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Storia di De Tormentis, la democrazia e le torture di Stato in Italia


«In questo paese ci sono più persone che scrivono libri di quelle che li leggono» diceva un mio vecchio professore universitario, e che il nostro sia un paese di non-lettori non è certo una novità. Capita, peraltro, che ci siano poi delle vere e proprie “bolle” su libri che vengono creati raffazzonando materiale altrui e leggende metropolitane, ma che hanno però tutte le luci della ribalta (nonché varie ospitate e trasmissioni speciali sulla terza rete Rai) e libri che, magari anche solo in parte, tentano di spostare quei riflettori sulle tantissime zone d'ombra della nostra storia e che, per questo, non godono della stessa fortuna.

Proprio uno di questi ultimi casi potrebbe permettere al nostro paese di fare un salto di qualità, una crescita intellettuale se vogliamo, favorendo una discussione che da troppo tempo viene rimandata e che riguarda una manciata di anni, quelli che i libri di storia hanno definito “di piombo”. Il libro in questione è “Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata”, scritto dal giornalista Nicola Rao nei mesi scorsi ed edito da Sperlink&Kupfer.

Premetto che ancora non ho avuto modo di mettere le mani sul libro, per cui questa non sarà assolutamente una recensione. Quello che mi interessa, invece, viene sviscerato su internet in questi giorni grazie al prezioso lavoro del blog Baruda.net. Ad oggi, il tentativo di raccontare dei metodi illegali usati dallo Stato (no, qui non esistono pezzi di Stato “deviato” e “non-deviato”) contro i gruppi che, a sinistra, scelsero la lotta armata tra i Settanta e gli Ottanta sono stati affrontati solo da due libri (al contrario dei tanti – non sempre utili – scritti sulla criminalità organizzata): uno è quello, appena citato, di Nicola Rao. L'altro si chiama “Le torture affiorate”, fa parte di una più ampia collana (cinque libri) chiamata “Progetto Memoria”, una «ricerca storico-documentaria sull'esperienza armata che ha attraversato l'Italia negli anni 70-80», come è possibile leggere sul sito della cooperativa “Sensibili alle foglie” (fondata nel 1990da Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino nel carcere romano di Rebibbia), un altro dei libri che difficilmente vedremo “recensiti” da Fabio Fazio e soci.

Si è sempre detto, a torto, che “i cattivi” fossero gli operai, gli studenti o i “militanti” che scelsero la lotta armata e che i “buoni” fossero gli uomini dello Stato, belli e ligi al dovere ed al rispetto delle regole come quelli che ti fanno vedere nei “serial” in televisione. Poi, però, arriva un De Tormentis qualunque a scombinare i piani.

È morto Kossiga. [Omissis]


Questo agosto si sta rivelando decisamente piacevole: il 4 è morto – o almeno così sembra – l’ideatore del massacro di Sabra e Chatila Ariel Sharon, oggi è finalmente morto – dopo una (sempre troppo) breve agonia – Francesco Kossiga, che da domani verrà definito “grande uomo di Stato” dai pennivendoli di questo paese. Questa volta però devo dar loro ragione: massone, referente politico di Gladio, forse l’unico al mondo ad essere invischiato in più segreti di Andreotti (un altro che sarebbe anche l’ora di farci un pensierino…), pluriomicida (Giorgiana Masi e Francesco Lorusso staranno festeggiando adesso…), l'uomo che mandò i carri armati in giro per l’Italia e le forze del (dis)ordine a manganellare le maestre ragazzine. L’uomo de:
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno». Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto,... e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri». Nel senso che… «Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.». E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero. «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».
E tante e tante e tante altre cose che sui giornali verranno (non)ricordate con quella parola che è stata il vero mantra e programma politico del cugino dei Berlinguer: [omissis].
Gli va però dato l’onore delle armi (come si fa ai Nemici veri, quelli con la maiuscola): è stato l’unico – a guerra civile finita, visto che si trovò da uomo “di Stato” in una vera e propria guerra – a dichiarare che tutt@ i prigionieri andavano liberati. Forse per vedere realizzato questo aspetto ci vorrà qualche altra “prematura” scomparsa, chissà.


Voi fate quel che vi pare, io vado a stappare lo champagne…

È primavera - Intervista a Toni Negri

Non deve essere facile intervistare Antonio Negri. Non deve essere facile perché Toni Negri è...Toni Negri. Uno dei più importanti pensatori moderni a cui questo paese abbia dato i natali (e le patrie galere...). Non deve essere facile perché la biografia di Toni Negri ti porterebbe ad inchinarti dinanzi a lui ed omaggiarlo come si faceva con i "grandi", in particolare se come me (e - credo - anche come Claudio Calia che ha realizzato questo libro) è un mito vivente. Eppure Claudio Calia c'è riuscito, e c'è riuscito nella maniera forse più difficile: scrisegnando, come ho trovato scritto gironzolando un po' in rete. Già, perché "È primavera - intervista a Antonio Negri" non è la tipica intervista che potrebbe chiedere il tipico e novecentesco quotidiano di una sinistra "estrema" che non esiste più e che spesso risulta solo una lunga sequela di citazioni filosofiche che fanno molto sinistra radical-chic. Non è la tipica intervista perché per le 160 pagine ad una lunga serie di tavole lungo cui l'autore delinea una chiacchierata (tempisticamente svoltasi in quattro incontri) con l'autore di "Impero" e "Moltitudine". Già, perché "È primavera - intervista a Antonio Negri" è un fumetto.
Non sono un grande cultore di fumetti, ma quest’opera mi piace – e non poco – per due motivi in particolare: innanzitutto per l’intervistato, cioè uno degli intellettuali (o, se volete, uno dei più grandi “cattivi maestri” di questo paese…) probabilmente una delle persone più odiate dalla popolazione italiana (secondo me perché un buon 90% della suddetta popolazione non ha il bagaglio culturale per capirne il pensiero), e secondo perché ogni medium che abbia un risvolto sociale diventa automaticamente di mio interesse. E questo filone fumettistico definito graphic-journalism devo dire che mi piace non poco.
L’intento – dichiarato o meno che sia – dell’autore e dell’editore BeccoGiallo è molteplice: il primo e più importante è, ovviamente, quello di divulgare il pensiero negriano. Il secondo – importante probabilmente allo stesso modo – è quello non solo di ampliare la cerchia di persone che si innamorano di quel genere di fumetto che rientra nella casistica indipendente (considerando anche che Calia, per altro autore anche di altre storie di graphic-journalism come quella su Porto Marghera è cresciuto alla scuola di Radio Sherwood, una delle primissime radio di movimento italiane), ma anche quello di provare a sfruttare in chiave positiva uno dei principali difetti della società moderna, una società che – ce lo sentiamo ripetere da più parti – si fonda sull’immagine.

Oltre ai vaffa c’è di più? Sottotitolo: Quando è moda è moda.

«Quando è moda è moda», cantava Giorgio Gaber nel 1978.
Lo voglio iniziare così, quest’anno, il mio articolo “di commemorazione” per la strage alla stazione di Bologna di 30 anni fa. Lascio al circuito informativo principale l’aspetto commemorativo, il ricordare il numero di morti e feriti, le testimonianze e tutto il corollario che ruota intorno alla grande macchina commemorativa, che questa sera ci avrà già rotto le scatole e torneremo ad occuparci delle cose di cui ci occupiamo di solito. Di nulla.
Quest’anno ricade il trentennale, data importante e, per questo, c’era bisogno di un qualcosa in più, qualcosa che potesse differenziare il 2 agosto 2010 da quello del 2009, del 2008 eccetera eccetera, e si è pensato bene di creare l’ennesima polemica futile, degna di un popolo che ormai ha imparato ad occuparsi solo di futilità e che mi fa capire ancora una volta che per diventare un popolo serio – uno di quelli con la maiuscola – di strada, ahimé, ne dobbiamo fare ancora molta.
Il Governo oggi non sarà a Bologna a commemorare la strage. E allora? Dov’è il problema? Io davvero non capisco. Forse che senza il governo non si può considerare questo come un giorno di commemorazione? Che si aspetti forse un “taglio del nastro” per poter affermare, dal minuto successivo, di essere in fase di commemorazione?
Perché ci deve essere per forza un esponente di governo? Perché così è sempre stato? Per un dovere istituzionale che gli ominicchi della nostra classe politica – dell’una e dell’altra parte – rispettano solo quando gliene viene interesse personale? O forse perché, senza esponenti di governo non si può esercitare lo sport nazionale, cioè il “fancula un politico anche tu e dai il buongiorno alla giornata!” che tanto va di moda (di nuovo…) in una certa parte della nostra società che in alcuni casi, parafrasando il signor G, a definirla “civile” ci vuole fantasia?
È vero: non ci saranno esponenti del governo (e, conoscendo un po’ come vanno le cose nella politica, quelli che ci saranno avranno pensato anche al ritorno d’immagine, che in questi tempi di crisi elettorale non fa mai male…), ma non ci sarà molta altra gente. Io sotto a quel famoso orologio ci passo tutte le mattine, ed ogni volta cerco una “vittima” – solitamente tra gli studenti che, come me, fanno i pendolari – alla quale chiedere perché quell’orologio è fermo. Provate a farlo anche voi, qualche volta, e poi ditemi quante delle intervistate e degli intervistati vi avrà risposto in maniera corretta. La risposta che ho ricevuto più spesso è stata: «boh…io neanche mi ero accort@ che ci fosse l’orologio!».

Futuro: il processo di rottura della Democrazia Italiana.

Fino a ieri pomeriggio il testo che leggerete se n’è stato in beata solitudine nel cestino sul desktop del mio portatile, perché da quando ho abbracciato l’anarchia, della politica partitica poco me ne cale. Diciamo che tra un post sui partiti e un post su Faith Aiworo, la ragazza nigeriana che il nostro “civile e democratico” paese ha mandato a morire in Nigeria (dove l’attende l’impiccagione per aver ucciso il suo datore di lavoro che tentava di violentarla…) la priorità la davo a quest’ultima. Come al solito la nostra classe politica ci dà motivo per ribadire che la mafia non è quella che sta in Sicilia con la coppola in testa e la lupara al braccio ma, come ci spiegava Pippo Fava – uno dei più grandi uomini, ancor prima che giornalisti, che l’Italia abbia avuto l’onore di avere – i veri mafiosi sono quelli che stanno in Parlamento. Perché gli omicidi su commissione sono prerogativa mafiosa, e quello di Faith – checché se ne dica e se ne pensi – è un omicidio su commissione. Ma su questo mi riservo il prossimo post.
Dicevo che questo post è stato nel cestino fino a ieri pomeriggio, fino a quando non mi arriva una mail di Lorella Zanardo (no, nessun caso di omonimia, è proprio l’autrice de “Il Corpo delle donne” che mi onora, oltre che della sua amicizia – seppur principalmente virtuale – anche di essere mia “fan” personale…) che mi chiedeva cosa ne pensassi della situazione partitica attuale e di un uomo politico in particolare. Per cui, pur non credendo alle coincidenze, non mi rimaneva altro da fare che aprire il cestino e riprendermi il testo che state per leggere. La domanda che mi poneva Lorella è se esista, allo stato attuale delle cose, un’alternativa alla situazione politica che stiamo vivendo ormai da tempo. Per rispondere a questa domanda voglio partire da L’Aquila, città ferita per l’incuria di qualcuno che un anno e qualche mese fa sottovalutò il terremoto e per le manganellate prese la settimana scorsa a Roma. Qualche giorno fa, infatti, 150 deputati del Partito Democratico hanno avuto il coraggio di presentarsi nel capoluogo abruzzese. «Grazie a voi di essere venuti qui. A soli un anno, tre mesi e ventuno giorni dal terremoto…» è stato il  giusto saluto degli aquilani.Come gli avvoltoi, infatti, i deputati del partito di finta opposizione, che sempre più ricorda la corrente migliorista di quel Partito Comunista Italiano che – incapace di coinvolgere una popolazione tanto vasta da poter governare da solo –elemosinò un po’ di potere prostrandosi ai piedi della Democrazia Cristiana tramite quello che passò alla storia come “il compromesso storico”.

Saluteremo il Signor Padrone (che vuole andare in Serbia…)

37497_1446894186163_1647444681_31075044_3970152_n Ma quanto mi piace Marchionne. Quel suo stile “tu vuò fa l’americano”, quel look che lo distingue dagli altri “top-manager” italiani. Sì, Marchionne mi piace davvero. Peccato che sia arrivato tardi: un gran barzellettiere, noi, ce l’abbiamo già e a tempo perso fa anche il Presidente del Consiglio. Perché anche Sergio “l’americano” è un gran barzellettiere, e magari tra qualche anno – una volta scomparso dalle scene il Silvio nazionale – potrebbe anche aspirare a prenderne il testimone in politica, visto che nell’avanspettacolo sono quasi alla pari.

La più bella barzelletta che gli ho sentito raccontare, per adesso – ma aspetto miglioramenti in merito – è stata la famosa “lettera aperta agli operai”: «Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente». Inizia così il suo “appello” all’unità della ditta. Certo, considerando tutti i licenziamenti politici di questi giorni e le migliaia di operai messi in cassaintegrazione e che con la dipartita della FIAT in direzione Kragujevac (Serbia) quel “persone a cui si tiene veramente” mi suona un po’ strano. Ma Marchionne è americano, forse ha problemi con la lingua italiana. Dunque andiamo avanti…Tralasciando quel «vi scrivo da uomo» che mi ricorda tanto un certo calciatore che qualche anno fa si definì «più uomo di tutti voi messi insieme» di fronte ad un’incredula folla di giornalisti per poi fare una figura miserrima nei campionati successivi, mi viene da ridere quando – memore del concetto di “fabbrica come grande famiglia” che andava di moda in Italia qualche decennio fa – fa sapere agli operai che di lì a breve licenzierà che proprio quella lettera è il modo più «diretto ed umano che conosca per dire le cose come stanno». Si vede che io i Padroni non li ho mai capiti, visto che credevo che il metodo più diretto e umano che avessero per dire le cose come stavano fossero sì le lettere, ma quelle di licenziamento! Sul finire della lettera poi, come nelle migliori delle rappresentazioni, arrivano i fuochi d’artificio: «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Lo ammetto: questa è davvero buona, quasi quasi è meglio di «stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata» che ogni tanto ci sentiamo ripetere dalla Premiata Ditta di Governo…L’invito all’ “onor di bottega”, poi, è squisito: «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.

Eseguire gli ordini non è mica un reato.

«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano». Scriveva nel giugno 1968 Pier Paolo Pasolini, in quella che è considerata la più controversa tra le sue poesie (e, probabilmente, una tra le più controverse opere nella sua vastissima produzione letteraria e cinematografica). Quelle parole, come è evidente, fanno riferimento a quell’episodio passato alla storia come la battaglia” di Valle Giulia. Il 1° marzo 1968, venne organizzato a Roma un corteo, che vide la presenza di circa 4.000 persone. Arrivati in Piazza di Spagna i manifestanti si divisero: una minoranza andò verso la città universitaria, la maggioranza invece si diresse verso Valle Giulia (tra i quartieri Parioli e Flaminio), con l’intento di liberare la Facoltà di Architettura, sgombrata poco prima dalle forze dell’ordine che si erano poste a difesa dell’istituto. Quel giorno, in piazza, c’erano molti di quelli che diventeranno poi i leader dei movimenti – di sinistra e di destra – che hanno scritto le pagine di storia di quell’epoca, come Oreste Scalzone (leader di Potere Operaio ed Autonomia Operaia) e Stefano Delle Chiaie (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale). Quest’ultimo, insieme a tutta la compagine di destra, verrà espulso di lì a poco – 16 marzo, giorno dell’assalto alla Facoltà di Lettere della Sapienza – dal movimento studentesco. Il casus belli che fa scoppiare gli scontri è il pestaggio, da parte di un gruppo di poliziotti, di un ragazzo che si trovava lì a manifestare: la reazione degli studenti – che, a differenza di manifestazioni precedenti, riuscirono a tener testa alle ben più attrezzate ed addestrate forze dell’ordine – fu immediata. Alla fine si registrarono 148 feriti tra le forze dell’ordine e 478 tra gli studenti, con 4 arresti, 228 fermati, otto automezzi della polizia incendiati e cinque pistole sottratte agli agenti.

Guardando le immagini del pestaggio di un’intera comunità – quella aquilana - che (non) arrivavano su quegli organi di informazione che oggi vanno in giro imbavagliati (solo per rendere palese un modo di fare ormai entrato nel “Decalogo del perfetto giornalista italiano”) mi sono venute in mente quelle parole con cui Pasolini si schiera al fianco dei poliziotti.

Gambizzazioni in diretta tv

Guerra civile fredda, strategia della tensione: sembra che ci godano, i politici e i pennivendoli di destra, a gridare al ritorno al clima che si respirava negli anni '70. D'altronde è normale che sia così: quando ti allei con i leghisti del ce l'ho duro, a fare la parte del ce l'ho moscio non ci stai. Vecchie reminiscenze machiste.

Pur sforzandomi non riesco proprio a capire. Non capisco come si possa credere a tutte quelle dabbenaggini – ed uso una terminologia “diplomatica”- che abbiamo potuto vedere a reti quasi unificate nei giorni dell'attentato al re. Non voglio rientrare nel merito se l'aggressione sia davvero accidentale o sia stata premeditata e studiata a tavolino per ricompattare e far risalire nei consensi il premier e la sua cricca (credo di averne parlato ampiamente in precedenti articoli...), ma mi chiedo come il popolo che si definisce di destra possa credere a quel che abbiamo visto. Per un labbro tagliato (tra l'altro: si diceva fosse il labbro inferiore ma il cerotto era sul labbro superiore. Ma vabbé, sono dettagli direbbe qualcuno) 5 giorni di ricovero ospedaliero? Non vi sembra che ci abbiano un po' “campato” su questa storia?
Indipendentemente da quale sia il simbolo che ognuno di noi vota sulle schede elettorali: esiste qualcuno che veramente è così credulone da essersi bevuto l'emergenza degna di una puntata di E.R.? Per un labbro spaccato 5 giorni d'ospedale. Se gli sparavano che succedeva, dovevamo andare tutti in pellegrinaggio a Lourdes a chiedere un miracolo? Eppure io qualche elettore di destra intelligente lo conosco anche...


C'è la stessa aria degli anni '70, dicevamo. Non so se l'aria sia la stessa perché a quel tempo non ero nato, ma so che il clima che quegli stessi che parlano di “abbassare i toni” stanno infuocando non mi lascia tranquillo. Per due motivi innanzitutto: a) checché ne dicano gli organi di stampa filo-governativi gli operai e i proletari in genere (termine caduto in prescrizione) continuano a non sapere come portare il pane in tavola mentre leggono dei soliti aiutini tra potenti, e sappiamo cosa vuol potrebbe succedere se la classe operaia tornasse ad avere anche la forza per incazzarsi; b) di matti – non solo quelli psicolabili – è pieno il paese. Per cui non mi meraviglierei se qualcuno decidesse di rispondere all'aggressione a Berlusconi. Ed è proprio questo che mi fa molta paura.

Gli anni '70 non li ho vissuti. Però ho – purtroppo – vissuto praticamente tutta l'epopea berlusconiana, e da che ho memoria si è sempre parlato di un complotto ai suoi danni da parte di “una certa” magistratura, di “un certo” giornalismo e via discorrendo, e nella logica del complotto sta anche quello di partire dal presupposto che se c'è un complotto c'è anche qualcuno che lo sta ordendo no? Bene: quei nomi sono stati fatti pochi giorni fa in quella seduta parlamentare dalla chiara impronta gandhiana da Fabrizio Cicchitto (n° tessera P2 2232), uno che trenta anni fa si batteva contro il sistema ma che, come molti, ha capito che mangiare nel piatto del sistema poi così schifo non fa.



«(...)quasi voglia tramutare lo scontro politico durissimo in atto in guerra civile fredda e poi questa in qualcosa di più drammatico».
Questa frase non la capisco. O meglio: non ne capisco le intenzioni, perché non so se sia un'opinione del “muratorino romano” Cicchitto o se sia un'esortazione affinché qualcuno si spinga davvero più in là, dando la possibilità ai tanti guitti che infestano l'istituzione parlamentare di portare a termine il loro piano (magari – visti i soggetti interessati – quello di rinascita democratica di Gelli).

Ma il punto che mi spinge a scrivere – di nuovo – di queste faccende è un altro. E torniamo di nuovo ai tanto acclamati anni '70.
In quegli anni c'era, da parte delle Brigate Rosse, un'usanza un po' particolare: le gambizzazioni. È capitato a tante persone, in quegli anni, di essere sparati alle gambe (questa era la procedura delle gambizzazioni, infatti): ne fece le spese, tra gli altri, Indro Montanelli, che sappiamo essere tra i maestri di Marco Travaglio, oggi nella bufera come “mandante morale” dell'aggressione di Tartaglia. Oppure capitava che qualcuno, per affiliarsi alle Br, decidesse di uccidere un giornalista scomodo come Walter Tobagi, giornalista che fin da subito si occupò – dalle pagine del Corriere della Sera – del fenomeno terrorista che investì quegli anni.

Il trattamento riservato ai giornalisti in quel periodo è lo stesso che oggi viene riservato ai giornalisti “anti-regime” Marco Travaglio e Michele Santoro: si diceva – e si dice – che sono causa di tutti i mali, che sono servi al servizio di questo o quello e così via.
Non mi interessa qui discettare sull'obiettività o meno del lavoro dei due, basti in questa sede ribadire che non sono uno dei massimi estimatori del primo e considero poco obiettivo il giornalismo del secondo (ma essendo dell'idea che il giornalismo non possa essere obiettivo non gliene faccio certo una colpa).

Quel che mi interessa è che le parole del piduista Cicchitto – non me ne voglia nessuno, ma il termine “onorevole” proprio non riesco ad associarlo al suddetto – assomigliano tanto ad una gambizzazione. Gambizzazione mediatica, naturalmente.
Dicendo che Travaglio, Santoro, Di Pietro hanno armato la mano di un signore in cura da circa 10 anni per disturbi psichici – peraltro sapendo bene di dire il falso – non si fa altro che riproporre quel concetto di “nemico da abbattere” che trent'anni fa portò il paese in una guerra in cui ragazzi ammazzavano altri ragazzi per far dominare la loro “ideologia”; in cui si dava dimostrazione di “forza” sparando alle gambe di magistrati – come il giudice Alessandrini – o di giornalisti. Oggi si fa la stessa cosa senza spargimento di sangue. Almeno per ora...

Oggi si dice che chi denuncia le malefatte del sistema di potere politico ed economico vuole ribaltare la democrazia; si dice che chi mostra alla gente “la verità dei fatti” è uno sporco terrorista che vuole destabilizzare lo Stato. E questo è logico: è la parte marcia del Potere che si difende.

Però mi chiedo come il popolo di destra possa credere ad una storia simile. Mi stupisco in particolare di quella parte della destra che una volta – neanche tanti anni fa – aveva in bocca parole come “legalità”, e si ergeva in battaglie a sua difesa. Mi chiedo come possano aver messo da parte il forte senso dello Stato e del rispetto delle leggi che dicevano di avere. Mi chiedo come abbiano potuto abdicare all'intelligenza per accettare tutto questo...


Ma ora è il momento della pubblicità.

E anarchici distratti caduti giù dalle finestre.

Strana storia quella degli anni '60 italiani.
Strana storia in particolare se ti capita di essere un anarchico e di abitare a Milano.
Perché ti può capitare, se sei un anarchico milanese, di entrare dalla porta di una questura e di uscirne dalla finestra. Del quarto piano.

«Penso al 12 Dicembre '69, allo stato delle stragi, allo stato delle trame» canta il gruppo napoletano della 99 Posse in “Odio/Rappresaglia”.

Ma cos'era successo quel 12 dicembre 1969?

17 persone morte ed 88 ferite. È questo il bilancio della bomba – contenuta in una borsa di pelle di colore nero posta sotto uno dei tavoli presenti nei locali della banca – esplosa alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Ore 16:37, venerdì 12 dicembre 1969. Piazza Fontana, Milano.

È un anno movimentato, il 1969. È l'anno di Jan Palach, lo studente cecoslovacco che si dà fuoco in piazza San Venceslao per protestare contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia; è l'anno di Woodstock e dello sbarco sulla luna. Ed è – in Italia – l'anno degli anarchici.
Il 25 Aprile infatti, due bombe ad alto potenziale scoppiano presso lo stand della FIAT alla Fiera campionaria e all'ufficio cambi della Banca nazionale delle comunicazioni, presso la stazione centrale.
Per le due bombe viene accusato un gruppo di anarchici, poi tutti scagionati.

È l'anno degli anarchici, il 1969 dicevamo.
È l'anno degli anarchici perché il primo ad essere incolpato della c.d. Strage di Piazza Fontana è Giuseppe Pinelli, militante del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, già fermato per gli attentati di aprile.
Pinelli, dunque, non è sconosciuto alla questura. E non è sconosciuto neanche a chi deve occuparsi di interrogarlo, in particolare a Luigi Calabresi, commissario e vice-responsabile della squadra politica proprio alla questura milanese. I due si conoscono più di quel che possa sembrare, se è vero – come ci dice Adriano Sofri in “La notte che Pinelli” - che i due si scambiano consuetudinalmente regali per il Natale. Se così non fosse, se Pinelli non fosse davvero così conosciuto, non si spiegherebbe perché una volta fermato gli viene data la possibilità di seguire la volante della polizia con la sua bicicletta.

È il 12 dicembre. Lo sanno tutti che Pinelli è innocente. Perché quello di mettere le bombe non è il suo stile, ma la pista anarchica è l'unica pista che in quei concitati giorni viene seguita. Perché non c'erano prove verso altri o perché qualcuno, qualche “entità particolare” aveva dato l'input di seguire solo la “solita” pista anarchica? Non si sa. Si sa solo che 4 giorni dopo il fermo di Pinelli viene arrestato Pietro Valpreda, il ballerino Valpreda. L'uomo che secondo Cornelio Rolandi, il tassista che sarà il teste principale di quei giorni, è sceso dal suo taxi davanti alla Banca con una grossa borsa nera, come quella che verrà rinvenuta vicino alla voragine nei locali dell'istituto bancario. O forse no. Forse Rolandi non ricorda bene, forse è stanco dal lavoro. Perché prima dice che sicuramente è Valpreda l'uomo della valigia – tanto da far titolare al Corriere della Sera che “il mostro” era stato catturato – ma poi dice che sì, Valpreda c'era in piazza Fontana, ma senza valigetta.
La pista anarchica perde così il fulcro sul quale si basava. E forse è il momento di guardare da qualche altra parte. Però...

Però il giorno prima dell'arresto di Valpreda è successa quella cosa.
È successo che Pinelli è volato giù dal quarto piano della questura. Si è suicidato, dicono.
Era alle strette Pinelli, stava per crollare e, per non parlare, ha preso la rincorsa e con abilità ginnica estrema ha scavalcato con un salto la ringhiera di 92 cm. Non è una cosa da tutti. In particolare se, in una stanza di 4 metri e 40 cm per 3 metri e mezzo, devi prendere la rincorsa evitando una scrivania, uno scaffale libreria, un termosifone, una stufa, un mobiletto portatelefono, uno scaffale per la macchina da scrivere, un attaccapanni, una poltroncina e due,tre, forse quattro sedie. E poi c'è la finestra: oltre ai 92 centimetri della ringhiera, c'è anche da considerare che solo il battente di sinistra era aperto (spazio quindi di 60 cm) – perché quel giorno faceva caldo, a Milano. O forse perché in quella stanza stavano fumando – cosa che rende ancora più difficile l'operazione di salto. Ah, e poi ovviamente bisognava evitare gli uomini presenti nella stanza.

Insomma: Pinelli non si è buttato da solo dalla finestra. E tantomeno può avere valore la tesi del malore, perché se ti senti male non hai le forze per aprire una finestra. Ed ovviamente gettarti di sotto.

Assodato che Pinelli e Valpreda erano innocenti, e quindi – anche in questo caso – la pista anarchica era da scartare, chi è stato a mettere la bomba in piazza Fontana?

Il 14 Novembre 1974 Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera, scriveva il famoso articolo che iniziava con “Io so” - ripreso anche meravigliosamente nel film “Ilaria Alpi: il più crudele dei giorni”, ma questa è un'altra storia...
C'è qualcun'altro, in quel periodo, che avrebbe potuto scrivere quelle due parole: io so.
Si chiama Vittorio Ambrosini, è un avvocato e giornalista vicino ai futuristi che ha fatto il capitano degli Arditi durante la prima guerra mondiale. Non ha dubbi Ambrosini: a mettere le bombe in piazza Fontana sono stati quelli di Ordine Nuovo, tesi che diverrà preminente quando si scoprirà la provenienza delle borse usate per contenere l'esplosivo (acquistate a Padova) e del timer di una lavatrice utilizzati per l'esplosione. Sarà Guido Lorenzon, segretario di una sezione Dc di Treviso, a fare per primo il nome di Giovanni Ventura. Giovanni Ventura e Franco Freda, editori neofascisti, diventano i nuovi accusati delle bombe a piazza Fontana. E guardacaso, sia Giovanni Ventura che Franco Freda appartengono proprio al gruppo degli ordinovisti.
Da questo momento in poi finiscono le “certezze” sulla strage di piazza Fontana. Perché, ad esempio, ci sono rapporti particolarmente vicini tra alcuni uomini dell'estremismo nero e uomini del SID (Servizio Informazioni Difesa), in particolare nelle persone di Giovanni Ventura e Guido Giannettini che poi scapperà in Francia e poi in Argentina, dove si consegnerà all'ambasciata italiana nel 1974. Si scoprirà poi, grazie alla “bocca della contro-verità italiana” Giulio Andreotti che Giannettini è stato fatto espatriare coperto proprio dai servizi segreti. Quegli stessi servizi che, nelle persone del generale Gian Adelio Maletti e del capitano Antonio La Bruna, tenteranno di far evadere Giovanni Ventura, cosa che gli costerà – insieme a tanti altri reati – l'arresto nel 1976. Il 21 maggio 1981, l'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio diffonde la “famosa” lista degli iscritti della loggia massonica Propaganda2 (meglio nota come P2). Tra gli iscritti compariranno proprio i nomi di Maletti (numero di fascicolo 499) e La Bruna (502), che però si diranno sempre estranei alla loggia.
Che ci fossero i servizi segreti dietro alla mano “nera”?

A voler studiare la storia di quegli anni, a volerla studiare approfonditamente, si ha sempre l'impressione che quel che si sta leggendo, che si sta studiando, non sia qualcosa di realmente accaduto, qualcosa da libro di storia ma che piazza Fontana, il terrorismo nero, i servizi segreti deviati, facciano parte di un grande libro di finzione. Di quelle spy-story alla 007, per capirci. Quelle storie fatte di complotti di Stato e di Stati contro altri Stati. Peccato che poi le bombe, i morti ti facciano capire che tutto quel che è successo non è frutto della fantasia di qualche brillante scrittore, ma è la realtà.

Quella realtà fatta, ad esempio dei trentatre “non ricordo” pronunciati dall'allora Presidente del Consiglio Andreotti il 18 gennaio 1977 in merito alle circostanze per cui venne posto il segreto politico-militare sulla posizione di Giannettini, rendendo così impossibile l'operato d'indagine degli inquirenti.
La realtà. Forse l'unica cosa a cui in quegli anni difficilmente si riusciva ad arrivare nelle indagini sulla c.d. strategia della tensione.

In un'intervista a Repubblica del 2000, Maletti “aprirà” la “pista internazionale”:
«La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo è il presupposto di base della strategia della tensione (...)».
“Pista internazionale” che sarà poi ripresa per la strage alla stazione di Bologna, quando il senatore a vita – ed ex Presidente della Repubblica – Francesco Cossiga ipotizzerà il coinvolgimento del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e del gruppo Separat di Ilich Ramirez Sanchez, noto come il “comandante Carlos”.

Dopo circa 40 anni da quegli avvenimenti non si può iniziare a parlare di quelle stragi con la frase “la verità è:”, perché una verità accertata, una verità riscontrabile (nelle carte processuali, ad esempio) non c'è. Si sanno ormai nomi, fatti, luoghi e retroscena di quel che fu la strategia della tensione, con tutto il corollario di terrorismi rossi e neri, ma in questo paese di campanilismi sportivi e politici, c'è ancora qualcuno convinto che le bombe in piazza e quelle sui treni le abbiano messe i “rossi”.

Dove un figlio sotterra la madre e non succede mai l'inverso

Dove il figlio sotterra la madre e non succede mai l'inverso”.

È un verso di “30.000 hermanos”, canzone scritta da Luca Persico – meglio noto come Zulù, frontman e anima dei 99 Posse – che prende spunto dalla forza e dalla vicenda delle Madres de Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos argentini. Cioè di quelle ragazze e quei ragazzi che circa 30 anni fa in Argentina sono spariti, nel giro di pochissimo tempo, perché non si erano voluti piegare alla dittatura militare allora vigente. Queste madri sono passate alla storia perché da oltre 30 anni si riuniscono tutti i giovedì nella piazza principale di Buenos Aires – Plaza de Mayo, appunto – per chiedere la reaparicion con vida de sus hijos. La riapparizione in vita dei propri figli. Perché loro non sanno se sono morti, vivi, se sono detenuti e, se lo sono, dove.