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Armi chimiche in Siria, l'Europa non si fida di Stati Uniti ed Israele

foto: comedonchisciotte.org

Bruxelles (Belgio) - L'Unione Europea denuncia come «totalmente inaccettabile» l'uso di armi chimiche da parte di Bashar al-Assad, pur evidenziando come non vi siano ancora prove certe sul reale utilizzo. Da qui la richiesta: un maggior monitoraggio ed un'indagine Onu, così come avvenne per le mai individuate “armi di distruzione di massairachene.

Gli Stati Uniti hanno dettato l'agenda per intervenire militarmente in Siria. Una volta oltrepassata la “linea rossa”, infatti, l'Occidente sarà costretto a destituire al-Assad manu militari. Le armi chimiche sono, come proprio l'invasione dell'Iraq insegna, la motivazione che permetterebbe di cambiare le regole del gioco, come ha più volte evidenziato l'amministrazione statunitense che ha però definito come ancora non sufficienti le prove a sua disposizione. Il casus belli siriano potrebbe essere quanto avvenuto a nord di Aleppo, nel villaggio di Khan al-Asal lo scorso 19 marzo, quando morirono 26 persone anche grazie all'uso di armi chimiche, stando almeno alla ricostruzione fatta da Francia, Gran Bretagna e dal generale Itay Brun, alto ufficiale dell'Aman, l'intelligence militare israeliana. I ribelli avrebbero inoltre raccolto le prove dell'uso di queste armi - tra cui il gas nervino "Sarin" - in almeno dieci località a partire da dicembre. 

«Il regime non sembra aver rispetto per la vita umana, ma potremo prendere posizione solo quando avremo la prova definitiva dell'uso di armi chimiche» ha detto Michael Mann, portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera europea Catherin Ashton. Posizione in  linea con quanto dichiarato dal Segretaro Generale dell'Onu Ban Ki-moon che, attraverso il suo portavoce, ha fatto sapere di non essere «nella posizione di commentare informazioni provenienti dall'intelligence americana». 

Il pericolo maggiore, per l'Europa, potrebbe essere un nuovo “effetto Colin Powell”, lo show che nel febbraio 2003 l'allora Segretario di Stato dell'amministrazione Bush si prodigò a realizzare alle Nazioni Unite con tanto di materiale video, fotografico e boccetta di antrace tra le mani. L'invasione irachena partì proprio da quelle innegabili certezze. Innegabili fino alla loro smentita.

Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/armi-chimiche-in-siria-leuropa-non-si-fida/41240/

War on (T)Errorism: la guerra in Iraq e l'esilio vietato a Saddam Hussein

[http://www.youtube.com/watch?v=KwfDHXT7RBM per chi non riuscisse a visualizzare il video]

Baghdad (Iraq) - È il 30 dicembre 2006. Il leader iracheno Saddām Husayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī viene giustiziato per impiccagione dalle forze alleate che ormai da tre anni gli danno la caccia.

Con quell'impiccagione il mondo vedeva uno dei suoi peggiori incubi – il regime iracheno e le armi di distruzione di massa in suo possesso – definitivamente concluso. Il cittadino medio poteva finalmente tornare a dormire sonni tranquilli perché, come nelle migliori produzioni hollywoodiane, il bene aveva trionfato di nuovo. O forse no?

Siamo ai primi di febbraio del 2003: Colin Powell – allora Segretario di Stato del primo governo di George W. Bush – presenta in sede ONU le incontrovertibili prove in possesso degli americani che testimoniavano non solo le innumerevoli violazioni della risoluzione 1441 [http://www.un.org/News/Press/docs/2002/SC7564.doc.htm] ma anche la presenza delle armi di distruzione di massa che, si diceva, in breve periodo il leader iracheno avrebbe di certo venduto ad Al Quaeda, con la quale certe erano le connivenze.

«Saddam ha scorte per armare almeno 16.000 testate con agenti chimici o biologici. L'iraq ha già testato le armi chimiche sulle persone utilizzando dei condannati a morte come cavie e non ha giustificato neanche un cucchiaio dell'antrace che ha prodotto» disse Powell durante la sua “deposizione”. Già, l'antrace. In quel periodo c'era una vera e propria psicosi (ovviamente ben alimentata dal sistema mediatico mainstream) ed ogni giorno si potevano leggere notizie di casi in cui anonime buste da lettere erano riempite con questa strana polverina dall'altrettanto anonimo – almeno in termini mediatici – passato. «Ogni mia affermazione è suffragata da prove», ebbe anche l'ardore di dire il Segretario di Stato prima che – dovrà comunque passare qualche anno – il mondo si accorgesse che tutto quello che dall'11 Settembre 2001 fino a quella data era stato “trovato” in merito ai rapporti Iraq-Al Quaeda era una bufala, costruita ad arte con l'unico scopo di togliere di mezzo il leader iracheno. Di lì ad un mese – con l'appoggio di un'opinione pubblica messa all'angolo dalla “Strategia della tensionea stelle e strisce – sarebbe partito il conflitto iracheno che portò alla deposizione di Saddam Hussein, ma che di armi di distruzione di massa non ne trovò neanche mezza! D'altronde Hans Blix e Mohamed El Baradei, allora responsabili del programma di ispezione dell'ONU per accertare la presenza di tali ordigni erano stati più che chiari: l'Iraq, almeno sotto questo aspetto, era pulito.

In amore e guerra tutto è permesso

Tra le due notizie che arrivano da Gaza non so quale delle due sia più raccapricciante. Il vecchio proverbio dice che «in amore e in guerra tutto è permesso». Ma procediamo per gradi.

Durante la prima Intifada – 1987 – si diceva che gli israeliani avessero una strana “usanza” di guerra: restituire i cadaveri dei giovani palestinesi, dopo 5 giorni, con una cucitura che andava dall'addome alla gola. Noi italiani abbiamo avuto modo di vedere questa pratica sul corpo di Stefano Cucchi, il giovane 31enne arrestato, torturato ed ucciso dalla polizia nell'ottobre scorso. Perché questa strana operazione? Perché gli israeliani avevano bisogno di “pezzi di ricambio” (cornee, ossa, pelle etc...) per i loro ospedali, in particolare quelli militari dove la pelle veniva riutilizzata per curare le ustioni dei militari della Stella di David.

«Dopo il prelievo delle cornee incollavamo le palpebre dei cadaveri, ma questo non veniva fatto per quei cadaveri per i quali sapevamo i familiari avrebbero aperto le palpebre». È la confessione-shock di Jehuda Hiss, dottore presso l'istituto di medicina legale Abu Kabir al quotidiano svedese Aftonbladet. Modus operandi poi confermato anche da un comunicato stampa dell'esercito israeliano, che però si era lavato la coscienza dicendo che questa era una consuetudine non più in voga da una decina d'anni. Evidentemente anche in guerra esistono le mode...
Quando esce lo scandalo c'è un mezzo incidente diplomatico tra Israele e Svezia, con il premier Netanyahu che pretese una ferma condanna per l'articolo che svelava procedure non degne di chi professa la sua appartenenza alla razza umana. Condanna che non arrivò perché il premier svedese fece notare una certa “postilla” nella carta costituzionale svedese: la chiamano libertà di stampa. Se un articolo simile fosse uscito nel nostro paese filo-sionista (ed in questo destra e sinistra, come in molte altre cose, vanno a braccetto) come minimo il giornalista che se ne sarebbe occupato sarebbe stato cacciato con disonore dal giornale per il quale lavorava. Oltre all'accusa di essere comunista, che è un epiteto ormai buono per tutte le stagioni.

Nel 2004 Hiss viene rimosso dall'incarico a causa di irregolarità nelle autopsie su denuncia di familiari di soldati israeliani e palestinesi. Il Procuratore Generale di Israele fece cadere le accuse ed oggi Hiss è ancora al suo posto, ufficiosamente a continuare la pratica di “ricercatore di ricambi autorizzato”. Tutto il mondo è paese, evidentemente.

In realtà c'è una cosa che non capisco: non sarà pericoloso utilizzare organi contaminati da impiantare sugli israeliani?

Nei giorni scorsi è stato presentato a Roma uno studio – realizzato dai professori Paola Manduca dell'università di Genova, Mario Barbieri del CNR e Maurzio Barbieri de “La Sapienza” - su tracce di elementi chimici tossici rilevate sui crateri delle bombe israeliane nel 2006 e durante l'operazione Piombo Fuso (un nome una garanzia) tra il 2008 ed il 2009. Quel che ne è venuto fuori è sconvolgente. Nei crateri di Beit Hanoun, Jabalya e Tufah ci sono residui di elementi quali il Tungsteno ed il Mercurio (che hanno effetti tossici e cancerogeni); Molibdeno (tossico per gli spermatozoi con effetti sulla spermatogenesi); Cadmio (cancerogeno); Cobalto (che ha effetti mutageni e può causare la rottura della catena del dna). La videoconferenza Roma-Gaza dove si sono illustrati questi tremendi risultati, è stata seguita dai principali organi del circuito mainstream di tutto il mondo, tranne che da quelli italiani (c'erano solo pochissimi giornalisti della rete antagonista), per i quali ormai il metodo di nascondere verità “scomode” - essendo noi un paese “sionist-friendly” - si è allargato ormai anche su scala nazionale.

Nei crateri – ovviamente – si riscontrava anche la presenza di uno dei più devastanti agenti chimici che l'uomo potesse inventare: quel fosforo bianco che, utilizzato durante la guerra in Vietnam (1962-1975) continua ancora oggi, a distanza di più di trent'anni, a far nascere bambini con forti deformazioni e malattie genetiche. Ma d'altronde si sa, “in amore e guerra tutto è permesso”. Anche il genocidio di bambini non ancora nati.