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La politica del land grabbing crea una crisi umanitaria globale (BlogLive.it)

Questo articolo è uscito su Bloglive.it il 4 novembre 2013

Uscire da una crisi generandone altre, anche più gravi. È questo, in sintesi, quanto avviene con il land grabbing, la politica di accaparramento delle terre portata avanti – soprattutto in Africa – dai Paesi sviluppati o in via di sviluppo per far fronte alla crisi economica. Una risposta che porta con sé la distruzione di interi ecosistemi sociali ed ambientali, migrazioni e violenza, in quella che in molti definiscono una nuova forma di colonialismo.

In questo sistema, evidenzia un dossier dell’associazione Re:Common – figlia della Campagna per la riforma della Banca Mondiale – a giocare un ruolo di primo piano c’è l’Italia, superata solo dalla Gran Bretagna tra quelli che il rapporto realizzato lo scorso anno da Giulia Franchi e Luca Manes definisce senza mezzi termini gli arraffaterre.

Jatropha: il nuovo corso del Made in Italy
Al centro degli affari italiani, soprattutto in Africa, la Jatropha Curcas, un arbusto velenoso considerato per anni “la nuova frontiera della sostenibilità”. I fautori del suo utilizzo, infatti, sostengono che la sua coltivazione non crei alcun tipo di ostacolo o pericolo per la sicurezza alimentare. I semi di questa pianta producono un olio che, pur non commestibile, può essere utilizzato come combustibile o trasformato in biodiesel. È questo il business che fa gola ai governi, Italia inclusa.

Negli anni varie ricerche hanno però ridimensionato il potere “sostenibile” della Jatropha, le cui aspettative di rendimento sono fortemente disattese per il forte uso di acqua, pesticidi e fertilizzanti per la coltivazione industriale. Un mercato dal segno spesso negativo influenzato anche dalla speculazione.

Inoltre, la coltivazione di questa pianta porta all’emissione di alti livelli di anidride carbonica – rendendo di fatto nulli risparmi economici e vantaggi ambientali – nonché alla violazione di diritti umani dei quali, però, ben poche tracce si trovano nei media, nonostante il land grabbing porti ad economie locali distrutte; comunità indigene sfollate nei campi di reinsediamento, arresti arbitrari, torture e governi che stringono accordi migliori con gli investitori stranieri che con le proprie popolazioni.

Bulgaria, Borisov chiede l'annullamento delle elezioni

foto: clandestinoweb.com

Sofia (Bulgaria) - «Per la prima volta nella storia democratica della Bulgaria la forza politica che ha vinto le elezioni e ha il diritto a governare chiederà l'annullamento del voto alla Corte costituzionale». Ad annunciarlo in conferenza stampa Bojko Borisov, leader del partito di centrodestra Gerb (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) uscito vincitore dalle recenti elezioni del 12 maggio.

Come previsto nei giorni scorsi, però, la risicata maggioranza ottenuta – il 30,74 per cento – in aggiunta all'isolamento politico del quale il partito era stato fatto oggetto, non ha permesso a Gerb di ottenere la forza politico-elettorale necessaria a formare un governo. Risultato che, in qualche modo, dovrebbe vedere il favore dell'opposizione, che aveva denunciato il ritrovamento di 350.000 schede elettorali necessarie al partito di Borisov per manipolare l'andamento del voto. Eppure la reazione più dura si deve proprio al principale partito all'opposizione – i socialisti di Sergej Stanišev, arrivati secondi con il 26 per cento di voti – che ha accusato il premier di voler provocare il caos nel paese.

Qualora la Corte costituzionale dovesse respingere l'annullamento – accordandosi con quanto stabilito dalla commissione elettorale centrale, che ha evidenziato come non esistano validi motivi per annullare il voto - il rieletto premier ha annunciato la creazione di dare vita ad un governo di “esperti” che ha, però, pochissime speranze di poter resistere a lungo, come evidenziato dall'agenzia Novinite

Una situazione aggravata anche dal fatto che dei 36 partiti presentatisi alle elezioni, grazie alla soglia di sbarramento fissata al 4 per cento che ha tenuto fuori la rappresentanza di 850.000 elettori, oltre a Gerb ed al Partito Socialista, in Parlamento sono entrati solo il Movimento dei Diritti e Libertà, rappresentante della minoranza turca e la forza xenofoba Ataka, alleata con il governo Borisov nella passata legislatura. Nessuno dei tre partiti sembra avere però alcuna intenzione di entrare nel nuovo esecutivo.

Il ritorno alle urne diventa ogni giorno di più lo scenario più plausibile.

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Bulgaria, Borisov di nuovo al governo tra brogli e stallo all'italiana

foto: lettera43.it

Sofia (Bulgaria) - Bojko Metodiev Borisov (nella foto) vince di nuovo, la stabilità politica perde. Questo è quanto decretato dalle contestate elezioni anticipate tenutesi ieri in Bulgaria, con la conferma del partito di centrodestra Gerb (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria, membro del Partito Popolare Europeo) il quale, pur diventando il primo partito a riconfermarsi consecutivamente al governo dopo la caduta del comunismo, non ha i numeri per formare un governo. Tanto che i primi commenti parlavano apertamente di “stallo all'italiana”.

Le elezioni erano divenute necessarie in seguito alle forti proteste sociali per il rincaro delle bollette dell'elettricità, le politiche economiche e la corruzione (con casi di immolazione) avevano portato, a febbraio, alle dimissioni dell'esecutivo, con l'ex diplomatico Marin Raykov a tenere in piedi il successivo governo tecnico fino allo scioglimento dell'Assemblea Nazionale ed alla conseguente nuova tornata elettorale.

Il partito di Borisov, che prima di salire al potere è stato poliziotto ed ex guardia del corpo del dittatore comunista Todor Živkov non ha i numeri per governare da solo. Con il 30,74 per cento dei voti non è infatti riuscito a raggiungere i 240 seggi necessari per ottenere la maggioranza in Parlamento e, a differenza della precedente esperienza di governo, nessuno degli altri partiti sembra avere intenzione di creare un'alleanza con Gerb, tanto meno quel Partito Socialista che – seconda forza politica del paese con il suo 27 per cento - avrebbe tutto da guadagnare da tale situazione, alla luce dell'impossibilità di formare un nuovo esecutivo di minoranza appoggiato da forze esterne e qualche deputato indipendente come nella precedente legislatura.
Nel caso in cui Borisov non riuscisse a definire la sua squadra cedendo il posto, infatti, il presidente Rossen Plevneliev potrebbe optare per un governo “di programma” dei partiti contrari a Gerb guidato dall'economista ed ex ministro delle Finanze Plamen Oresharski, supportato dal Partito della minoranza turca e dalla società civile, che avrà il compito di restituire fiducia nella politica alla popolazione, rilanciare la crescita e ridurre la disoccupazione.
L'ipotesi di un governo tra Socialisti, Movimento dei Diritti e Libertà (che ha già governato con i socialisti tra il 2005 ed il 2009) ed Ataka potrebbe però non essere ben visto da Bruxelles proprio per la presenza di quest'ultimo, dalle caratteristiche xenofobe ed ultranazionaliste.

Campagna "FrontExit": se l'Europa combatte un nemico inventato

The Enemy from Frontexit on Vimeo.

Lampedusa (Agrigento) – L'Europa è in guerra, contro un nemico immaginario”. A dirlo sono organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani come Migreurop, che un mese fa, con questo slogan, hanno lanciato la campagna FrontExit  ( Qui il testo dell'appello, in inglese.) per denunciare l'opaco operato di Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne dell'Unione nata nel 2004 con sede a Varsavia. Uno dei perni principali su cui si basa la politica della Fortezza Europa, fatta di Centri di Identificazione ed Espulsione ed accordi bilaterali sulla esternalizzazione delle frontiere.

Rifugiati, richiedenti asilo, rifugiati. Sono questi i “nemici immaginari” - o inventati, secondo una certa politica – contro cui l'Europa ha scatenato il suo esercito, come si vede nel video di lancio della campagna, la quale presentata anche al recente Social Forum di Tunisi, dove è stato chiesto all'agenzia, agli Stati membri ed ai Paesi terzi partner e co-firmatari di accordi bilaterali di assumersi la responsabilità delle loro azioni – rappresenta il primo passo per la creazione di un movimento internazionale volto a migliorare la trasparenza, il rispetto dei diritti umani ed a mettere fine al sistema di impunità che tutela l'agenzia.

42.000 chilometri di costa, 9.000 di frontiere terrestri e 300 aeroporti internazionali. È questo ciò di cui si occupa Frontex, una istituzione «quasi militare, coinvolta nell'intercettazione dei migranti alle frontiere e nel loro rimpatrio forzato» e – come evidenziano le organizzazioni che hanno firmato la campagna – dalla libertà di manovra «sproporzionata, poco chiara e pericolosa» negli anni è infatti diventata un'agenzia indipendente dagli altri attori dell'area, forte dei milioni investiti dall'Unione Europea e della possibilità di stringere accordi con terzi, scavalcando così governi nazionali ed istituzioni europee predisposte.

Dai 19 miliardi di euro per il 2006, si è passati ai 118 del 2011, quando il Parlamento Europeo – che annualmente ne approva il budget – è stato costretto a rivedere in parte il mandato dell'agenzia, il cui approccio ai diritti umani rimane però «largamente criticabile e limitato» secondo Migreurop. Denaro che, naturalmente, viene utilizzato anche all'interno del sempre più ampio indotto delle industrie che sviluppano gli equipaggiamenti, tra i quali anche radar e droni.

Oltre alla questione umanitaria e quella economica, le organizzazioni che ruotano intorno alla campagna sollevano anche una questione legale: chi è responsabile dei diritti violati dei migranti? Per dirla meglio: quali nomi dare ai i genitori dei tanti migranti respinti nelle carceri o nei centri di detenzione temporanea libici o morti durante la traversata in mare? Chi denunciare per la violazione del diritto universale alla migrazione – e dei diritti a questo connessi, come il diritto d'asilo o ad un trattamento dignitoso - che è invece una libera circolazione del ricco verso il povero (e la chiamano “esportazione di democrazia”) ma non del povero verso il ricco, che diventa “emergenza immigrazione”?

Action de lancement Frontexit from Frontexit on Vimeo.

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Serbia-Kosovo. Accordo raggiunto

foto: kosovapress.com
Belgrado (Serbia) – L'annuncio è stato dato dall'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione Europea Catherine Ashton, chiamata al ruolo di mediatrice nei rapporti tra Serbia e Kosovo che hanno, dunque, raggiunto un accordo per la normalizzazione dei loro rapporti.
La firma definitiva, e dunque l'annuncio ufficiale, arriverà solo tra qualche giorno. Quello che si sa per certo è che sono 15 i punti su cui il primo ministro serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaçi sono riusciti a trovare un'intesa. Tra questi, stando al vice-premier serbo Alekander Vučić, accordi sarebbero stati trovati sull'amministrazione della polizia nella zona settentrionale del Kosovo – tra i punti fondamentali dei rapporti – e le condizioni per l'adesione di quest'ultimo alle organizzazioni internazionali dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza nel 2008 (mai accettata dalla Serbia). Polizia, giustizia e dogane passerebbero sotto il controllo di Pristina, che – stando al ministro kosovaro per l'integrazione europea Vlora Citaku – dovrebbe estendere il proprio controllo sull'intero territorio, dunque anche su quelle zone del nord che si sentono, de facto, legate più alle istituzioni di Belgrado.
Raggiunto l'accordo, per la Serbia è ora possibile guardare con maggior tranquillità ai negoziati per l'adesione nell'Unione mentre il Kosovo potrà avviare quelli per l'Accordo di stabilizzazione e associazione, primo passo per una futura adesione all'UE.

Nell'immagine, ripresa dal sito B92, il testo dell'accordo non ufficiale
(qui l'articolo con i 15 punti, in inglese)



Negoziati Serbia-Kosovo, cadono nel vuoto i nuovi tentativi di dialogo

foto: balcanicauaso.org 
Bruxelles (Belgio) - Sono durate in tutto 12 ore le trattative dell'ottavo ed ultimo incontro sui negoziati per la normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Serbia e Kosovo, poi le parti si sono aggiornate al nuovo incontro – previsto per la prossima settimana - con un nulla di fatto. «Le delegazioni ora torneranno in patria per consultazioni, e mi annunceranno le proprie decisioni nei prossimi giorni», ha detto Catherine Ashton, Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri chiamata a far stringere la mano ad Hashim Thaçi (qui due articoli sul controverso leader della resistenza antiserba, da Cafebabel.com  e Presseurop.eu) e Ivica Dačić, primi ministri di Kosovo e Serbia. «Il divario tra le parti è molto stretto ma resta profondo» è stato il commento della Ashton a conclusione degli incontri.

Le delegazioni si sono scontrate sull'argomento più spinoso: le competenze di quella che dovrebbe diventare l'Associazione delle municipalità serbe in Kosovo (comprendente l'area di Mitrovica nord, e le municipalità di Zubin Potok, Zvecan e Lepasovic) chiesta da Belgrado – che vorrebbe dotarla di poteri esecutivi e di controllo su polizia e giustizia - in cambio dello smantellamento delle proprie strutture nella zona nord del Kosovo abitata al 94% da serbi in un paese a maggioranza albanese. Di ben altro avviso Thaçi, che ha evidenziato “l'estremo altruismo” delle sue condizioni, forte anche del favore di Unione Europea e Stati Uniti.
Durante il quarto incontro tenutosi a gennaio, era stata trovata un'intesa sulle entrate doganali di Jarinje e Brnjak, viste come punti di confine o checkpoint a seconda dell'interpretazione che se ne vuole dare.

Per la comunità serba del nord del Kosovo - che non ha mai riconosciuto il governo di Priština, istituito dopo l'indipendenza del 2008 - questa integrazione è vista come un vero e proprio tradimento. Tra i principali sostenitori del progetto ci sono infatti sia Ivica Dačić che Tomislav Nikolić, nel 1999 rispettivamente portavoce e vicepremier di Slobodan Milošević, non esattamente la stessa posizione politica di allora. Nikolić, da maggio 2012 presidente della Repubblica di Serbia, aveva basato la campagna per le presidenziali proprio sullo scioglimento dei precedenti negoziati, contrari agli interessi dei serbi dell'enclave, che accusano Belgrado di aver ceduto alle pressioni occidentali (una condizione imprescindibile per il dialogo su futuri ingressi nell'Unione).

Violazione delle norme antitrust. L'Unione europea apre un'indagine (informale) su Apple

foto: techcentral.my/
Bruxelles – Secondo l'Unione Europea, Apple avrebbe definito vincoli particolarmente stringenti con gli operatori telefonici per la vendita di iPhone e iPad. Per questo nei giorni scorsi ha iniziato ad esaminare i contratti, con il rischio – per la società californiana – di violazione delle norme antitrust.
Secondo quanto riportato dal New York Times il mercato su cui l'Unione sta indagando è quello francese, ma non si esclude la possibilità che tali violazioni – qualora confermate – possano interessare anche altri Paesi.
Apple, sostiene l'Unione Europea, pur senza alcun obbligo formalmente definito, avrebbe fatto pressione attraverso vincoli contrattuali per avere una vera e propria corsia preferenziale nella distribuzione dei due prodotti, penalizzando gli altri produttori, che trovano così forti difficoltà ad accordarsi con gli operatori telefonici, data la ridotta quota di mercato per loro disponibile.

Se da un lato tali accordi permettono ai rivenditori di vendere gli iPhone a prezzi ridotti, allargando dunque la possibilità di domanda, tra le clausole dei contratti tra Apple e le società di telecomunicazioni sono previsti volumi minimi di vendita da parte di queste ultime che, se non rispettati, portano al pagamento di penali. Queste clausole impongono, de facto, ai rivenditori di dover destinare un'attenzione speciale ai prodotti marchiati dalla mela, anche in termini di marketing, per evitare di incorrere nelle penali.
Inoltre, Apple è accusata di tenere comportamenti diversi a seconda dell'importanza dell'operatore a cui si rivolge, rendendo più rigorose le clausole verso i più piccoli e rimanendo più lasco verso i maggiori. Un'operazione che falsa sostanzialmente le modalità concorrenziali del mercato, che viene in questo modo sostanzialmente chiuso ai fornitori più piccoli.
Il rapporto con gli operatori telefonici è, per la società della mela, fondamentale. Dei 55 miliardi di euro guadagnati nello scorso trimestre, infatti, il 56% derivava proprio da questo tipo di vendita.
Dal canto suo, l'Unione non ha per ora dato il via ad alcuna indagine formale, assicurando però – attraverso Antoine Colombani, portavoce del commissario per la concorrenza nell'UE, Joaquin Almunia – di star monitorando gli sviluppi della situazione. Per procedere, infatti, c'è bisogno di una protesta formale la cui assenza permette alla Commissione il non obbligo di agire.
Da Cupertino, in attesa di capire se l'indagine partirà realmente, dicono di stendere i contratti rispondendo «appieno alle leggi locali ovunque ci sia il nostro business, Unione Europea inclusa».


#Celochiedeleuropa. Il dilemma di Pericle, Grillo e la cittadinanza europea


foto: http://europa.eu/ 
Bruxelles (Belgio) - Da Pericle alle prossime elezioni europee del 2014 passando per l'euroscetticismo di Beppe Grillo, il punto rimane definire il rapporto tra democrazia e mercato, tra voce dei cittadini e voce delle monete (o dei banchieri, come dicono gli euroscettici). «Qualora non si obbedisse ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali (o non si soddisfacessero le loro aspettative) si potrebbe arrivare alla crisi economica e politica, e ciò sarebbe incostituzionale» - scriveva il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek sul Guardian a gennaio, commentando una decisione della corte costituzionale slovena (qui l'articolo tradotto da Anna Bissanti per Presseurop.eu) - «in termini più semplici, dato che soddisfare i diktat e le aspettative è il requisito di base per mantenere l'ordine costituzionale, questi hanno la priorità sulla costituzione (eo ipso sulla sovranità dello stato)».

Cameron vs Einaudi
Riadattando uno dei più noti momenti della storia recente italiana – il lancio delle monetine contro l'allora leader del Partito Socialista Bettino Craxi davanti all'hotel Raphael il 30 aprile 1993, emblema del passaggio storico tra la Prima e la Seconda Repubblica italiana – l'euroscetticismo che arriva dalle elezioni italiane può rappresentare un evento molto simile sul piano sovra-nazionale: la chiusura della “Prima Repubblica” Europea per entrare nella “Seconda”, nella quale la prima questione da porsi è chi comanda davvero.
Una questione di “centri del potere”, in buona sostanza, che pone l'attenzione sul tipo di distribuzione del potere decisionale nel continente, nell'impossibilità di poter continuare in una cornice in cui ad un potere formale delle istituzioni europee si aggiunge, spesso sostituendolo, quello delle capitali europee, Berlino in testa.
In tal senso, le elezioni italiane possono rappresentare un modo perfetto per aprire il dibattito europeo anche a chi fino ad oggi ha potuto solo subire gli effetti di decisioni alle quali non aveva accesso: quella cittadinanza messa da Commissione e Parlamento Europeo al centro dell'European Year of Citizens (e dei due milioni del programma ”anti-euroscetticismo”, come riporta Carmine Gazzanni su Infiltrato.it).
«A quasi sessant'anni da quando il Trattato di Roma diede ufficialmente vita alla Comunità economica europea», scriveva a gennaio Andre Wilkens su Project Syndicate (qui l'articolo in italiano) «i dibattiti che si svolgono in tutta l'Ue continuano a essere in buona parte condotti da attori nazionali in forum nazionali e con lo sguardo rivolto ai soli interessi nazionali», a riprova di quello che Umberto Eco ha definito “provincialismo ipoeuropeo”.

#Celochiedeleuropa. Il voto italiano: una minaccia o una promessa per l'Unione Europea?

foto: The Economist
Bruxelles (Belgio) – Beppe Grillo e Silvio Berlusconi vincono, l'unità europea perde. È questo, in soldoni, il commento tipico che media e forze politiche continentali ha hanno fatto dopo le elezioni italiane, con il settimanale britannico The Economist che evidenziava la notizia con un più che eloquente “Send in the clowns” (“Entrano i clown”)
Ma è davvero così? Davvero i due “pagliacci” sono il peggiore incubo per le istituzioni europee? A ben guardare, la storia è esattamente opposta. Ma procediamo per gradi.

Rome wasn't built in a (electoral) day
Ad uscire dalle urne, lo scorso 26 febbraio, è un'Italia che ha dimostrato forte antipatia per Berlino, simpateticità con Londra ed avviatasi lungo la strada che da Atene porta a Lisbona, dove il battibecco Monti-Merkel sull'endorsment di quest'ultima ha rappresentato l'ultimo passaggio di una campagna elettorale all'insegna della scarsa capacità comunicativa, dove il Partito Democratico è riuscito a non-vincere elezioni che aveva in mano non smacchiando completamente il giaguaro (impostando una campagna elettorale su una cosa per la quale persino i propri elettori hanno provato vergogna), consegnando l'Italia alla fase di incertezza nella quale ci troviamo.
Alcune domande, però, possono già avere risposta. Innanzitutto – grazie allo studio dei flussi elettorali fatto dall'Istituto Cattaneo (qui il report) – dai dati sulle nove città prese in esame sappiamo di un elettorato a 5 stelle formato per lo più da elettori insoddisfatti dal partito guidato da Pierluigi Bersani. Emblematico il caso di Firenze, che ha visto ben il 58% dei voti regalati dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, ed in molti si chiedono cosa sarebbe accaduto se al posto dell'attuale segretario ci fosse stato proprio l'attuale sindaco di Firenze. Democratici che avrebbero forse fatto meglio ad interrogarsi a fondo sul perché in quasi cinque anni abbiano perso circa 3,5 milioni di voti (3.452.606 secondo l'analisi fatta da Giancarlo Bosetti per Reset.it) piuttosto che adagiarsi su uno spirito primario ingenuamente traslato in vittoria alle elezioni nazionali.
Secondo pacchetto di voti, dicono i dati dell'Istituto, arrivato all'M5S dalla Lega Nord, che ha ceduto il 46% dei voti del padovano al movimento di Beppe Grillo, oltre ad avergli ceduto parte dell'identità partitica, in particolare in merito a questioni come l'immigrazione o il forte euroscetticismo. Quest'ultimo, insieme al populismo ed alla moderazione a sinistra – l'ennesima esclusione della fu estrema sinistra dovrebbe insegnare qualcosa ai dirigenti politici dell'area – rappresenta il volto dell'Italia post-elettorale, andata alle urne credendosi invece europeista e progressista.

Kosovo, un fronte che si riaccende?


Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/kosovo-un-fronte-che-si-riaccende/21334/

Kosovska Mitrovica (Kosovo nord) - Sessantacinque manifestanti serbi e venticinque soldati della Kfor sono rimasti feriti negli scontri dei giorni scorsi, seguiti allo smantellamento di una barricata composta da carcasse di camion ed autobus nel villaggio di Jangjenica (dieci chilometri ad ovest di Mitrovica, nel nord del paese).

Ferite da armi da fuoco, invece, per tre militari tedeschi, stando alle dichiarazioni di Frank Martin, portavoce delle forze Nato sul territorio kosovaro. Tra i serbi feriti, molti dei quali a seguito dell'uso di pallottole di gomma, c'è anche Krstimir Pantić, sindaco di Mitrovica.
Uwe Nowitzki, portavoce della Kfor, ha dovuto spiegare che l'uso dei lacrimogeni e dei manganelli si è reso necessario in quanto i militari sono stati costretti all'autodifesa, e che hanno deciso di desistere in quanto «le barricate non valgono la perdita di vite umane».

Il clima nel nord del Kosovo è tornato a farsi caldo già dalla metà di settembre, quando a Brnjak e Jarinje, sul confine tra Kosovo e Serbia sono stati dispiegati doganieri dipendenti da Pristina, una decisione definita inaccettabile dal ministro serbo per il Kosovo Goran Bodganovic, in quanto «presa senza nessuna consultazione». La Serbia, infatti, non riconosce l'indipendenza del Kosovo, dichiarata unilateralmente il 17 febbraio 2008 e non accettata dalla popolazione serba del Kosovo del nord, che da qualche giorno ha stilato una vera e propria “dichiarazione d'indipendenza” ulteriore. «Dopo tanti anni di sofferenza e la tendenza delle istituzioni kosovare ad assimilare i serbi» - si legge nel documento - «ci sentiamo costretti a proclamare la nostra indipendenza», l'eco della quale arriva direttamente agli alti vertici serbi, dove il vicepresidente del governo, Ivica Dacic, si chiede «come mai questo diritto è stato riconosciuto agli albanesi che non volevano vivere in Serbia?»

Per oggi è, peraltro, programmata la riunione tra Belgrado e Pristina a Bruxelles. I due valichi saranno al centro delle discussioni. In attesa di capire, il 9 dicembre prossimo, se la Serbia entrerà o meno a far parte dell'Unione Europea. Gran parte della decisione, come è noto, è condizionata proprio dalla ripresa del dialogo con Pristina. I risultati, per adesso, non sono proprio quelli sperati. E la richiesta dell'indipendenza del Kosovo nord non fa certo sperare in un miglioramento.

"L'Ue poteva fare di più". Delegazione Ue shockata dal Cara di Trapani



Trapani – L'Europa torna ad ammonire l'Italia. Al centro delle polemiche, per l'ennesima volta, la politica tenuta dal nostro paese nei confronti dei migranti. Nei giorni scorsi, infatti, una delegazione europea – capeggiata dall'europarlamentare svedese Cecilia Wikstrom – ha visitato alcuni centri di accoglienza, tra cui il Cara trapanese. Uscendone schockata.

«Manca l'acqua nei bagni, l'acqua nelle docce è fredda, non ci sono le porte nei bagni, i dormitori sono affollatissimi. In queste condizioni è davvero difficile tutelare la dignità umana», sostiene l'eurodeputata Cecilia Wikstrom, a capo della delegazione. «Al Cara di Salinagrande ci sono persone senza speranze, famiglie intere con bambini piccolissimi. È importante prendere sul serio le loro esigenze. Insieme dobbiamo creare un regime comune per l'immigrazione che sia decoroso» ha infine concluso.

Il Cara (acronimo che sta per Centri di accoglienza richiedenti asilo) di Salinagrande è stato aperto nel 2005, ed è uno dei più grandi centri d'accoglienza del Sud Italia, con 260 posti “ufficiali” - 233 i richiedenti asilo attualmente presenti nella struttura – gestito dalla cooperativa trapanese Badia Grande, considerata vicino alla Caritas, è stato più volte descritto come elemento di eccellenza nella politica di accoglimento dei migranti, ai quali, si diceva, era persino insegnato l'italiano.

La realtà che si è trovata davanti la delegazione, però, parla di una realtà completamente diversa. «Appena siamo entrati nei dormitori abbiamo visto l'inferno» - ha ribadito Rosario Crocetta, europarlamentare del Partito Democratico ed ex sindaco “antimafia” di Gela - «In una stanza c'erano alcuni ospiti sofferenti. Al centro una specie di grande secchio per raccogliere le infiltrazioni d'acqua. Un ragazzo pachistano aveva una mano fratturata: ha detto di essersela rotta ad ottobre. Non gli avevano ancora messo il gesso perché avrebbe potuto fare la radiografia solo il 29 novemre. Nel frattempo la frattura si è calcificata per sempre. Un trattamento che credo gli addetti del centro non riservino neanche ai loro animali domestici. Qui stiamo parlando di persone umane».

«Bisogna affrontare il nodo burocratico», dice Rita Borsellino, «uomini, donne e tanti bambini , interi nuclei familiari rimangono per mesi in attesa di conoscere il loro destino, con le vite appese».

A questo punto la domanda è lecita: dopo lo shock – l'ennesimo – l'Europa passerà dalle “raccomandazioni” a fatti più concreti?