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Dentro l'M23. Il quadro internazionale (3/3)

In migliaia hanno lasciato la città di Sake, Thousands flee the town of Sake, 26 km a ovest di Goma a seguito degli scontri nelle città orientali della Repubblica Democratica del Congo.
Foto: Phil Moore/AFP/Getty Images

Goma (Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo) - Paul Kagame contro Joseph Kabila. Guardando “con occhio (agli interessi) occidentale” quello che sta avvenendo nell'area dei Grandi Laghi, dopo il ruolo giocato dalle preziosissime riserve minerali lo scontro tra i due presidenti potrebbe essere una delle chiavi di lettura con cui poter spiegare l'”M23”.
Uno scontro che porta direttamente nelle stanze di Washington – di cui, in qualche modo, ambedue sono referenti nell'area – e delle principali cancellerie del mondo, incluse quelle dei consigli d'amministrazione di quelle società che hanno interessi diretti sulla Repubblica Democratica ed il cui operato è stato definito dalle Nazioni Unite come un vero e proprio “saccheggio sistematico”[1]. Le diplomazie affaristico-politiche occidentali infatti, si ritrovano in una posizione delicata (da qui anche l'immobilismo dei caschi blu, ormai da tempo trasformatisi in esercito al servizio del Primo Mondo).
Il 40enne Joseph Kabila, infatti, considerato “persona non grata”[2] dai suoi stessi cittadini, viene visto dall'Occidente come un “investimento più sicuro” rispetto al suo più importante contendente interno, il 79enne Étienne Tshisekedi wa Mulumba, leader dell'Unione per la Democrazia ed il Progresso Sociale (uno dei movimenti politici più importanti del paese) che - pur perdendo alle contestate elezioni dello scorso dicembre[3] - è riuscito a portare dalla sua parte la popolazione attraverso scioperi generali e le caratteristiche peaceful Christian marches, le marce pacifiche con le quali negli anni Novanta fu tra gli artefici della caduta DI Mobutu Sese seko.
Ma anche i santi hanno i loro scheletri nell'armadio però, e stando al libro dello scrittore belga Ludo De Witte "L'assassinio di Lumumba" Tshisekedi avrebbe partecipato all'omicidio del per ora unico leader realmente indipendente che la Repubblica Democratica - o in qualunque altro nome sia stata contraddistinta fino ad ora - abbia prodotto: Patrice Émery Lumumba (qui una biografia[4]).

La geo-politica degli aiuti internazionali. Dall'altro lato del fronte Paul Kagame, anch'egli passato dal fronte anti-Mobutu e dall'addestramento statunitense[5], entrato nelle grazie occidentali per essere il più capace “maneggiatore di aiuti umanitari del continente”, tra i quali i 125,5 milioni di dollari provenienti dalla Gran Bretagna che negli ultimi 5 anni hanno permesso ad un milione di rwandesi di uscire dalla povertà, facendo registrare il più veloce tasso di riduzione della stessa mai raggiunto in Africa.

Dentro l'M23. Il network dei minerali insanguinati (2/3)

la mappa delle risorse naturali nella Repubblica Democratica del Congo.
Fonte:
http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-15722799

Goma (Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo) - In Bosco Ntaganda Joseph Kabila – eletto presidente in RDC nel 2001 dopo l'assassinio del padre – aveva riposto le speranze per la buona riuscita dell'operazione “Amani Leo” (“Pace oggi”, in swahili) del 23 marzo 2009, con la quale si tentò di pacificare l'area anche attraverso un'amnistia verso gli esponenti del CNDP.
Le Nazioni Unite e diverse organizzazioni non governative che lavorano nell'area descrivono “Terminator” come il classico signore della guerra africano che utilizza il suo rango militare per scopi personali come la creazione di un esercito personale con il quale difendere i propri interessi nei traffici transfrontalieri con il Rwanda (come quello delle armi, violando l'embargo), nel controllo delle miniere e sui racket che – stando ad un report confidenziale delle Nazioni Unite e ripreso in parte dall'agenzia Reuters (qui ripreso dalla BBC[1]) - costituiscono una importante fonte di finanziamento del movimento ribelle (15.000 dollari a settimana) del quale però stanno godendo maggiormente gli alti ufficiali.
Il fattore finanziario, infatti, è uno dei motivi principali che hanno portato alla creazione dell'”M23”, noto anche come Esercito Rivoluzionario Congolese nato nella primavera scorsa dalla diserzione di circa 300 soldati appartenenti al CNDP ribellatisi alle condizioni precarie dell'esercito regolare, con salari da 100 dollari non sempre pagati in un contesto militare in cui regole fondamentali erano corruzione, inefficienza e scarsità di alloggi per le truppe.

I soldi veri però, nella Repubblica Democratica – un paese grande più o meno quanto l'Europa dell'Est che ospita 72 milioni di abitanti[2] – ribelli e soldati regolari non li fanno con i medio-piccoli taglieggiamenti ma sfruttando le ricchezze di un Paese archetipico dello sfruttamento tra Nord e Sud del mondo. I famosi “blood diamonds”[3], avorio, oro, cobalto, petrolio, uranio[4], il coltan[5] senza il quale non sapremmo il significato di un termine come “telefono cellulare” oltre a cacao, caffè cotone e molte altre ricchezze che, da sole, non giustificano la posizione di ultimo in classifica per quanto riguarda PIL pro-capite ed Indice di Sviluppo Umano. La Chatham House stima che il guadagno derivante dallo sfruttamento di queste risorse[6] sarebbe di oltre venti miliardi di dollari. Un intero allevamento di galline dalle uova d'oro su cui in tanti – tra signori della guerra, corporations e governi vari - vogliono mettere le mani e che rappresenta il vero motivo dell'instabilità sociale, politica, economica ed inter-etnica che non sembra possibile placare.

Dentro l'M23. Cosa c'è dietro la ribellione nella Repubblica Democratica del Congo (1/3)

Da alcune settimane il movimento denominato “23 Marzo” sta mettendo a ferro e fuoco la Repubblica Democratica del Congo tra stupri, bambini soldato e risorse minerarie che hanno portato solo ad un nuovo capitolo di una guerra iniziata con il genocidio rwandese del 1994 e mai realmente conclusasi. Mentre le Nazioni Unite stanno a guardare.

Il portavoce del movimento M23, Vianney Kazarama, parla alla folla riunitasi allo stadio di Goma lo scorso 21 novembre.
Fonte: news.yahoo.com

Goma (Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo) – La città di Goma è caduta martedì 21[1]. L'esercito continua a subire diserzioni e il contingente MONUSCO (attualmente il più importante intervento di peacekeeping delle Nazioni Unite nel mondo) l'ha gentilmente offerta ai ribelli del movimento “M23” (“Marzo 23” il nome per esteso) senza opporre neanche la minima parvenza di resistenza. 2 morti e 37 feriti – tra cui tre donne incinte ed un bambino al quale è stato amputato un braccio – il risultato numerico della battaglia, come ha raccontato Justin Lussy, medico dell'HEAL Africa Hospital a Pete Jones del Guardian[2].

Le grida di gioia e gli applausi non derivavano dalla felicità della popolazione per l'arrivo degli uomini guidati da Emmanuel Sultani Makenga – attuale leader del gruppo – ma dalla cruenta battaglia tra le parti in causa che non si è verificata e da una necessità impellente: dover sopravvivere. Perché la paura che anche a Goma si verificassero gli stupri, gli omicidi e le sparizioni che stanno caratterizzando l'avanzata militare del movimento era forte, così come quella di vedere uomini e bambini diventare “ribelli” nelle cronache occidentali. Indipendentemente dalla loro volontà.
Quattro anni fa la scena fu simile, con le milizie del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (da ora CNDP) fermatesi simbolicamente alle porte della città, costringendo il presidente della Repubblica Democratica Joseph Kabila Kabange a chiamare il leader rwandese Paul Kagame per sancire la resa ed il successivo “accordo di pace”. Stavolta però Kabila sembra aver intrapreso la strada opposta, ottenendo l'appoggio degli altri leader dell'area dei Grandi Laghi e facendo la voce grossa con i ribelli[3]. In quell'occasione dietro al movimento dei cosiddetti ribelli c'era proprio Kagame, il quale nega ogni addebito per la situazione attuale, nonostante molti indizi indichino che egli sia non solo dietro al movimento ribelle ma anche al lato, come sarebbe avvenuto proprio durante la presa di Goma secondo le parole di Lambert Mende Omalanga, ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo congolese.

Il nuovo scontro a distanza (diventato ormai una proxy-war[4]) è però solo l'ultimo atto di una guerra che negli anni ha solo cambiato attori e nome alle milizie ma che continua, imperterrita, da almeno vent'anni ed in cui sono forti le colpe e gli interessi dell'Occidente, che con l'industria hi-tech ha trasformato l'area del Nord-Kivu – considerato l'ex granaio del Paese – in un'area in cui ad essere coltivata è rimasta solo la violenza.

Kidogò - Un bambino soldato

How could you just occupy another child's tear?
["Occupied tears" - Serj Tankian]

clicca sull'immagine per aprire il video

Prodotto nel 2008 dalla Seven Hills Production, “Kidogò – Un bambino soldato” - che vede tra gli sceneggiatori il giornalista Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, scrittore e documentarista che da anni si occupa delle problematiche dei Paesi in via di sviluppo, in particolare del continente africano – racconta due storie.

La prima, come evidenziato dalla sinossi, è quella di John Baptist Onama, Presidente onorario dell'associazione Pizzicarms che negli anni '80 è stato un bambino soldato in Uganda, intrecciata con la storia dei circa 300.000 bambini soldato (di cui un terzo nel solo continente africano) che ancora oggi sono costretti a combattere negli oltre 30 conflitti attualmente in corso nel mondo, in una guerra globale contro l'infanzia che nell'ultimo decennio ha ucciso 2.000.000 di bambini, ferendone o invalidandone almeno il triplo.

Una guerra globale necessaria a mantenere la discrepanza tra il Nord sfruttatore (anche di risorse naturali quali petrolio, diamanti e coltan, ottime “conseguenze umanitarie” per muovere guerra) ed il Sud sfruttato, evidenziata dai 750 miliardi di dollari destinati alla lotta alla povertà contro i 1.200 miliardi di dollari che – come racconta Riccardo Troisi – ogni anno vanno a rimpinguare i conti dei signori della guerra, che siano essi sconosciuti trafficanti o conosciutissime industrie come Finmeccanica o Beretta, potenze del business bellico dell'Italia, secondo paese al mondo per la produzione di armi leggere e quarta alla voce “esportazione” ed i cui prodotti finiscono spesso proprio nelle mani di quei bambini soldato.

Il “made in Italy” è anche questo. Una storia – la seconda di questo documentario – da non raccontare, parafrasando Fabrizio De André.

L'educazione di un piccolo suicide bomber


Agente: «Siediti, Farfur...Farfur, vogliamo comprare la terra, ti daremo un sacco di soldi. Avrai moltissimo denaro e noi prenderemo i documenti»
Farfur: «No! Noi non venderemo le nostre terre ai terroristi!»
A: «Farfur! Voglio che mi dai i documenti! Dammi i documenti!»
F:«Non ti do i documenti! Non te li do»
A: «Farfur!» (lo picchia) «Farfur! Dammi i documenti!»
F: «Non li darà a dei criminali, a dei terroristi!»
A: «Ci stai chiamando terroristi, Farfur?» (lo picchia violentemente) «Prendi questo! Prendi questo! E questo! E questo!»
F: «Fermati! Fermati!»


A questo punto la telecamera inquadra la giovane conduttrice, che con occhio triste dice: «Abbiamo perso il nostro amico più caro, Farfur. Farfur è diventato un martire, proteggendo la sua terra. È diventato un martire per mano dei criminali, degli assassini. Gli assassini di bambini innocenti...»

È il 27 giugno 2007 e questo dialogo va in onda in una puntata – che per le critiche ricevute proprio per questo episodio sarà anche l'ultima – di “Tomorrow's Pioneers” (“I Pionieri di domani”), programma di Al Aqsa Television, la “voce ufficiale” del movimento palestinese di Hamas, che aveva inserito questo programma – prima puntata datata 13 aprile di quell'anno – tra i suoi programmi per bambini, tra quelli “educativi” per dirla in gergo.
«Topolino è morto da Shahid». «Topolino è morto da martire», titolarono i giornali occidentali nei giorni immediatamente successivi. Il personaggio di Farfur, infatti, era ricalcato – almeno nelle fattezze fisiche – su uno dei simboli più noti della cultura occidentale come il personaggio nato dalla matita di Walt Disney nel 1928.

Il programma è stato chiuso, ma quanti altri “Farfur” ci sono in giro? Quanti altri bambini, in questo preciso momento, vengono indottrinati da personaggi e programmi di questo genere?


Facciamo che io salto in aria...


Da un lato la coercizione: la scelta – consapevole – degli adulti di plagiare i bambini facendogli credere che “l'onore dello Shahid”, l'onore del martirio, sia l'unico “onore” a cui ci si possa e debba votare. Dall'altro lato, all'estremità opposta, ci sono i bambini di questo video – che secondo quanto detto da Ahsan Masood, il primo a pubblicare il video su Facebook, dovrebbero essere pashtun del Waziristan, al confine tra Afghanistan e Pakistan – che la guerra la “giocano”, la “simulano” esattamente come i loro coetanei occidentali.

Sri Lanka's killing fields


Qui per chi avesse problemi di visualizzazione: http://www.channel4.com/programmes/sri-lankas-killing-fields/4od#3200170

Stando a quanto scrive il quotidiano britannico "The Independent" e a quanto più volte ribadito anche all'interno del servizio andato in onda ieri sera sul canale britannico Channel 4, bisogna informare che le immagini presenti sono immagini da non far vedere ai deboli di stomaco. Sono "semplicemente" immagini di guerra. Anzi: immagini di crimini di guerra, quella guerra che si è combattuta - nel disinteresse generale - in Sri Lanka tra il 1983 ed il 2009 tra il Fronte di Liberazione Tamil (le "Tigri") e l'esercito regolare. Dicono che le Tigri siano state la scintilla che ha dato il via al terrorismo moderno nonché esempio per quei terroristi di ci ci raccontano le cronache quotidiane occidentali. Quel che si vede, però, è qualcosa di ben diverso. Perché al di là della costruzione mediatico-hollywoodiana che se ne può dare ai telespettatori, in una guerra è difficile capire chi è il bene e chi il male, e quel che noi definiamo "terrorista" può per qualcun altro essere solo colui (o colei) che difende la propria terra da una illegittima invasione straniera. Meen erhabi? "Chi è il terrorista?" Si chiede il gruppo rap palestinese dei DAM. Già, chi è il terrorista?

Secondo alcuni questo video non doveva essere mandato in onda, tante e tali sono le crudeltà e la violenza che per suo tramite vengono mostrate. Ma - ripeto - sono immagini di una guerra, che la si voglia declinare come "guerra civile" fa poca differenza e, come direbbe Robert Fisk, dato che i governi possono vederle anche la gente comune deve poter vedere il vero volto della guerra...

High School Jihad

I reclutatori in questo campo profughi afghano non aspettano che i bambini si diplomino prima di inviarli al fronte

Questo articolo è comparso su Newsweek con il titolo "The Jihadi High School" il 2 maggio 2011. La firma è di Ron Moreau

Il giovane afghano odia la sua nuova scuola nella città pakistana di Peshawar. «I miei compagni di classe parlano solo di ragazze e film» si lamenta.
Un alto, magro diciassettenne con la barba appena accennata che provava nostalgia per la vecchia scuola che frequentava a poche miglia di distanza nel campo profughi afghano conosciuto come Shamshatoo.
Suo padre lo ha tirato fuori da lì lo scorso autunno, dopo aver tardivamente scoperto che la scuola era effettivamente un centro di reclutamento degli insorti. Chiedendo di essere chiamato Wahid Khan, il ragazzo ricorda con piacere le assemblee del mattino in cui gli insegnanti lodavano la bellezza della jihad e raccontavano la lunga storia di resistenza dell'Afghanistan agli occupanti stranieri. Lui ricorda i messaggi scarabocchiati sulla lavagna delle classi superiori: “Per unirsi alla Jihad, l'Ordine di Allah Onnipotente, chiama questo numero” e “Quelli che vogliono ripagare il debito con Dio, prendano questo numero”.
Quando finì la scuola lo scorso giugno il ragazzo ha colto al volo l'invito ed ha trascorso gran parte dell'estate in un campo di addestramento degli insorti in Afghanistan. Aveva appena finito la classe decima. Suo padre, un ex insegnante di Kabul, si batte per dar da mangiare alla propria famiglia con non più di cento dollari al mese, facendo un lavoro massacrante in un forno vicino Peshawar. Vuol dare a suo figlio una vita migliore. Ma il ragazzo ha altre idee. Non appena quest'anno scolastico finirà sta progettando di tornare in Afghanistan per completare l'addestramento per la guerra contro gli americani. «I miei genitori vivono solo per sopravvivere» dice. «Il mio obiettivo è una vita onorabile agli occhi di Dio – e questo significa jihad».

Centinaia di ragazzi come Khan si sono uniti agli insorti di Shamshatoo negli ultimi anni, e con il ritorno della primavera, forze fresche sono pronte ad attraversare ancora una volta il confine con il Pakistan. «La ragione per cui Dio ha portato la nostra famiglia a Shamshatoo era che voleva che diventassi uno jihaidista», dice un altro residente del campo, un ventenne dai capelli selvaggi e le spalle larghe che si fa chiamare Waliullah. Aveva l'abitudine di scrivere appassionate poesie d'amore, ed il suo sogno era quello di ottenere un master in letteratura Pashto. Ma la sua famiglia si è trasferita a Shamshatoo cinque anni fa, quando lui aveva quindici anni, ed ora si sta preparando per partire per la sua terza estate di combattimenti contro gli americani in Afghanistan.

Da Sakineh ad Omar Khadr: c'è un uso (geo)politico dietro le campagne per i diritti umani?

Nelle scorse settimane il mondo occidentale era pronto a mobilitarsi per Sakineh, la donna iraniana che – accusata di omicidio – sarebbe stata lapidata se non fosse intervenuta la c.d. “opinione pubblica internazionale”. Poi, come succede solitamente quando anche l'agenda setting dei diritti umani viene decisa in base a ragioni geopolitiche, la sua storia è caduta nel dimenticatoio...

Quella specifica situazione – che ha avuto un nuovo passaggio infinitamente meno “strillato” sui nostri media nei giorni scorsi – può avere due chiavi di lettura: quella di una donna che, accusata di omicidio, viene messa a morte secondo le leggi in vigore in Iran, oppure la si può leggere come l'ennesima vetrina utile per descrivere la teocrazia iraniana nella sua forma mefistofelica, operazione che si rende necessaria a livello geopolitico per creare nell'opinione pubblica occidentale (non ho modo di verificare se la stessa cosa avvenga anche nel resto del mondo...) le basi per un futuro attacco – più o meno celato – al regime degli ayatollah.
Da qui la domanda: non è questo, forse, un uso politico – e geo-politico – dei diritti umani? Quanti “casi-Sakineh” (o forse sarebbe meglio dire quanti “casi-Teresa Lewis”) ci sono quotidianamente? E di quanti di essi veniamo realmente informati?

Non ho intenzione di aprire il casellario di “nera” e citarvi quello che credo sarebbe un lungo elenco (anche perché quando nasci nel paese in cui la cronaca nera è usata come peep show con cui intrattenere il pubblico ne sviluppi una certa idiosincrasia...) . Per rispondere a queste domande, però, dobbiamo fare un salto all'indietro:

Afghanistan, 27 luglio 2002. Durante uno degli innumerevoli scontro tra le forze della Coalizione ed i taleban, avvenuto a seguito dell'omicidio di un soldato americano di nome Speers viene arrestato Omar Khadr, di anni 15. Omicidio, tentato omicidio, cospirazione, affiliazione terroristica e spionaggio sono i cinque capi di accusa che costano al giovane (sangue pakistano e cittadinanza canadese) il soggiorno presso il carcere di Guantánamo Bay, Cuba, dove ha trascorso gli ultimi sette anni della sua vita.

«Io ho l'obbligo di mostrare al mondo ciò che succede quaggiù. Sembra che quanto fatto finora non sia bastato, ma forse funzionerà se il mondo vedrà gli Usa condannare un bambino al carcere a vita. E se nessuno dovesse accorgersi di nulla, in quale mondo verrei rimesso in libertà? In un mondo fatto di odio e di discriminazione».

Sconfiggere il terrorismo. (da Current Tv)


Tra il 1983 ed il 2009 nello Sri Lanka si è combattuta una tra le guerre più ignorate dall'intero circuito mediatico mondiale tra la maggioranza etnica cingalese (di religione buddhista) e quella tamil (di religione induista) il cui Fronte di Liberazione - le c.d. Tigri Tamil - è considerato il gruppo terroristico che ha dato origine al terrorismo moderno e fonte di ispirazione per i gruppi terroristici moderni. Allo stesso tempo, però, migliaia di morti e desaparecidos (tra combattenti, popolazione civile e giornalisti) si sono registrati tra le fila tamil. Sono stati davvero loro i terroristi?

De la gente che se scanna per un matto che commanna

«Il genere umano deve ai bambini il meglio che può dare. Per guardare in alcuni aspetti del futuro non occorrono proiezioni di supercomputer. Molto del millennio che sta per iniziare può essere visto dal modo in cui ci prendiamo cura oggi dei nostri bambini. Il mondo di domani sarà influenzato dalla scienza e dalla tecnologia, ma soprattutto sta già prendendo forma nei corpi e nelle menti dei nostri figli».
Sono le parole pronunciate da Kofi Annan, l'ex Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 1997. «Il genere umano deve ai bambini il meglio che può dare», una gran bella frase, ma solo questo. Solo una frase. Basta guardarsi un po' in giro per capire questo: bambini obesi che passano le giornate davanti alla televisione in America, bambini costretti a prostituirsi e vivere per strada in Brasile, in Africa ed in gran parte del mondo. Tutti accomunati da un unico particolare: non aver voluto la vita che stanno vivendo.

Mogbwemo (Sierra Leone) - «Maniche corte o maniche lunghe?» no, non è la richiesta di una mamma di fronte ai capricci del figlio incapace di scegliere come vestirsi. È la richiesta degli uomini del RUF, il Fronte Rivoluzionario Unito che, al grido di “Non più schiavi, non più padroni. Potere e prosperità al popolo” imperversò in Sierra Leone tra gli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio. Ciò che succedeva dopo la domanda era sempre la stessa, identica, cosa: l'amputazione. Delle braccia nel primo caso o delle sole mani nel secondo. Quando in questa situazione si trovavano – come si trovano tutt'ora – dei bambini, l'amputazione non era solo una mera questione fisica, era anche – e soprattutto – amputazione dell'infanzia.

Il rapporto tra i bambini e la guerra nasce nella notte dei tempi: che siano esse vittime o complici dei carnefici fa poca differenza. Il trauma è lo stesso. Ai tempi delle campagne napoleoniche li chiamavano “enfants perdus”, bambini perduti. Erano tamburini che davano il ritmo ai soldati in prima linea e, come tali, i più esposti al fuoco di artiglieria. Poi la guerra si evolve, e i compiti dei bambini mutano: gli appartenenti alla Hitlerjugend, ad esempio, archetipi del moderno kamikaze, avevano il compito di saltare sui carri armati nemici cercando di infilare le bombe a mano nelle feritoie; le immagini dei bambini palestinesi che sfidano i carri israeliani armati di sole pietre sono ben presenti nella memoria di ciascuno di noi.
Secondo il Rapporto Globale sui bambini soldato del 2008 sono più di 250.000 i minori che prendono parte ai combattimenti in giro per il mondo. Che siano soldati o semplici “assistenti”, francamente, credo faccia poca differenza.

E voi a divertirvi andate un po' più in là andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

I miei compagni di scuola iniziarono a sospettare che non gli abbia raccontato proprio tutto di me. «Perché sei fuggito dalla Sierra Leone?» «Perché c'è la guerra». «E tu hai visto la gente combattere?» «Se ne vedeva dappertutto». «Nel senso che c'era gente che andava in giro armata a sparare?» «Sì, spesso». «Figo». Abbozzo un sorriso. «Una volta o l'altra ce ne parli». «Sì, una volta o l'altra».
[dal retro di “Memorie di un soldato bambino” di Ishmael Beah]

Quando si parla di guerra, solitamente, si tende a considerare sotto questo termine i grandi eserciti “super-addestrati ed armati fino ai denti” che vediamo spesso nei film americani.
Quegli stessi film che piacciono a tutti i bambini, perché da bambino chi non si è identificato con Rambo, o con tutti tutti questi “eroi dal grilletto facile”? La regola dei bambini piccoli è che: «i maschietti giocano con i mitra e le femminucce con le bambole». Già, giocano...

Da questo lato del mondo, dal lato economicamente ricco, i bambini giocano alla guerra. Perché per un bambino la guerra deve essere un gioco. Come è “giusto” che sia. Dall'altro lato del mondo, cioè dal lato che serve al mondo ricco per continuare a definirsi tale, la guerra, molto spesso, non è un gioco.
Congo, Algeria, Somalia, Darfur, Sierra Leone. Migliaia e migliaia di bambini africani la guerra non la giocano. Alcuni la guardano da lontano, fortunatamente. Altri, invece, la vivono in prima persona. Come Ishmael Beah, autore del libro “Memorie di un soldato bambino”. Mi fa un certo effetto dover dire che questo libro – come molti altri – è un libro bello e che mi è piaciuto.
Perché mi fa un certo effetto connotare in maniera positiva una guerra raccontata sì da un reduce, ma da un reduce che, nel momento del racconto, ha da poco passato la maggiore età. Siamo nel 1993, a Mogbwemo, piccolo villaggio della Sierra Leone, paese in cui i ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario hanno iniziato, dal marzo del 19991, una guerra civile capeggiati da Charles Taylor, esportatore di morte e signore della guerra, ed alcuni ribelli burkinabé.
Ishamel, suo fratello Junior, gli amici Talloi e Mohamed alla guerra non ci pensano. Loro sono bambini. E poi a loro interessa la “parlata veloce degli americani”, cioè il rap e l'hip hop. Nel loro villaggio però non ci sono rapper, e per vederli, per studiarli (visto che hanno formato una band) vanno a Mobimbi, il “parco divertimenti” per bianchi.
Un giorno come un altro, però, il loro villaggio viene attaccato, ed i ragazzi non potranno più farvi ritorno.
È l'inizio della fine. I ragazzi si separeranno e tutti – in un modo o nell'altro – faranno i conti con la guerra. Ishmael diventa un soldato “regolare”, il cui scopo è quello di «vendicarsi dei ribelli che gli hanno ucciso la famiglia e distrutto il villaggio», come il comandante ripete spesso, tra un film di Rambo, qualche pasticca e un po' di cocaina “che danno più energia”.
Da quel momento la famiglia di Ishmael saranno i suoi compagni, il caporale e tutti gli altri che, come lui, hanno un fedele amico nell'AK-47, nel G3 o nel kalashnikov. Gli unici “amici” di cui ci si possa fidare in guerra.
L'infanzia di Ishamel se ne va così, insieme al primo proiettile che uccide un uomo, in quel concetto che vuole i militari “buoni” ed i ribelli “cattivi” avere differenze sempre più labili. Entrambi attaccano villaggi, uccidono, rubano. Entrambi gli eserciti usano i bambini per fare la guerra.

So che solitamente in una recensione si riassume quel che si è letto. Ma mi piacerebbe che invece che a questo mio articolo, la gente si incuriosisca e vada a leggersi il libro, perché – come dice William Boyd – questo libro è «la prima volta che un soldato bambino si mostra capace di dar voce letteraria a una delle figure più drammatiche che ci ha lasciato il XX secolo: la figura dell'adolescente guerriero ed assassino».

«E voi a divertirvi andate un po' più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà. »
[Fabrizio De André]