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Il senso di Michele per la piazza

Sottotitolo: il nemico del mio nemico non sempre è mio amico.
AFP PHOTO/MOHAMMED ABEDI

Il mondo arabo brucia. Il 17 dicembre scoppia la rivolta in Tunisia: a Mohammed Bouazizi viene sequestrato il banco di frutta e verdura perché – dicono i poliziotti – non c'è la licenza. Seguono proteste da parte del giovane 26enne e relative percosse da parte delle forze dell'ordine. Il 4 gennaio 2011 Mohamed muore in seguito alle ustioni riportate per aver protestato dandosi fuoco.
È l'inizio della rivolta: i tunisini si riversano in strada, e da quel momento la c.d. “rivolta per il pane” diverrà la miccia che incendia gran parte del mondo arabo: dopo la Tunisia ad essere investite dalle proteste saranno l'Algeria (8 gennaio), la Giordania (13 gennaio), il Marocco, lo Yemen, la Mauritania (16 gennaio) e l'Egitto (18 gennaio).

Si protesta per quel che si protesta in tutto il mondo: inflazione galoppante, disoccupazione, aumento dei prezzi dei generi alimentari e degli affitti. La polizia, ogni volta, scende in piazza per fare il proprio dovere: difendere – con la repressione – il sistema che gli passa lo stipendio. Centinaia i morti ed un numero indefinito di feriti.
La rivolta, però, sembra profilarsi anche come rivolta anti-autoritaria, in particolare in situazioni come la Tunisia, dove l'ex Presidente Zine El-Abidine Ben Alì è rimasto in carica per 23 anni (ed in particolare nel momento in cui la protesta è continuata quando si è tentato di ricreare il “sistema Ben Alì” senza Ben Alì) o l'Egitto, dove Hosni Mubarak detiene il potere da 30 anni esatti.
Il fronte delle proteste, nel frattempo, si allarga toccando per qualche ora l'Albania e l'Italia. O meglio: in Italia si spera che ci sia qualcuno disposto a scendere in piazza per protestare. Non lo faremo per i problemi reali quali – vado a memoria – il lavoro che scarseggia o per il quale vengono riviste le regole (leggasi alla voce “modello Marchionne”) per non parlare di quella strage quotidiana degli omicidi sul posto di lavoro (le c.d. “morti bianche”). Non scendiamo in piazza in solidarietà a tutte quelle persone che quotidianamente perdono la propria abitazione perché – anche per effetto del lavoro che sempre più diventa nuovo sfruttamento – non hanno i soldi per pagare affitti sempre più alti (non entriamo poi nella casistica degli affitti agli studenti fuori sede), tanto meno lo facciamo per denunciare come il diritto allo studio stia tornando un fenomeno classista già adesso chiuso a chi non può permettersi rette universitarie altissime e libri spesso utili più alle case editrici che non alla didattica.

Di campi rom, stati-nazione e amianto...

«Si lamentano degli zingari? Guardateli come vanno in giro a supplicare l'elemosina di un voto! Ma non ci vanno a piedi, hanno autobus che sembrano astronavi, treni, aerei. E guardateli quando si fermano a pranzo o a cena: sanno mangiare con coltello e forchetta e con coltello e forchetta si mangeranno anche i vostri risparmi. L'Italia appartiene a cento uomini, siamo sicuri che questi cento uomini appartengano all'Italia?»

No, queste parole non rappresentano la dichiarazione di questo o quell'antipolitico. A pronunciarle – anzi, per essere precisi a scriverle (http://www.fondazionedeandre.it/zingari.htm) – fu Fabrizio De André che, tra le tantissime perle che ci ha regalato, ha scritto anche la struggente “Khorakhanè”.
Durante il concerto al Teatro Brancaccio, quello che erroneamente viene considerato come il suo ultimo concerto, ebbe a dire che «(il popolo rom) sarebbe un popolo da insignire con il Nobel per la pace per il solo fatto di girare per il mondo senza armi da oltre duemila anni».
E c'è qualcuno a cui anche solo a sentirli nominare viene il vomito...

Si chiama Clarissa Lombardi, è consigliera del PdL per la circoscrizione est della città di Prato e, qualche giorno fa ha così commentato il furto della borsa dalla sua auto da parte di un indefinito “qualcuno”.
Forse sarò anche banale, ma a me le cose che fanno venire il vomito sono altre: la mafia e le altre forme di criminalità organizzata insieme a chi le tutela a livello istituzionale, chi sfrutta gli altri per mero vantaggio personale (e qui guardo proprio in casa – partitica – della suddetta: http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/economia/2010/10-agosto-2010/operai-cinesi-senza-stipendio-lavorano-sasch-cenni—1703552415435.shtml), chi comanda bombardamenti a distanza di chilometri per un paio di firme su un contratto, eccetera eccetera eccetera.
E poi c'è l'ignoranza. Non quella di chi non ha avuto la possibilità di andare a scuola per mancanza di possibilità economiche, come succedeva fino a qualche decennio fa a noi italiani o, perché, se ci andasse verrebbe perennemente dileggiato e perseguitato per colpa di uno stereotipo, proprio come succede ai bambini ed alle bambine rom. Se foste costretti ad andare in una scuola in cui tutti i giorni vi chiamano con i peggiori appellativi e vi tengono in disparte senza che voi abbiate fatto qualcosa di male come vi sentireste? Sareste così felici di andare a scuola?
L'ignoranza che mi fa vomitare è quella di chi, pur sapendo quel che succede, si gira dall'altra parte o sfrutta, da una posizione di privilegio, l'ignoranza altrui.

Lotta di classe e pubblicità: sicurezza sul lavoro e senso di democrazia in Italia.

La situazione è oggettivamente tragica ma a me, in tutta questa storia, vien da ridere.
Viene da ridere quando uno che si spaccia da sindacalista (solo noi abbiamo la categoria dei "sindacalisti-crumiri”?) che si affanna a farci sapere che è scampato alla morte per un fumogeno lanciatogli dalla platea la cui lanciatrice (una compagna dell'Askatasuna) altro non ha fatto che rispettare quella Costituzione di cui tutti i giorni parliamo. Non ci credete? Beh, leggetevi il primo comma dell'articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», ed un fumogeno rientra a pieno titolo sotto questa definizione. O no?
Il leader Cisl (e qui stendo un pietoso velo...) altro non ha fatto che ribadire ancora una volta quello di cui cantava Fabrizio De André qualche anno fa, cioè la paura del Potere quando si trova disarmato di fronte all'avversario. O meglio: quando l'avversario può utilizzare le stesse armi del Potere, cioè la violenza. Anche su questo aspetto però ho qualche dubbio. Siamo davvero sicuri che quello che frettolosamente è stato definito “atto di violenza” sia tale? Si può parlare di violenza quando quella forma espressiva è l'unica che può utilizzare chi per anni viene vessato, umiliato, soggiogato da una forza che gioca la sua partita in una posizione diseguale – e sempre migliore – dell'avversario? O forse, quello, è il modo in cui si chiede l'attenzione di chi è impegnato – in maniera consapevole o meno – a guardare da un'altra parte? Mi torna di nuovo in mente il famoso bombarolo di De André: il singolo che si fa braccio armato, e dunque diviene voce, di e per una moltitudine (non quella teorizzata da Toni Negri...), che è esattamente quello che è successo qualche giorno fa alla festa del PD. Sarebbe stato interessante sapere come i media borghesi avrebbero trattato il bombarolo faberiano nella realtà: come minimo lo avrebbero descritto come uno “degli antagonisti” appartenente “ai centri sociali” e che, a ben vedere, era anche un “anarchico”.
C'è poi un altro – ancor più importante – elemento su cui focalizzare l'attenzione. Potremmo definirlo “il senso di democrazia della classe politica italiana”. Torniamo sempre a quell'episodio ed al contesto nel quale si è creato: la festa del Partito Democratico. Ho ancora ben impresse davanti agli occhi le immagini di Enrico Letta colpito da “sgarbite acuta” (quella malattia che prende Sgarbi quando si “impalla” e, con indice accusatorio, inizia a ripetere sempre lo stesso insulto nei confronti di qualcun@) mentre ribadiva che il famoso fumogeno costituiva atto di “antidemocraticità”.

Una fede per gli infedeli: il culto di Santa Muerte

Tepito (Ciudad de México, Messico) - «Non avrai altro Dio all'infuori di me spesso mi ha fatto pensare». Probabilmente uno dei più famosi incipit dell'intera discografia di Fabrizio De André, un  grande artista a cui invece che un semplice Vangelo – come sovente ripete Don Andrea Gallo – dovrebbe essere dedicata direttamente una Chiesa, così come si fa per i “Grandi”. Così come si fa, ad esempio, per Diego Armando Maradona (guardatevi il film sul Pibe di Emir Kusturica per capire a cosa mi riferisco....).

Ed a proposito di “culti alternativi” e America Latina, è interessante quello che da qualche anno avviene in Messico ed in alcune zone degli Stati Uniti le cui affinità con la terra di Hugo Sánchez Márquez e del Subcomandante Marcos sono più d'una: accanto ai culti “tradizionali” infatti, non è difficile trovare nelle abitazioni messicane una strana statua dalle fattezze scheletriche il cui culto vede il proprio centro a Tepito, il barrio bravo di Città del Messico noto più per essere terra di narcos che non per essere la città che venera quella che molto spesso viene chiamata “La Flaquita” (la magrolina) o “Niña Blanca” (bimba bianca), anche se il nome corretto per chiamare la santa sarebbe Muerte, cioè morte.
Già, perché il culto di Santa Morte – che, sgombrando il campo da dubbi, nulla ha a che fare con satanismi e magie nere visto che in realtà si è in presenza di un angelo di luce  – è uno dei principali nuovi culti diffusi in Messico, America Centrale e Stati Uniti e che, a partire dall'inizio del nuovo millennio annovera già circa due milioni di fedeli.
Se, infatti, l'iconografia della Santa può, ad un approccio superficiale, far pensare ad un culto “negativo”, essa è in realtà la protettrice degli “ultimi”: a lei si rivolgono infatti le “bocca di rosa”, le “princesa”, i carcerati e tutte quelle biografie che salivano sul palco ad ogni concerto di Faber...
  • Le origini del culto.

Stando a quello che si trova in rete, non esiste una data da cui far partire questo culto. Per alcuni, infatti, il culto risale al periodo pre-ispanico ed al culto della morte che le popolazioni autoctone facevano, per altri invece il culto ha origine solo a partire dagli anni '60 del secolo scorso, con un procedimento che sembra essere ricalcato quasi perfettamente sul culto della Madonna di Fatima (o magari è il culto della Madonna di Fatima ad essere ricalcato su quello della Signora delle Tenebre). Narra la leggenda, infatti, che Santa Muerte apparve ad un abitante della città di Veracrùz (nel sud-est del Messico) in virtù dei sacrifici fatti dal popolo, al quale dunque ella concedeva la propria protezione.

Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora...

Qui il video per i lettori di Facebook e ReportOnLine.

Mi fa ridere, anche se di un sorriso amaro, la nuova “bagarre” di cui si può leggere in questi giorni su “Il Manifesto”, relativa alla figura di Roberto Saviano definito da Norma Rangeri – direttrice del quotidiano comunista – addirittura un “bene comune” da preservare, un po' come l'acqua (quello sì "bene comune" o gli orsi bianchi). Mi fa ridere innanzitutto perché è da queste piccole cose che si può capire perché in questo paese il concetto di “Sinistra”, intesa sia come sistema partitico che come area politica è stato assassinato da quella parte della sinistra – di cui già Pasolini ci parla nella famosa “Il PCI ai giovani”: «Avete facce di figli di papà. (…) ma sapete anche essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici» auto-suicidatai dopo il '68. Quella sinistra che oggi non va alle manifestazioni degli operai di Pomigliano o di Termini Imerese e che non una parola spende per gli operai che si sono auto-carcerati all’Asinara ma che – per un non meglio precisato “diritto democratico” – è in prima fila nelle manifestazioni di CasaPound e affini. Insomma: una Sinistra che da grande ha deciso di giocare a fare la Destra. Basti guardare al “pantheon” delle due aree: se oggi infatti gli uomini di Gianluca Iannone idolatrano inorgogliti – mostrando così se non un vero e proprio disprezzo e sovvertimento almeno una evidente confusione storica – figure come Ernesto Guevara de la Serna o Rino Gaetano, che nulla avevano – ed avranno mai - a che fare con tutto ciò che riguarda i destrorsi, la Sinistra fa oggi la stessa cosa inneggiando a personaggi come Saviano e Travaglio, professionisti di un giustizialismo che non si confà alla Sinistra propriamente detta, come scriveva Daniele Sepe qualche giorno fa sul già citato quotidiano. Ma è lo spirito del tempo, d’altronde. Quello stesso spirito per cui alcuni “anti” (anti-fascisti ed anti-berlusconiani soprattutto) si comportano proprio come coloro che dicono di combattere. Si pensi alla levata di scudi di fronte al legittimo – per uno stato democratico quale noi crediamo di essere – diritto al dissenso verso questi “eroi di carta”, come li definisce Alessandro Dal Lago proprio dalle pagine de “Il Manifesto”, riprendendo la sua ultima opera letteraria. Aveva ragione Gaber: «Non temo Berlusconi in sé. Temo Berlusconi in me».

È da un po’ che mi chiedo se il vero problema di questo paese - a livello politico - sia la sua classe dirigente. Quante volte, nelle discussioni al bar come in televisione, sentiamo dire che abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente, magari più giovane (cosa che non equivale certo ad una garanzia di miglioramento…)?

Portando la Croce...e Che Guevara.

In questi giorni è scoppiato – devo dire finalmente – il bubbone, che non arriva certo inatteso, della pratica pedofila all'interno della Chiesa. Questa volta sembra essere scoppiato nel pieno della sua virulenza, a differenza di quel che accadde qualche anno fa, quando circolò per un po' il famoso video dal titolo “Sex crimes and Vatican”, nel quale per la prima volta si portava questo problema al di fuori delle mura vaticane.
A differenza di quel che avvenne nel 2006, sembra essere maggiore anche l'interesse della pubblica opinione, e da più parti si inizia a parlare della necessità di una “rifondazione” dell'istituto ecclesiastico, che vede come massima provocazione – almeno tra gli articoli che ho letto io in questi giorni – l'articolo di Andrew Sullivan presente sul numero di “Internazionale” di venerdì scorso dal titolo: “Perché il Papa deve dimettersi”.

Quel che mi solletica maggiormente è proprio provare ad immaginare, e dunque a delineare, il profilo di una eventuale “nuova Chiesa riformata”. Niente fantasticherie da intellettualoide, naturalmente – cosa che peraltro non sarei neanche in grado di fare – ma, come al solito, presentazione, da queste pagine, di una diversa concezione della Chiesa e della visione cattolica della religione che già da anni è presente e conosciuta ma che, combattendo il Potere terreno di Santa Romana Chiesa è da sempre stato posto ai margini dell'insegnamento della “fede”.



Per capire a cosa mi riferisco partiamo - per l'ennesima volta - da Fabrizio De André, cioè dall'autore del quinto Vangelo, stando almeno alle parole di Don Andrea Gallo. L'immagine che trovate in apertura di questo post, e che spiega in pochissimo spazio la laica spiritualità di Faber è presa da “L'uomo Faber”, il fumetto distribuito da Repubblica ed ideato da Ivo Milazzo e Fabrizio Càlzia.
Da anarchico, infatti, De André aveva una visione assolutamente anti-clericale della religione, in quanto quel che oggi conosciamo come Chiesa altro non è che una forma di imperialismo – sia culturale che economico – e che, come tale, deve essere combattuto. Questione che ogni cittadino italiano dovrebbe ben conoscere, essendo questa pratica ben presente nella vita politica della nostra quotidianità, nonostante il nostro sia un paese laico e non teocratico (come invece evidentemente piacerebbe dall'altra parte del Tevere e ad alcuni esponenti dell'emiciclo parlamentare).

Qualche sera fa, su Sky è andato in onda “Angeli e Demoni”,

Guerra in affitto

«e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore»
[Fabrizio De André – La guerra di Piero]

Che la guerra sia parte integrante della vita umana non è certo una novità. L'ha cantata magistralmente De André in pezzi come “La guerra di Piero”, “La ballata dell'eroe” o in “Fiume Sand Creek”. Prima di lui tanti e tanti, in ogni tempo e ad ogni latitudine, hanno scritto, cantato e raccontato la guerra: da Omero con i suoi poemi a Guccini passando per John Lennon, Patti Smith e Bob Dylan. Probabilmente a questi nomi se ne aggiungeranno tanti altri in futuro, e questo non perché – probabilmente – la guerra terminerà con l'uomo, ma perché c'è chi, con le guerre, ci fa un mucchio di soldi, e quindi non ha alcuna intenzione di vederne la fine.

Niente signori della guerra africani o venditori di morte alla Viktor Bout – il trafficante di armi magistralmente interpretato da Nicolas Cage in “Lord of war”: trattasi, più banalmente, di mercenari.
Si può dire che questo particolare tipo di soldato, quello senza bandiera e dalla divisa di un colore imprecisato, per citare nuovamente De André, sia nato il giorno stesso in cui – nella notte dei tempi – qualcuno decise di muovere guerra verso qualcun altro, per tutelare i propri interessi: dall'Impero romano ai popoli d'Oriente passando per il periodo della colonizzazione, ogni guerra ha avuto la sua buona dose di mercenari; anzi: prima dell'avvento degli Stati-nazione, la componente privata degli eserciti era di gran lunga superiore a quella “istituzionale” ed istituzionalizzata sotto una bandiera o una divisa comune.
E proprio dalle guerre di colonizzazione ci viene la concezione di “mercenario” che più o meno tutti abbiamo in testa: quella di tagliagole senza padrone il cui unico scopo nella vita è quello di uccidere per denaro.
Che si chiamino Lanzichenecchi, Capitani di ventura o – appunto – mercenari, i discendenti di Bob Denard, uno tra i più celebri mercenari che la storia ricordi, hanno segnato, e continuano a segnare tutt'oggi, la storia bellica dell'umanità.

«Le truppe statunitensi, britanniche e degli altri paesi della coalizione sono in Afghanistan per vincere la guerra. Per noi, più la situazione più si deteriora meglio è». A parlare non è qualche capo locale di Al Qaeda ma uno dei tanti contractors a cui oggi gli stati “democratici” hanno delegato gran parte del lavoro di retroguardia (e non solo) all'interno della gestione di un conflitto bellico.

Consulenza, addestramento e supporto logistico sono i tre ambiti in cui questi mercenari del XXI secolo vengono utilizzati maggiormente, perché oggi la guerra richiede

Er popolo frescone


Marforio: «Caro Pasquino, che tempacci brutti! Tu di' si ciò raggione; er popolo è fregnone come er cerino: se fa fregà da tutti!»
Pasquino: «Caro Marforio, è giusto er paragone, però er popolo è ancora più frescone, perché er cerino, lo sai pure tu, lo pòi fregà 'na vorta, poi nu' lo freghi più!»

Adesso ve la faranno passare più o meno in questi termini: questi “vili” anarchici, questa gentaglia che crede solo nel caos e nelle bombe vuole destabilizzare lo Stato e si sono fatti sentire in questi giorni perché avrebbero avuto il massimo del ritorno mediatico. Ma lo Stato è come la religione: vale se la gente ci crede, come direbbe Errico Malatesta.

C'è ancora qualcuno che crede in un'affermazione del genere? È dal 1969 che il Potere – di qualunque colore ed estrazione socio-politica e culturale – tenta di attribuire a coloro che non credono nella delega e nella dominazione dell'uomo da parte dell'uomo mire terroristiche. Poi lo sappiamo come finisce: qualcuno vola dalla finestra, così da placare la voglia di sangue umano del popolo giustizialista e forcaiolo e pratica chiusa. Il Potere torna ad uccidere, violentare, cospirare ai danni del popolo mettendogli davanti il teatrino di dichiarazioni, denunce di colpi di stato e tutto quel corollario che serve per continuare a detenere il titolo di “pagliacci di corte”, come hanno a dire anche molti giornalisti esteri, che sapendo esattamente cos'è il mestiere – o la missione – del giornalista non si occupano di barzellette e affini.

State tranquilli: nessuno, con “l'attentato” di ieri a Milano, voleva destabilizzare lo Stato, quindi o caro popolo italiano, puoi continare a dormir tranquilli sonni: anche domani avrai il Padrone a dettarti la vita.
Mi chiedo poi cosa potrà mai essere una “bomba anarchica” che ha fatto pochissimi danni – e di cui tempo un paio di giorni ci saremo dimenticati, così come ci siamo dimenticati dell'”attentato” al premier – se confrontiamo questo atto con le politiche repressive attuate quotidianamente da quello Stato che oggi vi chiama ad obliterare il vostro diritto di cittadini o con il lassismo verso i Padroni che ormai da anni permette lo stupro quotidiano del nostro territorio da parte di potentati extra-nazionali od economici (Tav e Dal Molin su tutt*), genocidi quotidiani che prendono il nome di “morti sul lavoro”, disprezzo della vita del popolo con la chiusura di fabbriche e/o la delocalizzazione delle aziende che non serve ad altro che a far ingozzare ancora di più il signor Padrone.

E voi a divertirvi andate un po' più in là andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

I miei compagni di scuola iniziarono a sospettare che non gli abbia raccontato proprio tutto di me. «Perché sei fuggito dalla Sierra Leone?» «Perché c'è la guerra». «E tu hai visto la gente combattere?» «Se ne vedeva dappertutto». «Nel senso che c'era gente che andava in giro armata a sparare?» «Sì, spesso». «Figo». Abbozzo un sorriso. «Una volta o l'altra ce ne parli». «Sì, una volta o l'altra».
[dal retro di “Memorie di un soldato bambino” di Ishmael Beah]

Quando si parla di guerra, solitamente, si tende a considerare sotto questo termine i grandi eserciti “super-addestrati ed armati fino ai denti” che vediamo spesso nei film americani.
Quegli stessi film che piacciono a tutti i bambini, perché da bambino chi non si è identificato con Rambo, o con tutti tutti questi “eroi dal grilletto facile”? La regola dei bambini piccoli è che: «i maschietti giocano con i mitra e le femminucce con le bambole». Già, giocano...

Da questo lato del mondo, dal lato economicamente ricco, i bambini giocano alla guerra. Perché per un bambino la guerra deve essere un gioco. Come è “giusto” che sia. Dall'altro lato del mondo, cioè dal lato che serve al mondo ricco per continuare a definirsi tale, la guerra, molto spesso, non è un gioco.
Congo, Algeria, Somalia, Darfur, Sierra Leone. Migliaia e migliaia di bambini africani la guerra non la giocano. Alcuni la guardano da lontano, fortunatamente. Altri, invece, la vivono in prima persona. Come Ishmael Beah, autore del libro “Memorie di un soldato bambino”. Mi fa un certo effetto dover dire che questo libro – come molti altri – è un libro bello e che mi è piaciuto.
Perché mi fa un certo effetto connotare in maniera positiva una guerra raccontata sì da un reduce, ma da un reduce che, nel momento del racconto, ha da poco passato la maggiore età. Siamo nel 1993, a Mogbwemo, piccolo villaggio della Sierra Leone, paese in cui i ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario hanno iniziato, dal marzo del 19991, una guerra civile capeggiati da Charles Taylor, esportatore di morte e signore della guerra, ed alcuni ribelli burkinabé.
Ishamel, suo fratello Junior, gli amici Talloi e Mohamed alla guerra non ci pensano. Loro sono bambini. E poi a loro interessa la “parlata veloce degli americani”, cioè il rap e l'hip hop. Nel loro villaggio però non ci sono rapper, e per vederli, per studiarli (visto che hanno formato una band) vanno a Mobimbi, il “parco divertimenti” per bianchi.
Un giorno come un altro, però, il loro villaggio viene attaccato, ed i ragazzi non potranno più farvi ritorno.
È l'inizio della fine. I ragazzi si separeranno e tutti – in un modo o nell'altro – faranno i conti con la guerra. Ishmael diventa un soldato “regolare”, il cui scopo è quello di «vendicarsi dei ribelli che gli hanno ucciso la famiglia e distrutto il villaggio», come il comandante ripete spesso, tra un film di Rambo, qualche pasticca e un po' di cocaina “che danno più energia”.
Da quel momento la famiglia di Ishmael saranno i suoi compagni, il caporale e tutti gli altri che, come lui, hanno un fedele amico nell'AK-47, nel G3 o nel kalashnikov. Gli unici “amici” di cui ci si possa fidare in guerra.
L'infanzia di Ishamel se ne va così, insieme al primo proiettile che uccide un uomo, in quel concetto che vuole i militari “buoni” ed i ribelli “cattivi” avere differenze sempre più labili. Entrambi attaccano villaggi, uccidono, rubano. Entrambi gli eserciti usano i bambini per fare la guerra.

So che solitamente in una recensione si riassume quel che si è letto. Ma mi piacerebbe che invece che a questo mio articolo, la gente si incuriosisca e vada a leggersi il libro, perché – come dice William Boyd – questo libro è «la prima volta che un soldato bambino si mostra capace di dar voce letteraria a una delle figure più drammatiche che ci ha lasciato il XX secolo: la figura dell'adolescente guerriero ed assassino».

«E voi a divertirvi andate un po' più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà. »
[Fabrizio De André]

Sono ateo e certe cose non le capisco...

“Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto - e la verità verrà fuori - soprattutto perché pesava 42 chili [in realtà, secondo i dati di cui dispongo pesava 37 kg,ndr] La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, sieropositivo, poi il fatto che che in cinque giorni sia peggiorato...certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così.”
[Carlo Giovanardi]


Ok. Facciamo un bel respiro. Di quelli grandi, che di solito fai quando ti visita il dottore.

Gli scrittori americani e la ragazza perbene.


Incredibile a dirsi, ma non riesco a trovare le parole.
Forse perché ho sempre avuto una forma di rispetto molto particolare per i morti. Che è poi il motivo per cui mi viene sempre difficile dover parlare dei miei miti. O forse perché l'incontro con le parole di Fernanda Pivano è stato bizzarro, e quindi dover parlarne mi mette in uno strano senso di soggezione. Chissà perché poi.

Non mi va di riportare la solita biografia presa da questo o quel sito, sia perché da oggi ne saranno pieni i giornali e sia perché tutti possono andare su questo o quel sito e leggersela.

Il mio incontro con i suoi libri è avvenuto in 5° superiore, per l'esame di maturità. Lei e Cesare Pavese sono stati i miei “compagni di maturità”. Insieme a Faber, naturalmente. Eppure, nonostante mi reputassi mediamente intelligente – più o meno quanto i miei compagni di classe – proprio non riuscivo a capire. Non capivo come una donna potesse appassionarsi così tanto all'Antologia di Spoon River, non capivo cosa ci fosse di bello in un libro del genere. E tantomeno ero in grado di capire Faber, che anzi – mi ricorda spesso mio padre quando affrontiamo l'argomento – mi chiedevo come si potesse definire “cantante”.

Le chiavi per entrare in quel mondo le ho avute solo dopo quell'incontro. Quando ho ripreso in mano l'Antologia e nelle cuffie avevo Faber. C'è voluto un po' di tempo, forse perché non avevo la “maturità intellettuale” per comprendere l'alta caratura di personaggi di questo tipo, per capire con chi avessi a che fare.
E se oggi riesco – o almeno credo di riuscire – a ragionare in direzione ostinata e contraria, beh, sicuramente lo devo a quei versi. Versi che, se mi guardo indietro, se guardo la strada che da quei banchi di scuola ho fatto fino ad ora – nonostante siano passati in realtà solo pochi anni – capisco quanto siano stati importanti per arrivare esattamente dove sono adesso.