The clash of Libylization
L'uccisione di Osama Bin Laden – al di là di tutte le più o meno interessanti discussioni che ne stanno venendo fuori – dovrebbe averci insegnato una cosa. Una cosa che in realtà avremmo dovuto imparare già da tempo, cioè che parole come “diritti umani”, “democrazia”, “libertà”, “giustizia” sono, appunto, parole. E tali rimangono. Così come avrebbe dovuto insegnarci che non esistono “interventi umanitari” ed organizzazioni che tali scopi perseguono. Perché se davvero quelle parole avessero un valore, a quest'ora lo sceicco del terrore sarebbe davanti ad una corte internazionale così come qualche anno fa toccò a Slobodan Milošević. Così come dovrebbe accadere – seguendo questo stesso metro di pensiero – all'ex dittatore libico Mu'ammar al-Gaddafi.
Invece niente di tutto questo. I “giusti e democratici” occidentali hanno deciso che neanche le immagini dell'omicidio devono essere rese pubbliche perché considerate “troppo crude”. Come se certi film hollywoodiani non fossero anche peggio.
A voler essere pignoli non sono stati proprio gli occidentali a decidere, o per lo meno non tutti. Perché gli Stati Uniti del Premio Nobel per la Pace Barack Obama – premio che evidentemente o è privo di valore o dovrebbe subire procedimento di revoca immediata – hanno deciso che quelle immagini non dovranno essere di dominio pubblico per evitare “problemi di sicurezza interna”. Come possa poi una semplice immagine di un uomo morto scatenare una guerra – neanche fosse una bandiera o un fondo sovrano – non ci è dato sapere...
È come essere entrati in una nuova fase della politica internazionale. Una politica “fantasma” nella quale si assiste ad una grande discussione globale, ma dalla quale non esce uno straccio di prova. Non sappiamo se lo sceicco del terrore sia effettivamente stato ucciso, con quali modalità né conosciamo realmente tempo e luogo di tale assassinio.
Così come non abbiamo prove oggettive – la famosa “pistola fumante” - per acconsentire all'ennesima invasione occidentale. Siamo pronti a mandare mezzi, uomini e a sprecare denaro pubblico dietro a genocidi farlocchi e bombardamenti che sterminano decine di migliaia di persone alla volta presentatici solo oralmente. Ci sarebbero le cosiddette “fosse comuni”, pistola fumante della medesima consistenza delle “prove” presentate da Colin Powell – Segretario di Stato durante la creazione del conflitto iracheno – dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu ed al mondo intero, se non fosse che quelle fasulle fosse comuni riprese da tutti i media mainstream si sono poi trasformate in un cimitero di Tripoli tutt'altro che fasullo.
Effetto Fukushima
1) Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti?Questi erano i tre quesiti a cui l'8 novembre 1987 gli italiani furono chiamati a rispondere per decidere se il paese dovesse continuare a fare uso del nucleare. O, per meglio dire, non dovesse più far uso di un nucleare “di produzione propria”.
2) Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?
3) Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero?
A ventiquattro anni di distanza, precisamente il 12 e 13 giugno prossimi, il popolo sarà chiamato ad esprimersi proprio su quella decisione. In base all'andamento del voto referendario – dove, come al solito, bisognerà “dire sì se si vuol dire no” parafrasando Gaber – sapremo se l'Italia tornerà a far parte dei paesi produttori di energia nucleare o continuerà solo ad acquistarla. Ma sarà davvero la volontà del popolo a decidere?
Che si riparli dell'argomento – a distanza quasi di una generazione – è un bene, e personalmente credo sia ancor più importante che si ridiscutano quelle decisioni, alla luce dell'importanza che il settore energetico ricopre per il nostro paese.
Quel che non mi piace è che, come al solito, ci si sia immediatamente trincerati dietro l'appartenenza ad una delle due “tifoserie” - cioè quelle dei pro-nuclearidi o dei contrari – mettendo all'indice chi tra intellettuali ed addetti ai lavori si schierava in maniera socialmente non desiderabile. Abbiamo perso un'occasione. Peccato.
Abbiamo perso l'occasione di ricominciare a ragionare come una democrazia “normale”, una democrazia nella quale le decisioni vengono prese dopo attenta ed onesta discussione e non per l'atto di forza di questo o quel centro di potere. L'occasione più grande che ci siamo lasciati sfuggire comunque è un'altra, e riguarda i nostri rapporti di forza geo-politica futuri, rapporti nei quali la voce “energia” ricopre un ruolo sempre più decisivo nella definizione degli equilibri in campo. Si pensi ai “giochi petroliferi” nel Mediterraneo di cui Señor Babylon si è occupato qualche settimana fa (post del 25 febbraio: “Giochi nel Mediterrano”. http://senorbabylon.blogspot.com/2011/02/giochi-nel-mediterraneo.html).
Che la tua vita faccia frizione e arresti la macchina...
La giustizia è ottusa. Versione francese.
Banlieue Corneuve (Parigi, periferia nord) - Che le banlieue siano considerate luoghi pericolosi da quel sistema capitalistico-borghese che le ha create (forse anche perché proprio in quelle zone quel modello non attecchisce) non è certo una novità, così come non lo è la stupidità dell'apparato repressivo di uno Stato. I tre minuti di questo video - tre minuti che sembrano un'eternità - però, testimoniano ancora una volta quanto quelle che abbiamo fin qui definito "forze dell'ordine" altro non sono che burattini in mano al Potere borghese. Quello stesso potere che etichetta come "delinquenti" gli immigrati pur essendo - come è evidente al minuto 2:22 del video, quando un agente particolarmente dotato di capacità intellettiva - decide che il miglior modo di prendere una donna è quella di trascinarla lungo l'asfalto, incurante del bambino che la donna portava legato dietro la schiena come tipico di molte donne africane. Chi è, adesso, il "delinquente"?
Banlieue 13
In realtà non è un gran filmone. Non è uno di quei film indimenticabili per cui varrebbe la pena spendere un sacco di soldi o buttare una serata in compagnia andandoselo a guardare al cinema, ma quando arrivano i titoli di coda di Banlieue 13 qualcosa rimane. Di certo non è un film per cui ci si possa annoiare, nonostante la scarna e probabilmente poco originale trama, ma il fatto che David Belle ne sia il protagonista dovrebbe far pensare. Perché? Beh, no: Belle non è il nuovo belloccio hollywoodiano né una di queste starlette che fanno i film d’azione con controfigura per le scene pericolose al guinzaglio. No: David Belle è semplicemente l’inventore del parkour, quella disciplina – per me da pazzi, ma è un parere personale – che ti insegna a saltare di qua e di là sopra i tetti, le recinzioni e qualunque altra cosa possa essere oltrepassata con un salto. Viene creata negli anni ‘80 in Francia da David Belle – appunto – riprendendo l’idea dai percorsi di guerra (il nome completo è infatti parcours du combattant, percorso del combattente) proposti da George Hérbert, insegnante di educazione fisica ed ufficiale della Marina francese durante la Prima Guerra mondiale. Già vedere gente che salta sopra i muri come fosse la cosa più normale di questo mondo, o passare da un lato all’altro di un palazzo su di una corda (le scene, peraltro, non prevedevano “aiuti” di alcun tipo), è una cosa che difficilmente crea sonnolenza. Ma veniamo ai dettagli del film:
La trama, dicevo, è abbastanza semplice: il regista Pierre Morel – coadiuvato alla sceneggiatura ed in fase di produzione da un pezzo da novanta come Luc Besson (l’anno di produzione è il 2004 con sequel lo scorso anno) – trae lo spunto da un fatto con il quale anche noi, seppur in qualche “breve” nei giornali locali, abbiamo familiarità: la recinzione di un quartiere “difficile”. Come quella robaccia fatta in via Anelli a Padova (il famoso “muro antispaccio”) o il muro preso da un altro film che non calcherà mai le scene di Cannes ma che comunque dà molti spunti sui quali riflettere come “Fame chimica” (del 2003. registi Antonio Bocola e Paolo Vari e cameo di Luca “’O Zulù” Persico, frontman ed anima della 99 Posse che ne cura anche alcune canzoni della colonna sonora). Il quartiere del film è la Banlieue 13, uno di quei tanti crocevia dove la modernità ha espulso i “non conformi”, quelli che l’attuale presidente francese ebbe a nominare – ai tempi in cui era Ministro dell’Interno – la “feccia” della società.
Perché tutti abbiamo lo stesso sangue e sotto il sole la stessa ombra.
Da qualche parte nel deserto vicino a Tindouf (Algeria, Sahara Occidentale) – Secondo gli storici greci la storia è ciclica. Non succede mai niente di nuovo, assistiamo sempre alla riproposizione di qualcosa che è già avvenuto. Magari secoli addietro piuttosto che decenni, ma niente di nuovo. Se in questo momento mi trovassi davanti uno di questi storici greci gli chiederei se è vero che la storia è ciclica, come si definisce quella storia che si ripete nello stesso identico momento, con l’unica differenza nella dislocazione geografica? Prendiamo per esempio la storia del popolo palestinese, che più o meno conosciamo tutti: da oltre un secolo le loro terre vengono quotidianamente stuprate dagli anfibi dei militari e dei cittadini degli insediamenti israeliani senza che nessuna di quelle “istituzioni democratiche” – tantomeno gli stati che ne fanno parte -muova un dito per porre fine allo stupro.
Ma questo non succede solo in Palestina. La stessa cosa accade al confine tra il Cile e l’Argentina, dove da ormai quattro secoli il popolo Mapuche lotta – ignorato dalla maggior parte della comunità internazionale e dai suoi media – per riottenere quelle terre che i Conquistadores, quei criminali in Europa descritti come “eroi” in quel sovvertimento semantico delle parole che tanto ci piace per cui chiamiamo “terrorista” un popolo che lotta per la sua terra o “esportazione della pace” una guerra, gli hanno ingiustamente sottratto. E come i Mapuche si comportano i Sahrawi, l’unico popolo ad avere ricreato uno “stato in esilio” nella storia umana. Ma procediamo per gradi.
- Un po’ di storia…
Con la conferenza di Berlino del 1884/85 gli europei si spartirono – con l’ausilio di righello e squadra – il continente africano. Questa non fu solo una spartizione di terre, ma fu anche e soprattutto la distruzione di società secolari, di tessuti sociali perfettamente equilibrati e, spesso, distruzione di intere famiglie, con fratelli che si trovavano dall’una e dall’altra parte di quelle strane e non certo naturali (ancor più se decise a tavolino…) invenzioni denominate “confini” che, fin dai tempi dell’Impero romano, altro non sono che il tentativo di definire su cosa – e soprattutto su chi – un’entità statale ha proprietà. Se poi consideriamo che, in particolare nella zona desertica, il continente africano era attraversato spesso da comunità nomadi (come i Kel Tamahaq – che in Occidente sono insultati col nome di “tuareg”- o gli stessi Sahrawi) possiamo immaginare che razza di shock sociale possa essere stato quello di ritrovarsi, ad un certo punto del cammino, dinanzi a barriere doganali, muri e protezioni varie presidiate giorno e notte da persone in divisa.


