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La legge 194 è salva. Almeno nella forma

foto: Val
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Spoleto, 21 giugno 2012 – La buona notizia è che la legge 194 è formalmente salva. Come scrivevamo nei giorni scorsi, infatti, ieri la Corte costituzionale si è espressa in merito alla costituzionalità della legge – presente nel nostro ordinamento dal 1978 – dopo essere stata interpellata da un giudice spoletino chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di interruzione volontaria di gravidanza da parte di una minorenne.
Il tentativo di creare un pericoloso precedente a cui i movimenti anti-abortisti avrebbero potuto appellarsi per via giuridica, dunque, è andato male. La corte ha infatti dichiarato “manifestatamente inammissibile” il ricorso.

La cattiva notizia è che il sistema socio-politico fatto di anti-abortist* ed obiettori di coscienza non è stato ancora smantellato.
C'è chi dice che quelle sul salvataggio e sulla applicazione della legge 194 siano una battaglie ideologiche. Ha perfettamente ragione. «Obiettivo di una società liberal-democratica» - si legge nel manifesto contro l'obiezione di coscienza (sanitaria, naturalmente[1]) della campagna “il buon medico non obietta”[2] - «è quello di fare in modo che ogni persona possa vivere il più possibile coerentemente con i propri valori e le proprie convinzioni. Questo significa che le persone non soltanto possono pretendere di non essere sottoposte a quei trattamenti che considerano gravemente lesivi della loro dignità, ma possono anche rivendicare il diritto di avere accesso a quegli interventi senza i quali verrebbe sicuramente minacciata sia la loro salute/benessere che la loro libertà». È per questo, dunque, che la battaglia affinché ognun@ possa disporre del proprio corpo come meglio crede (e qui, dunque, non mi riferisco solo al contesto della 194) diventa una battaglia ideologica nei confronti di chi vorrebbe un futuro declinato al passato, con mammane e corpi gestiti direttamente da un “ente superiore” - religioso o statale che sia - di turno.

Note
[1] Manifesto contro l'obiezione di coscienza, Consulta di bioetica;
[2] campagna: "il buon medico non obietta"

#Save194, l'Italia rischia un'altra recessione: quella etica

foto: femminileplurale.wordpress.com
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Spoleto, 17 giugno 2012 – Il nostro paese è in crisi. Non solo – e non tanto – con la ben nota crisi economica dalla quale il governo dei professori sembra voglia farci uscire applicando i dettami della Scuola di Chicago (vedasi alla voce: Argentina 2001) ma anche e soprattutto da un punto di vista sociale, etico.

Una delle battaglie più importanti, in Italia come nel resto dell'Europa, si combatte da tempo sulla possibilità che le donne hanno di poter scegliere di abortire, un diritto – sacrosanto – che in Italia venne conquistato con una forte battaglia referendaria nel 1978 mediante il quale è stata introdotta nel nostro ordinamento la legge 194, quella stessa legge che tra tre giorni potrebbe essere definitivamente espulsa dal nostro ordinamento giuridico.
Il prossimo 20 giugno, infatti, la Corte Costituzionale è chiamata ad esaminare la costituzionalità di questa legge (dopo trentaquattro anni dovrebbe essere questione già chiusa da un pezzo, comunque) dopo essere stata interpellata da un giudice di Spoleto che doveva dirimere il delicatissimo caso della richiesta di interruzione di gravidanza da parte di una minorenne. Il giudice ha infatti confrontato la legge 194/78 con alcune indicazioni provenienti dalla Corte Europea, in quanto la prima potrebbe ledere il diritto alla vita dell'embrione, «in quanto uomo in fieri», violando gli articoli 2 e 32 – che rispettivamente riguardano i diritti inviolabili dell'uomo e la tutela della salute – della nostra carta costituzionale. Tale problema deriva da una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione Europea, che il 18 ottobre dello scorso anno ha riconosciuto l'embrione umano «quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto», provocando così un ampio sorriso sulle bocche di alti esponenti del Vaticano e degli appartenenti ai movimenti pro-life europei.

Qualora la Corte decidesse per la incostituzionalità della 194 – che ci ha portato peraltro ad essere uno degli ultimi paesi europei per numero di aborti - quello che avverrà è già noto, dato che torneremmo esattamente all'epoca in cui questa legge non esisteva e nella quale chi aveva i soldi necessari andava ad abortire in lussuose cliniche estere, per le altre rimanevano solo i ferri da calza delle mammane o i maldestri tentativi di auto-aborto.

Questo ennesimo attacco alla legge 194/78 è comunque da leggersi nel più ampio attacco all'autodeterminazione delle donne, già fortemente minata dalla legge 40 sulla procreazione assistita, «che legalizza una serie di ingerenze sui corpi delle donne e sulle loro scelte genitoriali con effetti devastanti tra l'altro sulle coppie che desiderano figli»

Giovanni Spampinato, omicidio in quattro silenzi

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Ragusa, 21 marzo 2012 - «Questa non è una cronaca. Questo è un omicidio collettivo».
Sono gli anni Settanta. Gli anni dei Salazar in Portogallo, dei colonnelli in Grecia e del tentativo di spostare a destra l'asse politico europeo.
In Italia, mentre la gente canta “I giorni dell'arcobaleno” di Peppino Di Capri, che aveva trionfato quell'anno al festival della canzone italiana, vengono uccisi l'imprenditore Giangiacomo Feltrinelli (per il quale mai è stato chiarito se si tratti di omicidio o di semplice errore nella progettazione delle bombe), il commissario Luigi Calabresi e lo studente anarchico Franco Serantini. Tre anni prima, il 12 dicembre 1969, alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano, una bomba aveva dato il via alla strategia della tensione.

Feltrinelli, Calabresi, Serantini, Piazza Fontana. Era di questo che parlavano le prime pagine dei giornali dell'epoca. Era questo il centro della scena.

E la periferia? Cosa succedeva nella periferia (geografica e mediatica)?
In periferia succedeva, ma lo si scoprirà solo qualche tempo dopo, che Junio Valerio Borghese, il “Principe Nero” della X Mas chiedesse – come raccontato da alcuni collaboratori di giustizia – la collaborazione di Cosa Nostra per il suo tentativo di destabilizzare l'ordine democratico attraverso un colpo di Stato. Ma anche l'eversione nera, Cosa Nostra e la strategia della tensione erano notizie da prima pagina.

Sigarette ed opere d'arte. Queste, invece, erano notizie “periferiche”, di quelle a cui oggi si dedicherebbero solo poche righe, e forse nemmeno tanto approfondite.
È di questo, del contrabbando di sigarette e di opere d'arte, che si parla in quegli anni a Ragusa, Sicilia Orientale. Anche lì, come a Milano, ci sono le bombe fasciste, che magari scelgono le sedi dei sindacati “rossi” piuttosto che le banche, ma sempre di bombe si parla.

«Aprite! Aprite! Ho appena ucciso un uomo. Sono Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale di Ragusa».
Quando si costituisce, ancora sporco di sangue e con la pistola in mano, Roberto Campria è ancora in stato confusionale. Ma d'altronde c'è chi dice che quello sia il suo normale stato mentale. Era la notte tra il 27 ed il 28 ottobre 1972.

Ha appena ucciso un uomo, Campria. Si chiama Giovanni Spampinato, 26 anni. In quegli anni fa il giornalista per il quotidiano “L'Ora” di Palermo e per “L'Unità”, ed è anche molto bravo, dato che molti dei suoi articoli vengono pubblicati in prima pagina.

La legge Tarzia è violenza sulle donne. Cronache dal X municipio

Questo è l'unico video che non fa riferimento alla contestazione di giovedì scorso a Roma, ma serve - a chi non avesse mai sentito parlare della c.d. "legge Tarzia" (me ne ero occupato in questo post) - per capire cosa le donne che sono scese in strada hanno contestato...


Roma - 3 febbraio 2011. Contestazione alla presenza di Olimpia Tarzia al X municipio.

intervista a Milva di "Zero violenza donne" durante la contestazione alla Consigliera regionale Olimpia Tarzia firmataria e promotrice della legge sui consultori

Capodanno col "mostro": quello che i media scordano di dire sul caso Cesare Battisti

Programma bipartisan: la forca
Italia: paese di santi, poeti, navigatori e...comici (che di solito siedono in Parlamento).
Il prossimo spot per invogliare cittadine e cittadini stranieri a visitare il nostro Paese potrebbe avere quello appena citato come pay-off, viste le ultime esternazioni (delle quali bisogna sottolineare l'anima bipartisan, a conferma di una moda ormai consolidata...).
Dopo le voglie “operaie” di Fassino (se andasse davvero a lavorare in catena di montaggio ne avremmo giovamento tutti) ecco arrivare il lato destrorso del Palazzo che, nella figura del Ministro della Difesa Ignazio La Russa che – forse dimentico di non essere nei salotti mediatici nostrani – ha minacciato il (per ancora poche ore) Presidente della Repubblica Federativa del Brasile Luiz Ignácio Lula da Silva di possibili ritorsioni (un eventuale no all'estradizione dal Brasile in Italia di Cesare Battisti «non sarà senza conseguenze», come ha annunciato in un'intervista al Corriere della Sera) chiedendo addirittura il boicottaggio commerciale verso il Brasile.

È di poco fa la decisione brasiliana sul processo storico-mediatico-politico che ormai da anni si sta portando avanti nei confronti dell'ex militante dei P.A.C. (Proletari Armati per il Comunismo) Cesare Battisti. Sgombro subito il campo da possibili fraintendimenti: Battisti, come individuo, mi sta profondamente sulle scatole, mentre non posso nutrire uguale antipatia per quel tentativo di modifica dello status quo degli anni '70 che ha utilizzato la lotta armata come forza di resistenza alla violenza strutturale dello Stato (e qui vi rimando alla definizione triangolare della violenza di Johan Galtung: http://www.reteindra.org/BN0201/09.htm).

Lo definisco processo storico (e politico) perché quello a cui stiamo assistendo non è il tentativo di chiudere i conti con il processo a Battisti in quanto individuo, ma a Battisti come simbolo. Incarcerare lui è – de facto – incarcerare gli anni '70. È, ancor meglio, un processo agli anni di piombo in quanto tali, un processo che si configura come la migliore tra le non-soluzioni di una ferita ancora aperta che invece dovrebbe stare nel posto che più propriamente le compete: i libri di storia.
Si pensi alla stessa Repubblica Federativa del Brasile, che tra poche ore vedrà il passaggio del testimone tra Lula e Dilma Vana Rousseff, guerrigliera ai tempi della dittatura brasiliana (1964 – 1985) e che – addirittura – proprio per quella scelta che in Italia passerebbe sotto il fattispecie di “terroristimo” è stata carcerata dal 1970 al 1972.

La historia es nuestra y la hacen los pueblos.


Oggi non c'è bisogno di dire che giorno sia. Oggi ci sorbiremo l'ennesima ipocrita corsa dei media a chi si sente più americano, a chi commemora meglio.

A volte mi chiedo - con una punta di cattiveria - se il World Trade Center (che siano stati poi quelli di Al Quaeda è tutto da dimostrare, e la florida bibliografia che è nata sull'argomento è quanto meno una buona domanda di partenza) non sia stato in qualche modo una sorta di vendetta storica per l'appoggio che gli americani dettero al golpe di Augusto José Ramón Pinochet Ugarte con il quale si tarparono le ali al sogno cileno di Salvador Allende (nonostante molti cileni rimpiangano più il generale, come molti qua da noi rimpiangono i tempi fascisti...). Dell'11 settembre cileno - una commemorazione che sento molto più mia rispetto a quell'altro 09/11 - se ne parlerà poco, così come se n'è sempre parlato poco.
Fortunatamente ci rimane la musica. Quella musica che - quando ha contenuti diversi dalle canzoncine smielate che infestano le radio (e che però fanno vincere un sacco di premi) - sa essere insegnante migliore di qualsiasi libro, a pari merito - forse - con i racconti degli anziani che quelle storie le hanno vissute sulla pelle.

In questo senso fu importante, per il Cile di quel tempo, l'opera di un grande cantante e uomo come Victor Jara che, dalla sua cella nello stadio di Santiago dove fu prigioniero (lo stadio di Santiago equivale un po' all'ESMA argentino) scrisse questo (riporto anche la traduzione per chi non conoscesse lo spagnolo). Un ufficiale fece condurre Jara nel mezzo del campo di calcio obbligandolo a porre le sue mani da chitarrista sul tavolo. A colpi di ascia l'ufficiale gli troncò le dita delle due mani: «Cosa aspetti ora a cantare?», gli disse. Girandosi verso le tribune dove erano ammassati i prigionieri, Jara brandì i suoi monconi insanguinati ed iniziò l'inno dell'Unità Popular,cantato in coro da tutti i detenuti, mentre una raffica di mitra reprimeva nel sangue lo smacco di Jara al Potere.

Talebanismi all'amatriciana: giù le mani dai consultori!

Lo so, in questo momento ci sono delle priorità imprescindibili dalle quali dipende la struttura finto-democratica di questo paese, in particolare capire se il nuovo movimento Fascio-Littorio Italiano (gli amici di Fini, per intendersi...) continuerà a stare a destra o se costituiranno il “Grande Centro”, cioè quelll'ammucchiata in cui si ricicleranno ex dell'una e dell'altra parte spacciandosi per “il nuovo che avanza”. E mentre continuano ad ammorbarci dibattendo se sia meglio “alla tedesca”, “alla francese”, col proporzionale e col maggioritario la gente comune continua a non avere una casa (leggevo l'altro giorno davanti alla mia facoltà a Bologna che la media di sfratti in città è di trenta al mese, naturalmente senza che questo possa avere interesse alcuno per i media...), si continua a rinchiudere in carcere i ladri di galline – visto che i ladri importanti o vengono “carcerati” in Parlamento o stanno nell'elenco “grandi imprenditori italiani” - o chi non è nato sotto la stella della razza giusta, si continua ad accettare l'idea che i diritti primari (come quello all'abitare o il diritto all'acqua come bene primario) siano delle concessioni che la “corte dei potenti” concede al popolo così come si usava ai tempi delle corone. Ma che ci possiamo fare se il problema principale continua ad essere il sistema elettorale!?

E cosa ci possiamo fare, ad esempio, se a Roma si sta tentando di cancellare l'ennesimo diritto sociale? Innanzitutto possiamo iniziare firmando questa petizione: http://www.petizionionline.it/petizione/salviamo-i-consultori-della-regione-lazio-dalla-proposta-di-riforma-tarzia/1977

Considerando il fatto che difficilmente questa faccenda troverà lo spazio che merita sui media (bisogna parlare di Fini, quello che stava nella sala operativa della Questura di Genova nel luglio 2001 e che oggi viene da più parti definito “compagno” – bestemmiando - solo perché ha fatto finta di alzare la voce contro il padrone che ha avuto per 15 anni... ) è dunque doveroso cercare di capirci qualcosa di più. Ma partiamo dall'inizio...

In gergo tecnico viene definita legge regionale n° 21 del 26 maggio 2010 ma si può tradurre con “restrizione delle libertà ad una libera coscienza della donna”, in palese violazione della legge 194, cioè di quella legge che – istituita grazie alle grandi battaglie civili degli anni '70 (che troppo spesso vengono descritti solo come fucina di terrorismi) – legifera sull'interruzione di gravidanza in un paese che fino a quel momento aveva conosciuto spesso il fenomeno delle “mammane”.

È morto Kossiga. [Omissis]


Questo agosto si sta rivelando decisamente piacevole: il 4 è morto – o almeno così sembra – l’ideatore del massacro di Sabra e Chatila Ariel Sharon, oggi è finalmente morto – dopo una (sempre troppo) breve agonia – Francesco Kossiga, che da domani verrà definito “grande uomo di Stato” dai pennivendoli di questo paese. Questa volta però devo dar loro ragione: massone, referente politico di Gladio, forse l’unico al mondo ad essere invischiato in più segreti di Andreotti (un altro che sarebbe anche l’ora di farci un pensierino…), pluriomicida (Giorgiana Masi e Francesco Lorusso staranno festeggiando adesso…), l'uomo che mandò i carri armati in giro per l’Italia e le forze del (dis)ordine a manganellare le maestre ragazzine. L’uomo de:
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno». Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto,... e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri». Nel senso che… «Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.». E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero. «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».
E tante e tante e tante altre cose che sui giornali verranno (non)ricordate con quella parola che è stata il vero mantra e programma politico del cugino dei Berlinguer: [omissis].
Gli va però dato l’onore delle armi (come si fa ai Nemici veri, quelli con la maiuscola): è stato l’unico – a guerra civile finita, visto che si trovò da uomo “di Stato” in una vera e propria guerra – a dichiarare che tutt@ i prigionieri andavano liberati. Forse per vedere realizzato questo aspetto ci vorrà qualche altra “prematura” scomparsa, chissà.


Voi fate quel che vi pare, io vado a stappare lo champagne…

È primavera - Intervista a Toni Negri

Non deve essere facile intervistare Antonio Negri. Non deve essere facile perché Toni Negri è...Toni Negri. Uno dei più importanti pensatori moderni a cui questo paese abbia dato i natali (e le patrie galere...). Non deve essere facile perché la biografia di Toni Negri ti porterebbe ad inchinarti dinanzi a lui ed omaggiarlo come si faceva con i "grandi", in particolare se come me (e - credo - anche come Claudio Calia che ha realizzato questo libro) è un mito vivente. Eppure Claudio Calia c'è riuscito, e c'è riuscito nella maniera forse più difficile: scrisegnando, come ho trovato scritto gironzolando un po' in rete. Già, perché "È primavera - intervista a Antonio Negri" non è la tipica intervista che potrebbe chiedere il tipico e novecentesco quotidiano di una sinistra "estrema" che non esiste più e che spesso risulta solo una lunga sequela di citazioni filosofiche che fanno molto sinistra radical-chic. Non è la tipica intervista perché per le 160 pagine ad una lunga serie di tavole lungo cui l'autore delinea una chiacchierata (tempisticamente svoltasi in quattro incontri) con l'autore di "Impero" e "Moltitudine". Già, perché "È primavera - intervista a Antonio Negri" è un fumetto.
Non sono un grande cultore di fumetti, ma quest’opera mi piace – e non poco – per due motivi in particolare: innanzitutto per l’intervistato, cioè uno degli intellettuali (o, se volete, uno dei più grandi “cattivi maestri” di questo paese…) probabilmente una delle persone più odiate dalla popolazione italiana (secondo me perché un buon 90% della suddetta popolazione non ha il bagaglio culturale per capirne il pensiero), e secondo perché ogni medium che abbia un risvolto sociale diventa automaticamente di mio interesse. E questo filone fumettistico definito graphic-journalism devo dire che mi piace non poco.
L’intento – dichiarato o meno che sia – dell’autore e dell’editore BeccoGiallo è molteplice: il primo e più importante è, ovviamente, quello di divulgare il pensiero negriano. Il secondo – importante probabilmente allo stesso modo – è quello non solo di ampliare la cerchia di persone che si innamorano di quel genere di fumetto che rientra nella casistica indipendente (considerando anche che Calia, per altro autore anche di altre storie di graphic-journalism come quella su Porto Marghera è cresciuto alla scuola di Radio Sherwood, una delle primissime radio di movimento italiane), ma anche quello di provare a sfruttare in chiave positiva uno dei principali difetti della società moderna, una società che – ce lo sentiamo ripetere da più parti – si fonda sull’immagine.

Oltre ai vaffa c’è di più? Sottotitolo: Quando è moda è moda.

«Quando è moda è moda», cantava Giorgio Gaber nel 1978.
Lo voglio iniziare così, quest’anno, il mio articolo “di commemorazione” per la strage alla stazione di Bologna di 30 anni fa. Lascio al circuito informativo principale l’aspetto commemorativo, il ricordare il numero di morti e feriti, le testimonianze e tutto il corollario che ruota intorno alla grande macchina commemorativa, che questa sera ci avrà già rotto le scatole e torneremo ad occuparci delle cose di cui ci occupiamo di solito. Di nulla.
Quest’anno ricade il trentennale, data importante e, per questo, c’era bisogno di un qualcosa in più, qualcosa che potesse differenziare il 2 agosto 2010 da quello del 2009, del 2008 eccetera eccetera, e si è pensato bene di creare l’ennesima polemica futile, degna di un popolo che ormai ha imparato ad occuparsi solo di futilità e che mi fa capire ancora una volta che per diventare un popolo serio – uno di quelli con la maiuscola – di strada, ahimé, ne dobbiamo fare ancora molta.
Il Governo oggi non sarà a Bologna a commemorare la strage. E allora? Dov’è il problema? Io davvero non capisco. Forse che senza il governo non si può considerare questo come un giorno di commemorazione? Che si aspetti forse un “taglio del nastro” per poter affermare, dal minuto successivo, di essere in fase di commemorazione?
Perché ci deve essere per forza un esponente di governo? Perché così è sempre stato? Per un dovere istituzionale che gli ominicchi della nostra classe politica – dell’una e dell’altra parte – rispettano solo quando gliene viene interesse personale? O forse perché, senza esponenti di governo non si può esercitare lo sport nazionale, cioè il “fancula un politico anche tu e dai il buongiorno alla giornata!” che tanto va di moda (di nuovo…) in una certa parte della nostra società che in alcuni casi, parafrasando il signor G, a definirla “civile” ci vuole fantasia?
È vero: non ci saranno esponenti del governo (e, conoscendo un po’ come vanno le cose nella politica, quelli che ci saranno avranno pensato anche al ritorno d’immagine, che in questi tempi di crisi elettorale non fa mai male…), ma non ci sarà molta altra gente. Io sotto a quel famoso orologio ci passo tutte le mattine, ed ogni volta cerco una “vittima” – solitamente tra gli studenti che, come me, fanno i pendolari – alla quale chiedere perché quell’orologio è fermo. Provate a farlo anche voi, qualche volta, e poi ditemi quante delle intervistate e degli intervistati vi avrà risposto in maniera corretta. La risposta che ho ricevuto più spesso è stata: «boh…io neanche mi ero accort@ che ci fosse l’orologio!».

Saluteremo il Signor Padrone (che vuole andare in Serbia…)

37497_1446894186163_1647444681_31075044_3970152_n Ma quanto mi piace Marchionne. Quel suo stile “tu vuò fa l’americano”, quel look che lo distingue dagli altri “top-manager” italiani. Sì, Marchionne mi piace davvero. Peccato che sia arrivato tardi: un gran barzellettiere, noi, ce l’abbiamo già e a tempo perso fa anche il Presidente del Consiglio. Perché anche Sergio “l’americano” è un gran barzellettiere, e magari tra qualche anno – una volta scomparso dalle scene il Silvio nazionale – potrebbe anche aspirare a prenderne il testimone in politica, visto che nell’avanspettacolo sono quasi alla pari.

La più bella barzelletta che gli ho sentito raccontare, per adesso – ma aspetto miglioramenti in merito – è stata la famosa “lettera aperta agli operai”: «Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente». Inizia così il suo “appello” all’unità della ditta. Certo, considerando tutti i licenziamenti politici di questi giorni e le migliaia di operai messi in cassaintegrazione e che con la dipartita della FIAT in direzione Kragujevac (Serbia) quel “persone a cui si tiene veramente” mi suona un po’ strano. Ma Marchionne è americano, forse ha problemi con la lingua italiana. Dunque andiamo avanti…Tralasciando quel «vi scrivo da uomo» che mi ricorda tanto un certo calciatore che qualche anno fa si definì «più uomo di tutti voi messi insieme» di fronte ad un’incredula folla di giornalisti per poi fare una figura miserrima nei campionati successivi, mi viene da ridere quando – memore del concetto di “fabbrica come grande famiglia” che andava di moda in Italia qualche decennio fa – fa sapere agli operai che di lì a breve licenzierà che proprio quella lettera è il modo più «diretto ed umano che conosca per dire le cose come stanno». Si vede che io i Padroni non li ho mai capiti, visto che credevo che il metodo più diretto e umano che avessero per dire le cose come stavano fossero sì le lettere, ma quelle di licenziamento! Sul finire della lettera poi, come nelle migliori delle rappresentazioni, arrivano i fuochi d’artificio: «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Lo ammetto: questa è davvero buona, quasi quasi è meglio di «stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata» che ogni tanto ci sentiamo ripetere dalla Premiata Ditta di Governo…L’invito all’ “onor di bottega”, poi, è squisito: «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.

Eseguire gli ordini non è mica un reato.

«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano». Scriveva nel giugno 1968 Pier Paolo Pasolini, in quella che è considerata la più controversa tra le sue poesie (e, probabilmente, una tra le più controverse opere nella sua vastissima produzione letteraria e cinematografica). Quelle parole, come è evidente, fanno riferimento a quell’episodio passato alla storia come “la battaglia” di Valle Giulia. Il 1° marzo 1968, venne organizzato a Roma un corteo, che vide la presenza di circa 4.000 persone. Arrivati in Piazza di Spagna i manifestanti si divisero: una minoranza andò verso la città universitaria, la maggioranza invece si diresse verso Valle Giulia (tra i quartieri Parioli e Flaminio), con l’intento di liberare la Facoltà di Architettura, sgombrata poco prima dalle forze dell’ordine che si erano poste a difesa dell’istituto. Quel giorno, in piazza, c’erano molti di quelli che diventeranno poi i leader dei movimenti – di sinistra e di destra – che hanno scritto le pagine di storia di quell’epoca, come Oreste Scalzone (leader di Potere Operaio ed Autonomia Operaia) e Stefano Delle Chiaie (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale). Quest’ultimo, insieme a tutta la compagine di destra, verrà espulso di lì a poco – 16 marzo, giorno dell’assalto alla Facoltà di Lettere della Sapienza – dal movimento studentesco. Il casus belli che fa scoppiare gli scontri è il pestaggio, da parte di un gruppo di poliziotti, di un ragazzo che si trovava lì a manifestare: la reazione degli studenti – che, a differenza di manifestazioni precedenti, riuscirono a tener testa alle ben più attrezzate ed addestrate forze dell’ordine – fu immediata. Alla fine si registrarono 148 feriti tra le forze dell’ordine e 478 tra gli studenti, con 4 arresti, 228 fermati, otto automezzi della polizia incendiati e cinque pistole sottratte agli agenti.

Guardando le immagini del pestaggio di un’intera comunità – quella aquilana - che (non) arrivavano su quegli organi di informazione che oggi vanno in giro imbavagliati (solo per rendere palese un modo di fare ormai entrato nel “Decalogo del perfetto giornalista italiano”) mi sono venute in mente quelle parole con cui Pasolini si schiera al fianco dei poliziotti.

Ho acclarato che...

  •  ...ci stanno prendendo per il culo.
«Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo e il tornaconto, i miei legali eserciteranno le azioni necessarie per l'annullamento del contratto».

L'unica cosa chiara nella vicenda che coinvolge Claudio Scajola è il fatto che è un ministro abituato alle dimissioni. Per chi non lo ricordasse, infatti, il nostro era ministro dell'Interno durante il G8 di Genova (quando ammise di aver dato l'ordine di sparare ai poliziotti...) e, un anno dopo, definì Marco Biagi «un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza» davanti a degli increduli giornalisti. Frase che, naturalmente, gli costa la prima dipartita dicasteriale.

Non contento, oggi il nostro ci riprova. “Forse altri hanno pagato la mia casa”, titola a pagina 2 il quotidiano La Stampa di oggi. Non so voi, ma io una delle poche cose che ho capito di questa vicenda – che in realtà seguo abbastanza distrattamente, come molte delle vicende che riguardano il nostro paese – è che l'ormai ex Ministro dello Sviluppo Economico abbia quantomeno tentato di prenderci tutti per il deretano: chi è che crede alla storiella del “ah, non mi sono accorto che una parte di casa mia non l'ho pagata io”? Naturalmente Maurizio Lupi (il difensore dell'indifendibile) non fa testo.

Questa volta credo che neanche il più accanito dei difensori del Premier (scelta ardua: Minzolini o Fede?) abbia abboccato a cotanta castroneria...

Negare qualunque cosa. Ormai è questa l'unica politica dei governanti. Negare anche a costo di perdere la faccia. Dicono faccia molto Prima Repubblica, anche se a me più che dall'epoca di Mani Pulite sembra abbiano preso spunto dagli anni '70: quando qualche brigatista veniva arrestato, infatti, una delle prime cose che faceva era quella di dichiararsi prigioniero politico. Oggi invece la prima cosa che certa gente – banchieri corrotti e corruttori, politici dalla dubbia moralità – fa è quella di dichiarare che sono stati vittima, nell'ordine: a) di un complotto ordito nei loro confronti, b) di un processo mediatico indegno come non si era mai visto prima.

Insomma: sparano dabbenaggini – abituati come sono dalle campagne elettorali – e pretendono che la gente ci abbocchi. Ma prima o poi ci stancheremo di fare la parte dei pesci pronti per la frittura...
  • ...quasi quasi ha ragione a Calderoli.
«Il nazionalismo con le sue degenerazioni è alle nostre spalle, orgoglio nazionale significa anche orgoglio di quello che produciamo, orgoglio per i nostri tecnici, per i nostri operai».

Gambizzazioni in diretta tv

Guerra civile fredda, strategia della tensione: sembra che ci godano, i politici e i pennivendoli di destra, a gridare al ritorno al clima che si respirava negli anni '70. D'altronde è normale che sia così: quando ti allei con i leghisti del ce l'ho duro, a fare la parte del ce l'ho moscio non ci stai. Vecchie reminiscenze machiste.

Pur sforzandomi non riesco proprio a capire. Non capisco come si possa credere a tutte quelle dabbenaggini – ed uso una terminologia “diplomatica”- che abbiamo potuto vedere a reti quasi unificate nei giorni dell'attentato al re. Non voglio rientrare nel merito se l'aggressione sia davvero accidentale o sia stata premeditata e studiata a tavolino per ricompattare e far risalire nei consensi il premier e la sua cricca (credo di averne parlato ampiamente in precedenti articoli...), ma mi chiedo come il popolo che si definisce di destra possa credere a quel che abbiamo visto. Per un labbro tagliato (tra l'altro: si diceva fosse il labbro inferiore ma il cerotto era sul labbro superiore. Ma vabbé, sono dettagli direbbe qualcuno) 5 giorni di ricovero ospedaliero? Non vi sembra che ci abbiano un po' “campato” su questa storia?
Indipendentemente da quale sia il simbolo che ognuno di noi vota sulle schede elettorali: esiste qualcuno che veramente è così credulone da essersi bevuto l'emergenza degna di una puntata di E.R.? Per un labbro spaccato 5 giorni d'ospedale. Se gli sparavano che succedeva, dovevamo andare tutti in pellegrinaggio a Lourdes a chiedere un miracolo? Eppure io qualche elettore di destra intelligente lo conosco anche...


C'è la stessa aria degli anni '70, dicevamo. Non so se l'aria sia la stessa perché a quel tempo non ero nato, ma so che il clima che quegli stessi che parlano di “abbassare i toni” stanno infuocando non mi lascia tranquillo. Per due motivi innanzitutto: a) checché ne dicano gli organi di stampa filo-governativi gli operai e i proletari in genere (termine caduto in prescrizione) continuano a non sapere come portare il pane in tavola mentre leggono dei soliti aiutini tra potenti, e sappiamo cosa vuol potrebbe succedere se la classe operaia tornasse ad avere anche la forza per incazzarsi; b) di matti – non solo quelli psicolabili – è pieno il paese. Per cui non mi meraviglierei se qualcuno decidesse di rispondere all'aggressione a Berlusconi. Ed è proprio questo che mi fa molta paura.

Gli anni '70 non li ho vissuti. Però ho – purtroppo – vissuto praticamente tutta l'epopea berlusconiana, e da che ho memoria si è sempre parlato di un complotto ai suoi danni da parte di “una certa” magistratura, di “un certo” giornalismo e via discorrendo, e nella logica del complotto sta anche quello di partire dal presupposto che se c'è un complotto c'è anche qualcuno che lo sta ordendo no? Bene: quei nomi sono stati fatti pochi giorni fa in quella seduta parlamentare dalla chiara impronta gandhiana da Fabrizio Cicchitto (n° tessera P2 2232), uno che trenta anni fa si batteva contro il sistema ma che, come molti, ha capito che mangiare nel piatto del sistema poi così schifo non fa.



«(...)quasi voglia tramutare lo scontro politico durissimo in atto in guerra civile fredda e poi questa in qualcosa di più drammatico».
Questa frase non la capisco. O meglio: non ne capisco le intenzioni, perché non so se sia un'opinione del “muratorino romano” Cicchitto o se sia un'esortazione affinché qualcuno si spinga davvero più in là, dando la possibilità ai tanti guitti che infestano l'istituzione parlamentare di portare a termine il loro piano (magari – visti i soggetti interessati – quello di rinascita democratica di Gelli).

Ma il punto che mi spinge a scrivere – di nuovo – di queste faccende è un altro. E torniamo di nuovo ai tanto acclamati anni '70.
In quegli anni c'era, da parte delle Brigate Rosse, un'usanza un po' particolare: le gambizzazioni. È capitato a tante persone, in quegli anni, di essere sparati alle gambe (questa era la procedura delle gambizzazioni, infatti): ne fece le spese, tra gli altri, Indro Montanelli, che sappiamo essere tra i maestri di Marco Travaglio, oggi nella bufera come “mandante morale” dell'aggressione di Tartaglia. Oppure capitava che qualcuno, per affiliarsi alle Br, decidesse di uccidere un giornalista scomodo come Walter Tobagi, giornalista che fin da subito si occupò – dalle pagine del Corriere della Sera – del fenomeno terrorista che investì quegli anni.

Il trattamento riservato ai giornalisti in quel periodo è lo stesso che oggi viene riservato ai giornalisti “anti-regime” Marco Travaglio e Michele Santoro: si diceva – e si dice – che sono causa di tutti i mali, che sono servi al servizio di questo o quello e così via.
Non mi interessa qui discettare sull'obiettività o meno del lavoro dei due, basti in questa sede ribadire che non sono uno dei massimi estimatori del primo e considero poco obiettivo il giornalismo del secondo (ma essendo dell'idea che il giornalismo non possa essere obiettivo non gliene faccio certo una colpa).

Quel che mi interessa è che le parole del piduista Cicchitto – non me ne voglia nessuno, ma il termine “onorevole” proprio non riesco ad associarlo al suddetto – assomigliano tanto ad una gambizzazione. Gambizzazione mediatica, naturalmente.
Dicendo che Travaglio, Santoro, Di Pietro hanno armato la mano di un signore in cura da circa 10 anni per disturbi psichici – peraltro sapendo bene di dire il falso – non si fa altro che riproporre quel concetto di “nemico da abbattere” che trent'anni fa portò il paese in una guerra in cui ragazzi ammazzavano altri ragazzi per far dominare la loro “ideologia”; in cui si dava dimostrazione di “forza” sparando alle gambe di magistrati – come il giudice Alessandrini – o di giornalisti. Oggi si fa la stessa cosa senza spargimento di sangue. Almeno per ora...

Oggi si dice che chi denuncia le malefatte del sistema di potere politico ed economico vuole ribaltare la democrazia; si dice che chi mostra alla gente “la verità dei fatti” è uno sporco terrorista che vuole destabilizzare lo Stato. E questo è logico: è la parte marcia del Potere che si difende.

Però mi chiedo come il popolo di destra possa credere ad una storia simile. Mi stupisco in particolare di quella parte della destra che una volta – neanche tanti anni fa – aveva in bocca parole come “legalità”, e si ergeva in battaglie a sua difesa. Mi chiedo come possano aver messo da parte il forte senso dello Stato e del rispetto delle leggi che dicevano di avere. Mi chiedo come abbiano potuto abdicare all'intelligenza per accettare tutto questo...


Ma ora è il momento della pubblicità.

E anarchici distratti caduti giù dalle finestre.

Strana storia quella degli anni '60 italiani.
Strana storia in particolare se ti capita di essere un anarchico e di abitare a Milano.
Perché ti può capitare, se sei un anarchico milanese, di entrare dalla porta di una questura e di uscirne dalla finestra. Del quarto piano.

«Penso al 12 Dicembre '69, allo stato delle stragi, allo stato delle trame» canta il gruppo napoletano della 99 Posse in “Odio/Rappresaglia”.

Ma cos'era successo quel 12 dicembre 1969?

17 persone morte ed 88 ferite. È questo il bilancio della bomba – contenuta in una borsa di pelle di colore nero posta sotto uno dei tavoli presenti nei locali della banca – esplosa alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Ore 16:37, venerdì 12 dicembre 1969. Piazza Fontana, Milano.

È un anno movimentato, il 1969. È l'anno di Jan Palach, lo studente cecoslovacco che si dà fuoco in piazza San Venceslao per protestare contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia; è l'anno di Woodstock e dello sbarco sulla luna. Ed è – in Italia – l'anno degli anarchici.
Il 25 Aprile infatti, due bombe ad alto potenziale scoppiano presso lo stand della FIAT alla Fiera campionaria e all'ufficio cambi della Banca nazionale delle comunicazioni, presso la stazione centrale.
Per le due bombe viene accusato un gruppo di anarchici, poi tutti scagionati.

È l'anno degli anarchici, il 1969 dicevamo.
È l'anno degli anarchici perché il primo ad essere incolpato della c.d. Strage di Piazza Fontana è Giuseppe Pinelli, militante del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, già fermato per gli attentati di aprile.
Pinelli, dunque, non è sconosciuto alla questura. E non è sconosciuto neanche a chi deve occuparsi di interrogarlo, in particolare a Luigi Calabresi, commissario e vice-responsabile della squadra politica proprio alla questura milanese. I due si conoscono più di quel che possa sembrare, se è vero – come ci dice Adriano Sofri in “La notte che Pinelli” - che i due si scambiano consuetudinalmente regali per il Natale. Se così non fosse, se Pinelli non fosse davvero così conosciuto, non si spiegherebbe perché una volta fermato gli viene data la possibilità di seguire la volante della polizia con la sua bicicletta.

È il 12 dicembre. Lo sanno tutti che Pinelli è innocente. Perché quello di mettere le bombe non è il suo stile, ma la pista anarchica è l'unica pista che in quei concitati giorni viene seguita. Perché non c'erano prove verso altri o perché qualcuno, qualche “entità particolare” aveva dato l'input di seguire solo la “solita” pista anarchica? Non si sa. Si sa solo che 4 giorni dopo il fermo di Pinelli viene arrestato Pietro Valpreda, il ballerino Valpreda. L'uomo che secondo Cornelio Rolandi, il tassista che sarà il teste principale di quei giorni, è sceso dal suo taxi davanti alla Banca con una grossa borsa nera, come quella che verrà rinvenuta vicino alla voragine nei locali dell'istituto bancario. O forse no. Forse Rolandi non ricorda bene, forse è stanco dal lavoro. Perché prima dice che sicuramente è Valpreda l'uomo della valigia – tanto da far titolare al Corriere della Sera che “il mostro” era stato catturato – ma poi dice che sì, Valpreda c'era in piazza Fontana, ma senza valigetta.
La pista anarchica perde così il fulcro sul quale si basava. E forse è il momento di guardare da qualche altra parte. Però...

Però il giorno prima dell'arresto di Valpreda è successa quella cosa.
È successo che Pinelli è volato giù dal quarto piano della questura. Si è suicidato, dicono.
Era alle strette Pinelli, stava per crollare e, per non parlare, ha preso la rincorsa e con abilità ginnica estrema ha scavalcato con un salto la ringhiera di 92 cm. Non è una cosa da tutti. In particolare se, in una stanza di 4 metri e 40 cm per 3 metri e mezzo, devi prendere la rincorsa evitando una scrivania, uno scaffale libreria, un termosifone, una stufa, un mobiletto portatelefono, uno scaffale per la macchina da scrivere, un attaccapanni, una poltroncina e due,tre, forse quattro sedie. E poi c'è la finestra: oltre ai 92 centimetri della ringhiera, c'è anche da considerare che solo il battente di sinistra era aperto (spazio quindi di 60 cm) – perché quel giorno faceva caldo, a Milano. O forse perché in quella stanza stavano fumando – cosa che rende ancora più difficile l'operazione di salto. Ah, e poi ovviamente bisognava evitare gli uomini presenti nella stanza.

Insomma: Pinelli non si è buttato da solo dalla finestra. E tantomeno può avere valore la tesi del malore, perché se ti senti male non hai le forze per aprire una finestra. Ed ovviamente gettarti di sotto.

Assodato che Pinelli e Valpreda erano innocenti, e quindi – anche in questo caso – la pista anarchica era da scartare, chi è stato a mettere la bomba in piazza Fontana?

Il 14 Novembre 1974 Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera, scriveva il famoso articolo che iniziava con “Io so” - ripreso anche meravigliosamente nel film “Ilaria Alpi: il più crudele dei giorni”, ma questa è un'altra storia...
C'è qualcun'altro, in quel periodo, che avrebbe potuto scrivere quelle due parole: io so.
Si chiama Vittorio Ambrosini, è un avvocato e giornalista vicino ai futuristi che ha fatto il capitano degli Arditi durante la prima guerra mondiale. Non ha dubbi Ambrosini: a mettere le bombe in piazza Fontana sono stati quelli di Ordine Nuovo, tesi che diverrà preminente quando si scoprirà la provenienza delle borse usate per contenere l'esplosivo (acquistate a Padova) e del timer di una lavatrice utilizzati per l'esplosione. Sarà Guido Lorenzon, segretario di una sezione Dc di Treviso, a fare per primo il nome di Giovanni Ventura. Giovanni Ventura e Franco Freda, editori neofascisti, diventano i nuovi accusati delle bombe a piazza Fontana. E guardacaso, sia Giovanni Ventura che Franco Freda appartengono proprio al gruppo degli ordinovisti.
Da questo momento in poi finiscono le “certezze” sulla strage di piazza Fontana. Perché, ad esempio, ci sono rapporti particolarmente vicini tra alcuni uomini dell'estremismo nero e uomini del SID (Servizio Informazioni Difesa), in particolare nelle persone di Giovanni Ventura e Guido Giannettini che poi scapperà in Francia e poi in Argentina, dove si consegnerà all'ambasciata italiana nel 1974. Si scoprirà poi, grazie alla “bocca della contro-verità italiana” Giulio Andreotti che Giannettini è stato fatto espatriare coperto proprio dai servizi segreti. Quegli stessi servizi che, nelle persone del generale Gian Adelio Maletti e del capitano Antonio La Bruna, tenteranno di far evadere Giovanni Ventura, cosa che gli costerà – insieme a tanti altri reati – l'arresto nel 1976. Il 21 maggio 1981, l'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio diffonde la “famosa” lista degli iscritti della loggia massonica Propaganda2 (meglio nota come P2). Tra gli iscritti compariranno proprio i nomi di Maletti (numero di fascicolo 499) e La Bruna (502), che però si diranno sempre estranei alla loggia.
Che ci fossero i servizi segreti dietro alla mano “nera”?

A voler studiare la storia di quegli anni, a volerla studiare approfonditamente, si ha sempre l'impressione che quel che si sta leggendo, che si sta studiando, non sia qualcosa di realmente accaduto, qualcosa da libro di storia ma che piazza Fontana, il terrorismo nero, i servizi segreti deviati, facciano parte di un grande libro di finzione. Di quelle spy-story alla 007, per capirci. Quelle storie fatte di complotti di Stato e di Stati contro altri Stati. Peccato che poi le bombe, i morti ti facciano capire che tutto quel che è successo non è frutto della fantasia di qualche brillante scrittore, ma è la realtà.

Quella realtà fatta, ad esempio dei trentatre “non ricordo” pronunciati dall'allora Presidente del Consiglio Andreotti il 18 gennaio 1977 in merito alle circostanze per cui venne posto il segreto politico-militare sulla posizione di Giannettini, rendendo così impossibile l'operato d'indagine degli inquirenti.
La realtà. Forse l'unica cosa a cui in quegli anni difficilmente si riusciva ad arrivare nelle indagini sulla c.d. strategia della tensione.

In un'intervista a Repubblica del 2000, Maletti “aprirà” la “pista internazionale”:
«La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo è il presupposto di base della strategia della tensione (...)».
“Pista internazionale” che sarà poi ripresa per la strage alla stazione di Bologna, quando il senatore a vita – ed ex Presidente della Repubblica – Francesco Cossiga ipotizzerà il coinvolgimento del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e del gruppo Separat di Ilich Ramirez Sanchez, noto come il “comandante Carlos”.

Dopo circa 40 anni da quegli avvenimenti non si può iniziare a parlare di quelle stragi con la frase “la verità è:”, perché una verità accertata, una verità riscontrabile (nelle carte processuali, ad esempio) non c'è. Si sanno ormai nomi, fatti, luoghi e retroscena di quel che fu la strategia della tensione, con tutto il corollario di terrorismi rossi e neri, ma in questo paese di campanilismi sportivi e politici, c'è ancora qualcuno convinto che le bombe in piazza e quelle sui treni le abbiano messe i “rossi”.

Dove un figlio sotterra la madre e non succede mai l'inverso

“Dove il figlio sotterra la madre e non succede mai l'inverso”.

È un verso di “30.000 hermanos”, canzone scritta da Luca Persico – meglio noto come Zulù, frontman e anima dei 99 Posse – che prende spunto dalla forza e dalla vicenda delle Madres de Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos argentini. Cioè di quelle ragazze e quei ragazzi che circa 30 anni fa in Argentina sono spariti, nel giro di pochissimo tempo, perché non si erano voluti piegare alla dittatura militare allora vigente. Queste madri sono passate alla storia perché da oltre 30 anni si riuniscono tutti i giovedì nella piazza principale di Buenos Aires – Plaza de Mayo, appunto – per chiedere la reaparicion con vida de sus hijos. La riapparizione in vita dei propri figli. Perché loro non sanno se sono morti, vivi, se sono detenuti e, se lo sono, dove.

Galera

[Foto di Baruda: SBARRE, interno di una cella
singola dell'ex Carcere Minorile del San Michele, Roma
]

Là, dov’era più umido
fecero un fosso enorme
e nella roccia scavarono
nicchie e le sbarrarono

alzarono poi garitte e torrioni
e ci misero dei soldati, a guardia

ci fecero indossare la casacca
e ci chiamarono delinquenti

infine
vollero sbarrare il cielo

...

non ci riuscirono del tutto

altissimi

guardiamo i gabbiani che volano.


Sante Notarnicola - Favignana 1 giugno 1973

2 Agosto: la sovranità del Piombo


«L'Italia dalla nascita della prima Repubblica è stata, come tutti sanno, un paese a sovranità limitata (...) ora, nel momento in cui, per questioni contingenti (...) ha fatto - raramente - scelte che si sono rivelate in contrasto con le alleanze di cui vi dicevo, ha compiuto, detto in termini politico-mafioso-diplomatici, uno "sgarro". E come nella mafia quando un picciotto sbaglia finisce in qualche pilone di cemento o viene privato di qualche parente (in gergo si chiama "vendetta trasversale"). Così è fra gli Stati: quando qualche paese sbaglia, non gli si dichiara guerra; ma gli si manda un "avvertimento", sotto forma di bomba, che esplode in una piazza, su di un treno, su una nave, ecc ecc.»
[Tratto da Storia della Prima Repubblica, L'Italia Settimanale 1994].

Anni a “sovranità limitata”. Anni “di piombo”. Sono tante le etichette con le quali ho sentito nominare quegli anni, indicativamente quelli che iniziano da Milano, dalla Strage di Piazza Fontana e si concludono – almeno in maniera ufficiale – proprio alle 10.25 del 2 agosto di 29 anni fa, nella sala d'aspetto di 2° Classe della Stazione di Bologna Centrale, in un assolato sabato d’estate.
Non so quale sia la definizione migliore. E francamente le etichette non mi sembrano il problema principale in casi come questi. C'erano e ci sono dei buchi neri. Immensi. Buchi neri che sono stati aperti manu militari – italiana od internazionale che sia, ma lo vedremo in seguito – ma che sono stati provocati da menti politiche al di qua ed al di là dell'oceano. Ma di questo aspetto non se ne può parlare.

Non se ne può parlare anche per un motivo ben preciso: chi sa, non parla. E magari sopra a quei “non so”, “non ricordo” ci costruisce fior fiori di carriere politiche a livello nazionale ed internazionale. Oppure – come già era successo per l'omicidio di Aldo Moro, perpetrato dalle Brigate Rosse ma fortemente voluto dagli apparati deviati e non dello Stato Italiano – depista.

I 23 kg di esplosivo, vennero immediatamente trasformati in una caldaia. Ma la cosa non reggeva. Ed allora si dette la colpa a “loro”: i “soliti” terroristi rossi. Quelli che stavano dietro all'omicidio dell'ex Presidente della Democrazia Cristiana e dietro la strage del 12 dicembre 1969.
Poi qualcuno iniziò a vederla in un altro modo, sotto un'altra ottica. Un'ottica nera.
22 giorni dopo, infatti, la Procura della Repubblica di Bologna emise ben 28 ordini di cattura per esponenti dell'estrema destra – tra cui Roberto Fiore e Massimo Morsello, futuri fondatori di Forza Nuova – appartenenti allora ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari. Tutti scarcerati nel 1981, perché in questo paese se sei delle Brigate Rosse ti becchi l'ergastolo, se sei nei libri di storia alla voce “terrorismo nero” come minimo ti fanno parlamentare.

Nell'ambito di quello strano processo di distruzione della verità portato avanti dagli apparati alternativi dello Stato Italiano varie “mani” sono state nel corso del tempo le esecutrici dell'attentato: i NAR, appunto, poi una collaborazione tra la CIA ed il Mossad (il servizio segreto israeliano) per punire il nostro paese che aveva gentilmente accolto e protetto alcuni esponenti dell'Olp palestinese. Si è poi attribuita la paternità ai palestinesi del Fronte Nazionale per la Liberazione della Palestina per finire nuovamente ai NAR passando per il mercenario venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, noto anche come “comandante Carlos”. Quel che si sa è che allo stato attuale delle cose Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini sono stati indicati – con sentenza definitiva – come gli esecutori materiali della strage.
I mandanti, come dicevo prima, rimangono fantasmi. Come rimangono fantasmi tutti quei mandanti di stragi ed omicidi mirati che hanno creato le pagine insanguinate della storia di questo paese.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Diceva – anzi scriveva – Pier Paolo Pasolini alcuni anni dopo. Non so perché, ma che nel 1975 quello che considero tra i più grandi – se non il più grande – intellettuale che questo paese abbia mai avuto, venga brutalmente ucciso (ufficialmente dal “ragazzo di strada” Pino Pelosi, subito dichiaratosi unico colpevole) non mi lascia così sorpreso se ricollego questo omicidio al periodo storico più sanguinoso della storia della Repubblica Italiana.

Ma questa è un'altra storia...

Italiani di tutto il mondo...sarkozyzzatevi!!



Era solo questione di tempo.
Cosa? Che si tornasse indietro agli anni '70. Secondo logica dovrei esserne contento, visto quanto io adori quel periodo del nostro paese. Ma non è così.
Negli anni '70 capitava spesso che quando si incrociavano “quelli di destra” e “quelli di sinistra” l'aria che si respirava era simile a quella di Mezzogiorno di Fuoco, dei duelli tipici dei film western per intenderci. E ieri qualcuno ha ben pensato di rinfrescare la memoria, viste le temperature africane di questi giorni. Siamo a Massa Carrara, verso la mezzanotte. Le “SSS” - Soccorso Sociale e Sicurezza – insomma le vecchie ronde fasciste incrociano la strada con le “Ronde Proletarie Antifasciste”. Il resto lo immaginate da soli.
Ma sospendiamo questo caso specifico e passiamo al secondo spunto di questo articolo.
Ieri sera mi sono finalmente visto – dopo tanto tempo – il lungometraggio “Fame Chimica” del 2003. A parte che sembrava girato ieri sera, ma vabbè. Per chi non l'avesse visto, è incentrato sul rapporto di amicizia fraterna tra due ragazzi: Manuel, che campa facendo il pusher e Claudio, che lavora precariamente nel supermercato gestito dallo zio. I due sono nati e cresciuti nello stesso quartiere popolare, ed il fatto che ad un certo punto arrivi una giovane “forestiera” a scombussolare il loro rapporto – per me – è solo marginale. Quel che mi interessa è che al centro della vita di questo quartiere della periferia milanese c'è il tentativo, da parte della “pura razza italiana” di creare una barriera fisica per non far mischiare i loro “santificati” ragazzi – perditempo che passano le giornate seduti su una panchina o in discoteca, tra pasticche ed alcol – con gli immigrati che vivono l'altra metà della stessa piazza. Divisione che viene chiesta anche con un comitato cittadino per la creazione di una barriera fisica tra “noi” e “loro”.

La separazione fisica, l'innalzamento di barriere di difesa verso qualcosa non la ritroviamo solo in questo film. Esiste anche in alcune zone del nostro paese, tipo il “muro antispaccio” di via Anelli a Padova.
Io l'ho definita “sarkosyzzazione” della società, perché – non so se vi ricordate – l'ex Ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy non si distinse per le politiche di integrazione da lui prodotte per fronteggiare il fenomeno delle banlieues francesi (anzi, definì quei ragazzi la “feccia” della società d'Oltralpe...) e noi sappiamo che il nostro premier non vuole governare un paese multiculturale. Certo, piuttosto che riformare un paese fascista potrebbe semplicemente levarsi dalle balle, ma questa è un'altra storia...
La politica di Sarkozy in versione Ministro dell'Interno è quel che tenta di fare il governo, con beneplacito di quelle forze di opposizione che un tempo si ergevano a difensori dell'inclusione e dell'uguaglianza tra individui.
Tentano di disgregare, di atomizzare la società per ottenere ciò che meglio distingue questo neo-regime fascista - il caos - così da poter legittimare l'uso della violenza, che sia in divisa o meno.
Anzi, ormai non si può nemmeno più parlare di “violenza in divisa” - cosa che non piacerà molto a Kossiga – perché ormai anche quella, nella miglior modalità imprenditoriale, è andata in outsourcing. Invece che spendere un sacco di soldi per aggiornare le nostre forze dell'ordine, magari dandogli vetture la cui ultima revisione non risalga ai tempi di Garibaldi o spendendo un po' di quei soldini per le divise estive, visto che ora – con gli 800° che si registrano – vanno ancora in giro con quelle invernali.
Perché in questo modo, mettendo dei completi incapaci a fare “sicurezza” possono continuare a dire che il paese è insicuro, che gli immigrati portano la droga, stuprano mogli e sorelle e tutte queste gran belle puttanate su cui basano le campagne elettorali.
Diciamoci anche una sacrosanta verità: all'uomo fare il “renegade” o il “walker texas ranger” della situazione piace. E molto. Piace quell'orgasmica sensazione di detenzione del potere, del guardarsi allo specchio e dire “IO sono la legge”, come novelli De Niro in Taxi Driver (ok, lui diceva “ce l'hai con me”, ma contestualizzate la scena...).
Piace quella sensazione di sentirsi il padrone del mondo, quando in realtà si è uguali alle scimmiette ammaestrate del circo: burattino in mano ad altrui volere.

Io non credo che la gente che ricorda a cosa serva quell'organo che abbiamo in testa – ormai una rarità nel paese – voglia ritrovarsi un giorno a non avere più la possibilità di uscire di casa perché gli hanno talmente intrippato il cervello da averlo convinto a crearsi una barriera fisica anche con se stesso. Ma l'uomo non finirà mai di stupirmi. In particolare se di “pura razza italiana”.