realtà alcune agenzie governative americane alla ricerca di società “sotto bandiera rossa”, che stessero cioè violando i divieti di vendita di tecnologia militare all'Iran come di fatto stava facendo Tappin attraverso la falsa documentazione presentata per aggirare l'obbligo di autorizzazione governativa necessaria all'esportazione delle batterie che, secondo l'ex presidente del golf club di Kent ed ex direttore della compagnia di spedizioni Brooklands International Freigh Services con base a Redhill, nel Surrey, Inghilterra sud-orientale, servivano per l'azienda automobilistica.

Ad incolpare Tappin c'è anche l'ex socio Robert Gibson, che ha fornito alle autorità più di 16.000 file (tra cui anche una lista di e-mail) che comproverebbero come i due avessero instaurato già da tempo un proficuo rapporto commerciale con gli iraniani. Gibson, ha patteggiato già nel 2007 ed ha dunque già scontato la sua condanna a 24 mesi di carcere. Per Robert Caldwell, cittadino americano che fungeva da contatto negli Stati Uniti, sono 20 i mesi di prigione decretati dalla corte lo scorso luglio.

Banche armate, presentato il dossier sulle bombe a grappolo

foto: thecuttingedgenews.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/banche-armate-presentato-il-dossier-sulle-bombe-a-grappolo/28854/

Berlino, 23 giugno 2012 – Venerdì scorso è stata lanciata la “Worldwide Investments in Cluster Munitions, a shared responsibility”[1], una ricerca realizzata da IKV Pax Christi e FairFin, entrambe facenti parte della Cluster Munition Coalition (CMC), una ricerca che mostra come dal 2009 banche ed altre istituzioni finanziarie di sedici paesi abbiano investito più di 43 miliardi di dollari in compagnie che producono le cluster bombs (le famigerate bombe a grappolo di cui è da tempo noto l'impatto, in particolare sulla vita delle popolazioni civili), motivo per il quale la CMC ha richiamato i governi dei paesi che hanno aderito alla Convenzione di Oslo – che bandisce tali bombe - affinché procedano al divieto di investimento nel settore attraverso la creazione di una legge nazionale in materia.

L'Italia – che dall'11 al 14 settembre 2012 andrà al meeting di Oslo per la prima volta come Stato-Parte dopo aver accolto definito attraverso l'articolo 7 della specifica legge che vieta non solo il finanziamento diretto alla produzione, ma anche il supporto finanziario per quanto riguarda produzione, detenzione e commercio.
Già due anni fa, con il disegno di legge 2136 le senatrici Silvana Amati del Partito Democratico e Barbara Contini all'epoca del Popolo della Libertà (oggi migrata in Futuro e Libertà), si era tentato di legiferare sulla questione, ma la proposta è ferma da due anni in Commissione Finanza e Tesoro. «È quantomai illuminante il fatto che addirittura le banche, in genere recalcitranti su alcuni argomenti si muovano più velocemente delle nostre istituzioni». «Da quella Commissione, che abbiamo contattato numerose volte, molte rassicurazioni e pochi fatti» - dice Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna Italiana contro le mine - «conosciamo il professor Baldassarri come una persona sensibile ad argomenti quali i diritti umani ma, evidentemente, in questo caso la sensibilità non basta e non era mai successo dal 1994 ad oggi che una proposta di legge così importante fosse totalmente ignorata non riconoscendole neanche la dignità di una calendarizzazione».

Dal rapporto, comunque, si evince chiaramente come dal 2009 un numero sempre maggiore di banche stiano pian piano abbandonando questo tipo di mercato, abbracciando un comportamento – che in realtà riguarda tutto il settore delle armi[2] – più etico nei loro investimenti. Sono in tutto 137 le banche e le istituzioni finanziarie ancora coinvolte in questo particolare mercato, 27 delle quali afferenti a paesi che fanno parte della Convenzione sulle munizioni cluster come Francia, Germania, Italia, Giappoen e Gran Bretagna. Per quanto riguarda l'Italia i nomi più in vista sono quelli di Intesa San Paolo – negli anni scorsi uno dei principali finanziatori della Lockheed Martin - ed Unicredit, che si sono impegnate ad abbandonare completamente il mercato delle bombe a grappolo anche se è ancora molto il lavoro da fare, in particolare nelle controllate dalle due holding. Il nostro è, secondo il rapporto, uno dei pochi paesi ad aver esteso il divieto anche al finanziamento di aziende produttrici.

Nonostante questo, comunque, della lista nera fanno parte i “soliti nomi”, tra i quali JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Deutsch Bank, Ubs, Credit Suisse, per una disposizione geografica che vede in testa alla lista gli Stati Uniti ed i suoi 63 istituti coinvolti, seguiti dalla Corea del Sud con 22 e dalla Cina con 16. Questi stessi paesi ospitano anche le principali aziende che producono le bombe a grappolo, cioè le statunitensi Lockheed Martin, Textron e Alliant Techsystems, le sudcoreane Hanwha e Poongsan e la Norinco, cinese. Chiude il gruppo dei produttori la Splav, sulla quale batte bandiera russa.

È interessante notare, in conclusione, come questi rapporti – che si parli di quello sulle bombe a grappolo o sulle banche armate – sembrano non attecchire in quella che qualcuno ha definito opinione pubblica, la cui coscienza anti-militarista, evidentemente, si è esaurita con la parata del 2 giugno.

Note
[1] Worldwide investments in cluster munitions a shared responsibility, giugno 2012;
[2] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/05/italia-il-mercato-rifugio-e-ancora.html

Export di armi, i conti non tornano


Roma - Il Consiglio dell'Unione Europea ed il Parlamento europeo l'hanno inserito sulla Gazzetta Ufficiale all'ultimo momento utile e senza troppa pubblicità, come fosse un semplice atto burocratico come gli altri, eppure la “XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari”[1] meriterebbe forse qualche attenzione in più, in particolare sulle cifre.

Armi e diritti umani. Nonostante una diminuzione del 21 per cento, le autorizzazioni (licenses) all'esportazione di materiali militari hanno raggiunto la cifra di 31,7 miliardi di euro. Sono stati principalmente i paesi dell'Unione Europea a permettere la diminuzione, passando dagli oltre 13 miliardi di euro del 2009 ai circa 9 del 2010 a seguito della crisi economica, che ha portato alcuni paesi europei a ridurre il budget nel campo militare. Di queste, poco meno della metà (48,8 per cento, pari a 15,5 miliardi di euro) sono state inviate verso i paesi del Sud del mondo.

È sulla questione “diritti umani”, comunque, che l'Unione Europea chiede di porre l'attenzione, chiedendo ai singoli stati di “valutare la posizione del paese destinatario in rapporto ai pertinenti principi stabiliti dagli strumenti internazionali in materia di diritti umani”, in particolare – continua il report – bisognerebbe porre l'accento sulle autorizzazioni verso quei paesi che, durante l'anno appena concluso, sono state teatro di sollevazioni popolari come l'Arabia Saudita (2,4 miliardi di euro), l'Oman (1,16 miliardi), l'Algeria (933 milioni), la Libia (293 milioni), l'Egitto (211 milioni) e il Bahrain (56 milioni).

Dati non dati. Il report si concentra anche su un altro – e forse ancor più interessante – aspetto. «I totali della “riga C” (le consegne)» - sostiene il report - «non riflettono le effettive esportazioni di armamenti dell'Unione». Paesi come Grecia, Danimarca, Germania e Regno Unito infatti da alcuni anni non forniscono più i dati. Una mancanza sospetta in particolare per questi ultimi due paesi, tra i maggiori esportatori europei e internazionali di sistemi militari.

Tra le “anomalie” non poteva mancare l'Italia. Mentre il paese si interroga sull'utilità – economica e sociale – dell'acquisto degli F-35[2] infatti, i dati ufficiali forniti dalla nostra Presidenza del Consiglio parlano di un valore di 2.754 milioni di euro – cifra in linea con quanto veniva dichiarato negli anni precedenti - ma ha segnalato all'Unione Europea esportazioni per soli 615 milioni di euro.

«Considerate queste reiterate mancanze» - scrive Giorgio Beretta sul sito unimondo.org - «la Relazione dell'Unione Europea sulle esportazioni militari appare oggi, a tredici anni dall'entrata in vigore del Codice di Condotta, un documento pressoché inservibile per poter analizzare con precisione le effettive esportazioni di armamenti dei paesi dell'Unione. Occorre ormai chiedersi se queste più che carenze e anomalie non siano invece un subdolo e reiterato boicottaggio dell'unico documento ufficiale dell'Unione che dovrebbe essere in grado di esplicitare con precisione informazioni di ampio interesse che concernono la politica estera e di difesa dei paesi europei».SB

Note
[1] XIII Relazione annuale sul controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari, Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea. 30 dicembre 2011;
[2] Taglia le ali alle armi!, Rete Italiana per il Disarmo, 21 settembre 2011;

La geopolitica del gas


In una delle più famose frasi attribuitegli, Albert Einstein sostiene di non sapere con cosa sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale, ma di essere sicuro che la quarta si combatterà con bastoni e pietre.
Sarebbe stato interessante anche sapere se fosse a conoscenza dei motivi per cui le guerre future verranno combattute.
Escludendo i “fattori umanitari”, spesso usati come paravento di ben altre – e decisamente meno nobili – motivazioni, sicuramente le guerre future verranno combattute per il controllo delle risorse energetiche. I prodromi per il futuro conflitto per il controllo di gas e petrolio – cioè le nuove chiavi di volta della geopolitica internazionale e dei suoi equilibri – sono già evidenti.
  • Eni: il cane con le zampe in pasta ovunque.

È il 1953, siamo nell'Italia che tenta di ricostruire se stessa dopo il secondo conflitto mondiale. La parola chiave dell'allora governo De Gasperi VII è una sola: liquidare i vecchi carrozzoni che costano e non danno rendimenti, prima tra tutte l'AGIP, l'Azienda Generale Italiana Petroli, istituita per regio decreto nel 1926 per lo svolgimento d'ogni attività relativa all'industria e al commercio dei prodotti petroliferi. Ad occuparsi della pratica viene chiamato l'imprenditore marchigiano, partigiano e - dal 1948 al 1953 - parlamentare in quota Democrazia Cristiana Enrico Mattei, che non solo non seguì le direttive governative, ma addirittura riuscì a portare il neo-nato Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) a sfidare le grandi multinazionali petrolifere (le c.d. “7 sorelle”) sfruttando un atteggiamento politico per certi versi post-ideologico che permise a Mattei in patria di non avere un referente fisso nell'emiciclo parlamentare – è rimasta celebre la sua concezione dei partiti politici come taxi “sui quali salire, farsi portare a destinazione, pagare la corsa e scendere”- ed a livello internazionale di diventare sempre più interlocutore favorito per quei paesi che, uscenti dall'esperienza colonialista, stavano creandosi il proprio spazio nello scacchiere globale.

Di tempo dal “metodo Mattei” e dall'attentato che ne uccise l'ideatore mentre con il suo velivolo era in volo sui cieli di Bascapè (Pavia) il 27 ottobre 1962 ne è passato tantissimo, così come la natura stessa dell'ENI non è più quella con la quale Mattei l'aveva pensata. Divenuta ormai una delle principali compagnie mondiali, tanto da poter interloquire alla pari con colossi del calibro di Exxon, Royal Dutch Shell e Chevron, si distingue per un ancor più accentuato menefreghismo delle regole e delle leggi nei paesi ove si trova ad operare.

War on (T)Errorism: la guerra in Iraq e l'esilio vietato a Saddam Hussein

[http://www.youtube.com/watch?v=KwfDHXT7RBM per chi non riuscisse a visualizzare il video]

Baghdad (Iraq) - È il 30 dicembre 2006. Il leader iracheno Saddām Husayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī viene giustiziato per impiccagione dalle forze alleate che ormai da tre anni gli danno la caccia.

Con quell'impiccagione il mondo vedeva uno dei suoi peggiori incubi – il regime iracheno e le armi di distruzione di massa in suo possesso – definitivamente concluso. Il cittadino medio poteva finalmente tornare a dormire sonni tranquilli perché, come nelle migliori produzioni hollywoodiane, il bene aveva trionfato di nuovo. O forse no?

Siamo ai primi di febbraio del 2003: Colin Powell – allora Segretario di Stato del primo governo di George W. Bush – presenta in sede ONU le incontrovertibili prove in possesso degli americani che testimoniavano non solo le innumerevoli violazioni della risoluzione 1441 [http://www.un.org/News/Press/docs/2002/SC7564.doc.htm] ma anche la presenza delle armi di distruzione di massa che, si diceva, in breve periodo il leader iracheno avrebbe di certo venduto ad Al Quaeda, con la quale certe erano le connivenze.

«Saddam ha scorte per armare almeno 16.000 testate con agenti chimici o biologici. L'iraq ha già testato le armi chimiche sulle persone utilizzando dei condannati a morte come cavie e non ha giustificato neanche un cucchiaio dell'antrace che ha prodotto» disse Powell durante la sua “deposizione”. Già, l'antrace. In quel periodo c'era una vera e propria psicosi (ovviamente ben alimentata dal sistema mediatico mainstream) ed ogni giorno si potevano leggere notizie di casi in cui anonime buste da lettere erano riempite con questa strana polverina dall'altrettanto anonimo – almeno in termini mediatici – passato. «Ogni mia affermazione è suffragata da prove», ebbe anche l'ardore di dire il Segretario di Stato prima che – dovrà comunque passare qualche anno – il mondo si accorgesse che tutto quello che dall'11 Settembre 2001 fino a quella data era stato “trovato” in merito ai rapporti Iraq-Al Quaeda era una bufala, costruita ad arte con l'unico scopo di togliere di mezzo il leader iracheno. Di lì ad un mese – con l'appoggio di un'opinione pubblica messa all'angolo dalla “Strategia della tensione” a stelle e strisce – sarebbe partito il conflitto iracheno che portò alla deposizione di Saddam Hussein, ma che di armi di distruzione di massa non ne trovò neanche mezza! D'altronde Hans Blix e Mohamed El Baradei, allora responsabili del programma di ispezione dell'ONU per accertare la presenza di tali ordigni erano stati più che chiari: l'Iraq, almeno sotto questo aspetto, era pulito.

One weapon per child


«La pratica del mondo sportivo militare, veicolata all'interno delle scuole, oltre ad innescare e ad instaurare negli studenti la “conoscenza e l'apprendimento” della legalità, della Costituzione, delle istituzioni e dei principi del diritto internazionale, permette di evidenziare, nel percorso educativo, l'importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al “bullismo” grazie al lavoro di squadra che determina l'aumento dell'autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo».


Quando un paio di mattine fa ho letto questa frase pensavo fosse uno scherzo. Sapevo che il premier ieri doveva presentarsi in Parlamento e dunque credevo che fosse un passaggio delle tante barzellette che avrebbe raccontato in quella sede.
Ho avuto qualche sentore che ci fosse poco da ridere quando ho letto che l'idea era del duo Gelmini-La Russa. In realtà parlare di “idea originale” del duo forse è eccessivo, visto che – come sostiene il dott. Giuseppe Colosio, direttore scolastico per la Lombardia in un'intervista a PeaceReporter – questa della militarizzazione delle scolaresche è un'attività diffusa nel nord Europa ed in particolare in Gran Bretagna (almeno la Ministra della (D)Istruzione questa volta non si è limitata a Wikipedia come nel caso dell'opuscolo per il 150° dell'Unità d'Italia [http://informarexresistere.fr/la-gelmini-copia-da-wikipedia-l%E2%80%99opuscolo-per-le-scuole]) e, udite udite, quello che sta(rebbe) per iniziare è il quarto anno di sperimentazione. Il progetto “Allenati per la vita” così come è stato presentato è infatti idea risalente al settembre 2007, anche se nel 2005 era già in fase di sperimentazione in quel di Brescia. Poi uno dice che pensa male...
Dopo l'introduzione della mini-naja, questo corso – per adesso attivato nella sola Lombardia – va ad inserirsi nelle politiche governative per i giovani, che prevedono alla fine della legislatura la trasformazione dei giovani in un branco di pecore ammaestrate. Però con la divisa addosso!

In cosa consiste questo corso è presto detto. Innanzitutto iniziamo dalle cifre: 120 volontari dell'Unione Ufficiali in Congedo avranno il compito di educare (o ri-educare?) gli studenti alla cultura militare con corsi sia teorici che pratici, tra i quali da segnalare sicuramente sono i corsi “sopravvivenza in ambienti ostili” (anticipazione del futuro da precari sottopagati nel quale tutti sembra dovremo passare...), “difesa nucleare, batteriologica e chimica” (perché tutti sappiamo che questo paese quotidianamente subisce attacchi di questo tipo) e “insegnamento all'arma” con archi, frecce e pistole ad aria compressa.

Finché c'è guerra, c'è speranza!

Stamattina ero partito con l'idea di scrivere un articolo su quella aberrazione dell'intelletto che risponde al decreto sicurezza. Ok, viste le cretinate che ci sono scritte sopra sarebbe meglio definirlo della INsicurezza. Ma nel paese in cui si definisce eroe un mafioso è evidente che il senso delle parole è una libera interpretazione di chi le usa. Non voglio analizzarla tutta questa legge – anche perché con tutto quel che ho da dire ci potrei scrivere un trattato più che un articolo. Mi interessa analizzare solamente quella che considero la parte più controversa: la questione migranti.
Vediamo nel dettaglio cosa dice il c.d. “decreto Alfano”:

  • permesso di soggiorno a chi HA GIA' un lavoro in Italia. E già qui c'è la prima cretinata: se io vengo in Italia per cercare lavoro mi sa che in Italia un lavoro non ce l'ho, altrimenti che ci vengo a fare in Italia a cercare lavoro se ho già un lavoro in Italia? (p.s..le ripetizioni sono volute...)
  • Nel caso di perdita del lavoro l'immigrato – con documenti in regola presumo – può essere iscritto nelle liste di collocamento per un periodo di 6 mesi, dopodiché di considera clandestino. Io lavoratore immigrato devo presentare la domanda per il rinnovo al massimo entro 60 giorni (a norma di legge sarebbero 90) prima della scadenza del vecchio pds. Mettiamo che io non conosca bene la lingua italiana. Figuriamoci del conoscere la burocrazia che quella non la conosciamo nemmeno noi che ci siamo nati in questo paese. Io so di persone che in 6 mesi non sono riusciti a rinnovarlo quel documento, non per volere loro ma per la bradipica lentezza della nostra burocrazia. In questo caso a chi si attribuisce l'etichetta di “clandestino”?
  • Ciascuna famiglia potrà regolarizzare una sola colf; numero illimitato per le badanti. Perché appena l'ho letto mi è venuto in mente che la Carfagna disse di avere una badante per la madre (e non so con quale inquadramento contrattuale...)?
Diciamo che questi sono alcuni dei punti su cui da sempre ho avuto qualcosa da dire. In realtà c'è sempre stata una domanda che mi sono posto ogniqualvolta si parlasse di immigrazione, clandestinità ed affini. Queste persone, questi uomini e queste donne che vengono in Italia – mi sembra scontato dirlo – scappano da qualcosa.
Ma da cosa?

In molti casi, penso per esempio ai migranti dai paesi africani, scappano dalla povertà. Scappano da condizioni di vita che noi neanche riusciamo ad immaginare. Scappano dalla guerra.
E qui avviene il “black out mentale”: chi c'è dietro quelle guerre?

Incuriosito, accendo il mio bel portatile e vado su google. Mi imbatto ad un certo punto in questo piccolo documento, che riporto fedelmente:

“Fonte: Corriere della Sera – 28 maggio 2006. NAIROBI-Le accuse dell'Onu sono durissime:«L'Italia lo scorso autunno ha fornito materiale militare al Governo Federale di Transizione somalo (Tfg), violando l'embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza». Assieme all'Italia...” etc etc...

Cosa? Non ci potevo credere! Come può il mio paese, quello stesso paese che ha all'art.11 della sua carta costituzionale la dicitura: “L'Italia rifiuta la guerra come strumento d'offesa” e che si vanta di essere tra i maggiori esperti dell'esportazione della pace nel mondo, finanziare la guerra somala? A quel punto mi sembra normale saperne di più.
“...al terzo posto c'è l'Italia” - trovo scritto su PeaceReporter - “con 34,1 milioni di dollari. Il nostro paese, secondo quanto Microfinanza ha trovato nei dati Onu, ha rifornito la Siria per oltre 20 milioni di dollari e il Libano per 13,8 milioni. Una piccola fornitura da 42 mila dollari di 7 tonnellate di «armi non militari» è arrivata anche in Iran nel 2004. Con quest'ultimo paese abbiamo anche scambi – per un valore di 303 mila dollari – di forniture nucleari, insieme ai “cari amici” libici, con i quali abbiamo addirittura una joint venture tra Finmeccanica e Libyan Company for Aviation Industy (la Libyan Italian Advanced Tecnology Compani, Liatec).”
Abbiamo consegnato armi all'Eritrea, a India e Pakistan che si facevano vicendevolmente la guerra (quando si parla di soldi e pallottole non si guarda in faccia nessuno, no?), ad Algeria, Turchia e Colombia – con quest'ultima non oso immaginare quale sia la moneta di scambio – i cui eserciti non brillano certo per il rispetto dei diritti umani.
Non parliamo poi dell'”affaire” F35, gli aerei invisibili che ci costeranno la “modica” cifra di 14 miliardi di euro. Soldi che potevano benissimo essere utilizzati per una seria ricostruzione de L'Aquila. Ma questa sarebbe stata un'operazione “per il popolo”, e si sa che il governo va sempre in controtendenza a chi dovrebbe governare.
«I cacciabombardieri Joint Strike Fighter” - spiega, sempre a PeaceReporter, Walter Bovolenta dell'Assemblea Permanente NOF35- “rappresentano il primo sistema d'arma concepito per rispondere alle esigenze della nuova “gendarmeria mondiale” rappresentata dalla Nato. L'Italia produrrà e si doterà di un aereo militare ideato non per difendere il nostro spazio aereo nazionale, ma per partecipare a future missioni di guerra all'estero, per andare a bombardare in giro per il mondo, seminando morte, distruzione e sofferenza». E tanto per continuare a pulirsi il culo con la Costituzione.
Leggo addirittura – datato 22/07/2009, cioè ieri – dell'approvazione di alcuni emendamenti alla legge n°185/90 sulla trasparenza ed il controllo del commercio di armi per favorire i “venditori di morte”. Ciò vuol dire che da oggi se vendo 1 al mercato regolare delle armi, venderò 100-200 al mercato nero. E nel mercato nero lo sappiamo tutti chi c'è.
Banco Ambrosiano Veneto; Cassa di Risparmio di Firenze; Cassa di Risparmio di Imola, Bnl, Credito Italiano-Unicredito; Comit-Banca Intesa e San Paolo-Imi. Queste, insieme ad istituti bancari esteri come Banco Santander, Barclays, BBVA, BNP Paribas, Deutsche Banck, ING sono tra i finanziatori dei venditori di morte. I 13 istituti bancari principali hanno investito 39,6 miliardi di euro in pratiche e compagnie a dir poco discutibili. Come la Textron, che produce letali munizioni a grappolo, o come la Petrochina e la Vedanta Resources, che detengono dei record nella distruzione dell'ambiente. Le scuse addotte dalle banche (o Banche Armate, come la campagna di sensibilizzazione è stata chiamata) sono veramente ridicole: si passa dal “siamo solo finanziatori passivi” (per la serie “entrasse anche Bin Laden o Bush i soldi glieli diamo lo stesso”) come il Banco Ambrosiano Veneto al “sono armi non offensive” della Cassa di Risparmio di Imola. Scusa degna delle peggiori barzellette del premier.
Visti e considerati gli interessi in gioco – ed i giocatori – io credo sia doveroso che la società civile si svegli, informandosi e facendo pressione su governi ed istituzioni (bancarie e non) affinché i soldi dei nostri conti corrente non vadano a finanziare questo o quel signore della guerra afghano o somalo o di dove volete voi.

Ma come si dice: “Finché c'è guerra, c'è speranza”.

Ecco da cosa scappano quegli uomini e quelle donne che sbarcano sulle nostre coste, che tentano di attraversare i confini. Scappano da quel mondo che noi "popoli ricchi ed esportatori di pace" siamo correi a formare.

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