Visualizzazione post con etichetta guerra Libia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guerra Libia. Mostra tutti i post

Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (gen. Fabio Mini - TEDxReggioEmilia, 8 ottobre 2011)

Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad 'usum delphini', e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.
(Honoré de Balzac, "Illusioni perdute", 1843)

Raccontare la guerra tra velocità e competenza. Intervista a Cristiano Tinazzi

foto: 

Milano - Internet e giornalismo: un rapporto tanto osannato quanto criticato, come quando - il mese scorso - la necessità di essere veloci sembrava poter complicare la posizione dei quattro giornalisti fermati dai ribelli siriani, per i quali le prime notizie parlavano senza giri di parole di "rapimento" vero e proprio. Ne è nata dunque un'intervista a Cristiano Tinazzi, che con Amedeo Ricucci, Stefano Varanelli ed Elio Colavolpe era entrato in Siria a dicembre. Con lui abbiamo parlato proprio del reporter di guerra, una figura tanto "romantica" nell'idea del lettore medio quanto ignorata dai direttori dei mezzi di informazione. 

Il caso di Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e Susan Dabbous, risoltosi per il meglio, sembra molto diverso dal caso Quirico-Piccinin. In base alla tua esperienza di reporter di guerra, cosa ne pensi?

Il caso di Quirico e Piccinin segue quelli di Tice e Fowley, giornalisti americani spariti da mesi in Siria. Quirico è entrato dal Libano per dirigersi verso Homs ma nessun giornalista da mesi usa più quel passaggio di confine, visto che in diversi sono stati uccisi, rapinati o sequestrati. Nella zona operano bande di predoni, contrabbandieri, uomini di Hezbollah, governativi, milizie filo-Assad Senza contare gruppi slegati e non dall'Els [l'Esercito Siriano Libero, ndr]. I combattimenti in quella striscia di terra che separa il confine da Homs sono molto cruenti. Una zona off limits per tutti. Due mesi fa un inviato della Bbc, Paul Wood, era stato rapito. E nella stessa zona è scomparso quasi un anno fa il giornalista americano Austin Tice.

Torniamo al fermo dei quattro giornalisti (Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali, Susan Dabbous). Perché all'inizio si parlava di "rapimento" quando poi si è saputo essere un "fermo"? Quanto ha influito sulla terminologia la necessità della rete di condividere immediatamente questa notizia? In più, puoi spiegarci la differenza tra le due situazioni?

Un fermo non è una notizia. I media hanno bisogno di titoli da strillare e spesso chi lancia questi titoli non ha nessun interesse a verificare i fatti quanto invece a fare del vero e proprio sensazionalismo. C'è stata una vera e propria corsa a chi per primo dava la notizia quando non si è riusciti a frenare la fuga di informazioni. Cavalli che scalpitavano ai box e decine di telefonate... Poi c'è una certa stampa, come quella del Giornale o di Libero, che ha già una impostazione islamofoba e idee preconcette quando si parla di Medio Oriente e Islam, per cui un fermo diventa rapimento e i rapitori diventano automaticamente dei 'terroristi'.

Next stop Tunisia: Profughi a Ras Jedir (di Nicola Angrisano)



Oltre mezzo milione di profughi durante la guerra in Libia sono passati nel campo di Coucha, al confine meridionale della Tunisia, nella regione di Ras Jedir.
Rifugiati precedentemente trattenuti in Libia contro la propria volontà e lavoratori stranieri scappati dalla guerra e impossibilitati a tornare nei paesi di origine. Nell'indifferenza ipocrita della comunità internazionale.
Così, nei primi sei mesi del 2011, secondo stime del' UNHCR almeno 1615 persone sono scomparse nel canale di Sicilia cercando di arrivare in Europa su imbarcazioni di fortuna.
Nel mese di aprile Insu^Tv (telestreet napoletana già autrice di "Una montagna di balle") è stata nel campo di Coucha per documentare la situazione dei profughi e riportarne la voce.SB

The clash of Libylization

Il conflitto libico è scoppiato. Dopo i Balcani agli inizi degli anni Novanta, dopo l'Afghanistan, dopo l'Iraq, il "club dei diritti umani" ha deciso di creare una democrazia anche in Libia, spodestando - dopo più di quarant'anni - un leader politico fino a poche settimane fa invitato a tutti i tavoli importanti dell'Occidente. Ci sono in ballo, però, le concessioni petrolifere, i fondi sovrani e - soprattutto - la sovranità nazionale di un popolo, calpestata senza troppe remore da quel mondo "bello, buono, giusto e bombarolo" che ci ostiniamo a chiamare "democrazia".
L'uccisione di Osama Bin Laden – al di là di tutte le più o meno interessanti discussioni che ne stanno venendo fuori – dovrebbe averci insegnato una cosa. Una cosa che in realtà avremmo dovuto imparare già da tempo, cioè che parole come “diritti umani”, “democrazia”, “libertà”, “giustizia” sono, appunto, parole. E tali rimangono. Così come avrebbe dovuto insegnarci che non esistono “interventi umanitari” ed organizzazioni che tali scopi perseguono. Perché se davvero quelle parole avessero un valore, a quest'ora lo sceicco del terrore sarebbe davanti ad una corte internazionale così come qualche anno fa toccò a Slobodan Milošević. Così come dovrebbe accadere – seguendo questo stesso metro di pensiero – all'ex dittatore libico Mu'ammar al-Gaddafi.

Invece niente di tutto questo. I “giusti e democratici” occidentali hanno deciso che neanche le immagini dell'omicidio devono essere rese pubbliche perché considerate “troppo crude”. Come se certi film hollywoodiani non fossero anche peggio.
A voler essere pignoli non sono stati proprio gli occidentali a decidere, o per lo meno non tutti. Perché gli Stati Uniti del Premio Nobel per la Pace Barack Obama – premio che evidentemente o è privo di valore o dovrebbe subire procedimento di revoca immediata – hanno deciso che quelle immagini non dovranno essere di dominio pubblico per evitare “problemi di sicurezza interna”. Come possa poi una semplice immagine di un uomo morto scatenare una guerra – neanche fosse una bandiera o un fondo sovrano – non ci è dato sapere...

È come essere entrati in una nuova fase della politica internazionale. Una politica “fantasma” nella quale si assiste ad una grande discussione globale, ma dalla quale non esce uno straccio di prova. Non sappiamo se lo sceicco del terrore sia effettivamente stato ucciso, con quali modalità né conosciamo realmente tempo e luogo di tale assassinio.
Così come non abbiamo prove oggettive – la famosa “pistola fumante” - per acconsentire all'ennesima invasione occidentale. Siamo pronti a mandare mezzi, uomini e a sprecare denaro pubblico dietro a genocidi farlocchi e bombardamenti che sterminano decine di migliaia di persone alla volta presentatici solo oralmente. Ci sarebbero le cosiddette “fosse comuni”, pistola fumante della medesima consistenza delle “prove” presentate da Colin Powell – Segretario di Stato durante la creazione del conflitto iracheno – dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu ed al mondo intero, se non fosse che quelle fasulle fosse comuni riprese da tutti i media mainstream si sono poi trasformate in un cimitero di Tripoli tutt'altro che fasullo.