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Raccontare la guerra tra velocità e competenza. Intervista a Cristiano Tinazzi

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Milano - Internet e giornalismo: un rapporto tanto osannato quanto criticato, come quando - il mese scorso - la necessità di essere veloci sembrava poter complicare la posizione dei quattro giornalisti fermati dai ribelli siriani, per i quali le prime notizie parlavano senza giri di parole di "rapimento" vero e proprio. Ne è nata dunque un'intervista a Cristiano Tinazzi, che con Amedeo Ricucci, Stefano Varanelli ed Elio Colavolpe era entrato in Siria a dicembre. Con lui abbiamo parlato proprio del reporter di guerra, una figura tanto "romantica" nell'idea del lettore medio quanto ignorata dai direttori dei mezzi di informazione. 

Il caso di Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e Susan Dabbous, risoltosi per il meglio, sembra molto diverso dal caso Quirico-Piccinin. In base alla tua esperienza di reporter di guerra, cosa ne pensi?

Il caso di Quirico e Piccinin segue quelli di Tice e Fowley, giornalisti americani spariti da mesi in Siria. Quirico è entrato dal Libano per dirigersi verso Homs ma nessun giornalista da mesi usa più quel passaggio di confine, visto che in diversi sono stati uccisi, rapinati o sequestrati. Nella zona operano bande di predoni, contrabbandieri, uomini di Hezbollah, governativi, milizie filo-Assad Senza contare gruppi slegati e non dall'Els [l'Esercito Siriano Libero, ndr]. I combattimenti in quella striscia di terra che separa il confine da Homs sono molto cruenti. Una zona off limits per tutti. Due mesi fa un inviato della Bbc, Paul Wood, era stato rapito. E nella stessa zona è scomparso quasi un anno fa il giornalista americano Austin Tice.

Torniamo al fermo dei quattro giornalisti (Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali, Susan Dabbous). Perché all'inizio si parlava di "rapimento" quando poi si è saputo essere un "fermo"? Quanto ha influito sulla terminologia la necessità della rete di condividere immediatamente questa notizia? In più, puoi spiegarci la differenza tra le due situazioni?

Un fermo non è una notizia. I media hanno bisogno di titoli da strillare e spesso chi lancia questi titoli non ha nessun interesse a verificare i fatti quanto invece a fare del vero e proprio sensazionalismo. C'è stata una vera e propria corsa a chi per primo dava la notizia quando non si è riusciti a frenare la fuga di informazioni. Cavalli che scalpitavano ai box e decine di telefonate... Poi c'è una certa stampa, come quella del Giornale o di Libero, che ha già una impostazione islamofoba e idee preconcette quando si parla di Medio Oriente e Islam, per cui un fermo diventa rapimento e i rapitori diventano automaticamente dei 'terroristi'.

Scoperto a Mazara traffico di persone ed armi tra Francia, Sicilia e Libia

foto: marsala.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/scoperto-a-mazara-traffico-di-persone-ed-armi-tra-francia-sicilia-e-libia/29608/

Capo Feto (Trapani) – Dalla Francia alla Libia passando per la Sicilia. È questo il tragitto seguito dal Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata di Genova e Palermo in una operazione – coordinata dai sostituti procuratori Dino Petralia, Francesca Rago e Sabrina Carmazzi della Procura di Marsala – che ha permesso di smantellare una organizzazione criminale transnazionale attiva sia nel trasporto di migranti dalle coste nordafricane che nel traffico di armi.

I dettagli dell'operazione - che Petralia ha definito “strepitosa” - saranno presentati in una conferenza stampa fissata per domani. Quello che si sa al momento è che questa è partita in seguito ad uno sbarco di migranti avvenuto sulla costa di Capo Feto, a Mazara del Vallo. Indagando sugli scafisti gli inquirenti sono venuti a conoscenza anche del filone legato al traffico di armi, con il fermo da parte della Guardia di Finanza di un furgone partito qualche giorno fa da Marsiglia ed intercettato alla frontiera ligure. A bordo, oltre ad un cittadino tunisino e ad un marsalese, per il quale la Procura sta in queste ore accertando eventuali rapporti con le famiglie mafiose della zona, sono state trovate 110 armi tra lunghe e corte, gas tossici, munizioni, esplosivi ed un bazooka di piccole dimensioni. Una volta arrivate sulle coste siciliane, le armi avrebbero poi preso la via della Libia attraverso gli stessi uomini e gli stessi mezzi che nelle ore precedenti avevano trasportato i migranti.
Fondamentali per il buon esito dell'operazione, anche questa volta, si sono dimostrate le intercettazioni telefoniche, in aggiunta alla spavalderia del gruppo criminale che – senza naturalmente esserne a conoscenza – ha svelato i propri piani agli agenti in ascolto.

Ancora non è chiaro a chi fosse destinato il carico: se ai ribelli libici, agli uomini rimasti fedeli al regime di Gheddafi o se queste sarebbero poi passate attraverso altre frontiere come quella tunisina, dove due giorni fa – come scriveva l'agenzia AnsaMed[1] – un aereo dell'Aviazione tunisina ha distrutto tre automezzi carichi di armi provenienti dalla Libia e diretti in Algeria.

Da chiarire, infine, se il traffico internazionale interessi solo le mafie o se l'operazione che si sta concludendo in queste ore sia da inserire nella più ampia azione di contrasto al mercato nero delle armi, dove oltre alle organizzazioni criminali lavorano grandi industrie del settore[2] e governi. La storia recente che collega Trapani, i traffici internazionali e la mafia – con gli omicidi dei giornalisti Mauro Rostagno ed Ilaria Alpi[3] ed ancor prima del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto[4] – potrebbe da ieri avere un nuovo capitolo.

Note
[1] Tunisia: aereo esercito distrugge convoglio armi da Libia, AnsaMed, 21 giugno 2012;
[2] Libia: armi made in Germany. Kontraste: in mano ai ribelli fucili della tedesca Heckler & Koch di Pierluigi Mennitti, lettera43.it, 2 settembre 2011;
[3] Nuove piste sul caso Alpi - Somalia e morte di Riccardo Castagneri, La Voce delle Voci, 18 marzo 2010;
[4] Giangiacomo Ciaccio Montalto da "Blu notte - Misteri italiani"

Next stop Tunisia: Profughi a Ras Jedir (di Nicola Angrisano)



Oltre mezzo milione di profughi durante la guerra in Libia sono passati nel campo di Coucha, al confine meridionale della Tunisia, nella regione di Ras Jedir.
Rifugiati precedentemente trattenuti in Libia contro la propria volontà e lavoratori stranieri scappati dalla guerra e impossibilitati a tornare nei paesi di origine. Nell'indifferenza ipocrita della comunità internazionale.
Così, nei primi sei mesi del 2011, secondo stime del' UNHCR almeno 1615 persone sono scomparse nel canale di Sicilia cercando di arrivare in Europa su imbarcazioni di fortuna.
Nel mese di aprile Insu^Tv (telestreet napoletana già autrice di "Una montagna di balle") è stata nel campo di Coucha per documentare la situazione dei profughi e riportarne la voce.SB

"Our democratic boys". Piccola storia ignobile del Cnt libico


Dall'omicidio di Mu'ammar al-Gaddafi in Libia non succede più niente. Stando quantomeno ai media mainstream, che hanno quasi completamente oscurato la “nuova Libia” del Consiglio nazionale di transizione. La realtà dei fatti – come dimostrano fonti indipendenti come Human Rights Investigation o la giornalista Lizzie Phelan o accreditate in Occidente come Amnesty – è però che tra torture, linciaggi e genocidi xenofobi, la “nuova Libia” assomiglia tanto a quella vecchia.


L'Aja - «Il mio nome è Mu'ammar al-Gaddafi. Considero questo tribunale falso, in quanto chiamato a produrre false giustificazioni per i crimini di guerra commessi dall'Occidente in Libia. I media internazionali hanno iniziato una caccia alle streghe ed io non ero nelle condizioni di rispondere in modo adeguato cosicché è ora inimmaginabile che questa Corte possa giudicarmi».
Ha voluto disconoscere la Corte che lo giudicava – quella internazionale de L'Aja – accusata di essere «un fantoccio nelle mani della Nato». Si è presentato così, in quello che è apparso come un vero e proprio “contro-processo” all'Occidente l'ex leader libico Mu'ammar al-Gaddafi, accusato di genocidio e crimini contro l'umanità, arrestato nei giorni scorsi a Sirte, la sua roccaforte, dopo un rocambolesco scontro a fuoco.

Un arresto che, naturalmente, non è mai avvenuto (le parole della dichiarazione, infatti, sono quelle – reali – usate davanti a quella stessa corte dall'ex presidente serbo Radovan Karadžić). Perché l'uomo che ha guidato la Libia per oltre quarant'anni non subirà alcun processo, né dalla giustizia internazionale né da quella dei cosiddetti “ribelli” libici, che lo scorso 20 ottobre hanno deciso di passare direttamente all'esecuzione della sentenza. Eliminando così, oltre al corpo, anche la possibilità di trovare risposta ai tanti quesiti sorti in questi anni sulla reale figura del leader libico.
È per questo, dicono molti commentatori, che al-Gaddafi è stato ucciso, indipendentemente dalla rappresentazione mediatica che se n'è voluta dare, dove la mancanza di una statua da abbattere – come successo con Saddam o con Stalin – ha fatto spuntare una pistola dorata, divenuta il simbolo della nuova Libia. È stato ucciso per evitare che il processo de L'Aja potesse trasformarsi in un vero e proprio processo all'Occidente, i cui scheletri nell'armadio dei rapporti con la Libia sono innumerevoli.
Ma procediamo per gradi

La vecchia politica degli “aiuti umanitari”. «Roma avrebbe inviato in Cirenaica un carico di pistole, mitra e munizioni, spacciando il tutto per “aiuti umanitari”». Così titolava, in un articolo del 4 luglio scorso, il sito PeaceReporter, riprendendo la notizia dall'agenzia di stampa Nena News, secondo la quale nella prima settimana di marzo il nostro paese avrebbe rifornito di armi leggere i ribelli libici. Quelle armi, continua l'articolo, sono state prelevate dai depositi de La Maddalena e Tavolara – in Sardegna – e trasportate, su navi della Marina Militare (come il pattugliatore ITS Libra, arrivata a Benghasi a marzo), in Cirenaica. La formula, naturalmente, è quella ormai consolidata dell'invio di aiuti umanitari, una pratica che i nostri governi usavano già ai tempi dell'”affaire-Somalia” (e della Shifco, Ilaria Alpi e Siad Barre).

The clash of Libylization

Il conflitto libico è scoppiato. Dopo i Balcani agli inizi degli anni Novanta, dopo l'Afghanistan, dopo l'Iraq, il "club dei diritti umani" ha deciso di creare una democrazia anche in Libia, spodestando - dopo più di quarant'anni - un leader politico fino a poche settimane fa invitato a tutti i tavoli importanti dell'Occidente. Ci sono in ballo, però, le concessioni petrolifere, i fondi sovrani e - soprattutto - la sovranità nazionale di un popolo, calpestata senza troppe remore da quel mondo "bello, buono, giusto e bombarolo" che ci ostiniamo a chiamare "democrazia".
L'uccisione di Osama Bin Laden – al di là di tutte le più o meno interessanti discussioni che ne stanno venendo fuori – dovrebbe averci insegnato una cosa. Una cosa che in realtà avremmo dovuto imparare già da tempo, cioè che parole come “diritti umani”, “democrazia”, “libertà”, “giustizia” sono, appunto, parole. E tali rimangono. Così come avrebbe dovuto insegnarci che non esistono “interventi umanitari” ed organizzazioni che tali scopi perseguono. Perché se davvero quelle parole avessero un valore, a quest'ora lo sceicco del terrore sarebbe davanti ad una corte internazionale così come qualche anno fa toccò a Slobodan Milošević. Così come dovrebbe accadere – seguendo questo stesso metro di pensiero – all'ex dittatore libico Mu'ammar al-Gaddafi.

Invece niente di tutto questo. I “giusti e democratici” occidentali hanno deciso che neanche le immagini dell'omicidio devono essere rese pubbliche perché considerate “troppo crude”. Come se certi film hollywoodiani non fossero anche peggio.
A voler essere pignoli non sono stati proprio gli occidentali a decidere, o per lo meno non tutti. Perché gli Stati Uniti del Premio Nobel per la Pace Barack Obama – premio che evidentemente o è privo di valore o dovrebbe subire procedimento di revoca immediata – hanno deciso che quelle immagini non dovranno essere di dominio pubblico per evitare “problemi di sicurezza interna”. Come possa poi una semplice immagine di un uomo morto scatenare una guerra – neanche fosse una bandiera o un fondo sovrano – non ci è dato sapere...

È come essere entrati in una nuova fase della politica internazionale. Una politica “fantasma” nella quale si assiste ad una grande discussione globale, ma dalla quale non esce uno straccio di prova. Non sappiamo se lo sceicco del terrore sia effettivamente stato ucciso, con quali modalità né conosciamo realmente tempo e luogo di tale assassinio.
Così come non abbiamo prove oggettive – la famosa “pistola fumante” - per acconsentire all'ennesima invasione occidentale. Siamo pronti a mandare mezzi, uomini e a sprecare denaro pubblico dietro a genocidi farlocchi e bombardamenti che sterminano decine di migliaia di persone alla volta presentatici solo oralmente. Ci sarebbero le cosiddette “fosse comuni”, pistola fumante della medesima consistenza delle “prove” presentate da Colin Powell – Segretario di Stato durante la creazione del conflitto iracheno – dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu ed al mondo intero, se non fosse che quelle fasulle fosse comuni riprese da tutti i media mainstream si sono poi trasformate in un cimitero di Tripoli tutt'altro che fasullo.

Italia-Libia-Egitto: il triangolo dove spariscono gli “illegali”

El Hassnah (Deserto del Sinai) - «Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli la guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo. [...] L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità».

Se fosse ancora vivo, probabilmente oggi Ryszard Kapuściński dovrebbe rivedere questo passaggio del suo meraviglioso libro “L'Altro”, inserendo una quarta possibilità: l'indifferenza totale, come quella che da circa un mese nasconde uno dei più gravi casi di violazione dei diritti umani che sta avvenendo a pochi passi da casa nostra, al confine tra Egitto ed Israele, dove un gruppo di beduini tiene in ostaggio circa 250 persone tra sudanesi, somali, nigeriani, etiopi ed eritrei la cui unica caratteristica comune è quella di essere profughi. Chi - come i sudanesi - scappa da una guerra e chi, semplicemente, scappa da situazioni di povertà estrema, ma tutti accomunati dal sogno di arrivare in quella terra promessa che risponde a nomi come “Libertà”, “Pace” e “Democrazia”.
Un sogno che – come ci ha magistralmente raccontato Fabrizio Gatti in “Bilal” (libro che dovrebbe essere inserito in tutti i programmi d'istruzione del mondo) – spesso si trasforma in incubo, come quello che dagli inizi di novembre stanno vivendo 80 eritrei – tra cui bambini e donne incinte – incappati nella doppia tagliola del traffico di esseri umani e degli accordi internazionali che trasformano migranti, richiedenti asilo e profughi in “illegali”.

Duemila euro. È questo il prezzo della libertà. È questa, infatti, la somma richiesta dai beduini per traghettare i 250 migranti attraverso il golfo della Sirte, il Nilo e poi Suez, attraversando illegalmente il confine dell'Egitto dopo essere scampati alla giustizia libica. Libia, Egitto, Italia: è questo – oggi – il vero Triangolo delle Bermuda. È su queste rotte che spariscono i “clandestini per legge”, arrivati ai confini della Fortezza Italia voluta dal ministro Maroni e da Gianfranco Fini (a cui, però, va solo l'onere e l'onore di aver aggiornato una legge “di sinistra” come la Turco-Napolitano) e spediti immediatamente verso la Libia e l'Egitto, terre dalle quali difficilmente ne tornano indietro notizie.

Lasciatela, quest'Italia, agli italiani


«Andatevene». «Queste bestie non devono più stare a Rosarno».
È l'ora di smetterla con questa storia buonista dell'accoglienza “sempre e comunque” di nigeriani, marocchini, maghrebini, ghanesi. E ci aggiungerei anche di polacchi, moldavi, albanesi. Tutti. Ve ne dovete andare da questo paese. Lasciatela agli italiani, l'Italia. Lasciatelo marcire in mano nostra questo paese, così come i vostri padroni faranno marcire le arance che non racoglieranno.
Lasciatela marcire in mano a chi difende la criminalità organizzata non sapendo – o non volendo sapere – che le vittime della 'ndrangheta, della camorra, della mafia non siete solo voi, sfruttati nei campi o nei cantieri, ma tutti, cittadini italiani inclusi. C'è una parola, in italiano, che indica quel coraggio che gli italiani non hanno. Questa parola è omertà, ed indica una delle più grandi infamie che un popolo di poveri possa fare verso altri poveri. Omertà indica anche quel coraggio che noi non abbiamo più. Quello stesso coraggio che vi spinge ad attraversare il deserto con quell'unico bagaglio di sogni e speranze che noi avevamo quando, molti anni fa, facevamo le “bestie” per gli americani o per qualche altro paese che aveva fatto il salto prima di noi.
Quello stesso coraggio che vi permette, se riuscite ad uscire vivi dal deserto, di attraversare il Mediterraneo su quei gommoni che molto spesso non si sa come facciano a fare un metro, figuriamoci ad attraversare il Mediterraneo! Quello stesso coraggio che, una volta passato questo inferno, vi fa diventare schiavi per un materasso in un silos. Noi questo coraggio l'abbiamo perso, da molto tempo. Perché? Perché noi siamo solo dei pezzenti arricchiti. Dei poveri che, per fortuna geografica, per l'assenza di guerre sul territorio o per qualche altra cosa che può passare sotto il termine fortuna hanno fatto il salto. Da servi a padroni. O padroncini, come nel nostro caso.

Per come va il mondo i poveri siete considerati voi. Ma non lo siete. Anzi, siete ricchissimi. Perché voi rischiate tutti i giorni la vostra vita mentre noi ci siamo dimenticati com'è l'odore della terra lavorata per 12-15 ore al giorno per un tozzo di pane ed una goccia d'olio. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire lasciare il proprio paese, il posto in cui si sono costruiti nel tempo gli affetti, le gioie, i dolori, ed andare in un posto diverso, solo per provare a prendersi un po' di quella fortuna che a qualcuno viene data solo perché nato con un destino diverso dal vostro, la cosiddetta buona stella.
No, non siete voi i “poveri”, voi che spesso venite a raccogliere le nostre arance pur sapendo parlare più lingue di quante noi riusciamo ad elencarne, pur avendo più lauree di chi, in questo angolo di mondo, si definisce “intellettuale”.
I veri poveri siamo noi, noi che abbiamo dimenticato che molto tempo fa quelli che

«Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Fanno molti figli che faticano a mantenere e che vengono utilizzati per chiedere l'elemosina, insieme a donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani che, davanti alle chiese, invocano pietà con toni lamentosi e petulanti. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolitati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.»
come dicevano all'Ispettorato per l'immigrazione americano nel 1912, quasi 100 anni fa eravamo proprio noi.
No,i poveri non siete voi, costretti a vivere con un pezzo di carta in mano che vi dice se potete ancora essere vivi o se dovete essere morti. Perché “i flussi” sono così. Secondo la legge il vostro status di anime in pena, in bilico tra la vita (il rinnovo del permesso di soggiorno) e la morte (l'espulsione) deve durare 20 giorni. In questo paese in cui tutto va al contrario la media, nelle questure, è di 101 giorni. Vivere in questo limbo per tutto questo tempo dev'essere disumano. 101 giorni. Tre mesi e poco più senza sapere se si può continuare ad essere sfruttati in Italia o se si verrà rimpatriati, e non interessa se qua in Italia ci vivete da anni, avete un lavoro, una famiglia, dei figli. È la legge. E la legge, con i deboli, non conosce deroghe.
Se vivi o muori lo decide un pezzo di carta. Anche la roulette russa si evolve.

Ma noi non siamo cattivi, noi siamo gente per bene, e non importa se a Rosarno per anni ci si è arricchiti con le arance di carta, la truffa dei “latifondisti” calabresi per prendere gli aiuti dell'Unione Europea. E non importa se le arance raccolte sono cento, duecento quintali, magicamente ne dichiariamo un migliaio, un migliaio e mezzo e anche quest'anno abbiamo trovato come svernare. Noi siamo gente onesta, quella stessa gente che vi prende a lavorare, “in prova” naturalmente, vi fa fare il lavoro e poi: «No, guarda. Non ti posso prendere, ti sembra questo il modo di lavorare?» e non vi paga. È questa l'onestà no?

E non importa se questo modo di fare è pienamente – e volutamente – illegale. La colpa, come dicono dal governo, è che una certa politica ha fatto entrare tutti, ma proprio tutti. È la troppa tolleranza nei confronti dell'immigrazione clandestina. La colpa non è di chi vi prende a lavorare a 2 euro all'ora e che ora vi denuncia perché i rumeni prendono 50 centesimi e convengono di più, anche se la legge dice che se prendesse un italiano dovrebbe dargli 6,20 euro. Ecco perché non c'è più un italiano a raccogliere i pomodori o le arance...
E non importa se è illegale che chi vi dà il lavoro non vi metta in regola, e se gli chiedete di farlo vi picchia e vi denuncia. Secondo la legge in vigore, la Bossi-Fini, se vi denuncia a voi toccano quattro anni di carcere, a lui che vi sfrutta al massimo tre. Sempre se riescono ad accertare che lui vi fa lavorare in nero, perché non esiste, in Italia, il “Contratto Collettivo Nazionale per il Lavoro Nero”. Il caporale poi, quello a cui dovete dare 5 euro della paga giornaliera per quel fetentissimo posto in cui vi fa dormire, a lui va ancora meglio: in Italia non esiste il reato di caporalato.

Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando il nostro premier si inginocchia davanti al leader libico, regalandogli un'autostrada e un sacco di soldi per farvi uccidere nel deserto. Il deserto non è territorio italiano, quindi non ci interessa.
Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando lasciamo che le istituzioni siano piene di gente della criminalità organizzata, o che ha rapporti stretti con essa. Quelli ammazzano, mica possiamo rischiare la pelle. Di Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ne nascono solo una manciata a secolo, e i nostri li abbiamo già tutti esauriti in quello scorso.
Siamo gente onesta, noi. Noi che quotidianamente ci rendiamo correi di omicidi di massa, perché permettiamo che vi ammazzino in mare o, appunto, nel deserto. E se qualcuno lancia qualche slogan idiota, come «spariamo sulle carrette del mare!» la classifichiamo come bravata, anche se a dirlo è l'allora Presidente della Camera dei Deputati.

Per questo vi dico andate via, lasciate questo paese. Andate in Francia, ad esempio, dove un giocatore di colore nella nazionale di calcio non è un abominio di cui riempire le prime pagine dei quotidiani per settimane. Andate dove vi pare, perché per voi ogni paese è meglio dell'Italia. Lasciatela, quest'Italia, agli italiani.


***
Questo è un video, arrivato a L'Espresso, registrato nel deserto del Sahara che testimonia la sorte dei migranti respinti dalla Libia verso il deserto in base agli accordi tra Berlusconi e Gheddafi: ragazzi abbandonati nella sabbia fino a morire, come da molto tempo testimonia Fabrizio Gatti.


Le foto della vergogna.

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Carcere di Ganfuda, Bengasi, Libia.

Signor Presidente del Consiglio, Signor Ministro degli Esteri, eravate a conoscenza di queste pratiche attuate in territorio libico? Come spiegate la vostra amicizia con un uomo che rende possibile tutto questo? Come potete, voi che vi fregiate di essere "democratici" e di vivere ed amministrare un paese "civile", permettere tutto questo?