Visualizzazione post con etichetta cie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cie. Mostra tutti i post

Dal Sahara a Lampedusa, quel traffico di migranti tra criminalità e violenze (Bloglive.it)

Questo articolo è uscito su Bloglive.it il 12 novembre 2013

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo è riuscita ad arrestare Elmi Mohamud Muhidin, cittadino somalo di 34 anni riconosciuto dai superstiti eritrei del naufragio dello scorso 3 ottobre come l’organizzatore del loro viaggio, terminato con 366 vittime. L’uomo è accusato di sequestro di persona, tratta di esseri umani, associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violenza sessuale. Insieme a lui è stato fermato anche uno scafista di nazionalità palestinese, tale Attour Abdalmenem, 47 anni, non legato allo sbarco del 3 ottobre.
Grazie all’identificazione di Muhidin, gli investigatori sono riusciti a fare un passo avanti nelle indagini, venendo a conoscenza dell’identità di uno dei capi dell’organizzazione transnazionale che gestisce il traffico di migranti tra Corno d’Africa, Sahara, Libia e coste italiane.

L’amico degli italiani “che contano”. Le vittime del naufragio erano tutte di nazionalità eritrea, in fuga dal regime di Isaias Afewerki, in carica dal 1993 e una lunga lista di amici “che contano” in Italia (come Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi, che nel 2004 accompagnarono Afewerki a conoscere gli alpini a Trieste, mentre nel suo Paese faceva massacrare gli studenti) sono state intercettate nel deserto al confine tra Sudan e Libia da un gruppo di somali. Qui sono stati caricati a bordo di pick up armati di mitragliatrici e portati in un campo di prigionia – un vero e proprio “campo di concentramento”secondo il procuratore aggiunto di Palermo Maurizio Scalia – dove sono stati torturati con manganelli e scariche elettriche. Alcuni di loro, raccontano i migranti sopravvissuti, sono stati legati dai trafficanti con delle corde collegate tra piedi e collo, “in modo che anche il minimo movimento creava un principio di soffocamento”. Si tratta di campi illegali come quello di Agedabia, a sud di Bengasi o di Agadez (Niger) dove i migrati vengono letteralmente parcheggiati in attesa delle migliori condizioni – atmosferiche ed economiche – per continuare il viaggio.

I campi di concentramento del terzo millennio. In questi centri, le donne vengono violentate, quando non vengono date “in dono a gruppi paramilitari, armati di mitragliatori Ak-47”. “Una sera”, ha raccontato una giovane vittima delle violenze agli inquirenti italiani, “dopo essere stata allontanata dal mio gruppo sono stata costretta con la forza, dal somalo [Muhidin, ndr] e da due suoi uomini, ad andare fuori.

Caso-Shalabayeva, il "fattore culturale"

foto: grr.rai.it

Roma – Si è parlato di fattori geo-economici e di diritti umani dimenticando forse un aspetto che emerge in maniera sempre più evidente con l'emergere dei dettagli dell'extraordinary rendition di Alma Shalabayeva e della piccola Adua, rispettivamente moglie e figlia di quel Mukhtar Ablyazov dipinto alla stregua di uno dei più importanti nomi del terrorismo internazionale da due funzionari dell'ambasciata kazaka, di cui uno è il più alto in grado, l'ambasciatore Andrian Yelemessov. Un aspetto, per certi versi, culturale.

Chi scrive non è esperto di questioni tecniche interne ai rapporti diplomatici, ma non credo che un ambasciatore di un qualsivoglia Paese possa entrare al Palazzo del Viminale – cioè la sede del Ministero dell'Interno – chiedere e ricevere audienza dal capo di gabinetto, Giuseppe Procaccini, ovvero dal braccio destro del ministro (Angelino Alfano, nello specifico) e vedersi mettere un intero apparato di sicurezza a disposizione per gli interessi suoi e dello Stato di cui è ambasciatore.

“Uso personalistico della res publica”. È questo ciò a cui stiamo assistendo (oltre a quanto già evidenziato nei giorni scorsi) nell'affaire-Shalabayeva, che si voglia credere o meno alle giustificazioni del governo.

Perché se – come sempre più i fatti rendono chiaro – esistono delle colpe politiche allora quegli stessi rappresentanti delle istituzioni devono dimettersi, soprattutto Alfano. Come scrive Ezio Mauro su Repubblica, infatti «Se davvero non sapeva, deve dimettersi perché evidentemente la sede è vacante, le burocrazie di sicurezza spadroneggiano ignorando i punti di crisi internazionale, il paese non è garantito».

Per quanto riguarda Emma Bonino, ministro degli Esteri fin da subito vista come l'unico politico “di prestigio” internazionale – il cui dicastero ha tenuto a precisare di non avere voce in capitolo su espulsioni – e che per prima ha parlato di «figura miserabile» fatta dal nostro Paese (che si aggiunge comunque ad una già ampia e storica sequela) si faccia lei stessa “ambasciatrice dei diritti umani italiani”, voli in Kazakistan e torni solo quando da quello stesso aereo potranno scendere anche Alma Shalabayeva e sua figlia. Sarebbe l'unico modo per riabilitarla agli occhi degli italiani.

Se invece, dall'altro lato, si vuole credere ai “non sapevamo”, questo significa che esisterebbe un sistema, quelle «burocrazie di sicurezza» di cui parla il direttore di Repubblica, formate in questo caso dagli uomini degli apparati di sicurezza che hanno materialmente autorizzato ed eseguito l'extraordinary rendition, che si muove al di sotto ed a prescindere dal Governo. Una possibilità che, se i fatti non la stessero smentendo, sarebbe tanto grave quanto inquietante.

Il caso Shalabayeva pone l'Italia al bivio tra diritti umani e contratti petroliferi

foto: tg.la7.it

Roma - «La signora Shalabayeva potrà rientrare in Italia, dove potrà chiarire la propria posizione». Il governo (non) chiude la vicenda dell'extraordinary rendition di Alma Shalabayeva e, anzi, dà prova di non aver ancora capito come gestire la questione. Dopo la lettura della nota emanata dal governo, con il premier Enrico Letta che ha chiesto un'indagine in merito è lecito porre una domanda: dando per scontato che il Kazakistan non ha alcuna intenzione di liberare la donna e sua figlia, come intendiamo farle rientrare in Italia?
Qualora ciò avvenisse, comunque, quale sarà il nuovo atteggiamento italiano verso il Kazakistan? Si schiererà con il regime, preservando contratti e rapporti economici o i diritti umani, schierandosi dunque contro il regime (e presumibilmente facendo sfumare tutti i contratti)?

Approfondimento: Pasticcio kazako, l'Italia non è un paese per i rifugiati politici. Tutti gli scivoloni governativi da Ocalan in poi 

Quer pasticciaccio brutto. Ricapitolando: tutto avviene nella notte tra il 28 e 29 maggio, quando circa cinquanta uomini della Digos prelevano dalla villetta di Casal Palocco in cui abitano Alma Shalabayeva e sua figlia di 6 anni, rispettivamente moglie e figlia di Mukhtar Ablyazov, tra i principali oppositori del regime kazako guidato fin dal 1991 dal 73enne Nursultan Nazarbayev, che con il nostro paese intrattiene rapporti economici (come per le risorse naturali del giacimento di Kashagan, contratto firmato con l'Eni) e di amicizia (con Silvio Berlusconi).
Il motivo del blitz è che la donna viene considerata una migrante clandestina in quanto in possesso di passaporto giudicato falso. Successivi accertamenti hanno invece stabilito l'autenticità del documento, un passaporto diplomatico che riportava il cognome da nubile della donna (Ayan) rilasciato dalla Repubblica Centroafricana [qui la lettera dell'ambasciata kazaka]. Da lì la Shalabayeva viene portata prima al C.I.E. di Ponte Galeria e poi messa su un volo privato noleggiato direttamente dall'ambasciata kazaka senza che nessuno, nei ministeri, ne sapesse niente.

Non tutti (non) sapevano. Dalle ricostruzioni emerse in queste ore, però, la realtà che viene fuori è un po' diversa. Della vicenda era a conoscenza il ministero degli Esteri, che attraverso il Cerimoniale Diplomatico il 29 maggio invia un fax – firmato dall'addetto Daniele Sfregola - all'ufficio Immigrazione della questura di Roma che chiedeva conferma sull'immunità diplomatica della donna. La Farnesina risponde che Alma Shalabayeva non gode dell'immunità. Decade quindi il primo dei “non sapevo”, a meno che il ministero non abbia sostanzialmente risposto senza fare alcuna verifica, abbastanza improbabile.

L'"extraordinary rendition" di Alma Shalabayeva un patto politico per chiudere l'affaire-Eni?

Roma – Sui giornali inglesi si parla apertamente di “deportazione”. In Italia si usa un più cauto “espulsione”. Sta di fatto che – al di là delle questioni terminologiche – molti sono gli interrogativi legati alla consegna di Alma Shalabayeva e di sua figlia al Kazakistan, rispettivamente moglie e figlia di Mukhtar Ablyazov, in esilio a Londra dal 2009 in quanto oppositore del dittatore kazako Nursultan Nazarbayev, “caro amico” dell'ex premier Silvio Berlusconi, che così lo definì nel suo viaggio in Kazakistan del 2010. 

La dinamica. Tutto, stando alle ricostruzioni di questi giorni, avviene nella notte tra il 28 e 29 maggio, quando una squadra della Digos (composta, sembrerebbe, da ben cinquanta uomini) fa irruzione in una villetta a Casal Palocco, Roma. L'obiettivo è Ablyazov, ex banchiere, sul quale pende un mandato di cattura internazionale emesso dal governo del suo paese, che lo accusa di aver organizzato una truffa milionaria attraverso la banca Bta. Nel 2003 Ablyazov viene anche arrestato e torturato nell'ambito di un processo che Amnesty International ha più volte contestato, evidenziando inoltre il trattamento non certo “umanitario” fornito agli oppositori politici in carcere. (qui e qui)
L'uomo però non è nella villetta, abitata invece dalla moglie, dalla figlia e da un cognato. Nessuno capisce cosa sta avvenendo per un semplice motivo: i tre parlano solo russo, i poliziotti solo italiano.

Sta di fatto che la donna – la quale gode di un permesso d'asilo in tutta l'Unione Europea e di un passaporto diplomatico rilasciato dalla Repubblica Centrafricana, con il nome di Alma Ayan - viene accusata di detenzione di passaporto falso e portata al Centro di Identificazione ed Espulsione romano di Ponte Galeria, da dove verrà poi imbarcata su un “bombardiere BD-100-1A10 Challenger” noleggiato dall'ambasciata kazaka, appartenente – stando alla ricostruzione che ne fa lo stesso Ablyazov sul suo sito – alla compagnia austriaca “Avcon Jet”, costo del noleggio: 400.000 euro. D'altronde il nostro è ormai diventato un paese di voli illegali e rapimenti, come il caso Abu Omar o il disinvolto uso del nostro spazio aereo e dei nostri aeroporti per operazioni di extraordinary rendition della Cia dimostrano. Da chiarire dunque c'è già un primo aspetto: con chi il governo kazako si è accordato per permettere l'atterraggio dell'aereo?

Approfondimento #1: il memoriale scritto da Alma Shalabayeva (in inglese);

Campagna "FrontExit": se l'Europa combatte un nemico inventato

The Enemy from Frontexit on Vimeo.

Lampedusa (Agrigento) – “L'Europa è in guerra, contro un nemico immaginario”. A dirlo sono organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani come Migreurop, che un mese fa, con questo slogan, hanno lanciato la campagna FrontExit  ( Qui il testo dell'appello, in inglese.) per denunciare l'opaco operato di Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne dell'Unione nata nel 2004 con sede a Varsavia. Uno dei perni principali su cui si basa la politica della Fortezza Europa, fatta di Centri di Identificazione ed Espulsione ed accordi bilaterali sulla esternalizzazione delle frontiere.

Rifugiati, richiedenti asilo, rifugiati. Sono questi i “nemici immaginari” - o inventati, secondo una certa politica – contro cui l'Europa ha scatenato il suo esercito, come si vede nel video di lancio della campagna, la quale presentata anche al recente Social Forum di Tunisi, dove è stato chiesto all'agenzia, agli Stati membri ed ai Paesi terzi partner e co-firmatari di accordi bilaterali di assumersi la responsabilità delle loro azioni – rappresenta il primo passo per la creazione di un movimento internazionale volto a migliorare la trasparenza, il rispetto dei diritti umani ed a mettere fine al sistema di impunità che tutela l'agenzia.

42.000 chilometri di costa, 9.000 di frontiere terrestri e 300 aeroporti internazionali. È questo ciò di cui si occupa Frontex, una istituzione «quasi militare, coinvolta nell'intercettazione dei migranti alle frontiere e nel loro rimpatrio forzato» e – come evidenziano le organizzazioni che hanno firmato la campagna – dalla libertà di manovra «sproporzionata, poco chiara e pericolosa» negli anni è infatti diventata un'agenzia indipendente dagli altri attori dell'area, forte dei milioni investiti dall'Unione Europea e della possibilità di stringere accordi con terzi, scavalcando così governi nazionali ed istituzioni europee predisposte.

Dai 19 miliardi di euro per il 2006, si è passati ai 118 del 2011, quando il Parlamento Europeo – che annualmente ne approva il budget – è stato costretto a rivedere in parte il mandato dell'agenzia, il cui approccio ai diritti umani rimane però «largamente criticabile e limitato» secondo Migreurop. Denaro che, naturalmente, viene utilizzato anche all'interno del sempre più ampio indotto delle industrie che sviluppano gli equipaggiamenti, tra i quali anche radar e droni.

Oltre alla questione umanitaria e quella economica, le organizzazioni che ruotano intorno alla campagna sollevano anche una questione legale: chi è responsabile dei diritti violati dei migranti? Per dirla meglio: quali nomi dare ai i genitori dei tanti migranti respinti nelle carceri o nei centri di detenzione temporanea libici o morti durante la traversata in mare? Chi denunciare per la violazione del diritto universale alla migrazione – e dei diritti a questo connessi, come il diritto d'asilo o ad un trattamento dignitoso - che è invece una libera circolazione del ricco verso il povero (e la chiamano “esportazione di democrazia”) ma non del povero verso il ricco, che diventa “emergenza immigrazione”?

Action de lancement Frontexit from Frontexit on Vimeo.

Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/campagna-frontexit-se-leuropa-combatte-un-nemico-inventato/40972/

Se i tagli al welfare aiutano i trafficanti di esseri umani

foto: : http://fightslaverynow.org/

Roma – Ha fatto arrestare 22 persone permettendo alla giustizia italiana di smantellare una rete nigeriana di trafficanti di esseri umani che si muoveva lungo tutta la penisola. Eppure lo Stato italiano, grazie ai tagli al welfare, rischia di diventare il primo alleato di questi ultimi.

Torino, Milano, Verona, Reggio Emilia, La Spezia, Crotone, Salerno. Sono alcune delle città toccate dall'Operazione "Caronte" della Guardia di Finanza, che lo scorso novembre ha permesso di smantellare uno dei nodi del traffico di esseri umani che dalla Nigeria, principalmente dallo stato di Edo e dalla sua capitale Benin City, dal quale arrivano ogni anno 6.000 vittime (giro d'affari annuo di oltre 228 milioni di dollari) secondo l'UNODC, l'agenzia ONU per la lotta alla criminalità organizzata porta le ragazze in Europa, con la promessa di un lavoro sicuro e la costrizione a prostituirsi per ripagare il debt bondage, il debito che queste ragazze devono pagare per essere arrivate nella “ricca” Europa.

Per H., ancora minorenne oggi protetta in una comunità di accoglienza, questo debito era di trentacinquemila euro, al quale si aggiunge anche il “juju”, un rito vodoo tipico del racket nigeriano che rappresenta una sorta di assicurazione per i trafficanti. Quando è stata fermata dalla Guardia di Finanza aveva solo due possibilità: essere espulsa dall'Italia o denunciare i suoi trafficanti. L'Operazione “Caronte” è stata possibile anche grazie alla sua preziosa testimonianza, che ha permesso alla Direzione Distrettuale Antimafia di conoscere nomi e volti di questa rete.
Una madam riceveva le foto delle ragazze via mail e, come stesse sfogliando un catalogo, sceglieva quali far arrivare in Europa e quali no. Alcune ricevevano un biglietto aereo dai trolleys, i reclutatori che, spesso, conoscono direttamente le famiglie delle vittime. Le altre dovevano invece passare attraverso il lungo viaggio fino alle coste libiche e poi Lampedusa, sperando di non essere rinchiuse in un Centro di Identificazione ed Espulsione. 

È proprio grazie al coraggio di queste ragazze – in un sistema che vede però l'obbligo di denuncia come condizione imprescindibile per avviare il procedimento di protezione – che molte operazioni contro questo traffico internazionale sono state concluse. Ma il sistema di protezione costa, attualmente, 8 milioni. Troppi per lo Stato italiano che, dal 2014, ha deciso di destinarvi solo 5 milioni.
Un taglio di 3 milioni che dimostra, ancora una volta, come lo Stato italiano non abbia alcuna intenzione di combattere il sistema mafioso, nazionale o internazionale che sia.

Approfondimenti:
 La mafia nigeriana fra voodoo e computer
Gnosis-Rivista Italiana di Intelligence, n.2/2005 http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista3.nsf/servnavig/15
The curse of “juju” that drives sex slaves to Europe
Jenny Kleeman, The Independent, 7 aprile 2011 http://www.independent.co.uk/news/world/europe/the-curse-of-juju-that-drives-sex-slaves-to-europe-2264337.html

Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/se-i-tagli-al-welfare-aiutano-i-trafficanti-di-esseri-umani/40965/

Trovato su un gommone il tariffario dei trafficanti di uomini: 800 euro per passare il Mediterraneo

foto: amnesty.it
Lampedusa - Rotta Leixoes (Portogallo)-Tasucu (Turchia), lunedì 15 aprile. La nave cargo olandese Abis Bremen avvista un gommone. Uno di quella che verrà contabilizzato nella nuova, ennesima, “emergenza”. Il porto più vicino è quello di Pachino, nel siracusano, ma non ci sono migranti da salvare, perché tutti i 24 occupanti – come scoprirà poi il capitano della nave – sono stati portati in salvo la notte prima.
Sul gommone sono rimasti – come scrive Raphael Zanotti per La Stampa di ieri – solo documenti, fotografie, abiti, i contatti europei che i migranti avrebbero utilizzato una volta sbarcati e, soprattutto, il “tariffario”. Un semplice foglio di carta, a righe, con i nomi dei migranti trasportati ed accanto una cifra: 800 dollari per gli uomini, cento in meno per le donne. Tanto costa l'ultima parte del viaggio verso la Fortezza Europa, dopo l'imbarco a Tripoli ed il viaggio tra deserto, banditi e polizia di frontiera.

Sono 24 i nomi dei “paganti”, che vanno ad aggiungersi ai più di 600 migranti sbarcati nelle ultime settimane. Per loro il Mare Nostrum – dati i tanti migranti morti prima di arrivare sulle coste italiane o greche sarebbe forse il caso di chiamarlo “Mare Mostrum” - ha deciso di essere clemente, anche se l'ingresso nella fortezza europea non dà certo un biglietto di benvenuto. Con i documenti rimasti sul gommone, infatti, i migranti verranno prima inviati nei Centri di Identificazione ed Espulsione per essere identificati, ma il riconoscimento della loro identità, il ritorno allo status di persone, imporrà loro la fine del viaggio (a differenza di quel che si crede, infatti, in molti puntano ad arrivare nei paesi del Nord Europa) perché proprio quella “riconciliazione” li bloccherà nell'Europa meridionale dei loro diritti negati, costretti dal Dublino II a fermarsi alle soglie della Fortezza in attesa di essere rimpatriati, Respingendo le loro aspettative al punto di partenza.

Bologna: dall'11 al 13 aprile cie, economia e diritti migranti al centro del #ProMiGrÈ 2013

foto: www.comune.bologna.it

Bologna – Si terrà tra giovedì 11 e sabato 13 aprile ProMiGrÈ, il festival delle migrazioni e delle genti organizzato da Arci Bologna e dall'associazione universitaria ProGré con il contributo della CGIL e dell'Università di Bologna.

«Se l'anno scorso l'intento del festival è stato quello di riunire cittadini, associazioni, esperti, accademici, politici ed operatori che si interessano dei temi dell'immigrazione per sfatare insieme i luoghi comuni che troppo spesso inquinano il discorso politico e mediatico a riguardo, quest'anno il ProMiGrÈ vuole andare oltre e diventare luogo di proposta concreta su come cambiare quel che non funziona e dotare finalmente il nostro paese di una politica migratoria nuova, efficace, lungimirante. E soprattutto, rispettosa dei diritti umani», si legge sulla presentazione dell'evento.

Il festival, che si svolgerà tra l'Auditorium Enzo Biagi di Sala Borsa, Piazza del Nettuno e il Cinema Lumière, tratterà tra gli altri dei Centri di Identificazione ed Espulsione, il peso delle e dei migranti sull'economia – legale ed illegale - e sulla popolazione carceraria.
Interverranno, tra gli altri, Amelia Frascaroli, assessore alle Politiche sociali ed al Welfare del Comune di Bologna; Driss Jalal, presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della Provincia di Bologna; Desi Bruno, Garante regionale dei detenuti ed il giurista Fulvio Vassallo Paleologo.
Previsti, inoltre, il reading di Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori e le mostre fotografiche di Giulio Piscitelli, Alessandro Penso e Simona Hassan sui migranti rinchiusi nei Cie ed ai Prati di Carrara, sul dramma dei migranti in Grecia e sulle “seconde generazioni” nonché la proiezione del film “Anija (la nave)” di Roland Sejko, (qui il trailer) sull'esodo dei cittadini albanesi verso l'Italia negli anni '90.

Qui il programma completo: http://www.progre.eu/wp-content/uploads/2012/12/promigre20131.pdf
Qui l'evento facebook: https://www.facebook.com/events/354040594701840/
Su twitter, l'hashtag è #ProMiGrÈ 2013


Questo post lo trovate anche su:
http://www.infooggi.it/articolo/bologna-dall11-al-13-aprile-cie-economia-e-diritti-migranti-al-centro-del-promigre-2013/40165/

Brasile, una telenovela contro la tratta

foto: www.belelu.com
Rio de Janeiro (Brasile) - Può una telenovela arrivare là dove sembra non riuscire completamente la legge internazionale? Può una storia di finzione come lo sono le soap opera essere utilizzata per educare la popolazione, alfabetizzandola – per dirla con Paulo Freire – ad un problema, quello del traffico di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale, tanto globale quanto complesso? A guardare quanto avviene in Brasile o Argentina la risposta è sì.

2,5 i milioni di vittime della tratta secondo l'UNODC – l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine – sono vittime del traffico di esseri umani per sfruttamento sessuale. Un crimine che in Brasile, secondo i dati forniti dalla Segreteria per le politiche per le donne (Secretaría de la Política para las Mujeres, SPM) della Presidenza, dal 2005 al 2011 ha visto 337 casi noti.

Donne tra i 18 ed i 30 anni, con redditi bassi o inesistenti, bassa scolarità e difficoltà nel trovare lavoro l'identikit della vittima-tipo brasiliana, identica in questo alle altre vittime provenienti dall'America Latina, dall'Africa – con Benin City, in Nigeria, a costituire uno dei principali punti di partenza – dell'Asia o dell'Europa dell'Est. «Per questo accettano quelle che, a prima vista, sono eccellenti opportunità di lavoro all'estero o in un'altra zona del Brasile, credendo così di migliorare la propria vita e quella delle loro famiglie», ha raccontato all'agenzia Inter Press Service (IPS, qui un approfondimento) Eleonora Menicucci, ministra per le politiche femminili e titolare dell'SPM.

Oltre alle cause economiche – povertà, disoccupazione, mancanza di opportunità socioeconomiche – e alla violenza di genere, cause generali della tratta, per quanto riguarda le vittime brasiliane ci sarebbe, come ha raccontato Eloisa de Susa Arruda, ministra della Giustizia e della Difesa della cittadinanza dello Stato di San Paulo, anche il “feticcio” della donna brasiliana, la cui immagine «di donna sensuale viene venduta anche all'estero».

Sul fronte giudiziario - dove il Brasile collabora ad una rete di contrasto internazionale con l'aiuto dell'UNODC – gli sforzi sembrano non riuscire concretamente a debellare quello che è il secondo business mondiale, forte da qualche tempo è il lavoro che si sta facendo sul piano culturale, anche grazie ad una delle maggiori telenovelas, “Salve Jorge” trasmessa da Rede Globo, che attraverso la storia di Morena, 18enne brasiliana venduta per 3.000 dollari in Turchia, dove viene costretta a prostituirsi in un night club, è riuscita ad aumentare la consapevolezza del reato e la denuncia su casi specifici.

Denied Access. Viaggio nel purgatorio delle città-satellite (4/4)

foto: peaceculture.org

Atene (Grecia) - 1881 agenti a difesa del confine sul rio Evros, in aggiunta alle pattuglie già presenti e, dal luglio 2011, un muro di 12,5 chilometri alto tre metri concepito sul modello della rete che separa le enclavi di Ceuta e Melilla (territorio marocchino[1]) dal territorio spagnolo e che ha portato ad una diminuzione degli ingressi di circa l'84%[2]. È quello che si sono trovati davanti i migranti che lo scorso 2 agosto hanno tentato di oltrepassare il confine naturale che separa la Grecia dalla Turchia o, se la si vuole leggere in altri termini, la Fortezza Europa dall'esterno. Eccola la “porta d'Europa”. È da qui e non da Lampedusa – come erroneamente fanno credere gli organi di informazione italiani – che, dal 2005, passa più dell'80 per cento dei migranti senza documenti che attraverso l'Europa meridionale tentano di arrivare nei paesi del nord, in un viaggio che per l'eccessiva distanza e per le stringenti leggi del cosiddetto “Dublino II” significa per i migranti rimanere segregati in un purgatorio con Atene come capitale.

La Commissione Europea non esclude l'eventualità di finanziare progetti per rinforzare ancor di più le politiche anti-migranti delegate alla Grecia, in aggiunta ai 676 milioni di euro stanziati da Parlamento e Consiglio attraverso un programma annuale co-finanziato per 10 milioni di euro da Grecia e Fondo europeo per i rimpatri che dovrebbe portare al rimpatrio di 7.000 migranti.

Turchia: sala d'attesa per l'Europa. La Turchia rappresenta una vera e propria “anticamera”. Sia perché è da qui che i migranti passano per arrivare in Grecia sia perché la Turchia si trova – geograficamente e politicamente – a metà strada tra l'Europa e l'esterno. L'esterno, a queste latitudini, si chiama Iran. Tra i due paesi, una barriera naturale lunga 454 chilometri la cui altezza varia tra i 2.500 ai 3.000 metri e la temperatura tra i 4° ed i 6° e le cui cime sono continuamente attraversate da merci e persone in quanto, nonostante la strada accidentata ed il clima spesso improponibile, questo rimane il passaggio più corto, più sicuro e soprattutto meno controllato tra l'Asia e l'Europa.

Urmia, Shahpur e Maku – nella regione iraniana dell'Azarbaijan occidentale (da non confondere con la repubblica dell'Azerbaigian che si trova nella regione caucasica) – sono le tre città dove i vengono raggruppati i migranti e da cui, a bordo di automobili o camion, ci si avvicina ai villaggi transfrontalieri dai quali si tenterà il salto in Turchia.

Denied Access. Il business del migrante (3/4)

foto: owni.eu

Roma - Dall'inizio del nuovo millennio, quando i paesi confinanti con la Fortezza Europa hanno accettato – attraverso accordi come il famoso “trattato italo-libico”[1] - di farsi guardiani delle frontiere europee, non solo perseguendo quel diritto all'emigrare sancito tra gli altri dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 ed al Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, ma anche rendendosi corree delle violazioni dei diritti umani necessarie ai paesi difesi dalla Fortezza per mantenere il proprio status di appartenenza al “mondo dei ricchi”,  in una situazione di vero e proprio subappalto delle frontiere.

Il business del migrante. Dal 1999 – anno in cui in Italia i Centri di Permanenza Temporanea voluti dalla legge Turco-Napolitano diventano Centri di Identificazione ed Espulsione – al 2011 il costo dei 13 centri italiani è stato di 985,4 milioni di euro, di cui solo 287 tra il 2008 ed il 2011, ai quali vanno già aggiunti – in quanto previsti negli allegati alla legge finanziaria 2011 – i 169 milioni per quest'anno ed altri 211 per il prossimo.

Secondo l'Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, il 60% della popolazione dei centri proviene direttamente dal carcere, luogo dove l'identificazione dovrebbe già essere avvenuta. Ciò però non si verifica mai, a seguito di una serie di intoppi e lentezze burocratiche grazie alle quali si crea un vero e proprio corto circuito di legalità – costituito dal sistema carcere-cie che può, come abbiamo visto, reiterarsi praticamente all'infinito – nel quale le ed i migranti si trovano a scontare una pena suppletiva pur non avendo commesso alcun reato ed oltretutto incostituzionale, in quanto il nostro ordinamento prevede sì il cosiddetto “fermo per identificazione”, ma solo per la durata di poche ore, non certo di interi mesi come è invece la permanenza media nei centri. Da qui la ovvia quanto logica domanda: chi ha trasformato i migranti in un vero e proprio business?

Ogni migrante rinchiuso costa in media 45 euro al giorno, con spese che variano dai 24 euro del Centro per Richiedenti Asilo (o Cara) di Foggia ed i 34 del Cie di Bari ai 75 di Modena. Quest'anno, però, tutte le gare d'appalto sono state fatte al ribasso e, ad esempio, al Cie di Bologna la prefettura ha definito un tetto massimo di 28 euro giornalieri anche se – come denunciava Anna Maria Lombardo, direttrice della Confraternita della Misericordia che ha gestito il centro fino a fine luglio – solo per un medico di euro se ne spendono 23. All'ora[2].

Denied Access. L'Internazionale dell'espulsione (2/4)

Continua da qui:
Fortezza Europa, viaggio sull'invalicabile confine sud (1/4)

foto: carmillaonline.com

Madrid (Spagna) - Nel modo in cui tratta i migranti l'Italia può dirsi in buona compagnia perché quello che l'Europa ha istituito lungo la sua frontiera meridionale, passando per posti come Melilla[1], Lampedusa o il rio Evros, è diventato un vero e proprio sbarramento anti-migrante, sulla falsariga dei circa 3000 chilometri del muro che separa Messico e Stati Uniti.[2]

Malaga, Fuerteventura, Gran Canaria, Murcia, Valencia, Madrid, Barcellona, Algeciras, Tenerife. Sono in tutto nove i Centri di identificazione ed Espulsione (Centros de Internamientos de Extranjeros in spagnolo) realizzati nel Paese fin dal 1999 anche se esperienze similari si registrano sul territorio spagnolo fin dal 1985. Secondo l'Asociación pro derechos humanos de Andalucía - ci sarebbero altri centri “fantasma”, tra i quali uno nella zona di Almería ed uno nelle Canarie, la cui esistenza è stata ormai accertata. Fame, freddo e mancanza delle più elementari norme a tutela delle e dei migranti – da quella medica a quella giuridica, come riporta in un suo report l'organizzazione internazionale Women's Link Worldwide, organizzazione che promuove l'integrazione di genere in materia di giustizia e dal 2008 presta assistenza giuridica specializzata verso le donne vittime o presunte vittime di tratta rinchiuse nei centri – rappresentano le denunce fisse di chi entra nel circuito spagnolo della detenzione amministrativa per migranti. E questo è solo quello che succede nei cie ufficialmente riconosciuti. Il report è il frutto di due anni di lavoro che ha portato ad intervistare 45 donne di cui sette incinte e 21 presunte vittime di tratta in sei dei nove centri della Spagna, con le organizzazioni che hanno accesso o che lavorano con reclusi e magistrati incaricati di controllarli.

Il report realizzato dall'associazione evidenzia inoltre come siano gli stessi magistrati che dovrebbero occuparsi delle migranti a non conoscere approfonditamente la legislazione in materia di immigrazione, rendendo ancora più insopportabile una situazione dove la denunzia di violazione dei diritti umani è pressoché costante e costantemente inascoltata. L'ignoranza giuridica dei magistrati, in aggiunta alle difficoltà riscontrate dalle organizzazioni della società civile per entrare nei centri, fa in modo che molte recluse - «in una situazione decisamente peggiore rispetto a quella carceraria», come evidenziato da alcuni addetti ai lavori – non abbiano la minima idea di quali siano i propri diritti, come la possibilità di fare richiesta di asilo già all'interno del centro o di poter sporgere denunce e reclami.

Fortezza Europa, viaggio sull'invalicabile confine sud (1/4)

Nel corso degli ultimi tempi, il continente europeo si è trasformato sempre più in una vera e proprio "Fortezza", chiusa verso chi tenta - emulando proprio gli europei di una manciata di decenni fa - di attraversare quel confine tra la povertà e la ricchezza, tra il cosiddetto terzo mondo e quel primo mondo che di questi è origine. E intanto - tra centri di identificazione, camere ad infrarossi e barconi - c'è chi ha trasformato i corpi migranti in un vero e proprio business.

Borders are the gallows of our collective national egos
I confini sono il patibolo del nostro collettivo egocentrismo nazionale
[ “Borders are” - Serj Tankian]


Roma - La chiamano – non a torto - “Fortezza Europa”. Perché è esattamente questo che, dall'esterno, il continente europeo è diventato. Un'enorme, immensa fortezza – nella quale forte sta diventando il divario tra classe al potere e cittadini - che ha da tempo chiuso le proprie frontiere, le quali grazie agli accordi bilaterali vengono spostate sempre più a sud (tanto che in molti parlano ormai di una vera e propria “delocalizzazione” delle frontiere) instaurando delle zone intermedie, dei luoghi – come le città-satellite turche – che non appartengono di fatto né alla “fortezza” né all'esterno. Purgatori geopolitici dove vengono stoppati i migranti, il cui sogno di una vita migliore rappresenta il più grande pericolo per gli stati difesi dalla Fortezza: rompere quel modello di sostentamento basato sullo sfruttamento dei paesi limitrofi.
Ad essere sotto i riflettori gli stati meridionali, ormai da anni gestori di una frontiera più socio-economica che geografica che dalle coste spagnole – enclavi marocchine incluse – e passando per i barconi di Lampedusa, simbolo di un nuovo “assalto alla Fortezza”, arriva fino alla Grecia ed alla Turchia, il cui “visto d'ingresso” per l'Europa politica verrà emanato anche in base al comportamento tenuto su aspetti come questo.
Gli stessi governi – in molti casi vere e proprie dittature – da cui i migranti scappano nella maggior parte dei casi, sono stati messi al potere dall'Occidente, dalle due “Fortezze” del primo mondo, cioè quella statunitense (che esporta guerre senza mai averne subita una sul proprio territorio, se non quella per la formazione o l'attacco dell'11 settembre) e quella europea, dove respingere i migranti alla frontiera significa respingere le cause – anch'esse perpetrate dall'Occidente – del divario tra Nord e Sud del mondo (povertà, guerre, sfruttamento, etc).

Aiuta la giustizia in un caso di omicidio, rischia l'espulsione

foto: livesicilia.it
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/aiuta-la-giustizia-in-un-caso-di-omicidio-rischia-lespulsione/29781/

Misilmeri (Palermo) – A maggio raccontavamo la storia di Nike[1], 21enne nigeriana portata in Italia nel 2011 con la promessa di un lavoro sicuro che si era ben presto trasformata nell'incubo del marciapiede, come troppe volte capita. Il suo corpo era stato ritrovato, carbonizzato, in mezzo ai rifiuti in una stradina di campagna di Misilmeri.
Ad ucciderla, secondo le prove fornite agli inquirenti dalla scientifica, Giuseppe Pizzo, 58enne operaio di Belmonte Mezzagno, incensurato. Omicidio ed occultamento di cadavere le accuse che gli vennero mosse.
Una piccola storia da poche righe nelle pagine interne di un giornale locale, obietterà qualcuno.

Così come piccola, ma emblematica, è la storia di J.T., anche lei nigeriana ed anche lei vittima di una organizzazione operante nel traffico di persone a scopo di sfruttamento sessuale.
J.T. infatti ha testimoniato nel processo contro Pizzo, permettendo così alla Giustizia di poter trionfare, come si suol dire. Come ringraziamento, la giustizia – quella con la minuscola – vuole rispedirla a casa, perché il permesso di soggiorno che le era stato rilasciato portava la dicitura “per motivi di giustizia” e dura solo tre mesi. Non rinnovabili.
In attesa del rimpatrio, naturalmente, tappa obbligata presso il Centro di identificazione ed espulsione di Roma.

«La ragazza teme di poter subire pesanti ritorsioni da parte dei familiari del condannato, perché una volta nel proprio paese, si sentirebbe sola», spiegava due giorni fa Ivan Pupetti, avvocato di J.T. a Monica Panzica di Livesicilia.it[2]. J.T., continuava l'avvocato, è poi di religione cristiana, ed «i fortissimi contrasti con i musulmani la fanno sentire in pericolo al solo pensiero».

Per rimanere in Italia a J.T. basterebbe trovare un lavoro, così da avere «tutti i requisiti per il permesso di soggiorno che, tra l'altro» - ha concluso l'avvocato - «potrebbe essere incluso nella sanatoria di settembre», anche se trovare lavoro in Italia è già difficile quando si può spendere un'intera giornata tra colloqui e consegne di curriculum, figuriamoci quando si è costretti a passare il tempo in un Cie.

Ma si sa: la giustizia in certi casi non fa distinzioni.
I tanti testimoni di giustizia abbandonati dallo Stato[3] al termine dei processi contro le mafie – quando cioè non erano più utili, per dirla senza troppi giri di parole – sono lì a fare da esempio.

Note
[1] http://senorbabylon.blogspot.it/2012/05/storia-di-nike-bruciata-ventanni-e-del.html;
[2] Le uccidono l'amica, testimonia. Ora viene rispedita a casa di Monica Panzica, livesicilia.it, 27 luglio 2012;
[3] http://senorbabylon.blogspot.it/2011/09/avevo-paura-della-camorra-invece.html

Operazione "Raìs", smantellata rete di "mercanti di uomini" tra Italia ed Egitto

foto: indiatalkies.com
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/operazione-rais-smantellata-rete-di-mercanti-di-uomini-tra-italia-ed-egitto/27909/

Messina, 22 maggio 2012 – Un tir è appena stato fermato sull'autostrada A18 dalla Polstrada di Giardini Naxos. A bordo, oltre al conducente ed un passeggero, nel rimorchio vengono trovati ottantaquattro migranti provenienti dall'Africa. È il 24 luglio 2010.
Tre mesi dopo, il 25 ottobre, la Guardia di Finanza ferma un barcone carico di migranti e diretto a Riposto, nel catanese.
Inizia così l'operazione, denominata “Raìs”, coordinata dalla Procura messinese e portata avanti dalla Squadra Mobile di Messina in collaborazione con le mobili di Ancona, Catania, Siracusa, Milano e Roma ed il Servizio Centrale Operativo e che ha portato, per il traffico di migranti di luglio, all'arresto di Pierpaolo Corsini, 55enne conducente del tir e dipendente della ditta “Michalis”, interessata all'ambito dei trasporti internazionali tra Italia e Grecia.

A capo dell'operazione, secondo le ricostruzioni dei migranti e di alcuni scafisti che hanno poi iniziato a collaborare con le forze dell'ordine, c'era Mohamed Mohamed Abd Rabbo, alias Mohamed El Shiek o “Batraman”, 27enne egiziano ritenuto dagli inquirenti a capo dell'organizzazione, rimasta sconosciuta per almeno un decennio.
Gli altri arrestati nei giorni scorsi sono gli egiziani Mohamed El Sobhy, 26enne conosciuto anche con il nome di Mhamad Nabil; Zakaria El Sayed Attia El Sobhy, 42enne; Mohamed Mohamed Rabie Abdel Aal, 27 anni; Monir Morsi Mohamed Morsi, 31 anni; Mohamed Shalpy Gaurpa Fathi Abdelkader, 47 anni; Reda Gharib, 25 anni nonché gli italiani Massimo Greco, 26 anni, nato a Giarre; Salvatore Greco, 57 anni di Acireale e Fabio Fanizza, anch'egli di Giarre. Tutti e tre risiedevano a Mascali, nel catanese. A luglio, oltre al conducente del tir, vennero arrestati anche gli egiziani Maher Ali Ouda, 32enne residente a Milano; Adel Riad Said Gouhar, 51 anni e Shokry Adovelnaser Mohamedhagag, 28 anni entrambi residenti a Roma. Quest'ultimo – che gli inquirenti hanno descritto dall'aspetto curato, con abiti di buon taglio e capace di parlare un fluente italiano di cui è stato accertato il ruolo di spicco nell'organizzazione – a luglio, in fuga, chiese un passaggio ad una civetta dei carabinieri a Taormina in cambio di cinquanta euro, praticamente spiccioli se paragonati ai guadagni derivanti da tale traffico. È lui, dicono gli inquirenti, ad aver organizzato e gestito il trasporto dei migranti – partito dalla città di Wadyalnatron, nella zona desertica a nord dell'Egitto – ed il loro ingresso sul territorio italiano.

Cartoline da Melilla. Benvenuti nella Fortezza Europa

foto: canalsolidario.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/cartoline-da-melilla-benvenuti-nella-fortezza-europa/27849/

Ciudad Autónoma de Melilla (Spagna), 20 maggio 2012 – «In questo momento» - scriveva mercoledì scorso Patricia Simón su Periodismo Humano[1] - «almeno una ventina di persone si sono nascoste in alcuni nascondigli di Melilla, probabilmente in alcuni terreni che proteggono la città e fanno da anticamera alle valli che la isolano dal continente africano».

Due mesi fa, il 10 marzo, cinquantadue congolesi sono stati espulsi da Madrid e riportati nella Repubblica Democratica del Congo, da dove erano partiti addirittura sei anni prima in fuga dal più povero territorio dell'Africa e dalle sue guerre.
Il timore, in tutti, è quello di essere rinchiusi nel Centro di Identificazione ed Espulsione (in spagnolo Centros de Internamientos de Extranjeros) di Melilla, enclave spagnola situata in territorio marocchino – dove il tempo massimo di detenzione è di sessanta giorni – e soprattutto essere rimpatriati nella Repubblica Democratica per essere incarcerati, come oppositori politici del regime di Joseph Kabila Kabange, nel Centro Penitenziario di Rieducazione Makala di Kinshasa, considerato il carcere più pericoloso del mondo. Fino a pochi anni fa morivano di fame almeno dieci persone al giorno. Per questo era nota come la “prigione della morte”.
Il Marocco – così come la Libia di Gheddafi e la Tunisia di Ben Ali – ha acconsentito alla politica di subappalto del controllo transfrontaliero voluto dall'Unione Europea in cambio dei fondi MEDA, istituiti nell'ambito del Processo di Barcellona (o Partenariato Euro-Mediterraneo) nel 1995[2].

Istituiti già nel 1985 e definiti dalla legge «privi di carattere penitenziario», sul territorio spagnolo sono stati costruiti nove centri per migranti[3] (quello di Melilla è del 1998), anche se la Asociación pro derechos humanos de Andalucía ha documentato l'esistenza di almeno altri due centri fantasma – nella zona di Almería e nelle Canarie – senza essere in grado di definire quanti altri centri “fantasma” esistano sul territorio, data la scontata difficoltà nel reperire informazioni. Come per la situazione italiana, gli attivisti denunciano non solo il regime di carcerazione illegale, ma anche la mancanza di interpreti che possano informare i migranti sui loro diritti (in particolare quello di asilo) nonché l'improvvisazione e l'inefficienza sanitaria. Nel 2008, infine, la Spagna ha inserito nel proprio ordinamento la cosiddetta “Direttiva della Vergogna”, che ha portato a 18 mesi il periodo massimo di detenzione dei migranti sans papier in attesa di rimpatrio.

"Diaz" quotidiane. Viaggio nelle "carceri per sans papiers"

foto: tuttosquat.net
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/diaz-quotidiane-viaggio-nelle-carceri-per-sans-papiers/27407/

LAMPEDUSA, 6 maggio 2012 – «Non aver elencato, almeno nei titoli di coda del film Diaz, i nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati, mi ha fatto ricordare il rapporto finale sui desaparecidos in Argentina, presentato all'opinione pubblica senza l'allegato con i nomi dei responsabili dei crimini, e un proverbio: la vipera morde chi è scalzo», scriveva su Il Manifesto, due giorni fa Luis Mario Borri, in merito al film di Daniele Vicari che – da quel che si legge in giro – è ben altra cosa da quella denuncia sociale che il sottotitolo - “don't clean up this blood”, “non pulire questo sangue” - preannunciava. Ma da Genova 2001 di tempo ne è passato. Perché, allora, “addomesticare” un film che avrebbe potuto invece essere ben altra cosa?

Da Genova 2001, comunque, le “Diaz” si sono moltiplicate. Oggi si chiamano Centri di Identificazione ed Espulsione, luoghi nei quali i migranti entrano solo perché scappati da paesi in guerra o da paesi “instabili”, dove non c'è il tempo di fare domanda scritta per avere i documenti in regola. Anche perché spesso il posto in cui farla neanche c'è.
Arrivano in Italia e vengono reclusi in questi centri, dove dalla scorsa estate si può rimanere rinchiusi anche un anno e mezzo senza aver commesso alcun reato penale (al massimo si tratta di un illecito amministrativo). E mentre si aspetta ci si ritrova in mezzo a pestaggi non denunciati per paura – quando non vengono direttamente investiti dai mezzi delle forze dell'ordine come avvenuto al Centro di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano[1] - psicofarmaci, sedativi dietro sbarre alte sette metri e filo spinato. È stato registrato più di un caso in cui a finire in questi centri siano ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, in quanto l'Italia dà la cittadinanza a ragazzi nati da genitori italiani all'estero, che magari con il nostro paese non hanno il minimo contatto (ma che molto aiutano i governi con il voto delle “circoscrizioni estere”) trattando i cosiddetti “G2”, i figli di genitori non italiani nati però nel nostro territorio, come veri e propri “stranieri nella loro nazione”, come cantava nel 2006 Amir, rapper di padre egiziano ma romano di nascita e accento.
Una situazione denunciata sia dalla commissione Diritti Umani del Senato, che lamenta anche l'assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento, e dall'Organizzazione delle Nazioni Unite. Non proprio quelle che si definirebbero “organizzazioni estremistiche”.
Tutto, peraltro, viene fatto senza che ai giornalisti venga permesso di entrare.

"L'Ue poteva fare di più". Delegazione Ue shockata dal Cara di Trapani



Trapani – L'Europa torna ad ammonire l'Italia. Al centro delle polemiche, per l'ennesima volta, la politica tenuta dal nostro paese nei confronti dei migranti. Nei giorni scorsi, infatti, una delegazione europea – capeggiata dall'europarlamentare svedese Cecilia Wikstrom – ha visitato alcuni centri di accoglienza, tra cui il Cara trapanese. Uscendone schockata.

«Manca l'acqua nei bagni, l'acqua nelle docce è fredda, non ci sono le porte nei bagni, i dormitori sono affollatissimi. In queste condizioni è davvero difficile tutelare la dignità umana», sostiene l'eurodeputata Cecilia Wikstrom, a capo della delegazione. «Al Cara di Salinagrande ci sono persone senza speranze, famiglie intere con bambini piccolissimi. È importante prendere sul serio le loro esigenze. Insieme dobbiamo creare un regime comune per l'immigrazione che sia decoroso» ha infine concluso.

Il Cara (acronimo che sta per Centri di accoglienza richiedenti asilo) di Salinagrande è stato aperto nel 2005, ed è uno dei più grandi centri d'accoglienza del Sud Italia, con 260 posti “ufficiali” - 233 i richiedenti asilo attualmente presenti nella struttura – gestito dalla cooperativa trapanese Badia Grande, considerata vicino alla Caritas, è stato più volte descritto come elemento di eccellenza nella politica di accoglimento dei migranti, ai quali, si diceva, era persino insegnato l'italiano.

La realtà che si è trovata davanti la delegazione, però, parla di una realtà completamente diversa. «Appena siamo entrati nei dormitori abbiamo visto l'inferno» - ha ribadito Rosario Crocetta, europarlamentare del Partito Democratico ed ex sindaco “antimafia” di Gela - «In una stanza c'erano alcuni ospiti sofferenti. Al centro una specie di grande secchio per raccogliere le infiltrazioni d'acqua. Un ragazzo pachistano aveva una mano fratturata: ha detto di essersela rotta ad ottobre. Non gli avevano ancora messo il gesso perché avrebbe potuto fare la radiografia solo il 29 novemre. Nel frattempo la frattura si è calcificata per sempre. Un trattamento che credo gli addetti del centro non riservino neanche ai loro animali domestici. Qui stiamo parlando di persone umane».

«Bisogna affrontare il nodo burocratico», dice Rita Borsellino, «uomini, donne e tanti bambini , interi nuclei familiari rimangono per mesi in attesa di conoscere il loro destino, con le vite appese».

A questo punto la domanda è lecita: dopo lo shock – l'ennesimo – l'Europa passerà dalle “raccomandazioni” a fatti più concreti?

Palermo, il porto e quelle navi-lager


Palermo, 26 settembre 2011 – Nuovo capitolo della lotta all'immigrazione clandestina combattuta dalla politica italiana. Dopo aver creato i Centri di permanenza temporanea (Cpt) con la legge Turco-Napolitano del 1998 trasformati in Centri di identificazione ed espulsione (Cie) con la Bossi-Fini, da qualche giorno sono stati creati anche i centri di raccolta galleggianti.

Per evitare nuove proteste da parte dei migranti rinchiusi a Lampedusa e della cittadinanza, il governo italiano ha pensato bene di smistare i detenuti coinvolti nell'incendio del Centro di identificazione ed espulsione dei giorni scorsi su tre traghetti bloccati nel porto di Palermo finché non sarà possibile rimpatriarli. Per questo il Viminale ha deciso di requisire il molo di Santa Lucia per due settimane, ed è lì che sono state fatte attraccare la Moby Fantasy, l'Audacia e la Moby Vincent. Queste ultime due si troverebbero ancora nell'area dei cantieri navali del porto, mentre la Moby Fantasy, partita poco prima della mezzanotte di sabato 24 settembre è giunta questa mattina al porto di Cagliari, dove si trova il centro di prima accoglienza Elmas, che quindi viene trasformato in un altro Centro di identificazione.

Sono 700 i tunisini sorvegliati a vista dagli agenti delle forze dell'ordine – tutti in assetto anti-sommossa – ai quali sono stati sequestrati i cellulari ed è impedito anche solo di mettere piede sul ponte. «Viste da fuori sembrano navi vuote», ha dichiarato Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione che segue gli immigrati. Ogni giorno in cento vengono presi e portati all'aeroporto per essere rimpatriati. «Ma i rimpatri di massa sono vietati dall'articolo 4 della Convenzione europea per i diritti dell'uomo», ha spiegato l'avvocato.

Il Viminale non permette alle organizzazioni non governative o agli avvocati né di salire a bordo né di parlare con gli immigrati, che a quanto riporta il sito Terrelibere.org, sono stivati nei saloni delle navi, e potrebbero usufruire solo di due bagni ogni 50 persone, e le docce non funzionano.

«Rinchiudere i migranti tunisini in una nave che è un “non luogo” fuori da qualsiasi classificazione di legge e da ogni controllo giurisdizionale» - ha dichiarato Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci - «significa tenerli prigionieri senza che un giudice ne abbia confermato la detenzione».

Oltre ai cellulari sequestrati, alle persone detenute – non soltanto di nazionalità tunisina – non viene fornito alcuno strumento (lamette, forchette metalliche) che possa essere utilizzato per pratiche autolesionistiche.

Secondo le denunce delle associazioni che si battono per la chiusura di questi lager del terzo millennio, le navi configurerebbero la violazione dell'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, l'articolo 13 della Costituzione italiana, gli articoli 2, 13 e 14 del Testo Unico sull'immigrazione ed il regolamento delle Frontiere Schengen, il quale impone che gli atti di respingimento siano individuali dando la possibilità di farsi assistere da un difensore.

La legge Tarzia è violenza sulle donne. Cronache dal X municipio

Questo è l'unico video che non fa riferimento alla contestazione di giovedì scorso a Roma, ma serve - a chi non avesse mai sentito parlare della c.d. "legge Tarzia" (me ne ero occupato in questo post) - per capire cosa le donne che sono scese in strada hanno contestato...


Roma - 3 febbraio 2011. Contestazione alla presenza di Olimpia Tarzia al X municipio.

intervista a Milva di "Zero violenza donne" durante la contestazione alla Consigliera regionale Olimpia Tarzia firmataria e promotrice della legge sui consultori