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Il paese in cui si delega tutto. Soprattutto le responsabilità

foto: aulaerre.noblogs.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/il-paese-in-cui-si-delega-tutto-soprattutto-le-responsabilita/28506/

Avevamo iniziato bene. Dopo il terremoto in Emilia-Romagna – anzi, considerando che la terra trema ancora sarebbe più appropriato dire durante il terremoto – qualcuno aveva iniziato ad usare quella parola: responsabilità.

Come sottolinea Saverio Tommasi ne “Il terremoto da un certo punto di vista”, anche attraverso le parole di Nicola de Simone, ingegnere e già genio civile della regione Romagna «il terremoto è madre natura, il capannone che cade[...]è opera dell'uomo».
Qualcuno aveva iniziato a parlare di responsabilità. Poi, come al solito, ci siamo persi nelle cacofoniche dichiarazioni dei nostri parlamentari. Però stavolta ci eravamo andati davvero vicini ad avere qualcosa di serio su cui dibattere.

A voler fare gli ingenui ci si potrebbe stupire nello scoprire che “forse” alcune aziende non rispettavano tutti i criteri anti-sismici, nonostante passassero tranquillamente tutti i controlli. Dando per certo che questi ci siano realmente stati.
Rimanendo col senno al paese reale, invece, non è uno scandalo che l'edilizia abbia preso ad unica legge la massimizzazione del profitto. Di scandaloso, invece, c'è che, pur conoscendo la politica de-cementificatoria che i media (ed ogni tanto le inchieste giudiziarie) raccontano da un po' di tempo non si sia mosso un dito per cambiare tale situazione.

Si era paventata, all'inizio, la possibilità di richiedere un censimento dei luoghi a rischio crollo, associando a questo anche una seria politica di soluzione preventiva del problema (son buoni tutti a non trovare il cemento nei pilastri di case già crollate, d'altronde). Non se ne è fatto più nulla, perché chiedere una legge – o proporla, essendo l'iniziativa popolare un istituto legislativo previsto dal nostro ordinamento a cui sarebbe il caso di dare più attenzione – la quale imponga non solo che tutti gli edifici costruiti d'ora in poi siano anti-sismici, ma che anche gli edifici già in piedi subiscano lo stesso trattamento.
Ci vorranno – o ci vorrebbero – tantissimi soldi, ma non vedo cosa ce ne faremmo di esercito ed altre voci d'acquisto in ambito militare in un paese che sembra uscito da vecchi filmati sui bombardamenti di guerra.

Dovrebbe suscitare scandalo, inoltre, quel documento pubblicato nei giorni scorsi sui giornali con il quale si chiedeva ai lavoratori non tanto di rientrare a lavoro immediatamente per evitare di spezzare il ciclo produttivo, ma di farlo a proprio rischio e pericolo (come titolava un articolo comparso su Il Manifesto nei giorni scorsi) «liberando la proprietà da qualsiasi responsabilità penale e civile»

Se questa è una fabbrica


Ritmi sempre più veloci. Un metodo che sottostima i rischi. E migliaia di operai ammalati. Ecco cosa succede davvero dentro gli stabilimenti Fiat. Leggi l'inchiesta di Manuele Bonaccorsi per il settimanale Left

Le lacrime istituzionali dimenticano gli operai

foto: linksicilia.it
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Termini Imerese (Palermo), 12 maggio 2012 – Cinque mesi. Da tanto stanno lottando gli operai di Termini Imerese per capire quale futuro li attende dopo l'ormai sicura fine del decennale rapporto con la Fiat.
Un futuro che, dicono, sarà targato Dr Motors, «un'azienda in crisi (con circa trenta milioni di debiti, ndr), che non paga i suoi dipendenti, che non costruisce macchine ma le importa già assemblate dalla Cina, che ha un rapporto con i sindacati a dir poco conflittuale», come scrivevano pochi giorni fa Emiliano Morrone ed Andrea Succi su Infiltrato.it[1]. Nonostante queste poche righe basterebbero per mandare a monte qualunque trattativa tra chi di economia ha inteso quanto meno le basi minime, il governo di quei tecnici che assomigliano sempre più ai politici (tanto da aver ripreso quella vecchia abitudine bipartisan del dare la colpa di tutto al governo che c'era prima[2]) considera l'azienda l'unico interlocutore credibile.
Gli effetti di quella “credibilità”, naturalmente, non la pagheranno tecnici e politici ma gli operai, che per questo hanno deciso di fare da soli, occupando nei giorni scorsi la sede dell'Agenzia delle Entrate e, per qualche ora, la sede della Serit (la versione siciliana di Equitalia). «Il governo nazionale pretende il pagamento delle tasse ed il rispetto delle leggi, ma non mantiene gli impegni presi con i 2.200 lavoratori: ha stralciato le tutele per i 640 esodati, a cui era stato garantito l'accompagnamento pensionistico pre-riforma, e sta mostrando tutta la sua inadeguatezza come garante di un piano di reindustrializzazione che non parte e potrebbe non partire mai. La politica è sparita, forse interessano più le elezioni che il destino di duemila persone», dice Roberto Mastrosimone, leader della Fiom di Palermo.
Per loro era scesa in campo direttamente la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero, che aveva garantito agli operai due anni di cassa integrazione straordinaria per cessazione attività e altri tre o quattro di mobilità, fino al compimento dei 65 anni di età. Insomma, un vero e proprio accompagnamento alla pensione. Poi è arrivata l'approvazione della nuova riforma delle pensioni a bloccare tutto.

Non si è ancora capito quale modello economico i tecnici abbiano utilizzato per definire accettabile la situazione in cui un operaio, che magari si è spaccato la schiena in un lavoro usurante in questi anni, possa riuscire a barcamenarsi tra fare la spesa, pagare bollette in aumento (con salari per i quali diventa una benedizione la non erosione del valore reale) in un arco di tempo di quattro o cinque anni in cui questi non avrà entrate.

Se uno mette una bomba, il fatto costituisce reato. Se vengono messe cento bombe, diventa un'azione politica

«Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un'azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un'azione politica».

Questa è probabilmente la più famosa frase di Ulrike Marie Meinhof, fondatrice – insieme ad Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Horst Mahler – della Rote Armee Fraktion (Raf) e, prima ancora, giornalista della sinistra radicale tedesca.
Mi è tornata in mente in questi ultimi giorni, mentre i nostri quotidiani ci riportavano le preoccupazioni di una Camusso che, forse per la prima volta, si preoccupava di quel che avviene nel paese reale, dal quale la classe dirigente – politica, imprenditoriale e sì, anche sindacale – è ormai distaccata da tempo. Quel «rischio concreto di tensioni sociali nei prossimi mesi»[1] come ha scritto sul suo profilo twitter.

Le tensioni sociali dei prossimi mesi, infatti, sono già arrivate, checché i sindacati ne possano pensare. Sono nelle proteste degli operai Fincantieri in Sicilia o a Genova, sono negli operai della Cantieri Navali Trapani che hanno occupato una petroliera a pochi giorni dal Natale[2], tanto per citare alcuni degli ultimi casi di proteste di cui ci siamo occupati.
Sono, soprattutto, nelle bombe alle sedi di Equitalia. «Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze», aveva scritto Beppe Grillo sul suo blog, seguito – a ruota – dal deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio, che aveva paragonato il metodo usato dall'agenzia a quello del pizzo della criminalità organizzata.
Parliamo chiaro e – come si dice – fuori dai denti: a chiamarlo “pizzo” è stato Stracquadanio, ma credo sia almeno metà del paese (diciamo più o meno tutte e tutti coloro che si sono trovati a fare i conti con le “cartelle pazze”?) a pensare la stessa cosa.
Perché anche solo a leggere i titoli dei giornali di questi ultimi tempi, diventa difficile chiamare la cosa in altro modo.

«Perde la casa per 63 euro. Vittima un malato di Alzheimer. L'appartamento messo all'asta e acquistato, grazie alla segnalazione di una talpa interna», scrivevano Giuseppe Filetto e Marco Preve sull'edizione di Genova di Repubblica il 28 gennaio 2011[3]. «Cagliari, cartella-beffa di Equitalia. Debito da 5 centesimi, conto di 62 euro», scriveva l'Unione Sarda lo scorso 16 dicembre[4]. E con titoli così negli ultimi tempi – per colpa di Equitalia o della più generale crisi economica – si potrebbero riempire intere edizioni dei quotidiani. Perché al di là degli slogan, la crisi la stiamo pagando noi (come d'altronde era facilmente immaginabile). Ed il conto davvero salato credo ancora non sia arrivato.

Sicilia, il 2012 inizia tra le proteste (operaie)

Trapani – Un 2012 all'insegna delle lotte per il lavoro. È questo il primo commento che si può fare sul nuovo anno, iniziato da una manciata di giorni ma già caratterizzatosi – così come la fine del 2011 – per quello che sembra l'inizio di una nuova stagione di lotte operaie, tra una crisi economica che avanza, imprenditori che non riuscendo a pagare i propri debiti (o, in alcuni casi, i propri dipendenti) si suicidano, ed il “metodo-Marchionne” che si espande a macchia d'olio.

A fare la “voce grossa”, in Sicilia, oltre agli operai ci hanno pensato gli aderenti al Movimento dei forconi, che nei giorni scorsi hanno chiamato a raccolta tutte le categorie sociali, dai loro colleghi dell'agricoltura al mondo operaio passando per le università ed i disoccupati, chiamando tutti a raccolta per cinque giorni di sciopero ad oltranza a partire dal prossimo 16 gennaio. «Questa agitazione non è uno sciopero contro i siciliani ma è l'unico sistema per indurre la classe politica a mettere in atto strategie, scelte e provvedimenti che possono realmente giovare al mondo della produzione e del trasporto».

La lotta riparte...dalle navi. Ieri, 3 gennaio, erano 36. Sono i giorni trascorsi dall'occupazione della petroliera “Marettimo Mednav” da parte di 20 operai – che quella petroliera hanno concorso a costruirla – nel Cantiere Navale di Trapani, licenziati lo scorso 23 dicembre dopo un regime di cassa integrazione che durava da luglio. A raccontare la loro lotta – con diari quotidiani – è “L'Isola dei cassintegrati”. Come per le lavoratrici Omsa – ne parlavamo ieri[1] - anche i dipendenti della Cantieri Navali Trapani hanno subito la “politica-Marchionne”, diventata ormai esempio per molti. Le commesse, infatti, non sono mai mancate, eppure 58 lavoratori (o, meglio, 58 famiglie, che è un po' diverso) vedono sempre più vicino il licenziamento definitivo. Lottano per il loro lavoro ormai da tre mesi, con i sindacati che – come sempre più avviene in Italia – latitano. Da qui, da quel senso di abbandono, la decisione di occupare la petroliera. «Nel frattempo» - scrivono gli operai sul sito[2] - «uno spiraglio di luce si apre quando ci rendiamo conto che non siamo soli, che persone meravigliose hanno organizzato una festa di natale per i nostri bambini, con regali e panettone e tanti sorrisi. Persone qualunque che non hanno un parente o un amico tra di noi, ma che vogliono farci sentire meno soli».

L'autunno caldo della Fincantieri. È iniziato ormai da qualche settimana – il 23 dicembre le prime braccia incrociate – lo sciopero degli operai dei cantieri navali a Palermo per contestare il piano esuberi, con relativo ridimensionamento, proposto dall'azienda e che prevede la mobilità volontaria per 140 lavoratori in possesso dei requisiti per l'avvicinamento alla pensione (sui 505 operai palermitani, già 130 sono in cassa integrazione).

Licenziamenti Omsa, le lavoratrici faentine chiedono aiuto

FAENZA - «Abbiamo dei diritti firmati e siamo rimaste per la promessa di riconversione e intanto abbiamo bisogno di ammortizzatori. Come campiamo altrimenti?». Ha voluto utilizzare facebook per riversare tutta la sua delusione ed i suoi timori Clara Zacchini, una delle 239 operaie Omsa di Faenza che hanno ricevuto la conferma del loro licenziamento, previsto per il prossimo 14 marzo, data in cui terminerà la cassa integrazione straordinaria, perché l'azienda ha deciso di portare tutto in Serbia. Le operaie, intanto, chiedono l'aiuto di tutte e tutti. 

L'ufficialità del licenziamento è arrivata nel momento peggiore, a tre giorni dall'apertura di un vero e proprio tavolo delle trattative al Ministero dello sviluppo economico che aveva riacceso una seppur flebile speranza per quella che appariva tra le migliori soluzioni possibili: la riconversione dell'intero stabilimento.

Le speranze erano riposte tutte nella relazione dell'ingegner Marco Sogaro, amministratore delegato della Wollo srl di Torino a cui era stato affidato il compito di trovare investitori interessati all'acquisto dello stabilimento.
«Si è trattato di un incontro che non ha portato nessuna notizia concreta sul fronte della riconversione» - è stato il commento Samuela Meci e Renzo Fabbri della Filctem Cgil (Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energia Manifatture) di Ravenna. Si era anche trovata nel 12 gennaio la data per una seconda riunione, al fine di valutare l'effettivo avanzamento delle trattative. Tavolo che, evidentemente, avrà utilità pari a zero.

Se Faenza piange, Gissi non ride. Lo scorso 25 novembre, intanto, è stato chiuso lo stabilimento di Gissi, nel teatino, dopo 23 anni di fondi regionali e Cassa del Mezzogiorno. Anche in questo caso, 380 dipendenti senza lavoro in Italia, e la prospettiva di rientrare nel piano di delocalizzazione in Serbia, dove il sistema di stipendi e diritti è – come noto – ben diverso da quello italiano.

Le lavoratrici faentine, intanto, si organizzano. E chiedono a tutte e tutti un gesto di solidarietà, boicottando i prodotti a marchio Philippe Matignon, SiSi, Omsa, Golden Lady, Hue donna e uomo, Saltallegro e Serenella.SB

Il lavoro "a click" e la competitività del mercato globale

New Delhi - L'ultima moda è quella del lavoro in “outsourcing telematico”. Attraverso piattaforme nate per il lavoro informatico in rete, le aziende – per lo più americane – offrono lavoro a persone che svolgono tutto attraverso software di video-conferenza, in un gioco al ribasso (di salari e diritti) che qualcuno si ostina a chiamare “competitività”.

A scriverne è, oggi, Antonello Mangano su Terrelibere.org[1]: grafici, traduttori, giornalisti, programmatori si iscrivono a piattaforme come oDesk, Getacoder, Elance in maniera completamente gratuita. Le aziende, in base alle caratteristiche di cui hanno bisogno, selezionano il lavoratore/i lavoratori – solitamente giovani indiani che hanno il vantaggio di essere altamente formati e di richiedere stipendi bassissimi – pagandoli attraverso il metodo Paypal. «Una rupia» - scrive Mangano nell'articolo - «equivale a un centesimo di euro e a due di dollaro. Uno stipendi di 345 dollari (1800 rupie) è considerato discreto». Basta fare due conti per capire come questo sistema sia ben visto da chi predica il contenimento dei costi di gestione dei lavoratori.

Modello eBay. Funziona così: l'impresa inserisce il classico annuncio “Cercasi”, scrivendo nella richiesta di cosa necessita. Dall'altro lato, gli iscritti non devono fare altro che inserire il proprio curriculum allegando una scheda dettagliata delle sue competenze e, eventualmente, sostenere un esame on-line per vedere se quello che dichiara è effettivamente quello che sa fare. Niente di più e niente di meno, in realtà, di quello che un po' tutti facciamo quando, in cerca di lavoro, passiamo intere giornate portando curriculum in giro per la città. L'unica differenza è che nel caso di siti come Elance (27.706 nuove offerte negli ultimi 15 giorni) o Getacoder (2.472 nell'ultimo mese) l'unica cosa a spostarsi fisicamente sono le dita sulla tastiera.
Le imprese che assumono si trovano di fronte al “solito” dilemma: conciliare il minor costo possibile con la più alta professionalità possibile. Per questo si utilizza il “sistema eBay”: oltre al costo, infatti, valgono l'esperienza e le referenze (o “feedback”, adattando ai tempi). Se un iscritto lavora male o, dall'altro lato, un datore di lavoro non rispetterà gli impegni, i feedback negativi faranno in modo che sarà per lui più difficile trovare lavoro o lavoratori.

Un vantaggio in un modus operandi simile, comunque, c'è. Quello cioè che permette ai giovani di poter rimanere a lavorare nel loro paese, magari senza nemmeno doversi spostare troppo tra una città e l'altra, piuttosto che intraprendere viaggi oceanici senza avere la sicurezza che quello sarà un viaggio a buon fine.

Gli italiani, ricorda l'articolo, sono pochi, in particolare per l'endemica diffidenza, la scarsa conoscenza dell'inglese ed il fatto che il cambio euro/dollaro non è certo conveniente come quello dollaro/rupie. Ed anche perché, ad esempio, per il comparto giornalistico c'è chi offre dieci centesimi di euro a parola. In questo, evidentemente, la “rivoluzione” del lavoro “a click” non ha cambiato poi molto.SB

Note
[1] Come affittare un freelance da un continente all’altro. Online e a basso costo, Antonello Mangano, Terrelibere.org, 21 dicembre 2011

Caporalato, la Flai Cgil propone la creazione di un codice etico


Palermo, 28 settembre 2011 – Un codice etico contro il caporalato in agricoltura. Lo chiede la Federazione Lavoratori Agroindustria (Flai) della Cgil siciliana per combattere il “neo-schiavismo” a cui sono assoggettati i migranti – spesso clandestini – e che nella sola Sicilia tocca percentuali del 25% di occupazione in nero e del 48% per quanto riguarda il lavoro irregolare.

All'interno della conferenza stampa che ha lanciato la proposta – che nell'idea della Federazione dovrebbe diventare una vera e propria carta “degli impegni morali” - è stata presentata anche la tre giorni itinerante che nelle province di Siracusa e Ragusa porterà i sindacalisti “di strada” nelle piazze del caporalato.

Il problema-caporalato deve però essere combattuto non solo nell'ambito della stretta contrattazione caporale-lavoratore migrante, ma deve partire da «una politica programmata dell'accoglienza per evitare situazioni di degrado» riguardanti soggetti che ormai rappresentano uno dei pilastri fondamentali dell'economia agricola siciliana ed i cui diritti vanno pienamente riconosciuti, a partire da quelli di cittadinanza e di voto.

«Identifichiamo nella prefettura» - ha detto Salvatore Tripi, segretario generale della Federazione siciliana - «il punto di riferimento delle istituzioni, degli enti di vigilanza e delle parti sociali nel territorio. Alla prefettura chiediamo di intestarsi la stesura e la stipula con le parti del codice etico, per una corretta gestione del mercato del lavoro agricolo».
Il sindacato ha anche lanciato l'allarme sull'esiguo numero degli ispettori che dovrebbero controllare la corretta – e legale – gestione delle aziende siciliane, dove per 400mila aziende ci sono solo 107 ispettori. «Suggeriamo anche» - ha continuato Tripi - «un sistema premiale per le imprese virtuose e vigileremo sull'attuazione della nuova legge che sanziona penalmente l'intermediazione illecita di manodopera». Un rapporto che permette, ad esempio, alle aziende di assumere i lavoratori migranti per tutto l'anno e che non li mettono in regola neanche per le 51 giornate necessarie a questi ultimi per accedere alle tutele previdenziali ed assistenziali.
«Se la situazione non cambierà» - ha concluso il sindacalista - «la prossima iniziativa del sindacato sarà lo sciopero di tutti i lavoratori agricoli dei comuni dove il fenomeno si manifesta».

Cassibile, Vittoria, Licata, Pachino, Ispica, Scoglitti. Sono alcune delle tappe che tra oggi e venerdì prossimo toccheranno la Federazone ed il Sindacato di Strada nei luoghi dell'eccellenza agricola siciliana, “eccellenza” che sempre più si basa su fenomeni come il lavoro nero ed il caporalato, che sempre più – come evidenziava nei mesi scorsi l'agenzia Redattore Sociale – fa largo uso di minori e donne, fisicamente più adatti alle serre-tunnel nelle quali sono costretti a lavorare (alte, in media, 80 centimetri).

Negli scorsi mesi il caporalato è diventato reato (inserito nel Decreto legge numero 138 del 13 agosto 2011), anche grazie alla rivolta dei migranti di Nardò (Lecce), ma la battaglia per eliminare il fenomeno – che ogni anno coinvolge circa 250mila persone, non solo nel settore agricolo – è ben lungi dall'essere conclusa.

"La primavera di Rosarno non può finire". Così sfratta il boss


Rosarno (Reggio Calabria), 20 settembre 2011 – Agli inizi di Gennaio 2010 la rivolta dei migranti portò agli onori della cronaca nazionale il problema del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori extracomunitari nell'agricoltura in odor di 'ndrangheta. A Dicembre l'elezione a sindaco di Elisabetta Tripodi (Partito Democratico) ha dato il via alla “primavera di Rosarno”.

Un cambiamento, quello rosarnese, che però sembra non essere gradito a Rocco Pesce, 54 anni, detto “Pirata” per una benda che gli copre l'occhio destro appartenente ad una delle più rilevanti “dinastie” mafiose, che fin da subito ha iniziato a delegittimare la nuova giunta, sostenendo non solo che questa fosse più sensibile ai problemi dei migranti che a quelli della cittadinanza, ma anche che la famiglia del sindaco avesse delle non meglio specificate frequentazioni con i consanguinei del “Pirata”. Lo ha fatto con una lettera, inviata dal carcere di Opera, nel milanese, dove il boss sta scontando un ergastolo con il regime del 41bis.
Quello che più dovrebbe inquietare della missiva – che sembra essere stata scritta a più mani – è che la carta sulla quale è stata dattiloscritta rechi l'intestazione del Comune reggino, ad uso solo dei funzionari del municipio.

Il controllo della 'ndrangheta ha portato il territorio di Rosarno – un territorio relativamente ricco grazie all'agricoltura – a diventare un centro in cui le cosche controllavano tutto, dalle pompe di benzina alla squadra calcio. L'operazione “All Clean”[1] ha portato alla luce, tra le tante, il modo in cui i Pesce controllavano la filiera delle arance, strutturata lungo tutto il percorso raccolta-vendita attraverso una serie di cooperative per la raccolta e la commercializzazione che arrivavano fino ad una catena di supermercati (uno dei “nuovi” business della criminalità organizzata) attraverso la quale vendere al dettaglio.

Ma a far infuriare il boss è stato un altro atto “anti-mafia”, un atto di normale amministrazione come quello di far eseguire uno sfratto, avvenuto lo scorso giugno. Mentre “Pirata” è in carcere, infatti, madre, fratello e sorella del boss continuavano a vivere in una villetta dichiarata abusiva – il terreno, oltre che non appartenere ai Pesce era anche soggetto a vincolo archeologico – già nel 2003, quando questa era entrata a far parte del patrimonio comunale. «Abbiamo semplicemente concluso una procedura che nessun altro aveva toccato negli anni. È solo un atto amministrativo dovuto», sono state le parole del sindaco.

Da quel momento, però, la sua vita cambia. Non può più guidare la sua macchina e deve avvisare la scorta che le è stata assegnata per ogni spostamento.
Nonostante gli impedimenti e le minacce, comunque, Elisabetta Tripodi va avanti, senza paura. Perché – per una volta – le istituzioni sono state pronte a schierarsi dalla parte della legalità e a non far finta di niente come succede troppo spesso negli ultimi tempi. Perché «La “primavera di Rosarno” non può morire, né possiamo permetterci di spegnere la speranza». E nel tempo in cui la criminalità organizzata azzanna con sempre maggior forza i gangli più importanti dell'architettura socio-economica italiana e dove la classe politica è sempre più separata dalla società, sperare nella “piccola rivoluzione” rosarnese diventa più che un atto di solidarietà.

Note
[1] http://www.mediterraneonline.it/2011/04/21/operazione-all-clean-scacco-matto-alla-cosca-pesce-di-rosarno-190-milioni-di-beni-sequestrati/

Gli schiavi del sole



Sottotitolo: il lato nascosto del fotovoltaico.

«Il lavoro di montaggio era affidato a circa 500 lavoratori non comunitari, attratti dalle prospettive di lavoro e dai contratti che Tecnova proponeva. Arrivati in Salento grazie al passaparola, veniva loro promesso di essere assunti con contratti da metalmeccanici per sette ore al giorno e 1.300 euro di stipendio. Promesse smentite da una realtà fatta di almeno dodici ore quotidiane di attività, di straordinari e festivi non pagati, infortuni non segnalati, contributi non versati e assicurazioni inesistenti. E poi minacce continue, vessazioni, licenziamenti in tronco per chi osava lamentarsi. Altri avrebbero anche pagato per avere quel posto, da 300 a 800 euro, il contratto solo per il primo mese di lavoro, poi più nulla, solo accordi verbali. Contratti del valore di carta straccia, la paga era data alla giornata, circa 50 euro al giorno. Fino al 24 marzo quando la paga non è stata data».

[da "Puglia, ecco gli schiavi del fotovoltaico", di Matteo Zola per "NarcoMafie"]

Intervista a Maurizio Landini, "Che tempo che fa" (15 gennaio 2011)




Note a margine: da più parti si sente chiamare - se non proprio invocare - una nuova unità per la Sinistra. Forse il nome da cui ripartire ce l'abbiamo già...

La terza via della Fiat


Torino - Il messaggio è arrivato forte e chiaro: se al referendum in programma giovedì e venerdì a Mirafiori non dovessero vincere i sì – cioè non dovesse passare la linea patronale – la FIAT non investirà più nello stabilimento e farà un passo ulteriore verso la dipartita dall'Italia.
Ma sarebbe davvero una perdita così devastante? Davvero non c'è alternativa al diktat di Marchionne?
A me sembra che un'alternativa, concreta e funzionante, a volerla vedere sia sotto gli occhi di tutti. Ma prima di arrivare a capire quale sia questa eventuale “terza via” bisogna porsi un'altra domanda, forse ancor più importante del dibattito “lavoro o diritti?” di questi giorni: la FIAT è ancora utile all'Italia o stiamo continuando a foraggiare (con 500 milioni di aiuti pubblici all'anno, checché ne dicano gli annunci della dirigenza) una zavorra i cui investimenti potrebbero essere usati in maniera diversa?

Se guardiamo al mercato – quanto meno a quello europeo – c'è un'unica risposta che si possa dare: la FIAT ormai da tempo ha perso in termini di competitività ed i numeri sparati – letteralmente – dall'amministratore delegato sono destinati a rimanere puro fumo negli occhi: non ci saranno né i 6 milioni di autovetture del mercato globale né quel milione e 600mila veicoli destinati al solo mercato italiano (da ciò se ne dovrebbe dedurre senza troppe difficoltà che non ci saranno neanche quei 20 miliardi in investimenti promessi e di cui, al momento, se ne sono visti a malapena un paio...).
Tutti questi numeri saranno destinati a non avere riscontro nella realtà per la conformazione stessa del mercato dove, ad un'offerta su cui sarebbe bene iniziare seriamente ad interrogarsi, non corrisponde una domanda tale – in termini quantitativi – da poter sopperire all'evidente surplus dell'offerta, attestato su livelli del +30-40% (cioè quasi mezzo mercato in più) in Europa e negli Stati Uniti e dove, come scriveva il Sole 24 Ore qualche giorno fa, anche il mercato cinese sembra andare nella stessa direzione, con una previsione nel prossimo quinquennio di una sovrapproduzione prevista intorno a quote del 20%.
È evidente, dunque, come a queste condizioni il mercato dell'auto non sia più un “mercato-rifugio” per il nostro paese.

Ma, come dice il famoso proverbio, le sciagure viaggiano in coppia e dunque ad una sempre maggior saturazione del mercato dobbiamo aggiungere anche la totale assenza di un progetto per il futuro del Lingotto. A parziale giustificazione, comunque, bisogna sottolineare come l'assenza di un piano industriale sia una evidente scelta politica che arriva direttamente dalla classe dirigente (e l'aver tenuto un ministero – quello dello Sviluppo Economico – vacante per mesi ne è un chiaro ed eloquente indizio).

Saluteremo il Signor Padrone (che vuole andare in Serbia…)

37497_1446894186163_1647444681_31075044_3970152_n Ma quanto mi piace Marchionne. Quel suo stile “tu vuò fa l’americano”, quel look che lo distingue dagli altri “top-manager” italiani. Sì, Marchionne mi piace davvero. Peccato che sia arrivato tardi: un gran barzellettiere, noi, ce l’abbiamo già e a tempo perso fa anche il Presidente del Consiglio. Perché anche Sergio “l’americano” è un gran barzellettiere, e magari tra qualche anno – una volta scomparso dalle scene il Silvio nazionale – potrebbe anche aspirare a prenderne il testimone in politica, visto che nell’avanspettacolo sono quasi alla pari.

La più bella barzelletta che gli ho sentito raccontare, per adesso – ma aspetto miglioramenti in merito – è stata la famosa “lettera aperta agli operai”: «Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente». Inizia così il suo “appello” all’unità della ditta. Certo, considerando tutti i licenziamenti politici di questi giorni e le migliaia di operai messi in cassaintegrazione e che con la dipartita della FIAT in direzione Kragujevac (Serbia) quel “persone a cui si tiene veramente” mi suona un po’ strano. Ma Marchionne è americano, forse ha problemi con la lingua italiana. Dunque andiamo avanti…Tralasciando quel «vi scrivo da uomo» che mi ricorda tanto un certo calciatore che qualche anno fa si definì «più uomo di tutti voi messi insieme» di fronte ad un’incredula folla di giornalisti per poi fare una figura miserrima nei campionati successivi, mi viene da ridere quando – memore del concetto di “fabbrica come grande famiglia” che andava di moda in Italia qualche decennio fa – fa sapere agli operai che di lì a breve licenzierà che proprio quella lettera è il modo più «diretto ed umano che conosca per dire le cose come stanno». Si vede che io i Padroni non li ho mai capiti, visto che credevo che il metodo più diretto e umano che avessero per dire le cose come stavano fossero sì le lettere, ma quelle di licenziamento! Sul finire della lettera poi, come nelle migliori delle rappresentazioni, arrivano i fuochi d’artificio: «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Lo ammetto: questa è davvero buona, quasi quasi è meglio di «stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata» che ogni tanto ci sentiamo ripetere dalla Premiata Ditta di Governo…L’invito all’ “onor di bottega”, poi, è squisito: «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.

Al capezzale del Sol dell'avvenire

Nonostante la schiacciante vittoria di quello che nominalmente era definito referendum ma che nella sostanza era una vera e propria prova di forza tra i Padroni e la Fiom, tutto è ancora nelle mani della Fiat, che potrebbe anche decidere – visto quel terzo di irriducibili - di non iniziare l’opera di investimento sull’impianto campano, dando così in mano agli operai il proprio futuro. A parte quei 1673 sono tutti contenti: sono contenti i finti sindacati, come abbiamo visto; sono contenti i Padroni – da Marchionne alla Marcegaglia passando per l’Esecutivo – che ha finalmente trovato il grimaldello per eliminare definitivamente il sistema sociale da quello statale, ed è contenta l’opposizione parlamentare, che ancora una volta è riuscita ad evitarsi il problema di fare opposizione vera, trincerandosi dietro ad una gamma di dichiarazioni ed atteggiamenti alquanto irritanti, partendo dalle non dichiarazioni della dirigenza più alta – quella che ha abbandonato gli operai sotto le macerie del Muro – allo sciopero della fame “in solidarietà coi lavoratori” di alcuni altri. Come al solito, una gran presa per i fondelli. L’unica idea degna di nota – per quanto predicatrice nel deserto – è stata quella di Diego Bianchi, alias “Zoro”, il più conosciuto e probabilmente uno tra i più influenti blogger marchiati “PD” che ieri, di fronte ai cancelli di Pomigliano ha commentato: «Bersani sostiene che ci penseranno gli operai: allora perché non mettiamo un operaio a capo del Pd?»
Da più parti ci si chiede come sarebbe stato possibile far vincere il fronte del “No” di fronte al ricatto padronale, perché è così che gira l’Italia.

Almeno le clausole vessatorie sono scritte in piccolo...

Mentre l'Italia, come al solito, è presa dalle vacue discussioni elettorali sulla possibilità o meno di poter votare il ciellino Formigoni in Lombardia e la nonsisabenecosa Polverini a Roma (ci saranno tutti e due sulle schede elettorali, state tranquilli), gli apparati statali procedono indisturbati verso la distruzione dei diritti dei lavoratori.

La nuova arma di distruzione si chiama ddl 1167-B, volgarmente intitolato: “deleghe al governo in materia di lavori usuranti, riorganizzazione di enti, congedi aspettative e permessi, ammortizzatori sociali, servizi per l'impiego, incentivi all'occupazione, apprendistato, occupazione femminile, lavoro sommerso, lavoro pubblico, controversie di lavoro”. Sotto questo titolo – che vuol dire tutto e niente – si nasconde l'ultimo regalo della classe politica asservita ai Padroni: l'eliminazione della «giusta causa» dalle tutele per i lavoratori e quindi la cancellazione di un altro di quei «diritti indisponibili» che una volta il lavoratore si vedeva tutelati. Fino ad ora il padrone non poteva svegliarsi la mattina e licenziare, così, a caso, a simpatia. Doveva avere un motivo valido (il lavoratore non sapeva fare bene il suo lavoro, aveva fatto una cavolata sul luogo di lavoro et alia): era questa la famosa “giusta causa”. Da oggi la dicitura “licenziamento con giusta causa” diventa “licenziamento senza giusta causa”, andando così a distruggere l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori il quale prevede(va) che, in caso di licenziamento illegittimo – senza giusta causa, appunto – il lavoratore fosse reintegrato. È quello che è successo reiteratamente al macchinista Dante De Angelis reo di aver semplicemente fatto notare la carenza delle norme di sicurezza su alcuni convogli Trenitalia, la quale si è vista costretta a reintegrarlo per ben tre volte.

Qui apro una piccola parentesi che con la discussione in oggetto al Parlamento non c'entra molto: in molti lavori, oggi, tra le clausole presenti in un contratto di assunzione, viene posta l'impossibilità per il lavoratore di “parlar male” dell'azienda (non so la terminologia tecnica, ma la sostanza è quella...) e, quindi, viene tolta la possibilità al lavoratore responsabile, di tutelare sé, i colleghi e gli utenti del servizio offerto in caso di carenze – di protezione e quant'altro – da parte dell'azienda. Quel che mi chiedo io è come si possa accettare una cosa simile. Non tanto da parte dei lavoratori che, in un mondo in crisi nel quale oggi lavori e per i prossimi due mesi non si sa, si vedono in pratica mettere il cappio al collo dal padrone se vogliono lavorare; qui c'è la totale assenza di tutte quelle forze – politiche e sindacali – che si dichiarano a favore del lavoratore e che chiedono tesseramenti o voti per la sua tutela.
Con l'articolo approvato nei giorni scorsi in Senato siamo di fronte allo stesso, identico, procedimento.

Tremonti, Scajola, Brunetta, Sacconi, Calderoli, Alfano. Sono loro i colpevoli “ufficiali” della nuova legge; e come loro lo sono i 151 parlamentari che hanno votato a favore del ddl.

Per completare il quadro, poi – visto che le cose o si fanno per bene o è meglio non farle – nei mesi scorsi si è abbassata l'età minima per accedere all'apprendistato, portandola dai 16 ai 15 anni attuali. Cosa che si traduce, in gergo padronale, in una possibilità in più di sfruttare la schiavitù minorile sottoforma di “contratto di apprendistato”.
Perché oggi in Italia il lavoratore non è più un lavoratore propriamente detto: contratti a progetto; agenzie di lavoro interinale; contratti di lavoro intermittente (meglio noti come contratti a chiamata); tante sigle per ribadire che il lavoratore, così come le materie prime e le scorte di magazzino, è una merce. Non solo merce da sfruttare per il padrone, ma anche – e forse soprattutto – merce di scambio nel continuo do ut des che classe politica e classe padronale compiono quotidianamente sotto gli occhi di distratti cittadini “democratici e per la legalità”, distratti dalla vacuità della discussione finto-intellettuale italiana.

Per entrare nello specifico di quel che sarà con l'introduzione del disegno di legge, abbiamo già precedentemente detto come, in caso di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro sia tenuto al reintegro del lavoratore; oggi, invece, il reintegro si trasforma in mera indennità economica stabilita da una terza parte la cui funzione è quella di fare da “arbitro” tra le parti e che deciderà “secondo giustizia” sulla controversia in essere.
Attenzione alle parole tra virgolette: “arbitro” e “secondo giustizia”. La terza parte predisposta, a rigor di logica, dovrebbe essere il giudice che, come dice il nome stesso “giudica” chi ha ragione e chi ha torto e, applicando la legge vigente, dirime la controversia. Tutto questo, ora, ricade sotto la tipologia del “passato”, perché da oggi il compito del giudice – al quale non per niente è stato dato nome diverso – sarà la mera ratifica di una decisione presa precedentemente dal padrone e fatta forzatamente accettare al lavoratore: sì, perché potranno essere inserite nei contratti delle clausole con cui il lavoratore rinuncia preventivamente al ricorso alla magistratura in caso di controversia, affidando la decisione a questa terza parte arbitrale. Clausola che naturalmente verrà impostata nel contratto di assunzione (cioè nel momento in cui il lavoratore è più ricattabile), per cui io lavoratore sarò costretto a rinunciare alla possibilità di potermi difendere dalle magagne del padrone ancor prima di sapere se il padrone sarà un buon padrone o meno! Una vera e propria carta bianca ai padroni che potranno fare quel che vogliono con la vita dei dipendenti (vabbé che con tutta quella serie di contratti elencati prima lo fanno già...). Insomma: la nuova tratta degli schiavi è servita!
Come se non bastasse – perché le sciagure, come si sa, viaggiano sempre in coppia – questo fantomatico arbitro non sarà tenuto a decidere in base alla legge come sensatezza richiederebbe, ma secondo un non meglio precisato principio di equità (per l'abrogazione dell'art.412 del Codice di procedura civile sulla risoluzione arbitrale delle controversie). Per cui, a volerla leggere in maniera maliziosa, va a farsi benedire – per non dir peggio – il principio di obiettività ed imparzialità della terza parte alla quale, quindi, non rimane che dover ribadire una decisione già presa al momento della stipula del contratto.

C'è voluto un po' di tempo per arrivare a questo punto. Come dice il giuslavorista Piergiovanni Alleva sulle pagine di Liberazione di ieri, l'idea dell'arbitro è da ricondursi alle c.d. “certificazioni” della legge Biagi (che si chiami poi legge 30, legge Maroni o legge Sacconi poco ne cale allo scopo...), cioè la possibilità di inserire nei contratti di lavoro, di qualsiasi tipo, una clausola arbitrale (certificata da un'autorità) in deroga ai contratti collettivi.
Accordarsi “in deroga” ai contratti collettivi è peraltro totalmente incostituzionale. Riporto il passo dell'intervista in merito:

«E qual'è il nesso tra le certificazioni e l'arbitrato previsto dalla nuova legge?
La certificazione non ha avuto molta fortuna in questi sette anni perché, in realtà, non c'era nessuna sicurezza che reggesse davanti a un tribunale. L'articolo 24 della Costituzione vieta che ci siano atti negoziali privati, provvedimenti amministrativi, inoppugnabili, mentre l'articolo 111 impedisce la possibilità che vi siano contratti che sfuggano alla possibilità di un controllo giurisidizionale. Davanti al tribunale del lavoro si sarebbe potuto dimostrare, per esempio, che questi contratti “certificati” come contratti a progetto nascondevano in realtà forme di lavoro subordinate e così via. Allora ecco la grande invenzione di questa legge. Siccome queste “intimidazioni blindate” non reggono davanti al giudice, il governo ha pensato di eliminare anche il giudice mettendo al suo posto un cosiddetto arbitro. In questo modo queste simulazioni non potranno più essere smentite. Come se non bastasse la clausola arbitrale presente nel contratto certificato non riguarderà soltanto la natura dei contratti (tempo determinato, indeterminato, ecc), ma anche le modalità di licenziamento. In caso di controversia sulla fine del rapporto di lavoro ci si ritrova di nuovo davanti ad un arbitro, il quale può decidere non secondo le leggi e gli accordi stabiliti in sede di contrattazione collettiva ma secondo “equità”, cioè secondo una propria valutazione soggettiva. Oggi se il giudice constata la ragione del lavoratore deve reintegrarlo per legge sul posto di lavoro, l'arbitro invece potrà limitarsi ad una piccola somma di risarcimento».

Ho volutamente lasciato alla fine l'aspetto prettamente politico della questione: stando alle dichiarazioni del ministro Sacconi, le aule hanno discusso questo ddl per ben due anni. Non so se siano due anni, ma sicuramente c'è voluto un po' di tempo, visto che – senza emendamenti – una proposta di legge, dunque anche un ddl deve passare per ambedue le camere, da ciò la mia considerazione di natura politica: perché parlarne solo adesso, peraltro quando i giochi sono ormai chiusi? Perché non informare i lavoratori in questo arco di tempo, prima che una decisione simile fosse presa? L'unica risposta che mi viene in mente è che anche quelle forze che si spacciano per forze “di sinistra” (naturalmente circoscrivendo il tutto al complesso parlamentare, visto che la sinistra “estrema” è ancora forza extra-parlamentare) sono diventate amiche del padrone. Ma d'altronde, in un paese in cui due dei tre leader dei sindacati più importanti pranzano allo stesso tavolo del padrone c'è da stupirsi?
Certo: mi chiedo quando i lavoratori – e non solo loro – la smetteranno di delegare la evidente non-tutela dei propri diritti ad una classe politica di codesta fattezza. Ma sono fiducioso che prima o poi tutti impareremo la lezione.

Mentre aspettiamo di vedere quanto possano essere validi i referendum di Rifondazione, comunque, una cosa è chiara: almeno le clausole vessatorie sono scritte in piccolo...

Lasciatela, quest'Italia, agli italiani


«Andatevene». «Queste bestie non devono più stare a Rosarno».
È l'ora di smetterla con questa storia buonista dell'accoglienza “sempre e comunque” di nigeriani, marocchini, maghrebini, ghanesi. E ci aggiungerei anche di polacchi, moldavi, albanesi. Tutti. Ve ne dovete andare da questo paese. Lasciatela agli italiani, l'Italia. Lasciatelo marcire in mano nostra questo paese, così come i vostri padroni faranno marcire le arance che non racoglieranno.
Lasciatela marcire in mano a chi difende la criminalità organizzata non sapendo – o non volendo sapere – che le vittime della 'ndrangheta, della camorra, della mafia non siete solo voi, sfruttati nei campi o nei cantieri, ma tutti, cittadini italiani inclusi. C'è una parola, in italiano, che indica quel coraggio che gli italiani non hanno. Questa parola è omertà, ed indica una delle più grandi infamie che un popolo di poveri possa fare verso altri poveri. Omertà indica anche quel coraggio che noi non abbiamo più. Quello stesso coraggio che vi spinge ad attraversare il deserto con quell'unico bagaglio di sogni e speranze che noi avevamo quando, molti anni fa, facevamo le “bestie” per gli americani o per qualche altro paese che aveva fatto il salto prima di noi.
Quello stesso coraggio che vi permette, se riuscite ad uscire vivi dal deserto, di attraversare il Mediterraneo su quei gommoni che molto spesso non si sa come facciano a fare un metro, figuriamoci ad attraversare il Mediterraneo! Quello stesso coraggio che, una volta passato questo inferno, vi fa diventare schiavi per un materasso in un silos. Noi questo coraggio l'abbiamo perso, da molto tempo. Perché? Perché noi siamo solo dei pezzenti arricchiti. Dei poveri che, per fortuna geografica, per l'assenza di guerre sul territorio o per qualche altra cosa che può passare sotto il termine fortuna hanno fatto il salto. Da servi a padroni. O padroncini, come nel nostro caso.

Per come va il mondo i poveri siete considerati voi. Ma non lo siete. Anzi, siete ricchissimi. Perché voi rischiate tutti i giorni la vostra vita mentre noi ci siamo dimenticati com'è l'odore della terra lavorata per 12-15 ore al giorno per un tozzo di pane ed una goccia d'olio. Abbiamo dimenticato cosa vuol dire lasciare il proprio paese, il posto in cui si sono costruiti nel tempo gli affetti, le gioie, i dolori, ed andare in un posto diverso, solo per provare a prendersi un po' di quella fortuna che a qualcuno viene data solo perché nato con un destino diverso dal vostro, la cosiddetta buona stella.
No, non siete voi i “poveri”, voi che spesso venite a raccogliere le nostre arance pur sapendo parlare più lingue di quante noi riusciamo ad elencarne, pur avendo più lauree di chi, in questo angolo di mondo, si definisce “intellettuale”.
I veri poveri siamo noi, noi che abbiamo dimenticato che molto tempo fa quelli che

«Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Fanno molti figli che faticano a mantenere e che vengono utilizzati per chiedere l'elemosina, insieme a donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani che, davanti alle chiese, invocano pietà con toni lamentosi e petulanti. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolitati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.»
come dicevano all'Ispettorato per l'immigrazione americano nel 1912, quasi 100 anni fa eravamo proprio noi.
No,i poveri non siete voi, costretti a vivere con un pezzo di carta in mano che vi dice se potete ancora essere vivi o se dovete essere morti. Perché “i flussi” sono così. Secondo la legge il vostro status di anime in pena, in bilico tra la vita (il rinnovo del permesso di soggiorno) e la morte (l'espulsione) deve durare 20 giorni. In questo paese in cui tutto va al contrario la media, nelle questure, è di 101 giorni. Vivere in questo limbo per tutto questo tempo dev'essere disumano. 101 giorni. Tre mesi e poco più senza sapere se si può continuare ad essere sfruttati in Italia o se si verrà rimpatriati, e non interessa se qua in Italia ci vivete da anni, avete un lavoro, una famiglia, dei figli. È la legge. E la legge, con i deboli, non conosce deroghe.
Se vivi o muori lo decide un pezzo di carta. Anche la roulette russa si evolve.

Ma noi non siamo cattivi, noi siamo gente per bene, e non importa se a Rosarno per anni ci si è arricchiti con le arance di carta, la truffa dei “latifondisti” calabresi per prendere gli aiuti dell'Unione Europea. E non importa se le arance raccolte sono cento, duecento quintali, magicamente ne dichiariamo un migliaio, un migliaio e mezzo e anche quest'anno abbiamo trovato come svernare. Noi siamo gente onesta, quella stessa gente che vi prende a lavorare, “in prova” naturalmente, vi fa fare il lavoro e poi: «No, guarda. Non ti posso prendere, ti sembra questo il modo di lavorare?» e non vi paga. È questa l'onestà no?

E non importa se questo modo di fare è pienamente – e volutamente – illegale. La colpa, come dicono dal governo, è che una certa politica ha fatto entrare tutti, ma proprio tutti. È la troppa tolleranza nei confronti dell'immigrazione clandestina. La colpa non è di chi vi prende a lavorare a 2 euro all'ora e che ora vi denuncia perché i rumeni prendono 50 centesimi e convengono di più, anche se la legge dice che se prendesse un italiano dovrebbe dargli 6,20 euro. Ecco perché non c'è più un italiano a raccogliere i pomodori o le arance...
E non importa se è illegale che chi vi dà il lavoro non vi metta in regola, e se gli chiedete di farlo vi picchia e vi denuncia. Secondo la legge in vigore, la Bossi-Fini, se vi denuncia a voi toccano quattro anni di carcere, a lui che vi sfrutta al massimo tre. Sempre se riescono ad accertare che lui vi fa lavorare in nero, perché non esiste, in Italia, il “Contratto Collettivo Nazionale per il Lavoro Nero”. Il caporale poi, quello a cui dovete dare 5 euro della paga giornaliera per quel fetentissimo posto in cui vi fa dormire, a lui va ancora meglio: in Italia non esiste il reato di caporalato.

Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando il nostro premier si inginocchia davanti al leader libico, regalandogli un'autostrada e un sacco di soldi per farvi uccidere nel deserto. Il deserto non è territorio italiano, quindi non ci interessa.
Siamo gente onesta, noi. E onestamente guardiamo dall'altra parte quando lasciamo che le istituzioni siano piene di gente della criminalità organizzata, o che ha rapporti stretti con essa. Quelli ammazzano, mica possiamo rischiare la pelle. Di Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ne nascono solo una manciata a secolo, e i nostri li abbiamo già tutti esauriti in quello scorso.
Siamo gente onesta, noi. Noi che quotidianamente ci rendiamo correi di omicidi di massa, perché permettiamo che vi ammazzino in mare o, appunto, nel deserto. E se qualcuno lancia qualche slogan idiota, come «spariamo sulle carrette del mare!» la classifichiamo come bravata, anche se a dirlo è l'allora Presidente della Camera dei Deputati.

Per questo vi dico andate via, lasciate questo paese. Andate in Francia, ad esempio, dove un giocatore di colore nella nazionale di calcio non è un abominio di cui riempire le prime pagine dei quotidiani per settimane. Andate dove vi pare, perché per voi ogni paese è meglio dell'Italia. Lasciatela, quest'Italia, agli italiani.


***
Questo è un video, arrivato a L'Espresso, registrato nel deserto del Sahara che testimonia la sorte dei migranti respinti dalla Libia verso il deserto in base agli accordi tra Berlusconi e Gheddafi: ragazzi abbandonati nella sabbia fino a morire, come da molto tempo testimonia Fabrizio Gatti.


Lega la tolleranza!


«Fuori i baluba dall'Italia», «l'Italia agli italiani», «non siamo razzisti, ma negher e meridionali puzzano, sporcano e non lavorano».
Per chi non l'avesse capito, è partita la campagna elettorale della Lega Nord. Naturalmente non poteva che partire da lì, da quella Rosarno che, ancora oggi, è in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali. Ieri un'interessante intervista de La Stampa al Ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli mi ha dato alcuni punti su cui riflettere. Vediamone i passi interessanti: [cliccate qui per la versione integrale: http://www.difesa.it/Sala+Stampa/Rassegna+stampa+On-Line/PdfNavigator.htm?DateFrom=10-01-2010&pdfIndex=22]

1) Ma il nemico dello Stato a Rosarno non è piuttosto la 'ndrangheta?
«Questo è un aspetto peculiare della vicenda. Ma porsi la questione è come chiedersi se è nato prima l'uovo o la gallina: è evidente che la criminalità organizzata può sfruttare la condizione dei clandestini. Anche per questo noi stiamo facendo di tutto per cancellare la condizione di clandestinità nel nostro Paese».

2) E allora perché voi della Lega non permettete, come si è fatto per colf e badanti, che vengano regolarizzati i lavoratori stagionali? Le imprese ne hanno bisogno, perché lasciarli alla mercè della 'ndrangheta oltre che dello sfruttamento?
«Contesto che vi siano imprese che debbano vivere sul lavoro clandestino. Lo contesto assolutamente: chi vive sul lavoro nero e sullo sfruttamento non può neanche chiamare impresa la propria attività. Regolarizzare? Ma stiamo scherzando? Con la situazione che c'è, bisogna essere rigorosi, altro che regolarizzazioni. Nel Sud d'Italia la disoccupazione è al 18 per cento, il lavoro deve andare agli italiani che vogliono e possono farlo, non agli immigrati clandestini».

3) Si tratta di lavori che gli italiani non vogliono più svolgere da decenni, ministro. Così è come se lei dicesse: andassero a lavorare i meridionali, al posto dei clandestini...
«Non è assolutamente quello che sto dicendo. Anzitutto, quello del lavoro stagionale è un trucco: gli immigrati vengono per la raccolta dei pomodori o delle arance e poi, invece di andarsene, restano. La stagionalità è un aggiramento delle leggi. La verità è che si ricorre ai clandestini perché quel lavoro, se fosse regolare, costerebbe troppo. E invece il lavoro o è regolare, o non è. Non deve essere sottopagato: li pagassero di più, quei lavoratori, e così lavoreranno anche gli italiani. Se è questo il problema, lo affronteremo: con paghe più eque noi daremo una mano riducendo il costo fiscale e contributivo del lavoro».

4) Ma se lei riconosce la necessità dell'integrazione, perché si oppone al disegno di legge propugnato da Fini sui diritti di cittadinanza agli immigrati?
«Perché non ce n'è bisogno. Gli immigrati regolari i diritti li hanno già garantiti dalla Costituzione, il diritto al voto a che serve? Così, si rischierebbero ancora più reazioni da parte dei clandestini. Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale».

E ora passiamo all'analisi del pensiero calderoliano:

La 'Ndrangheta – così come la criminalità organizzata – non è un “fenomeno peculiare della vicenda”. Credo sia evidente a tutti, anche all'ultimo degli elettori leghisti, che non esistono più le basi per relegare il fenomeno criminale solo al Sud, basterebbe indagare sul giro di denaro intorno all'Expo 2015 che, se memoria non mi inganna, non è stato designato a Palermo, Napoli o a Reggio Calabria ma nella padanissima Milano. Le sole 'ndrine, con il loro fatturato annuo di 45 miliardi di euro (cifra denunciata da Maroni...) rappresentano quasi 3 punti del Prodotto Interno Lordo. Se non siamo al livello dei fatturati delle più grandi aziende nazionali poco ci manca. È evidente – ci dice il ministro – che la criminalità organizzata ha le mani sul mercato del lavoro irregolare, e per questo loro stanno provvedendo a cancellare la condizione di clandestinità in Italia. Qui serve un ragionamento un po' più ampio: prescindendo dal fatto che per loro cancellare la condizione equivale evidentemente alla soppressione fisica dei clandestini, mi chiedo per quale motivo – trattandosi di mercato del lavoro – non si vada a colpire il lato della domanda. Se in un mercato si va a colpire questo lato (in cui si trovano le imprese) l'offerta (in questo caso di lavoro clandestino) non trova sbocchi, per cui quel mercato in qualche modo è portato al fallimento. Si può ottenere lo stesso risultato, il “blocco” del mercato, anche chiudendo i rubinetti dell'offerta, ma questo – in particolare in un mercato come quello del lavoro – è molto più difficile, perché per una forza lavoro – e quindi un'offerta - viene eliminata (come sta avvenendo a Rosarno con i lavoratori africani) ce ne sarà sempre una pronta a sostituirla, tant'è vero che si parla già del fatto che a prendere il posto dei raccoglitori di arance africani saranno bulgari, ucraini, albanesi e gli altri cittadini dell'est. Ciò ha due vantaggi per il padrone: molti dei paesi dell'est Europa sono diventati comunitari, quindi in un controllo delle forze dell'ordine un padrone può essere accusato di sfruttamento di lavoro illegale, ma non di sfruttamento di immigrazione clandestina. Secondo vantaggio è quello che questi cittadini hanno la pelle del colore accettato, per cui non si corre il rischio di ritrovarsi con un buon numero di lavoratori non in grado di lavorare.
Mi chiedo perché non si vada a colpire quel mercato di cui brillantemente ci ha spesso parlato Fabrizio Gatti sulle pagine de L'Espresso o in un libro meraviglioso come Bilal, e cioè quel mercato tenuto in piedi dal caporalato, uno dei principali problemi di questo paese. Ma essendo un problema che non colpisce imprenditori, banche, industriali o gruppi di potere viene prontamente evitato dalla classe politica. C'hanno famiglia pure loro d'altronde, e poi i caporali possono essere sempre utili come “procacciatori” di voti in campagna elettorale no?

2) Alla lettura di questa risposta, probabilmente, al Ministro Brunetta è preso un colpo, visto che fu lui, non molto tempo fa, nella sua teoria economica tutta particolare, a definire il lavoro nero come un ammortizzatore sociale. Ma qui quel che mi fa riflettere è la fine della risposta. Così come successivamente chiede la giornalista, siamo sicuri che gli italiani questi lavori “degradanti” li vogliano fare? In una società in cui ogni giorno ci viene ricordato che l'identità sociale si basa sul grado di visibilità che riesci a ritagliarti – indipendentemente che tu riesca a farlo perché esperto di questo o quello o perché fai il burattino in una casa-zoo seguito dalle telecamere 24 ore su 24 – siamo sicuri che la pura razza italiana riuscirebbe a trovare nuovamente quell'umiltà che aveva in tempi passati e rinunciare al famoso quarto d'ora di celebrità teorizzato da Andy Warhol? A noi, oggi, piace troppo far parte della classe sociale dei colletti bianchi, per questo lasciamo volentieri lavori di questo tipo, lavori in cui ci si sporca e si fatica, a questi che vengono in Italia a rubarci il lavoro. Non sono loro che ce lo rubano, siamo noi che glielo regaliamo! Perché noi siamo la pura razza italiana, e certe cose non ci possiamo abbassare a farle.

3) Qui sarebbe facile ribadire al Ministro della Semplificazione che se esiste un mercato del lavoro irregolare, probabilmente, è proprio perché i padroni hanno calcolato che lavorare in un mercato regolare gli costerebbe troppo, e per questo si sono buttati sul mercato nero. Ma giustamente, essendo il nostro il Paese delle cose che girano al contrario, non si va a colpire il padrone che sfrutta gli operai – e qui allargo il discorso a tutto il territorio nazionale – o che, per i tagli alla sicurezza sul cantiere, fa sì che 5 persone al giorno non tornino più a casa dal loro posto di lavoro. Non si va a fare una legge, o comunque a disincentivare quella moda che vuole che gli operai muoiano quasi tutti il primo giorno di lavoro. Inesperienza? In alcuni casi può essere, ma il motivo per cui si registra questo dato è che molti di questi operai vengono regolarizzati post-mortem, perché se li si regolarizza subito poi si guadagna di meno, e non si può più andare a fare la settimana bianca, o fare il viaggio ai tropici. Perché è questo il vero mercato del lavoro: chi vola alle Bahamas e chi va all'obitorio. Ma chi vola alle Bahamas, solitamente, ha anche il diritto al voto.
4) È strano sentir parlare di tutela degli immigrati nella Costituzione da chi, fino a non molto tempo fa, con quella carta ci si puliva il parlamentarissimo deretano. Ma, incuriosito, sono andato a rileggermela la carta costituzionale, per cui vediamo quali potrebbero essere gli articoli di cui parla il prode ministro: forse l'art. 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo», ma guardando a quel che ha fatto questo governo in merito al tale garanzia – creazione del reato di immigrazione clandestina in primis – non vorrei che qualcuno credesse che quel “La Repubblica” si riferisca non al Paese ma al giornale fondato da Eugenio Scalfari. Se così non fosse, però, questo articolo non dovremmo considerarlo. Magari il primo comma dell'art.8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge». No, direi che neanche questo va bene, perché altrimenti non mi spiego come si sia potuta avere quella mezza guerra civile quando – sempre nella padanissima Milano – i musulmani hanno chiesto, in base proprio a questo articolo, la creazione di una moschea. Per gettare un po' di pepe nella faccenda – come direbbe Santoro – mi viene quasi da chiedere perché, in mancanza di un luogo di culto appropriato, ai non cattolici non viene prestata una Chiesa della “civilissima” religione cattolica. Eppure da quel che so io (ateo) secondo i cristiani siamo tutti fratelli. A meno che non si voglia applicare la regola cara a George Orwell ne “La fattoria degli animali”: tutti siamo fratelli, ma alcuni sono più fratelli degli altri. Ma procediamo, che la Costituzione è ancora lunga...

Che sia l'art.13 quello che tutela gli immigrati? «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge». Considerando che vengono creati reati ad hoc pur di rinchiudere gli immigrati nei lager del XXI secolo (leggasi: Centri di Identificazione ed Espulsione) neanche questo si può elencare tra i “pro-immigrati”. Escludendo dal titolo I tutti quelli in cui è espressamente citato il termine “cittadini” - visto che gli immigrati ancora non lo sono – e scartando il n°19 per gli stessi motivi dell'art. 8, direi che gli articoli a cui si riferisce Calderoli non si trovano tra i “rapporti civili”, ma la Costituzione è ancora lunga, per cui procediamo.
Un articolo interessante potrebbe essere il 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Individuo, non cittadino. Considerando però che il partito di cui fa parte Calderoli è lo stesso che qualche mese fa voleva che i medici facessero le spie e denunciassero i clandestini – in barba per altro al giuramento di Ippocrate – e che per questo, da quel momento, molti clandestini hanno paura di presentarsi in ospedale ho la sensazione che anche questo articolo sia da scartare.
Ecco, forse ci siamo: ar. 34: «La scuola è aperta a tutti». Il Ministro Gelmini è uscita appena l'altro giorno con quell'idea del blocco del 30% di alunni stranieri per classe, che prevederà una sorta di nomadismo dei bambini in eccesso, il cui trattamento, dal momento dell'entrata in vigore della norma, sarà equiparato a quello dei pacchi postali. Considerando poi che i governi – e in questo non solo quello vigente – da anni hanno abrogato la scuola, per lo meno nell'accezione di Don Milani, cioè in quell'accezione che voleva la scuola come fucina del pensiero critico e non come fabbrica di polli d'allevamento per i quali esercitare il proprio diritto al dissenso diventa un qualcosa che nuoce gravemente alla salute direi che no, ancora non ci siamo.
Nella prima parte della Costituzione, però, io altri articoli che potrebbero perorare l'asserzione del ministro non ne trovo, perché o sono generali – intesi cioè per tutta la comunità – oppure parlano espressamente di cittadini. Evito direttamente di guardare alla seconda parte. Aspetto che agli immigrati vengano concessi i diritti minimi, prima di chiedermi se siano soggetti a quelli politico-istituzionali. Veniamo così all'ultima frase: «Serve, invece, un esame come negli Usa. Che sappiano la lingua, e che accettino il codice civile e quello penale.».
Tutti sappiamo che un buon comico, alla fine del proprio sketch, deve chiudere con una battuta “ad effetto”, altrimenti rischia di non avere quell'effetto dirompente che ogni buon comico si auspica di avere. Perché questo discorso della lingua e del rispetto dei codici è una battuta giusto?
Voglio dire: a più di 150 dalla sua fondazione molti italiani non parlano la propria lingua, o per lo meno non la conoscono come dovrebbero: abolizione dell congiuntivo; forte uso di espressioni idiomatiche o dialettali che se da un lato “folklorizzano” e rendono più popolana la lingua, abbassano il livello di conoscenza della stessa portando al fenomeno dell'analfabetismo di ritorno e il ministro viene a chiedere l'esame di italiano per gli altri? Io proporrei di farlo prima agli italiani, in particolare a quelli che vogliono aspirare a cariche istituzionali. Per quanto riguarda l'ottemperanza degli immigrati al codice civile ed a quello penale, credo non ci sia necessità di ricordare che chi ha messo al ministero Calderoli è il massimo esperto di legislazione ad personam – non credo presente nei tomi dei codici tirati in ballo – degli ultimi 150 anni no? Ed anche in questo caso, nel paese dell'evasione fiscale, della corruzione, delle bustarelle, che a rispettare le leggi siano solo gli immigrati, a me, francamente, sembra un dettaglio irrilevante.

Fabbriche a gestione (A)narchica


Deve essere una sensazione strana passare il Santo – per chi ci crede – Natale in fabbrica. Sicuramente una di quelle esperienze che chi la fabbrica la porta avanti (leggasi alla voce: operai) non vorrebbe mai fare, eppure...

Eppure è quel che è capitato a Pomigliano D'Arco, a Termini Imerese, ai ricercatori dell'Ispra ed agli operai di Agile (ex Eutelia) e che capita ad un sacco di altri operai nel paese. C'è la crisi, dicono. Io però quel che vedo è che la crisi non è uguale per tutti, perché chi aveva prima della crisi – imprenditori, industriali, dirigenti et similia – continua ad avere, chi non aveva prima, a maggior ragione, non ha neanche ora. Insomma, per citare Zulù, il frontman della 99 Posse, i magnaccia dell'economia continuano a fare i magnaccia, e la povera gente finisce sempre più in mezzo alla strada.

In realtà mi sto chiedendo se il problema non sia tanto la crisi in quanto tale ma proprio loro: i “protettori”. Quelli che escono dalle università e diventano subito top manager nell'azienda del papi (no, non il Presidente del Consiglio), oppure quelli che diventano dirigenti senza mai essere passati per la vera “anima” della fabbrica, cioè la catena di montaggio.
In questo periodo mi capita spesso di parlare con gli operai, molti dei quali in cassa integrazione o in altre situazioni simili e spesso mi chiedo cosa potrebbe succedere nel caso in cui – per incanto – quelli che una volta si chiamavano “padroni” venissero buttati fuori dalle fabbriche – e quindi dal processo capitalistico-produttivo – che verrebbero così gestite da chi veramente porta avanti il buon nome del signor padrone: gli operai. Sarebbe l'instaurazione di una sorta di dittatura del proletariato teorizzata da Karl Marx all'interno della fabbrica, in pratica.

Non credo di dire niente di così nuovo e sconvolgente, considerando anche che un qualcosa di molto simile è stato teorizzato ed è avvenuto, in varie fasi del più o meno recente passato, sia nel nostro paese che in altre parti del mondo, in particolare – almeno è stata l'esperienza più significativa – in Argentina.

Antonio Gramsci scriveva, ormai moltissimi anni fa, su Ordine Nuovo:
«(...) questo nuovo governo proletario è la dittatura del proletariato industriale e dei contadini poveri, che deve essere lo strumento della soppressione sistematica delle classi sfruttatrici e della loro espropriazione. Il tipo di stato proletario non è la falsa democrazia borghese, forma ipocrita della dominazione oligarchica finanziaria, ma la democrazia proletaria che realizzerà la libertà delle masse lavoratrici; non il parlamentarismo, ma l'autogoverno delle masse attraverso i propri organi elettivi; non la burocrazia di carriera, ma organi amministrativi creati dalle masse stesse, con la partecipazione reale delle masse all'amministrazione del paese e all'opera socialista di costruzione. La forma concreta dello Stato proletario è il potere dei consigli o di organizzazioni consimili»
In questi nuovi organismi (detti Consigli di Fabbrica):
«L'operaio, entra a far parte come produttore, in conseguenza cioè di un suo carattere universale, in conseguenza della sua posizione e della sua funzione nella società, allo stesso modo che il cittadino entra a far parte dello stato democratico parlamentare.»
Questa teorizzazione veniva a Gramsci – che lo scriveva intorno al 1920 – dalla sua attenzione al mondo ed alle istanze anarchiche, che definivano tali strutture in modo che la figura dell'imprenditore – e la sua utilità sociale, dunque – divenisse completamente inutile. Formularono infatti un tipo di organizzazione orizzontale, senza servi né padroni (fosse stato diversamente non sarebbero stati anarchici, d'altronde) in cui ogni reparto sceglieva un commissario – scelto tra gli operai stessi – il cui compito era quello di esaminare il ciclo di produzione, divenendo così il referente sia verso gli altri reparti – e quindi verso la fabbrica tutta – sia verso il reparto stesso. Pur sembrandolo non era una forma di controllo del commissario sui suoi uomini, ma un controllo degli uomini sul loro commissario. Oltre a ciò, i commissari avevano anche il compito di nominare i consigli di fabbrica ed ovviamente – come tipico della cultura anarchica – il loro incarico poteva essere ridiscusso in qualsiasi momento.

Abbiamo detto che questo tipo di organizzazione rende inutile la presenza dell'imprenditore, il rovescio della medaglia, però, è che per riuscire al meglio in un'organizzazione che deve comunque essere perfetta ed agire senza scricchiolii vari, bisogna che il personale sia formato da persone con elevate capacità tecniche, in grado di coprire e mandare avanti tutto il ciclo di produzione, dalla ricerca delle materie prime per la lavorazione alla commercializzazione del prodotto finito, passando per la tenuta dei conti e dei rapporti con fornitori e clienti. Per applicarlo alla situazione attuale del nostro paese, dunque, ci sarebbe da lavorare parecchio prima di poterne gettare le basi. Ma questa è un'altra storia...

In realtà quel che per ora ho trattato in chiave abbastanza teorica, vede una sua forte applicazione pratica – sostanzialmente ben riuscita – in Argentina, dove l'occupazione delle fabbriche è iniziata intorno al 2001. Quando parlano di “occupazione delle fabbriche” gli argentini non scherzano, non si limitano a presidi davanti agli stabilimenti o a salire su tetti e gru (come nei casi nostrani della Ispra e dell'Innse, quest'ultimo finito positivamente per gli operai, tra l'altro). Quando gli argentini decidiono di occupare una fabbrica ne prendono pieno possesso, come è stato alla Zanon – uno degli esempi più riusciti, come potrete leggere dall'approfondimento che torvate in chiusura di post – alla Bruckman od in tante altre aziende. Le occupazioni in quel periodo – siamo nel pieno della crisi economica – riguardano per lo più piccole aziende in corso di fallimento con in media 38 operai, con tecnologie obsolete e spesso in cattiva condizione per la mancata manutenzione. Non so voi, ma io in queste pochissime righe noto delle forti analogie con la situazione nostrana.

Una volta presa “fisicamente” la fabbrica, bisognava iniziare a fare i conti con i problemi legati alla produzione (approvvigionamento, mancanza di credito, problema manutenzione macchinari et similia), dopodiché si passava ai problemi legati alla commercializzazione. Per far fronte a questi problemi, gli operai-imprenditori trovarono due soluzioni: la socializzazione della fabbrica e l'amministrazione giudiziaria. Con la prima si “democratizzava” il processo decisionale all'interno della fabbrica tramite lo strumento di democratizzazione per antonomasia: l'assemblea, arrivando così a quella struttura organizzativa orizzontale teorizzata dagli anarchici di cui dicevamo precedentemente. Ciò in pratica altro non fa che ricalcare il modus operandi dei Consigli di Fabbrica teorizzati da Gramsci, con la differenza che nel caso argentino spesso si procedeva anche al sequestro dei dirigenti (cosa che non farebbe poi così tanto male neanche in Italia, così, tanto per far capire ai quadri come si vive sotto il giogo del ricatto costante da loro perpetrato). L'amministrazione giudiziaria viene utilizzata proprio per questo, per allontanare – sia fisicamente che in termini di potere decisionale – i dirigenti dalla fabbrica, anche se costituisce solo il primo passo della nuova politica operaistico-imprenditoriale (permetteva di non interrompere la produzione, innanzitutto).

L'utilità di lasciare la fabbrica nelle mani degli operai credo sia evidente: chi meglio di un operaio sa qual'è il miglior modo di portare avanti il proprio lavoro? Certo, come già evidenziato a) in Argentina c'è stato un regime di amministrazione giudiziaria, e quindi una forma di parziale “statalizzazione” di quelle esperienze e b) c'è bisogno per questo di personale decisamente capace e qualificato, ma con un maggior investimento dello Stato – sia in termini “ideologici” cioè in termini di peso che il lavoro ha nell'interesse del governo sia in termini meramente economici, magari con la creazione di leggi ad hoc – credo politiche di questo tipo possano essere tranquillamente portate avanti. D'altronde l'Argentina è lì a testimoniarcelo...
Nel nostro paese poi, un qualcosa di questo tipo potrebbe anche eliminare, o quantomeno limitare, quel mezzo genocidio fatto di gente che la mattina va a lavorare ma che – perlopiù per i tagli che i padroni fanno per diminuire i costi di gestione – non torna più a casa. Perché è scontato dire che se un operaio lavora all'interno della fabbrica ha tutto l'interesse a che in quella fabbrica si rispetti anche la più stupida norma sulla sicurezza. A meno che non sia un pazzo od abbia interessi diversi, naturalmente...

Il modello di fabbrica ivi descritto, in ultima analisi, potrebbe indurci a considerare che, a volerlo fare, una risposta al fallimentare modello capitalista in cui abbiamo vissuto fino ad oggi (e che ci ha portato al sistema ingiusto nel quale viviamo) c'è. Basta volerlo.


Approfondimenti:

Squadrismi a cottimo in scatola cinese

Continuando così ci sarà davvero bisogno di una riforma costituzionale.
L'art.1, infatti, dovrà recitare più o meno questi termini: “L'Italia è una Repubblica democratica fondata sulla cassa integrazione” (o direttamente sul licenziamento, bisognerà decidere nelle sedi opportune).

Petrolchimici omicidi


Gela, Caltanissetta. Sicilia.
Territorio agricolo, come tutte le terre meridionali degli anni dell'immediata ricostruzione. Negli anni '50 tenta il “colpaccio” con il turismo balneare. Ma se sulle tue coste il mare ha color d'inchiostro, che ci sia qualcosa di strano lo capiscono un po' tutti.
Quel che c'è di strano a Gela – che negli anni '70 risultava la città europea con il più alto tasso di natalità annuo – passa sotto le sembianze del “progresso”. Passa sotto il nome di ENI.
Nel 1956 infatti, nella città che è il punto di arrivo della strada europea E45 proveniente dalla Svezia, il cane a sei zampe fondato da Enrico Mattei (la cui morte, tra le tante correnti di pensiero, viene additata proprio all'”affaire-Gela”) scopre il petrolio. Era da Gela, infatti, che Mattei tornava quando il suo aereo venne fatto saltare in aria. Vi era andato per annunciare ai gelesi che quella scoperta avrebbe portato ricchezza. E per qualche anno quella previsione («Richiamate i vostri figli emigranti, ci sarà lavoro per tutti») si rivela veritiera. Nel '62 infatti l'occupazione gelese è quasi al 100%, e questo si deve non solo al Petrolchimico, ma anche a tutto ciò che vi nasceva intorno (l'indotto, come si suol dire...e quindi strade, infrastrutture ed interi quartieri per i dipendenti). Il boom non riguarda solo il lavoro, ma anche l'aspetto demografico: in pochi anni la popolazione passa da 20 mila abitanti agli 80 mila attuali.
Lavorare al Petrolchimico negli anni '50 a Gela era un po' come realizzare un sogno: niente più lavoro massacrante nei campi, niente più levatacce prima dell'alba. Stipendio fisso, lontano dai campi e dai “padroni” che ti frustavano per un nonnulla. Il sogno di Gela e del suo petrolchimico finisce però con l'esplosione in volo del creatore del cane a sei zampe.


Rame, zinco, arsenico, benzene, nickel, cobalto. Più che in un sogno Gela si ritrova ben presto in un incubo. Negli anni '60 non c'era né una cultura né una legislazione che tutelasse l'ambiente. E così oggi la cittadina siciliana va a sommarsi a Taranto, Porto Marghera, Priolo e di Melilli.e molti altri “mostri assassini” che l'industrializzazione feroce in nome del profitto a tutti i costi ci ha portato nel corso degli anni.
È nella terra che dette i natali ad Euclide – il padre della matematica – che nascono bambini con malformazioni (gli ultimi dati a disposizione parlano di 40 casi ogni mille bambini nati) e 641 è il “numero della Bestia”, il numero di morti di cancro a Gela. E purtroppo non si vedono rallentamenti. Se non è una guerra questa poco ci manca. Una guerra senza proiettili, bombe e mine antiuomo. Ma fatta di polveri sottili, amianto ed acidi di varia natura. Tutto perché certe cose, in questo paese, le si vedono. Ma solo di sfuggita.
Nel 1994 una perizia fatta sull'uva bianca recita:

«Uva bianca in grappoli; gli acini e le foglie si presentano ricoperti in gran parte di polvere nerastra… impalpabile, untuosa al tatto, costituita da sostanze di natura carboniosa miste a sostanze di natura siliceo-carbonatica».
Il comune di Gela – fino allo scorso giugno guidato da Rosario Crocetta – si è costituito parte civile nei processi per i casi gravi di inquinamento, creando al contempo un fondo di 300.000 euro per sostentare le famiglie povere dei “caduti da petrolchimico”.
Perché, così come avviene per la “seta della salamandra” - cioè l'amianto – anche per il petrolchimico non sono solo i suoi dipendenti a morire. Muoiono gli operai, muoiono le loro famiglie, muoiono gli abitanti di Gela e di tutte quelle zone in cui quel vento che tanto caratterizza le terre meridionali diventa vento di morte.

Gela, Taranto, Porto Marghera come Beirut, Kabul, il Kurdistan e la Palestina. Zone di guerra. Zone di morte. Perché non serve scatenare guerra contro questo o quel paese e tantomeno abbattere un paio di palazzi con dei missili anticarro per essere definiti “criminali”. Basta un petrolchimico...