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Il paese in cui si delega tutto. Soprattutto le responsabilità

foto: aulaerre.noblogs.org
Questo articolo lo trovate anche su InfoOggi.it http://www.infooggi.it/articolo/il-paese-in-cui-si-delega-tutto-soprattutto-le-responsabilita/28506/

Avevamo iniziato bene. Dopo il terremoto in Emilia-Romagna – anzi, considerando che la terra trema ancora sarebbe più appropriato dire durante il terremoto – qualcuno aveva iniziato ad usare quella parola: responsabilità.

Come sottolinea Saverio Tommasi ne “Il terremoto da un certo punto di vista”, anche attraverso le parole di Nicola de Simone, ingegnere e già genio civile della regione Romagna «il terremoto è madre natura, il capannone che cade[...]è opera dell'uomo».
Qualcuno aveva iniziato a parlare di responsabilità. Poi, come al solito, ci siamo persi nelle cacofoniche dichiarazioni dei nostri parlamentari. Però stavolta ci eravamo andati davvero vicini ad avere qualcosa di serio su cui dibattere.

A voler fare gli ingenui ci si potrebbe stupire nello scoprire che “forse” alcune aziende non rispettavano tutti i criteri anti-sismici, nonostante passassero tranquillamente tutti i controlli. Dando per certo che questi ci siano realmente stati.
Rimanendo col senno al paese reale, invece, non è uno scandalo che l'edilizia abbia preso ad unica legge la massimizzazione del profitto. Di scandaloso, invece, c'è che, pur conoscendo la politica de-cementificatoria che i media (ed ogni tanto le inchieste giudiziarie) raccontano da un po' di tempo non si sia mosso un dito per cambiare tale situazione.

Si era paventata, all'inizio, la possibilità di richiedere un censimento dei luoghi a rischio crollo, associando a questo anche una seria politica di soluzione preventiva del problema (son buoni tutti a non trovare il cemento nei pilastri di case già crollate, d'altronde). Non se ne è fatto più nulla, perché chiedere una legge – o proporla, essendo l'iniziativa popolare un istituto legislativo previsto dal nostro ordinamento a cui sarebbe il caso di dare più attenzione – la quale imponga non solo che tutti gli edifici costruiti d'ora in poi siano anti-sismici, ma che anche gli edifici già in piedi subiscano lo stesso trattamento.
Ci vorranno – o ci vorrebbero – tantissimi soldi, ma non vedo cosa ce ne faremmo di esercito ed altre voci d'acquisto in ambito militare in un paese che sembra uscito da vecchi filmati sui bombardamenti di guerra.

Dovrebbe suscitare scandalo, inoltre, quel documento pubblicato nei giorni scorsi sui giornali con il quale si chiedeva ai lavoratori non tanto di rientrare a lavoro immediatamente per evitare di spezzare il ciclo produttivo, ma di farlo a proprio rischio e pericolo (come titolava un articolo comparso su Il Manifesto nei giorni scorsi) «liberando la proprietà da qualsiasi responsabilità penale e civile»

Un altro mondo è possibile: 8Grandi vecchi e futuri nuovi...

8 anni fa, a Genova, finì con un ragazzo 23enne a terra, morto per aver esercitato il suo diritto ad urlare che il mondo così com'era gli faceva schifo. E finì con un altro ragazzo, di due anni più piccolo - se non ricordo male a quel tempo era militare di leva - che con una divisa addosso venne mandato in servizio nel capoluogo ligure. La connessione tra questi due ragazzi, che magari se non fosse stato per quell'episodio mai e poi mai avrebbero incrociato le strade la sapete tutti, visto che sto parlando di Carlo Giuliani e di Mario Placanica.
Non mi interessa qui riprendere le polemiche che ci sono state. Non mi interessava a dir la verità nemmeno tanto tempo fa. Anche perché non sono mai riuscito - al contrario di molti - ad addossare la colpa ad un ragazzo 21enne in preda al panico. Preferisco attribuire la colpa della morte di Carlo Giuliani ad un sistema che se fosse stato giusto non lo avrebbe portato in piazza per sommare il suo diritto al dissenso a quello di tanti altri che come lui condividono quegli ideali.
La cultura mainstream ci definisce "no-global". Espressione poetica e suggestiva, per citare un verso di una nota canzone di Giorgio Gaber. La coltura mainstream, quella dei cervelli ammaestrati ci definisce in tanti modi: delinquenti, bestie, criminali senza nemmeno sapere che il termine "no-global" già al tempo di Genova voleva dire tutto e niente. Perché il movimento dei movimenti è, pardon era - appunto - plurimo. Ogni no-global era anche qualcos'altro. Ma questo chi è al di fuori, chi si ferma a considerare solo le apparenze, sembra non capirlo, e forse non può nemmeno capirlo.
Oggi forse è anche più difficile, visto che non esistono più le figure che convogliavano attorno a sé quei mondi (penso, tanto per rimanere al nostro paese a figure come Agnoletto, Casarini o Caruso, che oggi o hanno abbandonato i movimenti per sedersi su più comodi scranni nazionali od internazionali o hanno abbandonato - come Casarini - la testa del movimento). Quindi oggi, almeno da come la vedo io, non si può nemmeno parlare più di tanto de "il movimento no-global", semplicemente perché quell'esperienza, quel modus vivendi non esiste più.
Siamo diventati probabilmente più liquidi, per usare un'espressione tanto cara a Zygmunt Bauman.

Dobbiamo trovare nuovi modi di fare, nuovi modi di lottare per quell'altro mondo che una volta era il principio e la fine di tutto. Dobbiamo trovare nuovi modi per rispondere ad un Potere che è sempre - inesorabilmente ed instancabilmente - lo stesso.
Sono passate crisi, sono cambiati i governi nazionali ma i potentati, le istituzioni che dettano le regole di disuguaglianza sono sempre lì. Sempre loro, sempre identici.
Già il fatto che il destino di 6.750.819.383 persone sia deciso ufficialmente da 8 persone (o - come titolava l'Espresso - 7 e mezzo...) dovrebbe far pensare a quanto una situazione simile porti disuguaglianza. E la disuguaglianza porta malcontento. Ed il malcontento porta rabbia, porta violenza. E quegli 8 che qualcuno chiama "grandi" non si sa per quale virtù acquisita sanno rispondere a questa rabbia, la degna rabbia come la definirono in Messico alcuni mesi or sono (e parlo di Sud America non per caso, ma ci tornerò in seguito...), solo con la repressione. Solo con altri Carlo ed altri Mario.
E la mia paura - che spero rimanga solo tale - è che venerdì sera, quando il teatrino dei "grandi" sarà finito ci toccherà rifare i conti con un altro Carlo. Spero sinceramente di no, ma da come si stanno mettendo le cose...

Ma veniamo ad una delle mie tante - troppe - solite, domande: a cosa serve quella parata di gente tutta incravattata ed ingiacchettata, di quei militari in assetto antisommossa con i loro capi in alta uniforme? Stamattina guardavo la diretta di Sky per l'arrivo di Obama, di Medvedev e degli altri. Ovviamente tutti arrivavano con l'aereo personale e mi chiedevo: un aereo di quel tipo quanto consuma? So che sembra una domanda da uno che di mestiere fa il benzinaio. Però pensateci: parliamo tanto di domeniche ecologiche, di auto inquinanti e poi permettiamo a questi signori di spostarsi con questi enormi elefanti per trasportare mogli, consiglieri, guardie del corpo (non dico nani, ballerine e giullari di corte perché quelli li trasportiamo quando i G8 non si fanno in Italia...)! Non c'è niente di più piccolo? Non c'è niente che magari permetta di salvaguardare la salute del pianeta - che alcuni di quei signori dicono di avere a cuore - permettendo al contempo di svolgere ugualmente gli incontri tra i potenti? Non so a voi, ma a me viene in mente una cosa con la quale si potrebbe avere il G8 e non inquinare praticamente niente. E' una cosa straordinaria, piccola. Talmente piccola che si potrebbe tranquillamente tenere in mano. E' uno strumento "rivoluzionario": una web-cam! Una volta avevano inventato le video-conferenze. Invece che far venire tutti qua (o comunque far incontrare tutti in un luogo specifico...) ognuno se ne sta di fronte al suo pc, webcam e magari Skype accesi e via, le jeux sont faits!! O forse sbaglio?

Ma veniamo e concludiamo - come vi annunciavo - al Sud America.
Io credo che se un nuovo mondo debba essere creato - e parto sempre da quel vecchio slogan: "another world is possible"- si debba partire da alcune esperienze che ci vengono proprio da lì, dal Messico con gli Zapatisti, dall'Argentina con l'esperienza delle autogestioni nelle fabbriche, e da tanto, tanto altro.
Chavez, Morales, Lula (anche se in quest'ultimo caso ho qualche remora...) hanno in mano il futuro del mondo. Il nuovo mondo. Perché non iniziare a dargli ascolto (magari creando una specie di Consiglio Permanente con i "grandi vecchi" ed i "futuri nuovi")?

p.s...potete scaricare cliccando qui la Carta di Montevecchio redatta nei giorni scorsi nel Gsott8, la risposta dal basso al G8

Todos somos nadies!

"Udite mortali il sacro grido: libertà! Libertà! Libertà!”
(Inno nazionale argentino)


Chiedono lavoro. Chiedono case. Chiedono diritti. La dignità no. Quella se la sono presa da soli.

Si chiamano “nadies”, “i nessuno”. Sono gli argentini che si ribellano, sono la quintessenza dell'anima argentina “d.o.c.”. Sono uomini, donne e bambini che fanno i conti con la globalizzazione. Non quella “teorica” professata dai grandi signori dell'economia e della politica, ma quella “vera”, quella “fisica”. Quella che non ti permette di comprare un litro di latte da dare ai tuoi figli; quella che ti toglie un pezzo di terra perché – per colpa di una banca che ti ha alzato il tasso del mutuo al 20% - non puoi più permetterti di estinguere i debiti sul tuo futuro e che quindi vendono con aste giudiziarie ai latifondisti (siamo nel 2009 – 2005 quando Fernando Solanas ha girato questo film – e ancora dobbiamo parlare di latifondisti?).
Non sono “violenti”, non vogliono ciò che non gli spetta. Sono solo arrabbiati. Arrabbiati di quella rabbia che ti prende per fame. Di quella rabbia che ti prende quando vedi che chi è ricco lo diventa sempre di più e tu sono due anni che dormi su una panchina dentro l'ospedale perché non hai i soldi per trovarti non dico una casa vera, ma almeno un tetto stabile per la notte. Non ammazzano e non hanno mai sparato a nessuno – cosa che invece ha fatto la polizia con Darìo Santillan, uno dei leader delle rivolte ucciso durante gli scontri.

Sappiamo quello che non vogliamo. E quello che vogliamo lo costruiremo insieme”.
E' questo lo slogan – se vogliamo trovarne uno – che queste persone si sono date. Come uniche armi di difesa hanno l'inno nazionale (un inno che parla di libertà) che cantano per interrompere le aste giudiziarie e la loro dignità. Che spesso è molto più forte di interi eserciti.
Sullo sfondo di queste lotte c'è la crisi che il popolo argentino ha subito nel 2001 ad opera della classe politica corrotta (e dell'insulsa politica economica portata avanti da Menem prima e poi – in parte – da Nestor Kirchner in collaborazione con Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale) e delle onnipresenti multinazionali. Possono arrestarli. Possono ucciderne i leader. Ma loro saranno sempre lì, riversati verso Plaza de Mayo, la “storica” Plaza de Mayo dove da 30 anni e più le madri dei desaparecidos (le Madres de Plaza de Mayo, appunto) combattono per la reaparición con vida de sus hijos.
Mi verrebbe quasi da dire: “è l'Argentina, baby!”. E' l'Argentina che ci insegna – per usare un vecchio slogan ormai caduto in disuso – che un altro mondo è possibile.
Come? Con il senso di comunità che noi “popoli ricchi” abbiamo perso.
Come? Con l'autogestione. Come quella che in molte fabbriche ex-fallite stanno usando gli operai per riprendersi il loro lavoro e la loro “vita normale”. Guardate alla ceramica “Zanon” o all'acciaieria “Forja” (presenti tra l'altro in un altro meraviglioso docu-film come The take di Naomi Klein – autrice di “No Logo” e “Shock Economy” - e Avi Lewis).
Come? Con la solidarietà tra i poveri. Come quella che un giorno ha fatto incontrare Martìn – colpito alla testa da una pallottola durante la repressione contro le Madres de Plaza de Mayo il 20 dicembre 2001 – ed il maestro Toba che gli salva la vita. A lui come alle centinaia di bambini a cui offre un pasto completo ogni sabato. O come quella di Antonia e Chipi, che cucinano per più di 200 persone (289 il “record”) con un po' di polenta e due cipolle o come Silvia e Carola, assistenti sociali che si battono ogni giorno per tenere in piedi l'ospedale pubblico.

Sono piccole storie. Piccole gocce d'acqua in un mare sempre più difficile da navigare. Perché un altro mondo è possibile, se si impara a navigare controcorrente.

Potete trovare i due film citati (La dignidad de los nadies e The Take) cliccando qui:
The take: http://video.google.com/videoplay?docid=8149373547373833649
La dignidad de los nadies: http://dailymotion.virgilio.it/video/x103ej_la-dignidad-de-los-nadies_politics