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Sulla tortura. Processo alla civiltà democratica
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
5/10/2011 03:42:00 PM
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11/09/2001,
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«Venganza». «Vendetta». È questa la definizione - più o meno - condivisa nel dibattito spagnolo in merito all'"affaire Bin Laden". È stata la mossa migliore eliminarlo dopo averlo a lungo cercato (operazioni "Search&Destroy" si chiamano in gergo) o forse sarebbe stato meglio - nell'ottica europea, patria dei "diritti umani universali" - prenderlo vivo e processarlo dinanzi alla Corte di Giustizia de L'Aja?
Nel dibattito mondiale le domande sull'operazione che ha portato al supposto (dato che non sono ancora state divulgate prove effettivamente valide) omicidio dello sceicco del terrore è in pieno svolgimento. A rinfocolare un dibattito ancora nel vivo ci hanno pensato le ultime rivelazioni dei media, che ormai danno per certo che tutto sia partito dalle confessioni - estorte con la tortura - di un detenuto "di lusso" di Guantánamo Bay: Khaled Sheik Mohammed, considerato la mente degli attacchi aerei dell'11 settembre.
Prima di addentrarci nello specifico, però, è opportuno ricordare che il Khaled Sheik Mohammed è la stessa persona arrestata in Pakistan nel 2003 e soggiornante presso il "carcere" di Guantánamo dal 2006, peraltro in stato di assoluto isolamento. Come è possibile, dunque, che una persona esclusa dalle dinamiche quaediste da cinque anni in territorio cubano-statunitense conosca quel che avviene in Pakistan, non esattamente dietro l'angolo? Qui esistono - a mio modo di vedere - tre ipotesi fattibili: a) Osama Bin Laden è da anni in Pakistan (ed a questo punto si potrebbe discutere se i governi di Pervez Musharraf e di Yousaf Raza Gillani succedutisi in questo decennio ne fossero al corrente o meno); b) l'isolamento di Guantánamo non è poi così "isolato" e dunque le notizie nel network quaedista circolano tranquillamente anche tra i detenuti; c) quella della confessione è una notizia farlocca venduta ai giornalisti per chiudere la faccenda.
Quel che comunque fa discutere in America ed in Gran Bretagna - dove ormai da anni ci si interroga sui risvolti etici e morali dei conflitti - è se sia stato giusto o meno utilizzare metodi di tortura per estorcere le informazioni che hanno portato all'eliminazione del nemico pubblico numero uno. Insomma, la questione è delle più classiche: il fine giustifica i mezzi?
The clash of Libylization
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
5/07/2011 05:00:00 PM
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Il conflitto libico è scoppiato. Dopo i Balcani agli inizi degli anni Novanta, dopo l'Afghanistan, dopo l'Iraq, il "club dei diritti umani" ha deciso di creare una democrazia anche in Libia, spodestando - dopo più di quarant'anni - un leader politico fino a poche settimane fa invitato a tutti i tavoli importanti dell'Occidente. Ci sono in ballo, però, le concessioni petrolifere, i fondi sovrani e - soprattutto - la sovranità nazionale di un popolo, calpestata senza troppe remore da quel mondo "bello, buono, giusto e bombarolo" che ci ostiniamo a chiamare "democrazia".
L'uccisione di Osama Bin Laden – al di là di tutte le più o meno interessanti discussioni che ne stanno venendo fuori – dovrebbe averci insegnato una cosa. Una cosa che in realtà avremmo dovuto imparare già da tempo, cioè che parole come “diritti umani”, “democrazia”, “libertà”, “giustizia” sono, appunto, parole. E tali rimangono. Così come avrebbe dovuto insegnarci che non esistono “interventi umanitari” ed organizzazioni che tali scopi perseguono. Perché se davvero quelle parole avessero un valore, a quest'ora lo sceicco del terrore sarebbe davanti ad una corte internazionale così come qualche anno fa toccò a Slobodan Milošević. Così come dovrebbe accadere – seguendo questo stesso metro di pensiero – all'ex dittatore libico Mu'ammar al-Gaddafi.
Invece niente di tutto questo. I “giusti e democratici” occidentali hanno deciso che neanche le immagini dell'omicidio devono essere rese pubbliche perché considerate “troppo crude”. Come se certi film hollywoodiani non fossero anche peggio.
A voler essere pignoli non sono stati proprio gli occidentali a decidere, o per lo meno non tutti. Perché gli Stati Uniti del Premio Nobel per la Pace Barack Obama – premio che evidentemente o è privo di valore o dovrebbe subire procedimento di revoca immediata – hanno deciso che quelle immagini non dovranno essere di dominio pubblico per evitare “problemi di sicurezza interna”. Come possa poi una semplice immagine di un uomo morto scatenare una guerra – neanche fosse una bandiera o un fondo sovrano – non ci è dato sapere...
È come essere entrati in una nuova fase della politica internazionale. Una politica “fantasma” nella quale si assiste ad una grande discussione globale, ma dalla quale non esce uno straccio di prova. Non sappiamo se lo sceicco del terrore sia effettivamente stato ucciso, con quali modalità né conosciamo realmente tempo e luogo di tale assassinio.
Così come non abbiamo prove oggettive – la famosa “pistola fumante” - per acconsentire all'ennesima invasione occidentale. Siamo pronti a mandare mezzi, uomini e a sprecare denaro pubblico dietro a genocidi farlocchi e bombardamenti che sterminano decine di migliaia di persone alla volta presentatici solo oralmente. Ci sarebbero le cosiddette “fosse comuni”, pistola fumante della medesima consistenza delle “prove” presentate da Colin Powell – Segretario di Stato durante la creazione del conflitto iracheno – dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu ed al mondo intero, se non fosse che quelle fasulle fosse comuni riprese da tutti i media mainstream si sono poi trasformate in un cimitero di Tripoli tutt'altro che fasullo.
L'uccisione di Osama Bin Laden – al di là di tutte le più o meno interessanti discussioni che ne stanno venendo fuori – dovrebbe averci insegnato una cosa. Una cosa che in realtà avremmo dovuto imparare già da tempo, cioè che parole come “diritti umani”, “democrazia”, “libertà”, “giustizia” sono, appunto, parole. E tali rimangono. Così come avrebbe dovuto insegnarci che non esistono “interventi umanitari” ed organizzazioni che tali scopi perseguono. Perché se davvero quelle parole avessero un valore, a quest'ora lo sceicco del terrore sarebbe davanti ad una corte internazionale così come qualche anno fa toccò a Slobodan Milošević. Così come dovrebbe accadere – seguendo questo stesso metro di pensiero – all'ex dittatore libico Mu'ammar al-Gaddafi.
Invece niente di tutto questo. I “giusti e democratici” occidentali hanno deciso che neanche le immagini dell'omicidio devono essere rese pubbliche perché considerate “troppo crude”. Come se certi film hollywoodiani non fossero anche peggio.
A voler essere pignoli non sono stati proprio gli occidentali a decidere, o per lo meno non tutti. Perché gli Stati Uniti del Premio Nobel per la Pace Barack Obama – premio che evidentemente o è privo di valore o dovrebbe subire procedimento di revoca immediata – hanno deciso che quelle immagini non dovranno essere di dominio pubblico per evitare “problemi di sicurezza interna”. Come possa poi una semplice immagine di un uomo morto scatenare una guerra – neanche fosse una bandiera o un fondo sovrano – non ci è dato sapere...
È come essere entrati in una nuova fase della politica internazionale. Una politica “fantasma” nella quale si assiste ad una grande discussione globale, ma dalla quale non esce uno straccio di prova. Non sappiamo se lo sceicco del terrore sia effettivamente stato ucciso, con quali modalità né conosciamo realmente tempo e luogo di tale assassinio.
Così come non abbiamo prove oggettive – la famosa “pistola fumante” - per acconsentire all'ennesima invasione occidentale. Siamo pronti a mandare mezzi, uomini e a sprecare denaro pubblico dietro a genocidi farlocchi e bombardamenti che sterminano decine di migliaia di persone alla volta presentatici solo oralmente. Ci sarebbero le cosiddette “fosse comuni”, pistola fumante della medesima consistenza delle “prove” presentate da Colin Powell – Segretario di Stato durante la creazione del conflitto iracheno – dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu ed al mondo intero, se non fosse che quelle fasulle fosse comuni riprese da tutti i media mainstream si sono poi trasformate in un cimitero di Tripoli tutt'altro che fasullo.
In memory of Osama Bin Laden...delle parole e del mistero della foto falsa
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
5/02/2011 11:18:00 AM
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Osama Bin Laden è stato ucciso. Lo ha annunciato in conferenza stampa il Presidente Barack Obama. Ma la morte dello "sceicco del terrore" e capo del network terroristico di Al Quaeda in circa dieci anni di conflitto è stata annunciata già troppe volte per essere presa come notizia "indiscutibile". Infatti, anche questa volta...
Quella qui sopra è la foto che "ufficializza" la notizia: Osama Bin Laden - lo "sceicco del terrore" - è morto. C'è addirittura l'intervento del Presidente Barack Obama a rendere ancor più vera la notizia. Ma è davvero così? Bin Laden è davvero morto questa volta?
A voler essere onesti, ormai dovremmo aver perso il conto di tutte le volte in cui hanno annunciato la morte dello sceicco ma, come - giustamente - potrebbe obiettare qualcuno, questa volta c'è una prova inconfutabile: un'immagine.
E qui il primo "scoop": la fonte è Maso Notarianni (dunque PeaceReporter, "circuito" Emergency e per questo una fonte "al di sopra di ogni sospetto"...più o meno) - che ci racconta che quella foto è un falso. Palese.
Il file sarebbe stato salvato - dal sito "unconfirmedsources"- come "20060923-torturedosama.jpg" e dunque risalirebbe addirittura al 23 settembre del 2006. Se questo è vero, se - cioè - questa fotografia risale al 2006, torna in auge in tutt'altra ottica quanto sosteneva nel 2007 l'ex Primo Ministro pakistano Benazir Bhutto:
secondo la quale, appunto, lo sceicco sarebbe stato assassinato ben prima della sua cattura ad Abbotabad, nella zona nord del Pakistan, annunciata nelle scorse ore.
Delle due l'una: o Maso Notarianni ha preso una cantonata - rimettendo dunque in discussione la "credibilità" di una fonte come PeaceReporter e, dunque, di tutto il "circuito mediatico" di Emergency - oppure gli americani, coadiuvati dai media mainstream, ci stanno raccontando l'ennesima menzogna.
Poi c'è quel salvataggio: "torturedosama". Anche chi con l'inglese ci litiga da sempre arriva facilmente a capire cosa significhino quelle due parole: "Osama torturato". "Da chi?", "Quando?", "Dove?" mi sembrano le domande minime da dover fare in questo caso. Perché se "Osama è stato torturato" allora ci dovrà essere per forza un torturatore, ed altrettanto naturalmente ci saranno stati un tempo ed un luogo in cui tali torture sono state perpetrate. Abbozzare delle risposte - che comunque non troverebbero conferma - su tempi e luoghi è inutile. Un po' meno probabilmente è tentare di dare risposte sulla paternità delle (eventuali) torture. Chi avrebbe - il condizionale è d'obbligo - torturato lo sceicco del terrore? Gli americani, che dunque lo avrebbero già in consegna da anni ed userebbero dei "fake", dei fantocci per perpetrare l'occupazione del suolo afghano (e non sarà certo questa foto a far tornare a casa le truppe, dato che la "guerra al terrore" e l'occupazione sono due cose separate...)?
Un bilancio in rosso per Obama
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
11/18/2010 06:45:00 PM
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Una Casa Bianca ostaggio dei supporter del neoliberismo. Un passaggio tratto da "America, no we can't", il nuovo libro di Noam Chomsky in cui il padre della grammatica generativa e tra i pensatori più importanti del movimento altermondialista ci ricorda una cosa semplice ma che molto spesso ci dimentichiamo: che l'unico voto che davvero conta è quello dato nei Consigli di Amministrazione delle grandi multinazionali (come spesso dice Manu Chao...). L'articolo lo trovate anche a pag.11 dell'edizione odierna del quotidiano "Il Manifesto".
L'azione più importante di Barack Obama prima di assumere la carica è la scelta dello staff dirigente e dei consiglieri. La prima scelta è stata per la vice-presidenza: Joe Biden, uno dei sostenitori più tenaci dell'invasione in Iraq tra i senatori democratici, da lungo tempo addentro al mondo di Washington, che vota coerentemente come i compagni democratici - sebbene non sempre, come quando ha portato allegria negli istituti finanziari appoggiando un provvedimento per rendere più difficile agli individui cancellare i debiti dichiarando la propria condizione di insolvenza.
Il primo incarico post-elettorale è stata la nomina cruciale del capo di gabinetto: Rahm Emanuel, anch'egli uno dei più strenui sostenitori dell'invasione in Iraq tra i deputati democratici e, come Biden, buon conoscitore di Washington. Emanuel è anche uno dei maggiori beneficiari dei contributi di Wall Street alla campagna elettorale. Il Center for responsive politics riferisce che «è stato il massimo beneficiario, tra i rappresentanti, dei contributi per la campagna del 2008 provenienti da fondi a rischio, società private con capitale di rischio e le maggiori società finanziarie e di assicurazione». Da quando è stato eletto al Congresso nel 2002, «ha ricevuto più soldi da singoli e da comitati di sostegno elettorale nel mondo degli investimenti e delle assicurazioni che da altri settori dell'industria»; che sono anche quelli che hanno dato i contributi più consistenti ad Obama. Il suo compito era quello di controllare il modo in cui Obama affrontava la peggiore crisi finanziaria mai verificatasi dagli anni '30, per la quale i suoi finanziatori e quelli di Obama condividono ampie responsabilità.
La sinistra ai margini
In un'intervista di un editorialista del Wall Street Journal ad Emanuel fu chiesto che cosa avrebbe fatto la nuova amministrazione Obama riguardo alla «leadership democratica al Congresso, piena di baroni di sinistra con il loro proprio programma»; che contempla il taglio delle spese per la difesa e le «manovre per applicare esorbitanti tasse sull'energia per combattere il riscaldamento globale»;
di Noam Chomsky
L'azione più importante di Barack Obama prima di assumere la carica è la scelta dello staff dirigente e dei consiglieri. La prima scelta è stata per la vice-presidenza: Joe Biden, uno dei sostenitori più tenaci dell'invasione in Iraq tra i senatori democratici, da lungo tempo addentro al mondo di Washington, che vota coerentemente come i compagni democratici - sebbene non sempre, come quando ha portato allegria negli istituti finanziari appoggiando un provvedimento per rendere più difficile agli individui cancellare i debiti dichiarando la propria condizione di insolvenza.
Il primo incarico post-elettorale è stata la nomina cruciale del capo di gabinetto: Rahm Emanuel, anch'egli uno dei più strenui sostenitori dell'invasione in Iraq tra i deputati democratici e, come Biden, buon conoscitore di Washington. Emanuel è anche uno dei maggiori beneficiari dei contributi di Wall Street alla campagna elettorale. Il Center for responsive politics riferisce che «è stato il massimo beneficiario, tra i rappresentanti, dei contributi per la campagna del 2008 provenienti da fondi a rischio, società private con capitale di rischio e le maggiori società finanziarie e di assicurazione». Da quando è stato eletto al Congresso nel 2002, «ha ricevuto più soldi da singoli e da comitati di sostegno elettorale nel mondo degli investimenti e delle assicurazioni che da altri settori dell'industria»; che sono anche quelli che hanno dato i contributi più consistenti ad Obama. Il suo compito era quello di controllare il modo in cui Obama affrontava la peggiore crisi finanziaria mai verificatasi dagli anni '30, per la quale i suoi finanziatori e quelli di Obama condividono ampie responsabilità.
La sinistra ai margini
In un'intervista di un editorialista del Wall Street Journal ad Emanuel fu chiesto che cosa avrebbe fatto la nuova amministrazione Obama riguardo alla «leadership democratica al Congresso, piena di baroni di sinistra con il loro proprio programma»; che contempla il taglio delle spese per la difesa e le «manovre per applicare esorbitanti tasse sull'energia per combattere il riscaldamento globale»;
Ancora dalla parte dei terroristi
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Andrea Intonti
Pubblicato
6/10/2010 01:21:00 PM
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per i lettori di Report On Line e Facebook
«Sono Omar Khadr, detenuto a Guantanamo. Sono cittadino canadese. Sono stato catturato dai militari americani il 27 luglio del 2002 in Afghanistan. Mi hanno sparato alla schiena, alla spalla sinistra e alla destra, e una pallottola mi ha colpito all’occhio sinistro. Per una settimana sono rimasto in coma. al risveglio, un soldato mi ha detto che avevo ucciso un soldato americano con una bomba a mano. In barella, sono stato immediatamente trasportato nel carceredi Bagram dove sono iniziati gli interrogatori. Poiché non fornivo loro le risposte che volevano, il primo che mi faceva domande, un biondino magro sui 25 anni, ha cominciato a tormentarmi le ferite. Sono scoppiato a piangere, per le torture e il dolore. Quando sono stato catturato avevo 15 anni».
No, non è l’incipit del nuovo libro di Tom Clancy e neanche la scena iniziale di uno dei tanti film “alquaedisti” di qualche regista americano. Sono invece le parole che si trovano all’inizio delle nove pagine che compongono la dihiarazione giurata del detenuto Omar Khadr rilasciata il 22 febbraio 2008 – ed in parte censurata dal Pentagono – entrate in possesso del quotidiano “Il Manifesto” che le pubblicava nella giornata di ieri in un articolo a firma Claudio Magliulo.
Do svidaniya America?
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
4/29/2010 05:39:00 PM
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La prima cosa che ho pensato quando ho visto questo video [per i lettori di Facebook: http://www.youtube.com/watch?v=hlKzeBGUBuk] è stato che i nostri parlamentari, al confronto, sono ancora dei neonati: fanno parte della quotidianità i calci, i pugni e gli insulti che si alzano dai nostri scranni parlamentari, ma ai fumogeni ancora non ci siamo arrivati. Incuriosito – anche perché il commento è, come sentite, in russo (lingua che non parlo e non capisco) ho fatto una piccola ricerca sulla rete per saperne di più.
Quella che potremmo definire una “dialettica accesa” altro non era che il risultato della ratifica, da parte del Parlamento ucraino, dell'accordo tra il presidente russo Dmitrij Anatol'evič Medvedev ed il suo corrispettivo ucraino Viktor Fedorovych Yanukovych riguardante la proroga dell'affitto della base di Sebastopoli (nella Repubblica autonoma di Crimea) per altri 25 anni – a partire dal 2017, data di scadenza del precedente accordo – alla flotta di Mosca. L'Ucraina, in compenso, riceverà 100 milioni di dollari di affitto ed uno sconto del 30% sul gas russo, necessario per mantenere in vita l'industria della parte est del Paese.
L'opposizione ucraina, capeggiata dai filo-americani Julija Volodymyrivna Tymošenko (leader dell'Unione di Tutti gli Ucraini "Patria" e del Blocco Elettorale Julija Tymošenko) e Viktor Andrijovyč Juščenko, che nel 2005 salirono agli onori della cronaca mondiale per essere i due volti della c.d. “rivoluzione arancione” e che oggi hanno decisamente mutato la natura dei loro rapporti, ha tentato più volte – come è evidente dal filmato – di bloccare la ratifica che, secondo loro, altro non sarebbe che il ritorno dell'egemonia del Cremlino su Kiev e dintorni.
Chiusa infatti l'epopea delle grandi ideologie con il crollo del Muro nel 1989, l'allora Unione Sovietica si ritrovò da potenza egemonica nell'area a doversi reinventare completamente: la crisi socio-economica interna e la dissoluzione territoriale ne avevano infatti minato la caratura internazionale, aprendo – de facto – lo scenario geopolitico all'egemonia statunitense che abbiamo vissuto fino ad oggi, resa possibile anche dall'assenza di un'ideologia che ne controbilanciasse il potere di soft power derivante dalla fine dell'ideologia comunista.
È ancora così, oggi? Siamo ancora in una situazione geopolitica in cui esiste una grandissima potenza – gli Stati Uniti – alla quale non corrisponde niente?
Stando a quel che avviene sembrerebbe proprio di no.
Si scrive Grecia, si legge (scuola di)Chicago.
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
3/12/2010 02:53:00 PM
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Atene (Grecia) - «Potremmo uscire dall'Unione Europea per imporre un vero cambiamento politico al Paese». Sono le
parole di Alexandra “Aleka” Papariga, leader del Kke, il partito comunista greco, durante una conferenza stampa a margine degli scontri che si registrano in terra ellenica in questi giorni.
Dicono sia una crisi di natura economica. Dicono che la Grecia abbia “barato” sul deficit, anche se i dati non sembrano poi così allarmanti se paragonati al resto del vecchio continente. Basti pensare che il deficit pubblico – cioè le spese che non riescono ad essere coperte dalle entrate – si stima sia intorno al 12,7% rispetto al PIL, con la Francia - uno dei paesi da sempre considerati traino per l'economia e la politica continentale - che attesta lo stesso dato intorno all'8%, mentre il debito pubblico ellenico, cioè il debito contratto verso altri soggetti (sia pubblici, come altri Stati, che privati come le banche) attraverso l'emissione di obbligazioni - cioè attraverso un titolo di debito utilizzato quando si necessita di una maggiore liquidità – si attesta sul 113% (quello italiano, dati 2008, è al 105%).
Per risolvere la “crisi”, nei giorni scorsi il governo presieduto dal socialista George Papanderou ha creato un “pacchetto” di soluzioni del valore di 4,8 miliardi di euro che prevede:
Se questa situazione fosse successa in Italia – e non è detto che non succeda, anzi – al massimo i sindacati avrebbero indetto un patetico sciopero di 3 ore utile solo ai padroni. Ma la Grecia – fortunatamente – non è l'Italia.
Nei giorni scorsi sono scesi in strada a protestare tutti: dai compagni anarchici di Exarchia passando per studenti, lavoratori pubblici e pensionati, bloccando le strade, irrompendo nei ministeri (nei giorni scorsi il Pame – il sindacato comunista – ha occupato il ministero delle Finanze) e alzando la voce al grido di quel «noi la crisi non la paghiamo!» il cui eco – ormai lontano – è passato qualche mese fa anche in Italia. Poi, naturalmente, nel nostro Paese si è deciso di discutere del nulla...
«Noi la crisi non la paghiamo!» urlano per le strade di Atene. Ma dovremmo urlarlo anche noi in Italia, così come dovrebbero farlo spagnoli, portoghesi, americani, cioè tutti coloro che s
i ritrovano nelle mani della cosiddetta “alta finanza”. Perché se la crisi c'è stata, è colpa dei grandi finanzieri, delle banche e di tutti quei soggetti – fisici o giuridici – che hanno il vezzo di giocare a fare i capitani di ventura con denaro altrui. E si sa che a giocare con i soldi degli altri ci si fa sempre poco male...
«Dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci?» questa è, in sintesi, la domanda al referendum voluto dal governo islandese – l'unico paese dichiarato in bancarotta della storia umana – dopo la proposta di legge sul rimborso di un debito che è stato provocato da altri – che continuano a guadagnare anche, e soprattutto in tempi di sciagure – ma che, come al solito, doveva essere ripagato dalla povera gente, da chi si vede in balia delle decisioni economiche senza avere neanche la possibilità di capire cosa gli succede intorno (ma sappiamo che una delle prerogative principali del Potere è proprio quella di non volere opposizione critica e pensante). Il risultato? Il 5,3% delle schede erano nulle o bianche e ben il 93% ha risposto urlando di nuovo quello slogan, quello dietro a cui si sta creando davvero quell'Europa Unita voluta dai potentati. Peccato che il loro sogno fosse diametralmente opposto all'Europa dei Popoli.
Peraltro la “pistola fumante” è ancora sul tavolo dei Potenti: si chiama Credit Default Swap e, come riporta il Sole24Ore
Tradotto significa che se i Cds salgono, il rischio di default – cioè l'incapacità di non riuscire a rispettare le clausole contrattuali di un finanziamento – è considerato più importante, automaticamente salgono i tassi d'interesse dei nuovi prestiti presi da un paese – come si trova costretta a fare la Grecia in questo momento – provocando un aumento del suo deficit, che si traduce in un aumento del suo debito, per la cui copertura si chiederanno altri finanziamenti e così via, in una spirale senza fine.
Insomma: questi Cds altro non sono che una di quelle robacce tossiche – insieme agli hedge funds – che l'economia “buona” capeggiata dall'Obaganda americana (cioè dalla propaganda del primo Premio Nobel per la Guerra che la Storia ricordi) aveva promesso di debellare. Appunto: aveva promesso, e basta.
Perché che si parli di Obama o di qualunque altro politico, non è a loro che bisogna rivolgersi. Non bisogna rivolgersi ai Parlamenti per capire da dove vengono i problemi della gente. Perché i Parlamenti, i governi – tutti, dal primo all'ultimo – non hanno alcun potere realmente decisionale, possono solamente ratificare decisioni prese da persone più in alto di loro, quelli che siedono nei consigli di amministrazione delle multinazionali, quelli che fanno parte delle grandi lobby mondiali i cui burattini vengono inviati nelle organizzazioni sovranazionali per tutelare i loro interessi. Sono loro i veri “obiettivi” della disperazione degli operai, dei lavoratori pubblici, degli studenti che hanno potuto assistere solo come spettatori alla commercializzazione della vita umana.
Se la crisi non fa di certo sorridere, la soluzione per la Grecia potrebbe essere anche peggiore.
Perché se la crisi è di natura puramente economica, i risvolti politici sono facilmente leggibili: innanzitutto in merito alla “lotta intestina” che si combatte per definire le gerarchie tra gli stati di una sempre più evanescente “Unione” Europea, dove al comando c'è il solito – vecchio – asse franco-tedesco e tutto il resto indietro, a raccogliere le briciole e stare al guinzaglio. È vero, Francia e Germania sono tra i paesi più forti dell'intero continente, ma il paese presieduto da Angela Merkel – che ora chiede regole certe per i paesi “dall'economia allegra” dell'area sudeuropea – fa finta di dimenticare che se la Grecia si trova in questa situazione è anche colpa delle sue banche le quali, come tutte le banche, speculano sulla pelle della gente tramite quegli artifizi finanziari di cui (non) possiamo leggere quotidianamente sui giornali.
Il problema, se fosse solo di equilibrio delle forze in campo, forse, non sarebbe poi così grosso, ma – come detto prima – la soluzione che si prospetta alla Grecia potrebbe essere ben più distruttiva del male stesso.
Gli ingredienti ci sono tutti: deregolamentazione del sistema economico, tagli alla spesa pubblica, liberalizzazione dei salari. “La cura” è un filo rosso che lega l'Argentina dei desaparecidos – e della crisi del 2001, quasi identica alla crisi greca di oggi – con il Cile di Pinochet, passando per l'Iraq del dopo-Saddam e per la Russia del dopo perestrojka. La crisi economica non è stato altro che lo “shock” necessario per sbloccare quella che Naomi Klein definisce “dottrina dello shock”.
La “cura”, oggi, vede aprirsi un nuovo capitolo proprio in Grecia, dove il governo ha chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, cioè da quell'organismo che più degli altri rappresenta la prosecuzione dell'ideologia di Friedman.
La natura di uno shock – usa ripetere spesso la giornalista canadese - è per definizione uno stato temporaneo. Non sarà dunque giunta l'ora di svegliarsi?
Dicono sia una crisi di natura economica. Dicono che la Grecia abbia “barato” sul deficit, anche se i dati non sembrano poi così allarmanti se paragonati al resto del vecchio continente. Basti pensare che il deficit pubblico – cioè le spese che non riescono ad essere coperte dalle entrate – si stima sia intorno al 12,7% rispetto al PIL, con la Francia - uno dei paesi da sempre considerati traino per l'economia e la politica continentale - che attesta lo stesso dato intorno all'8%, mentre il debito pubblico ellenico, cioè il debito contratto verso altri soggetti (sia pubblici, come altri Stati, che privati come le banche) attraverso l'emissione di obbligazioni - cioè attraverso un titolo di debito utilizzato quando si necessita di una maggiore liquidità – si attesta sul 113% (quello italiano, dati 2008, è al 105%).
Per risolvere la “crisi”, nei giorni scorsi il governo presieduto dal socialista George Papanderou ha creato un “pacchetto” di soluzioni del valore di 4,8 miliardi di euro che prevede:
- tagli alla quattordicesima mensilità (60%);
- tagli alla tredicesima mensilità (30%);
- nuova riduzione delle indennità salariali (12%)
- congelamento delle pensioni, in aggiunta al congelamento di tutti i salari pubblici annunciata prima di questo pacchetto;
- aumento dell'Iva (che colpisce solo il consumatore finale, che non può scaricarla su di un altro compratore, che passa dal 18 al 21%);
- taglio dei bonus ai manager pubblici;
- aumento delle imposte su alcool (+20%), sigarette (+65%), benzina (+8 centesimi al litro); gasolio (+3 centesimi) e beni di lusso.
Se questa situazione fosse successa in Italia – e non è detto che non succeda, anzi – al massimo i sindacati avrebbero indetto un patetico sciopero di 3 ore utile solo ai padroni. Ma la Grecia – fortunatamente – non è l'Italia.
Nei giorni scorsi sono scesi in strada a protestare tutti: dai compagni anarchici di Exarchia passando per studenti, lavoratori pubblici e pensionati, bloccando le strade, irrompendo nei ministeri (nei giorni scorsi il Pame – il sindacato comunista – ha occupato il ministero delle Finanze) e alzando la voce al grido di quel «noi la crisi non la paghiamo!» il cui eco – ormai lontano – è passato qualche mese fa anche in Italia. Poi, naturalmente, nel nostro Paese si è deciso di discutere del nulla...
«Noi la crisi non la paghiamo!» urlano per le strade di Atene. Ma dovremmo urlarlo anche noi in Italia, così come dovrebbero farlo spagnoli, portoghesi, americani, cioè tutti coloro che s
«Dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci?» questa è, in sintesi, la domanda al referendum voluto dal governo islandese – l'unico paese dichiarato in bancarotta della storia umana – dopo la proposta di legge sul rimborso di un debito che è stato provocato da altri – che continuano a guadagnare anche, e soprattutto in tempi di sciagure – ma che, come al solito, doveva essere ripagato dalla povera gente, da chi si vede in balia delle decisioni economiche senza avere neanche la possibilità di capire cosa gli succede intorno (ma sappiamo che una delle prerogative principali del Potere è proprio quella di non volere opposizione critica e pensante). Il risultato? Il 5,3% delle schede erano nulle o bianche e ben il 93% ha risposto urlando di nuovo quello slogan, quello dietro a cui si sta creando davvero quell'Europa Unita voluta dai potentati. Peccato che il loro sogno fosse diametralmente opposto all'Europa dei Popoli.
Peraltro la “pistola fumante” è ancora sul tavolo dei Potenti: si chiama Credit Default Swap e, come riporta il Sole24Ore
«è un baratto, e in questo caso il baratto consiste in questo: la parte A paga periodicamente una somma alla parte B, e la parte B in cambio si impegna a rifondere alla parte A il valore facciale di un titolo C, nel caso il debitore C vada in bancarotta. Insomma, A ha comprato l'obbligazione emessa da C, ma A vuole esser sicuro che C rimborsi il capitale alla scadenza. La finanza ha creato questo strumento di copertura del rischio, e il credit default swap è in effetti come una polizza di assicurazione. Se, per esempio, il valore dei titoli acquistati è di 100mila euro (facciali), e il cds è di 120 punti base, vuol dire che A deve pagare ogni anno 1200 euro per essere sicuro del rimborso. Questi cds sono quotati in mercati over the counter, e se il costo dovesse balzare, mettiamo, a 800 punti base, vuol dire che il mercato teme che il debitore C avrà difficoltà a far fronte ai propri impegni».
Tradotto significa che se i Cds salgono, il rischio di default – cioè l'incapacità di non riuscire a rispettare le clausole contrattuali di un finanziamento – è considerato più importante, automaticamente salgono i tassi d'interesse dei nuovi prestiti presi da un paese – come si trova costretta a fare la Grecia in questo momento – provocando un aumento del suo deficit, che si traduce in un aumento del suo debito, per la cui copertura si chiederanno altri finanziamenti e così via, in una spirale senza fine.
Insomma: questi Cds altro non sono che una di quelle robacce tossiche – insieme agli hedge funds – che l'economia “buona” capeggiata dall'Obaganda americana (cioè dalla propaganda del primo Premio Nobel per la Guerra che la Storia ricordi) aveva promesso di debellare. Appunto: aveva promesso, e basta.
Perché che si parli di Obama o di qualunque altro politico, non è a loro che bisogna rivolgersi. Non bisogna rivolgersi ai Parlamenti per capire da dove vengono i problemi della gente. Perché i Parlamenti, i governi – tutti, dal primo all'ultimo – non hanno alcun potere realmente decisionale, possono solamente ratificare decisioni prese da persone più in alto di loro, quelli che siedono nei consigli di amministrazione delle multinazionali, quelli che fanno parte delle grandi lobby mondiali i cui burattini vengono inviati nelle organizzazioni sovranazionali per tutelare i loro interessi. Sono loro i veri “obiettivi” della disperazione degli operai, dei lavoratori pubblici, degli studenti che hanno potuto assistere solo come spettatori alla commercializzazione della vita umana.
Se la crisi non fa di certo sorridere, la soluzione per la Grecia potrebbe essere anche peggiore.
Perché se la crisi è di natura puramente economica, i risvolti politici sono facilmente leggibili: innanzitutto in merito alla “lotta intestina” che si combatte per definire le gerarchie tra gli stati di una sempre più evanescente “Unione” Europea, dove al comando c'è il solito – vecchio – asse franco-tedesco e tutto il resto indietro, a raccogliere le briciole e stare al guinzaglio. È vero, Francia e Germania sono tra i paesi più forti dell'intero continente, ma il paese presieduto da Angela Merkel – che ora chiede regole certe per i paesi “dall'economia allegra” dell'area sudeuropea – fa finta di dimenticare che se la Grecia si trova in questa situazione è anche colpa delle sue banche le quali, come tutte le banche, speculano sulla pelle della gente tramite quegli artifizi finanziari di cui (non) possiamo leggere quotidianamente sui giornali.
Il problema, se fosse solo di equilibrio delle forze in campo, forse, non sarebbe poi così grosso, ma – come detto prima – la soluzione che si prospetta alla Grecia potrebbe essere ben più distruttiva del male stesso.
Gli ingredienti ci sono tutti: deregolamentazione del sistema economico, tagli alla spesa pubblica, liberalizzazione dei salari. “La cura” è un filo rosso che lega l'Argentina dei desaparecidos – e della crisi del 2001, quasi identica alla crisi greca di oggi – con il Cile di Pinochet, passando per l'Iraq del dopo-Saddam e per la Russia del dopo perestrojka. La crisi economica non è stato altro che lo “shock” necessario per sbloccare quella che Naomi Klein definisce “dottrina dello shock”.
[qui http://www.youtube.com/watch?v=Gaqj_zT8Lgw per i lettori di Facebook e ReportOnLine]
La “cura”, oggi, vede aprirsi un nuovo capitolo proprio in Grecia, dove il governo ha chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, cioè da quell'organismo che più degli altri rappresenta la prosecuzione dell'ideologia di Friedman.
La natura di uno shock – usa ripetere spesso la giornalista canadese - è per definizione uno stato temporaneo. Non sarà dunque giunta l'ora di svegliarsi?
Le bombe saranno pure intelligenti...
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
2/23/2010 03:24:00 PM
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Marjah (provincia centrale di Uruzgan, Afghanistan) – 27 civili uccisi, tra cui quattro donne e un bambino, e 12 feriti è il b
ilancio di uno degli ultimi attacchi aerei “democratici” del contingenge Nato in Afghanistan.
L'obiettivo ufficiale era «un gruppo di sospetti insorti che si riteneva fossero in marcia per attaccare una certa unità congiunta di militari afghani e dell'Isaf». “sospetti” insorti...si riteneva...una certa unità: queste tre affermazioni mi danno da pensare. Mi fanno pensare al pressappochismo delle operazioni del contingente “per la liberazione dal terrorismo” in suolo afghano – e a questo punto anche in suolo iracheno ed in ogni altra zona in cui l'Alleanza Atlantica ha inviato contingenti – perché io credo, stando ai film di guerra che mi capita ogni tanto di guardare, operazioni simili devono essere precise in ogni minimo dettaglio, o forse mi sbaglio?
Ma andiamo avanti: i famosi “ribelli” a cui le forze di pseudo-pace della Nato davano la caccia (con gli aerei poi mi dovranno spiegare come fanno...) si è poi rivelato essere un convoglio composto da tre civilissimi minibus. E questo dovrebbe farci capire ancora una cosa in più sull'idiozia della guerra: neanche la tecnologia più intelligente che possa essere progettata è in grado di capire la differenza tra un terrorista ed un civile, altrimenti – se un missile fosse davvero intelligente quanto dicono – una volta sganciato compirebbe una rotazione di 180 gradi e non andrebbe a colpire un asilo nido con 3.000 bambini o un villaggio di case di fango e paglia, ma andrebbe a colpire chi ha premuto il pulsante per la fuoriuscita del missile – in realtà mero burattino nel gioco della geopolitica mondiale – oppure andrebbe a colpire direttamente chi quella guerra l'ha voluta, come le banche (le principali sono ai primi posti per il finanziamento delle aziende che producono armi) o i petrolieri, perché sono loro i veri “terroristi”. Tutte le bombe, le testate nucleari, i missili intelligenti dovrebbero essere un po' come Carmela, la bomba intelligente cantata dal gruppo della 99 Posse e dai Bisca fino a qualche anno fa.
«Un bombardamento aereo» - si legge ancora nel comunicato - «ha causato un certo numero di morti e feriti». Eh già: ai burattinai, a quelli che fanno le guerre perché altrimenti ci sono migliaia e migliaia di armi prodotte ed inutilizzate, a quelli che fanno le guerre perché il petrolio, l'uranio o qualunque altra risorsa naturale costa troppo non interessa se quei civili avevano una famiglia, dei figli, magari erano anche contenti dell'intervento della “forza democratica” che avrebbe sicuramente migliorato il loro modo di vivere, a loro non interessa se con le bombe uccidono non solo migliaia di bambini, ma anche i loro sogni, le speranze loro e quelle dei loro familiari di potere un giorno vivere in un futuro roseo. No, per i burattinai questi sono solo “gli effetti collate
rali”, sono le cifre sulle quali poter rifinanziare gli interventi nelle zone di guerra. Numeri, sono solo numeri. E dunque va bene il comunicato di cordoglio: «Ci dispiace, non volevamo. Ma state tranquilli perché apriremo un'inchiesta», dicono. E intanto, mentre l'inchiesta viene aperta i militari possono continuare a fare rastrellamenti casa per casa, rapendo ed arrestando a piacimento gli uomini e violentando donne e bambine, mentre i burattinai continuano a stuprarne i villaggi, le città ed i paesi con l'unico scopo di arraffare il più possibile ed aggiungere biglietti verdi ai loro conti in banca, in attesa di scatenare la prossima crisi, la prossima bolla speculativa o la prossima guerra con il beneplacito dei governi dei paesi invasi. Perché «noi esportiamo la pace, cazzo», come direbbe Gaber.
«Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione» dice Stanley McChrystal, di professione generale. Ok, ma da chi devono essere difesi? Dallo spauracchio di Al Quaeda? Cioè da «la base» - questa la traduzione dall'arabo – di un terrorismo che si fa passare per islamico ma che in realtà, libro di storia alla mano, è invenzione degli americani in funzione anti-sovietica? O forse dal Premio Nobel per la Guerra Obama? No, neanche da lui, perché altrimenti i militari dovrebbero tornarsene ai loro paesi di origine e non occupare con la forza un paese straniero. E allora da cosa stiamo difendendo gli afghani, gli iracheni e tutti gli altri? O forse, con la scusante della “guerra per la pace”, stiamo semplicemente difendendo il nostro diritto di dominio sul resto del mondo?
Finisco questo articolo raccontandovi una storia. Una normale storia di guerra, di quelle che possono capitare – come abbiamo visto – ogni giorno. Per farlo ci spostiamo a Lashkargah, non molto lontano da Marjah.
Maryam ha 5 anni, è nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr e si è trasferita ad Helmand, dove la sua famiglia (padre, madre, un nonno, uno zio, quattro fratelli e due sorelle) cercava fortuna, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. 20 kg è il peso dello scatolone di volantini informativi delle forze di occupazione Nato che la schiacciano, alle tre del mattino del 27 giugno dello scorso anno. Solitamente questi scatoloni si aprono durante la caduta, lasciando ca
dere i volantini in una pioggia cartacea. Quello, evidentemente, era difettoso. Può succedere, d'altronde chi di noi non si è mai trovato di fronte a qualcosa di difettoso? Per molti giorni la piccola Maryam è stata operata nell'ospedale di Emergency, dove di fatto le è stata ricostruita tutta la parte inferiore del corpo. Ciò ha due risvolti importanti:
Io, al suo posto, risponderei che una bomba può essere intelligente quanto vi pare, ma se a comandarla è una persona "non intelligente quanto la bomba", gli effetti saranno gli stessi di una bomba “ignorante”.
ilancio di uno degli ultimi attacchi aerei “democratici” del contingenge Nato in Afghanistan.L'obiettivo ufficiale era «un gruppo di sospetti insorti che si riteneva fossero in marcia per attaccare una certa unità congiunta di militari afghani e dell'Isaf». “sospetti” insorti...si riteneva...una certa unità: queste tre affermazioni mi danno da pensare. Mi fanno pensare al pressappochismo delle operazioni del contingente “per la liberazione dal terrorismo” in suolo afghano – e a questo punto anche in suolo iracheno ed in ogni altra zona in cui l'Alleanza Atlantica ha inviato contingenti – perché io credo, stando ai film di guerra che mi capita ogni tanto di guardare, operazioni simili devono essere precise in ogni minimo dettaglio, o forse mi sbaglio?
Ma andiamo avanti: i famosi “ribelli” a cui le forze di pseudo-pace della Nato davano la caccia (con gli aerei poi mi dovranno spiegare come fanno...) si è poi rivelato essere un convoglio composto da tre civilissimi minibus. E questo dovrebbe farci capire ancora una cosa in più sull'idiozia della guerra: neanche la tecnologia più intelligente che possa essere progettata è in grado di capire la differenza tra un terrorista ed un civile, altrimenti – se un missile fosse davvero intelligente quanto dicono – una volta sganciato compirebbe una rotazione di 180 gradi e non andrebbe a colpire un asilo nido con 3.000 bambini o un villaggio di case di fango e paglia, ma andrebbe a colpire chi ha premuto il pulsante per la fuoriuscita del missile – in realtà mero burattino nel gioco della geopolitica mondiale – oppure andrebbe a colpire direttamente chi quella guerra l'ha voluta, come le banche (le principali sono ai primi posti per il finanziamento delle aziende che producono armi) o i petrolieri, perché sono loro i veri “terroristi”. Tutte le bombe, le testate nucleari, i missili intelligenti dovrebbero essere un po' come Carmela, la bomba intelligente cantata dal gruppo della 99 Posse e dai Bisca fino a qualche anno fa.
«Un bombardamento aereo» - si legge ancora nel comunicato - «ha causato un certo numero di morti e feriti». Eh già: ai burattinai, a quelli che fanno le guerre perché altrimenti ci sono migliaia e migliaia di armi prodotte ed inutilizzate, a quelli che fanno le guerre perché il petrolio, l'uranio o qualunque altra risorsa naturale costa troppo non interessa se quei civili avevano una famiglia, dei figli, magari erano anche contenti dell'intervento della “forza democratica” che avrebbe sicuramente migliorato il loro modo di vivere, a loro non interessa se con le bombe uccidono non solo migliaia di bambini, ma anche i loro sogni, le speranze loro e quelle dei loro familiari di potere un giorno vivere in un futuro roseo. No, per i burattinai questi sono solo “gli effetti collate
«Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione» dice Stanley McChrystal, di professione generale. Ok, ma da chi devono essere difesi? Dallo spauracchio di Al Quaeda? Cioè da «la base» - questa la traduzione dall'arabo – di un terrorismo che si fa passare per islamico ma che in realtà, libro di storia alla mano, è invenzione degli americani in funzione anti-sovietica? O forse dal Premio Nobel per la Guerra Obama? No, neanche da lui, perché altrimenti i militari dovrebbero tornarsene ai loro paesi di origine e non occupare con la forza un paese straniero. E allora da cosa stiamo difendendo gli afghani, gli iracheni e tutti gli altri? O forse, con la scusante della “guerra per la pace”, stiamo semplicemente difendendo il nostro diritto di dominio sul resto del mondo?
Finisco questo articolo raccontandovi una storia. Una normale storia di guerra, di quelle che possono capitare – come abbiamo visto – ogni giorno. Per farlo ci spostiamo a Lashkargah, non molto lontano da Marjah.
Maryam ha 5 anni, è nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr e si è trasferita ad Helmand, dove la sua famiglia (padre, madre, un nonno, uno zio, quattro fratelli e due sorelle) cercava fortuna, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. 20 kg è il peso dello scatolone di volantini informativi delle forze di occupazione Nato che la schiacciano, alle tre del mattino del 27 giugno dello scorso anno. Solitamente questi scatoloni si aprono durante la caduta, lasciando ca
- Come potrà vivere una bambina, quindi una futura donna, senza organi genitali in un paese come l'Afghanistan?
- Cosa potrà rispondere, un giorno, a chi le dirà che quegli uomini che le hanno spaccato in due le ossa, erano lì per difenderla e per “portare la pace”?
Io, al suo posto, risponderei che una bomba può essere intelligente quanto vi pare, ma se a comandarla è una persona "non intelligente quanto la bomba", gli effetti saranno gli stessi di una bomba “ignorante”.
Ecco perché, questa volta, ha ragione Brunetta
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
1/22/2010 05:00:00 PM
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«Perché la destra spopola in Italia?»
Quante volte abbiamo proferito, noi popolo di sinistra, extra-sinistra,preudo- e proto-sinistra, o ci siamo sentiti domandare questo? Non so voi, ma io l'ho sentita parecchie volte, e mai una volta che fossi riuscito a rispondere. Almeno fino ad oggi.
La risposta che inizia a balenarmi in testa è che oggi, in Italia, l'”emisfero di destra” abbia una marcia in più rispetto all'”emisfero di sinistra”. Semplicemente.
Non è uno spostamento a destra, il mio. È semplicemente una constatazione. Perché oggi l'humus socio-culturale in cui si muove un “destrorso” mi sembra abbia qualcosa in più da dire rispetto a quello di una persona che si rifà alla sinistra, indipendentemente da quali ne siano le appartenenze partitiche e le sfaccettature ideologiche.
Questo mi deriva innanzitutto da una constatazione in qualche modo storica, derivante dal fatto che oggi, periodo in cui domina la destra, la situazione partitica sia speculare a quello che io individuo come il periodo di maggior successo della sinistra: gli anni '70, o comunque il periodo legato agli anni della contestazione, croce e delizia di questo paese non si sa da e per quanto tempo.
In quel periodo, a sinistra c'era il Partito Comunista, e a sinistra del PC
Soppressione volontaria di pianeta.
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
12/23/2009 09:33:00 PM
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Più passa il tempo, più vedo i “grandi” della Terra riunirsi in queste mega-riunioni e più mi convinco che prima o poi come definizione di “vertice internazionale” avremo qualcosa di molto simile a: leggi alla voce bluff.
Perché quel che è successo nei giorni scorsi a Copenhagen (o No-hope-naghen, come è stata ribattezzata dagli attivisti dei movimenti di contestazione) non si può considerare nient'altro che per quel che è stato realmente: una riunione dei soliti emissari dei poteri forti dell'economia in politica, i quali ogni tanto hanno questo vizietto di riunirsi in una località a scelta per dare l'idea che si stiano occupando della salvaguardia del pianeta e dell'umanità tutta. A parte che ancora non ho capito per quale motivo si chiamino vertici (le disquisizioni linguistiche le lasciamo però ad altri momenti...), è stata talmente evidente l'inutilità di questa conferenza – termine che mi sembra più appropriato - che i grandi signori del mondo se ne sono scappati nel cuore della notte. Così, come fanno i mariuoli da quattro soldi.
«Nessun impegno vincolante». Potrebbe essere questo il sottotitolo di una eventuale “No-hope-naghen story”. Perché questo è stato il modus operandi nella capitale danese, pieno di “ci impegneremo”,“controlleremo” ed altre tante care belle promesse. Come al solito. D'altronde senza fare promesse da non mantenere non sarebbe stato un vero vertice internazionale.

Mentre i vari Obama, Sarkozy, Wen Jiabao si impegnavano a non impegnarsi, c'era chi – come Ian Fry – non faceva mistero delle lacrime versate al vertice. Perché? Ian Fry è il rappresentante delle isole Tuvalu, destinate a scomparire a causa del surriscaldamento del globo (la popolazione ha per questo chiesto ospitalità alla Nuova Zelanda...) ed è stato probabilmente tra le voci più dure e dissidenti dei giorni scorsi: «Sono sei mesi che abbiamo presentato questo emendamento ed adesso ci viene detto che non c'è abbastanza tempo per discuterlo. Non è possibile che un pugno di senatori (americani, ndr) tenga in mano il destino dell'umanità» dice.
Oltre a Fry, a fare scalpore è stata sicuramente l'area sudamericana. Non tutti, ovviamente:
non certo quel Presidente Lula che pur di continuare a produrre biocarburante firmerebbe qualunque cosa; saranno sicuramente ricordati – invece - i due “nemici dell'impero” per antonomasia: Hugo Chávez Frìas ed Evo Morales il quale, vestito nell'abito tradizionale delle feste degli Indios, ha avuto forse l'unica idea degna di nota di questi giorni: istituire, nell'ambito delle Nazioni Unite, un tribunale ambi
entale per i crimini contro la Pachamama (la Madre Terra).Il Presidente venezuelano invece ci ha tenuto a fare il suo “show antimperialista” , denunciando come l'organizzazione poco limpida e non democratica – con documenti che venivano fatti visionare solo ad alcuni dei partecipanti – sia paradigma di come viene amministrata la politica internazionale.
Non c'è stato – invece – l'Obama dei tempi migliori. Il presidente americano – che ormai persegue l'unica politica dell'”obaganda” e della difesa di lobby e potentati vari – si è limitato ad una stantia retorica che fa molto Apocalipse Now (“qui si può o prendere una decisione storica per i nostri figli e nipoti o prendere tempo” è stata l'unica frase memorabile del suo intervento di “ben” 8 minuti...). Il bluff dell'uomo che doveva cambiare il mondo continua. Se non fosse per l'incalcolabile numero di morti che ha fatto inizierei quasi a rimpiangere George W. Bush.
Non contento, il Premio (ig)Nobel per la Pace ha anche definito insufficiente ma comunque un passo avanti straordinario - e qui evito ogni commento – l'accordo. A questo punto sorge però un dubbio: quando dice “insufficiente” sappiamo che si riferisce al destino del nostro pianeta. Non capisco però se con “passo avanti straordinario” si riferisca alla salute del pianeta o ai
guadagni delle grandi imprese inquinanti (Shell, Exxon, Monsanto, ecc. cioè le vere vincitrici del vertice).Ed a proposito di “nomi e cognomi” di chi ci guadagna, bisogna evidenziare come in terra danese si sia anche affrontato il problema delle energie pulite. Peccato che lo si sia affrontato nel verso sbagliato, definendo come “puliti” gli agrocarburanti, cioè una delle cause della crisi alimentare degli ultimi anni e – insieme alla deforestazione – responsabile di oltre il 17% delle emissioni di gas serra (stando all'IPCCC) nonché al terzo posto tra le attività umane responsabili del cambiamento climatico. È stata introdotta in questa lista di “energie amiche dell'ambiente” anche l'energia nucleare, ma solo per il futuro (non so voi ma io la leggo come una “leggera” presa per l'ecologico deretano questa...).
In tutto questo l'Italia si faceva riconoscere, ed anche in questo caso non c'è niente di nuovo: se non facciamo una figura meschina ad ogni vertice internazionale non siamo contenti. Innanzitutto abbiamo bloccato gli accordi, mossa abbastanza prevedibile per un paese che, negli stessi momenti della riunione danese, deliberava sulla creazione di una centrale elettrica a carbone da 1320 megawatt a Saline Joniche in Calabria e che ha raggiunto il colmo quando la nostra Ministra per l'Ambiente – sig.ra Stefania Prestigiacomo – ha ben pensato di mollare i lavori di Copenaghen per tornare in patria e “battezzare” la nuova bicicletta elettrica prodotta dalla Ducati. Quando si è servitori della periferia dell'impero, d'altronde, questi sono i politici che capitano sottomano.

Il non accordo è stato un «patto suicida di distruzione, per mantenere la dipendenza economica da un pugno di Paesi». È stato il grido, disperato, di Lumumba Stanislas Dia-ping, capo negoziatore sudanese che ha guidato il G77 (il blocco dei 130 paesi tra i più poveri del pianeta). Alcuni esponenti del c.d. Primo Mondo hanno storto il naso, hanno parlato di paragone disgustoso quando lo stesso Lumumba ha paragonato i signori che sedevano a quei tavoli e che stavano decretando la morte per surriscaldamento del pianeta ai gerarchi nazisti che idearono i forni crematori per gli ebrei. Ma è risaputo che i paesi ricchi soffrano di un certo imborghesimento e non apprezzino certo chi li critica.
Dicevamo che ogni buon vertice internazionale ha dei “personaggi” che si ripetono, nonostante trascorra il tempo e cambi l'ambientazione. Un personaggio della letteratura classica dei vertici internazionali è l'arrestato. A Copenaghen ce ne sono stati 3, attivisti di Greenpeace, i quali si sono macchiati del reato di lesa maestà: hanno infatti aperto alcuni striscioni – sui quali si potevano leggere slogan come “I politicanti discutono, i politici cambiano le cose” che è stato usato da Greenpeace per dare il be
nvenuto nel Regno di Danimarca – al ricevimento della Regina. Il giudice li ha condannati a tre settimane di galera. Il vero crimine, però, non lo commettevano i tre attivisti. Il Crimine, quello con la “c” maiuscola appunto, lo stavano commettendo i presidenti ed i funzionari di stato e delle istituzioni sovranazionali, i quali si sono resi correi, assieme alle multinazionali ed alle lobby inquinanti del più grande crimine della storia dell'umanità: soppressione volontaria di pianeta.Approfondimenti:
- La lettera di Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International [http://www.greenpeace.org/italy/news/copenhagen-lettera-kumi]
- Il video dell'intervento di Hugo Chávez Frìas [da facebook http://www.facebook.com/video/video.php?v=107078155969666&ref=mf]
Possiamo inviare una e-mail a Barack Obama, Kevin Rudd (Primo Ministro australiano) e ad José Manuel Barroso (Presidente della Commissione Europea) come segno di protesta per il fallimento del vertice [per farlo http://www.greenpeace.org/international/campaigns/climate-change/changethefuture]
Premio Nobel per la "Memoria (scarsa)"
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
10/11/2009 04:31:00 PM
In questo post:
Neda Agha-Soltan,
Obaganda,
Premio Nobel per la Pace
Ho già scritto di quanto reputi una cazzata - e scusate il francesismo - l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, quindi non starò qui a ripetere i motivi che mi portano ad accettare la notizia con tanto stupore (e da quel che vedo e leggo il mio è uno stupore condiviso...).
Non posso neanche dire che l'assegnazione sia "politica", perché guardando ai precedenti vincitori non ci sono "connivenze imperialiste" dei paesi ricchi che si spartiscono il premio tra loro, visto che - ad esempio - questo stesso premio è stato vinto nel 1984 dall'arcivescovo sudafricano (ed attivista anti-apartheid) Desmond Tutu o - 10 anni dopo - da Yasser Arafat.
L'unica cosa che posso fare è accodarmi a Washington Post che ha fatto una sua personalissima assegnazione:
Ve la ricordate tutti no?
Lei si chiamava Neda Agha-Soltan, aveva 27 anni ed è stata uccisa nel giugno scorso in Iran, durante le proteste derivanti dai brogli elettorali che hanno rimesso sullo scranno più improtante Mahmud Ahmadinejad. Qui in Occidente molti l'avranno già dimenticata, vista la sterile velocità con cui fagocitiamo informazioni senza che queste possano in qualche modo scalfire le nostre quotidianità. Come abbiamo dimenticato la protesta stessa, per il semplice motivo che non leggiamo più cronache da Teheran e, come è risaputo, se una cosa non c'è sui giornali vuol dire che non esiste, semplicemente.
Forse più che il Premio Nobel per la Pace a Neda dovrebbe essere assegnato un "Premio Nobel alla memoria", perché magari sarà solo una provocazione quella del Washington Post [qui il link che richiama alla notizia battuta dall'agenzia Adnkronos, perché non sono riuscito a trovare l'originale della notizia "free"], però credo sarebbe stato importante non tanto per noi "ricchi e pasciuti" occidentali che domani avremo già scordato la notizia, ma sarebbe stato importante per i nostri fratelli e compagni iraniani, che magari avrebbero visto questo gesto come un modo per essere affianco alla loro battaglia, come a dire: "continuate così, perché la strada per la libertà e la pace è quella che avete intrapreso".
Perché alle volte la storia si cambia anche stando lontani dalle stanze dei bottoni. Come stanno tentando di fare in Iran ed in tante altre "zone fantasma" del nostro pianeta...
Non posso neanche dire che l'assegnazione sia "politica", perché guardando ai precedenti vincitori non ci sono "connivenze imperialiste" dei paesi ricchi che si spartiscono il premio tra loro, visto che - ad esempio - questo stesso premio è stato vinto nel 1984 dall'arcivescovo sudafricano (ed attivista anti-apartheid) Desmond Tutu o - 10 anni dopo - da Yasser Arafat.
L'unica cosa che posso fare è accodarmi a Washington Post che ha fatto una sua personalissima assegnazione:
Lei si chiamava Neda Agha-Soltan, aveva 27 anni ed è stata uccisa nel giugno scorso in Iran, durante le proteste derivanti dai brogli elettorali che hanno rimesso sullo scranno più improtante Mahmud Ahmadinejad. Qui in Occidente molti l'avranno già dimenticata, vista la sterile velocità con cui fagocitiamo informazioni senza che queste possano in qualche modo scalfire le nostre quotidianità. Come abbiamo dimenticato la protesta stessa, per il semplice motivo che non leggiamo più cronache da Teheran e, come è risaputo, se una cosa non c'è sui giornali vuol dire che non esiste, semplicemente.
Forse più che il Premio Nobel per la Pace a Neda dovrebbe essere assegnato un "Premio Nobel alla memoria", perché magari sarà solo una provocazione quella del Washington Post [qui il link che richiama alla notizia battuta dall'agenzia Adnkronos, perché non sono riuscito a trovare l'originale della notizia "free"], però credo sarebbe stato importante non tanto per noi "ricchi e pasciuti" occidentali che domani avremo già scordato la notizia, ma sarebbe stato importante per i nostri fratelli e compagni iraniani, che magari avrebbero visto questo gesto come un modo per essere affianco alla loro battaglia, come a dire: "continuate così, perché la strada per la libertà e la pace è quella che avete intrapreso".
Perché alle volte la storia si cambia anche stando lontani dalle stanze dei bottoni. Come stanno tentando di fare in Iran ed in tante altre "zone fantasma" del nostro pianeta...
Premio Nobel per le intenzioni
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
10/10/2009 10:36:00 AM
In questo post:
guerra,
Obaganda,
Premio Nobel per la Pace
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi separare i fatti dalle opinioni.
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi raccontare i fatti. Le opinioni devi tenertele per te.
E allora stiamo ai fatti:
E questo è un fatto. Senza ombra di dubbio.
Un fatto quantomeno controverso mi verrebbe da dire, perché se andiamo a vedere quegli altri, di fatti, quelli che ogni giornalista usa per controllare se quel che dice o scrive è vero, non so se questa notizia sia un fatto “oggettivamente condivisibile”.
Nel mondo, ad oggi, ci sono 25 conflitti attivi. Tra i tanti si contano le 38.500 vittime del conflitto afghano in 8 anni o le 50.000 tra la Russia e la Cecenia (10 anni), oppure le 301.200 vittime del conflitto del Darfur, Sudan, in “soli” 6 anni di conflitto.
Secondo i dati di PeaceReporter, dal 1948 (conflitto in Birmania, il più “vecchio” tra quelli indicati), ci sono state 3.425.000 vittime. È come se in 61 anni avessimo cancellato la Lituania!
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi separare i fatti dalle opinioni.
Che Barack Obama per ora sia più un fenomeno mediatico che non un fenomeno in campo politico però, non so se considerarlo come un fatto (se guardo alla destra americana) od un'opinione (mia). E qui mi riferisco – anche – al comportamento tenuto in merito alla riforma sanitaria (Internazionale di Agosto 2009). Ma questa è un'altra storia...
Io credevo che un premio Nobel – indipendentemente dalla categoria – si vincesse perché si era fatto qualcosa di importante. Che so, trovato il vaccino per l'Hiv, fermato una guerra, o qualunque altra cosa. Ecco, appunto. Tutte cose per cui prima le fai e dopo ricevi il premio.
Obama no. Per lui è diverso. Lui i premi li vince prima. Li vince “a prescindere”. Perché lui è “IL” presidente. Quello dell'”Yes we can” e del cambiamento mondiale. Che però, per ora, a me sembra un cambiamento ancora troppo teorico che pratico. D'accordo, diamogli ancora un po' di tempo perché non si può cambiare il mondo in un giorno, come dice una vecchia canzone dei Morcheeba “Rome wasn't built in a day”, quindi...
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi separare i fatti dalle opinioni.
E dopo aver espresso i fatti, si passa alle opinioni.
E' un'opinione, anche se sto iniziando a sentirla da parecchie “fonti”, che più che di “effetto Obama” si debba parlare di “Obaganda”. Cioè di una forma di propaganda mediatica che ruota intorno alla figura del “mitologico” 44° Presidente degli Stati Uniti d'America. Quegli stessi Stati Uniti che nella giornata di ieri, in Afghanistan, hanno ucciso 120 persone bombardando una festa in onore del loro presidente. Evidentemente volevano unirsi ai festeggiamenti, anche se lo hanno fatto in un modo alquanto originale.
E' un'opinione (o forse un fatto?) che ci siano persone che quel premio lo meriterebbero certamente più del Presidente americano. Per il semplice motivo che queste altre persone qualcosa di “fattibile” l'hanno già fatta: c'è chi tenta di aggiustare gli errori della guerra come Gino Strada con Emergency, c'è chi a 13 anni combatte contro il lavoro minorile in Pakistan e per questo viene assassinato. Iqbal Masih si chiamava. La sua storia ricorda un pò quella di Giuseppe Di Vittorio. Mi chiedo quanti ne abbiano mai sentito parlare. Mi chiedo quanti nel nostro paese, in un paese in cui si intitolano giornali ai “fatti” dando ovviamente solo quelli che sono più di comodo a portare avanti la propria politica, conoscano la storia sia di Iqbal che di Di Vittorio.
Ma anche questa, è un'altra storia...
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi separare i fatti dalle opinioni.
E credo sia un fatto abbastanza condivisibile ed oggettivo che il Premio Nobel per la Pace a Barack Obama sia più un “premio alle intenzioni” che non un vero e proprio “premio ai fatti”.
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi raccontare i fatti. Le opinioni devi tenertele per te.
E allora stiamo ai fatti:
Barack Obama ha vinto il Premio Nobel per la Pace.
Un fatto quantomeno controverso mi verrebbe da dire, perché se andiamo a vedere quegli altri, di fatti, quelli che ogni giornalista usa per controllare se quel che dice o scrive è vero, non so se questa notizia sia un fatto “oggettivamente condivisibile”.
Secondo i dati di PeaceReporter, dal 1948 (conflitto in Birmania, il più “vecchio” tra quelli indicati), ci sono state 3.425.000 vittime. È come se in 61 anni avessimo cancellato la Lituania!
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi separare i fatti dalle opinioni.
Che Barack Obama per ora sia più un fenomeno mediatico che non un fenomeno in campo politico però, non so se considerarlo come un fatto (se guardo alla destra americana) od un'opinione (mia). E qui mi riferisco – anche – al comportamento tenuto in merito alla riforma sanitaria (Internazionale di Agosto 2009). Ma questa è un'altra storia...
Io credevo che un premio Nobel – indipendentemente dalla categoria – si vincesse perché si era fatto qualcosa di importante. Che so, trovato il vaccino per l'Hiv, fermato una guerra, o qualunque altra cosa. Ecco, appunto. Tutte cose per cui prima le fai e dopo ricevi il premio.
Obama no. Per lui è diverso. Lui i premi li vince prima. Li vince “a prescindere”. Perché lui è “IL” presidente. Quello dell'”Yes we can” e del cambiamento mondiale. Che però, per ora, a me sembra un cambiamento ancora troppo teorico che pratico. D'accordo, diamogli ancora un po' di tempo perché non si può cambiare il mondo in un giorno, come dice una vecchia canzone dei Morcheeba “Rome wasn't built in a day”, quindi...
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi separare i fatti dalle opinioni.
E dopo aver espresso i fatti, si passa alle opinioni.
E' un'opinione, anche se sto iniziando a sentirla da parecchie “fonti”, che più che di “effetto Obama” si debba parlare di “Obaganda”. Cioè di una forma di propaganda mediatica che ruota intorno alla figura del “mitologico” 44° Presidente degli Stati Uniti d'America. Quegli stessi Stati Uniti che nella giornata di ieri, in Afghanistan, hanno ucciso 120 persone bombardando una festa in onore del loro presidente. Evidentemente volevano unirsi ai festeggiamenti, anche se lo hanno fatto in un modo alquanto originale.
E' un'opinione (o forse un fatto?) che ci siano persone che quel premio lo meriterebbero certamente più del Presidente americano. Per il semplice motivo che queste altre persone qualcosa di “fattibile” l'hanno già fatta: c'è chi tenta di aggiustare gli errori della guerra come Gino Strada con Emergency, c'è chi a 13 anni combatte contro il lavoro minorile in Pakistan e per questo viene assassinato. Iqbal Masih si chiamava. La sua storia ricorda un pò quella di Giuseppe Di Vittorio. Mi chiedo quanti ne abbiano mai sentito parlare. Mi chiedo quanti nel nostro paese, in un paese in cui si intitolano giornali ai “fatti” dando ovviamente solo quelli che sono più di comodo a portare avanti la propria politica, conoscano la storia sia di Iqbal che di Di Vittorio.
Ma anche questa, è un'altra storia...
Dicono che quando vuoi fare il giornalista devi separare i fatti dalle opinioni.
E credo sia un fatto abbastanza condivisibile ed oggettivo che il Premio Nobel per la Pace a Barack Obama sia più un “premio alle intenzioni” che non un vero e proprio “premio ai fatti”.
Orizzonte comune
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
7/20/2009 04:39:00 PM
In questo post:
altermondismo,
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Michael Hardt ha 49 anni e insegna alla Duke University nel North Carolina. Lo intervistiamo mentre ha dato alle stampe «Commonwealth», il terzo capitolo dell'opera che ha cominciato nel 2000 insieme a Toni Negri con «Impero» [pubblicato in Italia nell'autunno del 2001, solo qualche settimana dopo il luglio del G8 genovese] e che è proseguita con «Moltitudine». Adesso il G8 torna in Italia ed è un'occasione per discutere del «nuovo ordine mondiale» e dei cambiamenti di questi anni.
«Tutto ciò che avevamo visto nel periodo del movimento di Genova e di quello globale, cioè la costruzione di un nuovo ordine mondiale con nuove forme di organizzazione reticolare, oggi funziona a pieno regime – dice Michael – In questi anni, dopo Genova e l'11 settembre, ci sono stati momenti in cui poteva sembrare che gli Stati Uniti erano davvero capaci di gestire il mondo secondo lo schema dell'imperialismo, in maniera unilaterale. La guerra in Iraq, ad esempio, era concepita dagli architetti della Casa Bianca come una dimostrazione dell'esistenza di un ordine mondiale che andava contro l'ipotesi che avevamo descritto con Toni in “Impero” e che aveva descritto il movimento in generale. Volevamo sottolineare che il nemico non era più uno stato-nazione. Ci opponevamo invece a tanti stati più le istituzioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale o il G8, oltre ovviamente ai grandi capitalisti. Si trattava di una rete di collaborazione in formazione, con diversi poteri di diversi tipi e con diverse gerarchie tra loro. Il fallimento dell'operazione unilateralista di George W. Bush non è solo militare. È anche economico e politico. È stato il fallimento dell'imperialismo». Ci troviamo allo stesso punto di otto anni fa?
No, ma abbiamo la stessa necessità di capire il nuovo ordine in formazione, che corrisponde all'Impero. Il termine non m'importa molto, m'interessa il concetto. Mi interessa capire i lineamenti e la forma di questo nuovo potere. Il nostro compito, quindi, è ancora quello degli anni di Genova. Dobbiamo capire qual è il nostro nemico, analizzare il potere che si sta formando, tr
ovare i modi per confrontarci con esso e gestire una resistenza efficace. Scrivendo «Impero» ritenevamo che l'antiamericanismo tradizionale non fosse più adeguato al livello delle dominazioni mondiali. Questo fatto oggi è evidente a tutti. Quando uscì «Impero» doveste confrontarvi con due critiche, soprattutto. La prima proveniva dai marxisti più ortodossi, che vi accusavano di negare l'esistenza dell'imperialismo tradizionale. La seconda, molto più acuta, sosteneva che la vostra teoria rischiava di cadere, come aveva fatto il marxismo storicista, in una concezione lineare e progressiva del tempo. Rischiavate di ripetere lo schema secondo cui l'accumularsi delle contraddizioni cresce col tempo e porta necessariamente il capitalismo al collasso. Negli anni successivi avete sventato questa trappola teorica incrociando i vostri scudi con i pensatori del sud del mondo e con l'archivio degli studi postcoloniali.
Le lotte anticoloniali e gli studi postcoloniali hanno il merito di analizzare il potere che viene dopo il colonialismo ma mantiene ancora forme di dominazione molto forti. Riconosco il pericolo di cadere in una nozione dle progresso automatica, secondo cui il capitale stesso automaticamente sviluppa alternative economiche e sociali. La storia non è progressiva, è un misto di diversi tempi. Penso però che bisogna mantenere un'idea di progresso come esito delle lotte. Abbiamo una tradizione di lotte per la libertà, per la democrazia, per l'uguaglianza. Non stiamo parlando di una teleologia astratta, della «marcia di libertà della storia»,come diceva Hegel, che si sviluppa oggettivamente. Tuttavia, dobbiamo riconoscere una marcia di libertà che viene da un'accumulazione di lotte, che costruiscono una specie di teleologia materiale.
Ma la coesistenza di più «tempi storici» e più «modi di produzione» dentro la globalizzazione e persino dentro lo stesso territorio di cui parlano i teorici postcoloniali ci evita di cadere in semplificazioni e schematismi.
Il concetto di «moltitudine» che preferisco è proprio quello che sottolinea l'eterogeneità di cui parli. Non si tratta solo di eterogeneità sociale, cioè di diversi soggetti sociali che hanno diversi bisogni, ma anche di eterogeneità di tempi e di obiettivi. Per questo la lotta per la libertà non è unica e non pone il soggetto unificato. Non c'è una sintesi di tutte le lotte. Credo che questa eterogeneità di soggettività sia importante. L'Impero da questo punto di vista è più una doman
In questi anni è cambiata la situazione sociale italiana ed europea. Essa fornisce indicazioni sul fatto che non necessariamente questo soggetto multiplo che voi chiamate moltitudine provoca effetti positivi?L'ossessione per la «sicurezza» non indica il fatto che una società irrappresentabile in senso tradizionale a causa delle sue ricchezze e delle sue differenze non si riconosca automaticamente in uno spazio comune e possa produrre gerarchie, razzismi, violenze?
La moltitudine non è solo un concetto empirico, come le masse o la folla. Io e Toni cerchiamo di capire il concetto di moltitudine come organizzazione. Non bisogna «essere moltitudine», bisogna «fare moltitudine». Ciò che vogliamo nominare per moltitudine è un modo di organizzazione. Per questo sono d'accordo con Paolo Virno quando parla delle ambiguità della moltitudine. La folla può produrre cose mostruose, come sappiamo. Ma noi guardiamo la cosa da un altro punto di vista, non parliamo di un processo spontaneo.
Il nostro concetto di moltitudine non ha nulla a che vedere con l'anarchia. La moltitudine è una nuova forma di organizzazione, e in questo mi sento comunista, alternativa alla tradizione che ci arriva dai partiti. L'ambiguità della moltitudine si combatte con nuove forme di organizzazione politica. Qui ci ricolleghiamo alla questione precedente: pensare che il progresso scaturisca automaticamente dalle condizioni date è un po' come pensare che da una moltitudine che origina dalle nove forme di lavoro nascano spontaneamente effetti positivi. È necessaria una buona dose di allenamento politico per «fare moltitudine».
Nel 2000 concludevate Impero con tre punti per un programma politico: il reddito di cittadinanza, la libera circolazione dei migranti e la riappropriazione dei mezzi di produzione, che nel caso della produzione intellettuale era inteso come lotta ai brevetti e al copyright. Pensi che siano rivendicazioni ancora attuali?
Non erano intuizioni nostre. Raccoglievamo quello che sentivamo dai movimenti e dalla gente che avevamo attorno. Ci sembrava un buon modo per concludere un libro teorico. Un lettore poteva dire:«Adesso cosa si può fare?». Tanti giornalisti ci dicevano la stessa cosa che dicevano ai movimenti:«Questi non hanno nulla da proporre in pratica». E invece allora come oggi c'erano tantissime proposte ragionevoli. Anche dieci anni dopo quei punti indicano un campo di lotta politica attuale che corrisponde alle idee del libro.
Se ripensiamo al 2001, l'altro cambiamento riguarda il paese in cui vivi, gli Stati Uniti. Antiamericanista o no, il militante di sinistra europeo aveva una certa spocchia nei confronti dell'America. Dalle ultime elezioni europee viene fuori che il Vecchio Continente si sposta a destra. E invece gli Usa di Obama sono un laboratorio delle nuove forme di politica. Tuttavia i movimenti che hanno contribuito all'elezione di Obama, come quello dei migranti, sono in crisi.
Non sono un sostenitore di Barack Obama, ma credo che la sua amministrazione stia facendo un'operazione molto intelligente. Stanno sperimentando una nuova possibilità politica, anche se nell'ambito tradizionale statale. Come analista politico mi interessa. Quanto ai movimenti, credo soffrano una crisi di orientamento. Fare politica nei movimenti contro Bush e la guerra era facile. Adesso il governo non è «nemico» allo stesso modo. I movimenti sono vittime di uno schema: o decidono di trattare Obama come Bush, e quindi continuano a fare quello che facevano prima, o appoggiano il governo contro la dest
In senso più generale, la situazione è analoga a quella che si vive in tanti paesi con governi di sinistra dell'America Latina. Certamente, Obama non è di sinistra alla maniera di Chávez o Lula. Ma la situazione è simile per il fatto che i movimenti non hanno capito come attraversare quest'empasse, l'alternativa tra resistenza o appoggio. Per questo, i movimenti statunitensi possono imparare molto da movimenti latinamericani. In Bolivia e Brasile ci sono diversi esempi di movimenti che vanno oltre l'empasse del governo di sinistra.
Questo non è un momento di grandi numeri e grandi attività per i movimenti statunitensi, invece ci sarebbe la possibilità di fare molte cose. Non siamo più costretti a combattere le idiozie di Bush come la tortura o l'unilateralismo. Possiamo fare cose molto più importanti e più belle. Non bisogna per forza scegliere tra resistenza e appoggio. Dobbiamo trovare il modo di essere contro il governo, ma in modo diverso dall'epoca di Bush.
Fino a che punto Obama è cosciente del fatto che lui è frutto della crisi della rappresentanza e che deve molto ai movimenti?
Di sicuro nell'amministrazione Obama ci sono molti esponenti che vengono da una tradizione di lotte. I latinos, la lunga storia delle lotte afroamericane, persino gli altermondialisti: alcuni uomini dello staff di Obama non vengono da quei movimenti ma sicuramente dall'onda di quei movimenti. Ovviamente questo non significa che continuino il lavoro di quei movimenti. Del resto, nessuno pensa che Evo Morales in Bolivia prosegua in maniera diretta l'azione dei movimenti. Il punto è scoprire come essere critica del governo.
In autunno esce negli Stati Uniti il nuovo libro che hai scritto insieme a Toni Negri. Di cosa vi occupate questa volta?
Il libro si intitola «Commonwealth», una parola che ha un doppio senso: si riferisce sia alla ricchezza comune che al governo della tradizione inglese del Seicento. Non so come potremmo rendere questo gioco in italiano, forse con «comune». È interessante che in italiano questa parola indichi anche il governo della città. Una dele cose di cui parliamo è il rapporto tra i due sensi del comune. Da un lato c'è quello che potremmo chiamare il «comune naturale», cioè la terra e tutto ciò che gli appartiene: acqua, terra, aria,tutto ciò che abbiamo e dobbiamo usare in comune. Questo è l'aspetto ecologico del comune. L'altro senso, di cui ci interessiamo di più, è il comune creato dall'attività umana, che è sempre più centrale nella produzione capitalistica: la produzione di idee, affetti, immagini, comunicazione, conoscenza. Ogni volta che questa sfera si fa proprietà privata o statale diventa meno produttiva. Ogni idea che diventa proprietà è meno produttiva, per questo la necessità del capitale di convertire il comune in proprietà distrugge la produttività stessa...
...ti interrompo solo per un chiarimento terminologico, visto che parli di «produzione». Dopo che i movimenti di questi anni hanno liberato dalle loro definizioni liberali i concetti di «libertà» e «democrazia» pensi sia il momento di riappropriarsi anche di questa parola?
Intanto voglio dire che [se ci riusciamo, ma non è scontato] dobbiamo liberare anche la parola «comunismo». Quanto alla produzione, per noi è centrale la produzione di soggettività. Ma la produzione di soggettività è centrale anche nella produzione capitalistica. Il capitalismo contemporaneo punta soprattutto a produrre rapporti sociali, affetti, idee.
Sono completamente d'
Forse si tratta di abbandonare le pretese di unità di misura capitalistiche che ormai sono del tutto arbitrarie, a cominciare dalla pretesa di misurare il salario in ore di lavoro e la ricchezza in profitti. Quindi anche il concetto di «crescita» è arbitrario. La crisi, in fondo è crisi dell'unità di misura capitalistica e del suo ultimo appiglio, la rendita finanziaria. Il capitale non riesce più a contenere la vita.
Certamente. La vecchia misura capitalistica non funziona più. Ma il capitale è capace di trovare nuove unità di misura? Penso di no. Con la finanza abbiamo assistito a modi allucinanti di misurare la vita delle persone. Tuttavia, non penso che si debba semplicemente fissare una nuova unità di misura, magari più umana. Dobbiamo concepire la vita e il comune come qualcosa che non ha misura, che non è misurabile o quantificabile.
Del resto,la crisi economica ha mostrato quanto si intrecci il tema dei biocombustibili, che riguarda i beni comuni, con quello della speculazione finanziaria, dei mutui e delle assicurazioni, che riguardano la monetizzazione del comune, della vita e dei servizi.
La crisi impone questo confronto. È importante capire quali sono i rapporti tra le due facce del comune, quello naturale e quello artificiale, tra l'accesso all'acqua e la libera circolazione delle idee. Sono entrambi cruciali, e i legami tra di essi vanno sviluppati: in dicembre, a Copenaghen c'è il vertice sul postKyoto per i cambiamenti climatici. Quello potrebbe essere il momento di tessere meglio la relazione tra i movimenti contro il cambiamento climatico, che in generale non hanno molto sviluppato la prospettiva anticapitalistica, e quelli anticapitalistici che non hanno ancora elaborato una visione ecologista. Il tema del comune è un terreno su cui sviluppare questi conflitti.
Dobbiamo occuparci del comune, di come governarlo senza distruggerlo. Dobbiamo capire come funziona il comune nella produzione capitalistica, come fondare istituzioni del comune, come costruire una società fondata né sulla proprietà privata né su quella pubblica. Si tratta di sviluppare una critica della proprietà, sia pubblica che privata, come forma di potere. Ciò che la proprietà privata è per il capitalismo e quella pubblica è per il socialismo, il comune dovrebbe essere per una nuova idea di comunismo.
Un altro mondo è possibile: 8Grandi vecchi e futuri nuovi...
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
7/08/2009 09:32:00 AM
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Non mi interessa qui riprendere le polemiche che ci sono state. Non mi interessava a dir la verità nemmeno tanto tempo fa. Anche perché non sono mai riuscito - al contrario di molti - ad addossare la colpa ad un ragazzo 21enne in preda al panico. Preferisco attribuire la colpa della morte di Carlo Giuliani ad un sistema che se fosse stato giusto non lo avrebbe portato in piazza per sommare il suo diritto al dissenso a que
La cultura mainstream ci definisce "no-global". Espressione poetica e suggestiva, per citare un verso di una nota canzone di Giorgio Gaber. La coltura mainstream, quella dei cervelli ammaestrati ci definisce in tanti modi: delinquenti, bestie, criminali senza nemmeno sapere che il termine "no-global" già al tempo di Genova voleva dire tutto e niente. Perché il movimento dei movimenti è, pardon era - appunto - plurimo. Ogni no-global era anche qualcos'altro. Ma questo chi è al di fuori, chi si ferma a considerare solo le apparenze, sembra non capirlo, e forse non può nemmeno capirlo.
Oggi forse è anche più difficile, visto che non esistono più le figure che convogliavano attorno a sé quei mondi (penso, tanto per rimanere al nostro paese a figure come Agnoletto, Casarini o Caruso, che oggi o hanno abbandonato i movimenti per sedersi su più comodi scranni nazionali od internazionali o hanno abbandonato - come Casarini - la testa del movimento). Quindi oggi, almeno da come la vedo io, non si può nemmeno parlare più di tanto de "il movimento no-global", semplicemente perché quell'esperienza, quel modus vivendi non esiste più.
Siamo diventati probabilmente più liquidi, per usare un'espressione tanto cara a Zygmunt Bauman.
Dobbiamo trovare nuovi modi di fare, nuovi modi di lottare per quell'altro mondo che una volta era il principio e la fine di tutto. Dobbiamo trovare nuovi modi per rispondere ad un Potere che è sempre - inesorabilmente ed instancabilmente - lo stesso.
Sono passate crisi, sono cambiati i governi nazionali ma i potentati, le istituzioni che dettano le regole di disuguaglianza sono sempre lì. Sempre loro, sempre identici.
Già il fatto che il
E la mia paura - che spero rimanga solo tale - è che venerdì sera, quando il teatrino dei "grandi" sarà finito ci toccherà rifare i conti con un altro Carlo. Spero sinceramente di no, ma da come si stanno mettendo le cose...
Ma veniamo ad una delle mie tante - troppe - solite, domande: a cosa serve quella parata di gente tutta incravattata ed ingiacchettata, di quei militari in assetto antisommossa con i loro capi in alta uniforme? Stamattina guardavo la diretta di Sky per l'arrivo di Obama, di Medvedev e degli altri. Ovviamente tutti arrivavano con l'aereo personale e mi chiedevo: un aereo di quel tipo quanto consuma? So che sembra una domanda da uno che di mestiere fa il benzinaio. Però pensateci: parliamo tanto di domeniche ecologiche, di auto inquinanti e poi permettiamo a questi signori di spostarsi con questi enormi elefanti per trasportare mogli, consiglieri, guardie del corpo (non dico nani, ballerine e giullari di corte perché quelli li trasportiamo quando i G8 non si fanno in Italia...)! Non c'è niente di più piccolo? Non c'è niente che magari permetta di salvaguardare la salute del pianeta - che alcuni di quei signori dicono di avere a cuore - permettendo al contempo di svolgere ugualmente gli incontri tra i potenti? Non so a voi, ma a me viene in mente una cosa con la quale si potrebbe avere il G8 e non inquinare praticamente niente. E' una cosa straordinaria, piccola. Talmente piccola che si potrebbe tranquillamente te
Ma veniamo e concludiamo - come vi annunciavo - al Sud America.
Io credo che se un nuovo mondo debba essere creato - e parto sempre da quel vecchio slogan: "another world is possible"- si debba partire da alcune esperienze che ci vengono proprio da lì, dal Messico con gli Zapatisti, dall'Argentina con l'esperienza delle autogestioni nelle fabbriche, e da tanto, tanto altro.
Chavez, Morales, Lula (anche se in quest'ultimo caso ho qualche remora...) hanno in mano il futuro del mondo. Il nuovo mondo. Perché non iniziare a dargli ascolto (magari creando una specie di Consiglio Permanente con i "grandi vecchi" ed i "futuri nuovi")?
p.s...potete scaricare cliccando qui la Carta di Montevecchio redatta nei giorni scorsi nel Gsott8, la risposta dal basso al G8
Il cinguettio verde di Teheran
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
6/19/2009 09:24:00 AM
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Vince Moussavi. Anzi no, vince Ahmadinejad.
Questo è quel che deve aver sentito ogni cittadino iraniano nei giorni scorsi, quando dopo le elezioni - la cui affluenza, secondo le tendenze iraniane, è stata altissima (85%) qualcuno ha deciso di riconfermare lo "spazzino del popolo".
Che ci siano stati brogli ed imbrogli è ormai chiaro ed internazionalmente riconosciuto.
Il malumore creato dalla politica portata avanti durante il suo primo mandato è indice dell'impossibilità di una nuova vittoria di Ahmadinejad, e la tiepida reazione dei governi occidentali è assolutamente vergognosa. O meglio: è vergognoso come i governi "democratici" occidentali, sempre pronti e prodighi di esportazioni del "loro" mondo non stiano muovendo un dito in questa occasione. Tanto meno lo sta facendo "sant'Obama", che probabilmente ancora non ha capito se comportarsi da falco come il suo predecessore Bush o colomba. L'unica cosa che ha capito, evidentemente, è che fare la voce grossa con chi in poco tempo può costruire la bomba atomica - o già ce l'ha come gli israeliani, non per nulla "amici per la pelle" degli yankee - non è poi così conveniente.
Laddove manca la "voce del Potere", però, arriva la voce del contro-potere. O meglio, il cinguettio. Eh sì, perché laddove è stata tappata la bocca - o rotta la penna, fate un pò voi - ai giornalisti, i giovani iraniani si sono attrezzati con quell'opera di citizen journalism che noi in occidente ancora stentiamo realmente a capire.
Twitter (che Google Translate mi traduce - quando si dice i casi della vita - sia con "cinguettio" che con "agitazione") infatti si sta rivelando la vera "arma" in mano all'opposizione. Un'arma talmente potente da sfuggire anche alla censura della rete. Come? Beh, semplicissimo: Twitter permette di pubblicare piccoli post tramite sms! Geniale vero? E' l'unico modo che i giovani iraniani - i cespugli come hanno voluto ribattezzarsi prendendo nome dall'epiteto con il quale Ahmadinejad li aveva apostrofati alcuni giorni fa - hanno per far capire al mondo intero che loro un secondo mandato dello "spazzino del popolo" non lo vogliono. A patto che di là - o meglio di qua, in occidente - ci sia qualcuno disposto ad ascoltarli e, perché no, ad aiutarli. La rete oggi può arrivare laddove i media classici non possono, ed è per questo che noi blogger occidentali "impegnati" dovremmo diventare cassa di risonanza delle manifestazioni. Io tenterò - quando possibile - di pubblicare aggiornamenti e notizie, ma se volete veramente un'esperienza live andate sul blog di Andrew Sullivan, il quale pubblica i post da Twitter.
Ma chi e perché ha iniziato la protesta? Chi c'è dietro? Dietro Moussavi non saprei, molti commentatori filogovernativi parlano di Rasfanjani - l'ex presidente sconfitto 4 anni fa proprio da Ahmadinejad. Dietro Ahmadinejad c'è l'ayatollah Khamenei, vero leader del paese da oltre 20 anni. Qualcuno potrebbe anche pensare che la questione sia esclusivamente iraniano. Invece - come giustamente fa notare Lucio Caracciolo su Repubblica di oggi - il vincitore di queste elezioni sarà colui che siederà allo stesso tavolo con Obama per spostare le pedine sul tavolo medio-orientale. Ed Ahmadinejad - o per meglio dire, il suo burattinaio Khamenei - non poteva lasciare questa ghiotta possibilità al suo arcinemico Mossavi (o Rafsanjani).
Speciale: i video sfuggiti alla censura.
La protesta silenziosa del popolo iranianoBilal.
(Dis)Uniti contro il razzismo.
Scritto da
Andrea Intonti
Pubblicato
4/20/2009 06:24:00 PM
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Ginevra- "Uniti contro il razzismo". E' questo il titolo - e quindi il leit-motiv - del vertice Onu che in queste ore si tiene a Ginevra, Svizzera. Vertice da tutti etichettato come "Durban 2", dal nome della città sudafricana dove si tenne la prima conferenza sul razzismo, nel 2001. Allora parteciparono oltre 160 paesi, migliaia di ong e oltre 18.000 persone. Allora più che un vertice contro il razzismo, divenne un vertice contro Israele, accusata di essere l'unico Stato al mondo "razzista". Durban 2, così come ci dicono i commentatori internazionali, sembra andare ancora su quella falsariga (basti pensare che nella "Dichiarazione Finale" presentata dalla Conferenza Islamica altro non è che un'opera di "copia e incolla" del documento finale del 2001). Tra i tanti paesi coinvolti sono almeno 3 quelli che "colpiscono". Due per la loro assenza ed uno - di contro - per la sua presenza.
Gli assenti, oltre a Olanda, Germania, la stessa Israele, Australia e Canada sono gli Stati Uniti d'America e l'Italia. Il presidente Usa Obama si è giustificato dicendo - cito testualmente quanto riportato da Repubblica -«Io sono un presidente degli Usa che crede nel multilateralismo e nelle Nazioni Unite, ma non posso accettare un linguaggio controproducente come quello proposto. Ho detto al segretario Ban Ki Moon che siamo felici di aiutare l'Onu, ma questa non è l'opportunità giusta». Che, tradotto con una punta di malizia, si potrebbe interpretare così:«Io sono il presidente del paese che più di tutti è "amico" di Israele [non sia mai che s'incazza e ci lancia un pò di testate nucleari oltreoceano...] quindi non posso proprio partecipare.»
Noi vabbè, meglio che non ci siamo così evitiamo di fare l'ennesima figura di merda a livello planetario. Anche perché checché ne dica e pensi il premier a livello internazionale valiamo quanto il due di denari a briscola. Ufficialmente non ci andiamo perché "non vi è il rispetto della libertà di espressione", che detto da noi, in questi giorni, francamente...
Ma tra i tanti partecipanti ce n'è uno che sovrasta in "colpo mediatico" tutti quanti, anche l'assenza degli Stati Uniti. Il Vaticano. Nossignore, non avete sbagliato a leggere, uno degli stati partecipanti è proprio quello governato da BennyXVI. Possibile? Io sono rimasto di sasso quando l'ho letto, e con me Natan Sharansky, difensore storico dei diritti umani in Israele[didascalia di Repubblica.].
« Lavorare insieme per porre fine ad ogni forma di razzismo, discriminazione e intolleranza». Queste le motivazioni che spingono il Vaticano a partecipare. Ora, eliminando l'ipotesi che nella notte Berlusconi sia diventato pure Papa - quindi eliminando l'ipotesi che questa frase sia una delle solite barzellette - come dice lo stesso Sharansky o il Papa non ha capito di cosa si parla al vertice oppure c'è da preoccuparsi, perché con questa mossa si può meglio comprendere il potere della Chiesa ed i tanti comportamenti espressi in passato.
La domanda con cui chiudo comunque è questa: in un vertice che ha come obiettivo principale quello di combattere (almeno sulla carta) le discriminazioni, mi spiegate che cazzo ci fa tra i partecipanti uno Stato nazionale che nega i diritti degli omosessuali (oddio, ce ne sarebbe più di uno ad esser sinceri)?
E' proprio il caso di dirlo: mistero della fede...
Gli assenti, oltre a Olanda, Germania, la stessa Israele, Australia e Canada sono gli Stati Uniti d'America e l'Italia. Il presidente Usa Obama si è giustificato dicendo - cito testualmente quanto riportato da Repubblica -«Io sono un presidente degli Usa che crede nel multilateralismo e nelle Nazioni Unite, ma non posso accettare un linguaggio controproducente come quello proposto. Ho detto al segretario Ban Ki Moon che siamo felici di aiutare l'Onu, ma questa non è l'opportunità giusta». Che, tradotto con una punta di malizia, si potrebbe interpretare così:«Io sono il presidente del paese che più di tutti è "amico" di Israele [non sia mai che s'incazza e ci lancia un pò di testate nucleari oltreoceano...] quindi non posso proprio partecipare.»
Noi vabbè, meglio che non ci siamo così evitiamo di fare l'ennesima figura di merda a livello planetario. Anche perché checché ne dica e pensi il premier a livello internazionale valiamo quanto il due di denari a briscola. Ufficialmente non ci andiamo perché "non vi è il rispetto della libertà di espressione", che detto da noi, in questi giorni, francamente...
Ma tra i tanti partecipanti ce n'è uno che sovrasta in "colpo mediatico" tutti quanti, anche l'assenza degli Stati Uniti. Il Vaticano. Nossignore, non avete sbagliato a leggere, uno degli stati partecipanti è proprio quello governato da BennyXVI. Possibile? Io sono rimasto di sasso quando l'ho letto, e con me Natan Sharansky, difensore storico dei diritti umani in Israele[didascalia di Repubblica.].
« Lavorare insieme per porre fine ad ogni forma di razzismo, discriminazione e intolleranza». Queste le motivazioni che spingono il Vaticano a partecipare. Ora, eliminando l'ipotesi che nella notte Berlusconi sia diventato pure Papa - quindi eliminando l'ipotesi che questa frase sia una delle solite barzellette - come dice lo stesso Sharansky o il Papa non ha capito di cosa si parla al vertice oppure c'è da preoccuparsi, perché con questa mossa si può meglio comprendere il potere della Chiesa ed i tanti comportamenti espressi in passato.
La domanda con cui chiudo comunque è questa: in un vertice che ha come obiettivo principale quello di combattere (almeno sulla carta) le discriminazioni, mi spiegate che cazzo ci fa tra i partecipanti uno Stato nazionale che nega i diritti degli omosessuali (oddio, ce ne sarebbe più di uno ad esser sinceri)?
E' proprio il caso di dirlo: mistero della fede...
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