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Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila

foto: www.genova24.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/genova-non-e-finita-dieci-nessuno-trecentomila/28704/

Genova, 17 giugno 2012 – Sono passati undici anni dal G8 di Genova e dalla “macelleria messicana”, come vennero definite le torture e le violenze perpetrate ai danni dei manifestanti da qualcuno che lo Stato italiano non ha ancora trovato, mentre chi gestiva l'ordine pubblico in quei giorni è stato promosso anche per i servigi resi in quell'occasione.
A undici anni di distanza, però, c'è ancora chi le conseguenze di quei fatti le paga sulla propria pelle, come i dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio” - un reato istituto in realtà per fini politici durante il regime fascista - e condannati in secondo grado a pene che vanno dagli otto ai tredici anni di carcere, per un totale complessivo di cento anni di carcere (neanche avessero rubato tramite banca).
«Lanciamo questo appello a tutte e tutti» - si legge in un comunicato di Radio OndaRossa[1] - «alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell'udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l'accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio». Dieci i possibili capri espiatori; nessuno, il numero dei condannati tra coloro che perpetrarono le torture; trecentomila, il numero di coloro che invasero le strade di Genova nel luglio di undici anni fa.
Proprio a loro, e a tutte e tutti coloro che non sono indifferenti al mondo che li circonda, è rivolto l'appello che pubblichiamo di seguito:

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell'ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l'omicidio di Carlo Giuliani, la "macelleria messicana" avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l'ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito "la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, "devastazione e saccheggio", che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una "compartecipazione psichica", anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E' inaccettabile che, a ottant'anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l'annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

Qui per aderire all'appello


Note
[1] Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila, Radio OndaRossa, 5 giugno 2012

Un bilancio in rosso per Obama

Una Casa Bianca ostaggio dei supporter del neoliberismo. Un passaggio tratto da "America, no we can't", il nuovo libro di Noam Chomsky in cui il padre della grammatica generativa e tra i pensatori più importanti del movimento altermondialista ci ricorda una cosa semplice ma che molto spesso ci dimentichiamo: che l'unico voto che davvero conta è quello dato nei Consigli di Amministrazione delle grandi multinazionali (come spesso dice Manu Chao...). L'articolo lo trovate anche a pag.11 dell'edizione odierna del quotidiano "Il Manifesto".

di Noam Chomsky

L'azione più importante di Barack Obama prima di assumere la carica è la scelta dello staff dirigente e dei consiglieri. La prima scelta è stata per la vice-presidenza: Joe Biden, uno dei sostenitori più tenaci dell'invasione in Iraq tra i senatori democratici, da lungo tempo addentro al mondo di Washington, che vota coerentemente come i compagni democratici - sebbene non sempre, come quando ha portato allegria negli istituti finanziari appoggiando un provvedimento per rendere più difficile agli individui cancellare i debiti dichiarando la propria condizione di insolvenza.
Il primo incarico post-elettorale è stata la nomina cruciale del capo di gabinetto: Rahm Emanuel, anch'egli uno dei più strenui sostenitori dell'invasione in Iraq tra i deputati democratici e, come Biden, buon conoscitore di Washington. Emanuel è anche uno dei maggiori beneficiari dei contributi di Wall Street alla campagna elettorale. Il Center for responsive politics riferisce che «è stato il massimo beneficiario, tra i rappresentanti, dei contributi per la campagna del 2008 provenienti da fondi a rischio, società private con capitale di rischio e le maggiori società finanziarie e di assicurazione». Da quando è stato eletto al Congresso nel 2002, «ha ricevuto più soldi da singoli e da comitati di sostegno elettorale nel mondo degli investimenti e delle assicurazioni che da altri settori dell'industria»; che sono anche quelli che hanno dato i contributi più consistenti ad Obama. Il suo compito era quello di controllare il modo in cui Obama affrontava la peggiore crisi finanziaria mai verificatasi dagli anni '30, per la quale i suoi finanziatori e quelli di Obama condividono ampie responsabilità.


La sinistra ai margini
In un'intervista di un editorialista del Wall Street Journal ad Emanuel fu chiesto che cosa avrebbe fatto la nuova amministrazione Obama riguardo alla «leadership democratica al Congresso, piena di baroni di sinistra con il loro proprio programma»; che contempla il taglio delle spese per la difesa e le «manovre per applicare esorbitanti tasse sull'energia per combattere il riscaldamento globale»;

El derecho de soñar

Foto di Andrea "Banlieue" Intonti: anche la pioggia - seppur programmata come quella di un irrigatore - può avere qualcosa di positivo...

Vaya uno a saber cómo será el mundo más allá del año 2000. Tenemos una única certeza: si todavía estamos ahí, para entonces ya seremos gente del siglo pasado y, peor todavía, seremos gente del pasado milenio.



Sin embargo, aunque no podemos adivinar el mundo que será,
bien podemos imaginar el que queremos que sea.

El derecho de soñar no figura entre los treinta derechos humanos que las Naciones Unidas proclamaron a fines de 1948. Pero si no fuera por él, y por las aguas que da de beber, los demás derechos se morirían de sed.

Deliremos, pues, por un ratito. El mundo, que está patas arriba, se pondrá sobre sus pies:




En las calles, los automóviles serán pisados por los perros.


El aire estará limpio de los venenos de las máquinas,
y no tendrá más contaminación que la que emana de los miedos humanos y de las humanas pasiones.


La gente no será manejada por el automóvil,
ni será programada por la computadora,
ni será comprada por el super-mercado,
ni será mirada por el televisor.

El televisor dejará de ser
el miembro más importante de la familia,
y será tratado como la plancha o el lavarropas.


La gente trabajará para vivir,
en lugar de vivir para trabajar.


En ningún país irán presos
los muchachos que se nieguen
a hacer el servicio militar,
sino los que quieran hacerlo.


Los economistas no llamarán
nivel de vida al nivel de consumo,
ni llamarán calidad de vida
a la cantidad de cosas.


Los cocineros no creerán
que a las langostas les encanta
que las hiervan vivas.


Los historiadores no creerán
que a los países les encanta
ser invadidos.


Los políticos no creerán que
a los pobres les encanta
comer promesas.


El mundo ya no estará en
guerra contra los pobres,
sino contra la pobreza, y la
industria militar no tendrá más
remedio que declararse
en quiebra por siempre jamás.


Nadie morirá de hambre, porque nadie
morirá de indigestión.
Los niños de la calle no serán
tratados como si fueran basura,
porque no habrá niños de la calle.


Los niños ricos no serán tratados
como si fueran dinero,
porque no habrá niños ricos.


La educación no será el privilegio
de quienes puedan pagarla.


La policía no será la maldición
de quienes no puedan comprarla.


La justicia y la libertad, hermanas
siamesas condenadas a vivir
separadas, volverán a juntarse, bien
pegaditas, espalda contra espalda.


Una mujer, negra, será
presidente de Brasil y otra mujer,
negra, será presidente de los
Estados Unidos de América.


Una mujer india gobernará
Guatemala y otra, Perú.


En Argentina, las locas
de Plaza de Mayo serán
un ejemplo de salud mental,
porque ellas se negaron a olvidar
en los tiempos de la amnesia
obligatoria.

La Santa Madre Iglesia corregirá
algunas erratas de las piedras
de Moisés. El sexto mandamiento
ordenará: "Festejarás el cuerpo".
El noveno, que desconfía
del deseo, lo declarará sagrado.

La Iglesia también dictará
un undécimo mandamiento,
que se le había olvidado al Señor:
"Amarás a la naturaleza,
de la que formas parte".


Todos los penitentes serán
celebrantes, y no habrá noche
que no sea vivida como si fuera
la última, ni día que no sea vivido
como si fuera el primero.


[Eduardo Galeano]

È primavera - Intervista a Toni Negri

Non deve essere facile intervistare Antonio Negri. Non deve essere facile perché Toni Negri è...Toni Negri. Uno dei più importanti pensatori moderni a cui questo paese abbia dato i natali (e le patrie galere...). Non deve essere facile perché la biografia di Toni Negri ti porterebbe ad inchinarti dinanzi a lui ed omaggiarlo come si faceva con i "grandi", in particolare se come me (e - credo - anche come Claudio Calia che ha realizzato questo libro) è un mito vivente. Eppure Claudio Calia c'è riuscito, e c'è riuscito nella maniera forse più difficile: scrisegnando, come ho trovato scritto gironzolando un po' in rete. Già, perché "È primavera - intervista a Antonio Negri" non è la tipica intervista che potrebbe chiedere il tipico e novecentesco quotidiano di una sinistra "estrema" che non esiste più e che spesso risulta solo una lunga sequela di citazioni filosofiche che fanno molto sinistra radical-chic. Non è la tipica intervista perché per le 160 pagine ad una lunga serie di tavole lungo cui l'autore delinea una chiacchierata (tempisticamente svoltasi in quattro incontri) con l'autore di "Impero" e "Moltitudine". Già, perché "È primavera - intervista a Antonio Negri" è un fumetto.
Non sono un grande cultore di fumetti, ma quest’opera mi piace – e non poco – per due motivi in particolare: innanzitutto per l’intervistato, cioè uno degli intellettuali (o, se volete, uno dei più grandi “cattivi maestri” di questo paese…) probabilmente una delle persone più odiate dalla popolazione italiana (secondo me perché un buon 90% della suddetta popolazione non ha il bagaglio culturale per capirne il pensiero), e secondo perché ogni medium che abbia un risvolto sociale diventa automaticamente di mio interesse. E questo filone fumettistico definito graphic-journalism devo dire che mi piace non poco.
L’intento – dichiarato o meno che sia – dell’autore e dell’editore BeccoGiallo è molteplice: il primo e più importante è, ovviamente, quello di divulgare il pensiero negriano. Il secondo – importante probabilmente allo stesso modo – è quello non solo di ampliare la cerchia di persone che si innamorano di quel genere di fumetto che rientra nella casistica indipendente (considerando anche che Calia, per altro autore anche di altre storie di graphic-journalism come quella su Porto Marghera è cresciuto alla scuola di Radio Sherwood, una delle primissime radio di movimento italiane), ma anche quello di provare a sfruttare in chiave positiva uno dei principali difetti della società moderna, una società che – ce lo sentiamo ripetere da più parti – si fonda sull’immagine.

Non spegni il sole se gli spari addosso

giuliani

Genova, (Italia) - Era esattamente 9 anni fa. Il 20 luglio 2001. Nel capoluogo ligure si erano riuniti i criminali più pericolosi del mondo, mentre a terra scorreva il sangue di un 23enne, ucciso – materialmente - da un burattino in divisa il cui compito era quello di difendere quei criminali che avrebbero deciso anche della sua vita (senza chiedergli nulla…) in quell’area invalicabile che chiamavano Zona Rossa.

L’Italia, ed il mondo intero, lo conobbe così Carlo Giuliani. Il volto di Carlo nel ricordo di tutti non è tanto quello delle foto successive. Il volto di Carlo è il suo passamontagna insanguinato, usato per non farsi identificare da chi, per legge, non è identificabile. A me piace pensare che quel passamontagna sia un po’ come quello del Subcomandante Insurgente Marcos e dei tanti e tante che lottano per i loro sogni nella Selva Lacandona.

«Noi, senza volto, incarniamo tutti coloro che combattono per la GIUSTIZIA. Non solo: rappresentiamo anche quelli che non hanno il coraggio di guardarsi in faccia. Non abbiamo identità, per ora; non siamo nessuno, ma, proprio per questo, ogni uomo che cerca la LIBERTA' può identificarsi con noi. Noi siamo chiunque ...»

Spesso quest’anno mi è capitato di pensare a Carlo Giuliani. Perché Carlo è morto a 23 anni – era nato nel 1978 - l’età che ho io adesso. E spesso mi viene da pensare come sia morire a quest’età, quando la strada da fare per prenderti la tua parte nel mondo è ancora in salita, quest’età in cui hai i sogni nel cassetto e la rivolta tra le dita, come canta Guccini in Eskimo. Mi chiedo spesso come sia morire a 23 anni, quando mentre stai organizzando i tuoi piani c’è qualcosa, o qualcuno – come in questo caso – che te li ruba…

Io Carlo Giuliani non l’ho mai conosciuto. Perché in quei giorni Genova la guardavo dalla televisione, occupato com’ero a fare ancora il ragazzino a cui interessava solo il pallone e quello che girava intorno a quel mondo. Non l’ho mai incontrato e se credessi nell’aldilà mi piacerebbe incontrarlo, in un futuro, per ringraziarlo. Già, perché anche se a Genova non c’ero, anche se le botte alla Diaz le ho viste solo dopo un po’ di tempo, furono proprio la pallottola di Placanica e il sangue di Carlo Giuliani, gli anfibi delle forze dell’ordine e i “tonfa” battuti sugli scudi che accesero la scintilla che è diventata la mia stella polare in questi nove anni. È per questo, forse, che ho sempre delle sensazioni strane quando parlo o scrivo di quei fatti, perché in qualche modo Genova ha rappresentato una specie di “seconda nascita”,

Questa manifestazione non s'ha da fare...

C'era una volta la manifestazione per la libertà di stampa del 19 settembre.
Bisogna parlare al passato perché questa manifestazione è stata poi spostata al 3 ottobre a causa – almeno questa è la versione ufficiale – dell'attentato a Kabul che ha visto morire 6 ragazzi italiani. Piccolo inciso prima di procedere: non capisco perché debba esserci cordoglio – giustissimo – per le vittime, cioè per ragazzi – e ragazze, allargo il discorso a tutte le guerre e tutti i paesi – ma non c'è mai nessuno che chiede conto ai capi, come ministri della difesa italiani o ex-presidenti degli States, che se ne stanno comodamente seduti in poltrone di uffici ben lontani dagli scenari di guerra mentre a chilometri e chilometri di distanza la gente muore per i loro giochi geo-politici. Perché diciamo “onore ai caduti” e tutti questi slogan ma mai nessuno va sotto i ministeri a protestare per far ritornare a casa questi ragazzi? Che forse questo “onore” sia un onore “a rate”, cioè se non muoiono non sono “onorati”?

Dopo questo piccolo inciso, veniamo al punto dell'articolo: lo spostamento della manifestazione dal 19/09 al 3/10. Perché? Per quale diamine di motivo – possibilmente serio, cortesemente – questa manifestazione è stata rimandata?

Che io sappia, la manifestazione è posta contro l'imbavagliamento dell'informazione veramente libera. Per cui organizzarla a pochi giorni dall'attentato avrebbe potuto dare ancor più forza, perché si sarebbe potuto considerare anche che con un'informazione veramente libera oggi sapremmo cosa stiamo facendo negli scenari di guerra, come lo stiamo facendo, per che e soprattutto per chi lo stiamo facendo.

Inizio seriamente a pensarla come Paolo Flores d'Arcais ieri su MicroMega, e cioè che in realtà, così come il matrimonio tra Renzo e Lucia nei Promessi Sposi “questa manifestazione non s'ha da fare”. E non solo perché il giornalismo italiano è pieno di servi di Berlusconi.

“Nella Federazione della Stampa convive di tutto, dai giornalisti-giornalisti agli aficionados del killeraggio mediatico contro gli oppositori del regime (o anche i sostenitori del governo che solo accennino alla fronda), passando per tutte le gradazioni del giornalismo d’establishment.”

In questo paese – sto notando nell' ultimo periodo – se sei un “servo berlusconiano” devi essere messo al rogo, se sei un “servo dell'anti-berlusconismo” sei visto come il salvatore di una fantomatica patria che dai tempi dell'unità ancora non abbiamo.

Fino ad ora ho sempre visto “la piazza“ come un luogo di battaglie, da far rinascere come e meglio della maniera degli anni '70. Ma stavolta c'è qualcosa di diverso. Di profondamente diverso.
Perché questa manifestazione sembra più il tentativo di creare un mega happening nella capitale che non il vero tentativo di sbavagliare l'informazione. Perché è una manifestazione sterile. Una manifestazione “only for 24h” perché dal 4 ottobre torneremo già tutti davanti ai nostri televisori, a leggere i soliti giornali che ci diranno che migliaia di persone si sono riversate nelle strade capitoline al grido di “siamo tutti farabutti”. E poi? Ok, la raccolta firme proposta su Repubblica da Cordero,Rodotà e Zagrebelsky è stato un passo in più. Ma poi? Come si continuerà? Queste firme verranno presentate nelle sedi opportune o rimarranno negli archivi del quotidiano?
No, la piazza così non mi piace molto. La piazza “sterile” non la capisco.
Siamo sicuri che non esistano modalità più efficaci e forse più moderne?

A me una di quelle più potenti, visto anche chi abbiamo di fronte, viene in mente pensando a qualche giorno fa, precisamente giovedì sera. Ore 21, Rai1. Vi ricordate?
13% di share di Porta a Porta dove il premier spacciava per sua la consegna delle prime case ai terremotati a L'Aquila, dimentico che quelle case in realtà sono opera della Croce Rossa e della Provincia di Trento. Una volta – quando andavano di moda i c.d. “no-global ” ai quali mi sono sempre sentito vicino – si chiamava boicottaggio. Veniva fatto – e viene fatto tutt'ora – solitamente verso le multinazionali imperialiste, tramite la scelta consapevole di non acquistare i prodotti delle imprese che operano non tenendo conto dei diritti dei lavoratori, di quelli ambientali e via discorrendo. Questo stesso principio, se applicato alla televisione – in particolare a quella commerciale, cioè a quella per cui “più gente tengo davanti al televisore più pubblicità avrò”- potrebbe avere dei risvolti devastanti. Sia positivamente che in maniera negativa. Negativamente – ovviamente – per chi di quella televisione è proprietario, che vedrebbe minori introiti e quindi avrebbe meno soldi per comprare le “voci libere” come El Paìs. E positiva per il resto del paese, che finalmente non dovrebbe fare i conti con cervelli ipnotizzati da tette e culi di questa o quella soubrettina di terzo ordine.

Inizio a pensare che sotto sotto una informazione veramente libera non la voglia nessuno. Né chi dice che il bavaglio lo mette Berlusconi né chi dice che in realtà sono i giornali comunisti ad auto-imbavagliarsi. Principalmente per il motivo che tutti i giornali (comunisti, fascisti, socialisti... Anarchici non saprei, francamente...) vivono di pubblicità, quindi se – esempio – una ditta di cosmetici che fa i propri test sugli animali è anche uno dei miei principali finanziatori, capite bene che io editore andrei contro i miei stessi interessi se pubblicassi un articolo dal titolo “la ditta di cosmetici X uccide 1.000.000 di animali l'anno per i test sul nuovo rossetto”. È capitalisticamente ineccepibile se ci pensate un po'. E quindi, comunque ogni giornale ha dei bavagli – grandi o piccoli che siano – ai quali sottostare. Ovviamente sarei ben felice di essere pubblicamente sbugiardato su questo aspetto, ma inizio a pensarla un po' come Beppe Grillo (di cui non sono certo un fan, basta vedere quel che ho scritto in tempi non sospetti): e cioè che la stampa – o la “casta della carta stampata”- contro un'altra casta – politica od economica che sia – sarà un match che difficilmente vedremo (a meno che non si voglia inserire l'informazione in rete, ma sarebbe un discorso dal quale usciremmo forse tra un paio di glaciazioni tra i “pro” ed i “contro”).

Veniamo poi all'ultimo quesito che mi sono posto in merito alla battaglia per la libertà d'informazione. E qui mi piacerebbe poter rivolgere la domanda agli editori. Perché mi chiedo se le “campagne mediatiche” (sapete “Oggi e domani compra l'Unità”, “Siamo tutti farabutti” e simili...) siano effettivamente inerenti alla lotta o servano solo per fideizzare il lettore?

Sono curioso di sapere come andrà a finire questa volta (la curiosità sentendo chi mi sta attorno è una mia dote innata, ma anche questo è un altro discorso...). Non posso che mettermi ad aspettare il 4 e vedere se saremo entrati nell'”Italia 2.0”

Parole rivoluzionarie

"Il mondo così gestito non funziona. Che fare?".

Buttata lì così questa domanda potrebbe sembrare una di quelle da quiz televisivo del pre-cena, di quelle in cui ti trovi Mike Buongiorno o Gerry Scotti che ti traghettano fino al tg. Oppure, più sbrigativamente, qualcuno risponderebbe “e io che ne so?” e continuerebbe tranquillamente a guardare le vetrine per le vie del centro.

Eppure questa domanda – fatta da una persona dall'intelligenza decisamente acuta e che ha sempre spunti molto interessanti (per chi se lo stesse chiedendo: no, non sono io quella persona...) - ci pone davanti ad un problema che abbiamo già scordato, probabilmente presi nello zapping televisivo di fine agosto.
Questa domanda viene da una considerazione di un “mostro” come Jacques Attali (che io sinceramente vorrei come “eminenza grigia” della sinistra nostrana) su Internazionale, nella quale si diceva come non si debbano imputare i mali del mondo ad una alquanto folkloristica “teoria del complotto”, ma ad una decisamente più semplice perdita del controllo da parte dell'uomo dei sistemi da egli stesso creati.

E' proprio questo quel che nessuno, né ministri ex-mercatisti convertiti al no-globalismo come Tremonti (mi chiedo solo se davvero abbia capito cosa vuol dire essere un “no-global”) tantomeno i sancta sanctorum capitalisti, sta evidenziando: il modello di mondo che fino ad ora è stato pensato, ideato e messo in pratica sta passando a miglior vita. E' finito. Ma nessuno sembra volersene rendere conto. Il modello per cui per anni ci hanno fatto vivere sotto l'”effetto dotazione”, cioè sotto quell'effetto per cui più hai più sei, quel senso di accettazione della società non basato sul nostro “sapere”, sul nostro “essere”, ma sul nostro “apparire”, che in molti casi diventa “ostentare” non è più valido per le sfide che il terzo millennio ci chiama ad affrontare.

Se ci pensate – questo è un discorso un po' “folle”, me ne rendo perfettamente conto – questo modello si fonda su una convenzione. Niente di più, niente di meno. Questa convenzione, che è poi anche lo status con cui ti crei il tuo posto al sole nella società dell'illusorio, è il dio denaro. O meglio: è il significato che, per convenzione, da secoli diamo a dei semplici pezzi di carta. Con ciò non voglio dire che la soluzione migliore sia il ritorno al baratto, anche se ci vedo più di un vantaggio. Ma siamo ormai nel III millennio, ed ogni sistema nasce e muore in un tempo specifico. Però potremmo iniziare a dar meno importanza a quei pezzettini di carta. Potremmo iniziare a non considerare più la ricchezza individuale come il fulcro delle nostre esistenze sociali.

…Perché il nucleo del fallimento e dello sfruttamento dell’uomo sta nell’illusione di un’emancipazione culturale avvenuta attraverso il lavoro come bestie da soma e successivamente come consumatore provetto ed incanalato sull’odierno low-cost rovesciato sul mercato in abnormi quantità. [Marco Paolini]


E' questo, oggi, che dovremmo combattere. Come? Semplicemente creando un nuovo modello. Voglio dire: converrete con me – basta prendere un semplice libro di storia per rendersene conto – che tutti i modelli di società che la storia ci ha dato, dall'impero romano fino ai giorni nostri, hanno avuto una fase semi-ciclica basata sulle tre fasi della vita umana: nascita-sviluppo-morte. E così è anche in questo caso. Ma il problema, forse, non è " come cambiare le cose". Il punto è "cosa cambiare e in quale direzione".

Non ho velleità di dire che conosco il modello migliore per un fantomatico “nuovo mondo”, anche perché se lo conoscessi probabilmente non starei qui a scrivere su una tastiera. Però la direzione credo di poterla indicare. Andiamo a Sud. Precisamente in Sudamerica, da dove trovo ci siano molti modelli di sviluppo che potremmo analizzare. C'è una cosa che ho sempre adorato nel modo di fare politica dei sudamericani: il loro senso di "comunità", il loro senso di politica intesa come "solidarietà", come senso di appartenenza in un qualcosa che non premia mai - o quasi mai - il singolo. Se è una cosa fatta bene il merito è di tutti. Se è fatta male idem. Ed è proprio quando leggo le esperienze politiche dei sudamericani che mi chiedo se davvero un altro mondo sia possibile. Se guardo all'Occidente francamente mi viene da dubitarne. Come dice Angel Luis Lara:

"Il capitalismo è nato grazie a una enorme recinzione di terre, un immenso furto e saccheggio che fabbricò il proletariato, molti anni fa. La parola cultura è nata anch’essa moltissimi anni fa. Quando nacque, faceva parte di un’altra parola più grande:agricoltura. Non dimentichiamocene. Oggi più che mai è necessario che ci trasformiamo in contadine e contadini del comune."


Oggi più che mai è necessario che ci trasformiamo tutti in contadine e contadini. Ciò non vuol dire solo un ritorno fisico alla Pachamama, alla Madre Terra. Non significa solo – ad esempio – cominciare a stare più attenti a quel che compriamo e a quel che quotidianamente portiamo in tavola. Fate questo piccolo esperimento, così capirete bene a cosa mi sto riferendo: andate in cucina aprite il frigorifero e fate la lista di quel che proviene da zone vicino a voi e di quel che proviene da lontano, da altre città o addirittura da altri continenti. Quasi sicuramente noterete una forte disparità tra quel che avrete acquistato “dietro l'angolo” e quel che si è fatto chilometri e chilometri in aereo (consumando quantità assurde di petrolio) per arrivare sulle vostre tavole. In questi ultimi anni sono venuti fuori almeno due concetti “rivoluzionario” per quanto riguarda questo aspetto e che però sono ancora visti come un qualcosa di strano, fatto da quelli un po' fuori di testa: “filiera corta” e “spesa a km zero”. Che in parole povere vuol dire comprare direttamente dal produttore e che possibilmente non abiti (od eserciti) la sua attività troppo lontano da casa nostra. Questo avrebbe nell'immediato due vantaggi: abbassamento dei prezzi ed abbattimento dell'uso del petrolio, con un sentito ringraziamento da parte del nostro pianeta (ed anche del portafogli...).

Questo localismo, qualcuno obietterà, nell'epoca della globalizzazione non è possibile. E forse tutti i torti non ce li ha. Ma se ci pensate, il poter avere tutto più o meno vicino ha anche un altro vantaggio: un maggior tempo libero. Che si trasforma in un maggior tempo da dedicare ai propri interessi, magari andando al parco a fare due chiacchiere o dedicandosi alla comunità in cui si vive. Ecco un altro aspetto che adoro dei sudamericani: il loro anteporre la comunità al singolo. Il loro considerarsi tutti pezzi necessari di uno stesso ingranaggio, di uno stesso progetto comune. Noi oggi invece – nati e cresciuti in una società individualista – a malapena salutiamo il nostro vicino di casa.

Interessarsi al bene della propria comunità, e quindi attivarsi per migliorarlo, vuol dire – in ultima analisi – attivarsi per il proprio bene, attivarsi per migliorare la propria condizione. Vuol dire agire su un qualcosa di globale (come appunto la comunità, intesa nella più generale accezione di “comunità-mondo”) attuando delle politiche locali. Vi faccio un esempio pratico: i No Tav. La loro lotta – lotta locale, ricordiamolo – per evitare che treni a 300 km/h gli transitino in salotto ha dei vantaggi per tutta la comunità, perché, ad esempio, bloccando quei lavori si evita di far traforare le montagne, di prosciugare piccoli fiumi o comunque altre deturpazioni ambientali, di cui un paese a forte cementificazione come il nostro non ha sicuramente bisogno. Globale e locale. Vi dice niente? Sommando globale e locale viene fuori un termine – che il nostro Ministro dell'Economia “no-global” dovrebbe per questo conoscere – che è “glocale”. Un termine che adoro e che ha una potenza semantica secondo me sconvolgente.
Perché attuare dei modus vivendi glocali non riguarda solo quel che si mette in tavola, solo l'aspetto economico. Esiste un tipo di glocalismo "sociale", o "socio-politico" che dir si voglia, nel quale due concetti la fanno da padrone: rete e connessione. Intendendo così sia la rete che - ad esempio - mi permette scrivere su un blog, e che potrebbe essere utilizzata per digitalizzare (altra parolina magica) gran parte della nostra vita "cartacea" (giornali, comunicazioni dalla banca o da chi volete voi...); sia - soprattutto - come reti e connessioni tra persone. In questa ultima parte di articolo è venuta fuori un'altra parola “rivoluzionaria”: comunità (e senso di.).
Ecco che qui già una risposta al “come fare?” iniziale la possiamo quantomeno abbozzare. Tornando alla comunità. Tornando a dar peso – sia in chiave sociale come abbiamo visto fin qui che in chiave politica – alla comunità. Abbiamo avuto un tempo un esempio perfetto di come la comunità possa auto-svilupparsi, senza seguire dei leader che tengano il timone. Perché anche il seguire un leader è, secondo me, uno degli effetti della società illusorio-individualistica nella quale viviamo. E' da un po' che mi pongo la domanda se davvero ve ne sia bisogno di “leader a condurre le masse”. E senza voler sfociare nell'anarchia alla Malatesta, direi che possiamo evitare di avere dei leader, ma ad un patto. Un patto che è la vera sfida dei tempi moderni: tornare ad interessarci attivamente a quel che ci circonda. E questa, nel mondo cresciuto a pane e telecomando, più che una missione difficile è una missione impossibile.

Voi G8, noi 6 miliardi...


Ci sono delle cose che alle volte ti fanno sentire impotente. Ti fanno sentire piccolo piccolo di fronte al loro manifestarsi. Ci sono delle cose, come le calamità naturali, che ti fanno davvero sentire la cosa più microscopica che esista. Perché nonostante l'epoca estremamente tecnologica nella quale viviamo, l'epoca nella quale con un semplice click posso arrivare a miliardi di chilometri di distanza da casa, non puoi fare un cazzo per prevedere e fermare un terremoto. Non scriverò di quel che sta succedendo in queste ore in Abruzzo, sia perché ci sono gli organi di stampa nazionali preposti a ciò e sia perché – principalmente – mi sentirei abbastanza inadatto a scrivere di una cosa simile.
Solitamente preferisco interessarmi a ciò che l'intervento umano può modificare, può alterare.
Guardavo stamattina la puntata di giovedì di AnnoZero nella quale si parlava di quel che fino a ieri mattina c'era in prima pagina [almeno per Repubblica]: il G20 e la crisi economica mondiale.
Sarò di parte essendo io un new-global? Beh, sicuramente. So che in linea teorica dovrei essere obiettivo, visto anche che il mio futuro lavoro dovrebbe essere nel mondo del giornalismo. Ma ho maturato l'idea che la natura umana e l'obiettività non siano caratteri assimilabili.
Come al solito, quando i miei neuroni lavorano “a pieno regime” le domande che si insinuano nelle mie connessioni neuronali sono parecchie...Ed è proprio da una di esse che voglio partire, e cioè dal chiedermi perché se uno scippa un'anziana signora della pensione va – giustamente – in galera perché ha rubato alcune centinaia di euro mentre chi ha derubato in modo reiterato migliaia e migliaia di persone rimane comodamente al suo posto (e anzi, se sta in Italia, rischia anche di ritrovarsi in Parlamento..)? Perché, derubare migliaia e migliaia di anziani, di operai, di persone che mettono nelle banche i risparmi di tutta una vita dà diritto ad una specie di “bonus immunità” tipo quello del Monopoli? Per la serie “Hai pescato la carta giusta! Hai l'immunità dalle patrie galere”? Eppure in un paese che per certi versi è più incivile di noi, come gli Stati Uniti d'America (visto che loro hanno ancora la pena di morte, noi no...) uno che si è rubato un sacco di soldi oltre ad essersi dichiarato colpevole al processo (cosa impensabile nel nostro paese) è andato a finire in galera con una pena di – se non ho capito male – circa 150 anni (e lui, Bernard Madoff, di anni ne ha 71!!). No signori, qui c'è qualcuno che deve rendersi conto che il giocattolino si è rotto. Chi se n'è accorto finora? Non certo quei cari signorotti che in giacca e cravatta se ne stanno a blaterare di salvare gli istituti bancari, cioè i rei della situazione. Non certo quegli imprenditori che dicono “bisogna continuare a spendere” senza tener conto che oggi praticamente nessuno può permettersi di farlo, a parte loro che ovviamente non dichiarano tutto ciò che guadagnano e possono permettersi lo yacht megagalattico sulle spalle dei loro dipendenti! Se n'erano accorti alcuni signori circa un decennio fa, ma li accusarono di essere dei terroristi, degli incompetenti. Dei No-Global. Ma si sa che chi solitamente “predica nel deserto” dicendo cose giuste [e qui una capatina al terremoto abruzzese ce la farei...] viene additato come “pazzo” o “imbecille” nel caso italiano.
Io di certo non ho la ricetta per risolvere la crisi (anche perché altrimenti a quest'ora mica stavo qua a scrivere sul blog...), ma se un imprenditore di scarpe italiano mi viene a dire “il costo del lavoro in Italia è fuori mercato” lo contestualizzo nel sistema capitalistico e quindi capisco una cosa simile: “in Italia i lavoratori – cioè quelli su cui si fondano v eramente le aziende – sono pagati troppo nonostante si fanno un culo quadrato per vedere 1/100 di quello che guadagno io che non faccio un cazzo dalla mattina alla sera. Quasi quasi faccio come gli amici miei e delocalizzo inVietnam così prendo i bambini di 8 anni come fa la Nike e nemmeno li pago”. Ora, la frase di partenza è di Della Valle, pronunciata ad AnnoZero, la contestualizzazione è mia e generalizzata sul concetto di “imprenditore”. Io allora dico: perché me lo deve venire a dire uno che guadagna un centinaio di volte di più del suo operaio che il costo del lavoro è troppo alto? Un top manager guadagna qualcosa come 367 volte lo stipendio di un operaio. Non è che forse è un “tantinello” esagerato? O comunque fatelo dire ad un operaio dell'altoforno o della catena di montaggio se il costo del lavoro è troppo alto no?? Che poi, altra cosa che mi fa incazzare...”costo del lavoro” vorrebbe dire costo del lavoratore, cioè di un essere umano che fa il triplo della fatica che fai tu per mettere il pane in tavola tutti i giorni, però lui si barcamena per arrivare alla 3° settimana del mese [perché ormai pure la 4° è un miraggio...] mentre tu imprenditore ogni due giorni ti cambi la mega-barca con i soldi che hai risparmiato con la falsificazione della dichiarazione dei redditi dell'azienda oppure comprando manodopera non qualificata con co.co.co., co.co.pro e quant'altro...Perché non fare il contrario? Gli imprenditori alla catena di montaggio e i lavoratori a fare i “padroni” (come si diceva una volta...) alle stesse condizioni. Voglio vedere quanti signorotti in giacca e cravatta resistono!
L'accordo ultimo fatto dal governo lega l'aumento salariale alla produttività del lavoratore che, tradotto dall'”imprenditorialese” all'italiano vuol dire che l'imprenditore spreme gli operai e che forse – forse – li paga, quando non dà la colpa alla crisi e li manda tutti in cassa integrazione [cosa che è ormai la prassi...]cacciando praticamente meno della metà di quanto caccerebbe solitamente... Non entro in tecnicismi economici su cosa si potrebbe fare, sia perché mi annoio mortalmente a scrivere di economia in “economichese” e quindi presumo che annoierebbe anche chi è arrivato a leggere fino a questo momento, sia perché non sarei capace di addentrarmi in cotanta specificità. Preferisco parlare di “economia spicciola”, preferisco sostenere quelli che una volta erano derisi e tacciati di essere dei “terroristi” come i contrari alla globalizzazione [o coloro che, come lo scrivente, sostengono la possibilità di creare un altro mondo...] perché nel loro “terrorismo” una soluzione l'avevano trovata. E stranamente è molta parte di quella trovata dai “colletti bianchi” ai quali oggi si chiede di salvare il mondo. In conclusione un piccolo "appunto a futura memoria": evitando di elencare tutte le figure di merda di Sua Emittenza, che hanno veramente rotto i benemeriti, io inizio ad avere una strana sensazione per il G8 che ci sarà nel nostro paese tra qualche mese, perché le “dichiarazioni di guerra” del governo [lo stesso di Genova '01...] sono già state fatte. Diciamo che la vedo “nera” [a buon intenditor...]