Il 14 novembre del 1974, come ormai sappiamo tutti, Pier Paolo Pasolini scriveva il famoso articolo "Cos’è questo golpe? Io so”, nel quale sosteneva di conoscere i nomi dei responsabili – conosciuti ed occulti – della strategia della tensione che in quegli anni imperversava in Italia.
Parafrasando quell’articolo, potrei dire che anch’io so. O meglio: io non so, però – a differenza di Pasolini – io ho gli indizi, e dunque ho anche le prove in merito al “golpe” – per usare le stesse parole pasoliniane - su scala continentale al quale stiamo assistendo in questi tempi. Ma andiamo con ordine.
Partiamo dalla Polonia, e precisamente dal momento in cui lo stato polacco è stato decapitato – letteralmente – dei propri vertici. Io non ho mai avuto ammirazione per i fratelli Kaczyński, considerando la spesso antitetica posizione su molti temi. Ma su una cosa mi trovavano d’accordo: l’essere scettici verso quella che ci ostiniamo a chiamare “Unione” europea.
In rete circola un video – sul quale però ho parecchi dubbi – in cui si vedrebbe una scena descritta come l’esecuzione, da parte di forze militari presumibilmente russe, di alcuni dei superstiti dell’incidente aereo in cui, ricordiamolo, oltre a quello che fino ad allora era il Presidente polacco – Lech Kaczyński – sono morti anche il capo di stato maggiore, Frantiszek Gagor, il viceministro degli Esteri, il governatore della banca centrale, 13 ministri, l'ex presidente Ryszard Kaczorowski, alcuni deputati, il candidato conservatore alle prossime presidenziali Przemyslaw Gosiewski e il vescovo cappellano dell'esercito. Particolarmente colpite le forze armate, che hanno subito la dipartita oltre che del già citato Gagor, anche del capo delle forze sul campo, Bronislaw, del capo dell'Aeronautica militare, Tadeusz Buk, e di quello dell'esercito, Andrzej Blasik; del capo delle forze speciali, Wojciech Potasinki, e del vice ammiraglio Andrzej Karweta. In pratica quello che era il gotha, la catena di comando polacca, non esisteva più. Cancellata nel giro di pochi secondi.
Se ci pensate un attimo, difficilmente si può definire con il termine “casualità” un incidente che in un colpo solo spazza via l’intero vertice di un paese. Tutto il vertice tranne un uomo: Donald Franciszek Tusk, l’attuale Primo Ministro. Per ora congeliamo la sua posizione e andiamo avanti.
C’è una giornalista, Jane Burgermeister si chiama, una giornalista irlandese/austriaca che, alcuni mesi fa, con un suo articolo iniziò a sostenere quel che alla fine anche i media mainstream sono stati costretti a dire:
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Io (non)so. Però ho gli indizi e le prove…
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Andrea Intonti
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5/10/2010 03:24:00 PM
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Le lacrime e il sangue teneteveli per voi...
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Andrea Intonti
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5/06/2010 05:14:00 PM
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Atene (Grecia) - Atene brucia. Tutta la Grecia brucia.
E non è un modo di dire.
Bruciano le strade come bruciano le divise della polizia e le banche, simbolo di quel Potere che continua a pranzare con i resti di una nazione sempre più «sull'orlo del baratro», per usare le parole del presidente Papoulias.
Ieri sono rimasti carbonizzati anche i corpi di tre dipendenti della Marfin Egnatia Bank, di proprietà di Andreas Vgenopoulos (uno dei principali esponenti del capitalismo ellenico) che, da bravo capitalista quale ogni Padrone è ha minacciato i suoi dipendenti di licenziamento se non si fossero presentati a lavoro anche ieri, nel giorno dello sciopero generale. Si tratta di Angeliki Papathanasopoulou, di 32 anni, che era al quarto mese di gravidanza, Paraskevi Zoulia, 35 anni, e Epaminondas Tsakalis, di 36. La stampa mainstream, quella asservita ai poteri forti, ha definito queste morti derivanti da una molotov lanciata durante gli scontri di un corteo che si stava recando in piazza Syntagma, ad Atene (sede del Parlamento) che ha colpito i locali della banca perché l'unica trovata aperta (ma, come possiamo vedere in questo video, la polizia dava una mano...a devastare).
Ma come ci dice un impiegato greco, che ha avuto il coraggio di mandare agli organi di stampa una dichiarazione che vi ripropongo in versione integrale alla fine del post (e che, come i compagni di occupiedlondon, prego di diffondere il più possibile), i locali della banca hanno preso fuoco semplicemente perché non era stata prevista alcuna manovra di prevenzione da questo tipo di rischi: tutto lì dentro era altamente infiammabile, tant'è vero che i pompieri non hanno mai rilasciato licenza; gli estintori erano insufficienti e, anche se fossero bastati, nessuno sapeva come usarli, perché nessuno aveva mai fatto un qualche tipo di esercitazione antincendio.
I motivi sono facilmente intuibili. Sono gli stessi in ogni luogo: il capitalismo è contrario alla sicurezza (noi italiani dovremmo ricordare ancora la tragedia della ThyssenKrupp del 2007).
Dicono, come al solito, che siano stati gli anarchici.
Ma gli anarchici non adoperano la violenza, o per lo meno non la adoperano contro gli oppressi. Ma sappiamo che addossare la colpa a chi professa la fede nelle idee di Bakunin, di Errico Malatesta e tanti altri è congeniale al Potere, a quel potere il cui unico scopo è la difesa (questa sì, violenta) degli interessi dei signor Padroni. Molto più probabilmente – considerando che tutti, manifestanti e forze dell'ordine, erano a volto coperto, per cui non identificabili – a lanciare le molotov sono stati appartenenti al gruppo neonazista “Chrisi Avgi” (Alba Radiosa).
E non è un modo di dire.
Bruciano le strade come bruciano le divise della polizia e le banche, simbolo di quel Potere che continua a pranzare con i resti di una nazione sempre più «sull'orlo del baratro», per usare le parole del presidente Papoulias.
Ieri sono rimasti carbonizzati anche i corpi di tre dipendenti della Marfin Egnatia Bank, di proprietà di Andreas Vgenopoulos (uno dei principali esponenti del capitalismo ellenico) che, da bravo capitalista quale ogni Padrone è ha minacciato i suoi dipendenti di licenziamento se non si fossero presentati a lavoro anche ieri, nel giorno dello sciopero generale. Si tratta di Angeliki Papathanasopoulou, di 32 anni, che era al quarto mese di gravidanza, Paraskevi Zoulia, 35 anni, e Epaminondas Tsakalis, di 36. La stampa mainstream, quella asservita ai poteri forti, ha definito queste morti derivanti da una molotov lanciata durante gli scontri di un corteo che si stava recando in piazza Syntagma, ad Atene (sede del Parlamento) che ha colpito i locali della banca perché l'unica trovata aperta (ma, come possiamo vedere in questo video, la polizia dava una mano...a devastare).
Ma come ci dice un impiegato greco, che ha avuto il coraggio di mandare agli organi di stampa una dichiarazione che vi ripropongo in versione integrale alla fine del post (e che, come i compagni di occupiedlondon, prego di diffondere il più possibile), i locali della banca hanno preso fuoco semplicemente perché non era stata prevista alcuna manovra di prevenzione da questo tipo di rischi: tutto lì dentro era altamente infiammabile, tant'è vero che i pompieri non hanno mai rilasciato licenza; gli estintori erano insufficienti e, anche se fossero bastati, nessuno sapeva come usarli, perché nessuno aveva mai fatto un qualche tipo di esercitazione antincendio.
I motivi sono facilmente intuibili. Sono gli stessi in ogni luogo: il capitalismo è contrario alla sicurezza (noi italiani dovremmo ricordare ancora la tragedia della ThyssenKrupp del 2007).
Dicono, come al solito, che siano stati gli anarchici.
Ma gli anarchici non adoperano la violenza, o per lo meno non la adoperano contro gli oppressi. Ma sappiamo che addossare la colpa a chi professa la fede nelle idee di Bakunin, di Errico Malatesta e tanti altri è congeniale al Potere, a quel potere il cui unico scopo è la difesa (questa sì, violenta) degli interessi dei signor Padroni. Molto più probabilmente – considerando che tutti, manifestanti e forze dell'ordine, erano a volto coperto, per cui non identificabili – a lanciare le molotov sono stati appartenenti al gruppo neonazista “Chrisi Avgi” (Alba Radiosa).
Due pesi due misure (atomiche)
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Andrea Intonti
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4/27/2010 02:17:00 PM
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A me piace molto Maurizio Crozza. Lo trovo uno dei pochi professionisti (definirlo comico mi sembra decisamente riduttivo) che, con la satira – che sto iniziando a considerare come la miglior arma per smuovere le coscienze sociali di un popolo – prova a darci degli stimoli per tenere allenate le sinapsi.
Da un paio d'anni – o almeno dalla scorsa stagione – al termine di ogni puntata del suo programma, insieme agli ospiti, prova a tirare le somme di quel che è stato detto e della più stretta attualità. Ma non trova mai le connessioni.

Ieri più o meno ho avuto una sensazione simile durante il pranzo, mentre al tg mandavano il servizio sugli accordi tra Italia e Russia in merito all'energia nucleare.
Ma per capire questa storia dobbiamo partire da due date: l'8 e il 9 novembre del 1987 ed il 14 agosto 2002. Date che, apparentemente, non hanno alcuna connessione – come probabilmente non l'hanno nei fatti – ma che almeno a me danno più di uno spunto per parlare della questione del nucleare: quello iraniano, quello italiano e tutti gli altri.
Innanzitutto ancora un passo indietro.
26 aprile 1986: a Černobyl, a 100 km a nord di Kiev (Ucraina) esplode, per errore o dolo umano non è fondamentale saperlo, un reattore della locale centrale nucleare. È probabilmente il più grave incidente di questo tipo nella storia europea e del mondo.
Sull'onda di quell'”incidente”, il popolo italiano è chiamato – l'8 ed il 9 novembre dell'anno successivo – ad esprimersi sulla produzione nucleare italiana e, naturalmente, il popolo dice che no, una Černobyl italiana non la vuole vedere. Per cui il governo è costretto ad abbandonare la ricerca sull'atomo, ripresa in seguito all'estero affidando gli studi al settore privato (leggasi Enel).
Tutto questo fino a qualche mese fa, quando il nostro Governo annuncia che i tempi sono maturi per far rientrare il nucleare tra le fonti energetiche italiane.
Ieri l'annuncio: «Entro tre anni partiranno i lavori per la prima centrale nucleare» a patto, però, di convincere prima l'opinione pubblica su quanto è bello, buono e giusto l'atomo. Per questo – nel solco dei migliori regimi di stampo sovietico – è stato già dato mandato ai pubblicitari di creare uno spot da mandare sulle reti Rai.
A sentire queste parole mi è venuta, d'istinto, una domanda: perché l'Italia vuole il nucleare e nessuno dice niente e per l'Iran l'Occidente sta facendo tutto questo casino?
D'accordo: l'Italia sullo scacchiere geopolitico mondiale vale più o meno quanto una banconota da un euro e cinquanta, ma sempre di nucleare si tratta, no?
Da un paio d'anni – o almeno dalla scorsa stagione – al termine di ogni puntata del suo programma, insieme agli ospiti, prova a tirare le somme di quel che è stato detto e della più stretta attualità. Ma non trova mai le connessioni.
Ieri più o meno ho avuto una sensazione simile durante il pranzo, mentre al tg mandavano il servizio sugli accordi tra Italia e Russia in merito all'energia nucleare.
Ma per capire questa storia dobbiamo partire da due date: l'8 e il 9 novembre del 1987 ed il 14 agosto 2002. Date che, apparentemente, non hanno alcuna connessione – come probabilmente non l'hanno nei fatti – ma che almeno a me danno più di uno spunto per parlare della questione del nucleare: quello iraniano, quello italiano e tutti gli altri.
Innanzitutto ancora un passo indietro.
26 aprile 1986: a Černobyl, a 100 km a nord di Kiev (Ucraina) esplode, per errore o dolo umano non è fondamentale saperlo, un reattore della locale centrale nucleare. È probabilmente il più grave incidente di questo tipo nella storia europea e del mondo.
Sull'onda di quell'”incidente”, il popolo italiano è chiamato – l'8 ed il 9 novembre dell'anno successivo – ad esprimersi sulla produzione nucleare italiana e, naturalmente, il popolo dice che no, una Černobyl italiana non la vuole vedere. Per cui il governo è costretto ad abbandonare la ricerca sull'atomo, ripresa in seguito all'estero affidando gli studi al settore privato (leggasi Enel).
Tutto questo fino a qualche mese fa, quando il nostro Governo annuncia che i tempi sono maturi per far rientrare il nucleare tra le fonti energetiche italiane.
Ieri l'annuncio: «Entro tre anni partiranno i lavori per la prima centrale nucleare» a patto, però, di convincere prima l'opinione pubblica su quanto è bello, buono e giusto l'atomo. Per questo – nel solco dei migliori regimi di stampo sovietico – è stato già dato mandato ai pubblicitari di creare uno spot da mandare sulle reti Rai.
A sentire queste parole mi è venuta, d'istinto, una domanda: perché l'Italia vuole il nucleare e nessuno dice niente e per l'Iran l'Occidente sta facendo tutto questo casino?
D'accordo: l'Italia sullo scacchiere geopolitico mondiale vale più o meno quanto una banconota da un euro e cinquanta, ma sempre di nucleare si tratta, no?
Portando la Croce...e Che Guevara.
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Andrea Intonti
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4/09/2010 05:25:00 PM
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In questi giorni è scoppiato – devo dire finalmente – il bubbone, che non arriva certo inatteso, della pratica pedofila all'interno della Chiesa. Questa volta sembra essere scoppiato nel pieno della sua virulenza, a differenza di quel che accadde qualche anno fa, quando circolò per un po' il famoso video dal titolo “Sex crimes and Vatican”, nel quale per la prima volta si portava questo problema al di fuori delle mura vaticane.A differenza di quel che avvenne nel 2006, sembra essere maggiore anche l'interesse della pubblica opinione, e da più parti si inizia a parlare della necessità di una “rifondazione” dell'istituto ecclesiastico, che vede come massima provocazione – almeno tra gli articoli che ho letto io in questi giorni – l'articolo di Andrew Sullivan presente sul numero di “Internazionale” di venerdì scorso dal titolo: “Perché il Papa deve dimettersi”.
Quel che mi solletica maggiormente è proprio provare ad immaginare, e dunque a delineare, il profilo di una eventuale “nuova Chiesa riformata”. Niente fantasticherie da intellettualoide, naturalmente – cosa che peraltro non sarei neanche in grado di fare – ma, come al solito, presentazione, da queste pagine, di una diversa concezione della Chiesa e della visione cattolica della religione che già da anni è presente e conosciuta ma che, combattendo il Potere terreno di Santa Romana Chiesa è da sempre stato posto ai margini dell'insegnamento della “fede”.
Per capire a cosa mi riferisco partiamo - per l'ennesima volta - da Fabrizio De André, cioè dall'autore del quinto Vangelo, stando almeno alle parole di Don Andrea Gallo. L'immagine che trovate in apertura di questo post, e che spiega in pochissimo spazio la laica spiritualità di Faber è presa da “L'uomo Faber”, il fumetto distribuito da Repubblica ed ideato da Ivo Milazzo e Fabrizio Càlzia.
Da anarchico, infatti, De André aveva un
Qualche sera fa, su Sky è andato in onda “Angeli e Demoni”,
Si scrive Grecia, si legge (scuola di)Chicago.
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Andrea Intonti
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3/12/2010 02:53:00 PM
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Atene (Grecia) - «Potremmo uscire dall'Unione Europea per imporre un vero cambiamento politico al Paese». Sono le
parole di Alexandra “Aleka” Papariga, leader del Kke, il partito comunista greco, durante una conferenza stampa a margine degli scontri che si registrano in terra ellenica in questi giorni.
Dicono sia una crisi di natura economica. Dicono che la Grecia abbia “barato” sul deficit, anche se i dati non sembrano poi così allarmanti se paragonati al resto del vecchio continente. Basti pensare che il deficit pubblico – cioè le spese che non riescono ad essere coperte dalle entrate – si stima sia intorno al 12,7% rispetto al PIL, con la Francia - uno dei paesi da sempre considerati traino per l'economia e la politica continentale - che attesta lo stesso dato intorno all'8%, mentre il debito pubblico ellenico, cioè il debito contratto verso altri soggetti (sia pubblici, come altri Stati, che privati come le banche) attraverso l'emissione di obbligazioni - cioè attraverso un titolo di debito utilizzato quando si necessita di una maggiore liquidità – si attesta sul 113% (quello italiano, dati 2008, è al 105%).
Per risolvere la “crisi”, nei giorni scorsi il governo presieduto dal socialista George Papanderou ha creato un “pacchetto” di soluzioni del valore di 4,8 miliardi di euro che prevede:
Se questa situazione fosse successa in Italia – e non è detto che non succeda, anzi – al massimo i sindacati avrebbero indetto un patetico sciopero di 3 ore utile solo ai padroni. Ma la Grecia – fortunatamente – non è l'Italia.
Nei giorni scorsi sono scesi in strada a protestare tutti: dai compagni anarchici di Exarchia passando per studenti, lavoratori pubblici e pensionati, bloccando le strade, irrompendo nei ministeri (nei giorni scorsi il Pame – il sindacato comunista – ha occupato il ministero delle Finanze) e alzando la voce al grido di quel «noi la crisi non la paghiamo!» il cui eco – ormai lontano – è passato qualche mese fa anche in Italia. Poi, naturalmente, nel nostro Paese si è deciso di discutere del nulla...
«Noi la crisi non la paghiamo!» urlano per le strade di Atene. Ma dovremmo urlarlo anche noi in Italia, così come dovrebbero farlo spagnoli, portoghesi, americani, cioè tutti coloro che s
i ritrovano nelle mani della cosiddetta “alta finanza”. Perché se la crisi c'è stata, è colpa dei grandi finanzieri, delle banche e di tutti quei soggetti – fisici o giuridici – che hanno il vezzo di giocare a fare i capitani di ventura con denaro altrui. E si sa che a giocare con i soldi degli altri ci si fa sempre poco male...
«Dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci?» questa è, in sintesi, la domanda al referendum voluto dal governo islandese – l'unico paese dichiarato in bancarotta della storia umana – dopo la proposta di legge sul rimborso di un debito che è stato provocato da altri – che continuano a guadagnare anche, e soprattutto in tempi di sciagure – ma che, come al solito, doveva essere ripagato dalla povera gente, da chi si vede in balia delle decisioni economiche senza avere neanche la possibilità di capire cosa gli succede intorno (ma sappiamo che una delle prerogative principali del Potere è proprio quella di non volere opposizione critica e pensante). Il risultato? Il 5,3% delle schede erano nulle o bianche e ben il 93% ha risposto urlando di nuovo quello slogan, quello dietro a cui si sta creando davvero quell'Europa Unita voluta dai potentati. Peccato che il loro sogno fosse diametralmente opposto all'Europa dei Popoli.
Peraltro la “pistola fumante” è ancora sul tavolo dei Potenti: si chiama Credit Default Swap e, come riporta il Sole24Ore
Tradotto significa che se i Cds salgono, il rischio di default – cioè l'incapacità di non riuscire a rispettare le clausole contrattuali di un finanziamento – è considerato più importante, automaticamente salgono i tassi d'interesse dei nuovi prestiti presi da un paese – come si trova costretta a fare la Grecia in questo momento – provocando un aumento del suo deficit, che si traduce in un aumento del suo debito, per la cui copertura si chiederanno altri finanziamenti e così via, in una spirale senza fine.
Insomma: questi Cds altro non sono che una di quelle robacce tossiche – insieme agli hedge funds – che l'economia “buona” capeggiata dall'Obaganda americana (cioè dalla propaganda del primo Premio Nobel per la Guerra che la Storia ricordi) aveva promesso di debellare. Appunto: aveva promesso, e basta.
Perché che si parli di Obama o di qualunque altro politico, non è a loro che bisogna rivolgersi. Non bisogna rivolgersi ai Parlamenti per capire da dove vengono i problemi della gente. Perché i Parlamenti, i governi – tutti, dal primo all'ultimo – non hanno alcun potere realmente decisionale, possono solamente ratificare decisioni prese da persone più in alto di loro, quelli che siedono nei consigli di amministrazione delle multinazionali, quelli che fanno parte delle grandi lobby mondiali i cui burattini vengono inviati nelle organizzazioni sovranazionali per tutelare i loro interessi. Sono loro i veri “obiettivi” della disperazione degli operai, dei lavoratori pubblici, degli studenti che hanno potuto assistere solo come spettatori alla commercializzazione della vita umana.
Se la crisi non fa di certo sorridere, la soluzione per la Grecia potrebbe essere anche peggiore.
Perché se la crisi è di natura puramente economica, i risvolti politici sono facilmente leggibili: innanzitutto in merito alla “lotta intestina” che si combatte per definire le gerarchie tra gli stati di una sempre più evanescente “Unione” Europea, dove al comando c'è il solito – vecchio – asse franco-tedesco e tutto il resto indietro, a raccogliere le briciole e stare al guinzaglio. È vero, Francia e Germania sono tra i paesi più forti dell'intero continente, ma il paese presieduto da Angela Merkel – che ora chiede regole certe per i paesi “dall'economia allegra” dell'area sudeuropea – fa finta di dimenticare che se la Grecia si trova in questa situazione è anche colpa delle sue banche le quali, come tutte le banche, speculano sulla pelle della gente tramite quegli artifizi finanziari di cui (non) possiamo leggere quotidianamente sui giornali.
Il problema, se fosse solo di equilibrio delle forze in campo, forse, non sarebbe poi così grosso, ma – come detto prima – la soluzione che si prospetta alla Grecia potrebbe essere ben più distruttiva del male stesso.
Gli ingredienti ci sono tutti: deregolamentazione del sistema economico, tagli alla spesa pubblica, liberalizzazione dei salari. “La cura” è un filo rosso che lega l'Argentina dei desaparecidos – e della crisi del 2001, quasi identica alla crisi greca di oggi – con il Cile di Pinochet, passando per l'Iraq del dopo-Saddam e per la Russia del dopo perestrojka. La crisi economica non è stato altro che lo “shock” necessario per sbloccare quella che Naomi Klein definisce “dottrina dello shock”.
La “cura”, oggi, vede aprirsi un nuovo capitolo proprio in Grecia, dove il governo ha chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, cioè da quell'organismo che più degli altri rappresenta la prosecuzione dell'ideologia di Friedman.
La natura di uno shock – usa ripetere spesso la giornalista canadese - è per definizione uno stato temporaneo. Non sarà dunque giunta l'ora di svegliarsi?
Dicono sia una crisi di natura economica. Dicono che la Grecia abbia “barato” sul deficit, anche se i dati non sembrano poi così allarmanti se paragonati al resto del vecchio continente. Basti pensare che il deficit pubblico – cioè le spese che non riescono ad essere coperte dalle entrate – si stima sia intorno al 12,7% rispetto al PIL, con la Francia - uno dei paesi da sempre considerati traino per l'economia e la politica continentale - che attesta lo stesso dato intorno all'8%, mentre il debito pubblico ellenico, cioè il debito contratto verso altri soggetti (sia pubblici, come altri Stati, che privati come le banche) attraverso l'emissione di obbligazioni - cioè attraverso un titolo di debito utilizzato quando si necessita di una maggiore liquidità – si attesta sul 113% (quello italiano, dati 2008, è al 105%).
Per risolvere la “crisi”, nei giorni scorsi il governo presieduto dal socialista George Papanderou ha creato un “pacchetto” di soluzioni del valore di 4,8 miliardi di euro che prevede:
- tagli alla quattordicesima mensilità (60%);
- tagli alla tredicesima mensilità (30%);
- nuova riduzione delle indennità salariali (12%)
- congelamento delle pensioni, in aggiunta al congelamento di tutti i salari pubblici annunciata prima di questo pacchetto;
- aumento dell'Iva (che colpisce solo il consumatore finale, che non può scaricarla su di un altro compratore, che passa dal 18 al 21%);
- taglio dei bonus ai manager pubblici;
- aumento delle imposte su alcool (+20%), sigarette (+65%), benzina (+8 centesimi al litro); gasolio (+3 centesimi) e beni di lusso.
Se questa situazione fosse successa in Italia – e non è detto che non succeda, anzi – al massimo i sindacati avrebbero indetto un patetico sciopero di 3 ore utile solo ai padroni. Ma la Grecia – fortunatamente – non è l'Italia.
Nei giorni scorsi sono scesi in strada a protestare tutti: dai compagni anarchici di Exarchia passando per studenti, lavoratori pubblici e pensionati, bloccando le strade, irrompendo nei ministeri (nei giorni scorsi il Pame – il sindacato comunista – ha occupato il ministero delle Finanze) e alzando la voce al grido di quel «noi la crisi non la paghiamo!» il cui eco – ormai lontano – è passato qualche mese fa anche in Italia. Poi, naturalmente, nel nostro Paese si è deciso di discutere del nulla...
«Noi la crisi non la paghiamo!» urlano per le strade di Atene. Ma dovremmo urlarlo anche noi in Italia, così come dovrebbero farlo spagnoli, portoghesi, americani, cioè tutti coloro che s
«Dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci?» questa è, in sintesi, la domanda al referendum voluto dal governo islandese – l'unico paese dichiarato in bancarotta della storia umana – dopo la proposta di legge sul rimborso di un debito che è stato provocato da altri – che continuano a guadagnare anche, e soprattutto in tempi di sciagure – ma che, come al solito, doveva essere ripagato dalla povera gente, da chi si vede in balia delle decisioni economiche senza avere neanche la possibilità di capire cosa gli succede intorno (ma sappiamo che una delle prerogative principali del Potere è proprio quella di non volere opposizione critica e pensante). Il risultato? Il 5,3% delle schede erano nulle o bianche e ben il 93% ha risposto urlando di nuovo quello slogan, quello dietro a cui si sta creando davvero quell'Europa Unita voluta dai potentati. Peccato che il loro sogno fosse diametralmente opposto all'Europa dei Popoli.
Peraltro la “pistola fumante” è ancora sul tavolo dei Potenti: si chiama Credit Default Swap e, come riporta il Sole24Ore
«è un baratto, e in questo caso il baratto consiste in questo: la parte A paga periodicamente una somma alla parte B, e la parte B in cambio si impegna a rifondere alla parte A il valore facciale di un titolo C, nel caso il debitore C vada in bancarotta. Insomma, A ha comprato l'obbligazione emessa da C, ma A vuole esser sicuro che C rimborsi il capitale alla scadenza. La finanza ha creato questo strumento di copertura del rischio, e il credit default swap è in effetti come una polizza di assicurazione. Se, per esempio, il valore dei titoli acquistati è di 100mila euro (facciali), e il cds è di 120 punti base, vuol dire che A deve pagare ogni anno 1200 euro per essere sicuro del rimborso. Questi cds sono quotati in mercati over the counter, e se il costo dovesse balzare, mettiamo, a 800 punti base, vuol dire che il mercato teme che il debitore C avrà difficoltà a far fronte ai propri impegni».
Tradotto significa che se i Cds salgono, il rischio di default – cioè l'incapacità di non riuscire a rispettare le clausole contrattuali di un finanziamento – è considerato più importante, automaticamente salgono i tassi d'interesse dei nuovi prestiti presi da un paese – come si trova costretta a fare la Grecia in questo momento – provocando un aumento del suo deficit, che si traduce in un aumento del suo debito, per la cui copertura si chiederanno altri finanziamenti e così via, in una spirale senza fine.
Insomma: questi Cds altro non sono che una di quelle robacce tossiche – insieme agli hedge funds – che l'economia “buona” capeggiata dall'Obaganda americana (cioè dalla propaganda del primo Premio Nobel per la Guerra che la Storia ricordi) aveva promesso di debellare. Appunto: aveva promesso, e basta.
Perché che si parli di Obama o di qualunque altro politico, non è a loro che bisogna rivolgersi. Non bisogna rivolgersi ai Parlamenti per capire da dove vengono i problemi della gente. Perché i Parlamenti, i governi – tutti, dal primo all'ultimo – non hanno alcun potere realmente decisionale, possono solamente ratificare decisioni prese da persone più in alto di loro, quelli che siedono nei consigli di amministrazione delle multinazionali, quelli che fanno parte delle grandi lobby mondiali i cui burattini vengono inviati nelle organizzazioni sovranazionali per tutelare i loro interessi. Sono loro i veri “obiettivi” della disperazione degli operai, dei lavoratori pubblici, degli studenti che hanno potuto assistere solo come spettatori alla commercializzazione della vita umana.
Se la crisi non fa di certo sorridere, la soluzione per la Grecia potrebbe essere anche peggiore.
Perché se la crisi è di natura puramente economica, i risvolti politici sono facilmente leggibili: innanzitutto in merito alla “lotta intestina” che si combatte per definire le gerarchie tra gli stati di una sempre più evanescente “Unione” Europea, dove al comando c'è il solito – vecchio – asse franco-tedesco e tutto il resto indietro, a raccogliere le briciole e stare al guinzaglio. È vero, Francia e Germania sono tra i paesi più forti dell'intero continente, ma il paese presieduto da Angela Merkel – che ora chiede regole certe per i paesi “dall'economia allegra” dell'area sudeuropea – fa finta di dimenticare che se la Grecia si trova in questa situazione è anche colpa delle sue banche le quali, come tutte le banche, speculano sulla pelle della gente tramite quegli artifizi finanziari di cui (non) possiamo leggere quotidianamente sui giornali.
Il problema, se fosse solo di equilibrio delle forze in campo, forse, non sarebbe poi così grosso, ma – come detto prima – la soluzione che si prospetta alla Grecia potrebbe essere ben più distruttiva del male stesso.
Gli ingredienti ci sono tutti: deregolamentazione del sistema economico, tagli alla spesa pubblica, liberalizzazione dei salari. “La cura” è un filo rosso che lega l'Argentina dei desaparecidos – e della crisi del 2001, quasi identica alla crisi greca di oggi – con il Cile di Pinochet, passando per l'Iraq del dopo-Saddam e per la Russia del dopo perestrojka. La crisi economica non è stato altro che lo “shock” necessario per sbloccare quella che Naomi Klein definisce “dottrina dello shock”.
[qui http://www.youtube.com/watch?v=Gaqj_zT8Lgw per i lettori di Facebook e ReportOnLine]
La “cura”, oggi, vede aprirsi un nuovo capitolo proprio in Grecia, dove il governo ha chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, cioè da quell'organismo che più degli altri rappresenta la prosecuzione dell'ideologia di Friedman.
La natura di uno shock – usa ripetere spesso la giornalista canadese - è per definizione uno stato temporaneo. Non sarà dunque giunta l'ora di svegliarsi?
Berlusconi teorizza la Shock Emotivity?
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
12/15/2009 12:32:00 PM
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teoria della falsa memoria,
teoria dello shock
“Per mestiere, dinanzi ad una verità ufficiale ho sempre cercato di vedere se non ce n'era una alternativa, nei conflitti ho sempre cercato di capire non solo le ragioni di una parte, ma anche quelle dell'altra.” [Tiziano Terzani].Stamattina mi sono svegliato con questa frase in testa. Il riferimento, ovviamente, oggi è ancora al “caso” dell'aggressione a Silvio Berlusconi. Ecco, appunto.
L'aggressione: siamo sicuri che ci sia stata davvero? O meglio: siamo sicuri che la ricostruzione che è stata fatta sia effettivamente quel che è successo? Ecco perché mi è venuta in mente quella frase di Terzani. Perché voglio controllare se in questa storia la verità ufficiale puzza. Ma andiamo con ordine.Si dice che per avere una prova accertata servano almeno tre indizi. Io per ora ne ho solo due, quindi lavorerò su quelli:
1° prova: video aggressione. RaiNews24: dal 38° secondo possiamo vedere che il premier è inquadrato senza impedimenti, stringe mani, chiacchiera con i suoi sostenitori. Fa quel che fa di solito, insomma. Al minuto 1:44 – il momento esatto dell'aggressione – la camera si sposta, per poi tornare ad inquadrare il premier subito dopo. Non c'è, almeno in questo video dunque, la prova inconfutabile che Berlusconi venga colpito dalla riproduzione del Duomo. C'è poi un altro video – che non sono riuscito però a ritrovare – in cui si vede esclusivamente il momento dell'impatto tra un oggetto non meglio identificato (se ne scorge solo l'ombra) ed il volto del premier.
Peccato che da quell'angolazione sia l'unica ripresa effettuata. In nessuno dei due video, però, si ha una visualizzazione completa della scena. Quindi non abbiamo la certezza, noi che abbiamo visto tutto da casa, che effettivamente la ricostruzione fatta dalla stampa ufficiale sia quella veritiera.
...e continuo a chiedermi se non ci sia una verità alternativa. Ma proseguiamo.
2° prova: video aggressore (non sono riuscito a trovarlo su youtube, per cui linko quello da facebook): si vede chiaramente l'aggressore che scaglia la statuetta, ma io la statuetta arrivare in faccia al premier non la vedo...
Per cui cosa ci assicura che effettivamente l'aggressore sia Massimo Tartaglia e non qualcun'altro? Voglio dire: se dopo più di 40 anni hanno scoperto che a Dallas il giorno dell'omicidio di John Fitzgerald Kennedy c'era anche un altro potenziale assassino, cosa ci dice che nei coni di buio delle telecamere, non ci sia qualche altro “lanciatore occulto”?
Dulcis in fundo, oltre alle prove abbiamo anche la testimonianza diretta. Ecco appunto, la testimonianza diretta. Perché ce n'è una sola? È possibile che, in una piazza piena di adulatori del premier, non ci sia una persona che abbia fatto qualche ripresa, qualche foto con il proprio telefonino? Se cos
ì fosse sarebbe un caso più unico che raro no? Comunque: la testimonianza – inconfutabile – ci viene da Striscia la Notizia, che intervista due signori, fantomatici fratelli, che non vogliono però farsi riprendere in faccia per non farsi pubblicità. Al che mi sorge un dubbio anche in questo caso: chi sono i signori? Sono magari esponenti del PdL (non so, magari votano Rifondazione per quel che ne sappiamo...) e non vogliono farsi riprendere per non far capire la bufala? Anche perché la loro testimonianza arriva il giorno dopo l'accaduto, quando cioè tutti hanno visto il video, che circola in rete, e tutti possono quindi ricostruire com'era vestito l'aggressore (cappello adidas, giaccone...quel che si vede nel video in pratica).In psicologia cognitiva viene studiato un fenomeno che si chiama “falsa memoria”, e consiste nell'avere sì un ricordo di quel che accade – come può essere la materia del contendere che stiamo trattando in questo post – che però non è ciò che veramente si è visto, e quindi si è immagazzinato in memoria, ma deriva o da invenzione totale (tesi possibile), da ricordi parzialmente alterati (altra tesi possibile) o da aggregazione di varie memorie distinte che possono ingenerare, appunto, un falso ricordo (o falsa memoria che dir si voglia).
Con il materiale che abbiamo a disposizione – cioè riproduzioni parziali della scena – sono possibili tutti e tre questi “scenari”. Voglio dire: se messo davanti al video in questione, anch'io sarei in grado di dire com'era vestito Tartaglia. Di più no, ovviamente, perché dal video non si vede. Ma niente è stato chiesto in merito. Viene semplicemente chiesto un generico “siete certi che sia lui”. Il perché, quali prove inconfutabili abbiano per dirlo non ci viene detto. Così anch'io posso dire di essere certo che quell'uomo è l'aggressore, visto che è l'unico che vedo...Come facciano ad essere sicuri dei ruoli, mi chiedo, non viene chiesto perché non interessante (ricordiamoci che i due signori non possiamo identificarli...) o perché conviene non chiederlo? Come diceva Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
Non avendo però prove che i due signori mentano, diamo per buona la loro ricostruzione. Ed anche qui c'
è qualcosa che non torna, e che è secondo me ben più grave dell'aggressione in sé.Uno dei due fratelli, ad un certo punto, dice di aver informato un poliziotto che stava parlando al telefono il quale gli avrebbe risposto di chiamare il 113. Oltre a lui, ci viene detto, c'erano anche altri poliziotti ed alcuni carabinieri. Ora: che io sappia il compito di un esponente delle forze dell'ordine è – lo dice il nome stesso – assicurare l'ordine no? Per cui se io cittadino ti dico che c'è un pericolo, e tu tutore dell'ordine non intervieni non è reato? Perché se il tuo lavoro non lo fai cosa ci stai a fare lì? E soprattutto: perché devi essere pagato per non fare il tuo lavoro e startene beatamente al telefono? La risposta del poliziotto, poi, può configurarsi come una sorta di “abuso di potere” (visto che oltre al non intervento in situazione di pericolo c'è anche il dileggio all'onesto cittadino?). Oltre a lui c'erano altri poliziotti e carabinieri. Loro perché non sono intervenuti? Che non avessero interesse ad intervenire? O forse gli è stato ordinato di non intervenire?
Arrivati a questo punto, mi è d'obbligo citare Naomi Klein e la “teoria dello shock” così brillantemente descritta in Shock Economy. Cosa c'entra la Klein con questa storia? La teoria dello shock (economico) ci dice, in breve, che:
«per poter imporre un nuovo corso all'economia di uno stato smantellando il pre-esistente occorre uno "shock" talmente forte da creare una "tabula rasa" nella popolazione. Prima che la popolazione possa riprendersi dallo shock bisogna aver creato un nuovo sistema legislativo finalizzato al cambiamento delle politiche economiche, e soprattutto al mantenimento delle nuove politiche nel tempo. Politiche, ovviamente, in puro stile liberista: privatizzare, licenziare, liberalizzare il mercato.»Vi dice niente questa definizione? Analizziamo quel che c'è scritto: lo shock, guardando an
Più che di shock economy – non trattandosi di materie di quella natura – dunque, affermerei che il governo italiano sta creando una nuova teoria dello shock: la Shock Emotivity.
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