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María Clara Ciocchini

C’è una frase che spesso mi viene in mente quando mi capita di parlare con qualcuno – solitamente ragazz* più piccol* di me – di storia, in particolare quella a me più cara, cioè quella degli anni della contestazione: «la memoria è un ingranaggio collettivo», che credo di aver letto per la prima volta su qualche articolo che parlava dei fatti avvenuti durante il G8 di Genova del 2001 ma di cui ignoro nella maniera più assoluta l’autore (o l’autrice…). Dire che sia importante conoscere la Storia non è certo un’affermazione sconvolgente, perché solo conoscendo quel che è successo ieri si può evitare il reiterarsi degli stessi errori; e solo se si conosce quel che è successo ieri si può sentire un senso di appartenenza per una causa.

Dicevamo che la memoria è un ingranaggio collettivo. Niente di più vero se si pensa alla storia dell’Argentina, in particolare a quel capitolo della storia di quel paese in cui nel giro di poco tempo una feroce dittatura fece sparire qualcosa come circa 30.000 persone, la cui unica colpa era quella di aver risposto un secco no al modello di società che Jorge Videla&soci (con il patrocinio degli stati imperialisti e – seppur in maniera leggermente più defilata – del Vaticano) avevano in mente.  È la storia dei desaparecidos, una storia collettiva per due motivi: perché la storia di quei ragazzi che dalle scuole decisero di fare fin da subito la propria parte per il miglioramento della società nella quale vivevano (facendo attività politica ma anche – e soprattutto – attività sociale come il volontariato nei quartieri poveri) deve essere quotidianamente fonte di ispirazione per le generazioni future, per quelle che sembrano in preda ad una crisi d’identità, inermi di fronte al nuovo potere clerico-capitalistico-fascista dei Padroni e dei potentati vari; e perché la storia dei desaparecidos, così come la storia degli ebrei deportati durante il secondo conflitto mondiale, quella dei palestinesi e dei tanti popoli che lottano per la loro libertà, deve essere una storia che riguarda quasi tutti: almeno coloro che dinanzi al Potere non abbasseranno mai neanche lo sguardo, e quindi non chineranno mai la testa.

Ma la storia dei desaparecidos è collettiva anche per un altro motivo: perché è la storia di 30.000 persone che quell’altra Storia – quella scritta sui libri scolastici e con la maiuscola – ha voluto identificare come un’unica entità. Questo, per quanto sia difficile ottenere notizie su ognun@ di quei 30.000 ribelli, è il terzo post del “dossier desaparecidos”, cioè il mio tentativo di conoscere – e dunque far conoscere – chi era ognuna di quelle anime che, nella notte argentina, sparivano in mare. Questa è la storia di María Clara Ciocchini.

APOlogia di un leader

Amed/Diyar-i Bekr (Kurdewarî/Kurdistan) - «Definire la democrazia è importante perché stabilisce cosa ci aspettiamo dalla democrazia. Al limite, se andiamo a definire la democrazia «irrealmente» non troveremo mai  «realtà democratiche». E quando dichiariamo, di volta in volta, «questa è democrazia», oppure che non lo è, è chiaro che il giudizio dipende dalla definizione, o comunque dalla nostra idea di cosa la democrazia sia, possa essere o debba essere. Se definire la democrazia è spiegare che cosa vuol dire il vocabolo, il problema è presto risolto: basta sapere un po’ di greco. La parola significa, alla lettere, potere (kratos) del popolo (demos). Ma così abbiamo solo risolto un problema verbale: si è soltanto spiegato un nome. Il problema di definire la democrazia è assai più complesso. Il termine democrazia sta per qualcosa.  Che cosa? Che la parola democrazia abbia un preciso significato letterale o etimologico non ci aiuta affatto a capire quale realtà vi corrisponda e come sono costruite e funzionano le democrazie possibili. Non ci aiuta perché tra la parola e il suo referente, tra il nome e la cosa, il passo è lunghissimo.»

[Giovanni Sartori, “Cos’è la Democrazia”]

Già, cos’è la Democrazia? Come funziona? Quali parametri la regolano?

  Potremmo definire con questa etichetta uno Stato, o comunque una comunità, in cui vigono le principali libertà, individuali e collettive (come quelle sancite dall’art.3 della nostra carta costituzionale)? Sicuramente. E potremmo definire “Democrazia” anche – e forse ancor di più – quello Stato o quella comunità nella quale ampia è la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica della propria comunità di riferimento.

Fermandoci a questo punto, accettando questi parametri come pilastri di quella che definiamo “Democrazia” rimarremmo nel campo della pura teoria.

Perché a me ad esempio di parametri ne vengono in mente altri, forse un po’ meno “aulici” e più ancorati alla realtà, ma che non per questo sono meno interessanti. Tra questi voglio citare la libertà – e dunque la possibilità – al dissenso, alla libera critica (come può essere quella che possiamo leggere nel dibattito aperto intorno alla figura dell’”eroe” - o meno - Roberto Saviano sulle pagine de Il Manifesto) ed il modo in cui chi ha il compito di tutelare questa “Democrazia” – cioè il Potere – tratta i propri carcerati, che spesso altro non sono che persone le quali, per volontà o necessità, non accettano il sistema (di valori, di leggi et alia) su cui tale Democrazia si basa

Gli amichetti dello Tío Sam e la mala información occidentale

L'Havana (Cuba) - Che volto ha il terrorismo? Per citare un noto video di Gino Strada che esce fuori quando Emergency torna sui giornali, in quella moda per cui ci si allinea al club dei sodali pubblicando sempre gli stessi video, sempre le stesse dichiarazioni, sempre gli stessi documenti, un palestinese potrebbe rispondere che il terrorismo ha il volto dell’autista del bulldozer che demolisce la sua casa; un iracheno o un afgano potrebbero rispondere che il terrorismo ha il volto del pilota militare che, dall’alto della sua immensa distanza con il campo di battaglia, bombarda un asilo nido con 3.000 bambini definendolo “nota base terroristica”, come canta la 99 Posse in “La bomba intelligente”; un americano, od un europeo, ma di quelli per cui tutto quello che ha il marchio a stelle e strisce è bello, buono, giusto e – soprattutto – incontrovertibile, il terrorismo ha il volto dello sceicco arabo Osama bin Muhammad bin ʿAwaḍ bin Lāden, leader di Al Quaeda che, per stessa ammissione – alla BBC – di esponenti di vertice della CIA è frutto della fantasia nordamericana (non mi ricordo in quale documentario si dice che il nome “Al Quaeda" sia quello di un programma informatico della stessa agenzia americana cosa che confuterò non appena mi ricorderò quale documentario sia…). E per un cubano? No, non i cubani “alla Yoani Sanchez” o alla “Damas en blanco”, cioè quelle personalità pagate o direttamente dagli americani, come accertato nel caso della “libera” bloggera o dalla lobby anti-castrista di stanza a Miami come nel caso della versione filo-imperialista delle Madres de Plaza de Mayo, ma di tutti quegli altri, quelli dimenticati troppo spesso dalla stampa “democratica” e “alla ricerca della Verità” dei vari Travaglio, Santoro e di circa il 99,9% dei media occidentali. Per questo tipo di cubano il terrorismo ha sicuramente – tra le tante – il volto di Luis Posada Carriles.
«Il 17 novembre 2000, Guillermo Novo Sampoli, Pedro Remón Rodríguez, Gaspar Jimenez Escobedo ed io, siamo stati arrestati con l’accusa di aver preparato un attentato per assassinare il Presidente di Cuba, Fidel Castro, durante la sua partecipazione al X Vertice Iberoamericano dei Capi di Stato e di Governo, effettuatosi a Panama.» – potrebbe iniziare così una eventuale, per quanto improbabile come vedremo in seguito, confessione - «Abbiamo posto 33,4 Kg di esplosivi militari, con i quali pretendevamo far esplodere l’Aula Magna dell’Università di Panama, con un centinaio di studenti, professori e invitati che avrebbero partecipato all’atto che contava sulla presenza di Fidel Castro.

Horacio Ángel Ungaro

È difficilissimo – se non praticamente impossibile – riuscire a scrivere una biografia di quei 30.000 argentini che la dittatura militare di Jorge Videla fece sparire tra il 1976 ed il 1983 nell'ambito del Processo di Riorganizzazione Nazionale tra l'ESMA(la Escuela de Mecánica de la Armada, cioè la scuola per la formazione degli ufficiali della marina argentina di Buenos Aires), il “Pozo” di Banfield ed i tanti campi di detenzione illegali che gli uomini della Tripla A – gli squadroni della morte della polizia argentina – gestirono sotto la dittatura. È difficilissimo non tanto scrivere una biografia dei desaparecidos, di tutti e 30.000, quanto scrivere qualcosa su ognuno di loro, ed è forse questa la vera “sfida” di chi vuole mantenere viva la memoria di quella che è stata la pagina più nera della storia dell'Argentina e tra le più nere della storia del mondo intero.

Avevo già iniziato a Natale, raccontando la storia di Maria Claudia Falcone, la giovane dirigente dell'UES (la Unión Estudiantes Secundarios) considerata un po' l'Anna Frank argentina. Continuo oggi, oggi che è il 24 Marzo, cioè il giorno in cui – nel 1976 – la notte calava sui figli d'Argentina, quella stessa notte che continua ancora oggi, a 34 anni di distanza, squarciata dal forte grido che ogni giovedì sera migliaia di donne lanciano in Plaza de Mayo. Sono le madri dei desaparecidos, conosciute con il nome di Madres de Plaza de Mayo. Chiedono solo una cosa: la riapparizione, da vivi, dei propri cari.

Molti di quei 30.000 erano ragazzi, studenti che, come molte volte abbiamo potuto vedere nei documentari sul maggio francese o sul '68 italiano, dalle aule universitarie gridavano che no, il mondo ingiusto in cui era toccato loro di abitare non gli piaceva, ed i ragazzi dell'UES non erano certo da meno.
Molti di quei 30.000 erano ragazzi come Maria Claudia, come Pablo Diaz – l'unico sopravvissuto alla c.d “notte delle matite spezzate”- come Maria Clara Ciochini o come Horacio Ángel Ungaro, di cui oggi voglio raccontare la storia in questo secondo post della mia personalissima "rubrica" per ricardare i desaparecidos .

Horacio nasce il 12 maggio del 1959 a Buenos Aires. È il minore di quattro fratelli: Luis Arsenio (12 anni), Martha Noemí (11) e Nora Alicia (6), ai quali è molto legato, come ogni figlio più piccolo in una famiglia ampia. Aveva un rapporto particolare con Martha, la sorella più grande, che ammirava e che, in qualche modo, aveva preso a modello tanto che, dopo le scuole dell'obbligo,

La geopolitica di Enrico Mattei


In questi giorni si fa un gran parlare della figura di Bettino Craxi. Chi lo definisce un ladro, un uomo che è andato contro lo Stato, e chi lo definisce uno "statista". Considerando che io, nella mia pur giovane età ho sentito associare questa parola - "statista"- sia a personalità come Berlinguer che a personaggi come Berlusconi, ammetto che mi diventa sempre più oscuro il significato del termine. Di una cosa va dato atto all'ex leader socialista: di aver saputo dire – e confermare – dei forti “no” alle ingerenze statunitensi, come nel caso della crisi di Sigonella. Personaggio controverso, sicuramente. Ma che, nel bene o nel male, ha segnato parte della storia di questo paese.

Bettino Craxi, però, non è stato il primo personaggio controverso a diventare però l'asse portante di un periodo della storia di questo paese, ed a mettersi contro le ingerenze americane. C'è stato anche un'altro personaggio molto importante - e molto controverso - per la nostra storia, fino agli anni '60, fin quando qualcuno, nei pressi di Bascapé (Pavia) non lo fece saltare in aria. Chi? Per l'uccisione di un uomo che per tutta la vita non fa altro che crearsi nemici non è importante la mano che lo uccide, ma il perché.
Chi è Enrico Mattei.
Enrico Mattei nasce ad Acqualagna (Pesaro) il 29 aprile 1906, primo di cinque figli. Fino a 13 anni frequenta la scuola del paese, senza brillare troppo. Nel 1919, quando il padre brigadiere va in pensione, si trasferiscono a Matelica (Macerata), centro più “vivo” di Acqualagna, dove le industrie iniziano a dar da lavorare a chi aveva sempre campato di agricoltura e pastorizia.
I tipi come lui gli americani li chiamano “self-made man”, perché Enrico inizia a lavorare – a 15 anni – in una fabbrica come verniciatore. 5 anni dopo è già direttore della “Conceria Fiore”, dove aveva iniziato a lavorare quattro anni prima come fattorino.
Tipo sveglio, questo Mattei, che fin da subito capisce come il suo fascino personale può essere usato come “arma”. Tipo sveglio e con la passione per la chimica, passione che potrà coltivare in maniera regolare a partire dal 1928, quando, dopo il fallimento della “Conceria Fiore” per le politiche deflazionistiche del regime fascista ed una breve parentesi lavorativa alla Max Mayer, diventa rappresentante unico per il mercato italiano della tedesca Loewenthal. Da questo momento inizia a nascere il fenomeno Mattei per come lo conosciamo dai libri di storia e che farà coniare agli anglofoni il termine matteism.

Grazie al lavoro alla Loewenthal, infatti, Mattei ha la possibilità di girare il paese, studiandolo e cercando di capire quali siano i reali bisogni della gente.
Nel 1931 Mattei apre la “Industria Chimica Lombarda Grassi e Saponi”, che tre anni dopo, contando sull'appoggio di 20 operai, è già affermata sul mercato, anche grazie ad un'intuizione che permette a Mattei di mettere a punto un innovativo prodotto per zuccherifici, che permette di accantonare tutti quelli importati.
Qui iniziamo a vedere due particolarità del carattere di Mattei: innanzitutto il suo rapporto con gli operai, che per lui – a differenza di quel che succede per molti imprenditori di oggi – hanno la stessa importanza della famiglia, ed il coraggio, indiscusso punto di forza del suo carattere. Ma quando si nasce leader, d'altronde, certe cose nascono in te con i primi vagiti.
Nel 1936, a Vienna, sposa Margherita Paulas, ex ballerina di varietà, che gli rimarrà a fianco fino all'ultimo dei suoi giorni.
In quegli stessi anni, a Milano, si ritrova come vicino di casa il professor Marcello Boldrini – anch'egli di Matelica – che, oltre ad essere docente alla Cattolica, alla Bocconi di Milano ed all'Università di Roma, è anche tra i fondatori della Democrazia Cristiana, nella corrente guidata da Ezio Vanoni e che si rifaceva al c.d. Codice di Camaldoli, un documento programmatico di politica economica che, nella mente dei suoi ideatori, doveva costituire la base per la ricostruzione economica dell'Italia dopo la guerra. La funzione di Boldrini nella vita di Mattei è duplice: oltre ad essergli amico fraterno, infatti, diviene anche colui che è incaricato di colmare le tante lacune nella preparazione culturale di Mattei, che nel frattempo – mentre fa conoscenza di personalità come Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani – si iscrive alle scuole serali, diplomandosi ragioniere. Fa anche in tempo ad iscriversi all'università: Scienze Politiche, dove si avvicina alle teorie di Roosvelt, Perón e Gandhi. Poi arriva la guerra...

Este, Monti, Marconi e Leone sono i nomi di battaglia del partigiano Mattei, che nel 1944 viene indicato – dopo l'omicidio di Galileo Vercesi e dopo la sua “virata” verso il Partito Popolare – come rappresentante per la Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale. Il suo compito – oltre a fare da raccordo tra le forze partigiane – è anche quello di sottrarre le forze progressiste all'area comunista, dirottandole verso l'area democristiana (si vanterà di aver portato il numero di partigiani democristiani dagli iniziali 2.000 agli oltre 65.000 di fine conflitto).

Come ricompensa per il suo ruolo nella Resistenza, a Mattei viene dato l'incarico di liquidare l'Agip, l'Azienda Generale Italiana Petroli, considerata un peso inutile per un'Italia che doveva ricostruire. Nata sotto il fascismo con lo scopo di “cercare, acquistare, trattare e commerciare petrolio”, su 350 pozzi scavati in Italia, Albania, Romania e Ungheria, di petrolio non ne aveva trovata neanche una goccia, per cui a cosa serviva un'azienda statale per cercare il petrolio, se il petrolio non lo trovava?
Sull'Agip però c'è qualcosa di strano: per quale motivo un'azienda statale completamente inutile, costruita per cercare e commerciare il petrolio e che ancora non ne aveva trovata una sola goccia, era nelle mire di molti – troppi? - acquirenti che erano disposti a pagare, per ottenerla, un prezzo troppo elevato per non far scrutare a Mattei che sotto ci fosse qualcosa di strano. L'Agip, inizialmente, era divisa tra Roma – dove sedeva “fisicamente” il C.d.A. - e Milano, dove venne dirottato Mattei, con compiti di piena responsabilità sulla parte “settentrionale” dell'azienda.
All'Agip, Mattei aveva preso il posto di Carlo Zanmatti, destituito in quanto repubblichino, che però fa una rivelazione fondamentale non solo per Mattei, ma anche per le sorti del paese: a Caviaga, in Val Padana, il petrolio c'è. Il petrolio c'è ma non lo sa nessuno, perché il pozzo era stato trovato già nel 1944, ma gli scavi si erano dovuti interrompere per non permettere ai tedeschi di trovarlo (e quindi di appropriarsene). Mattei però non capisce: era andato lì per il petrolio, cosa se ne fa di questo “metano”? Innanzitutto, spiega Zanmatti a Mattei, iniziamo ad incanalarlo in tubi, tubi che poi arriveranno in ogni singola casa, in ogni fabbrica. Insomma: portiamo il riscaldamento agli italiani!

Sotto la vicepresidenza di Mattei l'Agip – riunificata il 17 ottobre 1945 – risorge, e diventa una delle principali aziende strategiche per la ricostruzione dell'Italia.
Da questo momento, però, Mattei inizia a farsi dei nemici: i privati italiani come la Edison, che già sognava di “spacchettare” l'azienda petrolifera di Stato tra Edison, Agip e Metano, quest'ultima partecipata da Ras ed Edison stessa. Insomma: si tentò di creare quell'insieme di scatole cinesi che oggi costituiscono l'organigramma delle principali società nazionali, utili solo per le tasche di questo o quel potentato di turno. Ma con Mattei questo non riuscì, così come non riuscì l'attacco di quello che per Mattei era il “nemico pubblico numero 1”: il cartello delle principali aziende petrolifere mondiali che, dispregiativamente, Mattei chiamava le “7 sorelle”, cioè:

  • Standard Oil of New Jersey, conosciuta oggi come Esso o Exxon in America;
  • Royal Dutch Schell;
  • British Anglo-Persian Oil Company, diventata oggi British Petroleum;
  • Standard Oil of New York, diventata poi Mobil e fusa con la Exxon;
  • Texaco;
  • Standard Oil of California (Socal), divenuta poi Chevron e fusa con la Texaco;
  • Gulf Oil, in buona parte diventata proprietà della Chevron.

Mattei allora chiede aiuto ad Ezio Vanoni, a quell'epoca esponente in ascesa della sinistra democristiana e, tramite lui, al Presidente De Gasperi. In cambio a Mattei viene chiesto un “aiutino” per vincere le prossime elezioni (vinte dalla DC con il 48% contro il 31% del Partito Popolare). Mattei torna ad essere il vicepresidente dell'Agip. Marcello Boldrini ne diventa il presidente. Qui vediamo un'altra delle particolarità del carattere di Mattei, che continua a portargli critiche ancora oggi, a quasi 50 anni dal suo omicidio: il considerare i partiti come dei taxi, sui quali salire, farsi portare dove aveva bisogno, scendere e pagare la corsa. Oggi forse questo modo di fare non sarebbe considerato neanche in maniera negativa – visti i tanti casi di politici che trattano i partiti come le mutande: cambiandone uno al giorno – si parlerebbe semplicemente di “uomo dalle mani libere”. Perché i giochi di potere dietro all'Agip erano forti, molto forti, e Mattei aveva bisogno proprio di questo: avere le mani libere. Perché per portare l'Agip a diventare una delle principali aziende nazionali aveva bisogno di non darle alcun colore politico. Ma anche avere le mani libere ha un suo prezzo da pagare.

Il 19 marzo 1949, intanto, l'Agip aveva finalmente trovato ragione di esistere: era stato finalmente trovato il petrolio! D'accordo, non è molto. Ma quel che c'è facciamocelo bastare, è quel che pensa Mattei. Vengono trovati altri giacimenti a Cornegliano (MI), Pontenure (PC), Bordolano (CR), Correggio (RE) e Ravella.
L'Agip però non deve occuparsi solo di “fare buchi” per trovare l'oro nero, deve anche portare il metano a tutti gli italiani, e per farlo deve posare i tubi che – materialmente – renderanno possibile agli italiani riscaldarsi. Qui Mattei adotta un “metodo”: prima fare, poi discutere. Sarà lui stesso a vantarsi di aver trasgredito ad almeno 8.000 tra leggi, leggine e provvedimenti vari. Come quando i suoi operai poggiavano i tubi di notte, e poi la mattina i sindaci si risvegliavano con le strade spaccate. Mattei però non discuteva solo a parole, c'erano sempre dei vantaggi per chi lo incrociava sulla sua strada: l'acquisto del raccolto se il metanodotto danneggiava i contadini, la ricostruzione della chiesa se veniva danneggiato il parroco, rispolvera il suo passato di partigiano con i sindaci comunisti. Insomma: Mattei ha una risorsa per ogni occasione.

Mattei si è creato già molti nemici, ma è indubbio che stia facendo il bene del Paese, del “suo” Paese. Egli sì, Patriota a pieno titolo. L'Agip – diventata nel 1952 ENI, Ente Nazionale Idrocarburi – non è più quel carrozzone inutile di cui gli uomini di punta del Paese volevano disfarsi subito dopo aver vinto la guerra. L'Eni è diventata una potenza, capace nientemeno di sfidare le “7 Sorelle” ottenendo un posto di riguardo sullo scacchiere geopolitico dell'economia mondiale. E tutto questo grazie a Mattei, un uomo che, grazie al suo fiuto, stava cambiando l'ordine naturale delle cose. Tutto quel che tocca Mattei diventa oro: l'ha fatto con l'Agip, c'è riuscito – di nuovo – con gli stabilimenti Pignone, che da industria pronta per il cimitero si trasforma, nel giro di pochi anni, in azienda leader nel settore della produzione di tecnologie per la ricerca e l'estrazione di risorse dal sottosuolo. È anche un fine esperto di comunicazione, Mattei, le sue campagne pubblicitarie con quegli slogan così incisivi, la riconversione di semplici pompe di benzina in luoghi di servizio al pubblico diventano materia di studio per gli avversari ed i concorrenti.

Già, i concorrenti, gli avversari, i nemici. Mattei se n'è fatti molti – troppi – durante la sua esperienza all'Agip/Eni, a partire da quelle 7 sorelle che gli rendono impossibile reperire il petrolio all'estero, visto che quello italiano inizia a scarseggiare.
Ma l'Eni non può diventare operatore marginale nel grande mercato dell'oro nero, e allora Mattei va a prendersi il petrolio da chi vuol darglielo, anche se questo vuol dire andare contro gli americani. Anzi: soprattutto se questo vuol dire andare contro gli americani.

La geopolitica di Mattei
Quel che Mattei fa con l'Eni in merito all'approvvigionamento petrolifero, è una vera e propria politica estera, giocando in prima persona sullo scacchiere internazionale.

Iraq
Nel 1934 – come ci dice Benito Livigni (tra gli assistenti più stretti di Mattei) – nel 1934 l'Agip era riuscita ad ottenere il più grande giacimento di petrolio nell'area di Kirkun, nella zona settentrionale dell'Iraq (nell'area kurda) grazie all'allora Ministro degli Affari Esteri Dino Grandi, che venne a patti con gli inglesi, a quel tempo protettori e “creatori” dell'Iraq. Churchill, infatti, aveva capito che creare un fazzoletto di terra nel quale far convivere sciiti, sunniti, kurdi e turcomanni avrebbe creato un luogo in eterno conflitto, che – per le potenze coloniali (o per quelle imperialistiche di oggi) – si traduce in maggior controllo e governabilità. La Mosul Oil Field – l'azienda petrolifera britannica nell'area – passo in mano agli italiani, ma solo per poco tempo. Nel 1935, infatti, con l'invasione italiana in Etiopia la M.O.F. viene ripresa dagli inglesi (per una quota pari al 51%) lasciando all'Agip il 39% più la partecipazione sul piano politico ed economico. Ma Mussolini ha paura, e decide di cedere anche la rimanente quota agli inglesi.
Il 14 luglio del 1958 Abd al-Karim Qasim (o Kassem, conosciuto anche come al-Zaʿīm, “il leader” in arabo) depone, con un colpo di stato, Re Faysal II, diventando Primo Ministro dell'Iraq. Mattei – che ha una certa simpatia, da ex partigiano, per gli eserciti di liberazione – vuol creare un partnerariato alla pari (così come farà in tutti i suoi accordi) con Kassem, accordo che doveva però rimanere segreto e che prevedeva la sostituzione della locale Iraq Petroleum Company con l'Eni. Kassem, però, entusiasta di un accordo che non avrebbe portato che vantaggi al suo popolo “spiffera” tutto in televisione, portando altra legna da ardere per il fuoco dei nemici del vicepresidente dell'Eni.

Iran
Dopo l'iniziale impedimento negli accordi tra l'Eni e lo Scià per le interferenze delle grandi potenze, che vedono in Mattei ancora un “petroliere senza petrolio”, nel 1957 riesce a strappare un importantissimo contratto a Reza Pahlavi, concedendo il 75% dei profitti e – in maniera “extracontrattuale” - proponendo agli iraniani (così come diverrà sua abitudine) di diventare partner in aziende in cui solo Mattei sopporterà i rischi. Oltre a ciò crea borse di studio, dà la possibilità ai tecnici iraniani di venire a studiare le tecniche dai tecnici italiani e, soprattutto, appoggio politico per la “resurrezione” di questi paesi, nei quali vede quel che lui, Boldrini, La Pira, Fanfani e tanti altri avevano tolto dalle mani dei fascisti per restituirlo al popolo italiano. L'8 settembre 1957 in Iran nasce la Sirip (Società Irano-Italienne des Pétroles), che andava a rendere effettivo il partnerariato tra l'Eni e la Nioc (Nationa Iraniana Oil Company).

Mattei, a differenza di quel che si può pensare in un'epoca in cui si ragiona per etichette e stereotipi, non era “anti-americano”, tant'è vero che più fonti parlano di una corrispondenza assidua tra lui e John Fitzgerald Kennedy, che vedeva in Mattei l'uomo a cui affidare – dopo la crisi di Suez – la stabilizzazione del governo italiano per far ottenere all'Italia quel ruolo di potenza strategica nell'area mediterranea che Mattei aveva sempre perseguito. Mattei era semplicemente a favore di chi si batteva contro i potentati, che si trattasse delle “7 sorelle” americane o di qualche despota nei paesi arabi.

Il Giorno
Tutto il potere che oggi definiremmo mediatico di Mattei ruota intorno a Il Giorno, il giornale che lui stesso ha fondato e che, oltre ad informare gli italiani su quel che fa l'Eni, ha anche il compito di avvicinare il nostro paese ai partner dell'Eni (non solo Iraq e Iran, ma anche Libia, Giordania, Algeria) nel tentativo di creare una politica nell'area mediterranea alla pari - come gli accordi che faceva con questi paesi venivano definiti – al cui confronto la politica attuata dai governi di questi anni non è neanche paragonabile.

Al momento della sua morte, nel 1962, la rete di distribuzione dell'Eni si snoda in Africa (dalla Costa d'Avorio all'Etiopia, dal Marocco al Senegal passando per Ghana, Somalia, Tunisia e Sudan), Asia (i già citati Iraq e Iran più Libano, Giordania, India, Pakistan) passando per l'America Latina (Argentina) fino ad arrivare in Unione Sovietica e – in questo caso per affari non legati al petrolio – in Cina.

Il fronte interno
Se in politica estera Mattei sembra essere inarrestabile, le bordate più pesanti gli arrivano in casa, grazie anche alle influenze esercitate dalle 7 sorelle ed al suo non proprio “legalissimo” comportamento imprenditoriale (fondi neri con cui finanziare la protezione partitica dell'Eni su tutti).
Mattei è un personaggio controverso, abbiamo detto. Un personaggio che però, con quell'azienda inutile affidatagli solo per (s)venderla al miglior offerente nel 1962 dà lavoro a 55.700 persone, investe 209 miliardi di lire fatturandone 357, possiede 15 petroliere guadagnando 6 miliardi “ufficiali” (“ufficiosi” probabilmente più di 50).
Un solo uomo era riuscito a fare, da solo, tutto questo? Un solo uomo era riuscito – cosa ancor peggiore – a tener testa alle grandi compagnie petrolifere americane? Troppo potere, troppi nemici.

L'omicidio Mattei.
Il 25 ottobre 1962 il Financial Times pubblica un articolo quanto mai profetico dal titolo “Will signor Mattei have to go?” (“deve andarsene il signor Mattei?”). Non si sa se sia stata solo un'intuizione del giornalista o una soffiata “di avvertimento”, sta di fatto che alle ore 18.55 del 27 ottobre – cioè a due giorni dall'uscita di quell'articolo – l'aereo su cui viaggiava Mattei esplode in volo sui celi di Bascapé. Troppo anche per una fortuita coincidenza, in particolare se a bordo viene trovato dell'esplosivo.

Tre mesi prima dell'esplosione, in un documento dichiarato top secret dal Ministero dell'Energia britannico scrivono al Foreign Office: «L'Eni sta diventando una crescente minaccia agli interessi britannici. Ma non dal punto di vista commerciale [...] La minaccia dell'Eni si sviluppa, in molte parti del mondo, nell'infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali». Mattei però non era un corrotto “a livello personale”, come scrive in una nota Ashley Clarke, nel 1957 ambasciatore britannico a Roma: «A differenza di molti esponenti democristiani non sembra corrotto a livello personale. Vive in modo tutto sommato modesto. Il suo unico svago è la pesca: non ci pensa due volte a volare in Alaska per una battuta di pesca di una settimana [...] Si trova nelle condizioni di fare gran bene o gran male all'Italia».

C'è poi un'altra nota, strana, di un non meglio identificato Mr. Searight, che forse può rispondere, almeno in parte, a quella domanda iniziale, cioè al “perché” Mattei sia stato ucciso: «Di recente una certa persona ha sostenuto una conversazione con una importante personalità dell'industria petrolifera che recentemente è entrata in contatto con Mattei. A suo dire Mattei gli avrebbe confidato la seguente riflessione: “ci ho messo sette anni per condurre il governo italiano verso un'apertura a sinistra (in italiano nel testo, ndr). E posso dire che ce ne vorranno di meno per far uscire l'Italia dalla Nato e metterla alla testa dei Paesi neutrali”». Non ci sono motivi – come la stessa nota sostiene – di dubitare della veridicità di un'affermazione simile da parte di Mattei.

Le 7 sorelle, l'Oas Francese (Organisation Armée Secrète francese, usata in funzione anti-rivoluzionaria in Algeria), Cosa Nostra (il pentito Gaetano Iannì, il 27 luglio 1993, parlò di una richiesta della mafia americana a quella siciliana per eliminare Mattei, così come – forse – aveva scoperto il giornalista dell'”Ora” Mauro De Mauro, che – forse - per questo fu assassinato). Chi sia stato materialmente, forse, non è neanche così importante, l'importante è capire il perché. Ed il perché è che Enrico Mattei era un patriota, uno di quelli che nel suo paese ci crede davvero, al punto di sovvertire l'ordine geopolitico prestabilito pur di dimostrarlo.


Approfondimenti:
Benito Livigni (assistente personale di Mattei) parla al V° Congresso di Senza Bavaglio:

Maria Claudia Falcone

Ieri sera, aspettando la mezzanotte, ho guardato un film che in qualche modo mi ha toccato più di quanto potessi immaginare. Si intitola "La notte delle matite spezzate" e mi ha fatto pensare molto al fatto che della storia dei desaparecidos argentini si parla molto, ma se ne parla sempre come "desaparecidos", come insieme. Non si parla mai, invece, di chi erano quei desaparecidos. Quali erano i loro nomi, i loro sogni, cosa facevano e quant'altro. Per questo, da questo momento, questo blog inizia una sua "rubrica speciale" su queste persone (sperando di riuscire a trovare quanto più materiale possibile). Inizio con lei, Maria Claudia Falcone, considerata il simbolo dei desaparecidos, un pò l'Anna Frank della dittatura argentina.


Maria Claudia Falcone nasce il 16 Agosto 1960 all'Istituto Medico Platense nel parco de La Plata, Buenos Aires, Argentina. Suo padre Jorge Ademar Falcone fu sottosegretario alla Salute Pubblica (1947-1950); sindaco di La Plata (1949-1950) e senatore provinciale (1950-1952) durante il governo di Juan Domingo Perón. Fu arrestato e condannato a morte per aver partecipato alla Revolución Libertadora del 1956, condanna poi evitata per amnistia.

La passione politica doveva essere molto forte in casa Falcone. Perché anche Claudia, come il padre, se ne interessa. Quando arriva al “Colegio de Bellas Artes” si iscrive all'UES (l'Unión Estudiantes Secundarios, l'Unione degli Studenti Superiori) e ne diventa ben presto una leader. Perché Claudia non è solamente la dirigente di un gruppo studentesco. Claudia è convintamente peronista e fa parte del movimento dei Montoneros, il gruppo partigiano – di ispirazione peronista – che in quegli anni fronteggia la dittatura militare argentina ed i gruppi paramilitari di destra sorti in quegli anni espressione armata della dittatura.

Il suo impegno politico – come molti giovani in tutto il mondo in quel periodo – non si limita solo a parlare alle assemblee studentesche. Attraverso i volantini, le scritte sui muri, le petizioni, attraverso l'impegno sociale profuso nei villaggi e nelle aree degradate di La Plata tenta di combattere la sua guerra contro le ingiustizie e contro il regime terrorista e criminale di Jorge Videla, arrivato al potere con un colpo di stato nel 1976.
I giovani argentini in quegli anni erano molto interessati alla politica, e molti di loro – come nel caso di Claudia – la praticavano quotidianamente, che fossero peronisti o appartenessero alla gioventù guevarista avevano tutti un unico, grande, sogno comune: una vita migliore, per tutti.

Nell'inverno del 1975 il movimento studentesco lottava per l'ottenimento di una tariffa ridotta sul biglietto per l'accesso ai mezzi pubblici, il Boleto Estudiantil Secondario, che esisteva già per legge provinciale, ma a La Plata ancora non era stato introdotto. La loro battaglia si concluse il 13 settembre, con una marcia che portò circa 3000 studenti di La Plata sotto il Ministero dei Lavori Pubblici. Neanche la dura repressione poliziesca potè nulla contro la forza di questi giovani. Claudia, naturalmente, fu una delle più attive nell'ottenimento del BES, nonostante non ne avesse alcun bisogno (abitava vicino alla scuola che frequentava). Ma l'idea di combattere per l'ottenimento di un diritto che migliorasse la vita di tutti è uno dei pensieri tipici di persone idealiste come Claudia e molti di quei ragazzi.

In quelle manifestazioni, però, succede qualcosa. Claudia, Panchito, Clara, Pablo, Oracio, Daniel vengono fotografati dalle patotas, le squadracce della polizia politica.

Per loro tutto cambia il 24 marzo del 1976, quando con il golpe contro Isabelita Perón (terza moglie di Juan Domingo) Videla e i suoi prendono il potere, instaurando il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”. Un nome come un altro per definire i rastrellamenti ed il genocidio di 30.000 persone avvenuto dal 1976 al 1981. Perché Claudia, Clara, Pablo e gli altri sono solo alcuni dei tristemente noti desaparecidos argentini, quegli uomini, donne e giovani (soprattutto) fatti sparire dal regime solo perché non abbassarono la testa contro il Potere militare.

Claudia sparì – insieme ai suoi compagni – alle 00:30 del 16 settembre 1976 – la “noche de los Lápices” (in italiano “la notte delle matite spezzate”) - quando i militari della Tripla A (l'Alianza Anticomunista Argentina fondata da José López Rega, segretario di fiducia di Juan Domingo Perón) rapirono lei e Maria Clara Ciochini, 18enne dirigente UES di Bahía Blanca che viveva in clandestinità. La Tripla A era un vero e proprio squadrone della morte, braccio militare del regime all'interno della Guerra Sucia, la guerra sporca combattuta in quegli anni nel paese. Claudia aveva compiuto da un mese esatto 16 anni. Solo 16 anni.

Il verbo spagnolo desararecer, come l'italiano “sparire”, è un verbo intransitivo; desaparecidos è un participio intransitivo, usato con il significato di “chi è stato fatto sparire”. Che è proprio quel che successe ai 30.000 argentini.

Claudia e gli altri ragazzi furono portati al “Pozo de Arana”, il campo di concentramento di La Plata e diretto dalla Delegación de Cuatrerismo de Arana, dipendente dalla Comisaría 5.
Definire come “l'inferno sulla terra” quel che subirono (le ragazze furono violentate; i ragazzi subivano scosse elettriche; unghie strappate; colpi su tutto il corpo e la terribile picana elettrica; un pungolo utilizzato dai gauchos argentini negli anni 30 per controllare il bestiame e facilmente riadattabile a strumento di tortura; quasi tutti erano legati con le mani dietro la schiena, con la corda che passava dietro al collo praticamente nudi). Dal “Pozo” - in cui rimangono 7 giorni – Claudia e gli altri iniziarono un tour all'inferno passando per il “Pozo de Banfield” - o Brigada de Investigaciones de Banfield – dove rimasero tre mesi in condizioni ancor più disumane rispetto a quelle che avevano vissuto ad Arana. Talvolta, però, con quella grinta che spesso il popolo argentino tira fuori nei momenti più neri della propria storia (personale e collettiva, evidentemente) Claudia intonava le canzoni dei Sui Generis – un noto duo rock argentino di quegli anni – tra cui “Rasguña las piedras” (“graffia la pietra”, ndr), canzone che richiama il senso di prigionia e desaparición in cui vivevano.

Negli stessi momenti in cui i giovani, le donne, gli uomini che diverranno famosi col nome di desaparecidos venivano torturati, fuori dai campi di concentramento altre donne come la madre di Claudia iniziavano a riunirsi, a girare i vari commissariati, a chiedere che fine avessero fatto i loro figli (o comunque i loro cari). Claudia non era considerata una detenuta (tutti i desaparecidos infatti erano detenuti illegali), per cui la sua carcerazione non risultava in alcun registro. Perché semplicemente, per la legge infame in vigore durante la dittatura, Claudia era desaparecida. Era semplicemente scomparsa. Non poteva essere stata la polizia a prenderla, perché la polizia agiva nel rispetto della legge. Sicuramente a rapirla erano stati i gruppi eversivi, i suoi stessi compagni. O almeno questo è quel che i militari avevano avuto l'ordine di dire alle madri dei desaparecidos, quelle stesse madri che si riuniscono ogni giovedì sera nella piazza principale di Buenos Aires, Plaza de Mayo – dalla quale prendono il nome – per chiedere la reaparición con vida de sus hijos.
Perché i militari in vita hanno prelevato quei ragazzi ed in vita le madres vogliono averli indietro. Perché – come dice Zulù, il frontman della 99 Posse per presentare una canzone dedicata alle Madres de Plaza de Mayo – se gli vogliono restituire un mucchietto di ossa allora devono anche tirare fuori un assassino. E loro (le madres) lo vogliono vedere in galera.

Secondo alcuni testimoni – spesso gli ex carcerieri – molti desaparecidos furono sedati e lanciati nel Rio de la Plata nei famosi vuelos de la muerte, quegli stessi voli che sono stati oggetto di scherno del nostro premier-giullare un po' di tempo fa. Altri ancora furono uccisi alla scuola di addestramento della marina militare ESMA a Buenos Aires (sicuramente il campo di detenzione più celebre, per quanto l'uso di questo termine possa apparire macabro...). Altri ancora venivano gettati nell'Atlantico col ventre squarciato da una coltellata affinché i loro corpi non tornassero più a galla.

Claudia viene giustiziata con un colpo di pistola alla nuca nei sotterranei di Banfield tra l'1 ed il 15 Gennaio 1977. Per la legge argentina risulta ancora desaparecida.

La mano anonima
A mi hija María Claudia, militante de la UES secuestrada durante “La noche de lo lápices”

Mano anónima aleve y asesina,
con sólo tocarteha intenta
domacular tu pureza,
tu inocencia,
por cierto, fracasando.
Tu grandeza de almaes infinita.
Tu generosidad, ilimitada.
Virtudes talesson inmaculables.
La mano anónima, aleve y asesina,
no ha podido mancharte
por mas que lo intentara.
Y esa pureza
constituye tu triunfo.
TU VICTORIA y su derrota.
Has vencido, hija mía,
y tu victoria ha sido apocalíptica.
Aunque tu estés ausente todavía
yo te lloro y te admiro al mismo tiempo.
[Juan Ademar Falcone]


Buon Natale, Claudia.

Dove un figlio sotterra la madre e non succede mai l'inverso

Dove il figlio sotterra la madre e non succede mai l'inverso”.

È un verso di “30.000 hermanos”, canzone scritta da Luca Persico – meglio noto come Zulù, frontman e anima dei 99 Posse – che prende spunto dalla forza e dalla vicenda delle Madres de Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos argentini. Cioè di quelle ragazze e quei ragazzi che circa 30 anni fa in Argentina sono spariti, nel giro di pochissimo tempo, perché non si erano voluti piegare alla dittatura militare allora vigente. Queste madri sono passate alla storia perché da oltre 30 anni si riuniscono tutti i giovedì nella piazza principale di Buenos Aires – Plaza de Mayo, appunto – per chiedere la reaparicion con vida de sus hijos. La riapparizione in vita dei propri figli. Perché loro non sanno se sono morti, vivi, se sono detenuti e, se lo sono, dove.

Me llamo Rigoberta Menchú y así me nació la conciencia


"C’è a chi tocca dare il proprio sangue e c’è a chi tocca dare le proprie forze; perciò, finché possiamo, diamo la forza”. Queste parole diceva suo padre, Vicente Menchú, diventato leader degli indios, prima di morire nel tragico rogo dell’Ambasciata di Spagna a città del Guatemala, durante una pacifica occupazione per richiamare l’attenzione internazionale sulle arbitrarie espropriazioni delle terre agli indios e sull’oppressione governativa. Era il 31 Gennaio 1980.

Lei è Rigoberta Menchù Tum, 50enne indigena Maya-Quiché figlia di due persone in vista nella sua comunità: Vicente Menchú - appunto - un combattente per la terra e per i diritti dei suoi fratelli indigeni e Juana Tum K’otoja’, un’esperta in assistenza al parto. Sin da piccola apprese dai genitori il rispetto e l’amore per la natura, la sacralità dei luoghi in cui viveva e la vita collettiva delle diverse comunità indigene. Allo stesso tempo però, conosce l'ingiustizia, la discriminazione, il razzismo e lo sfruttamento con cui il popolo guatemalteco fa i conti da tanto, troppo tempo. Ufficialmente – come mi dice Wikipedia – è una pacifista. Secondo me è difficile rispondere alla domanda Chi è Rigoberta Menchù? Perché Rigoberta è una di quelle figure che in Europa, e nell'Occidente “bello, buono e giusto e sotto l'ombrello a stelle e strisce” non esistono più, salvo rare – rarissime – eccezioni. Ho pensato che per la sua particolarità – così come a suo tempo feci per Vandana Shiva – valga la pena conoscere il pensiero ed il lavoro di una signora che nel 1992 vinse il Premio Nobel per la Pace “in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene."

Non potendo purtroppo intervistarla direttamente ho preso dei pezzi di varie interviste – che potete trovare comodamente su internet – per presentarvi una signora che iniziò a lavorare come bracciante agricola migrante all'età di cinque anni, in condizioni che causarono la morte dei suoi fratelli ed amici e che da adulta si unì a membri della sua famiglia in azioni contro i militari per i loro abusi dei diritti umani. La violenza la costrinse all'esilio nel 1981. La signora Rigoberta Menchù Tum.

"Dobbiamo ritrovare un equilibrio tra Nord e Sud del mondo, perché ciò che si sta consumando in Afghanistan è l’'anticamera di una crisi mondiale". Parola di Nobel.

Se in America Latina c’è stato uno sterminio di massa dei popoli, qui in Europa c’è un azzeramento delle coscienze e le due cose vanno assieme, no? Qui c’è un azzeramento della memoria del nostro rapporto autentico con la terra, con la natura, da molto tempo in occidente. Allora, quali sono gli alleati oggi per portare avanti una lotta per uscire da questo sterminio?
Io credo che più che chiedere cosa potete fare voi per gli indigeni, bisogna chiedersi cosa possiamo fare noi indigeni per voi, cosa possiamo fare per l’umanità, cosa possiamo dare all’umanità, e credo che possiamo darle molto. Per prima cosa, noi indigeni abbiamo sviluppato una cultura multiculturale, multietnica e multilingue, siamo rispettosi delle differenze. I popoli indigeni sono rispettosi delle diversità umane, ma anche delle diversità delle vite, delle molte vite che esistono sul pianeta e credo che diamo un contributo all’istruzione, alla visione del mondo e anche alla coscienza e al compromesso sociale di tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro radici culturali e dalla loro religione. Di modo che possiamo aiutare con immenso piacere chiunque voglia salvare questo pianeta.
Da donna che combatte per i diritti umani e promuove la solidarietà, come ha vissuto la condizione delle donne afghane?
Provo una sincera costernazione per loro, e penso che nei loro confronti si sia usata, in questi anni, una doppia morale. Da una parte ci si sdegnava per la loro schiavitù, dall’altra non si faceva nulla per offrire loro solidarietà. Adesso è necessario che offriamo a queste donne una solidarietà completa, cominciando dal rispetto per la loro cultura.
Ma la miccia che ha fatto scoppiare il conflitto (siamo nel 2001, ndr) è stato l’'attentato alle torri del World Trade Center.
E’ vero. Ma la lotta al terrorismo non si fa con la guerra. Ciò che è accaduto, e che sta ancora accadendo, dopo la tragedia dell’11 settembre, è una grandiosa redistribuzione dei poteri mondiali: questa ricomposizione delle egemonie porterà al controllo delle libertà sui popoli deboli. E’ di questo che ho davvero paura, perché l’ho visto succedere in Sudamerica. Perciò mi auguro che la popolazione mondiale non lasci che si compiano abusi sulla propria libertà.
Quanto è importante il ruolo dei media in questo processo?
E’ fortissimo. C’è moltissima sofferenza nel mondo, dal popolo afghano a quello di Timor Est: quando un’emergenza passa inosservata a causa dell’indifferenza dei media, essa viene come dimenticata. Moltissimi popoli nel mondo sono vittime del silenzio. Dobbiamo fare in modo che la missione di parlare di loro, di riscattarne i valori e la dignità sia un problema di tutti noi.

NO ALLA GUERRA - di Rigoberta Menchù Tum
I caricaturisti e disegnatori di tutto il mondo ci ricordano che l'umile colomba della pace, con le sue candide piume, rappresenta la speranza per una migliore qualità della vita per tutti gli abitanti della terra.Con i loro disegni ci ricordano che mentre una parte di noi, con la colomba della pace, vuole indicare la nostra speranza per costruire un mondo ideale, più armonioso, più degno, più giusto, altri preferiscono le devastazioni e il caos della guerra pur di mantenere i loro ingenti privilegi e il loro insaziabile desiderio di distruzione.Se la colomba della pace avesse la possibilità di esprimersi, senza dubbio direbbe: "No all'industria militare, non più guerre nel mio nome", così come molti di noi dicono:" No alla guerra, non più guerre nel nostro nome"


Dobbiamo ritrovare un equilibrio tra Nord e Sud del mondo, perché ciò che si sta consumando in Afghanistan non è semplicemente l’'anticamera di una guerra mondiale, ma di una crisi mondiale. E se non è nelle nostre possibilità cambiare tutto, impegniamoci almeno a formare una generazione che abbia sensibilità per questi temi, che comprenda che la lotta per la vita che ogni singolo compie è una lotta comune. E forse il sogno di un mondo interculturale è possibile, se comprendiamo che possiamo essere bianchi o neri, ma con una caratteristica comune: siamo tutti figli della terra, tutti frutto della sua armonia.
In Guatemala avete già qualche modello per il rispetto della multiculturalità?
“Sono stati firmati 12 accordi di pace e ogni accordo di pace è una piattaforma per costruire un Paese democratico. C’è un accordo di pace sull’identità e sui diritti dei popoli indigeni che ci dà l’opportunità non solo per fare le riforme educative ma anche riforme costituzionali per i prossimi venti, trent’anni”.
Qual è il suo sogno?
Io ho molti sogni e molti sogni lascio nei diversi posti dove sono stata. I sogni che devo conservare li conservo dentro ad un piccolo baule. Non si può aprire, perché altrimenti i sogni scappano. Non si possono dire i sogni.

Per chi volesse saperne di più, può leggersi "Me llamo Rigoberta Menchú y así me nació la conciencia (mi chiamo Rigoberta Menchú e così nacque la mia coscienza)" oppure cliccare qui sotto...

Vandana Shiva: alla riscoperta dell'oro verde


«L'Amazzonia non appartiene solo al Brasile, ma al mondo intero. E la necessità di proteggerla dovrebbe essere una questione che riguarda il mondo intero. I governi ma anche i consumatori finali. Per questo quello che ha scoperto Greenpeace è così importante e chiama in causa tutti. Me che sono indiana così come voi che siete italiani».

Vandana Shiva nasce nel 1952 a Dehra Dun, nel nord dell'India da una famiglia progressista. Ha studiato nelle università inglesi ed americane, laureandosi in fisica. Per chi – come me – si schiera dalla parte contraria al fenomeno della globalizzazione (una volta ci chiamavano “no global”, ma dice che questo termine non esista più) è un mito: è a capo del movimento per la protezione della biodiversità e ha rischiato anche il carcere, nel Punjab, per aver guidato migliaia di contadini in collera con le multinazionali. Nel 1991 ha fondato Navdanya, un movimento per proteggere la diversità e l' integrità delle risorse viventi, specialmente dei semi autoctoni in via di estinzione a causa della diffusione delle coltivazioni industriali. Come ognuno di noi, anche a Vandana Shiva è capitato quel famoso “episodio che cambia la vita”. Al ritorno in India dopo gli studi - infatti - rimase traumatizzata rivedendo l'Himalaya: aveva lasciato una montagna verde e ricca d'acqua con gente felice, poi era arrivato il cosiddetto "aiuto" della Banca Mondiale con il progetto della costruzione di una grande diga e quella parte dell'Himalaya era diventato un groviglio di strade e di slum, di miseria, di polvere e smog, con gente impoverita non solo materialmente. Decise così di abbandonare la fisica nucleare e di dedicarsi all'ecologia, fondando nel 1982 il «Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali». I suoi primi risultati vanno a formare “Sopravvivere allo sviluppo”, con il quale inizierà una lunga serie di saggi – e di conferenze che la portano in giro per il mondo, e spesso anche nel nostro paese – tutti estremamente critici verso la «globalizzazione neoliberista». Questa che vi propongo è l'intervista rilasciata a Francesca Caferri per Repubblica, edizione odierna.
Signora Shiva, perché questa è una questione globale?
L'Amazzonia non è solo una foresta. Non è solo del Brasile. E', prima di tutto, il più grande deposito di biodiversità del mondo. Il più importante contributo alla stabilità climatica e idrogeologica che ci sia rimasto sulla terra. Per questo è una questione mondiale. E posso dire, per averlo visto con i miei occhi, che la distruzione che sta avvenendo lì e la lotta impari degli indigeni contro le imprese che vogliono legno e materie prime e a cui non importa nulla di loro, è una questione globale e come tale andrebbe trattata. Dai governi per primi.
Cosa dovrebbero fare?
Dovrebbero innanzitutto dimenticare la parola profitto quando si parla di questa zona del mondo. Gli unici investimenti in Amazzonia dovrebbero essere diretti a garantirne la sopravvivenza e la protezione. Questo da solo dovrebbe essere considerato un guadagno, in termini di stabilità. Quello che mi aspetto concretamente è la formazione di un'alleanza globale fra i paesi in nome della conservazione dell'Amazzonia.
Il G8 che si svolgerà fra qualche settimana in Italia ha la tutela dell'ambiente e il cambiamento climatico fra i punti principali della sua agenda. Crede che il discorso sull'Amazzonia potrebbe essere affrontato lì?
Francamente non mi aspetto molto dal G8. Mi aspetto molto di più dal G20, il vertice allargato a cui prendono parte i paesi cosiddetti emergenti e, in questo caso, il Brasile. E' quella la sede per spingere verso un cambiamento. Quello che è successo dal settembre dello scorso anno ad oggi avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Che il modello di sviluppo cieco, che distrugge tutto intorno a sé, che punta solo al profitto, non funziona. Non funziona più. Eppure questo è il modello di sviluppo che sta distruggendo l'Amazzonia. Per guardare al futuro dobbiamo pensare a un modello diverso, illuminato lo definirei. Dove l'idea di futuro e quella di sviluppo convivano.
In questo modello che ruolo hanno i consumatori finali? Come lei sa bene il rapporto di Greenpeace li chiama in causa direttamente, mettendo sul patibolo marchi che sono fra i più conosciuti al mondo...
I consumatori possono molto. La prima cosa da fare sarebbe stabilire una moratoria internazionale su qualunque bene che sia collegato in qualche modo alla distruzione dell'Amazzonia. Questo spetta ai governi, ma poi devono scendere in campo anche i consumatori. Pensiamo a quello che è accaduto con l'influenza suina in Messico: colti dal panico, i consumatori hanno imposto ai supermercati di tutto il mondo di non vendere più carne arrivata dal Messico. Le esportazioni sono crollate nel giro di qualche giorno. O pensiamo al movimento che si è sviluppato in molti paesi d'Europa contro gli organismi geneticamente modificati: le proteste hanno imposto alle catene di distribuzione di essere OGM free, almeno in parte. Ora, lo stesso si può fare per l'Amazzonia: i consumatori possono fare pressioni sui negozi perché non vendano nessun prodotto che non sia “Amazon free”. Rispettoso dell'Amazzonia, non derivato dalle sue materie prime. E poi dovrebbero chiedere di consumare solo carne locale: in questa maniera le importazioni dal Brasile crollerebbero.
Tutto questo però creerebbe un danno grave all'economia del Paese: e non possiamo dimenticare che parliamo di uno stato in cui buona parte della popolazione vive ancora in povertà...
La maggior parte delle coltivazioni e degli allevamenti in Amazzonia sono illegali. Da questa economia guadagna solo chi commercia in modo illegale, non il paese.
Parliamo delle popolazioni indigene: come lei sa, molti sostengono che la vicinanza con la “civiltà” sia per loro un bene. Qual'è la sua opinione?
Io non sono d'accordo. Se guardiamo al futuro e a quello che ci serve per andare avanti, capiremo che l'elemento fondamentale è una relazione bilanciata con la terra. Un sistema di conoscenza e di vita che non sia basato sullo sfruttamento ma sull'armonia. In questa maniera gli indigeni hanno molto da insegnarci, non sono certo dei primitivi. Primitivi mi sembrano piuttosto quelli che li vogliono cacciare.

Malalai Joya. La voce democratica dell'Afghanistan


"Il mio nome è Malalai Joya della provincia di Farah. Con il permesso degli stimati presenti, in nome di Dio e dei martiri caduti sul sentiero della libertà, vorrei parlare un paio di minuti. Ho una critica da fare ai miei compatrioti, ovvero chiedere loro perché permettono che la legittimità e la legalità di questa Loya Jirga [il "gran consiglio" afgano, ndr] vengano messe in questione dalla presenza dei felloni che hanno ridotto il nostro paese in questo stato. [...] Essi sono coloro che hanno trasformato il nostro Paese nel fulcro di guerre nazionali ed internazionali. Nella nostra società sono le persone più contrarie alle donne, e quello che volevano...(clamori, si interrompe). Sono coloro che hanno portato il nostro paese a questo punto, e intendono continulare nella loro azione. Credo sia un errore dare un'altra possibilità a coloro che hanno già dato tale prova di sé. Dovrebbero essere portati davanti a tribunali nazionali ed internazionali. Se pure potrà perdonarli il nostro popolo, il nostro popolo afgano dai piedi scalzi, la nostra storia non li perdonerà mai. "

Karzai è un fantoccio. Le forze internazionali dovrebbero aiutarci davvero a riportare democrazia e giustizia. Non dovrebbero occuparci. Troppi soldi dati ai signori della guerra e pochi alla ricostruzione. L'invasione ha gettato il paese dalla padella alla brace.
Non ha certo timori reverenziali questa giovane donna afghana, nata nel 1978 da una famiglia povera trasferitasi in Pakistan dove, nel campo profughi di Quetta "mi resi conto delle sofferenze che la mia gente era costretta a vivere. Non capivo perché. Così iniziai ad assistere i malati, soprattutto le donne, nell'ospedale da campo." Dice in un intervista al sito PeaceReporter. Nel 1998 torna in Afghanistan, precisamente ad Herat, dove entra nell'Ong Opawc (Organization of Promoting Afghan Women's Capabilitie) che si occupa di assistenza a donne indigenti e promozione della coscienza dei diritti e del ruolo sociale delle donne afghane. Nel 2003 viene eletta all'assemblea delle tribù che doveva stilare la carta costituzionale del paese, denunciando da subito i misfatti dei "signori della guerra" [il video che trovate in apertura di post o qui per i lettori di Facebook http://www.youtube.com/watch?v=iLC1KBrwbck ] cosa che le costa la richiesta di espulsione dal parlamento per "impertinenza" nei confronti dei "signori della Jihad". Le venne altresì imposto di chiedere scusa per le sue parole. Ma Malalai non lo fece, e da quel giorno la sua vita è scandita dalle minacce di morte.

Costretta a cambiare casa in continuazione [alcuni dati dichiarano 15 giorni, altri 2 mesi] questa coraggiosissima assistente sociale dal corpo esile e dal volto da ragazzina non ha avuto un minimo di esitazione nella scelta se sprofondare nell'anonimato (e quindi salvarsi la vita) oppure continuare le sue battaglie (a proprio rischio e pericolo). La scelta evidentemente è stata oltre che coraggiosa anche premiata dal popolo afghano, dalla sua gente se è vero che con 7.813 voti "(in un paese dove si vota per fedeltà di clan, io ho raccolto consensi in diversi gruppi" sostiene in un'altra intervista concessa a Repubblica) ha potuto rappresentare Farah, la sua provincia, tra i 249 parlamentari afghani [alla Wolesi Jirga, la Camera dei Deputati afghana].
Dico ha potuto perché il 21 maggio 2007, con un atto del tutto illegale, Malalai è stata espulsa dal parlamento per aver criticato il governo esponendone la natura antidemocratica e fondamentalista e denunciando la presenza in esso dei "signori della guerra", trafficanti di droga e violatori dei diritti umani.
Ufficialmente questa espulsione le proviene da questa affermazione: "una stalla o uno zoo sono meglio (del Parlamento)" In realtà l'estromissione dall'istituzione parlamentare deriva dalla posizione contraria che Malalai ha assunto di fronte all'amnistia che, in nome della pacificazione nazionale, condona i crimini dei signori della guerra dal 1979 ad oggi.

Nella stessa intervista a PeaceReporter dice ancora: "Capii che la mia missione era far sentire la voce del mio sofferente popolo contro quei criminali che in nome dell'Islam hanno distrutto le nostre case, ucciso la nostra gente, calpestato i nostri diritti e rovinato le nostre vite, e che continuano a farlo in nome della democrazia e con il sostegno dei governanti americani ed europei, che hanno sostituito un regime criminale [quello dei Taliban, ndr] per sostituirlo con un altro regime criminale".

Francamente fino a ieri sera - finché non ne ho visto una brevissima intervista a Presa Diretta, il programma di Riccardo Iacona - non avevo mai sentito parlare di Malalai Joya. Ma ieri sera in quel video, qualcosa mi ha rapito. Letteralmente. Non so se sia stata la sua determinazione, le sue parole od il suo sguardo. Ma so che ci sono delle storie - delle persone - che non possono rimanere sotto silenzio. In particolare se quel silenzio può rivelarsi per loro fatale.