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Inter Press Service, decolonizzare il mondo ribaltando l'informazione

La IPS è la prova che i miracoli esistono, purché siano umani: questo miracolo è il frutto dell'umana ostinazione dei naviganti che attraversano mari nemici, giorno dopo giorno, aprendo la strada all'informazione onesta e alla libertà di opinione.
Eduardo Galeano]
foto: antonella.beccaria.org

Roma – Quando si parla di sigle e giornalismo gli acronimi che per primi arrivano alla memoria sono quelli della Cable News Network (CNN) o della British Broadcasting Corporation, meglio nota come BBC. Meno quello della nostra Rai, che per chi non lo sapesse nasce come Radio Audizioni Italiane. Ancor meno vengono citate le iniziali della Inter Press Service (IPS) (qui il link all'edizione italiana), nonostante questa, da quando è stata fondata – l'anno è il 1964 – ricopra un ruolo fondamentale nel panorama giornalistico mondiale: ribaltare la direzione delle notizie tra Nord e Sud del Mondo.

«Sin dall'invenzione del telegrafo le agenzie di stampa internazionali hanno orientato la visione del mondo di ognuno di noi, contribuendo invariabilmente a condizionarla in base agli interessi geopolitici dei poteri forti» - si legge nella bandella del libro di Roberto SavioI giornalisti che ribaltarono il mondo. Le voci di un'altra informazione” edito da Nuovi Mondi nel 2011 - «Dopo la Seconda guerra mondiale, il 94% delle notizie dei giornali di tutto il mondo in materia di affari esteri proveniva da 4 agenzie, la AP, la UPI, la AFP e la Reuters. Una copertura che non lasciava spazio alla nuova realtà che stava nascendo dalla decolonizzazione e che accentuava gli schemi manichei della Guerra Fredda».

È da questo evidente disequilibrio che un gruppo di giornalisti guidati dall'italo-argentino Savio decide di creare la prima agenzia di stampa che ribalti il mondo. L'autore - che dell'agenzia è stato direttore fino al 2000 ed oggi è cofondatore e segretario generale di Media Watch Global – ha raccolto ben cento testimonianze di cosa sia stata la IPS nel tempo. Varie sono quelle che evidenziano i problemi legati al lavorare “contro il sistema precostituito”, introducendo tematiche oggi comprese nell'agenda setting ma che negli anni Sessanta erano assolute novità, come il racconto dei paesi del Terzo Mondo fuori dall'ottica dei soli interessi occidentali, i diritti umani (in un'epoca nella quale le dittature venivano usate dal Primo Mondo quasi come strumento di politica estera), le tematiche ambientali o quelle di genere. La peculiarità del modo di raccontare i fatti della IPS è sempre stato quello di non limitarsi a raccontare il semplice avvenimento

In memory of Osama Bin Laden...delle parole e del mistero della foto falsa


Osama Bin Laden è stato ucciso. Lo ha annunciato in conferenza stampa il Presidente Barack Obama. Ma la morte dello "sceicco del terrore" e capo del network terroristico di Al Quaeda in circa dieci anni di conflitto è stata annunciata già troppe volte per essere presa come notizia "indiscutibile". Infatti, anche questa volta...
Quella qui sopra è la foto che "ufficializza" la notizia: Osama Bin Laden - lo "sceicco del terrore" - è morto. C'è addirittura l'intervento del Presidente Barack Obama a rendere ancor più vera la notizia. Ma è davvero così? Bin Laden è davvero morto questa volta?

A voler essere onesti, ormai dovremmo aver perso il conto di tutte le volte in cui hanno annunciato la morte dello sceicco ma, come - giustamente - potrebbe obiettare qualcuno, questa volta c'è una prova inconfutabile: un'immagine.
E qui il primo "scoop": la fonte è Maso Notarianni (dunque PeaceReporter, "circuito" Emergency e per questo una fonte "al di sopra di ogni sospetto"...più o meno) - che ci racconta che quella foto è un falso. Palese.
Il file sarebbe stato salvato - dal sito "unconfirmedsources"- come "20060923-torturedosama.jpg" e dunque risalirebbe addirittura al 23 settembre del 2006. Se questo è vero, se - cioè - questa fotografia risale al 2006, torna in auge in tutt'altra ottica quanto sosteneva nel 2007 l'ex Primo Ministro pakistano Benazir Bhutto:
secondo la quale, appunto, lo sceicco sarebbe stato assassinato ben prima della sua cattura ad Abbotabad, nella zona nord del Pakistan, annunciata nelle scorse ore.
Delle due l'una: o Maso Notarianni ha preso una cantonata - rimettendo dunque in discussione la "credibilità" di una fonte come PeaceReporter e, dunque, di tutto il "circuito mediatico" di Emergency - oppure gli americani, coadiuvati dai media mainstream, ci stanno raccontando l'ennesima menzogna.

Poi c'è quel salvataggio: "torturedosama". Anche chi con l'inglese ci litiga da sempre arriva facilmente a capire cosa significhino quelle due parole: "Osama torturato". "Da chi?", "Quando?", "Dove?" mi sembrano le domande minime da dover fare in questo caso. Perché se "Osama è stato torturato" allora ci dovrà essere per forza un torturatore, ed altrettanto naturalmente ci saranno stati un tempo ed un luogo in cui tali torture sono state perpetrate. Abbozzare delle risposte - che comunque non troverebbero conferma - su tempi e luoghi è inutile. Un po' meno probabilmente è tentare di dare risposte sulla paternità delle (eventuali) torture. Chi avrebbe - il condizionale è d'obbligo - torturato lo sceicco del terrore? Gli americani, che dunque lo avrebbero già in consegna da anni ed userebbero dei "fake", dei fantocci per perpetrare l'occupazione del suolo afghano (e non sarà certo questa foto a far tornare a casa le truppe, dato che la "guerra al terrore" e l'occupazione sono due cose separate...)?

Bocche cucite (e non è un modo di dire)

Le immagini che seguono sono decisamente forti. Perché ci raccontano ancora una volta quel che non vogliamo sentirci raccontare. Raccontano quello che non vogliamo vedere e che, per sentirci superiori abbiamo iniziato a definire, di volta in volta, "extracomunitari" o "clandestini" senza renderci conto - o rendendocene perfettamente conto, dipende dai punti di vista - di quanto questo imbarbarimento faccia male a loro, ai migranti rinchiusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione per una legge idiota che solo questo stato poteva ideare, e faccia male a noi, che ogni giorno diventiamo sempre più miserevolmente xenofobi, ignoranti e vuoti.
Loro - i migranti - ogni giorno tentano il suicidio ingoiando tutto quello che possono, dai pezzi di vetro alle pile. Ma quel che hanno fatto in quattro al C.I.E. di Torino e poi altri cinque in quello di Gradisca d'Isonzo  è un passo ulteriore verso il baratro a cui la "civile" Italia si sta avvicinando:

Sono immagini che ci pongono di fronte alla "solita" domanda: tra esseri umani diventati "clandestini" con un tratto di penna ed i cittadini che continuano a credere nel berlusconismo come fonte di tutti i mali chi è il più criminale?

Se noi ci siamo autodefiniti dalla parte del "bene" allora chi tutela il male quando il bene si prepara ad ammazzare (o a cucire le bocche, come in questo caso...)?

Graziato Tareq Aziz. Ma potrebbe non bastare...

Baghdad (Iraq) - Partiamo da un dato di fatto, ultimo in ordine di tempo: Jalal Talabani, attuale Presidente della Repubblica parlamentare dell'Iraq si è detto assolutamente contrario – da socialista – all'uccisione tramite impiccagione dell'ex numero due del regime baathista Tareq Aziz. Per cui, almeno per quanto riguarda la giustizia irachena, l'8 di picche (questa la carta assegnata all'ex vicepresidente nel famoso mazzo durante la prima fase dell'invasione) è salvo. Magra consolazione, però: Talabani si era espresso in termini simili anche per Saddam Hussein, e tutti sappiamo come è poi andata a finire. Questo dovrebbe farci capire il vero peso politico che l'attuale governo iracheno ricopre, e quanto concetti come “autodeterminazione” e “democrazia”, mere utopie nell'attuale Iraq, siano ancorati tutt'ora ai voleri di Washington. C'è poi un'altra particolarità nella vicenda di Tareq Aziz:

Clicca sull'immagine per ingrandire


questa è l'homepage che presentava qualche giorno fa il sito dell'Ong Amnesty International, organizzazione sulla cui obiettività ed imparzialità credo si possa difficilmente sindacare. O forse no? Nella versione italiana del sito (http://www.amnesty.it/index.html) compaiono aggiornamenti e azioni urgenti sul caso di Sakineh, la donna iraniana fino a poche settimane fa presente sulle prime pagine di tutti o quasi i nostri quotidiani così come sul caso di Asia Bibi, la donna che in Pakistan rischia la pena di morte per blasfemia o notizie sui detenuti nel braccio della morte americano. Dell'ex numero due dell'Iraq, però, non si trova traccia. Né in homepage né nella cronologia degli articoli presenti, e la cosa mi suona decisamente strana. Delle due l'una: o quelli dell'organizzazione – una volta letta la notizia della grazia – si sono prodigati nel cancellare qualsiasi riferimento a Tareq Aziz oppure non se ne sono occupati minimamente, cosa che porterebbe ad un'ovvia quanto fondamentale domanda: se i diritti umani sono universali, ed il diritto alla vita è il diritto umano per antonomasia (per cui diritto universale per antonomasia...) perché la vita di una donna iraniana – prendo sempre Sakineh come esempio perché giudico la vicenda archetipo della non-universalità con cui si tutelano i diritti umani nel mondo – viene salvata anche grazie ad una campagna mediatica che ha coinvolto tutto l'Occidente, mentre per Tareq Aziz vi è quasi un vuoto pneumatico nei media? Che forse la tutela dei diritti umani sia inversamente proporzionale alla quantità di vittime che il “salvato” ha fatto od al suo – eventuale – ruolo istituzionale?

I vuoti di memoria di Piero Fassino

«Un esercito in missione di pace è un esercito che spara per secondo».
[Piero Fassino, esponente di spicco del Partito Democratico].

È semplicemente geniale. Un'affermazione del genere ammetto che non me l'aspettavo neanche da quelli di estrema destra. Deve essere per questo che – in bocca a chi si spaccia ancora per uno “di sinistra” - la trovo decisamente imbarazzante. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo le puntate precedenti:

Piero Fassino – ex Partito Comunista e tutto il resto – qualche tempo fa aveva fatto trasalire chi ancora ha problemi ad accostare termini come “sinistra” e “centro” ammettendo che [citazione testuale]: «Ve lo dico con franchezza, qualche volta il leghismo nel mio cuore prorompe». E già lì, come direbbe il buon Gaber, ci sarebbe da incazzarsi, perché uno dice: ci ha preso per il culo fino adesso!

Non contento di aver informato l'elettorato che se reintroducessero il voto di preferenza votare per lui potrebbe voler dire votare Lega, nei giorni scorsi il nostro ha aggiunto un'altra piccola perla al bestiario (quella in apertura di post).
La puntata di ieri di “In ½ ora” che – ahimè – ho avuto l'ardore di guardare, si è rivelata interessante per due motivi: il primo è che dopo 9 anni dallo scoppio del conflitto afghano il nostro Ministro della Difesa ci ha finalmente fatto capire che parlare di “peace-keeping”, “missioni di pace” e tutto il corollario oltre che ipocrita è anche sbagliato: noi siamo in Afghanistan per fare la guerra, ed è in quest'ottica che va letta la sua richiesta al Parlamento di armare – o meno – i nostri caccia con le bombe. Più volte durante il programma di Lucia Annunziata il ministro ha sottolineato il fatto che adesso non se la sente più di prendere decisioni da solo, ed ha perfettamente ragione: perché devono grondare sangue solo le sue mani quando possono farlo quelle di tutti i parlamentari? Perché è questo quello che verrà chiesto a deputati e senatori: fare più vittime a suon di bombe. E chisenefrega se per ogni taleban ucciso ci rimarranno sotto anche 3-4 civili: basterà prendere qualche kalashnikov precedentemente sequestrato, metterlo accanto ai corpi delle vittime civili ed in un attimo otterremo anche noi la nostra “strage” di taleban così come in uso all'Isaf [“La fabbrica dei talebani” - PeaceReporter 20/09/2006, articolo presente nei documenti alla fine del post].

Il secondo motivo, ovviamente, sono state le esternazioni di Fassino, che ancora racconta la storiellina delle “missioni di pace”. Non contento, peraltro, in un'intervista concessa a Daniela Preziosi su Il Manifesto di ieri si prodigava nel richiedere la creazione di un “monumento ai caduti”.

War on (T)Errorism: la guerra in Iraq e l'esilio vietato a Saddam Hussein

[http://www.youtube.com/watch?v=KwfDHXT7RBM per chi non riuscisse a visualizzare il video]

Baghdad (Iraq) - È il 30 dicembre 2006. Il leader iracheno Saddām Husayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī viene giustiziato per impiccagione dalle forze alleate che ormai da tre anni gli danno la caccia.

Con quell'impiccagione il mondo vedeva uno dei suoi peggiori incubi – il regime iracheno e le armi di distruzione di massa in suo possesso – definitivamente concluso. Il cittadino medio poteva finalmente tornare a dormire sonni tranquilli perché, come nelle migliori produzioni hollywoodiane, il bene aveva trionfato di nuovo. O forse no?

Siamo ai primi di febbraio del 2003: Colin Powell – allora Segretario di Stato del primo governo di George W. Bush – presenta in sede ONU le incontrovertibili prove in possesso degli americani che testimoniavano non solo le innumerevoli violazioni della risoluzione 1441 [http://www.un.org/News/Press/docs/2002/SC7564.doc.htm] ma anche la presenza delle armi di distruzione di massa che, si diceva, in breve periodo il leader iracheno avrebbe di certo venduto ad Al Quaeda, con la quale certe erano le connivenze.

«Saddam ha scorte per armare almeno 16.000 testate con agenti chimici o biologici. L'iraq ha già testato le armi chimiche sulle persone utilizzando dei condannati a morte come cavie e non ha giustificato neanche un cucchiaio dell'antrace che ha prodotto» disse Powell durante la sua “deposizione”. Già, l'antrace. In quel periodo c'era una vera e propria psicosi (ovviamente ben alimentata dal sistema mediatico mainstream) ed ogni giorno si potevano leggere notizie di casi in cui anonime buste da lettere erano riempite con questa strana polverina dall'altrettanto anonimo – almeno in termini mediatici – passato. «Ogni mia affermazione è suffragata da prove», ebbe anche l'ardore di dire il Segretario di Stato prima che – dovrà comunque passare qualche anno – il mondo si accorgesse che tutto quello che dall'11 Settembre 2001 fino a quella data era stato “trovato” in merito ai rapporti Iraq-Al Quaeda era una bufala, costruita ad arte con l'unico scopo di togliere di mezzo il leader iracheno. Di lì ad un mese – con l'appoggio di un'opinione pubblica messa all'angolo dalla “Strategia della tensionea stelle e strisce – sarebbe partito il conflitto iracheno che portò alla deposizione di Saddam Hussein, ma che di armi di distruzione di massa non ne trovò neanche mezza! D'altronde Hans Blix e Mohamed El Baradei, allora responsabili del programma di ispezione dell'ONU per accertare la presenza di tali ordigni erano stati più che chiari: l'Iraq, almeno sotto questo aspetto, era pulito.

Quando la matematica è un'opinione: i casi Bolivia e Venezuela.

Qualche tempo fa il “leader del partito d'opposizione” (e non so quale dei termini mi dia più da riflettere tra “leader” e “opposizione”) Pierluigi Bersani, commentando non so bene quale cosa – ma tanto è indifferente, visto che da circa un ventennio ci sentiamo ripetere sempre le stesse frasi – se ne uscì evidenziando la sua paura che questo paese possa passare dall'incontrastato dominio di Berlusconi (naturalmente reso possibile proprio da quella “opposizione” che Bersani dovrebbe dirigere) a quello di un “Chávez de noantri”, cioè che questo paese passi da un populismo di destra ad uno di sinistra. Certo, se poi si pensa che il nostro ha chiesto ad uno come Nichi Vendola (cioè il “Berlusconi di sinistra”, come egli stesso si è definito in alcune interviste...) di far parte della riesumazione della salma ulivista, ahinoi, c'è poco da stare allegri.

L'ignoranza di Bersani – perché è di questo che si tratta – deriva da due cause fondamentali e concatenate tra loro: l'incapacità dei principali attori del proscenio politico – dell'uno e dell'altro schieramento – di non saper guardare al di là del proprio naso, considerando dunque l'Italia come il fulcro della geopolitica internazionale (scenario decaduto più o meno con la fine del colonialismo...), incapacità che deriva anche dalla malafede – aspetto numero due – dei nostri media, che più di una volta hanno inventato di sana pianta o rivisto in maniera alquanto originale notizie provenienti dall'America Latina. Basti leggere qui: http://www.gennarocarotenuto.it/2719-un-mitomane-a-la-repubblica/ o qui (dove peraltro si smonta il nuovo mito della sinistra radical-chic, cioè Yoani Sánchez): http://www.facebook.com/note.php?note_id=383405658230&id=1005860387&ref=mf, per non parlare della campagna ormai decennale contro Cuba, dove casualmente ci si dimentica sempre che il problema principale per l'isola – indipendentemente da Fidel Castro o dalla Sanchez – è il blocco economico (“El bloqueo”, come viene definito) che le “civili democrazie” di Stati Uniti ed Europa continuano ad osservare. Sapete no? Quella decisione tanto “democratica” grazie alla quale con 12 ore di blocco si cancella la fornitura annua di insulina necessaria a 60.000 persone; 5 ore equivalgono ai dializzatori necessari per un anno; tre giorni equivalgono a togliere la possibilità di stampare i libri di testo o di acquistare il materiale scolastico necessario per tutto l'anno scolastico; e l'elenco potrebbe andare avanti più o meno all'infinito. Ma non è di questo che voglio parlarvi.

La verdad de frente al mundo

La verdad de frente al mundo” è un documentario, della durata di circa 70 minuti, realizzato dall’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba con il quale si vuole (di)mostrare lo squilibrio dei media mondiali quando si parla dell’”affaire-Cuba”.

I pennivendoli filo-americani (ed i giornali che danno loro spazio) ci raccontano ormai da anni la favoletta che le azioni americane sono fatte per “pace e democrazia” da esportare, in questo aiutati anche da una “bloggera libera” come Yoani Sánchez, talmente libera da essere ormai diventata ridicola tanto è chiaro chi ne mantiene i fili. Quegli stessi pennivendoli, che ad esempio si prodigano nell’elencare le nefandezze dell’Iran dimenticano tutti gli atti terroristici compiuti su territorio cubano dagli United Snakes of America: dall’ormai annoso problema del blocco economico all’omicidio premeditato di migliaia di bambini, uccisi con l’introduzione del virus del Dengue qualche anno fa (grazie a quello stesso blocco economico, infatti, gli Stati Uniti vietarono l’introduzione dei medicinali necessari a salvare le vite di questi bambini), dall’operato di terroristi come Luis Posada Carriles ed Orlando Bosh Ávila – che oggi camminano tranquillamente per le strade di Miami, roccaforte del terrorismo controrivoluzionario – all’omicidio di Fabio Di Celmo, un giovane italiano rimasto vittima di un attentato all’hotel de L’Avana.

Grande spazio, naturalmente, viene dato alla detenzione illegale di cinque operatori dell’intelligence cubana, detenuti nelle carceri “democratiche” americane nonostante siano decadute tutte le accuse mosse nei loro confronti.

Non voglio aggiungere altro comunque, vi invito solo a guardare il documentario, ed a farne le considerazioni che più vi sembrano giuste.

Caccia alle streghe

Ricordate qualche mese fa la fanta-storia dell’influenza suina? Quella pandemia che, stando all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), governi e media conniventi avrebbe dovuto fare milioni e milioni di morti? La prima – e credo anche l’unica – giornalista che fin da subito denunciò, usando anche azioni legali oltre che servizi giornalistici, lo scandalo che si celava dietro il grande bluff si chiama Jane Burgermeister. Senza il suo lavoro probabilmente oggi saremmo in un mondo meno sicuro e più malato, perché grazie ai suoi servizi che giravano in quei giorni in rete molti cittadini hanno potuto capire cosa si celasse davvero dietro quell’operazione voluta da “Big Pharma” [vi invito per altro a leggere il libro omonimo di Jacky Law] in combutta con gli apparati mafiosi nazionali e sovranazionali (OMS in primis…).
Oggi Jane ha però bisogno che tutte e tutti coloro che grazie al suo lavoro hanno potuto rifiutare la vaccinazione di massa le diano una mano. Perché Jane in questi giorni ha subito un processo (sul quale parleremo a brevissimo…) proprio per il suo lavoro. L’accusa? Quella di vedere complotti ovunque ed aver dilapidato il patrimonio di famiglia.
Se del secondo aspetto – qualora corrispondente a verità – non me ne può importare minimamente, quel che mi interessa è che una giornalista alla quale da tutti sono riconosciuti meriti di professionalità e bravura possa essere considerata una pazza. Qualcun@, magari qualcun@ dalla memoria intermittente, che oggi è magari preso più dalla bagarre dell’appartamento di Fini che non da notizie davvero importanti (come potrebbe, se in questo paese queste ultime non sono più pervenute da anni?), potrebbe anche sostenere che sono i famosi “rischi del mestiere”, ma considerando che in Italia ora va di moda denunciare “il bavaglio dell’informazione” (sarei peraltro curioso di sapere quanti quotidiani e riviste nostrane hanno parlato di questa faccenda, considerando anche che in vacanza non ho disponibilità di quotidiani come necessiterei…) questo deve essere fatto in tutti i casi sia necessario e non solo quando bisogna difendere qualche giustizialista nostrano o qualche pseudo-cento di potere mediatico che si spaccia per “voce della sinistra” inventandosi notizie per riempire gli inserti pubblicitari…
Il “teorema accusatorio” si baserebbe su di una mail (autrice tale “Christina Braun”), mail che sembra essere la classica pistola fumante che proverebbe la follia della giornalista.

La Malaunità italiana. Capitolo 1: Il lager di Fenestrelle

«Questa canzone vuole essere la denuncia a quelle verità nascoste che la storia del risorgimento italiano ha sempre ignorato e che ancora oggi nega. Per celebrare tutti i "dimenticati", dedico questa canzone a tutte le vittime, a tutti gli eroi e a tutti i martiri caduti in battaglia, nei campi di concentramento e nelle loro case durante la difesa della propria patria e della propria terra: l'antico Regno delle Due Sicilie. Una preghiera in onore, in memoria e per la gloria di tutti i "briganti", di tutti gli emigranti e di circa un milione di morti...» scrive al termine della canzone “Malaunità” [qui: http://www.youtube.com/watch?v=aIFzaKrd-pI per i lettori da Facebook e ReportOnLine] singolo di lancio di un lavoro – uscita prevista: ottobre 2010 – dedicato ai martiri del Regno delle Due Sicilie Eddy Napoli, probabilmente il volto mediaticamente più noto (è infatti uno degli artisti di riferimento della canzone napoletana e per anni voce solista dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore) della battaglia per ristabilire la Verità sull’Unità d’Italia.
Ho sempre creduto che la musica sia in molti casi veicolo di Cultura migliore rispetto ai libri che tutti noi abbiamo avuto sottomano durante gli anni delle scuole dell’obbligo e – per chi le frequenta – durante i corsi universitari per un semplice motivo: i libri di Storia sono scritti dai vincitori, per cui tutto quello che abbiamo studiato e su cui siamo stati interrogati è spesso una pura invenzione necessaria a creare lo splendore di figure che altrimenti ben altra fama avrebbero.
0 Potete scaricare la canzone da qui: www.musicanapoletana.com/eddynapoli_malaunita.zip. Viene lasciata in free download perché l’intento dichiarato è quello di fare opera di divulgazione sull’imbroglio con cui da 150 anni ci definiamo “italiani”. Già, ma di cosa stiamo parlando? La storia ufficiale ci ha sempre detto che l’annessione del Regno delle Due Sicilie fu attuata come opera caritatevole dei piemontesi per evitare il tracollo del regno borbonico. Ma è davvero così?
Che il Regno delle Due Sicilie non fosse un paradiso è affermazione banale (parliamo pur sempre di uno stato gerarchizzato, per cui fallace per definizione), ma come si può affermare che il Regno era vicino alla bancarotta quando, durante la conferenza internazionale di Parigi del 1856, risultò terzo paese al mondo per sviluppo industriale dopo Inghilterra (prima) e Francia (seconda)? Come si può credere alla favoletta del Piemonte caritatevole che salva il Regno quando gli stessi sabaudi erano indebitati quattro volte di più del Regno delle Due Sicilie?

Che la tua vita faccia frizione e arresti la macchina...

Di solito non mi piace ricopiare interventi altrui su questo blog (come invece sembra andar molto di moda in parecchi siti di “controinformazione”), per due motivi in particolare: a) è molto più facile riempire uno spazio facendosi megafono di idee e proposte altrui piuttosto che spremere le meningi per partorirne di proprie e b) per dare spazio ad altri sul proprio blog hanno inventato i link. Ma stavolta è diverso. Il sito dal quale riprendo il testo è Macerie,un ottimo sito sul quale i compagni torinesi fanno Controinformazione diretta sui Centri di Identificazione ed Espulsione che, spesso, vengono snobbati dai media principali – anche da quelli che si dicono organici alla Sinistra e sui quali al massimo se ne legge solo qualche notizia di “breve” – ed anche perché, questa volta, il testo non è un’opinione o la cronaca di qualche “bella” (cioè qualche fuga). Stavolta si tratta di indicazioni operative, contenute in un manuale che circola sul territorio francese, terra in cui evidentemente – nonostante Sarkozy – il concetto di solidarietà è sempre stato ben più alto del nostro, sul come attivarsi in prima persona per impedire le espulsioni di persone che solo per sentirci “migliori” abbiamo imparato a chiamare “clandestini”. Da anarchico ho sempre ritenuto che la miglior pratica politica non sia quella rappresentativa, tipica della nostra democrazia in cui si crede di cambiare lo stato  artificiale delle cose semplicemente apponendo una “X” su questo o quell’altro simbolo politico che ci vengono proposti più o meno con scadenza triennale e che altro non sono che lo scontro tra questo o quel sistema di potere (principalmente economico e finanziario) bensì l’azione diretta, in particolare quando questa si pone in contrasto ad un’ingiustizia, ancor più se imposta per legge. Come diceva Henry David Thoreau: «Se la legge è di tal natura da richiederti di essere un agente dell'ingiustizia verso gli altri, allora, dico, infrangila. Che la tua vita faccia frizione e arresti la macchina...»

Intervenire contro le deportazioni in aeroporto
In Francia questa pratica d’intervento negli aeroporti esiste in maniera più o meno sistematica sin dal 1998 e si è diffusa maggiormente in questi ultimi tre anni. La maggior parte delle deportazioni avviene per via aerea. Le deportazioni effettuate con il treno, con i cellulari della polizia o via nave, utilizzate per rimpatriare algerini e marocchini, sono più difficili da ostacolare, sia per i reclusi che per i loro amici che stanno fuori.

A carte scoperte…

C'era una volta...
ah no, ho sbagliato incipit. È che la storia di qualche settimana fa che ha tenuto in scacco tutto il continente – quella relativa alla nube islandese – sembra sempre più essere una di quelle storielline da “c'era una volta”: una favola (o una panzana, dipende dalla raffinatezza intellettuale che le si vuol dare...).
Per chi non lo ricordasse – considerando l'estrema velocità di spostamento di focus dell'informazione attuale – tra aprile e gli inizi di questo mese il vulcano Eyjafjallajökull aveva deciso di far sentire il proprio ruggito mettendosi ad eruttare, causando così il blocco totale dei voli in gran parte dell'Europa. O almeno questo è quello che i media maistream ci hanno raccontato.
Già, perché nonostante non se ne parli più – guarda caso – la BBC ha intervistato un responsabile di Eurocontrol (l'organizzazione internazionale il cui compito è quello di mantenere efficiente il sistema del controllo del traffico aereo sui cieli europei) il quale ha ammesso candidamente che il loro “supercervellone” aveva fatto dei calcoli errati, e che quindi – come la maggior parte delle pre-visioni meteo – anche questa era ricaduta sotto la specifica sezione del “terno al lotto”. Io non sono un esperto di questioni legate al meteo (ed in generale non sono né un grande esperto né un grande appassionato di scienza), e dunque – stando a quanto raccontavano quegli “esperti” che quotidianamente vedevo alternarsi in tv e sui giornali – mi aspettavo qualcosa di molto simile al filone apocalittico della filmografia hollywoodiana, con l’oscuramento dei cieli, piogge di cenere e frattaglie simili, visto che più o meno era questo lo scenario che andavano rappresentando questi “esperti”. Invece il cielo era particolarmente sereno, eccezion fatta – ovviamente – per quelle scie che lasciano spesso gli aerei lungo la propria strada.
No, ferma un attimo: c’è il blocco totale dei voli e io vedo comunque le scie degli aerei? Qui c’è qualcosa che non torna! Anche perché quei piloti dovevano essere alquanto alticci, viste le traiettorie a zig-zag (quando non direttamente circolari…) che facevano fare ai propri velivoli. Ma facciamo un passo indietro, torniamo al novembre dello scorso anno, quando – seppur come breve – campeggiava sui nostri giornali questa notizia:
«Pechino – I meteorologi dell’Ufficio Modificazione del Tempo della capitale cinese hanno “bombardato” le nuvole con 186 dosi di ioduro d’argento per approfittare del brusco calo della temperatura e alleviare la persistente siccità che ha colpito la zona».

Unter falscher flage


Vengono definite "operazioni sotto falsa bandiera" - dal nome inglese "False flag" - quelle operazioni, mediaticamente facenti parte delle c.d. "teorie del complotto", mediante le quali i governi e/o le grandi corporation utilizzano nemici-fantoccio (altri governi, organizzazioni definite più o meno "terroristiche") al fine di ottenere i favori dell'opinione pubblica verso operazioni che altrimenti sarebbero difficilmente proponibili.
Naturalmente importante per questa teoria è il contributo che arriva dai soliti Stati Uniti, si guardi ai rapporti tra la famiglia Bush e quella del capo di Al Quaeda Osama Bin Laden evidenziati in Farenheit 9/11 di Michael Moore oppure alla questione delle "damas de blanco", cioè un gruppo che l'opinione pubblica europea conosce come una sorta di Madres de Plaza de Mayo in piccolo alle cui manifestazioni partecipano noti terroristi come Luis Posada Carriles (tanto per evidenziare la "non-violenza" e la "buona volontà" di questo movimento, per non parlare dei finanziamenti...) utilizzato per ingenerare nell'opinione pubblica mondiale una sorta di adozione di pseudo-"dissidenti politici" cubani oppure alla strategia della tensione utilizzata negli anni '70 in Italia (sulla quale esiste una florida bibliografia...).

Naturalmente giornali, telegiornali e trasmissioni di pseudo-approfondimento non ne parlano, perché farlo vorrebbe dire riattivare le sinapsi di un'opinione pubblica ormai completamente lobotomizzata sia dalla non informazione televisiva sia da quella informazione "d'opposizione" che, solitamente, altro non è che la valvola di sfogo che permette al Potere di mantenere calme le masse. Perché persone pensanti non fanno bene neanche a quelli del giovedì sera, giusto?

Di spirito di servizio, giornalisti-giornalisti e giornalisti-impiegati.

Prendo spunto da quel che si legge nei commenti su facebook alla notizia per la quale Michele Santoro starebbe per lasciare la Rai. A parte il fatto che la faccenda non sta esattamente nei termini descritti, visto che si tratta solo di un cambio di collaborazione – da dipendente a collaboratore esterno – necessario per il fatto che a Santoro era permesso di andare in onda non dai seppur notevoli ascolti, ma da una sentenza di tribunale, caso credo più unico che raro in tutto il panorama dell’informazione mondiale, la gente – che ormai ha perso l’abitudine a farsi domande e ad andare più in là dei titoloni sui giornali – ha subito urlato le solite e noiose parole: “attentato alla democrazia”, “dittatura” et alia, visto che al centro di tale notizia c’è uno dei loro beniamini preferiti, che allieta(va) gli invernali giovedì sera del popolo televisivo che crede di informarsi con due ore a settimana di teatrino degli orrori in cui si urla, si sbraita, ci si dà – a seconda – del “fascista” o del “comunista” ma dal quale non si ricava alcunché di utile. Ma d’altronde, se così non fosse, saremmo in un paese con un’informazione seria (non dico obiettiva perché non sono della “scuola” che pretende l’obiettività giornalistica, mera utopia finché saranno gli uomini a fare informazione).
A parte il fatto che è evidente che nel momento in cui arriverà davvero la dittatura neanche ce ne accorgeremo (considerato che Berlusconi e la sua cricca sono personaggi troppo piccoli per poter contare davvero qualcosa) e che molto probabilmente faremo la fine di quella nota pecorella che, a forza di gridare “al lupo!” quando s’è trovata di fronte al lupo vero, in carne ossa e frattaglie varie non è stata creduta, vi voglio raccontare una storia. Una storia che, naturalmente, non compare sui giornali e che non viene raccontata da queste trasmissioni di pseudo-approfondimento. Perché se, come meriterebbe, fosse quotidianamente sulle prime pagine di tutti i giornali questo sarebbe finalmente un Paese decente. Ma siamo ancora in Italia.
«Gianni Lannes è uno di quei giornalisti che fa nomi e cognomi. A giugno ha aperto un giornale online di informazione, con sede a Orta Nova, in provincia di Foggia. [Ha subito] minacce e tre attentati: il 29 giugno (del 2009,ndr), a due settimane dall’apertura, la prima lettera di minacce. Poi, a inizio luglio, un’esplosione fa saltare in aria la sua automobile. Il 23 luglio vengono manomessi i freni della sua auto. I primi di novembre, ancora, un attentato incendiario gli distrugge l’ennesima automobile», scriveva Il Fatto Quotidiano nell’edizione del 28 novembre del 2009.

Io (non)so. Però ho gli indizi e le prove…

Il 14 novembre del 1974, come ormai sappiamo tutti, Pier Paolo Pasolini scriveva il famoso articolo "Cos’è questo golpe? Io so”, nel quale sosteneva di conoscere i nomi dei responsabili – conosciuti ed occulti – della strategia della tensione che in quegli anni imperversava in Italia.
Parafrasando quell’articolo, potrei dire che anch’io so. O meglio: io non so, però – a differenza di Pasolini – io ho gli indizi, e dunque ho anche le prove in merito al “golpe” – per usare le stesse parole pasoliniane - su scala continentale al quale stiamo assistendo in questi tempi. Ma andiamo con ordine.
Partiamo dalla Polonia, e precisamente dal momento in cui lo stato polacco è stato decapitato – letteralmente – dei propri vertici. Io non ho mai avuto ammirazione per i fratelli Kaczyński, considerando la spesso antitetica posizione su molti temi. Ma su una cosa mi trovavano d’accordo: l’essere scettici verso quella che ci ostiniamo a chiamare “Unione” europea.
In rete circola un video – sul quale però ho parecchi dubbi – in cui si vedrebbe una scena descritta come l’esecuzione, da parte di forze militari presumibilmente russe, di alcuni dei superstiti dell’incidente aereo in cui, ricordiamolo, oltre a quello che fino ad allora era il Presidente polacco – Lech Kaczyński – sono morti anche il capo di stato maggiore, Frantiszek Gagor, il viceministro degli Esteri, il governatore della banca centrale, 13 ministri, l'ex presidente Ryszard Kaczorowski, alcuni deputati, il candidato conservatore alle prossime presidenziali Przemyslaw Gosiewski e il vescovo cappellano dell'esercito. Particolarmente colpite le forze armate, che hanno subito la dipartita oltre che del già citato Gagor, anche del capo delle forze sul campo, Bronislaw, del capo dell'Aeronautica militare, Tadeusz Buk, e di quello dell'esercito, Andrzej Blasik; del capo delle forze speciali, Wojciech Potasinki, e del vice ammiraglio Andrzej Karweta. In pratica quello che era il gotha, la catena di comando polacca, non esisteva più. Cancellata nel giro di pochi secondi.
Se ci pensate un attimo, difficilmente si può definire con il termine “casualità” un incidente che in un colpo solo spazza via l’intero vertice di un paese. Tutto il vertice tranne un uomo: Donald Franciszek Tusk, l’attuale Primo Ministro. Per ora congeliamo la sua posizione e andiamo avanti.
 
C’è una giornalista, Jane Burgermeister si chiama, una giornalista irlandese/austriaca che, alcuni mesi fa, con un suo articolo iniziò a sostenere quel che alla fine anche i media mainstream sono stati costretti a dire:

Le forme della dissidenza.

Immaginate questo scenario: immaginate che l'Europa sia una super-nazione sul modello degli Stati Uniti – più o meno quello che è diventata con il Trattato di Lisbona – e che l'Italia, nazione geopoliticamente strategica per gli equilibri dell'area, sia un atollo dissidente, che lotta da mezzo secolo per non essere assoggettata al volere degli Stati Uniti d'Europa. È inutile evidenziare la politica di questi ultimi nei confronti dell'Italia, fatta di restrizioni economiche, espulsioni dai grandi consessi sovranazionali e simili. Come facilmente immaginerete, la stampa filo-statunitensedeuropa non fa altro che ribadire come l'Italia sia un paese di terroristi, nei quali un folle dittatore campa sulle spalle di centinaia di migliaia di cittadini la cui apparente unica utilità – visto che non esistono elezioni libere nel paese – è quella di essere assegnatari delle “cure assistenziali” del regime. Orbene, adesso immaginate che un bel giorno, così: di punto in bianco, un/a giovane italian* apra un blog nel quale denuncia il paese definendolo “una immensa prigione, con mura ideologiche” dove “esseri delle ombre, che come vampiri si alimentano della nostra allegria umana, ci inoculano la paura tramite i colpi, le minacce, il ricatto” nei cui ospedali si muore più per fame che per malattia e, naturalmente,denuncia il regime che impedisce qualsivoglia forma di opposizione e contestazione al suo operato. Più che un Paese in cui vivere, l'inferno dantesco peggiorato cento volte.

Immaginate poi che quello stesso cyberdissidente riceva nel giro di un anno moltissimi premi internazionali tutti riconducibili ad organi di informazione che fanno capo a paesi od organizzazioni degli Stati Uniti d'Europa. Cosa vi viene da pensare? Che ci sia una stretta correlazione tra le due cose, giusto?

Bene, perché è esattamente quello che ci si chiede quando si parla di Yoani Sánchez, la bloggera cubana diventata paladina della democrazia occidentale.
Prima di entrare nei dettagli, però, devo ammettere che – come credo qualunque blogger – sono geloso del blog di Yoani, Generación Y. Perché un blog di una perfetta sconosciuta – come lei stessa si definisce e come ha confermato la gran parte dei cittadini cubani in un documentario di Gianni Minà – che in un anno, oltre a vincere una miriade di premi di solito attribuiti ai nomi più altisonanti della letteratura, riesce a trovare anche un certo numero di persone che rendano possibile la traduzione del medesimo in ben 18 lingue (e non c'entra niente il pessimo traduttore di google che uso io...)

Qualcuno era terrorista

Teheran (Repubblica Islamica dell'Iran) - In questi giorni, tra le (tante) altre cose, ho ripreso in mano un po' di materiale di e su Tiziano Terzani, la cui rilettura non fa mai male. C'è un passaggio di “Lettera da Firenze”, l'articolo che scrisse l'8 ottobre del 2001 per il Corriere della Sera come lettera ad Oriana Fallaci al fine di rispondere alla di lei invettiva anti-islamica post-11/09:

«I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale i Tokyo prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?»

«Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide, aspettiamo che ce lo estradiate» [per chi non ricorda cos'è la U.C. ne ho parlato qui: http://senorbabylon.blogspot.com/2010/01/terroristi-sulla-rotta-bhopal-porto.html].

Quest'ultima frase è della giornalista ed attivista anti-globalizzazione Arundhati Roy. Ma la questione non cambia di molto. Anzi.

Come più o meno dovreste sapere tutti – per lo meno tutti quelli che non si sono appassionati ai funerali di Vianello o all'ennesima lite Berlusconi-Fini – nei giorni scorsi sono stati firmati gli accordi Start2, nei quali Usa e Russia promettono di ridurre le testate nucleari. Per adesso però, visto che gli accordi sembrano essere stati firmati a decorrere dal 2018, anche gli Start2 vanno ad aggiungersi alle cartacce presenti nell'ormai affollatissimo cassetto delle “promesse propagandistiche”. Quel che però mi ha colpito di più in questa faccenda sono state le dichiarazioni del Presidente Usa Barack Obama, che ci ha tenuto a ribadire per l'ennesima volta che «gruppi terroristici come Al Qaeda hanno tentato di acquistare materiali nucleari per adoperarli in maniera devastante, questa minaccia è una delle più gravi per la nostra sicurezza collettiva».
La prima domanda che mi è venuta in mente riguarda proprio il c.d. “network terroristico” di Osama Bin Laden, il cui fantasma – vero o presunto – è buono per tutte le stagioni, in particolare quelle nelle quali bisogna trovare un “nemico pubblico numero uno” per coprire le proprie nefandezze: perché bisognerebbe aver paura delle eventuali testate atomiche in mano a Bin Laden e soci? Voglio dire: le testate nucleari ci sono a tutt'oggi in giro, perché quelle (eventuali) di Al Qaeda dovrebbero fare più paura di quelle

Capire il Potere - di Paolo Barnard

Conoscere. È questa la vera – e forse unica – rivoluzione necessaria nel XXI secolo. Perché abbiamo disimparato a farlo, in quest'epoca del follow the leader incondizionato, a patto che ci lasci il tempo di guardare i reality, di guardare false risse televisive e di fare shopping. Quante volte ce lo sentiamo ripetere, e noi stessi lo diciamo, che dopo una sana sessione di acquisti ci sentiamo più appagati per la semplice eccitazione quasi orgasmica della carta di credito strisciata in questo o quel negozio? Tante, troppe volte ragioniamo così. Ma il vero potere non è il potere della carta di credito, nonostante il Potere vero – ormai da anni – ci stia abituando a ragionare in questi termini. Perché non possiamo esporci in prima persona, in quanto tra un negozio e l'altro ci dimentichiamo sempre di fermarci a riflettere: riflettere che stiamo barattando una borsa ed un paio di scarpe con la possibilità di farci un'opinione, con l'abitudine al dissenso ed a criticare quel che vediamo, sentiamo, leggiamo e studiamo. Perché il Potere vero sta lavorando proprio per questo, per toglierci la possibilità di comprendere e di scegliere, ognuno con la propria testa. Ci stanno togliendo il libero arbitrio insomma. Ci stanno riducendo ad un ammasso indistinto di pecore, che è esattamente il miglior modo che ha il Potere vero - quello delle lobby e dei grandi potentati - di continuare a tenere ben salde le redini dell'ordine mondiale. Because only sheeps need a leader.



Qui le altre parti:
video n°2[http://www.youtube.com/watch?v=hehXFPXA24A]
video n°3[http://www.youtube.com/watch?v=Qjd-w0F7POc]
video n°4[http://www.youtube.com/watch?v=Qb1sV2_D91M]
video n°5[http://www.youtube.com/watch?v=AZlFq6JQI-A]

Paolo Barnard: "capire il torto". I 100 anni della pulizia etnica in Palestina

In un paese che ha serie difficoltà a ricordare la propria storia perché troppo impegnato tra shopping e reality show vari, forse chiedere di interessarsi alla storia di altri paesi è una richiesta vana. Ma nel momento in cui esiste un popolo senza terra - il popolo palestinese - che da oltre un secolo subisce quotidianamente una vera e propria pulizia etnica sia fisica tramite il conflitto con gli israeliani sia mediatico con la cancellazione della Verità e l'asservimento del circuito mainstream alla causa sionista, credo che tentare per lo meno di spiegare, grazie al prezioso lavoro di un giornalista eccezionale (e per questo scomodo) come Paolo Barnard, come si è arrivati agli scudi umani, al fosforo bianco e a "Piombo Fuso", sia il minimo che chi come me - che da anni ormai ho scelto di stare al fianco dei fratelli palestinesi - possa quantomeno tentare di fare. Il video dura circa un'ora, credo si possa "sprecare" questo breve lasso di tempo per un pò di cultura e per tentare di capire perché esiste una guerra ormai secolare che nessuno racconta. O per lo meno non come dovrebbe.



Qui le altre parti:
parte 2° [http://www.youtube.com/watch?v=9H9Zc9BMIIY&feature=player_embedded]
parte 3° [http://www.youtube.com/watch?v=p3jHssKy_2c&feature=player_embedded]
parte 4° [http://www.youtube.com/watch?v=mZfR-WhRtcg&feature=player_embedded]
parte 5° [http://www.youtube.com/watch?v=52_asLLLaNc&feature=player_embedded]
parte 6° [http://www.youtube.com/watch?v=8NTVlA16Q5s&feature=player_embedded]
parte 7° [http://www.youtube.com/watch?v=l60mTxRFYUI&feature=player_embedded]

Paolo Barnard: il Trattato di Lisbona è un Colpo di Stato!



Qui le altre parti:

Parte 2: [http://www.youtube.com/watch?v=xV-ZIxxG8iQ]
Parte 3: [http://www.youtube.com/watch?v=8m-wiFKzb4I]
Parte 4: [http://www.youtube.com/watch?v=nqrdLgzJueg]
Parte 5: [http://www.youtube.com/watch?v=aLLvUa959xQ]