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Quel “Terzo Occhio” della BBC un po' strabico



In questi ultimi giorni, con gli sconvolgimenti dello scenario politico nazionale (nel quale, al momento, è stata abolita – de facto – anche l'opposizione parlamentare) e nei mesi scorsi con le rivolte registrate sull'altra sponda del Mar Mediterraneo, l'opinione pubblica è stata spesso chiamata a schierarsi, dalla parte del governo non-democraticamente-eletto o per la democrazia, che si parlasse dell'avvento del governo tecnico in Italia o della caduta dei regimi in Nord Africa. Ma come si crea l'opinione dell'opinione pubblica? O meglio: come si orienta? Nelle guerre, lo sappiamo, basta definire i ruoli del “buono” e del “cattivo”; nel commercio – ovviamente – esistono gli spot di 30 secondi. Ma cosa avviene quando non si riesce a definire nitidamente dove finisce l'informazione e dove inizia la pubblicità, quando magari queste si fondono in uno di quei programmi d'approfondimento che spesso ci vengono proposti dalle nostre televisioni? Quando questo avviene, si ha quel “piccolo-grande scandalo” che ha investito, pochi mesi fa, la British Broadcasting Comunication.

Nell'edizione di mercoledì 16 novembre, il quotidiano britannico The Independent è uscito con un articolo – evidenziato anche dallo sfondo giallo su cui è stato presentato – dal titolo “Come la Bbc è diventata uno strumento di propaganda per il regime di Mubarak”, riprendendo un discorso iniziato nell'agosto di quest'anno.

Tutto ruota, spiegano dal quotidiano, intorno all'acquisizione da parte della British Broadcasting Corporation di documentari a costi bassissimi, realizzati da un'azienda – la londinese FactBased Communications Media (Fbc Media) – che ha lavorato, nel tempo, anche per la promozione dei governi di Egitto e Malesia. In totale questi video hanno violato ben 15 delle linee-guida editoriali su cui si basa il lavoro di informazione della BBC «colpita al cuore della sua reputazione internazionale», come hanno detto dall'organo di governo del network, compromettendone così «l'integrità editoriale».

Uno degli elementi su cui sta indagando l'Ofcom – l'autorità regolatrice per le società di comunicazione britanniche – riguarda la realizzazione, per il programma “Third Eye” (“Terzo occhio”) di un'approfondimento sul futuro dell'Egitto una volta terminata l'euforia di Piazza Tahrir e della “Primavera Araba” (trasmissione, andata in onda a marzo, e che Señor Babylon vi ripropone in apertura) nel quale si lanciava l'allarme sulla possibile presa di potere da parte dei musulmani integralisti attraverso la Fratellanza Musulmana. Peccato che la stessa Fbc Media avesse il compito di promuovere all'estero l'immagine di un Egitto “liberale, aperto e business friendly”, per diretta richiesta del ministero per gli investimenti (detto Gafi) egiziano.

L'ingannevole pubblicità della guerra


Esiste davvero la guerra? O forse quella che vediamo, quella che ci viene raccontata da giornali è tg è solo una finzione necessaria affinché l'opinione pubblica – che spesso ignora la maggior parte dei fatti che stanno dietro le quinte di un conflitto – si schieri con il proprio governo? Vietnam, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia. La pianificazione di ognuna di queste guerre è stata affidata non solo agli esperti militari per le operazioni sul campo, ma anche agli esperti della pubblicità, così che oggi all'opinione pubblica la guerra viene venduta così, come si vendono i pannolini...

«Quando la CNN ha mostrato le immagini di Saddam Hussein con gli ostaggi si è esposta ad essere accusata di fare della propaganda, di fare del cattivo giornalismo. Se ci si limita ad accendere la telecamera per registrare passivamente tutto quello che succede senza intervenire questo non è giornalismo, è solo un fatto tecnico. Il giornalismo consiste spesso nel montaggio: decidere che cosa di un discorso è veramente importante, che cosa di un determinato evento può e deve essere mostrato al pubblico. Non si può accendere la telecamera e andarsene; un minimo di controllo, di intervento critico è indispensabile e questo mi pare sia quello che è mancato nel caso della CNN[1]»

[Ted Koppel, ex anchorman ABC]

Esistono ancora le guerre? Naturalmente la risposta è sì. Ma quello che vediamo, quello che ci viene mostrato nei telegiornali, nelle foto da prima pagina dei grandi magazine o che ci viene raccontato dalle colonne dei grandi quotidiani corrisponde davvero alla realtà del “campo di battaglia”? Rispondere sì anche a questa domanda è forse più difficile...
Che nei conflitti vi sia sempre un terzo fronte, quello della propaganda, è fatto notorio a tutti tanto che, parafrasando l'altrettanto nota questione sull'uovo e la gallina, ci si potrebbe chiedere se sia nata prima la guerra o la propaganda. quel che forse non tutti sanno è che oggi a “vendere” la guerra sono gli stessi che dalle reti televisive o dalle pagine dei giornali vendono pannolini, abiti, bibite e autovetture. Anche la guerra – e bene deve ricordarselo il generale Westmoreland [2] – è diventata ormai nient'altro che un prodotto mediatico che, come tale, deve essere venduto.
A chi? All'opinione pubblica, of course. E chi meglio di un'agenzia pubblicitaria può riuscire in questo compito?
Dice la nota massima che la prima vittima di un conflitto è sempre la verità, naturalmente se quella che ci ostiniamo a chiamare “verità” - intesa nella sua accezione oggettiva ed incontrovertibile – esistesse davvero. In tal senso non c'è periodo migliore per la diffusione della verità s-oggettiva di oggi, di questo tanto elogiato periodo dell'iper-informa(tizza)zione nel quale con un semplice click possiamo documentarci praticamente su tutto, passando in pochi attimi dalla ricetta dell'arrosto a quella per fabbricare una bomba sporca. Eppure mai come ora ci lasciamo abbindolare, mai come ora prendiamo per buone le verità della televisione.
Ma procediamo per gradi. Anzi, per immagini.

È primavera - Intervista a Toni Negri

Non deve essere facile intervistare Antonio Negri. Non deve essere facile perché Toni Negri è...Toni Negri. Uno dei più importanti pensatori moderni a cui questo paese abbia dato i natali (e le patrie galere...). Non deve essere facile perché la biografia di Toni Negri ti porterebbe ad inchinarti dinanzi a lui ed omaggiarlo come si faceva con i "grandi", in particolare se come me (e - credo - anche come Claudio Calia che ha realizzato questo libro) è un mito vivente. Eppure Claudio Calia c'è riuscito, e c'è riuscito nella maniera forse più difficile: scrisegnando, come ho trovato scritto gironzolando un po' in rete. Già, perché "È primavera - intervista a Antonio Negri" non è la tipica intervista che potrebbe chiedere il tipico e novecentesco quotidiano di una sinistra "estrema" che non esiste più e che spesso risulta solo una lunga sequela di citazioni filosofiche che fanno molto sinistra radical-chic. Non è la tipica intervista perché per le 160 pagine ad una lunga serie di tavole lungo cui l'autore delinea una chiacchierata (tempisticamente svoltasi in quattro incontri) con l'autore di "Impero" e "Moltitudine". Già, perché "È primavera - intervista a Antonio Negri" è un fumetto.
Non sono un grande cultore di fumetti, ma quest’opera mi piace – e non poco – per due motivi in particolare: innanzitutto per l’intervistato, cioè uno degli intellettuali (o, se volete, uno dei più grandi “cattivi maestri” di questo paese…) probabilmente una delle persone più odiate dalla popolazione italiana (secondo me perché un buon 90% della suddetta popolazione non ha il bagaglio culturale per capirne il pensiero), e secondo perché ogni medium che abbia un risvolto sociale diventa automaticamente di mio interesse. E questo filone fumettistico definito graphic-journalism devo dire che mi piace non poco.
L’intento – dichiarato o meno che sia – dell’autore e dell’editore BeccoGiallo è molteplice: il primo e più importante è, ovviamente, quello di divulgare il pensiero negriano. Il secondo – importante probabilmente allo stesso modo – è quello non solo di ampliare la cerchia di persone che si innamorano di quel genere di fumetto che rientra nella casistica indipendente (considerando anche che Calia, per altro autore anche di altre storie di graphic-journalism come quella su Porto Marghera è cresciuto alla scuola di Radio Sherwood, una delle primissime radio di movimento italiane), ma anche quello di provare a sfruttare in chiave positiva uno dei principali difetti della società moderna, una società che – ce lo sentiamo ripetere da più parti – si fonda sull’immagine.

Shopocalisse e società McDonaldizzata


«Credi di avere tanti giocattoli?» chiede un padre alla propria bambina. «», risponde lei, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo. «E perché hai tanti giocattoli?» continua il padre. «Perché tu e la mamma me li comprate...e perché è Natale!»

Questa è una delle scene in qualche modo più emblematiche di “What would Jesus buy?” (“Cosa comprerebbe Gesù?”), il docu-film proposto da CurrentTv per la sua programmazione natalizia.
Sicuramente un documento che non passa certo inosservato, ma da Morgan Spurlock – che oltre ad esserne il produttore, è anche l'uomo che ha attentato alla propria vita con una dieta a base di McDonald's in “Super size me” - c'era da aspettarselo.

Il documentario (o docu-film, come appunto lo etichettano quelli della rete di Al Gore) segue per un mese il tentativo di redenzione delle masse del Reverendo Billy, al secolo Bill Talen, 58enne attore teatrale che da anni combatte contro le grandi corporation Usa ed il consumismo, vero fattore di identità sociale per l'umanità odierna.
Il Reverendo, come ogni buon reverendo americano che si rispetti, ha anche una Chiesa: la Church of Stop Shopping grazie alla quale, con l'aiuto di sua moglie, alcuni attori ed alcuni religiosi veri (che compongono il coro gospel con il quale si accompagna) combatte dal pulpito – spesso centri commerciali, negozi delle grandi catene americane (Starbucks, Disney, Wal-Mart) – la sua dissacrante guerra per esorcizzare il mito dello shopping sfrenato. Al grido di «Topolino è l'Anti-Cristo» - tanto da averlo anche crocefisso – non è difficile incontrare la sua platinata chioma, o il suo “$aving Bus” lungo la retta via. Quando non è in viaggio, lo si può trovare nella chiesa newyorkese di Saint Marks in the Bowery nell'Est Village, dove le sue prediche – basate principalmente su comandamenti come “il prodotto ha più bisogno di te di quanto tu non abbia bisogno di lui” o “comprare non è poi così interessante come non farlo” - diventano dei veri e propri show (con tanto di esorcismi ai poveri fedeli-spettatori). Il modo di porsi è quello dei veri predicatori americani – o di Beppe Grillo in Italia – pericoloso e al contempo stupefacente cancro americano.

Non è un reverendo vero, naturalmente, ma la maschera di Rev. Billy è utile a combattere le nuove cattedrali del consumo (centri commerciali, ipermercati, catene di negozi etc...), come le ha definite George Ritzer – uno dei massimi esperti di teoria sociale e critico della cultura contemporanea – le quali ci “costringono” a consumare beni e servizi.
Quella religiosa, se ci pensiamo, è un ottima metafora per definire la società moderna, tribalizzata in gruppi dove la differenza etnica non è più definita dal colore della pelle o dal luogo di nascita, ma dal centro commerciale dove si fa la spesa quotidianamente o dalla banca con la quale si ha la carta di credito.
Luci, colori, personaggi sorridenti creano quel mondo – quello da “principessa delle favole Disney” - in cui le grandi corporation ci spingono ogni giorno. E proprio la tanto decantata Disney, gioia delle madri (che possono tenere i propri figli occupati tra Bambi, Alladin e Pocahontas mentre fanno le faccende di casa) e disperazione dei padri (o per meglio dire dei loro portafogli) rappresenta il principale nemico da abbattere in questa crociata del XXI secolo portata avanti – con l'ironia – da personaggi come Rev.Bill e con serietà – sia nei contenuti che nei modi – da persone come Naomi Klein e tutto il movimento anti-globalizzazione.
Perché se la facciata della Disney è quella che tutti conosciamo, quel che c'è dietro è un po' diverso: se a Disneyland non mancano sorridenti riproduzioni plastificate di Topolino, Paperino, il Re Leone, dall'altra parte del globo, in zone come il Vietnam, la Birmania, Haiti, vengono prodotti abiti e gadget vari – questi ultimi spesso associati non per caso ai “gustosi” panini McDonald's – da giovani lavoratrici poco più che 15enni, per qualcosa come 20 centesimi l'ora. Per loro, quello stesso paese incantato nel quale si portano i pargoli rassomiglia più al castello della strega cattiva.

«Sono aziende che sfruttano la manodopera. Non ha senso comprare un regalo di Natale che ha dietro la sofferenza di chi lo ha fabbricato. Quello che è un male per le persone laggiù diventa un male anche per noi. Là è il lavoro schiavistico, qui è il modo in cui decadiamo nel più stupido consumismo, nel rimbambimento da pubblicità e nella depoliticizzazione. Vaghiamo come turisti nella nostra stessa vita», dice Rev. Billy.

«Questo è un posto abusivo. È atterrato nel quartiere come un alieno venuto dallo spazio con la sua falsa aria bohemien e il latte fresco geneticamente modificato. Ma la buona novella è che non abbiamo bisogno di tutto ciò», osò dire una volta nel tentativo di esorcizzare la cassa di uno Starbucks, il gigante del caffellatte e derivati made in Usa che, per far fronte alle sue incursioni, ha creato – insieme alle altre sue vittime – un memorandum ufficiale, da distribuire ai suoi dipendenti, dal titolo “Che cosa fare se Reverendo Billy compare alle casse”, che Talen ha reputato così autopromozionale da appropriarsene per un suo libro (questa è forse la “pecca” principale del rev: quella di produrre libri e dvd delle sue imprese, ma è pur sempre un attore, non gli si può certo chiedere di campare con le offerte dei fedeli. D'altronde è la stessa tecnica del “nuovo santone dell'Antisistema” italiano, cioè Beppe Grillo...)

Se i modi sono pittoreschi – d'altronde stiamo sempre parlando di un attore – il suo messaggio è decisamente serio, ed è ormai sostenuto da un gran numero di persone. Una volta, nel periodo immediatamente successivo alla battaglia di Seattle del 1999 – data in cui ricade “ufficialmente” la nascita dei primi movimenti anti-globalizzazione – chi si prodigava in queste opere di redenzione veniva etichettato come un no-global (che, grazie al circuito mediatico mainstream – al cui vertice ci sono quegli stessi uomini e quelle stesse imprese multinazionali – sono entrati ormai nell'immaginario comune come meri terroristi spacca-vetrine). Oggi, invece, si può tranquillamente parlare di cittadinanza informata.

Come viene esplicitamente detto nel docu-film, nessuno vuole la morte del consumo, d'altronde non stiamo certo parlando di dinosauri, ma un consumo diverso, critico e ponderato, con un ritorno ad un consumo dal volto umano, per così dire. Cosa significa questo? Innanzitutto tentare di far girare l'economia intorno al luogo in cui si vive, ad esempio facendo sì che i profitti americani rimangano in America, che quegli italiani rimangano nel nostro paese e così via, permettendo così al paese di avere tutto ciò di cui ha bisogno, eliminando al contempo il concetto stesso di “azienda multinazionale".
Una sorta di autarchia, insomma. Quella stessa autarchia che permetterebbe così a me – consumatore italiano – sia di sapere, magari anche tramite la conoscenza diretta, chi produce ciò che mangio, di cui mi vesto o che adopero, e sia di evitare di far entrare nel mio paese produzioni pericolose (il caso del latte avvelenato prodotto in Cina, con tutto ciò che avrebbe potuto comportare una sua commercializzazione su scala mondiale credo sia ancora nell'immaginario dei più).

Disobbedienza commerciale. Potremmo definirla così l'opera messianica di Rev.Billy e dei tanti che – come il sottoscritto – credono che un altro consumo sia possibile, parafrasando lo slogan più famoso del movimento no-global.

Disobbedienza che, nel caso di Bill Talen, è resa possibile anche grazie a nuovi modi di comunicare, come il cultural jamming, il guerrilla marketing ed i flash mob, fenomeni spesso creati da quegli stessi Padroni della Società dell'Opulenza contro i quali tali metodi si abbattono.

Un flash mob è una aggregazione spontanea di persone, organizzata in rete, che si incontrano da qualche parte per inscenare qualcosa prima di dileguarsi rapidamente (come fanno Rev.Billy e i suoi aiutanti). Organizzandosi tramite i nuovi mezzi di comunicazione – sms, e-mail, social network – queste persone decidono un punto in cui ritrovarsi per fare qualcosa di cui, solitamente, conoscono i dettagli poco tempo prima di iniziare. Tra i più famosi flash mobs ci sono il pillow fight (la battaglia di cuscini) e lo zombie walk (dove le persone si comportano – anche usando abbigliamento e trucco – da zombie), ma chiunque abbia un'idea su cosa fare con un'imprecisata massa di persone può dare il via ad un flash mob. È stato inizialmente utilizzato come forma di promozione virale dalle grandi aziende (come il flash mob targato Nokia alla salaborsa di Bologna), ma si è presto sottratto al giogo del suo creatore per diventare – anche – fenomeno politico. Nel film “Battle to Seattle” - sulla nascita del movimento no-global – il flash mob viene contestualizzato in chiave politica, tramite il blocco del traffico creando dei cerchi di persone agli incroci delle strade per arrivare al luogo dove si riuniva il WTO.

Con il termine guerrilla marketing – introdotto da Jay Conrad Levinson nel 1982 - si intende quella tattica di comunicazione che punta tutto sull'impatto, giocando quindi sulle corde emotivo-cognitive dell'utenza finale. Lo scopo di un'operazione di guerriglia marketing è quella di inoculare nel sistema virus in grado di moltiplicarsi nella mente dei consumatori. Proprio per questo – appunto – ha bisogno di un forte impatto (e quindi di un modo di comunicare originale), perché la sorpresa e lo spiazzamento ingenerati nel consumatore generano passaparola, ed il passaparola è il mezzo di trasmissione del virus. Proprio per questo la guerriglia viene fatta in luoghi e posti dove l'advertising consciousness (cioè la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un fenomeno pubblicitario) è più bassa. Essendo una tecnica di guerriglia – cioè di un tipo di lotta armata tra un esercito regolare e piccole formazioni irregolari – è a basso budget, proprio perché i guerriglieri, come d'altronde insegnano i libri di storia, dispongono di risorse (sia economiche che militari) inferiori rispetto all'esercito che fronteggiano. Per questo – così come la guerriglia militare – il guerrilla marketing si sviluppa con attacchi brevi ed improvvisi (i sabotaggi e le imboscate della guerriglia propriamente detta). In termini di contro-guerriglia, e quindi in funzione “anti-multinazionale” o comunque anti-consumistica, si basa sulla distruzione semantica dei brand values, cioè di quei valori (anche “etico-morali”) di cui il brand – la marca - si fa portatore sano.
Avendo come obiettivo specifico la sfera psicologica, la buona riuscita di un'operazione di guerrilla marketing dipenderà dall'efficacia della narrazione, cioè della “sceneggiatura” (con tanto di definizione dei personaggi e delle ambientazioni) dell'azione di guerriglia. Più essa sarà efficace, infatti, più riuscirà a coinvolgere l'utente finale (che si chiami poi consumatore, spettatore o altro è irrilevante), al quale rimarrà più facilmente in memoria ciò a cui ha assistito, che è lo scopo di questo tipo di marketing virale (perché se ti rimane in memoria vuol dire che sei in grado di raccontarlo ad altri, producendo così quel fenomeno di passaparola sul quale si basa questa azione).

Se il guerrilla marketing pone l'accento sulla forza della sua sceneggiatura, di contro il culture jamming – o cultural jamming (“sabotaggio culturale” in italiano) – si prefigge lo scopo di porre il consumatore di fronte alla pervasività dei messaggi pubblicitari veicolati dai mass media tramite la de-costruzione dei testi, la de-testualizzazione di parti di quei messaggi, per inserirli poi in contesti semantici completamente diversi, dove il risultato – cioè i valori del messaggio – risultino mutati o, come nella maggior parte dei casi, addirittura capovolti. Il termine culture jamming è stato ideato dalla band musicale plagiarista (non c'è bisogno di spiegare cosa significhi) Negativeland nel 1983. Attraverso il paradosso, l'alterazione semantica, l'ironia, il sabotatore culturale crea una discrasia tra i valori originari del brand e i valori percepiti dal consumatore. Ed è proprio in questo gap che si gioca la riuscita o meno del sabotaggio. «Lo scopo di tale azione» si legge su Adbusters.it, il sito del gruppo canadese di cultural jammers più importante «è quello di evidenziare le strutture del potere e valori socialmente, ecologicamente e culturalmente negativi che si annidano nel mondo della comunicazione e in particolare nei messaggi pubblicitari delle grandi corporations globali».
L'idea alla base del sabotaggio culturale è quella di far prendere coscienza al consumatore, svegliandolo – come fa Rev. Billy con i suoi sermoni ed i suoi esorcismi – dalla situazione di consumatore passivo, trasformandolo in un consumatore attento e critico, che si tratti di consumi commerciali (quelli combattuti dal reverendo) o mediatici (quelli a cui si rivolge più propriamente questo tipo di azione comunicativa).

Non è necessario possedere uno spirito guerrigliero per evitare un mondo a misura di McDonald's, basta capire che il consumo può essere inteso come un'azione di natura politica, e – come tale – deve essere fatto in maniera critica (così come, in maniera critica, ci si avvia alle urne). Altrimenti la Shopocalisse si abbatterà su di noi!