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L'"extraordinary rendition" di Alma Shalabayeva un patto politico per chiudere l'affaire-Eni?

Roma – Sui giornali inglesi si parla apertamente di “deportazione”. In Italia si usa un più cauto “espulsione”. Sta di fatto che – al di là delle questioni terminologiche – molti sono gli interrogativi legati alla consegna di Alma Shalabayeva e di sua figlia al Kazakistan, rispettivamente moglie e figlia di Mukhtar Ablyazov, in esilio a Londra dal 2009 in quanto oppositore del dittatore kazako Nursultan Nazarbayev, “caro amico” dell'ex premier Silvio Berlusconi, che così lo definì nel suo viaggio in Kazakistan del 2010. 

La dinamica. Tutto, stando alle ricostruzioni di questi giorni, avviene nella notte tra il 28 e 29 maggio, quando una squadra della Digos (composta, sembrerebbe, da ben cinquanta uomini) fa irruzione in una villetta a Casal Palocco, Roma. L'obiettivo è Ablyazov, ex banchiere, sul quale pende un mandato di cattura internazionale emesso dal governo del suo paese, che lo accusa di aver organizzato una truffa milionaria attraverso la banca Bta. Nel 2003 Ablyazov viene anche arrestato e torturato nell'ambito di un processo che Amnesty International ha più volte contestato, evidenziando inoltre il trattamento non certo “umanitario” fornito agli oppositori politici in carcere. (qui e qui)
L'uomo però non è nella villetta, abitata invece dalla moglie, dalla figlia e da un cognato. Nessuno capisce cosa sta avvenendo per un semplice motivo: i tre parlano solo russo, i poliziotti solo italiano.

Sta di fatto che la donna – la quale gode di un permesso d'asilo in tutta l'Unione Europea e di un passaporto diplomatico rilasciato dalla Repubblica Centrafricana, con il nome di Alma Ayan - viene accusata di detenzione di passaporto falso e portata al Centro di Identificazione ed Espulsione romano di Ponte Galeria, da dove verrà poi imbarcata su un “bombardiere BD-100-1A10 Challenger” noleggiato dall'ambasciata kazaka, appartenente – stando alla ricostruzione che ne fa lo stesso Ablyazov sul suo sito – alla compagnia austriaca “Avcon Jet”, costo del noleggio: 400.000 euro. D'altronde il nostro è ormai diventato un paese di voli illegali e rapimenti, come il caso Abu Omar o il disinvolto uso del nostro spazio aereo e dei nostri aeroporti per operazioni di extraordinary rendition della Cia dimostrano. Da chiarire dunque c'è già un primo aspetto: con chi il governo kazako si è accordato per permettere l'atterraggio dell'aereo?

Approfondimento #1: il memoriale scritto da Alma Shalabayeva (in inglese);

Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (gen. Fabio Mini - TEDxReggioEmilia, 8 ottobre 2011)

Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad 'usum delphini', e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.
(Honoré de Balzac, "Illusioni perdute", 1843)

Guatemala, Ríos Montt condannato ad 80 anni per il genocidio degli indigeni Maya Ixiles

foto: abc.es

Città del Guatemala (Guatemala) – Cinquanta anni per genocidio e trenta per crimini contro l'umanità. È questa la decisione – storica – presa due giorni fa dalla corte guatemalteca contro l'ex dittatore Efraín Ríos Montt (nella foto), 86 anni, che ha già reso nota la volontà di ricorrere in appello. Assolto, invece, l'ex capo dei servizi segreti, José Mauricio Rodríguez Sánchez. Presente al processo anche Rigoberta Menchú, che proprio per aver portato all'attenzione internazionale il genocidio fu insignita del Nobel per la pace nel 1992.

Avvenimento altrettanto storico è che a giudicare Montt sia stato un tribunale nazionale e non, come spesso avvenuto anche nella storia recente, un tribunale internazionale, così come l'aver dato - attraverso questa senteza - conferma a quanto denunciato dall'Onu e dalla Chiesa Cattolica: quanto avvenuto in Guatemala non fu solo una guerra civile durata più tre decenni (dal 1960 al 1996) ma un vero e proprio genocidio.

Iniziato a gennaio 2012, il processo verteva su 15 massacri – dei 266 iniziali - avvenuti durante i sedici mesi del regime nel dipartimento del Quiché, nordest del paese, dove furono massacrati dalla dittatura 1.771 indigeni Maya-Ixiles - di cui quasi la metà bambini tra zero e dodici anni - accusati dal regime di supportare la guerriglia di sinistra dell'Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG).
Fondamentali, per la condanna definitiva, sono state le molte donne che hanno testimoniato sulle torture e soprattutto sugli stupri sistematici – 1.400 quelli oggetto del processo - che subivano, «prima dai soldati sani e solo alla fine da quelli ammalati di sifilide e gonorrea», come ha raccontato una donna all'epoca adolescente.

Montt, salito al potere con un colpo di stato militare il 23 marzo 1982 e sostituito, sedici mesi dopo, tramite un altro colpo di stato dei militari guidato dal generale ed ex ministro della Difesa Oscar Humberto Mejía Victores, pur continuando ad avere un ruolo di primo piano fino al suo ritiro a vita privata nel gennaio 2012, ha sempre negato ogni addebito sulle stragi, incolpando l'esercito, delle cui azioni non era sempre messo al corrente. Tesi che non può comunque essere completamente smentita alla luce della distruzione, avvenuta nel 1985, di tutti i documenti “compromettenti”, episodio che rende impossibile definire la reale catena di comando dei massacri, nella quale però forte fu la pressione esercitata su Montt da Ronald Reagan, allora Presidente degli Stati Uniti, volta ad evitare che il Centroamerica diventasse una delle basi del comunismo internazionale, che poteva contare già sul Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua e su Fidel Castro a Cuba. 

Cecenia, don't clean up the truth

foto: Russian Justice Initiative
Groznyj (Cecenia) - Per far capire agli americani dove fossero i Balcani che si apprestava a bombardare, Bill Clinton si presentò in televisione con una mappa geografica. Qualche anno prima la stessa operazione era stata fatta da Richard Nixon, anch'egli munito di cartina per presentare ai telespettatori americani dove fosse il Vietnam.
Si è dovuto invece limitare ad un semplice comunicato Petr Gandalovič, ambasciatore della Repubblica Ceca, costretto ad evidenziare come il suo paese non abbia niente a che fare con la Cecenia (qui la cartina realizzata da Foreign Policy).

Non solo gli americani, però, peccano di ignoranza verso la Cecenia, divenuta un vero e proprio buco nero mediatico iniziato con il “patto antiterrore” tra George W. Bush e Vladimir Putin del 2002. Un aiuto nella guerra al terrore del presidente americano in cambio dell'oblio su quanto accade in Cecenia o nei paesi vicini, vittime della “cecenizzazione” dell'area caucasica. Un patto che ora, grazie alla “declinazione cecena” dell'attentato di Boston (di cui abbiamo parlato nella prima parte di questo approfondimento), potrebbe permettere all'ex KGB di chiudere definitivamente la questione ammantandola dietro ad un nuovo capitolo della “guerra al terrore”. Mentre sullo sfondo si staglia il profilo delle Olimpiadi invernali del 2014 che si terranno a Soci, poco lontano dal nord del Caucaso. Debellare la malapianta cecena è, dunque, un obiettivo più che concreto per Putin, che con le cancellerie occidentali dalla sua, deve ora convincere solo l'opinione pubblica internazionale.


Cecenia: lo scenario del conflitto
Un'operazione che non può avvenire se non con argomentazioni più che convincenti – come la possibilità di un terrorismo ceceno libero di mettere bombe in Occidente potrebbe essere – data la necessità di dover coprire le innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate contro la popolazione civile. Nonostante la Cecenia non viva più in un conflitto aperto pur essendo, secondo vari commentatori, un vero e proprio genocidio dimenticato (approfondimento in allegato), come quello armeno, il regime di Ramzan Kadyrov – uomo di Putin arrivato a governare la piccola Repubblica caucasica dopo la “normalizzazione” voluta da Mosca – continua ad avere la principale opposizione nelle madri dei civili torturati, scomparsi (più di 10.000 persone) o uccisi (tra i quali 35.000 bambini, numero più alto dei desaparecidos argentini) nei campi “di filtraggio” o per mano delle “unità di pulizia dei boschi”, nome utile a coprire veri e propri squadroni della morte come i “Kadyrovity”, direttamente riconducibili all'attuale presidenze Ramzan Kadyrov. «Il terrorismo islamico è sicuramente un problema in Cecenia, ma è sbagliato ricondurre tutta la crisi a questa minaccia. Non si devono confondere cause e conseguenze: la causa del conflitto ha radici profonde e lontane, mentre il terrorismo è un sottoprodotto della guerra», denunciava in un'intervista del 2006 a SwissInfo Andreas Gross, all'epoca relatore speciale per la Cecenia al Consiglio d'Europa.

Camp Nama: la base degli orrori anglo-americani in Iraq

foto: orianomattei.blogspot.com
Londra – Dopo Abu Ghraib, dopo lo scandalo di Base España, adesso è l'esercito britannico a doversi sedere sul banco degli imputati per la guerra in Iraq. Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri britannico William Hague aveva vietato ai colleghi del governo di parlare del conflitto durante il decimo anniversario dell'invasione dell'Iraq. Ieri, infatti, il Guardian ha raccontato degli abusi perpetrati dai militari britannici e statunitensi a Camp Nama, situato presso il Baghdad International Airport e quartier generale della Task Force 121, a cui i britannici partecipavano con membri dello Special Boat Service (SBS) e dello Special Air Service (SAS)

Oltre trenta i militari di questa task force finiti sotto inchiesta – undici quelli rimossi in via definitiva - per i metodi di gestione dei dentenuti. Il gruppo era stato creato per interrogare quei prigionieri iracheni sospettati di essere in possesso di informazioni sensibili sulle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e su Abu Musab al-Zarqawi, all'epoca ai primi posti della lista dei ricercati americani. Persino il Pentagono si lamentò per i metodi di interrogatorio e detenzione particolarmente brutali. Tra questi la “black room”, la sala delle torture completamente dipinta di nero, senza finestre e con dei ganci che pendevano dal soffitto molto simile a quella che si vede nelle scene iniziali di Zero Dark Thirty, il film di Katheryn Bigelow dello scorso anno sull'omicidio di Osama Bin Laden. Come si apprende inoltre da alcune testimonianza raccolte da Human Right Watch, tra le peculiarità di Camp Nama c'era “il canile”, un centinaio di celle larghe due metri e alte un metro e mezzo dove i detenuti erano costretti a stare accucciati, nelle quali la temperatura notturna andava spesso sotto zero e di giorno – grazie alle lamiere dei tetti – era altissima.

Prima tappa – insieme a Base España, dove era di stanza il contingente spagnolo – verso la più famosa Abu Ghraib o verso la base aerea afghana di Bagram. Ad aprile 2004 scoppia lo scandalo delle fotografie della vergogna, pochi giorni dopo la Task Force viene rinominata, diventando Task Force 6-26. Un cambio di nome – non l'unico – necessario a confondere gli avversari ma soprattutto impedire alla corte marziale di poter identificare i membri per condannarli individualmente per gli abusi.

#Celochiedeleuropa. Processi lunghi e sovraffollamento carceri: l'Ue riprende l'Italia

foto: ritabernardini.it
Strasburgo (Francia) – Un anno di tempo. Tanto è stato concesso dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo (CEDU) per porre fine al sovraffollamento delle carceri ed alle condizioni di detenzione inumane che questo comporta, definendo misure alternative e di compensazione per le vittime di una situazione definita strutturale e sistemica.
Condanna che va ad aumentare il non certo invidiabile primato che ci mette al primo posto per numero di condanne subite per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, aumentate con l'introduzione del principio della “ragionevole durata” del processo (comma 2 articolo 111 della Costituzione italiana)

Un problema ben noto sia nelle istituzioni europee che in Italia. Già due anni fa l'allora Commissario europeo per i diritti umani, lo svedese Tomas Hammarberg (da un anno sostituito dallo spagnolo Álvaro Gil-Robles, tornato commissario dopo aver ceduto la carica proprio ad Hammarberg nel 2006) aveva evidenziato come «il sovraffollamento delle carceri è un problema europeo da prendere molto sul serio e che si potrebbe alleviare riducendo la detenzione preventiva. Per esempio, in Italia il 42% dei detenuti sono ancora in attesa di giudizio o della sentenza d'appello. Quindi, non essendo ancora provata la loro colpevolezza, dovrebbero essere considerati innocenti. Se le carceri sono sovraffollate è perché troppe persone vi vengono rinchiuse in detenzione provvisoria».

Ogni 100 posti letto ci sono 140 detenuti (la media europea è di 99,6%). Siamo ultimi per condizione degli istituti penitenziari con casi in cui la percentuale arriva addirittura al 255% di Brescia o al 266% di Mistretta, nel messinese. Un sistema nel quale 65.000 detenuti “vivono” in posti dove il massimo consentito sarebbe 47.000. Questo, dice la Corte europea, viola l'articolo 3 della Convenzione europea sui diritti dell'Uomo, che proibisce la tortura e il trattamento inumano o degradante.
L'inefficienza della giustizia italiana, stando ai dati presentati dal ministero della Giustizia nel 2011, costano ogni anno un punto percentuale di Pil con – al 30 giugno 2011 – 9 milioni di processi da smaltire tra civile (5,5) e penale (3,4).

«L'attrattiva di un paese per essere un luogo dove investire e fare business è senza dubbio rafforzata dall'avere un sistema giudiziario indipendente ed efficiente. Per questo sono importanti decisioni legali prevedibili, puntuali e applicabili. E per questo le riforme in tema di giustizia sono diventate un'importante componente strutturale della strategia economica europea»

A dieci anni dall'invasione, Guardian e BBC Arabic svelano la guerra sporca irachena

Baghdad (Iraq) - Mentre la Spagna aspetta gli esiti dell'inchiesta aperta dal ministro della Difesa in merito al video sulle torture pubblicato da El País qualche giorno fa, in Gran Bretagna il ministro degli Esteri William Hague vieta ai membri del governo di parlare della guerra in Iraq durante il decimo anniversario dell'invasione. Attraverso una lettera privata - si legge sul sito aperto dai Radicali per raccontare i retroscena sull'assassinio di Saddam Hussein - ha ricordato ai membri del governo che la posizione comune è quella di non farsi coinvolgere «in quelle controverse questioni che condussero il Regno Unito in un conflitto che spaccò il Paese e che ha causato la morte di quasi 200 soldati britannici e decine di migliaia di iracheni». L'intento è quello di aspettare la pubblicazione del rapporto finale dell'inchiesta guidata da tre anni da Sir John Chilcot per esprimersi sul coinvolgimento britannico nella guerra.


qui il documentario in versione integrale: James Steele: America's mystery man in Iraq

Scoppia, inoltre, l'ennesimo scandalo americano. Grazie ad un'indagine realizzata in collaborazione tra il Guardian e la BBC Arabic durata 15 mesi, si scopre infatti che il Pentagono ha inviato in Iraq due colonnelli - veterani delle “dirty wars” statunitensi in America Centrale - per creare una rete di centri di detenzione e tortura necessari ad ottenere informazioni dai ribelli. Si tratta, stando alla ricostruzione britannica, di James Steele, 58enne che ha partecipato alle guerre in Salvador e Nicaragua e James H. Coffmann, anch'egli veterano statunitense, che riferiva direttamente a David Petraeus, ex capo della Cia.

Base España, l'anticamera di Abu Ghraib

Diwaniya (Iraq)  – «Ignorare l'orrore conduce solo a ripetere l'errore». Concludeva così Miguel González sul quotidiano spagnolo El País qualche giorno fa. L'orrore dura in tutto 46 secondi.[MORE]  
La cella è quella della Base España di Diwaniya, principale installazione militare spagnola durante la prima fase dell'invasione dell'Iraq, alla quale la Spagna – allora governata da José María Aznar del Partido Popular – partecipò dall'agosto 2003, senza l'avallo dell'ONU (come tutta la guerra) e, soprattutto, contro il volere dell'opinione pubblica nazionale.

foto: elpais.com
Ai 1.300 militari che formavano la Brigada Plus Ultra venne distribuito il “Procedimiento de detención y actuación con el personal detenido”, un manuale che definiva come “durante e dopo la detenzione si applica la violenza minima imprescindibile”, pur nel “rispetto dei diritti del detenuto”, come riporta l'articolo del quotidiano spagnolo.
Quello stesso manuale parlava inoltre di intolleranza verso torture o altri trattamenti “crudeli, inumani e degradanti”, delle quali però né il generale Fulgencio Coll Bucher – comandante della Brigada e in seguito Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di terra – né i due ministri della Difesa succedutisi all'epoca – Federico Trillo del PP e José Bono del  Partido Socialista Obrero Español – hanno mai avuto notizi. Il manuale, inoltre, non includeva alcun controllo super-partes, lasciando la decisione di dove porre il confine tra tortura e rispetto dei diritti del detenuto (e per estensione dei diritti umani tout court) al “buon giudizio” ed al “sentimento comune” dell'ufficiale al comando.

Stando a quanto raccontano testimoni consultati da El País, le cinque celle di cui si componeva il centro di detenzione – dove venivano inviati i detenuti per crimini contro la coalizione – ospitavano spesso più di del numero massimo di detenuti. I turni di guardia erano inoltre a rotazione, così che potevano capitare situazioni nelle quali un militare si trovava a controllare al suo potenziale attentatore del giorno prima, con tutto ciò che questo significa.
Undici morti in dieci mesi – quanto il contingente spagnolo subì tra agosto 2003 e maggio 2004 – danno il quadro della tensione che si registrava tra i militari, che subirono 40 attacchi in 50 giorni a partire dal 4 aprile 2004, data in cui viene attaccata la base Al Andalus a Najaf, una delle zone in cui operavano i militari spagnoli.

Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila

foto: www.genova24.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/genova-non-e-finita-dieci-nessuno-trecentomila/28704/

Genova, 17 giugno 2012 – Sono passati undici anni dal G8 di Genova e dalla “macelleria messicana”, come vennero definite le torture e le violenze perpetrate ai danni dei manifestanti da qualcuno che lo Stato italiano non ha ancora trovato, mentre chi gestiva l'ordine pubblico in quei giorni è stato promosso anche per i servigi resi in quell'occasione.
A undici anni di distanza, però, c'è ancora chi le conseguenze di quei fatti le paga sulla propria pelle, come i dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio” - un reato istituto in realtà per fini politici durante il regime fascista - e condannati in secondo grado a pene che vanno dagli otto ai tredici anni di carcere, per un totale complessivo di cento anni di carcere (neanche avessero rubato tramite banca).
«Lanciamo questo appello a tutte e tutti» - si legge in un comunicato di Radio OndaRossa[1] - «alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell'udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l'accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio». Dieci i possibili capri espiatori; nessuno, il numero dei condannati tra coloro che perpetrarono le torture; trecentomila, il numero di coloro che invasero le strade di Genova nel luglio di undici anni fa.
Proprio a loro, e a tutte e tutti coloro che non sono indifferenti al mondo che li circonda, è rivolto l'appello che pubblichiamo di seguito:

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell'ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l'omicidio di Carlo Giuliani, la "macelleria messicana" avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l'ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito "la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, "devastazione e saccheggio", che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una "compartecipazione psichica", anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E' inaccettabile che, a ottant'anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l'annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

Qui per aderire all'appello


Note
[1] Genova non è finita, dieci nessuno trecentomila, Radio OndaRossa, 5 giugno 2012

"Chiamiamola tortura". Campagna per l'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento giuridico italiano

In Italia la tortura non è reato. In assenza del crimine di tortura non resta che l’impunità.
La violenza di un pubblico ufficiale nei confronti di un cittadino non è una violenza privata. Riguarda tutti noi, poiché è messa in atto da colui che dovrebbe invece tutelarci, da liberi e da detenuti.
Sono venticinque anni che l’Italia è inadempiente rispetto a quanto richiesto dalla Convezione contro la tortura delle Nazioni Unite, che il nostro Paese ha ratificato: prevedere il crimine di tortura all’interno degli ordinamenti dei singoli Paesi.
Quanto accaduto nel 2001 alla scuola Diaz ha ricordato a tutti che la tortura non riguarda solo luoghi lontani ma anche le nostre grandi democrazie. Il caso di Stefano Cucchi, la recente sentenza di un giudice di Asti e tanti altri episodi dimostrano che riguarda anche l’Italia.
Per questo chiediamo al Parlamento di approvare subito una legge che introduca il crimine di tortura nel nostro codice penale, riproducendo la stessa definizione presente nel Trattato Onu. Una sola norma già scritta in un atto internazionale. Per approvarla ci vuole molto poco.


Per aderire:
segreteria@associazioneantigone.it oppure clicca qui

"Diaz" quotidiane. Viaggio nelle "carceri per sans papiers"

foto: tuttosquat.net
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/diaz-quotidiane-viaggio-nelle-carceri-per-sans-papiers/27407/

LAMPEDUSA, 6 maggio 2012 – «Non aver elencato, almeno nei titoli di coda del film Diaz, i nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati, mi ha fatto ricordare il rapporto finale sui desaparecidos in Argentina, presentato all'opinione pubblica senza l'allegato con i nomi dei responsabili dei crimini, e un proverbio: la vipera morde chi è scalzo», scriveva su Il Manifesto, due giorni fa Luis Mario Borri, in merito al film di Daniele Vicari che – da quel che si legge in giro – è ben altra cosa da quella denuncia sociale che il sottotitolo - “don't clean up this blood”, “non pulire questo sangue” - preannunciava. Ma da Genova 2001 di tempo ne è passato. Perché, allora, “addomesticare” un film che avrebbe potuto invece essere ben altra cosa?

Da Genova 2001, comunque, le “Diaz” si sono moltiplicate. Oggi si chiamano Centri di Identificazione ed Espulsione, luoghi nei quali i migranti entrano solo perché scappati da paesi in guerra o da paesi “instabili”, dove non c'è il tempo di fare domanda scritta per avere i documenti in regola. Anche perché spesso il posto in cui farla neanche c'è.
Arrivano in Italia e vengono reclusi in questi centri, dove dalla scorsa estate si può rimanere rinchiusi anche un anno e mezzo senza aver commesso alcun reato penale (al massimo si tratta di un illecito amministrativo). E mentre si aspetta ci si ritrova in mezzo a pestaggi non denunciati per paura – quando non vengono direttamente investiti dai mezzi delle forze dell'ordine come avvenuto al Centro di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano[1] - psicofarmaci, sedativi dietro sbarre alte sette metri e filo spinato. È stato registrato più di un caso in cui a finire in questi centri siano ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, in quanto l'Italia dà la cittadinanza a ragazzi nati da genitori italiani all'estero, che magari con il nostro paese non hanno il minimo contatto (ma che molto aiutano i governi con il voto delle “circoscrizioni estere”) trattando i cosiddetti “G2”, i figli di genitori non italiani nati però nel nostro territorio, come veri e propri “stranieri nella loro nazione”, come cantava nel 2006 Amir, rapper di padre egiziano ma romano di nascita e accento.
Una situazione denunciata sia dalla commissione Diritti Umani del Senato, che lamenta anche l'assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento, e dall'Organizzazione delle Nazioni Unite. Non proprio quelle che si definirebbero “organizzazioni estremistiche”.
Tutto, peraltro, viene fatto senza che ai giornalisti venga permesso di entrare.

Storia di De Tormentis, la democrazia e le torture di Stato in Italia


«In questo paese ci sono più persone che scrivono libri di quelle che li leggono» diceva un mio vecchio professore universitario, e che il nostro sia un paese di non-lettori non è certo una novità. Capita, peraltro, che ci siano poi delle vere e proprie “bolle” su libri che vengono creati raffazzonando materiale altrui e leggende metropolitane, ma che hanno però tutte le luci della ribalta (nonché varie ospitate e trasmissioni speciali sulla terza rete Rai) e libri che, magari anche solo in parte, tentano di spostare quei riflettori sulle tantissime zone d'ombra della nostra storia e che, per questo, non godono della stessa fortuna.

Proprio uno di questi ultimi casi potrebbe permettere al nostro paese di fare un salto di qualità, una crescita intellettuale se vogliamo, favorendo una discussione che da troppo tempo viene rimandata e che riguarda una manciata di anni, quelli che i libri di storia hanno definito “di piombo”. Il libro in questione è “Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata”, scritto dal giornalista Nicola Rao nei mesi scorsi ed edito da Sperlink&Kupfer.

Premetto che ancora non ho avuto modo di mettere le mani sul libro, per cui questa non sarà assolutamente una recensione. Quello che mi interessa, invece, viene sviscerato su internet in questi giorni grazie al prezioso lavoro del blog Baruda.net. Ad oggi, il tentativo di raccontare dei metodi illegali usati dallo Stato (no, qui non esistono pezzi di Stato “deviato” e “non-deviato”) contro i gruppi che, a sinistra, scelsero la lotta armata tra i Settanta e gli Ottanta sono stati affrontati solo da due libri (al contrario dei tanti – non sempre utili – scritti sulla criminalità organizzata): uno è quello, appena citato, di Nicola Rao. L'altro si chiama “Le torture affiorate”, fa parte di una più ampia collana (cinque libri) chiamata “Progetto Memoria”, una «ricerca storico-documentaria sull'esperienza armata che ha attraversato l'Italia negli anni 70-80», come è possibile leggere sul sito della cooperativa “Sensibili alle foglie” (fondata nel 1990da Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino nel carcere romano di Rebibbia), un altro dei libri che difficilmente vedremo “recensiti” da Fabio Fazio e soci.

Si è sempre detto, a torto, che “i cattivi” fossero gli operai, gli studenti o i “militanti” che scelsero la lotta armata e che i “buoni” fossero gli uomini dello Stato, belli e ligi al dovere ed al rispetto delle regole come quelli che ti fanno vedere nei “serial” in televisione. Poi, però, arriva un De Tormentis qualunque a scombinare i piani.

Cani d'onore

«All'inizio procuravo randagi ai circhi: servivano per nutrire le tigri. Poi ho cominciato a rubare dobermann: li prendevo a Palermo e li portavo a Catania. Questi cani servono ai contadini delle masserie per ammazzare in modo rapido i maiali: un morso al collo e via. Sa, questa è un'antica tradizione delle campagne siciliane. [...]chiudo il cane in una stanza buia. Lo lascio per tre giorni senza cibo. Poi lo alimento solo con carne cruda. Lo tengo costantemente bendato. Dopo due settimane, lo tolgo di prigionia e lo porto con me, al guinzaglio, al parco Bellini. Libero il cane davanti alle papere che popolano il laghetto: se il cane ne azzanna una e l'uccide, è pronto per il combattimento. Allora incomincio a nutrirlo di galline vive. Solo a questo punto passo alla seconda fase dell'addestramento e abituo l'animale alla lotta sul ring. Di nuovo non gli do cibo e lo lascio legato quasi completamente al buio dentro una stanza. Sulla sua testa metto una lampada fortissima, da sala da biliardo. Poi gli tiro addosso un gatto vivo, fissato per una zampa con una corda al soffitto. Una volta sul ring, il cane troverà la stessa lampada alogena, intorno il buio e davanti un cane ringhioso. E secondo il noto riflesso di Pavlov, la sua aggressività scatterà automaticamente».

A parlare così, nel 1993, è un addestratore di cani da combattimento intervistato dal settimanale “L'Europeo”. Per qualcuno – gli animalisti – è la descrizione di un incubo. Per altri di un business. E pure proficuo.
Tre miliardi è il guadagno che ogni anno arriva alla criminalità organizzata (e non solo) dalla zoomafia, cioè lo «sfruttamento degli animali per ragioni economiche, di controllo sociale, di dominio territoriale, da parte di persone singole o associate o appartenenti a cosche mafiose o clan camorristici» per citare la definizione che circa un decennio fa ne ha dato la LAV (Lega Anti-Vivisezione).
Un terzo degli introiti deriva dall'ippica, in particolare dalle corse clandestine di cavalli di cui alle volte possiamo leggere sui giornali o vedere al tg. Sono poi affari come il traffico internazionale di cuccioli (gatti e cani per lo più) o della fauna selvatica a costituire alcune importanti fonti di guadagno.
Tra queste ruolo importante, seppur con uno tra i fatturati più bassi (“solo” trecento milioni l'anno) c'è il fenomeno dei combattimenti tra animali.

Come evidenzia il Rapporto Zoomafia 2010 della LAV il giro d'affari è così costituito da:
Truffe nell'ippica e corse clandestine di cavalli1miliardo
Business canili e traffico cuccioli500 milioni
Traffico fauna selvatica o esotica, bracconaggio            500 milioni
“Cupola del bestiame”400 milioni
“Malandrinaggio” di mare300 milioni
Combattimenti fra animali 300 milioni

A queste sono poi da aggiungere alcune attività “secondarie”, quali il mercato delle videocassette dei combattimenti e – in particolare – quello delle scommesse, sia illegali (6.500 milioni annui) che legali (2.200 milioni all'anno, dati Eurispes).

Dopo i cavalli, gli animali maggiormente “trattati” dalla criminalità organizzata sono i cani. Traffico internazionale e combattimenti le attività che li interessano.

Sulla tortura. Processo alla civiltà democratica


«Venganza». «Vendetta». È questa la definizione - più o meno - condivisa nel dibattito spagnolo in merito all'"affaire Bin Laden". È stata la mossa migliore eliminarlo dopo averlo a lungo cercato (operazioni "Search&Destroy" si chiamano in gergo) o forse sarebbe stato meglio - nell'ottica europea, patria dei "diritti umani universali" - prenderlo vivo e processarlo dinanzi alla Corte di Giustizia de L'Aja?
Nel dibattito mondiale le domande sull'operazione che ha portato al supposto (dato che non sono ancora state divulgate prove effettivamente valide) omicidio dello sceicco del terrore è in pieno svolgimento. A rinfocolare un dibattito ancora nel vivo ci hanno pensato le ultime rivelazioni dei media, che ormai danno per certo che tutto sia partito dalle confessioni - estorte con la tortura - di un detenuto "di lusso" di Guantánamo Bay: Khaled Sheik Mohammed, considerato la mente degli attacchi aerei dell'11 settembre.

Prima di addentrarci nello specifico, però, è opportuno ricordare che il Khaled Sheik Mohammed è la stessa persona arrestata in Pakistan nel 2003 e soggiornante presso il "carcere" di Guantánamo dal 2006, peraltro in stato di assoluto isolamento. Come è possibile, dunque, che una persona esclusa dalle dinamiche quaediste da cinque anni in territorio cubano-statunitense conosca quel che avviene in Pakistan, non esattamente dietro l'angolo? Qui esistono - a mio modo di vedere - tre ipotesi fattibili: a) Osama Bin Laden è da anni in Pakistan (ed a questo punto si potrebbe discutere se i governi di Pervez Musharraf e di Yousaf Raza Gillani succedutisi in questo decennio ne fossero al corrente o meno); b) l'isolamento di Guantánamo non è poi così "isolato" e dunque le notizie nel network quaedista circolano tranquillamente anche tra i detenuti; c) quella della confessione è una notizia farlocca venduta ai giornalisti per chiudere la faccenda.

Quel che comunque fa discutere in America ed in Gran Bretagna - dove ormai da anni ci si interroga sui risvolti etici e morali dei conflitti - è se sia stato giusto o meno utilizzare metodi di tortura per estorcere le informazioni che hanno portato all'eliminazione del nemico pubblico numero uno. Insomma, la questione è delle più classiche: il fine giustifica i mezzi?

Bocche cucite (e non è un modo di dire)

Le immagini che seguono sono decisamente forti. Perché ci raccontano ancora una volta quel che non vogliamo sentirci raccontare. Raccontano quello che non vogliamo vedere e che, per sentirci superiori abbiamo iniziato a definire, di volta in volta, "extracomunitari" o "clandestini" senza renderci conto - o rendendocene perfettamente conto, dipende dai punti di vista - di quanto questo imbarbarimento faccia male a loro, ai migranti rinchiusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione per una legge idiota che solo questo stato poteva ideare, e faccia male a noi, che ogni giorno diventiamo sempre più miserevolmente xenofobi, ignoranti e vuoti.
Loro - i migranti - ogni giorno tentano il suicidio ingoiando tutto quello che possono, dai pezzi di vetro alle pile. Ma quel che hanno fatto in quattro al C.I.E. di Torino e poi altri cinque in quello di Gradisca d'Isonzo  è un passo ulteriore verso il baratro a cui la "civile" Italia si sta avvicinando:

Sono immagini che ci pongono di fronte alla "solita" domanda: tra esseri umani diventati "clandestini" con un tratto di penna ed i cittadini che continuano a credere nel berlusconismo come fonte di tutti i mali chi è il più criminale?

Se noi ci siamo autodefiniti dalla parte del "bene" allora chi tutela il male quando il bene si prepara ad ammazzare (o a cucire le bocche, come in questo caso...)?

La Malaunità italiana. Capitolo 1: Il lager di Fenestrelle

«Questa canzone vuole essere la denuncia a quelle verità nascoste che la storia del risorgimento italiano ha sempre ignorato e che ancora oggi nega. Per celebrare tutti i "dimenticati", dedico questa canzone a tutte le vittime, a tutti gli eroi e a tutti i martiri caduti in battaglia, nei campi di concentramento e nelle loro case durante la difesa della propria patria e della propria terra: l'antico Regno delle Due Sicilie. Una preghiera in onore, in memoria e per la gloria di tutti i "briganti", di tutti gli emigranti e di circa un milione di morti...» scrive al termine della canzone “Malaunità” [qui: http://www.youtube.com/watch?v=aIFzaKrd-pI per i lettori da Facebook e ReportOnLine] singolo di lancio di un lavoro – uscita prevista: ottobre 2010 – dedicato ai martiri del Regno delle Due Sicilie Eddy Napoli, probabilmente il volto mediaticamente più noto (è infatti uno degli artisti di riferimento della canzone napoletana e per anni voce solista dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore) della battaglia per ristabilire la Verità sull’Unità d’Italia.
Ho sempre creduto che la musica sia in molti casi veicolo di Cultura migliore rispetto ai libri che tutti noi abbiamo avuto sottomano durante gli anni delle scuole dell’obbligo e – per chi le frequenta – durante i corsi universitari per un semplice motivo: i libri di Storia sono scritti dai vincitori, per cui tutto quello che abbiamo studiato e su cui siamo stati interrogati è spesso una pura invenzione necessaria a creare lo splendore di figure che altrimenti ben altra fama avrebbero.
0 Potete scaricare la canzone da qui: www.musicanapoletana.com/eddynapoli_malaunita.zip. Viene lasciata in free download perché l’intento dichiarato è quello di fare opera di divulgazione sull’imbroglio con cui da 150 anni ci definiamo “italiani”. Già, ma di cosa stiamo parlando? La storia ufficiale ci ha sempre detto che l’annessione del Regno delle Due Sicilie fu attuata come opera caritatevole dei piemontesi per evitare il tracollo del regno borbonico. Ma è davvero così?
Che il Regno delle Due Sicilie non fosse un paradiso è affermazione banale (parliamo pur sempre di uno stato gerarchizzato, per cui fallace per definizione), ma come si può affermare che il Regno era vicino alla bancarotta quando, durante la conferenza internazionale di Parigi del 1856, risultò terzo paese al mondo per sviluppo industriale dopo Inghilterra (prima) e Francia (seconda)? Come si può credere alla favoletta del Piemonte caritatevole che salva il Regno quando gli stessi sabaudi erano indebitati quattro volte di più del Regno delle Due Sicilie?

Sorvegliateci i Maroni

C.I.E. di Corso Brunelleschi (Torino) - Habib è stato costretto a scendere dal tetto. Qualche minuto dopo sorvegliateci-thumb le sette di questa mattina, infatti, i vigili del fuoco sono intervenuti per porre fine ai sogni di libertà del 32enne tunisino che, se fosse riuscito a rimanere sul tetto fino a stanotte, sarebbe tornato ad essere un uomo libero, perché proprio domani scadevano i termini per la sua carcerazione nel C.I.E. Per lui, adesso, non sembra esserci altra soluzione che il rimpatrio in Tunisia. È questa la grande “civiltà” delle nostre forze politiche: quella di non avere neanche il coraggio di decidere sulla vita di cittadini stranieri ingiustamente prelevati e rinchiusi sul nostro territorio, così, come novelli Ponzio Pilato, si lavano le mani alla fonte della “civiltà e democrazia” mandando a morte le/gli immigrate/i nei loro paesi d’origine. Ma d’altronde cosa aspettarsi da un paese che – unico al mondo – ha ideato una cosa come il carcere ostativo (il famoso “fine pena mai”)?

«Io non voglio tornare in Tunisia, è un paese povero e io non ho niente. Ho speso duemila euro per tornare in Italia e ci voglio restare». Sono le parole di Habib (il cui nome “ufficiale” è Ben Asri Sabri) al telefono con i e le solidali fuori dal Centro. Habib-Sabri è arrivato nel nostro paese nel 2003, lavorando come pescatore ad Ancona. è stato prelevato al largo di Lampedusa, dopo essere tornato a trovare la famiglia in Tunisia. È stato ospite (come vengono definit* le/i reclus*) prima del Centro di Crotone – chiuso dopo l’incendio che i suoi stessi ospiti avevano provocato – e poi del C.I.E. di Corso Brunelleschi, del quale domani si sarebbero aperte le porte e Habib-Sabri sarebbe tornato ad essere un uomo libero, magari in viaggio verso il Belgio, meta scelta in caso di insuccesso in Italia. Conoscendo la mentalità fascio-borghese di gran parte degli italiani, so già che in questi ultimi minuti quelle poche facoltà intellettive non evaporate per il caldo si saranno inceppate sulla frase «Ho speso duemila euro per tornare in Italia» alla quale è seguita la solita domanda: «ma se era povero, come se li è procurati i soldi per venire in Italia?» Io la risposta la conosco benissimo, ma non ve la dico. Perché la risposta la potete trovare lungo le circa 500 pagine di Bilal, il meraviglioso libro di Fabrizio Gatti, giornalista de L’Espresso che ci ha spiegato nell’unico modo possibile come sia la vita da clandestino: diventando uno di loro.

Le legislazioni passano, i Governi-aguzzini restano…

Centro di Identificazione ed Espulsione di Corso Brunelleschi (Torino) – Habib (Sabri, secondo i registri del Centro) da lunedì è salito sul tetto, ed è ancora lì, nel pieno della sua lotta. Se riesce a resistere fino a venerdì sarà un uomo libero, perché venerdì 23 è la data di scadenza dei 6 mesi massimi di reclusione nei C.I.E. È anche per questo che la sua storia deve circolare il più possibile, perché vincere questa battaglia per Habib significa riguadagnare la libertà, per le altre e gli altri reclus* significa un piccolo passo in più verso la distruzione totale di questi lager che le menti “democratiche e civili” hanno ideato per mantenere ordine e disciplina.
L’immagine che vedete qui di fianco è la scansione della data di scadenza del farmaco somministrato ad Habib per curargli l’asma. Una svista? Se credessi ancora in Babbo Natale, nella Befana o nella Democrazia degli Stati nazionali potrei rispondere di sì, ma la realtà è ben diversa. Perché la Croce Rossa Italiana è qualcosa di ben diverso da quello che la televisione vuole farci credere. Nei C.I.E. la Croce Rossa cura qualunque cosa con aspirine, tranquillanti e psicofarmaci (spesso usati come “ingrediente nascosto” nei cibi); porta i manganelli alle forze del (dis)ordine quando queste devono ricordare ai ed alle recluse chi è che comanda; si gira dall’altra parte quando uno di quelli che nell’immaginario collettivo sono chiamati “poliziotti” – Vittorio Addesso – tenta di stuprare una reclusa (Joy, finalmente libera da qualche settimana). Ma di tutto questo, potete starne certi, non ne verrete mai a conoscenza. Perché tutto quello che gira intorno ai Centri di Identificazione ed Espulsione non è materia di competenza dei pennivendoli italiani, e per trovarne notizie bisogna cercare nei circuiti alternativi (Radio OndaRossa con il programma “Silenzio Assordante” del venerdì alle 17, Radio BlackOut, Macerie e IndyMedia su tutti…), quelli cioè che fanno informazione.
Caro Habib,
siamo tutti con te e facciamo tutto il possibile da Gradisca. Stiamo lottando per combattere questa legge che non deve esistere, e facciamo il possibile. Molti di noi siamo in sciopero della fame, non vogliamo avere niente a che fare col direttore e le guardie, noi non vogliamo niente da loro.
In tanti ci tagliamo ogni giorno come forma di protesta perché i Cie devono essere rasi al suolo. Sappiamo che sei li da più di trenta ore; non ti preoccupare, tieni duro perché siamo molto vicino a te e sappiamo che la tua lotta è anche la nostra lotta.

María Clara Ciocchini

C’è una frase che spesso mi viene in mente quando mi capita di parlare con qualcuno – solitamente ragazz* più piccol* di me – di storia, in particolare quella a me più cara, cioè quella degli anni della contestazione: «la memoria è un ingranaggio collettivo», che credo di aver letto per la prima volta su qualche articolo che parlava dei fatti avvenuti durante il G8 di Genova del 2001 ma di cui ignoro nella maniera più assoluta l’autore (o l’autrice…). Dire che sia importante conoscere la Storia non è certo un’affermazione sconvolgente, perché solo conoscendo quel che è successo ieri si può evitare il reiterarsi degli stessi errori; e solo se si conosce quel che è successo ieri si può sentire un senso di appartenenza per una causa.

Dicevamo che la memoria è un ingranaggio collettivo. Niente di più vero se si pensa alla storia dell’Argentina, in particolare a quel capitolo della storia di quel paese in cui nel giro di poco tempo una feroce dittatura fece sparire qualcosa come circa 30.000 persone, la cui unica colpa era quella di aver risposto un secco no al modello di società che Jorge Videla&soci (con il patrocinio degli stati imperialisti e – seppur in maniera leggermente più defilata – del Vaticano) avevano in mente.  È la storia dei desaparecidos, una storia collettiva per due motivi: perché la storia di quei ragazzi che dalle scuole decisero di fare fin da subito la propria parte per il miglioramento della società nella quale vivevano (facendo attività politica ma anche – e soprattutto – attività sociale come il volontariato nei quartieri poveri) deve essere quotidianamente fonte di ispirazione per le generazioni future, per quelle che sembrano in preda ad una crisi d’identità, inermi di fronte al nuovo potere clerico-capitalistico-fascista dei Padroni e dei potentati vari; e perché la storia dei desaparecidos, così come la storia degli ebrei deportati durante il secondo conflitto mondiale, quella dei palestinesi e dei tanti popoli che lottano per la loro libertà, deve essere una storia che riguarda quasi tutti: almeno coloro che dinanzi al Potere non abbasseranno mai neanche lo sguardo, e quindi non chineranno mai la testa.

Ma la storia dei desaparecidos è collettiva anche per un altro motivo: perché è la storia di 30.000 persone che quell’altra Storia – quella scritta sui libri scolastici e con la maiuscola – ha voluto identificare come un’unica entità. Questo, per quanto sia difficile ottenere notizie su ognun@ di quei 30.000 ribelli, è il terzo post del “dossier desaparecidos”, cioè il mio tentativo di conoscere – e dunque far conoscere – chi era ognuna di quelle anime che, nella notte argentina, sparivano in mare. Questa è la storia di María Clara Ciocchini.

Ancora dalla parte dei terroristi

per i lettori di Report On Line e Facebook

«Sono Omar Khadr, detenuto a Guantanamo. Sono cittadino canadese. Sono stato catturato dai militari americani il 27 luglio del 2002 in Afghanistan. Mi hanno sparato alla schiena, alla spalla sinistra e alla destra, e una pallottola mi ha colpito all’occhio sinistro. Per una settimana sono rimasto in coma. al risveglio, un soldato mi ha detto che avevo ucciso un soldato americano con una bomba a mano. In barella, sono stato immediatamente trasportato nel carceredi Bagram dove sono iniziati gli interrogatori. Poiché non fornivo loro le risposte che volevano, il primo che mi faceva domande, un biondino magro sui 25 anni, ha cominciato a tormentarmi le ferite. Sono scoppiato a piangere, per le torture e il dolore. Quando sono stato catturato avevo 15 anni».
No, non è l’incipit del nuovo libro di Tom Clancy e neanche la scena iniziale di uno dei tanti film “alquaedisti” di qualche regista americano. Sono invece le parole che si trovano all’inizio delle nove pagine che compongono la dihiarazione giurata del detenuto Omar Khadr rilasciata il 22 febbraio 2008 – ed in parte censurata dal Pentagono – entrate in possesso del quotidiano “Il Manifesto” che le pubblicava nella giornata di ieri in un articolo a firma Claudio Magliulo.
C’era un’altra notizia – riportata sopra quella appena citata – alla quale è stata dedicata molta meno attenzione di quanto avrebbe meritato. Una notizia che avrebbe dovuto far scalpore, anche se non arriva di certo imprevista e non lascia, o quantomeno non dovrebbe lasciare, shockato il lettore mediamente informato: nelle settimane scorse negli Stati Uniti è stato pubblicato un rapporto nel quale la Physicians for  human right (Phr), una organizzazione non governativa composta da medici il cui compito è quello di monitorare l’attività dell’esercito e dei servizi segreti, denuncia come la Cia abbia assoldato medici e psicologi nella “guerra al terrore” ed il cui compito era probabilmente ben peggiore dei militari, anche di quelli tristemente noti delle torture del carcere di Abu Ghraib: utilizzare i detenuti musulmani come cavie da laboratorio. Il motivo dell’uso di questi novelli Josef Mengele era duplice: da una parte testare la tenuta di tecniche di tortura quali il waterboarding e la deprivazione sensoriale, dall’altra – per usare le parole di uno degli intervistati di “Taxi to the dark side” il documentario vincitore dell’Oscar di categoria due anni fa di Alex Gibney che vi ripropongo all’inizio di questo articolo - «pararsi il culo» da possibili responsabilità penali una volta esploso il “bubbone” della tortura.